Nessuno è più troppo grande per fallire: il caso Lehman Brothers

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Nei due articoli precedenti abbiamo visto quanto la grande o grandissima azienda (Amazon e Walmart, nei casi esaminati) siano invasive nei rapporti sociali ed economici tradizionali, ma anche nei confronti del potere politico.

Oggi ci occupiamo di un aspetto diverso e comunque significativo dell’era post-industriale: anche la mega impresa può fallire, non esistono più realtà too big to fail, ovvero troppo grandi per poter fallire.

 

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Fino ad una decina di anni fa, si riteneva che la grande banca o la grande impresa garantissero totale sicurezza ed affidabilità a dipendenti, fornitori, clienti, stakeholder, quasi fossero uno Stato. Chi entrava a lavorare in queste realtà aveva risolto il problema del posto di lavoro fino alla pensione e la rete di protezione che assicuravano si estendeva a molti aspetti della vita: dalla casa alla tutela della salute (con le polizze sanitarie), dall’accesso al credito e ai servizi bancari alla sistemazione dei figli.

 

Addirittura abbiamo visto come, nel caso Walmart, i dipendenti accettino di fatto di scambiare la stabilità e la sicurezza del posto di lavoro con condizioni peggiorative rispetto al passato ed inferiori a quelle praticate da altre aziende ai loro collaboratori.

 

Oggi tuttavia, specialmente nel settore bancario, la dimensione dell’impresa non è più da sola garanzia di sopravvivenza dell’azienda: dopo il fallimento del colosso statunitense Lehman Brothers, avvenuto nel settembre 2007, le cose sono decisamente cambiate.

Non ci sono più santuari intoccabili, al sicuro da tempeste e terremoti, ma spesso ci si rende conto di trovarsi davanti a veri e propri giganti dai piedi d’argilla.

La grande crisi iniziata proprio nel 2007 non ha fatto sconti a nessuno ed ora siamo tutti più deboli, comprese le grandi banche. Di certo le difficoltà dei sistemi produttivi e finanziari mondiali sono state di un’entità fino ad allora sconosciuta, ma ci si sarebbe aspettati che istituzioni ritenute il simbolo dell’affidabilità potessero resistere al terremoto limitando i danni a qualche crepa e qualche scossone.

Invece è successo il contrario: i primi sinistri boati dei mutui subprime[1] erano solo il nucleo originario della valanga globale che in breve tempo si sarebbe formata travolgendo privati, banche, istituzioni.

 

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Perché si è verificata questa situazione di fragilità di gran parte del sistema bancario? I motivi sono diversi, vediamo di sintetizzarli.

Innanzitutto ha giocato un ruolo decisivo la forte pressione per la redditività del capitale, attuata in modo da rendere le azioni delle banche sempre più appetibili per gli investitori e più apprezzate sul mercato, a tutto beneficio delle stock option detenute dai manager e delle loro elevate remunerazioni.

Affinché si realizzi un aumento della redditività del capitale impiegato ed investito dagli azionisti, vengono infatti ricercati – in modo talvolta ossessivo –  maggiori margini e significativo contenimento del capitale assorbito nel business bancario[2].  Quindi la percezione della rischiosità del portafoglio tende ad affievolirsi, a fronte di elevati margini di profitto.

Per avere un rendimento più alto, del resto, è sempre necessario aumentare il rischio: per questo si ricercano i clienti subprime, meno affidabili e quindi meno esigenti e disposti a pagare maggiori commissioni, e si mettono in piedi operazioni di finanza strutturata sempre più ardite e lontane dall’economia reale.

I requisiti minimi di capitale, definiti e controllati dalle banche centrali ed inizialmente non troppo stringenti, alle prime avvisaglie di crisi sono stati prontamente e sensibilmente aumentati, innescando così una spirale di difficoltà per la banca stessa, spesso costretta a richiedere il rientro dai fidi dei propri clienti.

Come in tutte le situazioni di “bolla”, le attività finanziarie che prima aumentavano continuamente di valore nel passaggio da un intermediario all’altro, dando vita a derivati sempre più complessi, hanno cominciato a diminuire, innescando brusche retromarce.

Gli immobili concessi in garanzia dei prestiti, messi in vendita dalle banche per recuperare i loro crediti, hanno trovato un mercato non recettivo per assenza di compratori, in quanto la crisi si è velocemente trasferita dal settore finanziario all’economia reale. E così il circolo vizioso si è alimentato, scaricando il peso delle insolvenze sulle spalle delle banche stesse.

Pochissime le banche che si sono salvate dallo tsunami: più o meno tutti i maggiori istituti, di qua e di là dall’Atlantico, hanno ricorso a massicci aumenti di capitale sul mercato o alla protezione dello Stato: anche in Europa, dove questo sarebbe formalmente vietato dalle norme dell’Unione Europea.

 

 

 

Il salvataggio di una banca da parte dello Stato, nonostante il sentiment fortemente avverso di gran parte della pubblica opinione, è un’operazione in realtà indispensabile per salvaguardare la fiducia nel sistema bancario e, in ultima analisi, l’affidabilità dello Stato stesso. Ne abbiamo parlato su questo blog in uno dei precedenti articoli.

Molte grandi banche, negli anni della grande crisi del primo decennio di questo secolo, sono state salvate dall’intervento pubblico in modo diretto o indiretto, con interventi di risorse a titolo di capitale o di prestito. In molti casi gli interventi si sono dimostrati alla fine redditizi ed hanno consentito alle pubbliche amministrazioni interventiste di recuperare i capitali impiegati, talvolta realizzando anche buoni guadagni e senza onere finale per i contribuenti.

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Nel caso di Lehman Brothers il governo USA decise invece di lasciar fallire la banca: le conseguenze di questa scelta furono enormi non solo negli Stati Uniti, ma su tutti i sistemi bancari mondiali.

Se è fallita Lehman, allora anche qualunque grande banca che si trovi in difficoltà potrà fallire. Di questo dovranno tenere conto dipendenti, azionisti, clienti delle banche, ma non solo loro.

 


[1] Si tratta di un particolare strumento finanziario, il cui mercato nel 2007 è stato il primo a crollare innescando la crisi globale. I subprime sono mutui concessi dalle banche e agenzie fondiarie alla clientela meno affidabile, sui quali venivano costruite complesse operazioni finanziarie attraverso la cessione del credito; di fronte all’insolvenza generalizzata dei debitori e al crollo dei valori degli immobili a garanzia, tutto il castello è crollato travolgendo intermediari e risparmiatori che avevano investito in quegli strumenti.

[2] Uno degli indici più seguiti dagli investitori è infatti il ROE, ovvero la redditività del capitale proprio impiegato, dato dal rapporto fra utile netto e capitale. Il suo aumento, determinato dall’aumento del reddito e/o dalla diminuzione del capitale, contribuisce ad attrarre gli investitori e far crescere il valore dell’azione.

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Capitale umano femminile nell’era digitale: un’occasione da non perdere

Per la prima volta questa settimana il blog ospita il contributo di un’amica, con la quale abbiamo condiviso uno scambio di idee su un argomento fino ad ora mai trattato qui: il rapporto fra donne e economia digitale, o meglio l’enorme spreco di risorse e di capitale umano – quello femminile – che neanche la new economy sembra riuscire a scalfire.

