MIGRANTI: PROBLEMA O RISORSA?

 

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Abbiamo visto nei precedenti articoli come l’immigrazione sia un aspetto centrale della società occidentale di oggi, probabilmente il più importante, destinato a cambiarne i suoi connotati strutturali. L’invasione di moltitudini povere e affamate dalla periferia del mondo può essere vissuta come una minaccia ai fondamentali socio-culturali delle nostre comunità, oppure come una risorsa economica in grado di sopperire all’invecchiamento della popolazione. Può piacere o non piacere, ma l’impressione è che sia molto difficile, se non velleitario, opporsi a una tendenza che dà tutta l’impressione di essere epocale.

L’”invasione” dei migranti può essere percepita come un problema da risolvere innalzando muri e barriere, nel (vano) tentativo di mantenere integri e incontaminati i valori alla base del contratto sociale; oppure rappresentare il terreno ideale per mettere in pratica i principi di solidarietà e di altruismo di matrice religiosa oppure terzomondista.

 

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Come si vede, gli aspetti prevalenti, o almeno più pressanti, sono di natura sociale e culturale, e continueremo a parlarne nei prossimi articoli sul blog, ivi inclusi quelli di ordine pubblico connessi all’accoglienza e disciplina degli sbarchi, alle normative e regolamenti sui permessi di soggiorno, alle leggi sull’attribuzione della cittadinanza e a quelle che disciplinano l’impiego di lavoratori extra-comunitari.

In questo articolo e nel successivo, vorremmo cercare di fare invece una panoramica puramente economica, riepilogando le conseguenze che il fenomeno riveste a livello delle diverse funzioni primarie di produzione, consumo, risparmio, della spesa pubblica, del mercato del lavoro e dei mercati finanziari in generale. Esaminiamo dunque la sola parte che ha incidenza “numerica”, prescindendo da ogni altra considerazione ideologica, culturale e politica.

Del resto, molte delle potenze occidentali capitaliste si sono sviluppate a partire, e soprattutto grazie, al contributo degli immigrati che in alcuni casi, come in America nel XIX e XX secolo, hanno avuto un impatto non meno imponente di quello di oggi.

Gli Stati Uniti hanno costruito la loro fortuna economica proprio sugli immigrati, che provenivano inizialmente dalla vecchia Europa, sulla scia dei Pilgrim Fathers approdati nel 1620 con la nave Mayflower in Massachusetts.

 

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In seguito correnti di immigrazione consistenti sono arrivate dall’America Centrale e dal Sud America, e più di recente dall’Asia. Analogo andamento quello dell’Australia, della Nuova Zelanda, del Sud Africa e così via, destinazione di consistenti flussi di gente misera e disperata soprattutto dall’Europa anglo-sassone.

Se si pensa a cosa erano quei territori e gli abitanti indigeni prima dei massicci afflussi di queste popolazioni straniere, è difficile non parlare di “colonizzazione”.  Usi, costumi, tradizioni, credenze religiose diverse da quelle autoctone si sono rapidamente affermate e sono divenute prevalenti.

Ben pochi rimpiangono oggi il mondo degli indigeni nativi, che pure un vasto movimento di opinione si propone di preservare dall’estinzione; oggi però la situazione è ben diversa, diametralmente opposta: gli immigrati arrivano in comunità già ricche di storia e culturalmente consolidate.

Le correnti di immigrazione nel mondo occidentale sono tendenzialmente la causa della (quando esistente) crescita demografica delle nostre comunità. Popolazioni giovani e molto prolifiche, nonostante le misere condizioni economiche, si inseriscono in un contesto di popolazione in calo quantitativo e che sta rapidamente invecchiando.

Il rapporto fra cicli demografici e sviluppo economico, che passa attraverso la disponibilità e lo sfruttamento delle risorse disponibili, è alla base della teoria demografica malthusiana, dal nome del fondatore Thomas Malthus, economista britannico del Settecento. Tale teoria ha poi conosciuto, negli anni ’70 del secolo scorso, nuova popolarità dando origine alla corrente di pensiero del “neo-malthusianesimo”, chiaramente ispirata alle idee del fondatore, aggiornate sulla scia della crisi petrolifera di quegli anni.

Malthus attribuiva principalmente alla pressione demografica la diffusione della povertà e della fame nel mondo, cioè in sostanza allo stretto rapporto esistente tra popolazione e risorse naturali disponibili sul pianeta. Secondo il teorico settecentesco, l’aumento della popolazione procede in progressione geometrica, mentre quello delle risorse in semplice progressione aritmetica , per cui, in assenza di correttivi, la crescita demografica è un fattore fortemente destabilizzante e foriero di crisi.

I correttivi possono essere il controllo delle nascite, oppure eventi tragici quali carestie, guerre, epidemie.

Una delle obiezioni alla teoria di Malthus era che si sarebbero dovuti anche considerare i progressi tecnologici e l’aumento della produttività dei fattori nel tempo, grazie alla quale la quantità di risorse disponibili può comunque essere notevolmente incrementata nel tempo. L’esempio più eclatante è proprio quello del petrolio: contrariamente ai timori degli anni dell’austerity, abbiamo imparato che molte fonti energetiche possono essere utilizzate in alternativa all’oro nero, che la resa dei pozzi petroliferi è molto migliorata e il consumo energetico è stato sensibilmente ottimizzato in impianti e macchinari.

Come vedremo meglio nel prossimo articolo, non sempre l’aumento demografico è un fattore negativo da un punto di vista economico: per la teoria keynesiana, infatti, l’aumento della domanda aggregata (naturale conseguenza dell’aumento della popolazione) è esso stesso aumento del reddito.

 

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(1) La progressione geometrica è una serie di numeri in cui il rapporto fra ogni elemento e quello che lo precede è costante (ad esempio 2, 4, 8, 16, 32, 64 dove il rapporto costante, detto ragione della progressione, è pari a 2). La progressione aritmetica è una serie di numeri in cui la differenza fra ogni elemento e quello che lo precede è costante (ad esempio 2, 4, 6, 8, 10, 12 dove il rapporto costante, detto ragione della progressione, è pari a 2). Come si vede, la prima è molto più rapida della seconda (il sesto numero è 64, mentre nel secondo caso è 12).
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Reddito di cittadinanza: cos’è, a cosa serve, ma soprattutto…si può fare in Italia?

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Un attento lettore di questo blog ci ha chiesto di parlare del reddito di cittadinanza, sicuramente l’argomento più discusso – insieme alla questione dei migranti – di questa stagione politica e dell’esperienza del “governo del cambiamento”. Lo facciamo volentieri cercando di rispondere alle tre domande: che cosa è; a cosa serve e se può essere applicabile con successo nell’Italia di oggi.

Iniziamo col dire che la definizione “reddito di cittadinanza” è impropria, meglio sarebbe parlare di “reddito minimo garantito”, una misura peraltro diffusa e ampiamente sperimentata in molti paesi, compresi alcuni dell’Unione Europea.

