AVVISO AI NAVIGANTI – Non ci indurre in tentazione

La tentazione di mollare le àncore e a riprendere la navigazione in mare aperto è obiettivamente molto forte.

Un’altra settimana di relativa calma sui mercati, con prezzi ben intonati, liquidità abbondante e spread addirittura in calo; mentre i multipli delle azioni nazionali sono ancora tutto sommato convenienti.

Sembrerebbe la situazione ideale per tornare ad investire a pieno regime.

Tuttavia il Nostromo non si fida, e continua a raccomandare prudenza. Se proprio vogliamo uscire, meglio rientrare in rada la sera e mantenere le scorte abbondanti.

Mordete il freno e restate liquidi.

IL NOSTROMO

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Il migliore dei mondi possibili

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Si può discutere se, parafrasando il filosofo tedesco del XVIII secolo Gottfried Wilhelm von Leibniz, un sistema economico in crescita sia sempre e comunque “il migliore dei mondi possibili”. Oppure se il PIL (il prodotto interno lordo) sia sempre e comunque una misura del benessere, ricordando la nota affermazione di Robert Kennedy secondo la quale il PIL  “misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Certo è comunque che quando il prodotto di una nazione cresce, anche la sua ricchezza aumenta; se c’è più produzione e più reddito, sicuramente aumentano le risorse a disposizione e il lavoro. Per questo il test più usato per valutare l’efficienza di un governo o il successo di un’amministrazione è proprio il PIL: se questo cresce da un anno all’altro, è opinione comune che quel governo abbia fatto un buon lavoro, se diminuisce che non abbia invece avuto successo.

Ad esempio, in tutti i giudizi sull’amministrazione Trump negli Stati Uniti viene riconosciuto che è stata artefice di una formidabile crescita dell’economia, una delle più prolungate e consistenti degli ultimi decenni. Poi magari si può discutere se sia un bene che l’America si sia progressivamente isolata, che abbia messo in discussione rapporti storici e consolidati come quelli con l’Europa, che abbia fermato il processo di distensione con la Cina e di apertura dei commerci internazionali, che abbia innalzato muri all’immigrazione, che abbia favorito il riemergere di tensioni interne e spinte conservatrici quando non reazionarie.

Ma non si può non riconoscere che la ricchezza complessiva sia aumentata e che la disoccupazione sia praticamente scomparsa. Naturalmente si tratta di indicatori statistici, per cui – accanto a categorie di produttori che hanno visto crescere i propri profitti – ci sono stati anche ampi settori che hanno subito le conseguenze delle scelte politiche dell’amministrazione Trump, come ad esempio i produttori di soia che hanno visto crollare i prezzi del loro prodotto perché si sono bloccati i flussi commerciali con la Cina, maggior importatore mondiale.

E’ interessante allora chiedersi quali sono state le leve che hanno permesso questo boom economico, e in generale cosa può fare un governo per stimolare l’economia.

La risposta è, allo stesso tempo, semplice da descrivere e difficile da attuare. Semplice da descrivere perché si tratta dei tradizionali strumenti di politica economica a cui un governo può ricorrere per far crescere il sistema, ovvero la politica fiscale e la politica monetaria.

Difficile da attuare, perché ogni misura che venga utilizzata, come ogni farmaco, ha una serie di controindicazioni ed effetti collaterali che possono renderla inefficace o, addirittura, renderla controproducente. Ed è per questo che, ad esempio, in Italia è estremamente complicato far crescere il sistema con le stesse modalità.

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I fattori di successo dell’amministrazione Trump sono sostanzialmente: una politica fiscale generosa, caratterizzata da consistenti riduzioni di tasse e forti investimenti pubblici e aumento di spesa statale; e una politica monetaria espansiva, con molta liquidità immessa nel sistema e tassi tenuti molto contenuti.

