Lupus in Fabula

La scorsa settimana il nostro blog si occupò del MES (il cosiddetto Fondo salva-stati) e in particolare della possibilità – che questo prevede verificandosi alcune condizioni – di un intervento pubblico per salvare le banche in crisi. Lupus in fabula: nei giorni scorsi è scoppiato il caso della Banca Popolare di Bari, uno dei maggiori istituti creditizi del mezzogiorno, per il quale si profila un massiccio intervento pubblico.

Premesso che, come abbiamo scritto a più riprese, è assolutamente necessario per il paese evitare il fallimento di una banca, in quanto verrebbe minata la fiducia di risparmiatori e investitori con danni ben più gravi del costo del risanamento, si deve osservare che la normativa comunitaria impedisce che uno stato dell’Unione Europea intervenga direttamente in favore di imprese che operano in regime di libero mercato. Volendo tutelare la concorrenza, e assicurare parità di trattamento fra tutti i player di un determinato mercato, il sostegno da parte del soggetto pubblico configurerebbe infatti “aiuto di stato”, con conseguente distorsione della competitività.

Una banca pubblica, ovvero di proprietà dello stato, si troverebbe infatti in condizione di vantaggio rispetto alle altre banche, costrette invece a dotarsi di patrimonio adeguato reperendolo sul mercato, e dovendone sostenere il relativo costo. D’altra parte, è ben difficile che intervenga un privato rischiando  il proprio capitale in un’impresa che si è dimostrata fallimentare.

Si tratta di classico circolo vizioso: la banca in crisi va salvata per la stabilità del sistema, ma il soggetto pubblico non può intervenire perché sarebbe aiuto di stato e quello privato se ne guarda bene. Il coinvolgimento di un soggetto terzo, quale appunto il Fondo, potrebbe essere una buona soluzione, ed è per questo che va guardata con favore.

Negli Stati Uniti invece, dove non vige la disciplina comunitaria, il problema non esiste, in quanto lo stato può liberamente intervenire, purché ci sia una prospettiva di recupero dell’investimento al fine di non dissipare il denaro dei contribuenti. Così, ad esempio, Obama è potuto intervenire nella Chrysler facilitando l’accordo con Fiat, e alla fine ha consentito al suo governo di conseguire un buon profitto per l’operazione.

La crisi della Banca Popolare di Bari non è stata la prima nel sistema italiano, e non sarà l’ultima, per cui è necessario attrezzare, per il soggetto pubblico, un canone di intervento da seguire in questi casi, in attesa che il Fondo salva-stati venga compiutamente regolamentato.

Nell’era digitale, le banche di media dimensione sono sostanzialmente fuori mercato, e infatti in Italia sono di fatto scomparse nell’ultimo ventennio, (si veda, al proposito, l’articolo).

La banca rete tradizionale, quella ad alta intensità di capitale fisico e lavoro basata sulle filiali, sui direttori e sulle file alla cassa, tende a divenire obsoleta, oggi che la maggior parte dei servizi si possono acquisire online a costi contenuti e flessibilità. Occorre una base di clientela molto ampia, in grado di ammortizzare con economie di scala i notevoli investimenti richiesti, ed è per questo che nel segmento di mercato dei servizi di base e di massa (il conto corrente, il dossier titoli, i servizi di pagamento, le carte di credito) sopravviveranno solo i grandi o grandissimi istituti, in grado di offrire piattaforme digitali molto evolute a prezzi bassi.

Oppure, d’altra parte, potrà avere senso economico la piccola e piccolissima banca, in cui la vicinanza fisica al cliente, la conoscenza diretta, il rapporto personale giocano ancora un ruolo importante, anche se in netto declino, soprattutto nei confronti di clientela anziana, di piccoli imprenditori, artigiani e agricoltori che saranno – ancora per poco – disponibili a pagare costi più elevati e a rinunciare a servizi più evoluti, per mantenere questo tipo di relazione privilegiata.

Tutto quello che sta nel mezzo è destinato a sparire dal mercato, o con acquisizioni da parte di soggetti più grandi e accorpamenti con altre banche, o con le situazioni di crisi a cui sempre più spesso dovremo assistere.

Inoltre, data la nuova struttura dei modelli di business, sarà necessario sempre meno personale: si parla infatti di 50.000 esuberi nel settore bancario nei prossimi anni. Così come andranno tendenzialmente a scomparire le sedi sfarzose e gli immobili prestigiosi, che già ora sono sempre più simili a cattedrali vuote nei centri cittadini. Leggere di personale e di immobili, le banche dovranno invece essere molto più pesanti del passato in termini di capitale: mentre fino a qualche decina d’anni fa erano sufficienti requisiti patrimoniali anche del solo 5% delle attività ponderate[MCF1] , ovvero del totale dei crediti rettificato per il rischio, oggi è necessario non meno del 15-20%.

Il vero business, per chi vuole investire in questo settore, sembra essere sempre di più quello dei non performing loans (NPL), ovvero dei crediti in sofferenza, di cui parleremo nel prossimo articolo.  


Punt e MES

Coloro che sono soliti seguire con attenzione le vicende politiche, ma che magari non hanno dimestichezza con i temi economici, si sono chiesti nelle scorse settimane cosa fosse il Meccanismo europeo di stabilità (MES) e perché mai una cosa del genere, sconosciuta fino a poco tempo prima, potesse mettere in discussione gli equilibri attuali e la stessa stabilità del governo. Un po’ come successe nel 2011 quando venne fuori dal cilindro dei media lo spread.

Proviamo allora a spiegare di cosa si tratta e a cercare di capire se siano giustificati i timori dell’incombenza e della congiura dei “poteri forti” per riaffermare la natura germanocentrica dell’Unione Europea o se si tratti piuttosto di un semplice espediente della politica contrarian per mettere in difficoltà la coalizione giallorossa al potere. A nostro modesto avviso, nessuna delle due posizioni è corretta, anche se in ognuna, come sempre, c’è una parte di vero.

Vediamo innanzitutto di cosa si tratta.

Il MES, detto anche Fondo salva-stati è un’organizzazione internazionale nata come fondo finanziario europeo per la stabilità finanziaria dell’Eurozona, istituita nel 2011, all’indomani della grande crisi che a partire dal fallimento di Lehman Brothers del 2007 devastò l’economia mondiale. Il MES ha sede in Lussemburgo ed emette prestiti per assicurare sostegno ai paesi in difficoltà – sul modello del FMI, il Fondo Monetario Internazionale – e acquista titoli sul mercato primario (ovvero all’emissione) solo subordinatamente all’attivazione, da parte del paese beneficiario, di un programma di risanamento e riequilibrio.

In estrema sintesi, se uno dei paesi aderenti si trovasse a rischio default, è chiaro che avrebbe estrema difficoltà a collocare sul mercato i propri titoli del debito pubblico, che nessun investitore sarebbe disposto a sottoscrivere se non a tassi molto alti. In questo caso il MES potrebbe finanziare il paese in crisi acquistando direttamente i titoli del suo debito ed emettendo – per reperire risorse – proprie obbligazioni con rating molto elevato. Per fare questo il MES obbligherebbe lo stato in parola a definire e realizzare un programma molto rigido di risanamento, del tipo “sangue, sudore e lacrime”, come è successo nel caso della Grecia.

Si tratta, a ben vedere, di una specie di polizza assicurativa contro il rischio di fallimento di uno stato membro, nella consapevolezza che – in un sistema interconnesso come l’Europa – il crollo di uno stato provocherebbe un effetto domino su tutti gli altri, con conseguenze molto più gravi ed onerose per tutte rispetto al premio pagato (le risorse impegnate nel salvataggio).