Secondo quanto riportato nel “Contratto per il governo del cambiamento” (il programma di governo sottoscritto dai leader dei due partiti della maggioranza) e quanto contenuto nella proposta di legge del Movimento 5 stelle, si tratta di uno strumento di sostegno economico rivolto alle famiglie italiane che si trovano in condizioni economiche disagiate, con un reddito inferiore alla cosiddetta “soglia di povertà”. Tale soglia è stata individuata in 780 € mensili per una famiglia di una sola persona e in livelli diversi a seconda del numero e delle situazioni familiari. Ad esempio, per un nucleo di due persone con due figli a carico tale limite è di 1.640 €.

Ciò significa che, nelle intenzioni dei proponenti, ogni famiglia italiana che percepisce un reddito complessivo inferiore a tale soglia dovrebbe poter percepire un’integrazione economica, da parte dello Stato, di quanto necessario per raggiungere tale livello minimo.

Sono quindi previsti specifici requisiti, oltre a quello della cittadinanza italiana, per poter beneficiare del contributo del reddito minimo garantito; al contrario il reddito di cittadinanza è quello che viene erogato a chiunque, ricco o povero, con lavoro o senza, indipendentemente dalle condizioni in cui si trova

E’ diverso anche dai sussidi di disoccupazione, che vengono erogati a chi ha perso il lavoro, categoria nella quale rientra il “reddito di inclusione” (ReI)[1], già introdotto dal governo Gentiloni e tuttora in vigore.

L’obiettivo dichiarato della misura di sostegno proposta è quello di reinserire (i cittadini) nella vita sociale e lavorativa del Paese. Garantisce la dignità̀ dell’individuo e funge da volano per esprimere le potenzialità lavorative del nostro Paese, favorendo la crescita occupazionale ed economica.[2]

Si tratta dunque di una duplice finalità: da un lato contrastare la povertà, disuguaglianza e esclusione sociale, garantendo ai nuclei familiari che presentano un reddito inferiore alla soglia di povertà, la possibilità di beneficiare di un’integrazione salariale. Dall’altro di favorire la crescita economica del Paese, stimolando la domanda (di beni di consumo da parte delle classi sociali meno abbienti) e, per questa via, il prodotto interno lordo.

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La prima risposta da dare è quindi se una misura del genere, ipotizzando che si possa introdurre ed attuare con successo, è idonea, necessaria o sufficiente per realizzare questi due obiettivi.

In merito al sostegno economico, sicuramente il reddito di cittadinanza va nella direzione giusta, facendo sì che tutti i cittadini si collochino al di sopra della soglia di povertà. Se la soglia fosse correttamente individuata e se la misura potesse essere effettivamente erogabile a tutti i soggetti indigenti, certamente sarebbe di per sé necessaria e sufficiente a realizzare l’obiettivo.

Molto più discutibile l’idoneità del reddito di cittadinanza per la finalità di stimolo alla crescita economica del Paese. E, come vedremo, ancora più discutibile la probabilità che esso abbia successo nell’Italia di oggi.

Lo stimolo al PIL è infatti molto probabile, ma non certo, e certamente – a parità di risorse – esistono strumenti molto più efficaci per far crescere l’economia. Il reddito di cittadinanza fa infatti aumentare il PIL nella misura in cui si trasforma in aumento della domanda di beni di consumo. In altri termini, se un cittadino riceve 100 € a questo titolo, il PIL aumenta solo se li spende tutti per acquistare beni di consumo (attraverso il meccanismo del cosiddetto “moltiplicatore del reddito”[3]).

Se invece di questi 100 € una parte vengono risparmiati (cosa improbabile visto che siamo al livello di povertà) oppure impiegati per rimborsare debiti o trasferiti ad altri, tale parte non concorre a innescare l’aumento di reddito. Ben più efficace sarebbe l’effetto di un aumento diretto di una componente del reddito, ad esempio la spesa pubblica. L’aumento della spesa pubblica, infatti, rappresenta in teoria economica lo strumento più efficace per far crescere il reddito.

In secondo luogo, il reddito di cittadinanza rappresenta un forte disincentivo a ricercare attivamente il lavoro. Se lo Stato assicura comunque il reddito minimo per la soglia di povertà, chi guadagna meno di tale reddito è incentivato a non lavorare o, almeno, a non ricercare attivamente il lavoro, e farsi mantenere dallo Stato.

Per contrastare tale effetto negativo, la proposta di legge prevede infatti alcune misure che comportano la cessazione del contributo al verificarsi di taluni eventi, quali ad esempio il rifiuto per tre volte di un’offerta di lavoro. Questo tipo di correttivi funzionerebbero però solo se i centri per l’impiego fossero efficienti (sarebbe una bella novità, purtroppo improbabile) o si riuscissero ad evitare abusi e indebite applicazioni.

L’ultimo aspetto è quello di vedere se nell’Italia di oggi la misura del reddito di cittadinanza può avere successo. E qui i dubbi sono più che legittimi. Intanto dovremmo assicurare, come si diceva sopra, che l’applicazione pratica sia corretta: cosa già difficile in generale, pressoché impossibile in Italia. Pensiamo alla difficoltà di impedire l’accesso a chi ha redditi formalmente inferiori alla soglia di povertà, ma in realtà superiori. Chi percepisce redditi “in nero”, ovvero non dichiarati, avrebbe il duplice illecito vantaggio di non pagare le tasse e di incassare il reddito di cittadinanza.

Soprattutto c’è un problema di compatibilità economica con i conti dello Stato. Per un paese con il debito pubblico al livello del nostro e con un deficit che ben difficilmente potrà attestarsi al di sotto del 2,4% del PIL, introdurre il reddito di cittadinanza come proposto è semplicemente impensabile senza aprire un fronte di forte contrasto con l’Unione Europea.

Del resto, questa eventualità è ben presente ai proponenti, che ne fanno una bandiera politica. Il costo addizionale per garantire il reddito di cittadinanza nei termini proposti, è stato calcolato in 17 miliardi di Euro, sicuramente non reperibili nelle pieghe del bilancio pubblico. A maggior ragione se, oltre a questa, si vorranno introdurre altre misure pure previste e inserite nel “contratto di governo”, quali la flat tax e l’abolizione della riforma “Fornero” sulle pensioni.

 


[1] Reddito di Inclusione (REI) è una misura nazionale di contrasto alla povertà. Il REI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una carta di pagamento elettronica (Carta REI) e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa volto al superamento della condizione di povertà (cfr https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=51585)

[2] “Contratto per il governo del cambiamento” (scaricabile, fra l’altro, da

http://download.repubblica.it/pdf/2018/politica/contratto_governo.pdf), pag. 34

[3] Il moltiplicatore del reddito è un meccanismo tipico della teoria keynesiana, che abbiamo descritto ampiamente in diverse occasioni negli articoli del blog, da ultimo nella serie “L’ABC dell’economia”. Si tratta del processo attraverso il quale una data variazione di una componente del reddito aggregato (consumo, investimenti, spesa pubblica) produce un aumento del PIL complessivo superiore a quello iniziale della componente che ha innescato il processo stesso. L’aumento complessivo è pari all’aumento iniziale moltiplicato per un fattore (il moltiplicatore, appunto) che è funzione della propensione al consumo.