In estrema sintesi, il reddito è composto dalla domanda per beni di consumo, proveniente dalle famiglie, e da quella per beni di investimento, proveniente dalle imprese e dalla pubblica amministrazione. I consumi crescono se aumenta il reddito disponibile, e questo succede se si riducono le tasse; gli investimenti crescono se diminuiscono i tassi di interesse (perché diventa più conveniente finanziare l’innovazione o aumentare le scorte) e se c’è un programma di spesa pubblica che si traduce in maggiori risorse disponibili sul mercato.

In America tutte queste leve sono state attivate con successo, in Italia nessuna di esse può essere introdotta senza effetti negativi, a parte la politica monetaria che però viene stabilita dalla Banca Centrale Europea a Francoforte. E qui solo la presenza forte di un Presidente come Mario Draghi ha consentito di mantenere a lungo un’impostazione espansiva, nonostante la netta opposizione tedesca storicamente contraria al contenimento dei tassi di interesse. La Germania, che non ha problemi di crescita economica in quanto il suo sistema produttivo è strutturalmente forte, teme il risorgere di un’inflazione che i bassi tassi di interesse potrebbero favorire e che in passato ha destabilizzato la nazione: basti pensare alla Repubblica di Weimar e alla mostruosa inflazione che minò alle basi il sistema e spalancò la porta alla deriva nazista.

Il meccanismo della politica monetaria espansiva è quello, in sintesi, dell’aumento della liquidità attraverso l’immissione sul mercato di massicce quantità di moneta. Questa avviene attraverso l’acquisto di titoli da parte della banca centrale. Essendo così abbondante il denaro in mano agli operatori, estremizzando il concetto, i prezzi delle attività finanziarie tendono a salire, per la nota legge della domanda e dell’offerta. Se il prezzo delle obbligazioni aumenta, i tassi automaticamente diminuiscono.

 

Se, per semplicità, prendiamo in esame le obbligazioni a tasso fisso, un aumento del loro prezzo comporta infatti una corrispondente diminuzione del rendimento effettivo. Un Treasury bond a 10 anni da 100 $ che ha una cedola annuale di 2,5, è quotato 100 quando il tasso di interesse è del 2,5%. Ma se il suo prezzo sale a 105, restando la cedola sempre invariata a 2,5 $, il suo tasso di rendimento effettivo diventa il 2,38%.

Con l’enorme mole di acquisti fatti dalle banche centrali europea e americana, anche se ci fosse un tendenza di mercato a far aumentare i tassi, questa verrebbe contrastata ed i tassi non aumentano. E’ esattamente quello che è successo in dicembre quando la Federal Reserve, la banca centrale americana, ha dichiarato che avrebbe fatto cessare il programma di politica monetaria espansiva (denominato Quantitative Easing, ovvero “facilitazione monetaria”) e i mercati sono crollati, obbligando la stessa Fed a correggere il tiro poche settimane dopo, annunciando in pratica: “scusate, ci siamo sbagliati” e rinviando al futuro il ridimensionamento dell’intervento.

Proseguiremo ad occuparci dell’argomento nei prossimi articoli.

AVVISO AI NAVIGANTI – Timeo Danaos et dona ferentes

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Laocoonte, inascoltato come tutti i profeti di sventura, ammoniva i Troiani a non introdurre il cavallo e li metteva in guardia dai Greci “anche quando portano i doni”.

Più modestamente, il vostro Nostromo vi consiglia di non farvi tentare dai regali che i mercati ci dispensano con impennate, prezzi ancora ragionevoli e abbondanza di liquidità. Siamo in estate, i volumi sono modesti e il contesto macroeconomico è tutt’altro che rassicurante, specie per l’Italia.

Tuttavia, chi volesse fare qualche rapida incursione, dovrà scegliere comunque oggetti di valore, che nel listino non mancano: Unicredit, Fincantieri, Avio, Technogym, Moncler, Danieli, Brembo. Nel lungo termine daranno soddisfazioni, ma qualche scivolata è da mettere in conto: attenti solo a non farvi troppo male.

Per il momento, meglio essere prudenti.

