Il mondo reale (e quello finanziario) dopo il virus

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Non è possibile prevedere per quanto tempo e in che modo l’emergenza sanitaria legata alla pandemia continuerà ad ipotecare pesantemente la vita di tutti come sta facendo in questi giorni e certo ancora più difficile risulta avere un’idea di cosa accadrà ai mercati in questa situazione. Quello che possiamo fare è, però, ragionare con logica e buon senso per individuare i comportamenti più razionali al fine di tutelare il patrimonio, messo in questi giorni in seria difficoltà qualunque siano le modalità in cui è investito.

Dobbiamo innanzitutto aver chiara la distinzione fra circuito reale, quello in cui si producono, si scambiano e si consumano beni e servizi, e circuito finanziario, quello che riguarda il denaro e suoi derivati. I due sistemi hanno molti punti di contatto e una forte interdipendenza, ma sono profondamente diversi, così come diverse sono le conseguenze di una crisi dell’uno rispetto a una crisi dell’altro.

Senza voler entrare nel dettaglio (cosa che abbiamo fatto in questo blog negli anni passati con la serie “Abc dell’economia”, iniziata con l’articolo https://marcoparlangeli.com/2017/12/25/l-a-b-c-delleconomia/, pubblicato il 25/12/2017 e proseguita con diversi articoli successivi), possiamo sintetizzare in questi termini le possibili rispettive situazioni:

  • dal punto di vista dell’economia, l’emergenza sanitaria provocherà un calo generalizzato del reddito, e quindi della produzione e del lavoro, dovuto sia alla minore domanda (i consumatori saranno meno propensi e avranno più difficoltà a consumare e le aziende meno portate a investire) sia alla minore offerta (le aziende lavoreranno meno, le fabbriche resteranno chiuse e gli scambi saranno sempre più difficili);
  • dal punto di vista della finanza, i valori delle attività finanziarie (titoli, azioni, obbligazioni) sono già diminuiti molto e gran parte della ricchezza delle famiglie è stata polverizzata dal calo dei prezzi.

Si tratta di due fenomeni concettualmente diversi e distinti, anche se, come si diceva, fortemente correlati: se la produzione e gli scambi diminuiscono, anche il valore delle aziende (e dei relativi strumenti finanziari da loro emessi, quali azioni e obbligazioni) dovrà necessariamente diminuire. E, d’altra parte, se i patrimoni si polverizzano, anche la propensione al consumo necessariamente diminuirà (il cosiddetto “effetto ricchezza” [1]teorizzato da molti economisti, il più famoso dei quali fu l’inglese Arthur Cecil Pigou).

Il più importante elemento da capire è: quanto durerà l’emergenza, ovvero il black-out produttivo? Se sarà abbastanza contenuto nel tempo, nell’ordine di qualche settimana ancora o un al massimo un paio di mesi, è ragionevole aspettarsi che gli effetti sull’economia reale restino ampiamente sostenibili.

E’ stato stimato che il PIL del 2020 in Italia diminuisca, per quanto accaduto finora, del 3,5% circa. Se consideriamo che la crisi è in atto da circa un mese, e scontiamo l’effetto inerziale dei primi giorni (fino a che non c’è stata consapevolezza della situazione, le abitudini non sono sostanzialmente cambiate) e lo shock che la pandemia ha comportato, si può ritenere che il “costo” in termini di prodotto interno possa oscillare fra il 2 e il 2,5% di riduzione del PIL per ogni mese di blocco totale. Se consideriamo che il blocco non è (e auspicabilmente non sarà) totale, ma parte delle attività private e pubbliche in realtà continuano, potremmo ipotizzare un calo del PIL di circa 1,5% al mese.

Questo però può valere per ancora un paio di mesi al massimo, dopo di che tutto deve tornare, sia pure a ritmo rallentato, in area di normalità o quasi, come del resto sta accadendo in Cina, dove la pandemia ha avuto origine. In tal caso, considerando anche un ragionevole “effetto ripresa” che dovrebbe consentire un recupero dei consumi almeno inizialmente più che proporzionale, la riduzione del PIL per tutto il 2020 potrebbe essere contenuta fra il 5,5 e il 6% in ragione d’anno.

Se invece intorno a giugno dovessimo essere ancora in piena emergenza, non è proprio possibile avere un’idea di cosa potrebbe succedere al sistema economico del paese e, di conseguenza, a quello finanziario.

Pur non essendo esperti di virologia, possiamo ritenere che la possibilità di rientro entro giugno sia lo scenario più probabile.

In tal caso, il sistema – se ben supportato da politiche monetarie espansive e soprattutto da politiche fiscali e di bilancio aggressive, sulle quali ora tutti sembrano concordare – troverà presto un nuovo equilibrio, anche se per un bel po’ di tempo a un punto più basso del mondo ante-coronavirus. Questo, naturalmente, non sarà indolore: a parte il costo in termini di vite umane, già enorme, molte aziende dovranno chiudere e interi settori produttivi verranno cancellati. Però altre ne apriranno e nuove idee imprenditoriali si faranno strada e, soprattutto, il settore pubblico assumerà più rilievo.

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Che succederà ai mercati finanziari in questo caso? La nostra impressione è che ben presto si dovrebbe assistere a un recupero dei valori, nonostante la grande volatilità che ci accompagnerà ancora per molto tempo.  Vediamo perché.

Lo shock subito da tutti i mercati nell’ultimo mese è stato violentissimo e ben superiore al contraccolpo produttivo di cui abbiamo parlato sopra. Per fare un esempio, in un mese l’indice FTSE-Mib (indice di borsa che sintetizza l’andamento delle maggiori società del listino) è passato da 25.000 a 14.500, con una diminuzione di oltre il 40%.

In casi come questo, generalmente, i mercati tendono sempre a scontare il risultato peggiore, attestandosi al worst case scenario, per cui – dopo una prima fase di timido e incerto consolidamento al livello più basso, durante la quale l’ipervenduto (ovvero l’eccesso di offerta di titoli rispetto alla domanda) gradualmente rientra, ed è la fase a cui stiamo assistendo – dovrebbe aprirsi una fase di graduale recupero fino al nuovo punto “di equilibrio”.

Inoltre, i famosi algoritmi che una volta partita la folle discesa hanno amplificato i ribassi facendo vendere in automatico le attività che via via raggiungevano gli stop loss[2], a questo punto si fermano. Cominciando i prezzi a crescere, i fondi che avevano una posizione “corta”, ovvero avevano venduto i titoli presi a prestito contribuendo così al crollo, devono invece “ricoprirsi”, acquistando gli stessi titoli per adempiere ai propri obblighi.

A parte i tecnicismi, il senso del discorso è che una volta innescato un trend sostenuto sul mercato, questo tende ad autoalimentarsi e quindi, prima o poi, a tornare a una situazione in cui, almeno approssimativamente, il prezzo dei titoli rispecchia il loro valore.

Se quindi la crisi, come tutti auspichiamo, dovesse essere di durata sopportabile, alla fine non ci sarebbero grossi sconvolgimenti e, anzi, chi avesse acquistato nei momenti di minimo, potrebbe realizzare buoni guadagni.

Nel prossimo articolo vedremo quali sono i comportamenti da adottare in questo nuovo scenario che stiamo vivendo, nell’ottica delle previsioni che abbiamo appena fatto.

 


[1] L’effetto ricchezza consiste nella maggiore tendenza a consumare quando il valore del patrimonio di cui si dispone aumenta: sentendosi più ricco, il consumatore spenderà di più. Specularmente, se la sua ricchezza diminuisce, sarà portato a consumare meno

[2] Per stop loss, meccanismo automatico di contenimento delle perdite, si intende il livello di prezzo definito in precedenza al quale automaticamente il titolo viene venduto.

 

Aridatece Marione!

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Piove sul bagnato. Già la situazione dei mercati era estremamente precaria e instabile: si erano già verificati i primi scossoni violenti che preannunciano la crisi che investirà il sistema economico e produttivo se l’emergenza sanitaria dovesse protrarsi oltre qualche settimana.

In questo contesto, così come era richiesto a ogni singolo cittadino, sarebbe stato lecito attendersi anche dalle autorità monetarie e di controllo un comportamento responsabile, prudente ed equilibrato. Purtroppo invece abbiamo assistito a due comportamenti che hanno avuto la conseguenza di moltiplicare e intensificare gli effetti destabilizzanti del virus sui mercati:

  • l’incauta affermazione del neo Presidente della BCE (la Banca Centrale Europea) Christine Lagarde in margine alla conferenza stampa di illustrazione delle misure approvate (peraltro corrette) dalla banca centrale;
  • la decisione di vietare le vendite allo scoperto sui titoli maggiori assunta dalla Consob solo il giorno 12 marzo, con effetto a partire dal 13, quando la speculazione al ribasso aveva ormai già fatto abbondanti guadagni e danni enormi al mercato.