Il lavoro per l’uomo o l’uomo per il lavoro?

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Si conclude con questa settimana la mini-serie sul lavoro al tempo di Internet. Lungi da noi l’idea di fare il riassunto delle puntate precedenti o, peggio ancora, quella di trarre delle conclusioni e una sintesi degli aspetti trattati e dei contributi presentati. Sia perché i diversi interventi che abbiamo ospitato sono già notazioni sintetiche e riassuntive, sia perché sappiamo che su temi come questo sarebbe presuntuoso, oltre che inutile, trarre delle conclusioni.

Presuntuoso perché siamo consapevoli di aver semplicemente posto delle domande, sollevato questioni su cui riflettere e non avevamo intenzione di proporre soluzioni, compito ingrato e mission impossible che, in ogni caso, resta funzione della politica. Inutile perché il mondo del lavoro, specchio di una società in continua e vorticosa evoluzione, cambia alla velocità della luce e non esistono soluzioni buone per tutte le stagioni. Quello che vale oggi, l’anno prossimo è già obsoleto e il punto di arrivo di oggi non può che essere la partenza di domani.

In realtà, più che una serie conclusa vorremmo considerarla un cantiere sempre aperto, un terreno di confronto su cui torneremo spesso, anche con contributi esterni che stavolta non è stato possibile ospitare.

Vorremmo piuttosto concentrarci adesso sulle persone e sul loro rapporto diretto col lavoro. Lasciamo da parte per un momento gli aspetti sociali ed economici, per vedere come vivono il lavoro gli uomini e le donne di oggi, come si rapportano ad un’attività che occupa – quando va bene – un terzo del loro tempo in età adulta e quando va male – non per loro libera scelta – molto di più o molto di meno.

Così come iniziammo con una rievocazione biblica quando ricordammo che secondo le Scritture il lavoro è la punizione per l’uomo che aveva commesso il peccato originale (“lavorerai col sudore della fronte”), così partiamo oggi da un passo evangelico di Marco (Mc 2, 23-26).

 

«Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato». Così diceva Cristo ai farisei che, scandalizzati, gli indicavano i braccianti che osavano lavorare di sabato, il giorno dedicato al Signore, durante il quale ogni attività lavorativa doveva essere sospesa per consentire la preghiera e l’ascolto delle Scritture.

Con questo non vorremmo entrare nella diatriba, che pare un po’ oziosa se non sterile, sul lavoro di domenica, questione che oggi è tanto di moda e che, fortunatamente, non sempre riesce a distogliere l’attenzione dei media da temi ben più seri e spinosi.

Il monito di Cristo voleva in realtà significare che nessuna consuetudine, tradizione o attività può essere tanto importante e decisiva da ritenere che l’uomo vi si debba adattare, quando questo implicherebbe la necessità di mettere in discussione la natura, i valori e le attitudini dell’uomo stesso. Per questo ci pare una buona metafora del rapporto fra l’uomo e il lavoro.

Rapporto che deve essere sempre “di mezzo a fine” e non viceversa: il lavoro è uno strumento, utile per procurarsi i mezzi di sostentamento e la riconoscibilità e dignità sociale, ma pur sempre uno strumento. Se diventa un fine, ovvero lo scopo ultimo (e talvolta unico) dell’esistenza, allora c’è un problema: meglio fermarsi a riflettere e, se possibile, cambiare impostazione piuttosto che farsi travolgere.

Se viviamo per lavorare e non lavoriamo per vivere, finiremo per regalare la nostra esistenza stessa a qualcuno o qualcosa al di fuori di noi e ci renderemo conto, quando ormai sarà tardi, di averla sprecata. Un epilogo non molto diverso da quello degli schiavi nell’antica Grecia di cui ci ha parlato Domenico De Masi nell’intervista che abbiamo pubblicato.

Se la nostra giornata è fatta di 10-12 ore di lavoro, sulle 16 mediamente disponibili dopo aver dormito, è facile capire che – una volta impiegate le 3/4 ore indispensabili per mangiare e per la cura del corpo – rimane troppo poco tempo per fare qualcosa di diverso.

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Un manager che vive in ufficio o comunque lavorando fino alla sera tardi, magari avendo iniziato di prima mattina, e trascura famiglia, affetti, occasioni di svago, lettura, studio, non solo si accorgerà di avere sprecato la sua vita e il suo talento, ma molto probabilmente sarà anche meno efficace e produttivo nel lavoro stesso, perché avrà vissuto in una “campana di vetro” che gradualmente ma inesorabilmente lo isola dal mondo reale.

Forse anche per questo ci si stupisce quando si scopre che negli Stati Uniti, paese simbolo del capitalismo e spesso modello per tutto l’Occidente, i manager difficilmente lavorano oltre le 5 o le 6 del pomeriggio. Così come, ma questo è un altro discorso, difficilmente usano i cellulari in modo continuativo e compulsivo come facciamo noi.

E se si trascurano famiglia o affetti, certamente anche la performance lavorativa prima o poi ne risentirà. “La mucca felice fa più latte” dicevano i saggi ed è difficile essere felici in un mondo arido di sentimenti e scoperte. E non dimentichiamo mai che occorre sempre studiare, aggiornarsi ed essere informati: se non si studia, ci sarà sempre qualcuno che studia per noi.

Il problema è ben più sottile della necessità di lavorare molto per guadagnare abbastanza o per non perdere il posto, situazioni che possono capitare ma devono essere limitate a periodi di tempo circoscritti e non essere regola di vita.

Da un lato c’è il piacere di svolgere un’attività che realizza le aspirazioni e talvolta diverte, la soddisfazione per un lavoro ben fatto e per l’apprezzamento di colleghi e superiori, la voglia di tenersi stretto quello per cui si è lottato per anni.

Dall’altro la spinta per il successo, per l’avanzamento di carriera (a cui tengono anche quelli che dicono di no) e per la realizzazione professionale, la visibilità sociale e la considerazione di un ambiente di cui vogliamo sentirci a pieno titolo parte integrante.

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Nemici subdoli e insidiosi, ai quali non possiamo sacrificare l’esistenza. Pericoli tanto più incombenti quanto più ammantati da sensazioni piacevoli e da considerazione sociale. Basta poco perché il castello crolli: un passo falso, un errore di valutazione, una serie di insuccessi, un periodo storto e l’obiettivo unico su cui abbiamo puntato svanisce lasciando un forte senso di vuoto e di rimpianto.

Non esistono formule magiche, valide per tutti e in ogni momento della storia. Basta averne serena consapevolezza e mantenere una giusta dose di disincanto, con autoironia ed equilibrio. E questo vale qualunque sia il lavoro che abbiamo davanti, da quelli più tradizionali a quelli più innovativi.

E soprattutto è fondamentale non rendere il lavoro l’unica ragione della vita, ma coltivare interessi, passioni, affetti, studio.

Perché il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro.

 

COSA FARANNO UN MILIARDO DI PERSONE IN PIU’?