IL NOSTROMO

AVVISO AI NAVIGANTI: Prepariamoci ad andare di bolina

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Il vento può cambiare da un momento all’altro, e non mancano segnali che potrebbero preludere ad una ripresa a pieno ritmo di questa tribolata navigazione.

Per ora però il nostromo suggerisce una navigazione di bolina, con frequenti bordi per risalire la direzione contraria del vento. Con prudenza e pronti a riparare in porto, se dovesse mettersi al brutto.

Se il vento cambia a favore, potremmo invece finalmente navigare di nuovo col vento in poppa.

Estote parati.

IL NOSTROMO

AVVISO AI NAVIGANTI – Navigare a vista

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I richiami delle sirene sono forti, la liquidità è molta e i fondi sono tutti sotto investiti. Le autorità monetarie invitano alla fiducia, e Super Mario ha replicato, quasi in articulo mortis (visto che la scadenza del suo incarico è ormai prossima), la versione 2019 del “whatever it takes”. 

Tutto davvero molto bello, anche i mercati sembrano tenere, almeno per questo scorcio d’anno. Addirittura lo spread galleggia, pur in prossimità dell’annunciata procedura di infrazione UE.

Tuttavia il Nostromo invita alla prudenza: meglio stare sotto costa, navigare a vista e tenersi le scorte per i tempi difficili, o magari anche per qualche incursione “piratesca” quando ce ne saranno le condizioni.

 

IL NOSTROMO

 

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AVVISO AI NAVIGANTI – Il calabrone della finanza

Secondo alcuni autorevoli testi di tecnica aeronautica, il calabrone non può volare a causa della forma e del peso del proprio corpo, in rapporto alla superficie alare. Ma il calabrone non lo sa e perciò continua a volare.

A parte la presunta falsità del paradosso del calabrone, il Nostromo vede nei mercati di oggi una situazione analoga. Con i conti pubblici fuori controllo, il governo diviso e una procedura di infrazione UE alle porte, dovremmo essere al tracollo finanziario. Invece lo spread tutto sommato resiste e i mercati, anche se con fatica, galleggiano.

 

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Speriamo di non fare come Wile Coyote che corre nel vuoto fino a che non guarda di sotto e, rendendosi conto di dove si trova, precipita.

IL NOSTROMO

TASSE E BALZELLI

E’ giusto pagare le tasse? E quanto? E come?

Come promesso (o minacciato…) dedichiamo una mini-serie ai fondamentali dell’imposizione fiscale. Sarà un viaggio breve, e come al solito di natura divulgativa, pertanto chiediamo scusa fin d’ora ai nostri lettori più esperti se non affronteremo in modo tecnico e specialistico tutti gli aspetti del diritto tributario. Preferiamo però condividere i principi essenziali e l’ABC della materia, per aiutare tutti a capire di cosa si tratta.

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Si parla molto, anche troppo, di tasse. Il problema è che spesso se ne parla male. Tutti i politici, indistintamente e giustamente, mettono il fisco al centro dei loro programmi politici, promettendo che se fossero eletti diminuirebbero sensibilmente il carico tributario per cittadini e imprese. Poi però, stretti fra i vincoli del bilancio e la necessità di reperire sempre maggiori risorse pubbliche, inevitabilmente lo aumentano, rendendosi conto che in effetti la coperta è troppo corta: se la si tira da un parte, un’altra rimane scoperta.

Il compianto prof. Tommaso Padoa Schioppa, quando era Ministro dell’Economia, aveva una certa inclinazione per le battute e locuzioni ad effetto: fu lui a coniare, fra l’altro, i termini “tesoretto” e “bamboccioni”. La più celebre fu certamente : “E’ bellissimo pagare le tasse”, che gli attirò gli strali di molti seriosi commentatori politici che certamente non apprezzavano il sottile humor di matrice britannica. Eppure il ministro aveva ragione, perché pagare le tasse è davvero bello, a patto che si abbia un reddito che le giustifichi, che il sistema impositivo sia equo, che lo Stato impieghi le risorse così reperite in modo efficiente e soprattutto che tutti le paghino.