Si tratta di un organismo tecnico in vita dal 2012, quindi da circa sette anni, e alla cui costituzione e alimentazione tutti i governi che si sono succeduti da allora hanno attivamente collaborato. Allora perché le violente polemiche di questi giorni?

Perché è in discussione una riforma delle sue modalità di funzionamento, che in sostanza consistono nella possibilità di intervenire per salvare le banche in crisi. L’accusa che viene rivolta alla Germania è quella di avere voluto proprio ora questa riforma perché teme seriamente per la sopravvivenza delle proprie banche, non solo le casse di risparmio regionali ma soprattutto i grandi colossi, in primo luogo Deutsche Bank e Commerzbank. Non solo: è stato previsto che in soccorso delle banche in crisi il MES possa intervenire solo se i conti del paese sono – guarda caso – in ordine. In questo sta la parte di vero di quanto affermato da coloro che criticano la riforma del MES: la Germania esercita veramente un ruolo egemone in Europa (e del resto nel Fondo i tedeschi sono in maggioranza, contribuendo per il 27,15%).

Va tuttavia considerato che il fondo è gestito da un consiglio di amministrazione in cui sono rappresentati tutti gli stati partecipanti in proporzione alle rispettive quote e che le decisioni di intervento devono essere approvate con l’85% dei consensi.  L’Italia, che ha il 17,7% dispone quindi di un potere di veto.

Volendo riportare la questione ai termini reali, al di fuori della propaganda e del populismo, dobbiamo dunque ribadire che è un bene che esista un meccanismo di salvataggio delle banche. Ed è un bene non solo per il paese di quella banca, ma per tutti i paesi del sistema (si veda, al proposito, il nostro articolo).

Certamente la Germania ha un interesse particolare nella riforma in discussione, ma riteniamo che si tratti di un elemento che va incontro anche ai nostri interessi.

Un altro punto della modifica del trattato istitutivo riguarda l’ipotesi di ristrutturazione del debito, ovvero la decisione di un paese di non onorare i propri impegni e procedere a una rimodulazione o parziale cancellazione del debito stesso, con forte pregiudizio di chi lo ha sottoscritto, come nel caso dell’Argentina. In questi casi il MES può intervenire ponendosi negozialmente fra lo stato in crisi e i bot-people, i sottoscrittori dei titoli pubblici divenuti tossici.

Il vero punto critico, con riguardo a quest’ultimo aspetto, è proprio la potenziale ricaduta negativa sugli investitori, che potrebbero preoccuparsi dell’eventuale ristrutturazione come se fosse un’ipotesi reale e non un rischio lontano da fronteggiare.

In conclusione, tutto il meccanismo pare proprio un aspetto molto tecnico, nel quale solo con molta fantasia si può riconoscere uno strumento al servizio dei cosiddetti poteri forti, tipo Bilderberg, e una sorta di saccheggio perpetrato ai danni dei più poveri.

I falsi miti: numero dei parlamentari

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Una vecchia ma illuminante storiella raccontava di un tale che, incontrando un amico, gli descriveva la sua paura per aver visto una macchina che procedeva contro senso nella sua corsia di autostrada. Al che l’altro, ribatteva : “Uno solo? Pensa che io stamani vedevo TUTTE le auto che andavano in senso contrario…”.

Talvolta questo è proprio quello che succede leggendo i giornali o guardando la TV: si sentono giudizi e opinioni che vengono quasi dati per scontati, implicitamente assumendo che tutti siano o debbano essere d’accordo. In realtà, se ci si ferma a riflettere, ci accorgiamo che in gran parte si tratta di falsi miti, o comunque di argomenti sui quali è ben possibile pensarla diversamente dall’opinione corrente. Capita allora di sentirsi proprio come quello della storiella che si trovava a procedere in direzione opposta a quella di tutti gli altri.

E’ il caso di due argomenti sui quali si sono recentemente spesi fiumi di parole e di inchiostro: la riduzione del numero dei parlamentari e l’ambientalismo esasperato. Proviamo a rimettere le idee in fila, naturalmente senza la pretesa di verità assoluta.

Il nuovo governo, che ha l’indiscutibile merito di aver almeno rinviato l’emarginazione del nostro paese dall’Unione Europea e la deriva sovranista, è nato con la condizione – imposta dal partito di maggioranza relativa – di ridurre il numero dei parlamentari, considerati troppi e inutilmente costosi. Così è stata votata in settimana, praticamente all’unanimità,  la legge che riduce il numero dei deputati da 630 a 315 e quello dei senatori da 400 a 200, per un totale di 345 seggi tagliati, ovvero il 36,5%. Il risparmio è stato stimato in circa 500 milioni di Euro per ogni legislatura, pari a 100 milioni all’anno.

Bene. Tutti contenti? Forse sì, ma a nostro parere non è una bella notizia. In primo luogo perché il problema della politica non è tanto quello del costo eccessivo in assoluto (su questo torniamo fra un attimo), ma della qualità del personale e del lavoro svolto.

Obiettivo di un paese serio non dovrebbe essere quello di avere una classe politica che costa poco in assoluto, ma che lavora bene, in modo illuminato ed efficiente, interpretando al meglio la volontà degli elettori e guidando il paese verso uno sviluppo sistematico e sostenibile, assicurando nel contempo equità e rispetto dei diritti. Il tutto con il vincolo che il costo sia coerente con le risorse complessive. Meglio pagare di più per un Parlamento che funziona piuttosto che risparmiare con eletti che disertano le sedute e il lavoro in commissione, che tutelano i propri interessi anziché quelli collettivi, che magari sono vulnerabili a episodi di corruzione o sono condizionati da pesanti conflitti di interesse. Un buon Parlamento può far risparmiare al paese molti più soldi di quelli che costa, attraverso un utilizzo efficiente della spesa pubblica, l’organizzazione di servizi di qualità, la realizzazione di un ambiente economico che tutela e favorisce il lavoro, l’iniziativa privata e la limitazione degli sprechi.

Recuperare 100 milioni di Euro all’anno – per un bilancio come il nostro che ha un disavanzo di 30 miliardi e un debito pubblico di quasi 2.500 miliardi – con una politica economica e fiscale intelligente non è un impresa difficile.

Un po’ come le polemiche di matrice pauperistica sui superstipendi dei manager privati: ci si indigna per i compensi pagati ai dirigenti, ma si dimentica che in un modello capitalista è perfettamente legittimo e razionale che gli azionisti decidano di pagare X milioni di euro all’anno a un capoazienda se sono convinti che con la sua opera la società potrà guadagnare 3 o 4 volte tanto. Diverso, ovviamente, il discorso per i manager pubblici, sui quali l’imposizione di tetti alla remunerazione è invece corretta, specie quando risulta difficile valutare la loro performance.

Così come una politica di solo contenimento dei costi non è mai una buona politica aziendale, se non è accompagnata, e anzi preceduta, da uno sviluppo dei ricavi e del giro di affari. Un commerciante che volesse solo risparmiare sugli acquisti, basterebbe che non acquistasse merce; ma cosa venderebbe poi ai suoi clienti? La logica dello sviluppo è l’esatto contrario, per cui anche un aumento dei costi è ampiamente giustificabile se ciò comporta un più che proporzionale incremento dei ricavi, in modo tale che il profitto comunque cresca.