Il concetto è quello delle “infiltrate”, ovvero delle donne che per infrangere il “tetto di cristallo” rinunciano più o meno consapevolmente alle prerogative femminili per acquisire quelle tipicamente maschili. E così facendo tutti quanti perdiamo qualcosa.

A questo intervento seguiranno, nelle prossime due settimane, altri due contributi sullo stesso argomento da parte di due donne impegnate in campi diversi: in banca e in campo di educazione finanziaria.

Buona lettura!


 

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Nel mondo del lavoro (e non solo) esiste ancora una sostanziale disparità tra le possibilità e le energie spese e spendibili da parte di una donna e quelle da parte di un uom.

In particolare nel mondo della tecnologia: è vero che i generi hanno la possibilità di coprire gli stessi ruoli impegnando uguali energie? E vero che fin dai primi anni di età alle donne vengono proposti stessi input, stessi schemi di cultura, impegno, intelligenza? O piuttosto è vero che i condizionamenti sono già evidenti e radicati sin dalla scuola materna? Da noi il contrasto tra le possibilità dell’avvicinamento al mondo tecnologico tra una donna e un uomo è molto più subdolo, a confronto della evidenza in cui si consuma nella gran parte del resto del mondo. Una volta nelle scuole si insegnavano discipline tenute distinte e queste avevano un forte imprinting di genere. Raramente una donna si avvicinava alla matematica; nella fisica non poteva eguagliare il compagno di giochi che aveva già assorbito, per emulazione paterna, esperienza sul campo di lavoretti domestici e piccole riparazioni su automobili e motorini di casa.

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Nella storia ci sono stati mirabili esempi di donne meritevoli, ingegnose, scopritrici, eroine. Ma certamente ancora troppo pochi. Le poche che qualcuno ha definito ‘infiltrate’ (Nicola Palmarini – “Le infiltrate. Ragazze e tecnologia, stereotipi e opportunità” – Ed. EGEA 2016). Perché la donna ha dovuto omologarsi a uomo per entrare, da ‘infiltrata’ appunto, nel mondo del lavoro, per vedere riconosciuti forse gli stessi meriti? Anche qui l’uomo, o meglio l‘umanità tutta, ha forse perso un’occasione d’oro? Non bisogna essere delle infiltrate, baciate dalla fortuna, dai soldi, da un maestro presente, da una tenacia fuori dal comune, da una genialità superiore, da un genitore sensibile. Quanti geni ci siamo persi, quanto buon lavoro ci siamo giocati, quanto capitale umano (di genere femminile) andato in fumo? Perché nessuno ha mai misurato l’entità di questa perdita? Si creano algoritmi per tutto: perché non proviamo a pensare alle donne scolarizzate che non hanno raggiunto le stesse mete dei fratelli parimenti scolarizzati, come a know how e valore totalmente dispersi? Il contributo geneticamente diverso apportato dalla donna, avrebbe dovuto/potuto apportare valori diversi e in aggiunta a quelli conosciuti, che avrebbero ben potuto, nel tempo, cambiare e migliorare il profilo economico della società.

Si tratta allora di provare a riscoprire questi valori, e di vedere se e come è possibile recuperare il tempo, le risorse e le energie perdute.

 

 

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Il modo giusto, l’approccio anche solo economicamente più efficiente non può certo essere quello di appiattire e uniformare i generi: una sorta di genus laborans che poi è diventato genius… Non si possono riconoscere le differenze di genere come capitale, vero e proprio, per sviluppare una nuova economia della produzione e del lavoro? In definitiva il mondo del lavoro nei sistemi occidentali è stato creato dal genere maschile e su quella falsariga continua a crescere e a profilarsi: stesse leggi, dettami, regole. La donna in carriera deve diventare un uomo, abbandonare la propria indole materna, organizzatrice, contenitrice, perdonatrice.

Prendiamo l’e-commerce, il commercio e la tecnologia digitale. Un trading completamente diverso rispetto a quello tradizionale: si abbattono barriere di luoghi e di tempo, si viene a creare un mercato rivoluzionato e imprevedibile, per le sue applicazioni potenziali, per i suoi apporti. Qualsiasi cosa, parola, fatto appartiene al mondo, e ne fa il giro più volte in pochi secondi. Qui possono, a pieno titolo, entrare le donne: uno spazio vuoto che può essere disciplinato da regole nuove dove ci sia uno spazio per i deboli, per i piccoli, per i vecchi, per chi cresce e per chi muore, per chi vuole imparare. Spazio per idee diverse rispetto a quelle usuali: nuova comunicazione, nuovi modi di imparare. Le donne e la società si sono perse tutto questo? Si sono perse la possibilità di cambiare le leggi basate sui violenti profitti a tutti i costi? Non si tratta di inventare qualcosa di nuovo, ma di riconoscere e sfruttare il talento, la conoscenza, la capacità, il merito, la diversità a beneficio di tutti senza guardare la fotografia del proprietario. Invece ci ostiniamo a reiterare lo stesso modello: le donne pur di entrare nel mondo del lavoro hanno abbracciato una sorta di omologazione a quanto già in atto, non apportando nulla del femminile, ma anzi appiattendone il genere. Il vero dramma è che abbiamo ormai alle spalle  decine di anni di mondo tecnologico che doveva migliorarci la vita, e così non è stato. L’occasione per la svolta può essere ora, nel vuoto totale del commercio digitale: le donne possono emergere come ‘donne’ a riempire il gap che vuole il mondo diviso in due società.

Vengo da un campo in cui si studiano concetti applicabili al benessere del pianeta in termini di risorse naturali riproducibili; diversi anni fa sono state inventate una serie di leggi per valutare un progetto in termini di impatto ambientale e, una possibilità prevista, ma che viene perlopiù scartata, è l’opzione zero. Sarà la deformazione ingegneristica che considera tutto fattibile, tutto costruibile, che non può proprio accettare la NON realizzazione di un progetto; come se la stessa fosse una sconfitta per l’uomo, anziché sfida a creare di meglio o comunque  una tutela dell’umanità e delle risorse naturali. Occorre invece rivalutare l’“opzione 0”, cioè interventi di ammodernamento e messa a norma con impianti di mitigazione e interventi mirati alla risoluzione dei punti critici, senza però un ampliamento spropositato e ingiustificato, può talvolta essere la scelta vincente. Curiosamente l’opzione zero é una formula politica con cui si è indicata la volontà di raggiungere il disarmo totale. (ipotesi negoziale, proposta dal presidente statunitense R. Reagan nel 1981, in base alla quale USA e URSS avrebbero ritirato dall’Europa tutte le rispettive forze missilistiche). L’ipotesi del disarmo totale è quella che più mi affascina. Disarmiamo da una parte il femminismo ormai concettualmente vetusto e il maschilismo dominante, che con le sue rigidità apporta solamente visioni ridotte, per costruire, non un ‘mostro’, ma piccole snelle realtà. Disarmarsi vuol dire annientarsi come ipotetici antagonisti in un risparmio di energie teso verso la conoscenza.