Siamo pronti per un futuro senza lavoro? (parte I)

Intervista a Domenico De Masi (*)
A cura di Marco Parlangeli

 

La mini-serie sul lavoro prosegue questa settimana con l’intervista a uno dei più celebri “maitres à penser” in materia di sociologia del lavoro.

Estremamente attento al progresso tecnologico e all’influenza che nel tempo ha avuto sul modo di lavorare dell’uomo, De Masi ha spesso assunto posizioni insolite, al limite della provocazione intellettuale, fra le quali quella presentata nell’ultimo saggio “Lavorare gratis lavorare tutti” (Rizzoli, 2017).

Nell’intervista che segue, abbiamo ripercorso a volo d’uccello le vicende dell’attività lavorativa dell’uomo nel corso della storia, esaminandone i riflessi sulla qualità della vita e cercando di capire dove stiamo andando.

Un regalo imperdibile per i lettori del blog, che ci accompagnerà per tre settimane durante questo mese di settembre. Le foto che corredano gli articoli sono di Ravello, incantevole località che domina la Costiera Amalfitana a cui De Masi è legato soprattutto per l’esaltante esperienza del Festiva, essendo stato Presidente della Fondazione di Ravello, organizzatrice, negli anni d’oro.

Buona lettura, dunque.

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In questa mini-serie abbiamo richiesto una serie di contributi esterni per affrontare i diversi aspetti del lavoro al tempo di Internet. In due parole, secondo te oggi si lavora di più o di meno rispetto alle altre epoche che abbiamo conosciuto, quella industriale e quella post-industriale? E si lavora meglio o peggio?

La cosa migliore è servirsi dei dati statistici.
1891: un anno importante perché viene emanata la Rerum novarum, prima enciclica sociale della Chiesa, 8 anni dopo la morte di Marx. Gli Italiani sono 30 milioni, e a causa degli orari di lavoro, che erano 10 ore al giorno per 6 giorni alla settimana, hanno lavorato 70 miliardi di ore.
Passano 100 anni, siamo al 1991. Siamo diventati 50 milioni, abbiamo lavorato 60 miliardi di ore: 10 miliardi di ore in meno, e abbiamo prodotto 13 volte di più.
Arriviamo al 2017. Siamo 60,5 milioni. Abbiamo lavorato
40 miliardi di ore, 30 in meno del 1891, e abbiamo prodotto 670 miliardi in più del 1891.
Gli esseri umani stanno imparando a produrre sempre più beni e servizi facendo ricorso a quantità sempre minori di lavoro umano.
Questo da un punto di vista macroeconomico, della Società. Ma dal punto di vista del lavoratore, visto che si lavora meno, possiamo dire che si lavora meglio? Certo che si produce di più, e questo va a vantaggio di chi il lavoro lo paga, ma dal punto di vista di chi lavora, della qualità del lavoro, si può dire che si lavora meglio?

Siccome occorre sempre meno lavoro, e quelli che vogliono lavorare sono sempre di più perché siamo più numerosi, è indispensabile prepararsi: nel 2030 saremo un miliardo in più, quindi bisogna preparare un miliardo di posti di lavoro in più rispetto ad oggi. Lavorano anche le donne (che prima non lavoravano), lavorano anche gli handicappati (che prima non lavoravano), le gravidanze sono meno numerose (meno permessi di maternità), ci si ammala molto meno (meno assenze per malattia): tutto questo comporta molto meno lavoro e molta più gente che vuole lavorare.

Di fronte a questa situazione, dal punto di vista sociologico, hai due modi reagire, idealmente contrapposti, la Germania e l’Italia. La Germania, mano a mano che vengono introdotte nuove tecnologie, ha ridotto l’orario di lavoro e si è accorta, riducendo l’orario di lavoro, che aumentava la produttività. L’Italia invece ha conservato dal 1923 40 ore di lavoro settimanali. Oggi la Germania ha in media 1400 ore di lavoro all’anno a testa con una produttività 20 volte superiore a quella italiana. L’Italia presenta invece 1800 ore all’anno (400 ore di lavoro all’anno in più pro capite). Se hai una torta e fai porzioni più grosse (400 ore in più), devi fare naturalmente meno porzioni.
La Germania ha un’occupazione del 79%, noi del 58%. Produciamo il 20% in meno e paghiamo il 20% in meno il lavoratore.
Il lavoratore italiano lavora di più, produce di meno e guadagna di meno. Sta meglio o peggio? Sta peggio, ovviamente. Non si è seguito il trend della tecnologia e della globalizzazione, si è fatto finta che la tecnologia non esistesse. Se abbiamo 100 persone in questa banca, introduciamo un computer che fa il lavoro di 10 persone, in Germania riducono a tutti l’orario del 10% e mantengono tutti occupati aumentando la produttività, in Italia licenziano 10 persone e ne tengono 90, mantenendo bassa la produttività e lavorando un numero maggiore di ore a testa.

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Da qui a lavorare gratis lavorare tutti, che è la “provocazione” del tuo libro, ce ne corre…

In quel libro mi sono posto la domanda: come si fa a ridurre l’orario di lavoro come in Germania? Dal 1° gennaio prossimo i metallurgici faranno 28 ore settimanali, contro le nostre 40. E in più si fanno 28 ore, in caso di bisogno, per assistenza familiare o per condividere i lavori domestici. Se pensi che i metallurgici sono quasi tutti maschi, questa è stata una legge di un’intelligenza straordinaria, perché induce anche i maschi a interessarsi delle attività familiari. Due vantaggi: riduci l’orario e aumenti l’occupazione e induci i maschi a interessarsi delle attività familiari.

Il problema in Italia è quindi come ridurre l’orario di lavoro. Chi è che non vuole ridurre l’orario di lavoro in Italia? Il lavoratore occupato. Il padre che lavora 10 ore di lavoro preferisce lui lavorare 10 ore al giorno e avere il figlio disoccupato, anziché lavorare 5 ore ciascuno. Il problema è quindi: come convincere i lavoratori occupati, o meglio i loro sindacati, a ridurre l’orario di lavoro.
Quando un lavoratore occupato vuole protestare, cosa fa? Sciopera, ovvero interrompe il lavoro. Se un disoccupato vuole protestare, cosa può fare? L’opposto, ovvero lavorare. Gratis, per interrompere la logica del lavoro. Per dimostrare agli occupati che bisogna ridurre l’orario di lavoro, altrimenti energie enormi restano inespresse.
Il problema enorme è la distribuzione della ricchezza, il suo addensamento. In Italia nel 2007, all’inizio della crisi, 10 famiglie avevano la ricchezza di 3 milioni di poveri; oggi, dopo 10 anni, di 6 milioni, ovvero è raddoppiata la loro ricchezza.
In questo senso la provocazione del mio libro.