C’è poi un altro aspetto non trascurabile. Se si parte dall’idea che l’attuale distribuzione dei seggi parlamentari rispetto al territorio sia corretta, un “taglio lineare” del loro numero rende necessaria un’operazione di riequilibrio distributivo, in modo da ottenere una nuova situazione soddisfacente. Se si riteneva una circoscrizione territoriale ben rappresentativa in precedenza, con il nuovo numero vanno sicuramente apportati dei correttivi per realizzare una distribuzione altrettanto rappresentativa. Se un senatore veniva eletto, ad esempio,  in un collegio di 500.000 abitanti, e oggi quel collegio – per effetto della riduzione del numero dei seggi – copre un milione di abitanti, certamente il rapporto degli eletti con la popolazione, specie quella dei piccoli centri isolati, diventa meno stretto e in qualche modo si affievolisce il legame con la politica.

Lo stesso per quanto riguarda il meccanismo elettorale, proporzionale o maggioritario. Se non si pone mano a una complessiva riforma del sistema rappresentativo, che assicuri un rapporto stretto fra eletti e elettori e, allo stesso tempo, un’efficace azione di governo, non si fa un buon servizio al paese. Ma se l’obiettivo è il puro e semplice taglio dei costi, ben difficile che si ottenga anche un miglioramento qualitativo, o quanto meno un mantenimento dello status quo.

Tutto sommato – almeno dal punto di vista del metodo – era sicuramente meglio affrontare il tema attraverso una complessiva proposta di riforma, come aveva fatto il Governo Renzi con il referendum che poi venne respinto dall’elettorato, decretando così la fine di quell’esecutivo. Si può condividere o meno quella proposta, ma allora era evidente che lo scopo non era tanto o solo quello di risparmiare, quanto quello di realizzare un diverso sistema di rappresentanza.

A ben guardare, sembra che il vero obiettivo della sbandierata riduzione del numero dei parlamentari sia quello di assecondare “la pancia” dell’elettorato, sempre diffidente e sospettosa nei confronti della politica.

 

Nel prossimo articolo parleremo di un altro grande falso mito, quello del neo-ecologismo e dell’ambientalismo estremista, affascinato dalle treccine di Greta Thunberg e dai conati anti progresso.

 

 

 

Star Wars: la guerra tecnologica e commerciale tra USA e Cina

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Così come l’era di Ronald Reagan è ricordata per la guerra degli scudi spaziali con l’ex Unione Sovietica, quella di Donald Trump verrà ricordata per la guerra commerciale, ma soprattutto tecnologica, con la Cina. In entrambi i casi si tratta di conflitti molto aspri, con ingenti impieghi di risorse finanziarie e senza (o con molto limitati) aspetti militari.

C’è tuttavia una differenza fondamentale: mentre Reagan vinse la sua guerra e riuscì a dare una spallata decisiva al regime sovietico, Trump (o il suo successore, nel caso probabile che la durata ecceda il suo mandato) è destianto a perderla. Vediamo perché.

Partiamo dalla “proposta indecente” del biondo Presidente al Celeste Impero di un paio di settimane fa: Trump ha offerto la sua disponibilità a rinunciare a un buon numero di dazi doganali in cambio della rinuncia dei cinesi alla proprietà intellettuale di una trentina di aziende tecnologiche asiatiche, come noto in quel paese di emanazione pubblica. Gli asiatici hanno respinto la proposta al mittente e il motivo è semplice: nella tecnologia quantistica e nel 5G, le vere frontiere del futuro, i cinesi sono se non anni luce certamente molto molto avanti rispetto agli americani, ed essendo i centri di ricerca concentrati in enti pubblici, i benefici in termini strategici ed economici non si fermeranno agli azionisti delle società private di telecom, ma verranno immediatamente acquisiti dallo Stato.

Senza alcuna pretesa di essere esaustivi, anche perché questo blog non è specializzato – ahimè – in scienza e tecnologia, può valere la pena spendere qualche parola sui temi accennati, chiedendo venia fin d’ora per le inevitabili semplificazioni e, forse, inesattezze[1].

La rete cellulare 5G[2], acronimo di quinta generazione, sarà 100 volte più potente dell’attuale 4G, perché consentirà la connessione “senza soluzione di continuità”, rendendo possibili attività quali le produzioni gestite totalmente da robot in movimento, le operazioni chirurgiche a distanza e la guida di automobili senza conduttore.

Questo tipo di connessione in continuo sarà resa possibile da una rete di ripetitori di dimensioni più limitate degli attuali ma molto estesa e ramificata sul territorio, in modo tale da raggiungere con segnale forte anche le località più sperdute e inaccessibili. Questo richiede però, in primo luogo, una colossale opera di infrastrutturazione del territorio che si presenta molto costosa e tecnicamente complicata.

In questo processo la Cina è molto avanti, sia per le enormi risorse che ha stanziato sul progetto, sia per le minori rigidità burocratiche e amministrative che esso comporta, e che rendono al contrario molto problematico procedere nella stessa direzione per gli Stati Uniti e per tutti i paesi occidentali. Nel mondo capitalista, infatti, i privati difficilmente possono disporre delle risorse necessarie trattandosi di una vera e propria barriera all’accesso. Inoltre, nel “nostro mondo”, si passa da una serie di steps sempre lunghi e complessi: l’asta per le frequenze radio, l’affitto di beni immobili per installarvi i ripetitori, la costruzione delle torri; mentre in Cina – dove tutto appartiene allo Stato – una volta lanciato il progetto, tutti remano nella stessa direzione.

Non solo: anche dal punto di vista della ricerca siamo molto indietro, almeno a detta degli scienziati. Un dato eclatante è quello del personale di Huawei, il gigante telecom cinese: su 190.000 dipendenti, ben 90.000 hanno un PhD, ovvero un dottorato di ricerca e tutti questi sono assegnati alla ricerca e sviluppo. Ecco allora che sulla tecnologia quantistica, l’unica in grado di superare i limiti fisici del sistema binario su cui sono basati tutti i computer che conosciamo, i cinesi sono molto più avanti di tutti.

 

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La tecnologia quantistica è infatti ingrado di superare la logica binaria, secondo la quale il bit può avere valore 0 o 1, perchè consente al qbit (l’unità di misura base nel mondo dei quanti) di avere allo stesso tempo valore 0 e 1. E inoltre i cinesi hanno stanno realizzando un microprocessore (il Kirin 990) in grado di lavorare sia in ambiente 4G che in ambiente 5G, cosa che consentirà di aggredire fin d’ora il mercato con gli smartphone del futuro, anche in attesa della necessaria infrastrutturazione di cui abbiamo parlato sopra.

Questi microprocessori di nuova generazione utilizzeranno un nuovo sistema informativo denominato Harmony OS (HOS), che sostituirà Android. E così si capisce che la misura ritorsiva di impedire a Huawei di avvalersi di forniture USA, fra le quali appunto Android, ha fatto multo rumore ma pochi danni.

Entro il corrente anno la Cina avrà più 5G di qualsiasi altro posto sul pianeta ed entro la fine dell’anno prossimo avrà 100 milioni di connessioni 5G. Con la potenza di calcolo resa possibile da questa tecnologia, i vantaggi nei settori strategici, quali l’intelligenza artificiale, l’industria aerospaziale e quella militare saranno enormi e pressoché incolmabili.

Rispetto a questo, i dazi doganali imposti da Trump sulle esportazioni asiatiche negli USA saranno alla fine poco più di una puntura di spillo, anche perché i cinesi si stanno attrezzando in modo sistematico, come loro costume, per sostiture il mercato interno (di dimensioni infinite) a quello americano.