L’uomo e la donna, secondo un best seller mondiale di qualche anno fa (“Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere” di John Gray), provengono da due pianeti diversi che non si chiamano Terra. Dunque siamo ospiti. Entrambi. Ed entrambi possiamo inventare le nuove regole del gioco. Ovviamente la scelta di Gray era basata sull’inganno di non dare per scontato l’altro/a perché viene da un altro pianeta, prova sentimenti in modo diverso e si esprime in modo diverso. Sapendo di aver davanti uno alieno/a saremmo più propensi a farci capire e a capire l’altro/a. L’inganno funziona, ha funzionato e l’inventore di questo teatro è ormai in voga da decenni.

Chiara Falletti

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Chiara è geologa, lavora all’Acquedotto del Fiora e vive a Grosseto. Di origine torinese, è cresciuta a Siena dove si è laureata, ha mosso i primi passi nel mondo del lavoro e ha messo su famiglia. Ha due bellissimi figli, Ambra e Matteo, ed è una curiosa del mondo.

 

La banca di ieri: la funzione tradizionale della banca

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Qualche settimana fa abbiamo visto come possiamo ragionevolmente aspettarci la banca del futuro.

La conclusione era che le banche che sopravvivono … sono quelle molto grandi, che possono recuperare gli enormi costi di investimento in tecnologia grazie alle economie di scala consentite dalla dimensione. Oppure quelle molto piccole, che riescono a penetrare negli anfratti di mercato e a raggiungere la clientela tradizionale, per quanto in via di estinzione, o quella che punta sul rapporto personale e sulla fiducia.

 

Questo per quanto riguarda il modello di business, ovvero il modo in cui è organizzata e distribuita l’offerta di prodotti e servizi alla clientela e la loro produzione. A ben vedere, entrambe le configurazioni, quella macro della grande e grandissima azienda, e quella micro della bottega di quartiere e di paese, sono molto distanti dall’idea e dal lavoro tradizionale della banca che abbiamo conosciuto fino a non molti anni fa.

La banca classica è quella che esercita per mestiere l’intermediazione creditizia, ovvero raccoglie denaro dai risparmiatori e lo rende produttivo prestandolo alle imprese. Nel far questo, esercita una serie di funzioni tutte quanti vitali per il buon funzionamento di un sistema economico e finanziario.

Questo è lo schema di funzionamento tradizionale della banca che abbiamo conosciuto sostanzialmente dai suoi albori (diciamo XV-XVI secolo) fino a una decina d’anni fa.

Ciò valeva grosso modo fino all’inizio del nuovo millennio, poi è successo qualcosa, o meglio, sono successe molte cose che hanno radicalmente cambiato lo scenario di riferimento e, di conseguenza, il ruolo delle aziende di credito.

In questo e nei prossimi articoli cercheremo quindi di analizzare la banca di ieri, di oggi e di domani: come funzionava e cosa faceva un’azienda di credito fino a tutto il secolo scorso, quali sono stati i cambiamenti indotti dall’evoluzione (o involuzione, secondo i punti di vista) del contesto socio-economico di riferimento, quale ragionevolmente potrà essere la banca dei prossimi anni, sempre che – come vedremo – si possa ancora chiamare banca.

 

Iniziamo dunque a parlare del modello tradizionale di azienda di credito, che tradizionalmente faceva intermediazione creditizia, in via generale consistente nella raccolta di risparmio e concessione del credito.

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La prima di queste funzioni è di agevolare, rendere fruttifero e tutelare il risparmio delle famiglie, tanto importante anche a livello sociale da assumere rilievo costituzionale (l’articolo 47 della Costituzione recita infatti:

La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.

 

Se la ricchezza si forma col risparmio, e consente condizioni di vita migliori, incoraggiare e tutelare quest’ultimo significa porre le basi per un miglioramento della società, favorendo soprattutto le classi meno abbienti. Chi già dispone di grandi ricchezze, probabilmente non ha bisogno di tutela pubblica ma è perfettamente in grado di provvedervi da solo. Questo è quindi il motivo del richiamo della legge fondamentale dello stato.

Nel raccogliere depositi, la banca svolge anche una funzione di creazione di moneta. Senza entrare troppo nei dettagli, basti pensare che al momento in cui si effettua un pagamento, ad esempio si paga per l’acquisto di un bene o un servizio, con assegno bancario, di fatto le stesse risorse danno contemporaneamente vita a due monete. Si potrebbe dire che attraverso la banca quel denaro si moltiplica per “clonazione”.

Infatti l’assegno stesso diventa moneta quando viene dato in pagamento per l’acquisto; e il denaro a suo tempo depositato dal cliente sul conto, è già moneta in circolazione quando la banca l’ha prestato a un’impresa cliente sotto forma di credito.

Questo meccanismo è regolato e dimensionato dalla riserva obbligatoria, ovvero dalla parte di depositi che la banca deve obbligatoriamente tenere in forma liquida presso la banca centrale: aumentando o diminuendo l’aliquota, ovvero la percentuale, di questa riserva, l’autorità monetaria calibra la forza con cui questo fenomeno si verifica. Per questa via, una delle tante, la stessa autorità monetaria indirizza il livello dei tassi di interesse.

 

Ma restiamo alla banca. L’altra sua funzione tradizionale è l’erogazione del credito, che consente alle imprese di farsi anticipare il denaro necessario per finanziare il loro ciclo produttivo, dato che naturalmente i ricavi si manifestano solo alla fine, quando si incassano le vendite dei prodotti. L’unica, geniale, tipologia di impresa che consegue ricavi prima di sostenere i costi è quella di assicurazione.

Quando fa credito, la banca svolge (o almeno in teoria dovrebbe svolgere) una funzione di selezione delle imprese, evitando di dare soldi a quelle non meritevoli che, non potendoli poi restituire, pregiudicherebbero la possibilità dei risparmiatori di ritirare il loro denaro quando ne hanno bisogno.

 

Questa è la tradizionale attività di intermediazione: raccogliere denaro dai risparmiatori e prestarlo agli investitori. Risparmio e investimento sono le gambe su cui cammina lo sviluppo di un paese, quanto più essi sono grandi, sicuri e fluidi, tanto più il paese cresce, si crea lavoro e ricchezza. Se il circuito in qualche punto si interrompe, il motore va in tilt e il sistema arranca.

 

Se invece il sistema funziona, il guadagno della banca,il margine di interesse, è dato in prima battuta dalla differenza fra gli interessi pagati dalle imprese che ricevono i prestiti e quelli corrisposti ai depositanti, che hanno ovviamente tassi diversi: la differenza fra i due tassi è chiamata “forbice”.

 

Le banche svolgevano più o meno bene, con diversi incidenti di percorso ma sostanzialmente in modo funzionale, quanto richiesto dall’organizzazione del sistema economico.