Primo di tre articoli (il prossimo uscirà martedì 18/9/2018)

 

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DOMENICO DE MASI, Nato in Molise nel 1939, cresciuto in Campania e in Umbria, è oggi probabilmente il più autorevole sociologo italiano, soprattutto nel campo del lavoro. Professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove è stato preside della facoltà di Scienze della comunicazione, De Masi è autore di numerose pubblicazioni di successo e immancabile ospite di trasmissioni televisive e giornali quando si parla di lavoro.
Fra i suoi saggi più noti, “L’ozio creativo” del 2000 nel quale teorizza la valorizzazione del tempo “liberato” dal lavoro come ritorno a un’organizzazione di vita in cui, grazie al progresso, l’uomo può dedicarsi a coltivare arte, cultura, affetti e conoscenze.

Nella biografia pubblicata sul suo sito http://www.domenicodemasi.it si legge che:
si è dedicato prevalentemente allo studio e all’insegnamento.
Ha viaggiato molto ma i centri principali del suo lavoro sono stati
Milano, Sassari, Napoli e Roma.
In Brasile – dove ha la cittadinanza onoraria di Rio de Janeiro –
ha tenuto conferenze in quasi tutte le grandi città.
La sua biografia è suddivisa in paragrafi corrispondenti ai vari segmenti di vita: la famiglia e gli studi; i campi di attività; il periodo napoletano, milanese e romano; l’insegnamento a Sassari, Napoli e Roma; la scuola e poi la società S3.Studium; gli altri impegni professionali e civili; i viaggi in Brasile e in molti altri paesi del mondo; i riconoscimenti ricevuti.

FATICA O VOCAZIONE?

Ciò che le macchine possono insegnarci sul lavoro del futuro, e sul nostro modo di percepirlo

Contributo di Claudio Delli Bovi (*)

La mini-serie sul lavoro prosegue questa settimana con il contributo di un giovane informatico, brillante neo-laureato che partecipa ad uno dei più importanti progetti attualmente in corso di realizzazione in Amazon: l’applicazione dell’intelligenza artificiale.

Dopo l’intervento di Manlio Lo Presti, che vedeva in primo piano le contraddizioni e le minacce del mondo iperconnesso e digitale sul lavoro, esaminiamo l’argomento da un punto di vista totalmente diverso, quasi opposto.

Ci si aspetterebbe un elogio a tutto campo delle “sorti magnifiche e progressive” a cui Internet sta destinando il lavoro, e invece scopriamo che alla fine sarà sempre e solo l’uomo la misura di tutte le cose.

Parafrasando il Vangelo di Marco (“il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”), verrebbe da dire: “non l’uomo per Internet, ma Internet per l’uomo”.

Riusciremo a cambiare il nostro approccio al lavoro in modo da dominare la tecnologia o ne risulteremo dominati? La domanda delle cento pistole…

Buona lettura, dunque.

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Praga, 1920. Karel Čapek, scrittore ceco pressoché esordiente, racconta nel suo dramma fantascientifico R.U.R. (Rossumovi univerzální roboti, “I robot universali di Rossum”) di prodigiosi automi di natura organica, creati con lo scopo di liberare l’umanità dal lavoro.

È la prima volta nella storia in cui viene usato il termine robot, coniato dalla parola robota che in ceco vuol dire appunto “lavoro forzato”. L’idea iniziale era di utilizzare il termine laboři, che tuttavia sembrò all’autore troppo artificioso e fu poi sostituito da roboti. Per quale motivo mi soffermo così tanto su questi termini? In primis perché non sono né un economista né un sociologo, ma mi occupo piuttosto di linguaggio e automazione; soprattutto, però, lo faccio perché vorrei iniziare la mia riflessione sul lavoro nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale partendo proprio dalla sua denominazione nella lingua.
In uno splendido articolo de “L’Indiscreto” Fabio Cantile analizza il senso del lavoro sulla base della distinzione tra l’etimo latino del termine, labor (“fatica, travaglio”), da cui poi si diramano le varianti ben note di “lavoro” nelle lingue romanze (travail, trabajo, trabalho), e il vocabolo tedesco Beruf. Beruf, che probabilmente è reso al meglio in italiano da un termine come “professione”, si lega strettamente a concetti come “chiamata” e “vocazione”, e assume tutto un altro colore rispetto a Werk, parola decisamente più neutra che condivide le radici con l’inglese work. Ciò che segnala Cantile è che, nella traduzione luterana della Bibbia, Beruf è molto spesso preferito a Werk per tradurre sia “lavoro” (ergon) che “lavoro faticoso” (ponos). Senza scadere in retoriche calviniste, questa distinzione lessicale finisce per marcare una differenza netta tra il concetto di lavoro come vocazione (divina o meno) e quello, marcatamente cattolico, di lavoro come punizione per l’uomo, colpevole di fronte a Dio per aver commesso il peccato originale. Come abbiamo letto nel primo articolo di questa mini-serie, è quest’ultimo concetto a collegarsi naturalmente con quello di “lavoro come contratto sociale” che ci è tanto caro.

Farina

Con questa breve riflessione, il mio intento non è quello di ribattere alle visioni tragico-allarmiste che sembrano andare per la maggiore quando si parla di lavoro ai tempi dell’Intelligenza Artificiale; in tutta franchezza, neanche io ho mai trovato soddisfacenti le risposte del tipo “si creeranno nuovi lavori”, vere in parte ma decisamente sbrigative.

La mia tesi, se così vogliamo chiamarla, è che l’Intelligenza Artificiale ci stia piuttosto insegnando ad abbandonare il concetto di lavoro come labor e ad abbracciare quello di lavoro come Beruf. Che il nuovo millennio stia cambiando forma al lavoro, e che stia contestualmente stravolgendo i connotati alla figura del lavoratore a cui siamo abituati, è cosa nota. Tuttavia, non esaurirei la questione con la diversità di competenze richieste (che pure è un fattore importante —in questo decennio, non saper utilizzare il computer con disinvoltura si sta già pericolosamente avvicinando ad una condizione di quasi-analfabetismo).

Il lavoratore del futuro è una figura flessibile, dotata di una certa autonomia e alla ricerca continua di un percorso che massimizzi la sua crescita personale. Non solo: anche in grandi realtà aziendali, il dipendente è incoraggiato a “fare sua” la mansione che svolge (Beruf) e a “metterci la faccia” piuttosto che limitarsi a seguire pedissequamente ciò che il contratto stipulato col suo datore di lavoro mette nero su bianco. È questo il concetto di ownership che figura, anche con un ruolo abbastanza prominente, nei Principi di Leadership tanto orgogliosamente sbandierati da un’azienda come Amazon.

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Mi si potrà accusare di idealismo nel sostenere che tutti i lavori del futuro debbano diventare necessariamente “vocazioni”. In effetti si tratta di una visione, se non ingenua, certamente a lungo termine, mentre i sommovimenti al mondo del lavoro provocati dalla crescente automazione ci appaiono decisamente più vicini. La mia personale opinione a riguardo è che, mentre il lavoro come Beruf andrà affermandosi, il lavoro come labor si tramuterà (anzi, si sta già tramutando) in qualcosa di diverso prima di scomparire, legandosi indissolubilmente alla produzione di dati.