Ecco perché è facile prevedere che la guerra commerciale in corso ha già un vincitore annunciato e che la fortuna di Trump è il fatto che non sarà ancora finita quando – fra circa un anno – scadrà il suo mandato alla Casa Bianca e si aprirà la corsa per il mandato successivo.

 


[1] Un ringraziamento particolare al dott. Paolo Panerai che nella sua prestigiosa rubrica “Orsi e Tori” di Milano Finanza del 14/9/2019 ha trattato in modo magistrale questi problemi.

[2] Argomento trattato da Stu Woo su “Wall Street Journal”, riportato integralmente nel numero di Milano Finanza del 14/9/2019.

Limiti e vincoli per i conti pubblici

IVA

 

Abbiamo detto nel precedente articolo che il deficit pubblico (la differenza fra spese e entrate dello Stato) deve essere contenuto entro il 3% del PIL (prodotto interno lordo) e che lo stock di debito non può tendenzialmente eccedere il 60% dello stesso PIL.

A parte l’entità delle percentuali, definita a suo tempo (nel 1992 a Maastricht) da tutti i paesi membri della (allora) Comunità Economica Europea sulla base di considerazioni economiche e politiche oggi forse anche superate, è innegabile che deficit e debito pubblico debbano essere contenuti entro limiti che ne consentano l’ordinata gestione in rapporto al PIL del paese.

Se prendiamo una qualunque azienda che operi nel mercato economico, la stessa non può infatti registrare continue e crescenti perdite di bilancio o aumento senza controllo del debito poiché è in primo luogo necessario che perdite e debiti siano sostenibili in relazione al fatturato dell’azienda stessa. Non esistono certamente percentuali che garantiscono automaticamente l’accettabilità dello squilibrio, ma è evidente che il volume d’affari debba poter riuscire a riequilibrare i conti in un periodo ragionevole; ed è altrettanto chiaro che le banche, per poter concedere un aumento del debito, dovranno convincersi che l’impresa affidata abbia la capacità di rimborsarlo e di pagarne i relativi interessi.

Non è diverso il caso di uno Stato sovrano: affiché i nuovi titoli del debito pubblico emessi, sia per il nuovo deficit che per rimpiazzare quelli scaduti, possano essere collocati presso gli investitori, questi ultimi devono aver fiducia nel buon andamento futuro di quel paese e devono essere ragionevolmente certi che quei titoli vengano rimborsati e gli interessi pagati. Nessun investitore affiderebbe le proprie risorse ad un’entità con i conti fuori controllo e sull’orlo del fallimento.

Possiamo discutere se il limite giusto del deficit sia il 3% del PIL e non il 4 o 5 o magari il 2% e se quello del debito sia il 60%, e non il 50 o il 70% dello stesso PIL, ma non si può dubitare che un qualche rapporto corretto fra queste grandezze ci debba essere e debba essere mantenuto nel tempo, altrimenti nessuno sottoscriverà più i titoli del debito pubblico e lo stato andrà in default, ovvero fallirà. Non è tanto l’Europa a imporre limiti alla crescita del disavanzo e dell’indebitamento, quanto la necessità di dover poi collocare i Buoni del Tesoro per reperire le risorse necessarie.

Secondo i dati OCSE relativi al primo trimestre di quest’anno, il rapporto deficit/PIL dovrebbe passare dal 2,1% del 2018 al 2,4% del 2019 al 2,9% del 2020, e quindi entro i limiti di Maastricht. Solo che questi rapporti considerano, fra le entrate, il ricavo dell’aumento dell’IVA che ammonta a 23,1 miliardi di Euro per il 2020 (passando l’imposta dall’attuale 22 al 25,2%) e a 28,7 per il 2021 (quando l’aliquota IVA dovrebbe passare dal  25,2 al 26,5%). Senza questo aumento monstre, il rapporto andrebbe al 3,3-3,4%, ed è per questo che la Commissione UE ha imposto questa misura drastica, che si applicherà in modo automatico in assenza di misure diverse.

Rispetto alle previsioni contenute nella legge di bilancio dello scorso anno, il PIL è diminuito dall’1 allo 0,1% per l’anno in corso e dall’1,1 allo 0,7% per il 2020. Ciò significa che, a parità di tutto il resto, il rapporto deficit/PIL è destinato a crescere rispetto alle previsioni, sia perché si riduce il denominatore (il PIL, appunto), sia perché – riducendosi il gettito fiscale perché con minori redditi si pagano meno tasse – aumenta il numeratore.

D’altra parte, con la nuova maggioranza di Governo, una serie di spese messe in bilancio e fortemente volute dalla precedente coalizione gialloverde “del cambiamento” possono essere ridimensionate (come l’applicazione di quota 100 per le pensioni) o evitate (come la flat tax). Inoltre la riduzione dello spread[1] di oltre un punto percentuale sui titoli del debito pubblico dovuta al maggior favore riservato dai mercati all’attuale compagine governativa rispetto comporterà un notevole risparmio sull’esborso per interessi.

Secondo alcuni analisti – ma è doveroso prendere le stime con prudenza – l’effetto combinato di questi scostamenti rispetto a quanto previsto nella legge di bilancio 2019, dovrebbe portare il rapporto tendenziale deficit/PIL dall’atteso 2,4% a circa l’1,7%, consentendo un certo margine di manovra al nuovo Ministro dell’Economia.

Se si vuole evitare l’aumento dell’IVA, occorre quindi partire dal gettito che si prevedeva per questa misura, ovvero 23,1 miliardi di Euro, oltre ai circa 4 miliardi di spese considerate “indifferibili”, per un totale di risorse da reperire intorno a 27 miliardi.

La maggior vicinanza all’Europa che questo Governo, almeno nelle intenzioni, dichiara e il suo favorevole accoglimento da parte delle istituzioni comunitarie potrebbero inoltre far ottenere una maggiore flessibilità da parte dei supervisori, in termini di un rapporto (anche se di poco) superiore al 3% e della possibilità di escludere dal computo della spesa almeno parte degli investimenti pubblici.

E’ stato calcolato che, fra il risparmio dovuto alla revisione delle politiche economiche rispetto alla maggioranza M5S-Lega (come si diceva sopra) e i maggiori margini consentiti dall’UE, ci potrebbe essere un recupero di risorse di 7/8 miliardi di Euro, parte dei quali andrebbero a finanziare misure di spesa già enunciate quali la riduzione del cuneo fiscale e il reddito minimo. Pur con tutte le cautele del caso, possiamo quindi attenderci una manovra che dovrebbe atterrare fra i 25 e i 30 miliardi di Euro, certamente molto impegnativa, ma forse più gestibile di quella paventata fino a pochi mesi fa, che partiva da 35 miliardi.

Di modesto impatto sui conti, invece, anche se di notevole effetto mediatico, la riduzione del numero dei parlamentari (che dovrebbe portare, a regime, un risparmio di circa 550 milioni all’anno) e la revisione del “Decreto Sicurezza”, per il quale le maggiori spese per l’accoglienza dei richiedenti asilo dovrebbero essere almeno in parte poste a carico dell’UE.

Del debito pubblico parleremo invece nel prossimo articolo.

 


[1] Con il termine spread si intende la differenza, sui titoli pubblici di pari scadenza, fra il tasso di interesse dei Buoni del Tesoro Poliennali dello stato italiano e quello dei Bund tedeschi. Se ad esempio il rendimento effettivo lordo dei BTp a 5 anni  è lo 0,40% e quello dei Bund sempre a 5 anni è -0,80%, lo spread  pari a 1,20%, ovvero 120 punti base, che rappresentano il maggior costo che lo stato italiano deve sostenere per la sua maggior rischiosità.