E’ opportuno cercare di capire perché questi due eventi – o, meglio, un evento e un’omissione – hanno avuto un effetto così devastante su mercati già ampiamente scossi e indeboliti.

Iniziamo da Lagarde.

Nel corso della conferenza stampa in cui sono state annunciate misure corrette ma ampiamente scontate dai mercati, ha affermato che “non siamo qui a chiudere gli spread, volendo intendere che, a suo parere, compito della Banca Centrale Europea non era quello di contenere i disallineamenti fra i diversi paesi cercando di sostenere, specie in questa fase, quelli più deboli ed esposti: questo sarebbe stato infatti compito dei singoli governi e delle politiche fiscali a livello dei paesi. Come dire: chi ha spread[1] più elevati si arrangi, peggio per lui. L’esatto contrario del whatever it takes (ovvero “faremo tutto quello che è necessario”) che pronunciò il suo predecessore Mario Draghi in circostanze analoghe.

Tranquillizzando la speculazione che la Banca Centrale Europea non sarebbe intervenuta a difendere i paesi a spread più elevato, in primo luogo l’Italia, Lagarde l’ha implicitamente incoraggiata a vendere a piene mani titoli di stato, azioni e ogni attività italiana, accelerando la brusca caduta di tutti i listini.

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Sarebbe bastata un’affermazione più generica, neutrale e comunque non impegnativa per evitare il disastro. A meno che, come qualcuno ha ipotizzato, il crollo delle attività finanziarie in alcuni paesi fosse uno specifico obiettivo: rendere acquisibili a prezzo di saldo le aziende più appetibili del sistema produttivo dei paesi deboli e farne un target di eventuali acquisizioni.

L’Eni, ad esempio, azienda di riconosciuta solidità che gestisce importanti flussi di petrolio, ha visto ridurre di un terzo la sua capitalizzazione[2] dal 9 al 13 marzo 2020: il valore di borsa della società è infatti passato, in soli cinque giorni (nonostante l’aumento segnato – in articulo mortis – il 13 marzo) da 36,4 miliardi a 25,1. Chi avesse voluto scalare l’azienda avrebbe avuto un beneficio di oltre 11 miliardi.

Cosa si attendono dunque i paesi più deboli, e in particolare l’Italia, dalla Banca Centrale Europea? Semplicemente che si renda disponibile ad acquistare sul mercato i titoli del debito pubblico che verranno emessi in questo periodo per i maggiori fabbisogni (stimati in circa 200 miliardi di Euro) che la crisi ha evidenziato, evitando contraccolpi ulteriori sui tassi di interesse, e quindi sullo spread, il cui aumento sarebbe il colpo di grazia al sistema produttivo nazionale. Qualcuno ha sostenuto che dietro la posizione della Bce ci fosse la pressione delle banche tedesche, che invece mirano a tenere sostenuti i tassi di interesse per alimentare i loro bilanci. Quel che è certo è che la nuova presidenza della banca centrale è molto più sensibile agli interessi dei paesi forti di quanto non lo fosse Mario Draghi.

Il secondo motivo dell’accelerazione del disastro in borsa è stata la mancanza, fino all’ultimo giorno, del divieto di effettuare vendite allo scoperto, che ha fornito ulteriore benzina agli speculatori al ribasso. Vediamo perché.

Uno speculatore al ribasso punta a guadagnare sulla diminuzione del prezzo di mercato di un titolo. Il meccanismo è semplice. Prendiamo il caso proprio dell’azione ENI. Il giorno 9 marzo valeva 10 Euro. Chi avesse voluto venderla allo scoperto avrebbe dovuto prendere a prestito, supponiamo, 1.000 azioni e venderle incassando 10.000 Euro. Il giorno 12 marzo, dopo le dichiarazioni di Christine Lagarde di cui abbiamo parlato sopra, il titolo valeva in borsa 6,6 Euro: a quel punto il nostro speculatore non doveva far altro che ricomprare le 1.000 azioni sul mercato pagando 6.600 Euro e rimborsarle a chi gliele aveva prestate, contabilizzando un guadagno di 3.400 Euro, pari al 51,5% in 4 giorni. Su base annua il guadagno sarebbe stato del 4.700%.

Vero è che vendendo “allo scoperto”, ovvero senza avere le azioni, ci si espone a un rischio molto elevato: se le quotazioni, anziché diminuire, fossero aumentate, il nostro speculatore avrebbe, specularmente, subito una perdita. Ma c’è un rischio ancora più grande: dovendo restituire titoli, e non denaro, c’è la (benché lontana) probabilità che i titoli divengano introvabili per un qualunque motivo. In termini matematici, si dice che il rischio, in tal caso, “tende all’infinito”. Questo è il motivo per cui le banche normalmente non consentono ai loro clienti di effettuare vendite allo scoperto, ed è il motivo per cui – in casi eccezionali – le autorità di vigilanza sul mercato vietano, seppure per periodi di tempo limitati e solo su alcuni titoli, questa tipologia di operatività.

In passato è capitato spesso che le autorità avessero adottato una tale misura, o anche quella più drastica della chiusura delle contrattazioni, per difendere la stabilità dei mercati e tutelare gli investitori. Questa volta invece si è aspettato il disastro, e chi aveva la possibilità di vendere allo scoperto (non il comune risparmiatore, come si è detto) si è trovato davanti una vera e propria prateria. Come sparare sulla Croce Rossa.

In tutto questo, chi ne ha fatto le spese è stato l’investitore, che aveva acquistato quel titolo (o altri titoli di aziende comunque solide) valutandone correttamente e razionalmente la performance e le prospettive economiche, ed erroneamente credendo di trovarsi in un mercato – se non perfetto – almeno vigilato.

Come nei film western, quando un incauto avventore entra in un saloon dov’è in corso una rissa con botte e sparatorie: ben difficilmente può evitare di rimanere colpito. Solo che questo non è il cinema.

 


[1] Lo spread è la differenza fra due tassi di interesse, in questo caso fra i tassi di interesse dei titoli di Stato più sicuri (i bund tedeschi) e quelli dei titoli del debito pubblico di pari scadenza, in genere 10 anni. Misura il gap esistente fra le due economie, ovvero la differenza di affidabilità e di merito di credito di un sistema rispetto all’altro, comportando maggiori oneri per il servizio del debito per il paese più debole

[2] Per capitalizzazione di borsa si intende il valore che il mercato attribuisce ad una società quotata, ottenuto moltiplicando il prezzo della singola azione per il numero di azioni emesse.

The Day After

COVID

 

Impossibile in queste settimane non parlare del virus. Anche chi ha sostenuto, con l’ottimismo della volontà di gramsciana memoria, le ragioni del “non facciamoci scippare la nostra vita” e della “vita che deve continuare”, ha dovuto piegarsi al pessimismo della ragione.

Abbiamo provato anche noi, nel nostro piccolo, ad occuparci dei temi consueti e a non farci travolgere dalla cannibalizzazione del tema “coronavirus”, ma alla fine ci dobbiamo piegare all’evidenza dei fatti. Inutile illudersi: il mondo dopo il contagio non sarà più lo stesso di prima. E’ ragionevole attendersi che la propagazione esponenziale di queste settimane venga arrestata nell’arco di un paio di mesi al massimo e che, con la produzione del vaccino, il virus venga prima o poi definitivamente sconfitto.

Ma è evidente che stiamo mettendo in discussione un modello di vita, basato sulla socialità e sulla relazione, costruito in secoli di civiltà. Un semplice atto come darsi la mano o scambiarsi un bacio di saluto – pratica molto popolare, fino a ieri, nei paesi latini – dovrà essere evitato, la distanza di sicurezza di un metro alzerà inevitabilmente barriere invisibili fra noi ed il resto del mondo, considerato fino a prova contraria potenzialmente infetto.

Sia chiaro che le misure adottate dai governi, per ora solo da quelli più colpiti (o forse quelli dei paesi in cui si sono svolti solo più controlli e tamponi), sono giustificate e difficilmente contestabili. Anzi, probabilmente tutti i paesi dovranno piegarsi a questa necessità. In Italia si è assistito all’esecrazione governativa, con annessa minaccia di denuncia, per una regione (le Marche) che aveva disposto la chiusura di tutte le scuole e – dopo neanche 15 giorni – alla decretazione di quella stessa misura da parte dell’autorità centrale per tutto il paese. La prudenza, in questi casi, non è mai troppa.

Tuttavia può essere interessante cercare di capire come sarà la nostra vita dopo che lo tsunami sarà passato, sia sotto il profilo sociale – della vita di tutti i giorni – che sotto quello economico, per capire che la prospettiva non è certo allegra. Nessun dramma: nella storia l’uomo ha spesso, per non dire sempre, dovuto adeguarsi ai mutamenti del contesto per esigenze di mera sopravvivenza.