Purtroppo queste condizioni, in Italia, non sempre si verificano, anzi talvolta sono clamorosamente assenti, tanto che molto spesso chi paga le tasse si sente ingiustamente vessato e impotente.

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Vediamo di entrare un po’ nel dettaglio del sistema, partendo da quello che la Costituzione dispone nell’articolo 53 (Sezione I – Diritti e doveri dei cittadini – Titolo IV – Rapporti politici), che recita:
“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

I concetti qui richiamati sono sostanzialmente tre: l’utilizzo del gettito (ovvero delle somme che lo Stato incassa con le imposte) per coprire il fabbisogno derivante dalle spese pubbliche; la capacità contributiva (ovvero la correlazione al reddito); la progressività (il meccanismo che impone a chi ha redditi maggiori di pagare una parte maggiore del proprio reddito rispetto a chi ha redditi minori).

Sembrano concetti del tutto lineari e condivisibili, impossibili da mettere in discussione. Eppure, come vedremo, nel nostro sistema impositivo non sempre sono rispettati. Iniziamo dal primo.

Il gettito serve a pagare le spese pubbliche. Lo Stato, attraverso la Pubblica Amministrazione, eroga una serie di servizi considerati indispensabili e rivolti a tutti i cittadini. Si tratta, a ben vedere, di una forma di redistribuzione del reddito: per consentire a tutti, anche ai meno abbienti, di usufruire di questi servizi, è necessario che tutti contribuiscano, a seconda della loro capacità. Probabilmente chi ha grandi redditi potrebbe anche fare a meno di quei servizi o potrebbe tranquillamente pagarseli, ma chi non ha questa capacità sarebbe in grande difficoltà. Si pensi all’istruzione, alla sanità, all’amministrazione della giustizia, all’ordine pubblico e così via.

Le imposte servono a consentire un livello di vita dignitoso anche a chi non ha mezzi sufficienti, e questa è sicuramente una conquista delle società moderne. Il “contratto sociale” alla base dello Stato prevede che la comunità si faccia carico delle necessità dei meno abbienti. Si tratta di un principio presente sia nei fondamenti del cattolicesimo, il solidarismo, che nel marxismo (”a ognuno secondo il suo bisogno, da ognuno secondo le sue possibilità”).

Occorre precisare che le imposte sono generiche e non relative a particolari spese; diverso è il concetto di “tasse”, che sono invece il corrispettivo specifico per un particolare servizio fornito dalla Pubblica Amministrazione, come nel caso delle tasse scolastiche (le paga solo chi va a scuola) o degli oneri di urbanizzazione (li paga solo chi edifica in un’area non ancora urbanizzata). In genere le tasse non coprono l’intero onere che la Pubblica Amministrazione sostiene per quel servizio, ma solo una parte. Il resto è a carico del bilancio dello Stato, che a tal fine utilizza proprio il gettito tributario. Anche quando vengono istituite imposte a fronte di specifiche e straordinarie emergenze (ad esempio terremoti o disastri naturali), queste confluiscono nel bilancio dello Stato, e da qui si attinge per fronteggiare la spesa. Infatti molto spesso, quando l’emergenza è finita, l’imposta resta e da straordinaria diventa ordinaria.

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L’altro concetto base della previsione costituzionale è quello della capacità contributiva. Come abbiamo visto nell’articolo precedente, questo deve essere necessariamente posto in relazione al reddito, poiché il presupposto è che, una volta pagate le tasse, il contribuente abbia comunque i mezzi per condurre un livello di vita dignitoso. Detto in altri termini, le imposte non devono mai essere spoliative, cosa che può verificarsi nel caso di imposte patrimoniali, quando a fronte di un patrimonio non ci sia comunque un reddito con cui far fronte all’onere tributario.

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La capacità contributiva è strettamente collegata al terzo concetto costituzionale, quello della progressività, che in effetti è il meno intuitivo ed elementare dei tre, e del quale parleremo in dettaglio nel prossimo articolo.

AVVISO AI NAVIGANTI : mezzo pieno o mezzo vuoto?