La manovra prossima ventura

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Come sempre, il vero banco di prova del nuovo Governo sarà la manovra economica. Neanche il tempo di accendere i motori, che la macchina giallorossa dovrà destreggiarsi fra gli ostacoli del bilancio e dei vincoli dell’Unione Europea. Il calendario è impietoso: entro il 27 settembre dovrà essere approvato il DEF (Documento di Economia e Finanza) per il 2020 ed entro il 15 ottobre presentata la Legge di Bilancio, sempre per il 2020, da emanare entro la fine dell’anno.

Nel primo vengono riepilogati gli obiettivi di lungo periodo e tutte le misure di politica economica e finanziaria decise dal Governo; con la seconda (detta anche Legge di Stabilità, in precedenza Legge Finanziaria) l’esecutivo ha la facoltà di introdurre innovazioni normative in materia di entrate e di spesa, fissando anche il conseguente tetto dell’indebitamento dello Stato per l’anno successivo.

In relazione ad esso, la Costituzione prevede all’art. 81 comma secondo che lo stesso ricorso all’indebitamento sia consentito esclusivamente previa autorizzazione delle Camere a maggioranza assoluta dei componenti.

Nella legge finanziaria devono essere specificati, fra l’altro: il saldo netto da finanziare, ovvero il disavanzo pubblico tra spese e entrate finali e il saldo del ricorso al mercato, ossia il deficit complessivo da coprire mediante prestiti.

Naturalmente la vita di un organismo, sia esso lo Stato, una società, un ente, non si ferma quando cambiano gli amministratori: ci sono vincoli pregressi, impegni di spesa, trascinamenti che costituiscono altrettante ipoteche sulla nuova gestione e da cui non si può prescindere. E nel caso dell’Italia, paese cronicamente afflitto da debolezza finanziaria e squilibrio dei conti pubblici, il nuovo Governo già si trova a dover coprire i “buchi” del passato e rispettare i parametri comunitari.

Questi vincoli vennero istituiti con il Trattato di Maastricht, oggi Trattato sull’Unione Europea sottoscritto anche dall’Italia il 7 febbraio 1992. Alcuni di questi obiettivi riguardano la finanza pubblica, noti appunto come parametri di Maastricht, ribaditi successivamente nel patto di stabilità e crescita e ulteriormente ridefiniti nel patto di bilancio europeo (fiscal compact):

 

  • il 3% per il rapporto fra disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e prodotto interno lordo (PIL);
  • il 60% del rapporto fra debito pubblico e PIL (può non essere soddisfatto, a condizione però che il valore si riduca in misura significativa e si avvicini alla soglia indicata con ritmo adeguato);
  • il tasso medio di inflazione che non può superare di oltre 1,5 punti percentuali quello dei tre Stati membri che, durante l’anno precedente a quello in esame, hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi;
  • il tasso d’interesse nominale a lungo termine che non deve eccedere di oltre 2 punti percentuali quello dei tre Stati membri che hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi.

 

A parte gli ultimi due, che riflettono l’epoca in cui vennero introdotti e che possiamo considerare non più attuali o rilevanti (l’inflazione è ormai stabilmente inferiore rispetto agli anni 90 e i tassi di interesse vengono guidati dalla Banca Centrale Europea), il vero parametro difficile da rispettare è il primo, sul quale si giocano quasi sempre le compatibilità finanziarie dei Governi.

Si tratta, come abbiamo detto, del rapporto fra deficit pubblico (differenza fra le spese e le entrate dello Stato) e prodotto interno lordo (totale dei redditi conseguiti nell’anno all’interno del territorio nazionale). Non entriamo nel dettaglio e nelle diverse configurazioni di deficit (primario, tendenziale, ecc.), ma cerchiamo di comprendere il significato dei termini e il “razionale” del vincolo. Così come non vorremmo entrare nel turbine dei numeri e delle cifre, ma dare un’idea del compito che attende il nuovo Governo.

Il deficit o disavanzo è l’eccedenza, nell’anno di riferimento (che è quello successivo all’approvazione della legge), delle spese pubbliche rispetto alle entrate. Le prime riguardano gli stipendi pagati ai dipendenti pubblici e gli esborsi per ogni tipo di acquisto di beni, siano essi di consumo o di investimento, e servizi a vario titolo. Le seconde sono rappresentate in primo luogo da imposte e tasse riscosse (il cosiddetto gettito fiscale) e da ogni altra forma di introito. Questa differenza va ovviamente coperta, ovvero devono essere reperiti mezzi finanziari che consentano di fronteggiare le spese in eccedenza sulle entrate, altrimenti lo Stato non potrebbe pagare gli stipendi pubblici o gli acquisti. Ciò viene fatto, normalmente, con il ricorso al debito, ovvero con l’emissione di titoli del debito pubblico (BOT, CCT, BTP) con il cui ricavato si provvede a coprire il fabbisogno.

Spesso si confonde il deficit col debito, ma dalle definizioni date sopra la differenza è evidente: il deficit è un flusso (riferito a un periodo, in questo caso l’anno); il debito è uno stock (riferito a un momento, in questo caso la fine dell’anno). Il debito si incrementa ogni anno per effetto del nuovo deficit e si riduce con i rimborsi dei titoli giunti a scadenza; naturalmente esso genera interessi passivi che vanno a incrementare le spese e quindi concorrono a generare nuovo deficit. Quanto maggiore è il tasso di interesse pagato sui titoli pubblici, tanto maggiore sarà quindi la pressione sui conti pubblici.

Nel prossimo articolo cercheremo di capire perchè è importante che il deficit sia mantenuto entro limiti ragionevoli rispetto al PIL e perché il debito pubblico non può crescere all’infinito, oltre a dare un’idea dell’entità della prossima, ormai imminente, manovra economica.

Conti e Bis-Conti

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Non è possibile prevedere se l’avvocato degli Italiani riuscirà nell’impresa di creare una nuova e finora inedita coalizione con il Partito Democratico, né tanto meno quale sarà l’assetto e il programma dell’esecutivo. Gli elementi di perplessità certo non mancano, a partire dalla capacità di tenuta di un accordo fra forze politiche apparse molto distanti, quasi inconciliabili sui temi più importanti e dalla figura stessa del premier, fino a ieri garante del governo del cambiamento, a forte trazione leghista: una volta si sarebbe detto, non senza diffidenza, “uomo per tutte le stagioni”.

Tuttavia si deve ritenere che, nell’interesse del paese ma anche per ragionevolezza istituzionale, sia giusto concedere alla nuova compagine la possibilità di provarci e di essere valutata sui fatti e non sulle intenzioni.

In primo luogo, a parte le boutade polemiche delle forze di opposizione, non è affatto vero che si tratti di un governo-truffa o illegittimo, perché da noi le elezioni legislative si fanno ogni 5 anni e se c’è una possibilità di evitare lo scioglimento anticipato delle Camere, è giusto e anzi doveroso che il Presidente della Repubblica la persegua con convinzione, come del resto hanno sempre fatto i Capi di Stato nella storia del nostro paese.