 

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Le banche erano, e per molti aspetti ancora sono, una particolare forma di impresa che opera a leva, ovvero strutturalmente a debito. Anzi, quanto maggiori sono i suoi debiti (i depositi dei clienti), tanto maggiore la sua importanza, in quanto può assistere imprese sempre più grandi e più numerose.

 

 

Nel prossimo articolo vedremo nel dettaglio quali sono state le ragioni di questa evoluzione, e qual è oggi lo stato dell’arte.

 

 

Gestire una fondazione grant-making

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Come abbiamo visto nel precedente articolo, la finanza di una fondazione operativa non è molto diversa, nella sostanza, da quella di un’azienda di produzione: essa deve assicurare la “benzina” necessaria a far partire e far marciare la macchina del progetto.

Per una fondazione erogativa, la cui attività si sostanzia in gestione del patrimonio, valutazione dei progetti, erogazione dei finanziamenti, le funzioni strategiche sono invece:

  • Definizione dell’asset allocation strategica, di quella tattica[1] e monitoraggio degli investimenti in modo da ottenere il maggior flusso di reddito per un dato livello di rischio;
  • Valutazione dei progetti ricevuti sia attraverso l’emissione di bandi (call for application) che con modalità diverse, in modo da garantire trasparenza delle decisioni ed efficacia nella ripartizione delle risorse fra i diversi progetti;
  • Controllo sia del rischio sul portafoglio (risk management) che sull’esecuzione dei progetti finanziati e sui risultati da questi raggiunti

 

Da questo discende che le professionalità specifiche di cui la fondazione si dovrà avvalere saranno essenzialmente quelle di gestione degli aspetti finanziari e di valutazione dei progetti e che i modelli organizzativi dovranno presentare comunque una divisione finanziaria/amministrativa, una struttura di risk management[2], una funzione di valutazione dei progetti e una di controllo operativo.

La fondazione riceve progetti da finanziare, in genere sulla base di un bando (call per application), una volta definito l’ammontare di risorse disponibili per l’attività erogativa in un determinato periodo, sulla base di redditi già conseguiti ed accertati.

Questo aspetto è decisivo: si devono erogare sempre risorse “a consuntivo” e mai “a preventivo”: il rischio è di erogare patrimonio anziché reddito. Dunque la sequenza corretta è:

gestione del patrimonio –> conseguimento del reddito –> definizione dell’importo erogabile –> scelta dei progetti da finanziare –> erogazione

Naturalmente la strategia sta a monte di questo processo, e la sua sequenza è:

identificazione dei bisogni –> definizione dei target di erogazione sulla base del patrimonio disponibile –> scelta dell’asset allocation sulla base del profilo di rischio –> gestione tattica del patrimonio

In tutto questo processo, centrale è la corretta definizione del rischio – rendimento. Infatti porsi un obiettivo di rischio troppo alto può far incorrere in perdite che possono ridurre il patrimonio, ma un obiettivo troppo basso può essere subottimale, generando redditi troppo bassi e obbligando così la fondazione a una minore attività istituzionale per l’interesse comune.

 

A ben vedere, si tratta della stessa problematica che si pone all’investitore privato, quando si trova a definire la propria asset allocation con le modalità che abbiamo visto in dettaglio.

Anche le successive fasi della gestione (asset allocation tattica, monitoraggio) assumono importanza e rilievo.

In particolare, dovrà essere costantemente verificato lo scostamento della performance (risultato effettivo della gestione) rispetto al benchmark (obiettivo di rendimento). Disallineamenti ripetuti e persistenti mettono ovviamente in crisi la strategia della fondazione e non sono accettabili, anche se non dovrebbero pregiudicare la sopravvivenza dell’ente, salvo distruzioni di patrimonio non recuperabili.

Questo é il motivo per cui, in un ente come la fondazione, non si può parlare di “appetito per il rischio”, anzi perdite patrimoniali andrebbero escluse o drasticamente limitate  in via quasi automatica, con strumenti tipo stop-loss che danno luogo a vendite immediate qualora un determinato asset scenda sotto un certo valore.

Analogamente sono da osservare tutti gli accorgimenti di normale prudenza, fra i quali la diversificazione del rischio, in termini di limitazione di concentrazione (per titoli, settori, paesi, valute, ecc.) e soprattutto l’indebitamento, tendenzialmente da evitare ove non ci siano flussi stabili in entrata.

 

 


[1] “..nella gestione dei portafogli finanziari, si distingue una asset allocation strategica da una asset allocation tattica. La prima é la combinazione delle classi di investimento (immobili, azioni, obbligazioni, valute, liquidità, derivati) che meglio consente di realizzare l’obiettivo a medio-lungo termine, il quale si esprime in termini di redditività e rischio. La seconda é quella che consente di muoversi rapidamente sul mercato in modo da sfruttare al massimo le opportunità del momento” (dall’articolo “Strategia, tattica e la lezione di Sun Tzu” pubblicato in questo blog il  12/7/2016 (https://wordpress.com/post/marcoparlangeli.com/164)

 

[2] La gestione del rischio (risk management) è il processo mediante il quale si misura o si stima il rischio e successivamente si sviluppano delle strategie per governarlo

Lo Stato famelico

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Al termine di questa mini-serie che ha come scopo quello di fornire gli strumenti più immediati per una costruzione e gestione razionali del portafoglio, non possiamo, purtroppo, fare a meno di parlare della tassazione sulle rendite finanziarie.

Prima che clicchiate sulla croce in alto a destra del vostro schermo, conoscendo quanto entusiasmo l’argomento suscita, lasciatemi dire che non farò né un trattato né un articolo tecnico, ma fornirò solo qualche sintetica notazione per poter dare, come al solito, i consigli di base.

Pertanto cercheremo di fare un riepilogo degli oneri che incombono su quell’investitore che cerca un impiego dei suoi risparmi che sia il più redditizio e sicuro possibile: lo Stato è infatti un socio famelico e ingombrante che non solo si prende, in generale, più di un quarto di tutti i proventi realizzati, ma non partecipa neanche al rischio di questa piccola ed elementare impresa. Se si guadagna, il fisco si prende il 26% e, se si perde, la perdita è tutta nostra.

Evitiamo, però, di trattare i casi particolari e limitiamoci alle situazioni più comuni. Il regime di tassazione è normalmente quello del risparmio amministrato, anche se è possibile scegliere quello della dichiarazione. Il primo è più semplice e non ci sono adempimenti particolari da fare (sono tutti a carico dell’intermediario, cioè della banca), mentre con il secondo tutti i redditi vengono riportati nella dichiarazione annuale e tassati in base all’aliquota complessiva.

Col risparmio amministrato si subisce una ritenuta a titolo d’imposta al momento in cui si percepisce il reddito. Questa è, generalmente, del 26%, fatta eccezione per i redditi derivanti da titoli di stato per i quali è del 12,50%. Ciò significa che la Pubblica Amministrazione potrà raccogliere denaro fra i risparmiatori, col quale coprire il debito pubblico, a condizioni più favorevoli rispetto agli altri emittenti

L’aliquota è, inoltre, uguale per qualunque importo di reddito: se percepiamo un dividendo da un’azione in portafoglio di 10.000 € lorde, la banca ce ne accrediterà solo 7.400, trattenendone 2.600 di ritenuta; se realizziamo un guadagno di capitale di 50.000 €, l’imposta sarà di 13.000 €, pari al 26%, e in conto vedremo solo 37.000 €. Nella dichiarazione dei redditi, invece, l’aliquota non è fissa, ma cresce al crescere del reddito, per cui, considerando che l’aliquota media è del 31,8 %, con un reddito di 10.000 € si pagherà un’imposta di 2.300 € e con un reddito di 50.000 € l’onere fiscale sarà di 15.920 €.