Certo, basterebbe prendere un bicchiere più piccolo…

Gli ottimisti a oltranza guardano i dati USA, peggiori delle previsioni, e pensano che la Fed debba mantenere i tassi al livello minimo, abbandonando i propositi di austerità. Guardano i fondi e li vedono molto liquidi, pronti ad aspettare un segnale per tornare ad investire le risorse che il formidabile avvio del 2019 ha portato in cassa. Guardano le quotazioni del BTP decennale e vedono il titolo in crescita, nonostante tutto.

Il nostromo invece non si fida e prima di riprendere la navigazione vorrebbe vedere qualche segnale vero di ripresa. Per il momento, meglio restare in porto. Non vi fidate.

IL NOSTROMO

 

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IL FISCO CATTIVO

Prepariamoci per l’aumento dell’IVA e la patrimoniale in autunno

Verrebbe da dire: hai voluto la bicicletta? Ora pedala!

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A meno di un’improbabile caduta del governo nei prossimi mesi, e nonostante le smentite del premier e dei vice, in autunno dovremo preparaci a una legge di bilancio che consenta alle esauste casse dello Stato di reperire almeno 35 miliardi di euro aggiuntivi. Sarà quindi una finanziaria di entità molto simile a quelle epiche di Monti ed Amato.

Le misure cardine, per consentire il finanziamento di reddito di cittadinanza, quota 100 per le pensioni e flat tax (1) – tutte misure contenute nel “contratto di governo” sottoscritte dall’attuale coalizione – sono sostanzialmente due: l’aumento dell’IVA, pressoché certo, e l’introduzione di una patrimoniale, ritenuta molto probabile.

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L’aumento dell’IVA è già stato deciso: quella ordinaria passerà dall’attuale 22 al 25,2% nel 2020 e al 26,5% nel 2021, quella agevolata dal 10 al 13%, a meno che non si riescano a trovare 23 miliardi di Euro per l’anno prossimo e 29 per quello successivo.

Sulla patrimoniale, il discorso è più complesso perché, trattandosi di un’imposta non presente nel nostro ordinamento, e molto probabilmente anticostituzionale, non è noto il meccanismo di imposizione, né tanto meno il possibile gettito. Si può però fare riferimento agli altri paesi dell’Unione Europea, in realtà pochi, in cui tale forma di imposizione è in vigore, pur con modalità diverse. In effetti, mentre nel 1990 i paesi che avevano una patrimoniale erano 12, oggi sono solo tre: Francia, Spagna e Norvegia.

I dati sul gettito nei tre paesi non sono facilmente reperibili. L’unico che sembra avere qualche attendibilità (2) è quello relativo alla Francia che, dopo i correttivi introdotti da Sarkozy, dovrebbe essere intorno ai 4 miliardi all’anno, un importo ben lontano dal fabbisogno da coprire. In Francia l’imposta fu introdotta da Mitterrand nel 1982, poi abolita e successivamente reintrodotta da Chirac, e finalmente ridimensionata dal precedente capo di Stato, che ne portò il limite minimo di imposizione da 800.000 a 1.300.000 € e introdusse un massimale del 50% del reddito familiare fra questa e l’imposta sul reddito.

Le due misure paventate, aumento dell’IVA e patrimoniale, sono destinate a incidere molto, e molto negativamente, sulla nostra vita e per questo – pur consapevoli che i temi fiscali sono piuttosto noiosi – può essere interessante spenderci qualche riflessione. A beneficio dei nostri lettori meno esperti, riteniamo utile anche, nei prossimi articoli, spiegare le basi degli aspetti tributari del nostro sistema.

Per ora restiamo al tema della prossima finanziaria e al salasso in arrivo.