E’ probabilmente vero che, se si votasse oggi, il risultato sarebbe diverso da quello dello scorso anno, dopo la prova fallimentare dell’attuale governo. Ma questo accade sempre: dopo un anno, è difficile che nessuno cambi idea, sia fra gli elettori sia fra gli eletti, e se dovessimo ogni volta tornare alle urne, sarebbe un sondaggio permanente con la conseguente impossibilità di governare. Per questo la nostra Costituzione prevede meccanismi di tutela e salvaguardia della legislatura, perlopiù affidati al Presidente della Repubblica.

Né abbiamo un sistema in cui il Governo è eletto direttamente dai cittadini, i quali invece votano per i rappresentanti in Parlamento, che poi votano o meno la fiducia ai Governi proposti.

Quindi, ammesso (e non concesso) che Conte riesca a formare un nuovo esecutivo con il Partito Democratico, si tratterebbe di un Governo non solo formalmente ma anche sostanzialmente del tutto legittimo e con obiettivo di durata pari a fine legislatura.

In ogni caso, proviamo a individuare quali potrebbero essere i punti qualificanti di un Governo davvero nuovo, che sia il Conte bis, un’altra opzione che potrebbe uscire dal cilindro di Mattarella o quello conseguente a eventuali nuove elezioni. Alla fine, quello che conta sono le cose da fare e non le persone o gli schieramenti.

Del discorso di accettazione dell’incarico da parte di Giuseppe Conte, due aspetti sono particolarmente condivisibili: il primario richiamo all’istruzione e la riaffermazione del vincolo di appartenenza all’Unione Europea. Se a questi due temi aggiungiamo la necessità di promuovere un vasto e importante programma di investimenti pubblici, si delinea un programma di governo già impegnativo, concreto e positivo. Inutile spendere parole su concetti reboanti e di alto profilo ma difficilmente realizzabili nell’orizzonte temporale della legislatura, come siamo abituati a sentire in tutte le occasioni del passato.

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Parlare di equità fiscale, di riduzione delle tasse, di lotta all’evasione, di giustizia sociale e così via, può senz’altro incontrare favore e condivisione ma inevitabilmente espone al rischio di fallimento e all’impossibilità di valutare l’operato dell’esecutivo nell’arco di tre anni. Molto meglio un sano pragmatismo, pochi indirizzi strategici ma chiari e con steps intermedi misurabili e realizzabili nell’ambito dei vincoli di bilancio presenti.

Tre grandi temi: istruzione, Europa e investimenti pubblici. Declinazione di obiettivi qualitativi e quantitativi e dei tempi e modalità di conseguimento. Poche cose ma chiare e realizzabili, anziché la solita cortina fumogena su grandi questioni che richiederebbero un’affinità di ideali e una comunanza di vedute e background culturali che non esistono fra le forze in campo. Non esistono fra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle come non esistevano fra quest’ultimo e la Lega di Salvini.

Sarebbe un ottimo Governo quello che riuscisse a fare qualche piccolo ma significativo passo avanti in materia di scuola, inegrazione europea e qualificazione della spesa pubblica, oltre alla gestione, oggettivamente problematica dei vincoli di bilancio, che rappresenta sicuramente il tavolo più impegnativo nell’agenda della prossima coalizione governativa, qualunque essa sia. Tre questioni che

darebbero impulso allo sviluppo del reddito, sarebbero ampiamente compatibili con le risorse a disposizione, andrebbero finalmente incontro alle generazioni future e consoliderebbero la nostra posizione nel contesto dell’Unione Europea, senza la quale non andiamo da nessuna parte.

Non dimentichiamo che dovranno essere reperiti almeno 30 miliardi di Euro con la manovra economica per il 2020, solo per rispettare gli impegni presi: 24 per evitare l’aumento dell’IVA, 3 per il fabbisogno corrente e altri 3 per bilanciare l’eccessivo ottimismo delle previsioni in materia di PIL e gettito fiscale fatte lo scorso anno, nonché i mancati introiti dalle privatizzazioni messe in bilancio ma non realizzate.

A meno che non si voglia (come sarebbe auspicabile) tornare indietro su almeno alcune delle misure populiste del precedente Governo, quali il reddito di cittadinanza – improbabile perché fortemente voluta proprio dal partito di maggioranza – quota 100 e flat tax, peraltro ancora solo abbozzate.

 

Non solo TAV

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La recente vicenda della TAV, incentrata sull’opportunità o meno di realizzare la rete ferroviaria ad alta velocità nel tratto Torino – Lione, è stata una delle cause della caduta del “governo del cambiamento” in Italia ed ha da tempo assunto un rilievo importante del dibattito politico nazionale, condizionata anche dalla vivace e a tratti violenta protesta degli ambientalisti.

Questi ultimi, sostenuti dal partito di maggioranza relativa della coalizione governativa, si oppongono alla realizzazione dell’infrastruttura che, a loro avviso, danneggerebbe in modo irreversibile l’ecosistema della Val di Susa. I favorevoli, fra i quali l’altro partito al potere, ritengono invece che si tratti di un’opera che migliora le comunicazioni del paese, inserendolo nel circuito che collega in modo rapido ed efficiente le maggiori e più sviluppate aree europee; ed è inoltre un modo per rilanciare gli investimenti pubblici e, per questa via, la crescita economica.

Il governo, dopo aver commissionato un’indagine costi-benefici sul progetto (dalla quale emergeva peraltro la non convenienza a procedere nell’opera), ha ritenuto che sarebbero stati maggiori i costi per abbandonare il progetto – già avviato da tempo – che non quelli per completarlo e si è schierato per il sì nel Consiglio dei Ministri che ha preceduto la crisi di governo.

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A parte la questione specifica della TAV, che ha avuto fra l’altro il merito di contribuire a porre fine alla sconclusionata e dannosa coalizione al potere, quello che colpisce nella vicenda è l’errato approccio di metodo al problema degli investimenti pubblici. Se avessimo basato in passato le valutazioni di questo tipo solo ai risultati di analisi costi-benefici, oggi saremmo un paese ancora più arretrato e senza infrastrutture. Non ci sarebbe stato il miracolo economico degli anni Sessanta, non avremmo una rete autostradale né un sistema di trasporti e comunicazioni, né aeroporti e neanche ospedali o scuole. Sarebbero stati realizzati solo i progetti di investimento profittevoli, e questo avrebbero potuto benissimo farlo i privati, senza necessità di far intervenire lo Stato.

Se l’obiettivo fosse quello di risparmiare risorse pubbliche, basterebbe non fare niente per raggiungerlo. Se l’obiettivo fosse quello di conseguire il profitto, si dovrebbero imporre canoni di concessione e tariffe talmente elevati da poter coprire tutti i costi dell’opera pubblica, ma questo renderebbe non economico utilizzarla e certamente il paese non crescerebbe mai.

Che ci debba essere attenzione alla spesa, senza sprechi e ricercando la massima efficacia nell’utilizzo delle risorse, è fuor di dubbio. Come pure è altrettanto certo che debbano essere valutati i benefici economici diretti di ogni opera pubblica e il periodo di tempo entro il quale il costo dell’investimento verrà recuperato (il cosiddetto break-even point), se non altro per avere un’idea dell’effetto dell’opera sui conti pubblici. Ma escludere a priori la realizzazione di infrastrutture sulla base di un mero ragionamento contabile è un errore di metodo che rivela la totale mancanza di visione strategica e di un’idea di sviluppo.

C’è un interessante ramo della macroeconomia definito “economia del benessere”, teorizzato da grandi studiosi del passato quali Walras e Pareto e reso sistematico nel trattato “The economics of welfare” dall’inglese Arthur Cecil Pigou nel 1932, che si occupa fra l’altro di valutazioni orientate alle politiche pubbliche per stimarne gli effetti sul benessere della collettività[1].