Mentre per redditi più alti la convenienza del regime del risparmio amministrato è evidente, basti pensare che le aliquote più elevate sono del 43% rispetto al 26% della ritenuta a titolo di imposta sulla rendita finanziaria; per i redditi minori invece si paga qualcosa in più, ma si evita di dover andare dal commercialista per la dichiarazione dei redditi.

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La ritenuta del 26%, o del 12,50% in caso di titoli di stato o similari, si applica su ogni forma di rendita finanziaria: cedola, interessi, dividendi o plusvalenza realizzata.

Per quest’ultimo caso occorre però fare qualche ulteriore precisazione. Intanto la plusvalenza, o guadagno di capitale (capital gain), è data dalla differenza fra il ricavo proveniente dalla vendita di un determinato quantitativo di titoli ed il costo di acquisto degli stessi titoli a suo tempo sostenuto. Se, ad esempio, abbiamo acquistato 10.000 azioni Unicredit a 1,8 €, spendendo per il pacchetto 18.000 € e le abbiamo rivendute a 2,2 € incassando 22.000 €, avremo realizzato un capital gain di 4.000 €, sul quale la banca applicherà una ritenuta del 26%, pari a 1.040 €. Al momento della vendita ci verranno, quindi, accreditate 20.960 €, che portano il nostro profitto netto dell’operazione a 2,960 €. Avremo così esaurito tutti i nostri adempimenti fiscali e quel guadagno non dovremo inserirlo in dichiarazione.

Se, invece, fossimo stati meno fortunati e avessimo venduto i titoli a 1,7 €, avremmo ricavato solo 17.000 a fronte dei 18.000 inizialmente spesi ed avremmo quindi subìto una perdita di capitale (capital loss) o minusvalenza di 1.000 €. In quel caso avremmo la possibilità di compensare quella perdita, ovvero di portala in detrazione dell’imponibile sulle plusvalenze successive, purché realizzate entro i 4 anni.

Quindi, nell’esempio precedente, se avessimo avuto una minusvalenza pregressa di 1.000 €, la banca avrebbe calcolato l’imposta non su 4.000 € ma su 3.000, trattenendo solo 780 € anziché i 1.040 € effettivamente pagati.

Sembra un meccanismo complicato, ma si deve considerare che il 26% corrisponde circa a un quarto del reddito e ne rappresenta una componente importante.

La compensazione, cioè la possibilità di utilizzare una perdita a deconto delle imposte dovute sulle plusvalenze successive, avviene solo nell’ambito dello stesso intermediario, ovvero della stessa banca. Per cui, se avessimo dossier titoli in due o più banche, dovremmo valutare la consistenza delle minusvalenze detraibili in ogni dossier. Se realizziamo una plusvalenza in un dossier in cui non avevamo minusvalenze pregresse accantonate, pagheremo l’intera imposta del 26% anche se in un’altra banca avessimo minusvalenze (derivanti da precedenti operazioni chiuse in perdita presso quella banca) disponibili per la compensazione.

Inoltre, se dobbiamo liquidare per necessità alcuni titoli, conviene vendere quelli in utile nei dossier dove abbiamo minusvalenze accantonate, anche se non sono quelli che in altre circostanze avremmo scelto per la vendita. Al limite potremmo ricomprarli successivamente, ma intanto avremmo “affrancato”, ovvero liberato dalle tasse, la plusvalenza realizzata fino a quel momento.

Applicando lo stesso principio, possiamo dire che generalmente conviene realizzare i capital gain fino a concorrenza delle minusvalenze accantonate, anche se pensiamo che quei titoli aumentino ancora. Vanno ovviamente considerate le commissioni che la banca ci applica per ogni operazione di acquisto o vendita e bisogna tener presente che tali commissioni concorrono rispettivamente ad aumentare il prezzo di acquisto o diminuire il ricavo netto proveniente dalla vendita. Naturalmente queste commissioni e spese concorreranno al calcolo dell’imponibile, riducendolo.

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Le banche incidono dunque in molti modi sulla redditività di un portafoglio, oltre che con le commissioni calcolate in percentuale su ogni operazione (acquisto, vendita, stacco cedole, ecc.). Inoltre fanno pagare trimestralmente una percentuale del controvalore del dossier a titolo di spese amministrative, che saranno maggiori se si tratta di un rapporto di consulenza attiva o di vera e propria gestione patrimoniale, nel quale cioè è la banca, su mandato del cliente, a compiere tutte le operazioni che ritiene necessarie.

Infine sono previsti ulteriori oneri sull’investitore: l’imposta di bollo, applicata ogni trimestre in base alla consistenza del dossier e la tassazione sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta “Tobin Tax”, che è pari allo 0,10% del controvalore di ogni operazione effettuata su titoli negoziati nei mercati regolamentati (ovvero le borse valori) ed è invece coincidente con lo 0,20% sugli altri titoli. Anche questa è una voce da considerare, soprattutto per operazioni di notevole entità quando i redditi sono bassi.

 


 

Con questo articolo termina la serie di consigli ai risparmiatori, iniziata il 13 settembre 2016 con il contributo “La scelta degli investimenti”, che aveva come obiettivo quello di fornire suggerimenti per un investimento consapevole ed efficiente. Chi avesse avuto la pazienza di seguirli e soprattutto l’accortezza di metterli in pratica, avrebbe già fatto progressi notevoli e potrebbe dormire sogni (relativamente) tranquilli.

Ci siamo occupati in questi mesi soprattutto di gestione strategica, lasciando invece le problematiche più specifiche della gestione tattica alla rubrica di pillole e Questions&Answers settimanale, che pubblicheremo a partire dal prossimo venerdì.

Ovviamente le risposte che verranno fornite alle vostre domande pubblicate sulla nostra rubrica saranno sempre relative ad argomenti di ordine generale; per gli aspetti specifici, che consentano di realizzare un programma di investimento tagliato ad arte sulle vostre esigenze specifiche, è indispensabile ricorrere alla consulenza specializzata.

 

 

 

 

 

 

 

 

Cherry Picking Pt.2: le azioni

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Terminiamo questa breve guida all’asset allocation parlando della scelta, da effettuare una volta individuata l’entità dei titoli da investire, dei titoli azionari da mettere in portafoglio. Siamo quindi nell’ambito della gestione attiva e ci confrontiamo, ancora una volta, con quella che è stata definita cherry picking ovvero la “raccolta delle ciliegie”: scegliere dal paniere di tutti i titoli presenti sul mercato i due, massimo tre, su cui puntare.