Al tempo di internet e dell’iperconnessione, certamente verranno incrementate tutte le forme di lavoro e le attività che si possono fare in remoto, con un computer e una linea che funziona, mentre saranno penalizzate le attività di carattere sociale e gli eventi o luoghi che implicano riunioni di persone.

Lavoro da casa, e-learning, riunioni a distanza, acquisti online sono tutte cose che inevitabilmente cresceranno ancora nei prossimi anni. Concerti, lezioni frontali, viaggi, turismo, grandi eventi conosceranno invece un declino che è già pesantemente iniziato.

Il nostro mondo terrà memoria di questa stagione e prima di abbandonare la diffidenza verso situazioni di assembramento dovrà passare un bel po’ di tempo. Anche dopo il Covid19, infatti, resterà un senso di insicurezza e vulnerabilità dei nostri sistemi e la consapevolezza che basta poco per metterli in crisi. Il coronavirus verrà sconfitto, ma niente ci assicura che altri virus possano ugualmente diffondersi e colpire.

In questi casi l’economia passa necessariamente in secondo piano, ma prima o poi sarà inevitabile fare i conti con la nuova situazione. Facilmente prevedibile un rallentamento generalizzato dell’economia, perché si produrranno e si scambieranno meno beni e servizi. Diminuirà la domanda in modo sensibile, con l’eccezione dei beni di prima necessità quali alimentari, farmaci e servizi per la salute. Ma diminuirà anche l’offerta, perché molte aziende dovranno necessariamente rallentare, se non sospendere, la propria attività. Questo potrebbe provocare una reazione a catena di tipo deflazionistico, in cui verrà aggravato – specie per un sistema come il nostro, già strutturalmente fragile – il problema della disoccupazione.

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Minori redditi da lavoro, ma anche da capitale: è ragionevole attendersi infatti che i tassi di interesse verranno tenuti bassi, per effetto delle politiche monetarie espansive attuate a piene mani da tutte le autorità centrali. La Fed, la banca centrale americana, ha già ridotto i tassi di mezzo punto percentuale e lo stesso faranno la BCE e la Bank of England. I tassi negativi, già ampiamente diffusi in Giappone e sui mercati monetari europei, diventeranno molto più frequenti e la ricerca di minor rischio per gli investimenti dovrà essere pagata dai risparmiatori in termini di interessi passivi: i Bund (titoli di Stato tedeschi) sono già arrivati a un tasso negativo di 0,70% l’anno, ciò significa che chi volesse impiegare 10.000 Euro nei titoli ultrasicuri del governo di Berlino, dovrà pagarne 70.

Si assisterà ad un fenomeno inedito: molta liquidità in circolazione ma bassa domanda di attività finanziarie. Quella che nell’ultimo anno è stata impiegata sul mercato azionario, provocandone una crescita molto consistente, in parte è stata ritirata con le vendite massicce delle ultime settimane e in parte è stata polverizzata con il crollo dei prezzi.

Pensione: Diritto o Privilegio?

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Trascorrere una vecchiaia serena, senza l’assillo di dover reperire le risorse per garantirsi un’esistenza dignitosa dopo una vita di lavoro è con tutta evidenza un diritto e una conquista di civiltà. Talvolta però, nell’Italia di oggi, sembra invece un privilegio e un miraggio, che ben difficilmente i giovani di oggi potranno ottenere.

In parte ciò è dovuto certamente all’evoluzione demografica degli ultimi decenni, che ha visto progressivamente diminuire la quota di popolazione attiva e produttiva e aumentare quella inattiva, sia disoccupata che pensionata. Gioca tuttavia un ruolo importante anche la distorsione di un sistema che dovrà passare dal calcolo della pensione col metodo retributivo a quello contribuivo[1] cercando di ridurre al minimo i disagi e i diritti acquisiti, ma anche di assicurare sostenibilità finanziaria. Infine – ed è il problema senz’altro più grave – molto è dovuto anche alla disoccupazione giovanile che rende difficile per i ragazzi trovare un lavoro stabile e continuativo che consenta il regolare versamento dei contributi necessari per costituire la pensione.

L’ingiustizia viene percepita in modo ancora più forte vedendo privilegi quali le “pensioni d’oro” di cui godono i parlamentari che hanno magari esercitato l’ufficio parlamentare per una sola legislatura, oppure – anche se in via di esaurimento – i “pensionati baby” che nel settore pubblico hanno ottenuto trattamenti di tutto rispetto già all’età di cinquant’anni o poco più.

Le dissennate gestioni della previdenza pubblica degli ultimi decenni del secolo hanno assicurato voti e seggi alla classe politica di allora, ma hanno contribuito a raggiungere un livello altissimo e oggi insostenibile del debito pubblico (che ha ovviamente assorbito, fra l’altro, anche i disavanzi del sistema pensionistico).

Soprattutto la “gestione allegra” delle casse dello Stato, con la quale è stato assicurato il consenso, ha concesso una serie di privilegi – ma anche di diritti del tutto legittimi dal punto di vista dei percipienti – che è molto difficile, se non impossibile, azzerare oggi senza ledere princìpi costituzionali attraverso la retroattività.

Passare infatti dal sistema retributivo (in cui i lavoratori di oggi, attraverso i loro contributi, pagano le pensioni di oggi) a quello contributivo (in cui ciascuno accumula la propria pensione) è pressoché impossibile senza colpire duramente chi alla fin fine ha solo fatto ciò che le leggi del tempo consentivano, e in parte imponevano, magari decidendo in modo irreversibile di lasciare il lavoro perché poteva contare su una determinata pensione.

Se costituissimo oggi un sistema pensionistico ex-novo con modalità contributive, come hanno fatto i fondi pensione complementari a partire dalla riforma del 1993, potremmo farlo in condizioni di equilibrio. Ma dover assicurare il flusso di pensioni in essere praticamente senza finanziamento implica la formazione di un disavanzo che qualcuno deve coprire.

Tale passaggio venne effettuato nel Cile di Pinochet – sotto la guida dei “Chicago boys”, gli economisti dell’entourage reaganiano del tempo – attraverso la semplice eliminazione dei diritti con una nuova legge, contando sul fatto che il consenso non era necessario e l’ordine pubblico veniva garantito con metodi dittatoriali. Nelle democrazie questo passaggio è invece molto complicato e richiede decenni di tempo, saggezza e gradualità, oltre che un ambiente economico in crescita con popolazione attiva e reddito che aumentano di anno in anno.

In Italia, a partire dal governo Dini, si è tentato un “atterraggio morbido” attraverso sistemi misti con i quali si sono dovuti superare i gap generazionali che inevitabilmente creavano, allungando sempre di più l’età della pensione in modo tale da far crescere la quota di popolazione che paga i contributi e limitare quella che riscuote le pensioni.

Oggi di fatto si va in pensione a 68 anni e i meccanismi di anticipazione sono ostacolati al massimo. Fino alla recente esperienza della “legge Fornero” con la quale vennero eliminati i benefici già previsti per molti che avevano già lasciato il lavoro, creando il fenomeno dei cosiddetti “esodati”.

 

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E’ vero che le condizioni di vita sono oggi generalmente migliorate e che alla soglia dei 70 anni molti sono ancora in buona salute e in grado di lavorare. Ma questo comporta un notevole ostacolo al turnover nei posti di lavoro e all’ingresso dei giovani, approfondendo il divario fra chi lavora, o gode di tutti i privilegi e i giusti diritti garantiti, e chi non lavora o entrerà al lavoro sempre più tardi, rendendo così la pensione un vero e proprio miraggio.

Anche le innovazioni normative, quale ad esempio la previdenza complementare, hanno sicuramente migliorato il sistema, offrendo possibilità e soluzioni nuove con opportuni incentivi fiscali, ma solo per coloro che già potevano contare su una pensione. Si possono stipulare polizze assicurative a contributo previdenziale, ma come si fa a pagare i premi se non si ha reddito? Anche opzioni che un tempo consentivano di anticipare l’età della pensione, quale il riscatto degli anni di laurea, sono di fatto precluse a chi non lavora o è appena entrato nel mondo del lavoro con redditi troppo bassi.

Un tempo la vita scorreva su binari magari noiosi e prevedibili, ma tutto sommato rassicuranti: il lavoro, la carriera, la pensione. Oggi tutto questo è per molti un vero miraggio.

 


[1] La differenza fra i due metodi di calcolo della pensione è stata ampiamente descritta nel precedente articolo (si veda     https://marcoparlangeli.com/2020/02/12/pensione-paradiso/).

Togliamo i social network ai politici!

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Dare consigli sugli investimenti non è certo un esercizio facile in questi tempi di grande instabilità e incertezza, tuttavia cercheremo di analizzare, sia pure sinteticamente, la situazione dei mercati per formare qualche plausibile ipotesi di scenario.