Quando si pensa al paradigma del Machine Learning (“apprendimento automatico”), tramite il quale le macchine “imparano dai propri errori” a svolgere un certo compito in maniera autonoma (senza cioè che un programmatore debba codificare esplicitamente per loro delle istruzioni da seguire), si può facilmente esserne intimoriti. Tuttavia, bisognerebbe tenere a mente che gli algoritmi di Machine Learning non generano mai conoscenza dal nulla, ma servono soltanto a farla emergere da dati raccolti o prodotti nel mondo reale, dove si presuppone che essa sia già presente in maniera latente. Un po’ come lo scultore che, secondo Michelangelo, non crea ma libera dalla pietra le figure che vi sono già imprigionate.

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Il punto è che la sorgente primaria di questi dati è, ancora e irrimediabilmente, l’uomo. In altre parole, con il Machine Learning che prende piede e permea la nostra vita quotidiana, diventa sempre più necessario produrre grandi quantità di dati in maniera sistematica, dai quali le macchine possano poi apprendere in autonomia. E, nella maggioranza dei casi, produrre e/o raccogliere dati si riduce ad un vero e proprio “lavoro di manovalanza” (labor, dunque).

Un esempio emblematico di questo fenomeno è già oggi fornito da Amazon Mechanical Turk, un servizio di crowdsourcing nato nel 2005 che coinvolge un grande numero di “intelligenze umane”, rigorosamente anonime e potenzialmente provenienti da tutto il mondo, e le coordina nel produrre dati dietro compenso, facendogli svolgere una serie di compiti molto semplici e ripetitivi (come assegnare etichette a delle foto, o scrivere le descrizioni di un prodotto). È ragionevole, e aggiungerei auspicabile, pensare che non sarà sempre così.

Nel breve e medio termine, però, disumanizzare delle mansioni che si ritengono “intelligenti” avrà ancora, paradossalmente, bisogno di un sostanziale intervento umano.
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photo_2018-08-25_08-16-23    CLAUDIO DELLI BOVI, nato a Siena, classe 1990, è un informatico specializzato nel campo dell’Intelligenza Artificiale. Ha studiato sia a Siena (Ingegneria Informatica) che a Roma (Intelligenza Artificiale e Robotica), dove ha poi conseguito un dottorato in Informatica all’università “La Sapienza”, occupandosi di varie tematiche connesse con l’Elaborazione del Linguaggio Naturale (Natural Language Processing) e la Linguistica Computazionale. Le sue pubblicazioni e attività accademiche sono raccolte qui: http://wwwusers.di.uniroma1.it/~dellibovi
Adesso Claudio è un ricercatore ad Amazon. Fa parte di un team di sviluppatori nato da pochi anni e in continua espansione, con l’obiettivo di lanciare l’assistente vocale di casa Amazon, Alexa, in vari paesi europei (incusa l’Italia).

GLOBALIZZAZIONE E LAVORO (2)

Nel mondo di Internet si lavora di più e meglio?

Abbiamo visto nel precedente articolo che una società aperta, in cui persone, beni e capitali possono liberamente circolare e spostarsi da un paese all’altro, ha più chances di crescere e svilupparsi di una società autarchica.

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Esaminiamo ora un diverso punto di vista: l’era digitale ha reso estremamente più facile commerciare e fornire servizi da un punto all’altro del pianeta, aumentando in misura esponenziale la competizione fra aziende e fra lavoratori e prestatori d’opera, soprattutto in settori tecnologicamente avanzati. Così oggi è estremamente più facile e meno costoso acquistare beni e servizi laddove sono più convenienti. La possibilità di fare confronti e scandagliare il mercato con un semplice click o un tocco dello smartphone ha demolito rendite di posizione di cui godevano produttori o commercianti per il solo fatto di essere fisicamente vicini ai clienti.

 

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La conseguenza evidente è che molte aziende piccole e legate al territorio si sono trovate in difficoltà e hanno dovuto uscire dal mercato: questo, a sua volta, ha fatto sì che i loro dipendenti si siano trovati senza lavoro. Nella misura in cui infatti questi posti di lavoro non sono stati compensati da altri che nel frattempo, e proprio grazie a Internet, si sono creati o resi disponibili, è ovvio che la disoccupazione – almeno quella tradizionale – è aumentata, spesso in modo anche preoccupante.

 

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Pensiamo ad esempio ai distretti produttivi, i cosiddetti cluster, che traggono la loro forza dal fatto di concentrare in una zona ristretta tecnologie, competenze, tradizione, network. Laddove il punto di forza di questi distretti era la possibilità di produrre a basso costo (ad esempio nel tessile a Prato), la concorrenza asiatica è stata devastante. In Cina o in India, grazie a condizioni di lavoro spesso disumane ai limiti dello schiavismo, gli stessi tessuti si potevano produrre e vendere a prezzi molto più bassi e la competizione tra i due prodotti non aveva storia. Non restava altro che riconvertire gli impianti in produzioni diverse oppure alzare bandiera bianca.

A Prato, in verità, è stata scelta un’altra soluzione: è stata “importata la Cina”, ovvero sono arrivati in massa i Cinesi che hanno rilevato le aziende, o ne hanno impiantate di nuove, applicandovi i propri criteri produttivi. Tuttavia, in generale, nel settore produttivo gran parte del lavoro è scomparso e non sempre è stato facile riciclarsi in settori diversi.

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Un altro esempio eclatante si è verificato nel settore bancario: con l’avvento della banca digitale e delle nuove tecnologie, le banche-rete territoriali, basate sul modello di business delle filiali e degli sportelli vicini al cliente, hanno perso gran parte del loro appeal in favore di quelle a tecnologia avanzata, addirittura senza sportelli. Al posto degli impiegati oggi troviamo una piattaforma informatica che rende possibile effettuare le operazioni da remoto, senza muoversi da casa e senza fare file.

Il risultato? Secondo recenti stime (fonte: First-Cisl) il numero dei bancari negli ultimi dieci anni (2008-2017) è diminuito da 340.000 a 295.000 e altri 22.000 sono già in lista-esuberi, pronti per l’esodo secondo i piani industriali già diffusi; il numero degli sportelli dal 2010 al 2017 è diminuito di 6.289 unità, con molti piccoli centri che ne sono rimasti sprovvisti.

Difficile pensare che tutte queste persone abbiano trovato o possano trovare una nuova occupazione.

Ma se è impossibile fermare il progresso tecnologico, è invece assolutamente possibile chiudere le frontiere o renderle meno penetrabili ai prodotti stranieri, come sta facendo l’Amministrazione USA sotto l’egida di Donald Trump.

 

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Nella storia l’imposizione di dazi e barriere doganali non ha mai portato vantaggi durevoli, tutt’al più qualche beneficio settoriale e limitato nel tempo. Se infatti le aziende aperte alla concorrenza degli stranieri possono essere avvantaggiate, certo ne soffrono quelle che invece esportano i propri prodotti, che si troveranno esposte a scontate misure ritorsive.

Altrettanto certo è il peggioramento dei consumatori, che saranno obbligati ad acquistare prodotti nazionali più cari o di qualità inferiore rispetto a quelli esteri.