Di tutto il percorso che abbiamo fatto, questa è probabilmente la fase più rischiosa, se abbiamo deciso di non affidarci a strumenti di gestione collettiva quali i fondi azionari oppure agli ETF (di cui abbiamo discusso in precedenza: riportare link dell’articolo).

Le azioni sono infatti tradizionalmente considerate l’asset class più volatile e più instabile, forse anche oltre l’evidenza statistica, che spesso presenta invece titoli obbligazionari dall’andamento anche più ballerino. Ad ogni modo è, anche nel caso delle azioni, necessario affidarsi al supporto di consulenti esperti.

 

Il primo dato certo da cui partire è che, se abbiamo già deciso di investire in azioni, vuol dire che l’andamento previsto di questo mercato, in generale, è considerato coerente con i nostri obiettivi. Scegliere inoltre in cherry picking uno o più titoli azionari anziché affidarsi a indici o fondi vuol dire puntare su azioni che riteniamo possano avere una performance superiore a quella del settore di riferimento. Questo può avvenire per tre grandi categorie di motivi:

 

  • Perché il settore in cui quella società opera mostrerà una performance migliore degli altri settori;
  • Perché quella particolare società mostrerà una performance migliore delle altre società del suo settore;
  • Perché quella società sarà interessata da eventi specifici e peculiari che ne faranno aumentare il valore in borsa (la cosiddetta capitalizzazione di mercato o market cap).

 

 

Come si vede siamo ancora nel campo delle previsioni e quindi, a meno che non abbiamo poteri divinatori, dell’incertezza. Quello che può fare la differenza è il fatto di poter disporre di informazioni che gli altri non hanno e/o di interpretarle in modo diverso dagli altri. Questo vale in particolare per il terzo punto, dove è necessario accertare innanzitutto che la provenienza delle informazioni non sia illegittima, fatto che integrerebbe gli estremi del reato di insider trading; occorre poi verificare che tali informazioni non siano price sensitive, ovvero destinate a restare riservate, oppure in grado di influenzare il prezzo.

Bisogna fare quindi molta attenzione, ad esempio, all’amico che ci soffia nell’orecchio: “Ho saputo che quella società verrà acquisita tra poco e il suo titolo in borsa salirà molto”. Se la cosa è vera, molto probabilmente è un caso di insider trading; se invece è falsa prenderemo una sonora legnata. A maggior ragione se avessimo rapporti professionali con quella società.

 

Può però accadere che per una serie di motivi, magari per conoscenza personale della società o dei suoi manager, ci siamo fatti l’idea che in un certo periodo di tempo un particolare settore o una singola società andrà meglio di quanto prevedono gli analisti: in tal caso potremmo “scommettere” su quella società comprandone le azioni. Se la nostra intuizione è confermata dai fatti, quella società farà maggiori profitti e quindi distribuirà più dividendi oppure aumenterà il suo valore. In entrambi i casi il suo corso (prezzo di borsa) aumenterà e, di conseguenza, salirà il valore del nostro patrimonio.

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La logica è molto simile, ma non del tutto coincidente, con quella dell’asset allocation tattica: in quel caso infatti movimenteremo il portafoglio per prendere profitto da oscillazioni anche temporanee, non necessariamente collegate al valore dell’azienda. Qui invece siamo ancora dentro un ragionamento strategico ed abbiamo un orizzonte temporale più lungo.

 

 

IL TARGET PRICE

 

A parte giudizi puramente soggettivi e intuizioni personali, è sempre utile, talvolta indispensabile, acquisire le valutazioni di professionisti che per mestiere analizzano bilanci, informazioni e notizie sulle società quotate. Sono i cosiddetti “analisti”, esperti di cui le maggiori banche e società di intermediazione dispongono a vantaggio dei propri clienti e di coloro che li consigliano e guidano nell’acquisto.

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Tali valutazioni si fondano, nella maggior parte dei casi, sul meccanismo del “target price”. Sulla base dei dati di cui disponiamo, attraverso modelli e tecniche di riconosciuta validità, si calcola cioè il valore teorico dell’azienda, che normalmente coincide con il totale degli utili che si prevedono in futuro (in genere fino a 20 anni), riportandoli a oggi attraverso un procedimento matematico, detto “attualizzazione”, che passa dalla previsione dei tassi di interesse.

Una volta individuato il valore “teorico” della società e diviso per il numero delle azioni in circolazione, si confronta il valore così ottenuto (cosiddetto “prezzo target”) con il prezzo di borsa: se è superiore, si ritiene che il prezzo debba crescere, adeguandosi al suo valore. In tal caso il suggerimento dell’analista sarà buy, ovvero comprare, e la differenza in percentuale dei due valori il potenziale upside, cioè il guadagno.

Ovviamente sarà al contrario in caso di valore teorico inferiore al corso, con conseguente suggerimento sell (vendere) e potenziale downside (perdita).

 

Come si vede, gli elementi di incertezza sono molti e, soprattutto, non possono essere calcolate l’imprevedibilità e l’irrazionalità del mercato. Alla base del ragionamento c’è piuttosto l’assunto che il prezzo di borsa di un titolo debba tendere sempre al valore teorico dell’azienda. Questo però accadrebbe solamente se i mercati fossero perfetti e tutti avessero le stesse informazioni, sempre ammettendo naturalmente che le valutazioni degli analisti siano corrette e i dati su cui sono basate totalmente attendibili.

 

In realtà sappiamo che queste due condizioni non sempre si realizzano. Gli analisti infatti potrebbero avere un interesse a promuovere un certo titolo, perché magari la stessa banca per cui lavorano è esposta con quella società, anche se la normativa imporrebbe l’esistenza di una separazione totale, i cosiddetti “chinese walls” o muri cinesi, fra chi pubblica analisi destinate al mercato e chi fa il vero e proprio lavoro di banca.

Allo stesso modo l’attendibilità dei dati e dei bilanci societari non sempre si verifica, come dimostrano i purtroppo noti casi di manipolazione e falsificazione dei numeri.

 

Affrontato anche il tema della scelta dei titoli azionari, con il prossimo articolo, nel quale parleremo di fiscalità sugli investimenti e di rendite finanziarie, esauriremo questa serie di contributi finalizzati a dare strumenti ed elementi di giudizio al risparmiatore, che sia la singola famiglia o l’ente non profit, che voglia costruire un portafoglio razionale ed efficiente, evitando per quanto possibile di incorrere in perdite dovute a mancanza di informazioni o competenze.

Consigli per gli acquisti

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Abbiamo iniziato questo articolo con il famoso Carosello che conteneva la pubblicità o, come più pudicamente si sarebbe detto negli anni ‘80, i consigli per gli acquisti. In effetti scegliere un titolo da inserire in portafoglio o un soggetto cui affidare le proprie risorse è un meccanismo del tutto analogo all’acquisto di un prodotto.

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Lo dimostra il fatto che le diverse forme di investimento sono definite dalle banche “prodotti”, che si ha un “mercato finanziario” in cui le stesse vengono scambiate, che si ricorre appunto alla pubblicità per invogliare i risparmiatori a sottoscrivere un titolo anziché un altro.