Il primo aspetto che vorremmo sottolineare è la forte sensibilità alla politica, o meglio alle dichiarazioni dei leader politici più influenti e delle autorità monetarie. Non si tratta ovviamente di una novità, ma quello che oggi colpisce è la rapidità delle reazioni a semplici esternazioni sui social network, in particolare per quanto riguarda il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ormai abituato a formulare pensieri e intenzioni su Twitter.

Un tempo ciò avveniva magari con interviste sui media, o meglio con atti ufficiali, che però impiegavano qualche tempo – fosse pure solo poche ore – a raggiungere la massa dgli operatori. In questo tempo c’era la possibilità di correggere il tiro, smentire (spesso anche il vero), spiegare e approfondire. Gli effetti venivano così in qualche modo mediati e attenuati, anche se ovviamente a lungo andare quello che doveva succedere succedeva.

Se Trump si sveglia un po’ nervoso, magari infastidito dalla difficoltà dei negoziati economici con la Cina, twitta che l’America imporrà nuovi dazi per 300 miliardi di dollari sulle merci cinesi. Neanche il tempo di inviare il messaggio, che i mercati cominciano a scendere, prefigurando cali delle esportazioni USA in settori quali le materie agricole, i prodotti energetici, la meccanica; e parallelamente aumenti dei costi dei prodotti importati dall’Asia quali materie prime e tecnologia. E’ successo qualche giorno fa: meno 2 per cento nelle borse USA e, a cascata, in quelle europee e asiatiche.

Poi i negoziati riprendono e Trump twitta che, tutto sommato, alla fine un accordo si troverà e che i cinesi non sono poi così cattivi. E il mercato reagisce in modo opposto. Alla fine, magari, gli indici tornano dov’erano, ma molti investitori avranno sicuramente perso e altrettanti speculatori guadagnato, mentre la situazione dei fondamentali economici non è ovviamente cambiata rispetto a qualche giorno prima.

Lo stesso accade con le avventate dichiarazioni degli esponenti della Federal Reserve (la banca centrale USA) sulla politica dei tassi: ogni volta che paventano un aumento, questo viene immediatamente scontato dai mercati e i prezzi delle azioni e delle obbligazioni subiscono drastiche diminuzioni. Poi, visto il danno (inutile) provocato, magari gli stessi esponenti rilasciano dichiarazioni opposte (i tassi aumenteranno, ma non subito e non tanto), e i mercati si riprendono. Simili scenari sono successi anche per quanto riguarda la storia infinita della Brexit, e si potrebbe continuare.

Se l’obiettivo dei politici è quello di far parlare di sé e provocare attenzione, certo in questo modo viene facilmente centrato. Ma la buona amministrazione è un’altra cosa, fatta di scelte ponderate, razionali, negoziate con le opposizioni e sostenute da ampio consenso.

Tutto questo ci porta a dire che, dal punto di vista dell’economia e non solo, sarebbe molto meglio che ai politici e a chi occupa posizioni di rilievo istituzionale venisse interdetto l’uso dei social network, e che quello che devono, o vogliono, comunicare al mercato e al pubblico indistinto, debbano dirlo attraverso i canali che la legge mette loro a disposizione. Per i mercati è di tutta evidenza la necessità che non ci debbano esere turbative al regolare funzionamento; peraltro esistono proprio fattispecie di reato che consistono nell’aggiotaggio[1]  e nella manipolazione di mercato[2], in base alle quali viene punito chi diffonda notizie false o relative ad operazioni simulate (ovvero non esistenti), atte a provocare alterazioni sensibili dei prezzi degli strumenti finanziari quotati.

Senza entrare nell’ipotesi di aggiotaggio, che prevede un profitto illecito ed un beneficio personale per chi lo commette, è purtroppo frequente il caso di dichiarazioni, anche rese in buona fede, e pensieri personali che hanno comunque l’effetto di turbare il mercato.

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Si pensi al caso del tragico crollo del ponte Morandi a Genova: qualche esponente governativo dichiarò che occorreva togliere la concessione alla società che gestiva (e che ancora gestisce) le autostrade, colpevole – a suo parere – di non aver fatto i necessari interventi di manutenzione e consolidamento sull’infrastruttura. A parte la valutazione sulla colpa, che spetta sempre ad un giudice al termine di un procedimento articolato e complesso, è evidente che si trattava di un’opinione personale, tanto che ad oggi le concessioni sono sempre pienamente in vigore. Nel frattempo però il titolo della società è crollato in borsa, e il suo valore non è ancora stato recuperato. Nessuno mette in dubbio che l’esponente in parola potesse attivarsi per togliere (in modo legittimo e nei tempi previsti dalla legge) la concessione, ma perché affermare “a caldo” una cosa così grave?

Tutto sommato impedire ai politici l’utilizzo di esternazioni immediate, soprattutto a mezzo dei social network, è anche nel loro interesse, per evitare dichiarazioni di cui si potrebbero pentire, una volta esaminate con calma ed equilibrio, anche se poi non vengono neanche smentite, perché come è noto “la smentita è una notizia data due volte”. Per riscuotere un effimero consenso, spesso si provocano vere e proprie turbative di mercato.

Cosa può fare in questi casi un risparmiatore per tutelare i suoi investimenti? Nel prossimo articolo proveremo a dare qualche consiglio di buon senso.

 

 


[1][1] Il reato di aggiotaggio bancario avviene quando coloro che rappresentano una Società o un’Azienda agiscono nel tentativo di volgere a proprio favore il prezzo di mercato di strumenti finanziari quotati. Tale reato si compie attraverso la divulgazione di dati o informazioni irreali, fuorvianti e non veritiere che finiscono per alterare il mercato finanziario determinando un rialzo o un abbassamento dei prezzi attraverso il quale si realizza un  beneficio illecito penalmente perseguibile.

[2] Reato compiuto da colui che diffonde notizie false oppure pone in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonee a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari

False evidenze, bugie e pregiudizi (seconda parte)

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Si conclude questa settimana il contributo di Filippo Miraglia, proseguendo la testimonianza avviata comn il precedente articolo, dove avevamo visto che sul tema dei migranti si parla molto spesso per luoghi comuni, enunciando verità presunte, o “false evidenze” che si ritiene non abbiano bisogno di dimostrazione.

La realtà dei numeri è invece molto diversa, e racconta di un’attività di accoglienza molto inferiore al passato e neanche proporzionata alle dimensioni del Paese e dell’Unione Europea.

Oggi Miraglia ci parla della realtà dei centri di accoglienza straordinaria (CAS) gestiti dalle Prefetture e del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR), con dotazioni finanziarie drasticamente in calo.

 


 

Come abbiamo cercato di dimostrare nel precedente articolo con la logica dei numeri, la retorica pubblica dell’invasione alla quale commentatori, giornalisti e politici fanno quasi sempre ricorso, è una evidenza molto falsa e strumentale.

Una delle conseguenze dell’uso strumentale del tema dell’immigrazione per ragioni elettorali è la gestione dell’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati.

Una questione che riguarda pochissime persone ma che ha alimentato una forte criminalizzazione degli stranieri, di chi opera nel campo della solidarietà sociale (le ONG, il mondo dell’associazionismo e del volontariato) e di chi si occupa di diritti e tutela dei rifugiati.

Va detto innanzitutto che sul totale degli stranieri residenti oggi in Italia, stimati intorno a 5,3 milioni alla fine del 2017 (in calo rispetto al 2016), quelli riconducibili al diritto d’asilo (richiedenti asilo e titolari di un titolo di soggiorno tra quelli previsti dalla nostra legislazione a seguito della domanda d’asilo) sono circa 350 mila persone, ossia circa il 7% del totale degli stranieri.

Dal 2011 ad oggi quindi il dibattito pubblico si è concentrato su questa percentuale praticamente insignificante, influendo però negativamente sulle condizioni di tutti gli stranieri presenti.

Se guardiamo al sistema d’accoglienza pubblico, oggi diviso tra ex SPRAR (SIPROIMI), CAS (centri d’accoglienza straordinari) e grandi centri (CARA, CDA e CPR), la loro gestione è stata da sempre caratterizzata da un approccio emergenziale che ha prodotto disagio sociale e sprechi, oltre che razzismo, ingiustizie e corruzione.

Un approccio che è amplificato con le recenti modifiche legislative introdotte dalla legge Salvini (legge 132/2018), con particolare riferimento all’art.12.