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Sull’aumento dell’IVA, niente da dire. Aumenterà l’inflazione, i consumatori spenderanno di più, ma alla fine è il corrispettivo per le agevolazioni che si vogliono introdurre: il famoso reddito di cittadinanza, la quota 100 per le pensioni e la flat tax. Si tratta di una misura redistributiva, trasferendo risorse da alcuni settori a quelli che beneficeranno delle nuove misure. La politica è questo: fare delle scelte, e votando in grande maggioranza per i giallo-verdi, che sul tema erano stati chiari nei loro programmi elettorali, gli italiani hanno deciso di appoggiarli. La conferma, almeno per il principale partito di governo (la Lega di Salvini), è arrivata forte e chiara con le elezioni europee.

Ovviamente nel programma elettorale non si parlava di aumento dell’IVA, ma alla prova dei fatti le risorse vanno trovate. Il rapporto deficit-PIL , già superiore al 3% in partenza, è destinato a peggiorare per effetto del reddito minore delle previsioni; la spesa pubblica è incomprimibile, anzi soggetta a consistenti aumenti. Il governo del cambiamento ci ha detto che le risorse mancanti si sarebbero reperite con la lotta all’evasione fiscale. Bello, ma forse già sentito anche in passato.

Quello che veramente non quadra è la patrimoniale.

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La nostra costituzione obbliga tutti “a contribuire alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, che si riferisce a nostro avviso chiaramente al reddito. Chi non ha reddito, non può avere capacità contributiva anche se è dotato di un ingente patrimonio. Per pagare le imposte sul patrimonio dovrebbe infatti venderne una parte ed impoverirsi. Non è in discussione che si debbano pagare le tasse sul reddito del suo patrimonio, ad esempio sugli interessi dei titoli oppure sugli affitti dell’immobile. Ma se il patrimonio non produce alcun reddito, non c’è capacità contributiva.

In Italia c’è un precedente (odiato) di imposta sul patrimonio conclamata: quella sul 6 per mille introdotta dal Governo Amato nel 1992 sulle giacenze di conto corrente. E poi c’è quello di un’imposta patrimoniale “mascherata”, ovvero l’I.S.I. (imposta straordinaria sugli immobili), poi trasformata in I.C.I. e infine in I.M.U. L’imposta è presentata come basata sul reddito in quanto la metodologia di calcolo parte dalla rendita fondiaria, una misura virtuale di quanto si può ricavare dal proprio immobile, anche se lo si abita direttamente o lo si tiene libero a disposizione.

Come si misura il patrimonio? E che aliquota fissare? Se uno ha debiti, vengono detratti? Oppure è un onere sulle “attività” e non sul patrimonio? Le domande sono molte e a queste non ci sono ancora risposte plausibili. Sicuramente non ci sarà un dibattito, come sarebbe necessario quando si stravolgono le regole di base del nostro ordinamento, ovvero la Costituzione, e una bella mattina ci sveglieremo tutti più tassati e più poveri.

 

(1) Per flat tax, o “tassa piatta”, si intende un’aliquota unica per tutte le imposte sul reddito, modificando l’attuale sistema di progressività, secondo il quale l’aliquota (ovvero la percentuale di reddito da pagare come imposta) cresce al crescere dello scaglione di reddito. Sul concetto torneremo più avanti
(2) Stefano Cingolani, “I venti della patrimoniale”, Il Foglio 11/5/2019

Avviso ai naviganti: Sarà ancora lunga

Il mese delle rose finisce oggi; il tempo delle spine continuerà invece ancora per molto, ahimè.

Dura per tutti, durissima per l’Italia. Sembra il film già visto l’anno scorso, speriamo solo che il finale sia diverso. Brexit e guerra commerciale USA-Cina già c’erano, quest’anno in più ci sarà per noi la “manovrina” che si porterà dietro aumento dell’IVA e l’imposta patrimoniale.

E in autunno partirà anche la giostra delle elezioni USA, dove Trump è Trump e i nomi che almeno per ora vengono fatti per lo sfidante democratico non sembrano grandi beniamini dei mercati.

Chi va per mare dovrebbe essere ottimista, a prescindere. Ma il nostromo non riesce a vedere, per quanto si sforzi, grandi motivi per essere fiducioso.

 

IL NOSTROMO