I soggetti che collocano i diversi “prodotti” di investimento (azioni, obbligazioni, depositi, polizze, ecc.) appartengono a due categorie: gli intermediari, che vendono titoli emessi da altri, e gli emittenti, che vendono invece debiti propri.

Nel primo caso il guadagno è rappresentato dalle commissioni a carico dell’investitore applicate al prezzo di vendita oppure alla consistenza del dossier ovvero il rapporto col quale vengono amministrati, gestiti e custoditi tutti i titoli di un cliente, provvedendo a curarne l’acquisto, la vendita, l’incasso delle cedole e dividendi. Tipicamente appartengono a questa categoria le banche, quando trattano titoli di soggetti terzi.

Nel secondo caso, quello degli emittenti, l’interesse è rappresentato dal potersi finanziare direttamente, senza ricorrere ad intermediari e agli affidamenti bancari, consolidando il rapporto con il risparmiatore – che molto spesso è anche cliente (come nel caso dei prestiti sociali delle cooperative di consumo). Le stesse banche rientrano in questa categoria quando vendono ai clienti propri titoli di debito, come le obbligazioni o i depositi.

La prima forma di collocamento è nettamente prevalente e ha la caratteristica di proporre più soluzioni al risparmiatore in termini di tipologie di titoli ed emittenti, e di prevedere un trait d’union fra il sottoscrittore e il beneficiario del finanziamento. Non si dimentichi infatti che comprare un titolo equivale, in tutto e per tutto, a concedere un fido all’emittente: per questo dobbiamo valutarne l’affidabilità, sia pure con i pochi strumenti di cui disponiamo, e diversificare il rischio, esattamente come fanno (o dovrebbero fare) le banche quando concedono i prestiti ai loro clienti.

Inoltre, quando c’è un intermediario, il risparmiatore trova anche generalmente una forma di consulenza o supporto professionale nella scelta. Questo può essere certamente un vantaggio, ma può rappresentare anche un pericolo ogni volta che il venditore è contemporaneamente collocatore ed emittente, come ben sanno gli sfortunati sottoscrittori delle obbligazioni subordinate bancarie.

In quel caso la banca si trova in un evidente conflitto di interessi fra la la consulenza, e quindi la tutela offerte al risparmiatore e l’interesse opposto a collocare titoli che essa stessa ha emesso e che, in un diverso contest,  lo stesso risparmiatore non avrebbe probabilmente scelto.

La cautela, quindi, è d’obbligo: facciamo estrema attenzione a chi abbiamo davanti. Le banche non vanno demonizzate (lo dice uno che ci ha lavorato circa trent’anni) ma neanche seguite con fedeltà acritica e immotivata.

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COSA COMPRARE (O VENDERE) ?

Torniamo ora al caso di Lucio, il cinquantenne esodato che si è ritrovato un’eredità da investire di 100.000 €, pari a un terzo del suo intero patrimonio esistente. Negli articoli precedenti abbiamo definito la sua asset allocation strategica e individuato le operazioni da fare:

  • Tenere liquidi 50.000 € in cassa;
  • Acquistare 10.000 € di titoli di stato a breve;
  • Accendere uno o più depositi vincolati per totali 10.000 € con scadenza inferiore all’anno;
  • Acquistare 25.000 € obbligazioni a tasso fisso con scadenza inferiore a tre anni;
  • Vendere 25.000 € di titoli high yield a lunga scadenza e perpetual;
  • Investire 25.000 € in azioni;
  • Disinvestire 5.000 € dalla polizza vita in essere.

Del timing abbiamo parlato nell’articolo precedente, vediamo ora come si scelgono nel concreto i titoli da acquistare o vendere all’interno delle asset classes (categorie di strumenti finanziari) già decise.

Delle sette operazioni che abbiamo elencato, alcune sono semplici e non presentano particolari problemi: tenere il denaro in cassa, ad esempio in conti correnti a vista, bancari o postali; disinvestire parte della (o delle) polizza vita – naturalmente solo se il relativo contratto prevede liquidazioni parziali prima della scadenza -; aprire un deposito vincolato (si tratta semplicemente di valutare quale prodotto fra quelli disponibili, dato un certo livello minimo di affidabilità, rende di più).

Per le altre operazioni, sia di investimento che di disinvestimento, il ragionamento è invece più complesso.

Vediamo intanto la vendita di 25.000 € di perpetual (titoli a scadenza lunghissima) e high yield che, come abbiamo detto negli articoli precedenti, sono quelle ad alto rendimento, che rendono all’investitore più della media del mercato, e pertanto più rischiose. E’ necessario dunque esaminare i titoli che abbiamo in portafoglio per scegliere quale vendere e ovviamente la decisione sarà diversa a seconda di cosa abbiamo di fronte. Alcuni semplici ma non scontati consigli potrebbero essere:

  • Intanto vedere quale titolo ha reso di più, in modo particolare se la plusvalenza può essere fiscalmente compensata con minusvalenze subite nei 4 anni precedenti, evitando così la ritenuta del 26% (sugli aspetti fiscali torneremo in un prossimo articolo);
  • Vedere quale fra i titoli ha realizzato l’obiettivo di rendimento che ci eravamo proposti quando lo abbiamo comprato, oppure se ne esiste qualcuno che crediamo non raggiungerà mai tale obiettivo;
  • Valutare i consigli degli analisti (niente paura: ci torniamo presto) per individuare quelli più vicini al prezzo target (cioè quello che veniva indicato come obiettivo al momento dell’acquisto), o addirittura che lo hanno superato;
  • Verificare le notizie e le informazioni aggiornate sull’emittente, in modo da eliminare quegli emittenti sui quali possiamo nutrire qualche dubbio;
  • Confrontare il rendimento lordo (rapporto fra cedola e prezzo) in modo da mantenere quello che dà un interesse più elevato.

Una volta fatta la scelta, non resta che passare l’ordine alla banca e registrare il prezzo di vendita effettivo.

Buona regola, per gli investitori più attenti, è inoltre calcolare il tasso di rendimento effettivo che l’investimento ha generato. Si tratta certo di un calcolo piuttosto complesso ma per il quale, una volta impostata la formula in un comune foglio di lavoro elettronico, può essere facilmente eseguito in maniera automatica.

Al termine di questa serie di articoli forniremo inoltre qualche indicazione per seguire da vicino l’andamento del nostro portafoglio, Tenere nota di tutte le performance dei nostri titoli ci fornirà infatti, nel tempo, un importante database informativo, senz’altro affidabile a cui rifarci per gli acquisti e le valutazioni future,.

Nel prossimo articolo parleremo di come scegliere invece i titoli da acquistare, all’interno delle singole asset class individuate.

 

 

Che fare? (Implementazione dell’asset allocation strategica)

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Il passo successivo che abbiamo davanti, anche se certo meno sconvolgente di quello che secondo Vladimir Il’ič Ul’janov, meglio noto come  Lenin, avrebbe portato alla rivoluzione, è comunque sicuramente impegnativo e delicato nel piccolo mondo del nostro risparmiatore. Quello di passare dalla teoria alla pratica, e cominciare a effettuare le prime operazioni.