L’articolo 12 infatti dispone un forte ridimensionamento del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR), istituito nel 2002 e che assicura attualmente circa 35 mila posti, coinvolgendo circa 1.200 comuni italiani, limitandone la funzione all’accoglienza di chi già ha ottenuto la protezione internazionale e dei minori non accompagnati. Tutti gli altri, cioè coloro che sono in attesa di decisione sulla domanda di protezione (circa il la metà degli attuali ospiti dei centri SPRAR), dovranno essere sistemati nei Centri di accoglienza straordinaria (o CAS), gestiti dai prefetti e non dalle amministrazioni locali, che seguono protocolli di emergenza e hanno standard di accoglienza più bassi e nessun obbligo di rendicontazione. È una differenza sostanziale e non semplicemente nominalistica o organizzativa.

Nel sistema SPRAR gli enti locali, in maniera volontaria, presentano progetti di accoglienza al Ministero dell’Interno che, con l’ausilio del Servizio Centrale, gestito dall’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), li valuta e li finanzia attraverso il Fondo Nazionale Asilo. I Comuni gestiscono poi direttamente, più spesso attraverso enti del Terzo Settore, i progetti sul territorio.

Le risorse richieste per finanziare i progetti sono spese secondo linee guida e regole molto stringenti. Solo quanto effettivamente speso viene rimborsato. Ogni spesa va documentata e la documentazione deve essere raccolta e inviata al Servizio Centrale che ne verifica la congruenza. Per ogni voce di spesa ci sono dei limiti, superati i quali le spese non possono essere recuperate. Ad esempio la voce personale non può superare il 40 per cento della spesa totale e deve essere rendicontata con contratti e buste paga. Se si supera il 40 per cento, la spesa per il personale viene rimborsata solo fino al limite previsto.

I centri SPRAR sono, nella quasi totalità dei casi, normali appartamenti; case inserite senza alcuna straordinarietà nel tessuto urbano, non ghetti. Le persone accolte firmano un contratto d’accoglienza che prevede diritti e doveri e sono responsabili della casa nella quale vivono. Fin dal primo giorno avviano, con il sostegno degli operatori sociali, un percorso verso un’autonoma inclusione sociale: formazione linguistica, formazione lavorativa, tutoraggio e accompagnamento per l’integrazione sociale. I richiedenti asilo o rifugiati sono seguiti dagli operatori singolarmente. L’ente gestore si fa carico di verificare la condizione psicologica della persona in un ambiente protetto, prendendosi il tempo necessario per far emergere eventuali traumi e violenze subite (sappiamo quanto è difficile, ad esempio, per una donna raccontare le violenze subite, che sono purtroppo una prassi ordinaria durante la loro permanenza in Libia).

Quest’attenzione consente di dare consistenza alla parola protezione, che è impossibile nei CAS, che sono per lo più enormi strutture, in cui le persone vengono accolte in camerate di molti letti, con servizi collettivi e trattate, salvo pochi casi, come numeri (un tanto pro capite e pro die). Con la conseguenza che molti casi, in mancanza della cura necessaria per ogni persona accolta, si trasformano in disagio sociale. Nei grandi centri d’accoglienza molti richiedenti asilo diventano “emarginati” o vengono abbandonati senza alcun progetto che consenta di costruire un percorso di uscita autonomo. Sono quelli che si vedono in giro a chiedere l’elemosina e a girare senza meta per gran parte del loro tempo. Un disagio sociale che alimenta il razzismo e che quindi è ben visto dalle destre xenofobe: materia prima per le loro campagne elettorali perenni.

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Nei centri SPRAR ogni persona accolta viene presa in carico e la sua storia emerge con tempi e modi che rispettano la sua dignità (pur considerando i limiti e le contraddizioni di ogni gestione concreta). La storia che emerge consente di prepararsi con coerenza al colloquio con la Commissione Territoriale. Ciò evita che ci sia una forte distanza tra il risultato del colloquio e la storia delle persone. I grandi centri invece producono molti più dinieghi e, quindi, molti più ricorsi ai tribunali, con conseguente aggravio della spesa pubblica, sia per l’impatto sul sistema giudiziario che per il prolungamento dell’accoglienza e dell’attesa.

Quanto ai CAS, le ingenti cifre in ballo e le gare d’appalto indifferenziate fanno sì che vi partecipino assai spesso soggetti incompetenti e senza esperienza con l’unico interesse a fare utili (investiti da alcuni in modo corretto, da molti per esclusivo guadagno personale). È esperienza comune che alle gare partecipino soggetti che non hanno alcun interesse per il bene pubblico, se non addirittura soggetti legati alla criminalità, come dimostra il caso di Mafia capitale a Roma.

Infine è bene tenere conto che i CAS delle prefetture, non hanno alcun interesse, se non casualmente, a coinvolgere il territorio, gli enti locali e le associazioni. Anzi spesso, per i vincitori di gare che arrivano dall’esterno, gli interessi del territorio sono soltanto ostacoli, con conseguente tendenza a escluderli.

La conclusione è evidente. Con il passaggio della maggior parte dei richiedenti asilo dai centri SPRAR ai CAS si demolirà il sistema d’accoglienza pubblico locale, consegnando a interessi privati le risorse dell’accoglienza e generando disagio e conflitti che le comunità locali e i comuni dovranno pagare.

 

Filippo Miraglia (*)

Miraglia

 

 

 

 

 

 

 


(*) Filippo Miraglia, 54 anni, vive in provincia di Rimini con la moglie Monia e tre figli maschi. Laureato in fisica, ha insegnato per oltre un decennio nelle scuole secondarie superiori. Nel 1993 inizia il suo impegno nell’Arci a Pistoia, dopo alcuni anni di militanza nell’associazione Nero e non solo, che in quell’anno confluisce nell’Arci. In Nero e non solo inizia a occuparsi della difesa dei diritti dei migranti, impegno che proseguirà nell’Arci, diventando nel 2004 responsabile nazionale immigrazione dell’associazione.

Militante antirazzista e per i diritti delle minoranze e delle persone di origine straniera fin dalla seconda metà degli anni ottanta, ha contribuito alla promozione di diverse campagne contro il razzismo e in favore dei migranti, fra cui la campagna L’Italia sono anch’io.

Attualmente lavora a Roma come responsabile immigrazione dell’ARCI e dal 2016 è anche presidente di ARCS, la ONG dell’ARCI che si occupa di cooperazione e solidarietà internazionale.

False evidenze, bugie e pregiudizi: un contributo di Filippo Miraglia

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La mini-serie sull’immigrazione prosegue questa settimana con il contributo di un dirigente nazionale dell’Arci, una delle organizzazioni che più si sono impegnate nell’attività di accoglienza per i migranti, cercando di compensare la cronica insufficienza dell’intervento delle autorità statali e comunitarie, tanto da configurare una vera e propria situazione di sostituzione, anziché – come dovrebbe essere – di sussidiarietà. 

La vicenda umana e professionale di Miraglia è tutta incentrata sull’antirazzismo e al servizio dei diritti delle minoranze e dei disperati che arrivano nel nostro paese, per i quali col nuovo governo sarà anche “finita la pacchia”, ma che certo grandi motivi di soddisfazione non devono aver avuto neanche in passato.

Si tratta di un’impostazione ideale da puro “civil servant”, che parte da premesse diverse da quelle solidaristiche religiose ma arriva alle stesse conclusioni di impegno per la costruzione di un mondo migliore, inclusivo e aperto.

Il contributo di Miraglia ci accompagnerà per questa settimana e la prossima e rappresenta un punto di vista originale e pregnante che, insieme a quanto pubblicato con gli altri interventi, può contribuire a fornirci un quadro il più possibile completo su quello che, a tutti gli effetti, è il fenomeno più rilevante della nostra civiltà di oggi.

Buona lettura, dunque!

 


 

 

Il dibattito pubblico sull’immigrazione da anni è terreno di battaglia politica per la conquista del consenso e non solo con l’approssimarsi di appuntamenti elettorali.

Questa forte politicizzazione ha fatto sì che, progressivamente, si siano consolidate quelle che potremmo chiamare “false evidenze”, cioè verità presunte, non supportate da dati reali, che tanti, quasi tutti, danno per scontate e che non necessitano di alcuna dimostrazione.

La legislazione sull’immigrazione è stata ed è oggetto, oramai da più di vent’anni, di continui interventi che rendono instabile la condizione giuridica dello straniero (con un ruolo sempre più discrezionale della pubblica amministrazione) e che, soprattutto, si caratterizzano per una crescente riduzione dei diritti degli stranieri. Un riformismo dal segno meno, che alimenta l’idea che negare diritti agli stranieri contribuisca a migliorare la condizione degli italiani.

Gli esempi, più recenti sono la legge Orlando Minniti, del precedente governo di centro sinistra, che per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana ha cancellato alcune importanti garanzie giurisdizionali per una sola categoria di persone, i richiedenti asilo, e la Salvini più recente, che – tra le altre cose – ha cancellato il titolo di soggiorno per ragioni umanitarie.