In termini di prodotto interno lordo, è vero che crescerà il fatturato delle imprese aperte alla concorrenza, tutelate dalle misure protezionistiche, ma è altrettanto vero che probabilmente diminuirà quello delle imprese che esportano, in molti casi più efficienti in quanto in grado di competere con concorrenti stranieri.

Chiudendo inoltre le frontiere ai lavoratori immigrati, certamente il reddito che questi ultimi avrebbero percepito almeno in parte finirà nelle tasche di italiani, ma forse diminuiranno le rimesse dei lavoratori nazionali all’estero o, in generale, i consumi interni si potrebbero contrarre. Gli effetti finali in termini quantitativi dovrebbero essere valutati caso per caso e quelli in termini qualitativi sarebbero comunque sicuramente negativi: meno prodotti disponibili per i consumatori o beni di investimento per i produttori, a maggior prezzo e/o di qualità più bassa.

Opinione di chi scrive è che le misure protezionistiche abbiano una funzione politica (come nel caso di Trump: America first!) più che economica e che, comunque, possano essere mantenute per periodi di tempo limitati: quando c’è l’interesse o la convenienza generalizzata, nessuna legge o provvedimento alla lunga può arginare il corso naturale delle cose. Molto meglio attrezzarsi e gestire la nuova situazione, cercando magari di trarne vantaggio.

Questo non significa che tutto quello che va nella direzione del mercato sia buono e giusto: abbiamo già visto che in molti Paesi la competizione commerciale viene combattuta e vinta con le armi della repressione e dello sfruttamento. Sono modelli certamente non esportabili, né auspicabili in una società evoluta.

Certamente in periodi di crisi, come è accaduto negli ultimi dieci anni, la concorrenza peggiora le condizioni di lavoro, sia quelle economiche (minori salari) sia quelle generali (orari più lunghi, straordinari non riconosciuti, minori tutele sindacali). Non sempre infatti il mercato è il migliore dei mondi possibili e il giusto equilibratore come ritenevano gli economisti classici da Smith in poi e non sempre quello che è utile è anche buono: fondamento della società deve sempre essere la persona e non l’economia o la finanza.

IL LAVORO NELL’ERA DI INTERNET E POST-INDUSTRIALE

Contributo di Manlio Lo Presti (*)

Come abbiamo fatto diverse volte il passato, quando si trattano argomenti complessi o che hanno diverse chiavi di lettura, ospitiamo alcuni contributi esterni che possono aiutare il lettore a farsi un’idea più articolata e circostanziata.
Lo facciamo anche in questa mini-serie sul lavoro, con gli interventi di Manlio Lo Presti, studioso di problemi socio-economici in quanto protagonista di attività sindacale per decenni nel settore creditizio, di Claudio Delli Bovi, giovane ingegnere elettronico che lavora a uno dei progetti più interessanti e “futuribili” di Amazon; e con un’intervista a Domenico De Masi, affermato sociologo presente continuamente nei più diffusi mass-media e a lungo insegnante universitario e preside di Sociologia.
Questi contributi esterni verranno alternati con i consueti articoli del blog sia sullo stesso tema del lavoro, sia su altri argomenti dei quali usualmente ci occupiamo, dalla finanza all’economia. La mini-serie ci accompagnerà in tutto il corso dell’estate.
Cominciamo questa settimana con Manlio Lo Presti, che ci regala la sua lettura dell’evoluzione (o meglio, in questo caso, dell’involuzione) del fenomeno lavoro sul tessuto economico della nostra società.

Buona lettura, dunque.

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Il concetto di lavoro è molto cambiato nell’era di internet e post-industriale
di Manlio Lo Presti

 

In un sistema che si ispira ai principi democratici, il lavoro è la risultante dei rapporti di forza fra le parti sociali coinvolte (Governo, Organizzazioni sindacali, Organizzazione dei datori di lavoro).

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Lo Stato agisce da equilibratore affinché il confronto negoziale fra le parti appena accennate non scivoli in un conflitto sociale che possa pregiudicare la “tenuta sociale del Paese”.
I rapporti di forza sono altresì determinati dalla variabile tecnologica che ad ogni sua innovazione, spariglia le carte in tavola rendendo vano il paziente e non facile lavoro di cooperazione e di negoziazione. Gli economisti hanno chiamato questo fenomeno “progresso tecnico”: un fattore che da sempre distrugge professionalità per crearne altre.
Il progresso tecnico espande le proprie possibilità oltre i confini nazionali tradizionali, confini che cerca di eliminare per realizzare appieno la sua funzionalità a livello planetario.

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Molte volte sentiamo parlare che le nuove tecnologie producono nuovo lavoro, ma il numero degli addetti è sempre inferiore al numero di occupazioni precedentemente eliminate dai nuovi processi produttivi. Insomma, non esiste un rimpiazzo alla pari. La differenza in eccesso che fine fa dunque?
La massa di espulsi dai nuovi cicli produttivi va ad incrementare le legioni di disoccupati da crisi economica che costituiscono un problema umano rilevante ma anche una miccia per rivolte sociali, precarietà e diseguaglianza.
Tre requisiti che conducono alla fine della tenuta sociale di un sistema-Paese. Il “lavoro”, come attività economico-tecnica per la creazione e/o produzione di beni e di servizi, è un concetto piuttosto recente nella storia umana. Per le sue ricadute spesso disastrose sulle strutture sociali e sui sistemi-Paese, il progresso tecnico è un fattore di caos il cui potenziale innovativo produce vantaggi che sono inferiori ai costi umani che provoca. (http://www.bpp.it/Apulia/html/archivio/2005/III/art/R05III014.htm ).

Per le scuole economiche liberiste, il lavoro umano è uno degli strumenti della produzione. Per i datori di lavoro produttori di beni e servizi, il lavoro è soggetto ad una selezione brutale e darwiniana come quella in atto per le macchine, alla ricerca della combinazione “ottima” che crei profitto. Per la politica, il lavoro è un elemento di consenso che porta incremento elettorale. Per i sindacati, la massima occupazione allarga il numero degli iscritti e la loro contribuzione.

Per la Costituzione è fondamento della tenuta sociale e identitaria di un popolo (l’ex giudice G. Colombo aggiunse un’altra sfumatura semantica alla parola). Per il cittadino, il lavoro è il fondamento della propria autonomia economica, del riconoscimento sociale, della propria capacità di essere utile e capace di creare valore.