Ricordiamo che Lucio, il nostro eroe, è un risparmiatore cinquantenne esodato che ha ricevuto un’eredità di 100.000 €. Le sue scelte di investimento, che abbiamo discusso negli articoli precedenti, hanno definito un’asset allocation strategica che possiamo sintetizzare nella seguente tabella con i valori espressi in percentuale del totale:

cassa 20
titoli di stato a breve termine 10
depositi vincolati < 1 anno 5
obbligazioni a tasso fisso < 3 anni 10
titoli governativi e IG > 3 anni 7,5
high yield > 3 anni e perpetual 5
azioni 10
polizze vita 10
immobili 22,5

 

TOTALE 100

 

Questo assetto del portafoglio può essere definito strategico, o tendenziale, nel senso che Lucio dovrà effettuare operazioni di compravendita di titoli per far coincidere (o quanto meno assimilare) la situazione effettiva di partenza a quella sopra riportata. Fatti i conti e trasformati i numeri da percentuali in assoluti, le modifiche da fare sono risultate le seguenti:

cassa € 50.000
titoli di stato a breve termine € 10.000
depositi vincolati < 1 anno  € 20.000
obbligazioni a tasso fisso < 3 anni € 25.000
high yield > 3 anni e perpetual –          € 25.000
azioni € 25.000
polizze vita –          € 5.000

 

Come si vede, si tratta ora di effettuare le operazioni che ci consentano di allineare il nostro portafoglio alla configurazione obiettivo. In complesso si tratta di acquistare un controvalore di 80.000 € in titoli, venderne 50.000 e tenerne liquidi in cassa 50.000 in più.

Una prima considerazione è che non ci siamo comportati nel modo più immediato e semplicistico (investire i 100.000 € addizionali), ma abbiamo colto l’occasione per riflettere sul nuovo patrimonio, ben diverso da quello iniziale. A parte tutte le altre considerazioni, se eravamo soddisfatti di come avevamo investito il patrimonio precedente, ora esso è cresciuto di un terzo, ed è molto probabile che tutta l’asset allocation debba essere rivista (salvo aumentare in proporzione ogni singola asset class, operazione che porterebbe a frazionare troppo gli interventi).

A prescindere da nuove risorse disponibili, o da necessità di disinvestire, la revisione dell’asset allocation è comunque consigliabile che venga effettuata ogni 2-3 anni, periodo nel quale cambiano le situazioni esterne di mercato, la nostra situazione particolare, ma talvolta anche i sogni.

Se fino ad ora abbiamo potuto gestire le diverse fasi “un autonomia” con pochi o nessun aiuto dall’esterno, da questo momento confrontarsi con un esperto è pressoché indispensabile, salvo che non siamo diventati esperti noi stessi … magari metabolizzando i consigli di questo blog.

Se infatti acquistare 10.000 € di titoli di stato a breve termine, ridurre di 5.000 € la polizza vita o aprire un deposito vincolato a 9-12 mesi è relativamente facile (basta confrontare, oltre all’affidabilità degli emittenti, i rendimenti offerti), lo stesso non si può dire per l’acquisto di 25.000 € di obbligazioni a tasso fisso con scadenza superiore a 3 anni e 25.000 € in titoli azionari, ma neanche per la vendita di 25.000 € di high yield e perpetual.

Il primo problema che abbiamo è quando,  ovvero il timing delle operazioni, il secondo che cosa, ovvero quali titoli scegliere delle classi di asset (titoli o altri strumenti di investimento) da movimentare.

 

IL FATTORE TEMPO: LA FRETTA E’ CATTIVA CONSIGLIERA

Come in ogni aspetto dell’attività umana, il fattore tempo è determinante. La più bella e geniale idea di investimento, supponiamo un aumento del dollaro rispetto all’euro, se applicata con il timing giusto può essere molto redditizia, se applicata al momento sbagliato può essere dannosa. Se, nell’esempio del dollaro, riteniamo che da qui ai prossimi tre mesi il dollaro si debba apprezzare, compreremo titoli in dollari oggi per rivenderli a prezzo più alto dopo tre mesi. Se la nostra intuizione è giusta, faremo un bel guadagno addizionale, ma se l’apprezzamento del biglietto verde dovesse verificarsi solo fra sei mesi e nei primi tre invece ci fosse un calo, compreremmo oggi a prezzo maggiore ciò che avremmo potuto comprare fra tre mesi, quando invece avremmo voluto vendere.

Questi aspetti sono tipici della asset allocation tattica, di cui ancora non abbiamo parlato, ma il problema del timing ce lo troviamo davanti praticamente sempre.

Partiamo allora da una regola di buon senso: diamoci almeno un paio di mesi di tempo per portare a termine le operazioni previste: la fretta è in genere cattiva consigliera. Meglio se con il supporto di un esperto, studiamo il grafico dell’andamento della classe di asset (e dei singoli titoli) negli ultimi 2-3 anni.

Dobbiamo intanto vedere se si tratta di un titolo o di una tipologia di titoli particolarmente volatile (come in genere possono essere le azioni), ovvero che registra forti oscillazioni dei prezzi in tempi anche brevi: in quel caso dovremo scegliere il momento in cui il titolo è vicino al punto che possiamo ritenere il minimo in un dato intervallo di tempo. La tecnica dice che si dovrebbe comprare appena il corso inizia a risalire, ma naturalmente non è facile indovinarlo. Per titoli ad elevata volatilità è indispensabile seguire il mercato molto attentamente e farsi un’idea del valore “corretto”, che indicheremo come prezzo limite quando passiamo l’ordine.

Se invece fosse un titolo stabile, meglio guardare il movimento complessivo della classe: ad esempio tutte le obbligazioni governative con scadenza intorno a 2 anni probabilmente tenderanno a muoversi in modo omogeneo. In quel caso la scelta del timing sarà meno critica.

Per alcune operazioni (depositi vincolati a breve, titoli con scadenza entro l’anno)  basta verificare quali sono i prezzi praticati dalle nostre abituali controparti, che avremo preventivamente selezionato in base alla loro affidabilità: per queste forme di investimento si sceglierà ovviamente quella più redditizia. In genere non ci sono scostamenti significativi fra le diverse banche o società, ma talvolta qualche istituto propone degli incentivi realmente convenienti.

Sui titoli la differenza viene spesso fatta dai diversi livelli di commissioni praticati dall’intermediario, ovvero dalla banca. Poiché queste sono difficilmente esplicitate, conviene sempre chiedere o valutare prima. Si tratta di costi – specie quelli fissi per operazione – che possono incidere anche significativamente sul rendimento del titolo, specie in momenti in cui i tassi di interesse sono bassi. Per questo conviene sempre trattare con la banca per cercare di spuntare riduzioni delle commissioni.

Quelli che abbiamo descritto sopra sono aspetti che, insieme al trattamento fiscale, esamineremo nei prossimi articoli, nei quali parleremo della scelta effettiva dei titoli: come scegliere fra le moltissime opzioni che si presentano all’interno di una classe che abbiamo già individuato.