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Quando si valutano le politiche economiche è necessario tenere conto anche degli effetti indiretti sul benessere della collettività, le cosiddette esternalità[2], che possono essere positive o negative e che non si prestano per loro natura a misurazioni esatte.

Classico esempio di esternalità negativa è quello di uno stabilimento industriale che diffonde nell’ambiente rumori o odori molesti che, non avendo alcun costo per l’azienda, tuttavia provocano negatività e peggioramento complessivo del benessere nella collettività. Se questi costi fossero misurabili, e addebitabili in qualche modo all’azienda, le valutazioni di convenienza dello stabilimento sarebbero drasticamente diverse.

Lo stesso, al contrario, nel caso di esternalità positive, come quelle di cui ci occupiamo in questo articolo. Possiamo fare, a questo proposito, l’esempio del tunnel di Moena. Questa splendida cittadina alpina era attraversata dalla strada statale dolomitica che intasava il delicato equilibrio del centro storico passando proprio in mezzo alla piazza principale. Qualche anno fa è stato costruito un tunnel che ha deviato tutto il traffico dal centro, liberando così la città dall’assedio delle auto. Il tunnel (scavato all’interno della montagna) è stato sicuramente molto costoso anche se non molto lungo, ed è indubitabile che il benessere dei cittadini e dei turisti è molto migliorato.

Siccome è gratuito, se la realizzazione fosse stata sottoposta all’esame costi-benefici certamente non sarebbe mai stato fatto.  Eppure l’economia della comunità certamente ne ha avuto un impatto positivo, ancorché non misurabile: in primo luogo i lavori per il tunnel, con gli investimenti necessari e i salari pagati, hanno incrementato il Pil della zona. Ma soprattutto i turisti vengono più volentieri, spendono di più, si fermano più a lungo nei tavolini di bar e ristoranti della piazza, non più immersi negli scarichi inquinanti, ma liberi per godersi con calma il paesaggio.

Identiche considerazioni potremmo fare per quasi tutte le opere di infrastrutturazione di un paese, in cui è necessario che la politica vera, quella che ha a cuore le condizioni di vita e lo sviluppo delle comunità, non ragioni in modo ottusamente ragionieristico, ma si faccia carico di progetti a lungo termine che migliorino il benessere delle generazioni attuali e soprattutto di quelle future.

 


[1] Dal sito dell’Enciclopedia Treccani:    www.treccani.it/enciclopedia/economia-del-benessere/

[2] In economia, gli effetti (detti anche effetti esterni o economia esterna) che l’attività di un’unità economica (individuo, impresa ecc.) esercita, al di fuori delle transazioni di mercato, sulla produzione o sul benessere di altre unità, cfr: http://www.treccani.it/enciclopedia/esternalita/

IL FISCO CATTIVO

Prepariamoci per l’aumento dell’IVA e la patrimoniale in autunno

Verrebbe da dire: hai voluto la bicicletta? Ora pedala!

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A meno di un’improbabile caduta del governo nei prossimi mesi, e nonostante le smentite del premier e dei vice, in autunno dovremo preparaci a una legge di bilancio che consenta alle esauste casse dello Stato di reperire almeno 35 miliardi di euro aggiuntivi. Sarà quindi una finanziaria di entità molto simile a quelle epiche di Monti ed Amato.

Le misure cardine, per consentire il finanziamento di reddito di cittadinanza, quota 100 per le pensioni e flat tax (1) – tutte misure contenute nel “contratto di governo” sottoscritte dall’attuale coalizione – sono sostanzialmente due: l’aumento dell’IVA, pressoché certo, e l’introduzione di una patrimoniale, ritenuta molto probabile.

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L’aumento dell’IVA è già stato deciso: quella ordinaria passerà dall’attuale 22 al 25,2% nel 2020 e al 26,5% nel 2021, quella agevolata dal 10 al 13%, a meno che non si riescano a trovare 23 miliardi di Euro per l’anno prossimo e 29 per quello successivo.

Sulla patrimoniale, il discorso è più complesso perché, trattandosi di un’imposta non presente nel nostro ordinamento, e molto probabilmente anticostituzionale, non è noto il meccanismo di imposizione, né tanto meno il possibile gettito. Si può però fare riferimento agli altri paesi dell’Unione Europea, in realtà pochi, in cui tale forma di imposizione è in vigore, pur con modalità diverse. In effetti, mentre nel 1990 i paesi che avevano una patrimoniale erano 12, oggi sono solo tre: Francia, Spagna e Norvegia.

I dati sul gettito nei tre paesi non sono facilmente reperibili. L’unico che sembra avere qualche attendibilità (2) è quello relativo alla Francia che, dopo i correttivi introdotti da Sarkozy, dovrebbe essere intorno ai 4 miliardi all’anno, un importo ben lontano dal fabbisogno da coprire. In Francia l’imposta fu introdotta da Mitterrand nel 1982, poi abolita e successivamente reintrodotta da Chirac, e finalmente ridimensionata dal precedente capo di Stato, che ne portò il limite minimo di imposizione da 800.000 a 1.300.000 € e introdusse un massimale del 50% del reddito familiare fra questa e l’imposta sul reddito.

Le due misure paventate, aumento dell’IVA e patrimoniale, sono destinate a incidere molto, e molto negativamente, sulla nostra vita e per questo – pur consapevoli che i temi fiscali sono piuttosto noiosi – può essere interessante spenderci qualche riflessione. A beneficio dei nostri lettori meno esperti, riteniamo utile anche, nei prossimi articoli, spiegare le basi degli aspetti tributari del nostro sistema.

Per ora restiamo al tema della prossima finanziaria e al salasso in arrivo.

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Sull’aumento dell’IVA, niente da dire. Aumenterà l’inflazione, i consumatori spenderanno di più, ma alla fine è il corrispettivo per le agevolazioni che si vogliono introdurre: il famoso reddito di cittadinanza, la quota 100 per le pensioni e la flat tax. Si tratta di una misura redistributiva, trasferendo risorse da alcuni settori a quelli che beneficeranno delle nuove misure. La politica è questo: fare delle scelte, e votando in grande maggioranza per i giallo-verdi, che sul tema erano stati chiari nei loro programmi elettorali, gli italiani hanno deciso di appoggiarli. La conferma, almeno per il principale partito di governo (la Lega di Salvini), è arrivata forte e chiara con le elezioni europee.

Ovviamente nel programma elettorale non si parlava di aumento dell’IVA, ma alla prova dei fatti le risorse vanno trovate. Il rapporto deficit-PIL , già superiore al 3% in partenza, è destinato a peggiorare per effetto del reddito minore delle previsioni; la spesa pubblica è incomprimibile, anzi soggetta a consistenti aumenti. Il governo del cambiamento ci ha detto che le risorse mancanti si sarebbero reperite con la lotta all’evasione fiscale. Bello, ma forse già sentito anche in passato.

Quello che veramente non quadra è la patrimoniale.

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La nostra costituzione obbliga tutti “a contribuire alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, che si riferisce a nostro avviso chiaramente al reddito. Chi non ha reddito, non può avere capacità contributiva anche se è dotato di un ingente patrimonio. Per pagare le imposte sul patrimonio dovrebbe infatti venderne una parte ed impoverirsi. Non è in discussione che si debbano pagare le tasse sul reddito del suo patrimonio, ad esempio sugli interessi dei titoli oppure sugli affitti dell’immobile. Ma se il patrimonio non produce alcun reddito, non c’è capacità contributiva.