L’evoluzione tecnetronica, di cui internet è il punto di partenza, sta travolgendo questi differenziati punti di vista del lavoro che diventa una attività a ciclo continuo senza rispettare orari, festività, nazioni, lingue. Il lavoro sta diventando sempre più una attività orientata al cottimo, con reclutamento degli operatori sempre più in stile “caporalato” della chiamata diretta e dove il singolo non ha difese di fronte alla struttura titanica che dovrebbe assumerlo. Il futuro del lavoro- se non cambia qualcosa – è tutto qui!
Manlio Lo Presti
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MANLIO LO PRESTI, nato a Messina nel 1954, ha avuto svariate esperienze professionali. Ha lavorato in Agip Petroli per poi approdare al mondo delle banche dove ha prestato servizio per 37 anni percorrendo tutti i gradi fino ad un livello medio alto. È stato dirigente sindacale nel mondo creditizio con incarichi sempre più impegnativi e ha avuto esperienze di formazione professionale come docente, anche fuori dal perimetro creditizio. Spinto da irrefrenabile curiosità che lo fa sentire un eterno apprendista, si è interessato da sempre alle tematiche della filosofia, della storia, del pensiero economico e del pensiero politico ed è, non solo per questo, un accanito lettore in tutte le condizioni e latitudini. Ritiene che i mezzi informatici e la Rete fossero ulteriori veicoli di conoscenza e di scambio di informazioni, come pure un efficace mezzo di confronto delle proprie idee con quelle degli altri: è da tempo presente nella Rete con il sito http://www.dettiescritti.com

FARE E DISFARE E’ TUTTO UN LAVORARE

Il lavoro al tempo di Internet

Dopo aver tanto discettato di moneta e finanza, torniamo a parlare di quello che è veramente il fulcro dell’economia ed il punto centrale di tutte le analisi socio-politiche e ambientali: l’uomo. Più in particolare, ci concentreremo sull’attività più storicamente e culturalmente connaturata all’uomo, ovvero il lavoro.

 

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Difficile non pensare, per chi ha una formazione cattolica, che il concetto di lavoro nasce come punizione per l’uomo, resosi colpevole di fronte a Dio per aver commesso il peccato originale. Dal paradiso terrestre alla fabbrica e all’ufficio: questo il percorso che il genere umano ha dovuto intraprendere per aver mangiato il frutto proibito.

 

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Oggi il lavoro è considerato la base del “contratto sociale”, il complesso di regole e consuetudini che assicura la pacifica e fruttuosa convivenza di tutte le persone. In Italia, il lavoro potrebbe definirsi addirittura il fondamento costituzionale della Repubblica se si considera che l’art. 1 della Costituzione recita L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Pensare che il nostro Paese sia fondato su un’attività – il lavoro appunto – che esclude il 30 per cento dei giovani dà un’idea della precarietà e forse anche del paradosso della situazione italiana.

Il lavoro che oggi ancora faticosamente resiste è quello legato ad un mondo in via di rapida obsolescenza: attività agricola, manifatturiera o commerciale; contratti a tempo indeterminato; regole chiare; garanzia per le parti più deboli. Molto di tutto questo – formatosi nel corso della storia, fino al punto di massimo sviluppo con lo Statuto dei Lavoratori del 1970, è stato spazzato via dalla grande crisi iniziata nel 2007, ma la vera rivoluzione è stato l’avvento della società digitalizzata.

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Intere categorie di lavoro sono state di fatto cancellate dall’avvento dell’era informatica. Molti, se non tutti, dei lavori di natura ripetitiva e a basso contenuto creativo, sono scomparsi o stanno scomparendo, sia perché intere aree di business sono ormai fuori mercato, sia perché procedure e macchine automatiche sono spesso in grado di svolgere gli stessi lavori con maggiore precisione e senza lamentarsi della fatica e dell’alienazione, né lottare per i propri diritti.

Gli esempi al riguardo non mancano. Così come l’avvento dei frigoriferi decretò la fine di un nobile mestiere quale il commercio e trasporto del ghiaccio, nell’era digitale il servizio postale tradizionale, al quale venivano affidate le missive e le comunicazioni, è stato sostanzialmente sostituito dalla posta elettronica.

Inoltre, nella catena di montaggio di qualunque fabbrica, gli operai addetti a lavorazioni faticose e ripetitive sono in gran parte, e quasi ovunque, rimpiazzati da macchine automatiche.
manuf_1Allo stesso tempo, molti lavori sono stato creati, spinti dalle nuove possibilità offerte dalla tecnologia e dai nuovi bisogni che si sono affermati. Per non andare troppo lontano, proviamo a fare un esercizio di fantasia, immaginando tornare indietro alla fine del secolo scorso (neanche una generazione prima) e di dover spiegare a una persona mediamente informata quale fosse il business di giganti del mercato quali Apple, Facebook o Google. Oppure se conoscessero mestieri quali l’influencer, il facilitatore di affari o il video-designer.

In fondo, si potrebbe dire, questa è la storia di sempre per il genere umano: mestieri che scompaiono, mestieri che nascono, ricchi che diventano poveri e nuove fortune che si creano dal nulla.

In realtà questa volta è diverso: inutile chiedersi se sia migliore o peggiore, ma decisamente e irreversibilmente diverso.

Intanto perché il rapporto di sostituzione fra lavori che scompaiono e nuovi lavori non è mai 1 a 1 e, conseguentemente, si distruggono sempre molti più posti di lavoro di quanti non ne vengano creati.

Poi perché è cambiato il peso del fattore-lavoro nel sistema economico: dai tempi di Marx, secondo il quale il valore delle cose era dato dal lavoro che esse incorporavano nel processo produttivo, molta acqua è passata sotto i ponti.

Oggi i giganti del mercato borsistico mondiale e le maggiori società per fatturato hanno relativamente pochi dipendenti: per gestire il volume d’affari di soggetti quali Uber o AirB&B sono necessarie poche persone e la produttività del lavoro è stratosferica. La più grande azienda di trasporto di persone (Uber) e di ricettività locativa (AirB&B) non possiedono né un’automobile né un albergo.

I giganti di una volta (Ford, General Motors, Wallmart) avevano un esercito di dipendenti. Le maggiori aziende erano tutte fortemente labour intensive, ovvero ad alta intensità di lavoro.

Poi è stata la volta di aziende capital intensive, ovvero ad alta intensità di capitale: era il caso della grande industria manifatturiera, per quanto riguarda il capitale tecnico, ma anche dell’industria finanziaria, in termini di capitale economico.

Oggi una delle maggiori società del mondo per volume d’affari, la Apple, è nata in un garage dall’idea geniale di un visionario; ed un’altra, Facebook, in un college universitario americano dalla creatività di uno studente che voleva creare un luogo virtuale di incontro con i colleghi. lavoro_2

 

Ne consegue che i connotati del lavoro, oggi, sono ben diversi da quelli di qualche decennio fa e, ancor più, da quelli del dopoguerra quando venne scritta la nostra Carta Costituzionale.

Dunque ha ancora senso parlare oggi di una società “fondata sul lavoro”? Ed esiste ancora una classe operaia stile “Cipputi” alienata dal lavoro e sottomessa alla tirannia padronale?

A queste, e ad una serie di altre domande, cercheremo di rispondere nei prossimi articoli del blog, con l’aiuto di Manlio Lo Presti, blogger e opinionista affermato con un passato di impegno attivo nel sindacato, e di Domenico De Masi, il sociologo del lavoro più conosciuto in Italia, teorizzatore del cosiddetto “ozio creativo”.

Ci farebbe piacere che i lettori partecipassero alla discussione su questo argomento, proponendoci i loro punti di vista e le loro osservazioni, alle quali cercheremo di rispondere in modo chiaro e sintetico, perché quella del lavoro è senza dubbio la sfida del nostro futuro.

Buona lettura dunque!