Tra le false evidenze la più usata è quella che fa riferimento all’arrivo in Italia e in Europa di un numero enorme, intollerabile, di persone che chiedono asilo.

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Negli ultimi anni, non certo a causa delle cosiddette primavere arabe (2011), ma soprattutto a causa di guerre, conflitti interni, persecuzioni e violenze diffuse, il numero di persone costrette a lasciare le loro case è aumentato in maniera esponenziale.

Nel 2018, i dati ancora non sono disponibili, se il trend degli ultimi anni è confermato, arriveremo certamente a un numero vicino ai 70 milioni di uomini e donne in cerca di protezione.

Se 70 milioni sono l’1% della popolazione mondiale, l’UE, anche senza considerare le enormi diseguaglianze economiche e quindi anche le disparità in merito alla capacità di spesa tra i Paesi occidentali e, ad esempio, quelli dell’Africa e del Medio Oriente, l’UE, con i suoi 500 milioni di abitanti, 7% circa della popolazione del Pianeta, dovrebbe dare accoglienza al 7% di questi 70 milioni, ossia a circa 5 milioni di profughi.

Nell’UE il numero di 5 milioni è stato leggermente superato in 10 anni, cioè negli anni che vanno dal 2008 al 2017. Quindi al momento l’UE non corrisponde neanche al 10% della risposta di accoglienza che spetterebbe sulla base della sua popolazione, se calcoliamo la media degli accolti ogni anno negli ultimi 10 anni.

Molto di più di noi fanno Paesi poverissimi e piccolissimi come il Libano e la Giordania, per non parlare del Kenia e della Turchia.

Eppure ovunque, anche in interventi che sembrano orientati a favore dei diritti degli stranieri, leggiamo parole e concetti che danno per scontato che il flusso di persone arrivato in Europa e in Italia negli ultimi anni sia enormemente superiore a quel che possiamo sopportare.

Se poi si considera il nostro Paese, che rappresenta il 12% della popolazione UE (60 milioni su 500), dei 5 milioni circa di persone che spetterebbero all’UE ogni anno, l’Italia dovrebbe accoglierne ameno 600 mila (12% di 5 milioni).

Siamo molto lontani da questi numeri e l’Italia, nel decennio 2008 – 2017, ha accolto circa 540 mila persone. In dieci anni, non in un solo anno, come dovrebbe spettarci se ci fosse un’equa ripartizione a livello mondiale.

Per riportare alle sue giuste dimensioni il nostro ruolo e il fenomeno degli arrivi di stranieri in Italia, si potrebbe paragonare il numero di richiedenti asilo accolti dall’Italia in 10 anni, 540 mila circa, con i 650 mila stranieri regolarizzati in un solo giorno nel 2002 dal governo Berlusconi, a seguito dell’entrata in vigore della nota legge Bossi Fini: in un giorno più persone irregolari regolarizzate che quanti richiedenti asilo sono stati accolti in 10 anni!

Nel prossimo articolo esamineremo più nel dettaglio i meccanismi e l’organizzazione dell’accoglienza.

Filippo Miraglia (*)

 

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(*) Filippo Miraglia, 54 anni, vive in provincia di Rimini con la moglie Monia e tre figli maschi. Laureato in fisica, ha insegnato per oltre un decennio nelle scuole secondarie superiori. Nel 1993 inizia il suo impegno nell’Arci a Pistoia, dopo alcuni anni di militanza nell’associazione Nero e non solo, che in quell’anno confluisce nell’Arci. In Nero e non solo inizia a occuparsi della difesa dei diritti dei migranti, impegno che proseguirà nell’Arci, diventando nel 2004 responsabile nazionale immigrazione dell’associazione.

Militante antirazzista e per i diritti delle minoranze e delle persone di origine straniera fin dalla seconda metà degli anni ottanta, ha contribuito alla promozione di diverse campagne contro il razzismo e in favore dei migranti, fra cui la campagna L’Italia sono anch’io.

Attualmente lavora a Roma come responsabile immigrazione dell’ARCI e dal 2016 è anche presidente di ARCS, la ONG dell’ARCI che si occupa di cooperazione e solidarietà internazionale.

 

La gestione dell’accoglienza: il contributo di Andrea Arcamone

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L’immigrazione, quando diventa fenomeno sociale importante e prolungato nel tempo come nell’attualità, ha un impatto forte sull’intero assetto dell’ordine pubblico. Anzi, è proprio questa la parte più visibile e stringente del problema, che rischia di innescare veri e propri comportamenti xenofobi e che rappresenta il punto centrale di molte piattaforme politiche.

Ospitiamo questa settimana il contributo di un professionista dell’ordine pubblico, che con i problemi dell’immigrazione ha a che fare quotidianamente e che ha ricoperto ruoli di responsabilità anche nella gestione degli sbarchi e della prima accoglienza.

La normativa è in continua evoluzione e certamente sempre complessa, ma al di là del rispetto delle leggi, è impossibile non pensare che si ha a che fare con persone, spesso disperate ma anche fortemente determinate a crearsi uno spazio nel paese di destinazione.

Il punto di vista e l’esperienza di chi si trova in prima linea è sicuramente di grande interesse.

Buona lettura, dunque.

 


 

MIGRANTI: LA GESTIONE DELL’ACCOGLIENZA

di Andrea Arcamone

 

Ormai dal 2011 l’Italia è interessata dal fenomeno dell’immigrazione di massa, attraverso l’arrivo di profughi che giungono principalmente (ma non solo) via mare dal continente africano. Le politiche di contenimento del fenomeno stabilite dall’attuale Governo hanno certamente ridimensionato il fenomeno che nel recente passato, aveva assunto proporzioni tali da aver allarmato buona parte dell’opinione pubblica.

Ma come funziona la macchina dell’accoglienza e chi sono gli attori che vi partecipano? La materia è assai complessa, quindi ci limiteremo ad un sintetico panorama di insieme, per dare qualche concetto di massima.

Partiamo da un presupposto: praticamente la totalità dei migranti stranieri che via mare o via terra raggiungono irregolarmente il territorio nazionale presentano istanza per tentare di ottenere la protezione internazionale – comunemente indicata come asilo politico – al fine di garantirsi la legittimità – anche se solo temporanea – per soggiornare sul territorio nazionale.

Come detto i migranti vengono o rintracciati sul territorio nazionale o come più spesso accade il loro sbarco via mare viene “guidato” in banchina o vengono soccorsi direttamente in mare e successivamente condotti a terra.

L’attivazione dell’evento è di competenza della “Direzione Centrale dei Servizi Civili per l’Immigrazione e l’Asilo”, appartenente ad un Dipartimento del Ministero dell’Interno.

Il primo intervento è sicuramente quello dell’assistenza medica coordinato dalle ASL competenti per territorio che dispiegano le loro unità presso i c.d. “Hotspot” luoghi dedicati alla prima accoglienza, dei profughi.

Con l’assistenza di mediatori culturali e alla presenza di funzionari dell’ UNHCR – (Agenzia ONU per i rifugiati) vengono poi effettuate tutte quelle operazioni volte a rendere certa l’identità del migrante a cura delle unità specializzate della Polizia di Stato  con la redazione di un foglio notizie  volte a raccogliere informazioni personali e familiari per ricostruire “la storia” della persona, tra cui il fotosegnalamento quale atto importantissimo per dare un dato certo sulla sua identità, dato che i migranti sono di norma sprovvisti di passaporto. I dati vengono inseriti in un database nazionale di “Sistema Gestione dell’Accoglienza”.

Una successiva fase di pianificazione permette di gestire ed organizzare la distribuzione dei migranti per l’accoglienza ed ospitalità sul territorio, non potendo essere accolti, per evidenti ragioni di numero, nei Centri di Prima Accoglienza. Viene quindi effettuata una assegnazione degli stranieri prima su base regionale, poi su base provinciale, con la finalità di evitare la loro dispersione e consentire alle autorità competenti il supporto ed il monitoraggio dei migranti stessi.

In sede territoriale il migrante presenterà la richiesta di asilo presso l’ufficio Immigrazione della Questura di competenza, dando inizio all’iter per il riconoscimento della sua istanza che sarà valutata in prima battuta dalla Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale[1], potendo poi ricorrere in sede giurisdizionale al Tribunale Civile, in caso di prima decisione sfavorevole per i migranti.

I richiedenti asilo – in linea di massima – per la normativa vigente che ha recepito le normative Comunitarie di settore, hanno diritto all’ospitalità da parte dello Stato, nelle more del riconoscimento o del rigetto della richiesta di asilo, secondo un sistema graduale finalizzato all’inserimento del migrante nel contesto sociale. Infatti agli stessi dopo qualche mese viene anche rilasciato un Permesso di Soggiorno che permette appunto di svolgere attività lavorativa.