In Italia c’è un precedente (odiato) di imposta sul patrimonio conclamata: quella sul 6 per mille introdotta dal Governo Amato nel 1992 sulle giacenze di conto corrente. E poi c’è quello di un’imposta patrimoniale “mascherata”, ovvero l’I.S.I. (imposta straordinaria sugli immobili), poi trasformata in I.C.I. e infine in I.M.U. L’imposta è presentata come basata sul reddito in quanto la metodologia di calcolo parte dalla rendita fondiaria, una misura virtuale di quanto si può ricavare dal proprio immobile, anche se lo si abita direttamente o lo si tiene libero a disposizione.

Come si misura il patrimonio? E che aliquota fissare? Se uno ha debiti, vengono detratti? Oppure è un onere sulle “attività” e non sul patrimonio? Le domande sono molte e a queste non ci sono ancora risposte plausibili. Sicuramente non ci sarà un dibattito, come sarebbe necessario quando si stravolgono le regole di base del nostro ordinamento, ovvero la Costituzione, e una bella mattina ci sveglieremo tutti più tassati e più poveri.

 

(1) Per flat tax, o “tassa piatta”, si intende un’aliquota unica per tutte le imposte sul reddito, modificando l’attuale sistema di progressività, secondo il quale l’aliquota (ovvero la percentuale di reddito da pagare come imposta) cresce al crescere dello scaglione di reddito. Sul concetto torneremo più avanti
(2) Stefano Cingolani, “I venti della patrimoniale”, Il Foglio 11/5/2019

L’Europa in cerca di leader

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Su una cosa europeisti e sovranisti si trovano d’accordo: non esistono oggi nel vecchio continente leader capaci di prendersi sulle spalle i destini dell’Europa. Il declino della lunga parabola politica di Angela Merkel apre un vuoto che nessuno sembra al momento in grado di colmare. Anche se la cancelliera ha sempre privilegiato e anteposto gli interessi nazionali a quelli europei, è innegabile che – forte anche di un consenso che ora comincia a scricchiolare – ha sempre avuto quel carisma e quella statura che le hanno consentito di dialogare da pari a pari con i grandi della terra, in primo luogo Stati Uniti, Russia e Cina.

Dopo le grandi speranze riposte in Emmanuel Macron, che aveva messo l’Europa al centro del programma politico del suo movimento En marche, la Francia sta gradualmente piombando in una fase di pericolosa incertezza, sotto i colpi dei cosiddetti “gilets jaunes”. La Spagna invece sta cercando di risollevarsi da una crisi economica lunga e sfiancante, come pure la Grecia, dove almeno Tsipras ha mostrato doti di visione strategica per certi versi sorprendenti. Sull’Italia, meglio sorvolare.

Ma quello che veramente colpisce, in questo panorama desolante, è l’insipienza della classe dirigente britannica. La perfida Albione ha espresso una serie incredibile di leader incapaci e spesso dannosi, non solo per l’Europa ma spesso anche per gli stessi sudditi di Sua Maestà. L’ultimo a cui si possa riconoscere almeno un minimo di visione strategica è stato Tony Blair, dopo di che il vuoto assoluto.

Eppure i motivi per criticare Blair nella sua azione di Governo non sono mancati, a partire dall’invasione dell’Iraq nel 2003 e prima ancora da quella dell’Afghanistan nel 2001. Verrebbe da pensare a quel baritono che, dopo un sonoro fiasco, disse alla platea: “Fischiate me? Vedrete il tenore…”.

Tony Blair ha servito il Regno Unito come Primo Ministro per 10 anni, dal 1997 al 2007, sulle ali di un successo storico per il suo partito, il Labour Party, che ottenne in quel periodo la più ampia vittoria elettorale della sua storia. Del suo successore, Gordon Brown, premier fino al 2010, si ricorda solo la sconfitta elettorale che lo ha cancellato – con pochi rimpianti – dalla scena politica, e ha consegnato il paese al partito dei Tories, sia pure in coalizione con i liberal democratici.

Il periodo successivo, fino al 2016, è quello in cui ha governato David Cameron, leader conservatore che può legittimamente aspirare al primato di peggior premier britannico. In ambito di politica estera, si ricorda (in joint-venture con Sarkozy, altro politico fallimentare) l’invasione militare della Libia del 2011, che viene considerata alla base della nascita e dello sviluppo dell’Isis, e una delle principali cause della recrudescenza del terrorismo islamico, che da allora ha infestato il mondo occidentale con una serie impressionante di attentati.

Ma il vero capolavoro di Cameron è stato il referendum sull’adesione permanente del Regno Unito alla UE, ad esito del quale il nostro si è dovuto dimettere, cessando almeno di fare danni al suo paese e all’Europa. La scelta di indire un referendum era originata dalla necessità di mantenere il consenso all’interno del suo partito, una specie di scambio con l’ala più radicale dei Tories.

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Il partito è stato completamente disgregato, ma soprattutto con quella decisione è iniziato un percorso che, a tre anni di distanza, è ancora ben lontano dal potersi definire concluso. La cosiddetta “Brexit” è ormai il tormentone di questi anni: Theresa May, da circa due anni al timone, non può essere accusata di scarso impegno nel tentare di districare la matassa, ma certamente non possiede la statura politica e l’esperienza necessarie.

Per ben due volte la May ha portato in Parlamento una bozza di accordo per l’uscita dall’Unione negoziato con Bruxelles, e per ben due volte è stata respinta con perdite. La soluzione più gettonata sembra ora essere quella del rinvio, proprio mentre si stanno preparando le elezioni europee forse più tormentate. Si sta facendo strada anche l’ipotesi di un nuovo referendum, perché è ormai chiaro che il voto del 2016 venne dato senza avere un’idea di cosa avrebbe voluto dire “uscire dall’Europa”, a parte il costo ingente che i sudditi di Sua Maestà sapevano di dover comunque sostenere.

Nel frattempo i mercati risentono ovviamente dell’instabilità sia della sterlina che degli strumenti finanziari negoziati a Londra. Molte banche stanno trasferendo la sede continentale da Londra a altre piazze europee ed ovviamente le agenzie comunitarie hanno già fatto i bagagli, portandosi dietro flussi di spesa non indifferenti.

Sia chiaro: Londra è il più antico mercato finanziario del mondo e, così come si è sviluppato nel corso dei secoli in modo autonomo, certamente riuscirà a sopravvivere ed anzi a trovare nuove opportunità di crescita. Così come la forza lavoro comunitaria potrà nel tempo essere sostituita da nuove leve extra-europee.

Solo non si capisce a chi tutto questo abbia giovato: non agli inglesi, non al resto dell’Europa, meno che mai ai mercati. L’impressione è che si tratti di un colossale errore di strategia politica e di valutazione da parte di David Cameron.

Un leader e uno statista deve non tanto interpretare e farsi portavoce degli umori prevalenti nel popolo, quanto essere in grado di indirizzare il consenso verso le soluzioni più idonee agli effettivi interessi del Paese, anche se possono sembrare impopolari o difficili da far capire.

Seguire “la pancia” del paese può essere elettoralmente conveniente (e nel caso di Cameron neppure questo), ma alla lunga penalizzante. Il vero problema, non solo della Gran Bretagna ma di tutta l’Europa, è il meccanismo di selezione della classe dirigente, oggi chiaramente fallimentare. Come dire che il problema non sta nell’istituzione europea, ma nel manico.

Ma di questo torneremo a parlare nei prossimi articoli.