I nodi più difficili da dipanare – che agitano i palazzi della politica – sono quelli relativi ai tempi dell’iter procedurale per la definizione delle richieste di protezione internazionale e del contestuale contrasto all’immigrazione illegale.

In merito al primo punto, sono circa 130.000 le domande giacenti che attendono di essere valutate in primo grado dalle Commissioni, con liste di attesa che possono arrivare anche a due anni e mezzo. A tal proposito sono allo studio dei correttivi finalizzati a rendere più agevole l’opera delle predette commissioni.

Inoltre è da considerarsi fondamentale la cooperazione con i Paesi di provenienza degli stranieri: solo solidi accordi bilaterali possono permettere da una parte un fattivo monitoraggio dei “partenti” per l’Europa e dall’altro l’eventuale rimpatrio verso il paese di provenienza di coloro che, una volta giunti, non venissero riconosciuti come meritevoli della Protezione Internazionale.

 

 


 

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Andrea Arcamone

Classe 1965, di origine umbra ma da tempo naturalizzato cittadino senese, è laureato in giurisprudenza, scienze politiche e specializzato in diritto amministrativo.

Ha percorso tutti i gradini della carriera nella Polizia di Stato fino all’attuale incarico di dirigente della Divisione di Polizia Amministrativa, Sociale e dell’Immigrazione della Questura di Siena.

Nel corso della sua attività lavorativa, ha spesso ricoperto ruoli in prima linea, e con relative responsabilità, nel settore della gestione e organizzazione dell’accoglienza ai migranti, oltre a svolgere importanti funzioni di ordine pubblico nelle diverse località dove ha prestato servizio.

 

 

 

[1] Le Commissioni Territoriali sono gli organi deputati all’esame delle domande di protezione internazionale e, nominate con decreto del Ministro dell’Interno, sono presiedute da un funzionario della carriera prefettizia (con la qualifica di Viceprefetto) e composte da un funzionario della Polizia di Stato, da un rappresentante di un Ente territoriale designato dalla Conferenza Stato-Città ed autonomie locali e da un soggetto designato dall‘U.N.H.C.R. (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati).

Ad oggi sono operative n. 28 Sezioni per un totale di n. 48 collegi.

(dal sito web del Ministero degli Interni)

 

L’immigrazione come fenomeno demografico: contributo di Filippo Verre

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Come abbiamo fatto diverse volte in passato, quando si trattano argomenti complessi o che hanno diverse chiavi di lettura, ospitiamo alcuni contributi esterni che possono aiutare il lettore a farsi un’idea più articolata e circostanziata.

Lo facciamo anche in questa mini-serie sulle migrazioni, iniziando dall’intervento di Filippo Verre, studioso di problemi socio-economici ed esperto in demografia, che insegna all’Università di Siena.

Seguiranno articoli su altri aspetti del problema: ci occuperemo di ordine pubblico, ascoltando l’esperienza di chi ha operato in prima linea per gestire gli sbarchi e quotidianamente affronta le numerose emergenze che si presentano. Parleremo anche delle iniziative di solidarietà e accoglienza, da parte di chi aiuta in tutti i modi i migranti a inserirsi nel tessuto sociale.

Questi contributi esterni verranno alternati con i consueti articoli del blog sugli argomenti dei quali usualmente ci occupiamo, dalla finanza all’economia.

 

Buona lettura, dunque!

 


 

 

La guerra dei poveri fra bisognosi e migranti

di Filippo Verre

 

Le migrazioni hanno sempre fatto parte della storia dell’uomo. Gli uomini si muovono da sempre grazie ad un innato istinto ramingo che ha permesso la colonizzazione di altri continenti oltre alla nativa Africa. La stessa ricerca aerospaziale non è altro che la nuova frontiera della migrazione umana: l’esplorazione e la futuribile colonizzazione dello spazio.

Lo studio del fenomeno delle migrazioni non può essere distinto da quello dell’accoglienza, vero e proprio rebus per molte cancellerie europee. Infatti, ciò che oggigiorno costituisce la sfida più grande per i governi e per le società più ricche non è tanto far fronte ai fluttuanti flussi migratori ma cercare di governarli e gestirli. In altre parole, ciò che risulta essenziale è integrare i migranti che giungono nei nostri Paesi e nelle nostre città dai posti più disparati.

Nel contesto europeo, è indispensabile che ci sia un’unica strategia in tale ottica, allo scopo di coordinare i Paesi continentali a mettere in atto una serie di misure comuni. Oggi in massima parte è così, anche se in passato la gestione dei flussi migratori non è sempre stata coerente tra le varie nazioni che compongono l’Unione Europea, anzi. Spesso i singoli Paesi, stante il non ultimato processo di integrazione comunitaria, erano chiamati a gestire in maniera solitaria fenomeni legati al tema delle migrazioni.

Il fenomeno dell’accoglienza è caratterizzato essenzialmente da due tipologie di problemi: uno finanziario e uno sociale. Per ciò che concerne il primo, un Paese tanto più è ricco e dotato di risorse, tanto più sarà in grado di far fronte ai bisogni dei migranti. La tenuta e la stabilità finanziaria sono essenziali per garantire un adeguato servizio ai richiedenti asilo e per gestire quantità significative di persone in cerca di aiuto. Una volta accolti, infatti, l’obiettivo finale è quello di integrare i nuovi arrivati nel tessuto socio – economico del Paese. Per far ciò, le risorse finanziarie messe a disposizione devono essere cospicue e ben utilizzate da parte degli apparati amministrativi dei singoli Stati. Secondariamente, non vanno sottovalutate le possibili tensioni di carattere etnico – sociale che potrebbero venire a crearsi tra le fasce più deboli della società nazionale e i richiedenti asilo.

Tra il 2013 e il 2017 il forte aumento degli sbarchi sulle coste italiane e greche ha riportato il tema delle migrazioni sulle prime pagine di tutti i giornali italiani ed europei. È ancora vivo il ricordo di Angela Merkel che apre inaspettatamente le porte ai siriani, e le tante reazioni di solidarietà, ma anche di chiusura di molti altri Paesi facenti parte dell’Unione Europea, chiamati a gestire il più grande afflusso di richiedenti asilo in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

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Oggi, in un periodo di sbarchi in calo a causa del nuovo approccio al tema dell’immigrazione adottato dal governo Lega – 5 Stelle, si corre il rischio di considerare superato il problema e di sottovalutarlo. Invece, a prescindere dagli sbarchi, i problemi legati alle migrazioni più o meno clandestine costituiscono un serio grattacapo per le società e gli apparati governativi europei.

Il numero di stranieri che vive in Europa occidentale è in crescita e l’Italia non fa eccezione. Se nel 1998 gli stranieri residenti sul territorio italiano superavano di poco il 3% della popolazione, oggi, dopo soli vent’anni, ci avviciniamo all’8,5% e sfioriamo il 10% se prendiamo in considerazione anche chi, nato all’estero, ha acquisito la cittadinanza italiana. In questo contesto, le città giocano un ruolo fondamentale. È lì che spesso si concentra il più grande numero di stranieri e di persone con un passato recente di migrazione. Circa il 18% di chi risiede a Milano, ad esempio, è straniero, e questa percentuale raggiunge il 30% a Berlino, il 37% a Londra e sfiora il 40% a Vienna.

Negli ultimi anni, soprattutto a causa dei nefasti sviluppi delle Primavere Arabe e dei preoccupanti ribaltamenti verificatisi in Libia, i flussi migratori verso le coste europee hanno subito dei poderosi incrementi. Tuttavia, per governare le migrazioni non basta semplicemente regolare e gestire i flussi: bisogna anche fare in modo che il migrante non finisca nel circolo vizioso di marginalità ed esclusione che lo potrebbero condurre sulla strada del crimine e della violenza.

Per evitare ciò è indispensabile che si proceda in maniera spedita all’integrazione del migrante nel tessuto socio – occupazionale dello Stato in cui approda. Si tratta di un processo lungo e finanziariamente molto dispendioso. In Europa occidentale il costo previsto per l’accoglienza di un richiedente asilo nel primo anno dal suo arrivo è di circa 10.000 euro. Tale costo include vitto, alloggio e servizi di base.

Nel periodo di alti flussi di migranti verso l’Europa, gli Stati membri dell’UE si sono dovuti sobbarcare un maggior costo per gestire l’accoglienza a livello nazionale, che in alcuni casi è divenuto piuttosto significativo: all’apice della crisi nel 2015 è stato l’1,4% del PIL svedese, lo 0,5% del PIL tedesco e lo 0,4% del PIL italiano. Solo i pochi paesi europei che sono usciti meno provati dalla doppia crisi economica, mondiale prima ed europea poi, hanno potuto mettere a disposizione risorse senza sforare i parametri di deficit/PIL, mentre altri (come Italia e Grecia) hanno dovuto continuare ad applicare politiche di austerity facendo fronte alle spese impreviste ma improcrastinabili causate dalla crescita repentina dei flussi migratori irregolari. Ciò ha ristretto ulteriormente il possibile spazio fiscale dei governi per poter potenziare le politiche per l’integrazione.

In questo senso, Italia e Grecia sono sicuramente state penalizzate dalla combinazione di una profonda recessione (nel caso greco) o di una lenta ripresa (nel caso italiano) che hanno compresso le risorse destinate all’integrazione degli stranieri in favore di spese per gestire le frontiere esterne (operazioni di salvataggio in mare e di controllo del territorio) e per fornire prima accoglienza ai migranti arrivati via mare.

Inoltre, l’enorme afflusso di migranti degli ultimi anni ha inondato le città di centinaia di migliaia di disperati. Tale situazione ha esacerbato gli animi degli strati più deboli della società, contribuendo a incattivire il clima di accoglienza. Molti cittadini, sentendosi abbandonati dalle istituzioni, accusano apertamente lo Stato di favorire maggiormente i richiedenti asilo al posto dei reali detentori della cittadinanza.

Tale situazione è oltremodo preoccupante in quanto si stanno creando i presupposti per la nascita di una vera e propria “guerra tra poveri” che metterebbe di fronte chi è situato ai gradini più bassi della scala sociale, ovvero i più bisognosi contro i migranti. Tutto ciò potrebbe portare ad un’ondata di risentimento verso i nuovi venuti che potrebbe facilmente sfociare in episodi xenofobi e razzisti.

In conclusione, le migrazioni sono un fenomeno che ha sempre fatto parte della storia umana. Oggigiorno, il mondo è fortemente globalizzato e sempre più lo sarà nel corso dei prossimi lustri. Gli Stati più ricchi, luogo naturale di approdo da parte dei migranti in cerca di migliori condizioni di vita, sono chiamati a mettere in atto una serie di azioni volte non solo ad accogliere i nuovi arrivati ma anche ad integrare quanto più possibile questi ultimi nella società e nell’economia nazionale.

Non si tratta di processi scontati o di breve durata. Come abbiamo visto, infatti, sia la disponibilità finanziaria che la tenuta sociale di un Paese giocano un ruolo fondamentale in tal senso e sono a dir poco essenziali nella integrazione finale di chi arriva da molto lontano. La vera sfida, attualmente, consiste nel coordinare le energie nazionali per far fronte ad un fenomeno, quello delle migrazioni, che farà stabilmente parte dei dossier più attuali delle cancellerie europee.

 

Filippo Verre

Filippo

 

 

 


 

(*) FILIPPO VERRE
Senese, dopo la maturità classica, ha proseguito gli studi classici a Siena laureandosi prima in Giurisprudenza nell’aprile 2015 e successivamente nel dicembre 2017 in Scienze Politiche con indirizzo diplomatico. Ha effettuato un periodo di ricerche presso la Sacred Heart University a Bridgeport. Per la seconda laurea ha scelto un argomento che gli sta particolarmente a cuore, vale a dire i diritti delle minoranze perseguitate: si è dedicato allo studio del popolo curdo e alla nascita di una o più entità statuali a maggioranza curda nel Medio Oriente.
Ha poi perfezionato gli studi in Inghilterra, a Oxford, con un master in Studi Internazionali – Relazioni Internazionali e a Roma presso la SIOI (Società Italiana per L’organizzazione Internazionale) dove ha completato un master in Studi Diplomatici ed Economici. Ha poi conseguito il master discutendo una tesi sul rapporto tra religione e politica nelle relazioni internazionali. A Roma ha studiato tematiche relative alle strategie diplomatiche nazionali dei maggiori Paesi, analizzato le maggiori organizzazioni giuridiche internazionali e le principali crisi politiche ed economiche che si sono verificate in Europa e nel mondo dopo la Seconda guerra mondiale.
Dal giugno 2017 è social media manager di un’azienda specializzata nel settore della ristorazione e della organizzazione di eventi; ha inoltre effettuato una breve ma significativa esperienza come Cultore della materia presso la Link Campus University di Roma. Da ottobre 2018 è cultore della materia in “demografia” presso l’Università degli Studi di Siena.

 

Esodi, transumanze e migrazioni

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Il Natale è in un certo senso anche una ricorrenza della migrazione: tutto sommato, all’epoca dei fatti, la Sacra Famiglia stava rientrando verso il luogo di origine, da cui si era spostata per registrarsi ai fini del censimento. La Bibbia stessa narra di esodi epocali e di spostamenti: del resto la storia dell’uomo è da sempre segnata da fenomeni migratori che, nei casi migliori, sono viaggi pieni di speranza verso una terra promessa o alla ricerca di una vita più dignitosa e, in quelli peggiori, diaspore e genocidi.

In questo blog, che si occupa soprattutto di aspetti finanziari e socio-economici abbiamo affrontato molti argomenti ma, fino ad oggi, non ci siamo mai soffermati sul tema della migrazione in modo specifico. Eppure, non c’è dubbio che niente come i flussi migratori influisca sul nostro sistema e stia cambiando i connotati stessi della società e dunque anche dell’economia.

L’atteggiamento da tenere nei confronti dei migranti costituisce forse il maggior punto di distinzione dei programmi delle attuali forze politiche: da quelle che vogliono opporsi tout-court agli ingressi, a quelle che cercano di limitare e disciplinare il fenomeno, a quelle che sono favorevoli all’accoglienza e all’integrazione. Si tratta comunque di un aspetto che muove flussi di denaro importanti per la gestione degli sbarchi, l’organizzazione dei centri di smistamento, per favorire lo sviluppo dei Paesi di origine al fine di contenere il problema alla base (“aiutiamoli a casa loro”), senza dimenticare la possibilità di sfruttare le materie prime di cui molti di quei Paesi sono ricchi.

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Una volta sbarcati, inizia la trafila del percorso di riconoscimento e legalizzazione degli ingressi, con i permessi di soggiorno, oppure di rimpatrio. Per chi resta, che sia in regola o clandestino, l’ingresso nella forza lavoro contrattualizzata o “in nero”, oppure nei ranghi della malavita.

Come si vede, anche da un mero punto di vista economico, il fenomeno è sicuramente rilevante in quanto determina forti influenze sia sul mercato del lavoro, originando squilibrio o molto spesso riequilibrio dell’offerta (soprattutto dei lavori a minor contenuto specialistico); sia sulla domanda globale, perché i nuovi arrivati comunque consumeranno e cercheranno case e mezzi di sussistenza; sia infine sulla spesa pubblica, perché le spese per assistenza sociale e sanitaria in un sistema aperto come il nostro graveranno sul bilancio dello Stato.

Ancora più evidente è poi l’influenza sul modo di vivere e sulla fisionomia stessa delle nostre città: ormai vedere persone di diversa provenienza etnica è talmente usuale a tutti i livelli che non ci si fa più caso. Incrociare nelle nostre città donne che girano velate oppure passare vicino a moschee è diventato la regola, così come trovare badanti dell’Est Europa nelle case degli anziani o asiatici come personale di servizio nelle abitazioni signorili.

La sensazione è che opporsi a questo fenomeno sia pressoché inutile, se non impossibile. Quando le dimensioni sono quelle raggiunte oggi, alzare barriere all’ingresso può servire nel breve termine magari a dirottare altrove i flussi, ma alla lunga è come voler frenare una valanga con le mani.

 

E poi ci sono le conseguenze culturali: siamo orami decisamente una società multi-etnica, nelle cui scuole la quota di studenti provenienti da famiglie di migranti è in crescita esponenziale e presto sarà la maggioranza. Vengono messe in discussione le radici culturali, a partire dalle tradizioni e dall’educazione cattolica, già duramente colpite dalla globalizzazione.

Per Paesi come gli Stati Uniti, in cui queste radici sono giovani e deboli, è stato relativamente facile arrivare a una sostanziale integrazione. La società è sempre stata costituita da gruppi etnici ben caratterizzati, che alla fine hanno trovato un modo efficiente di coesistere con reciproco vantaggio. Ma per noi, con secoli di storia alle spalle, l’impatto di questa vera e propria invasione rischia di essere devastante. Sono persone giovani, “affamate” e molto motivate, disposte a fare sacrifici e abituate a sopportare difficoltà e privazioni, mentre troppo spesso – per usare un’espressione del Cardinale Biffi, vescovo di Bologna di un paio di decenni fa – noi siamo “sazi e disperati”, impigriti dal benessere e cresciuti nell’abbondanza.

Pur essendo le migrazioni un fenomeno sempre presente nella storia, tuttavia le dimensioni assunte al giorno d’oggi sono impressionanti. Popoli interi si mettono in marcia per sfuggire alle guerre, alla povertà, ai genocidi. Vedere colonne di persone che rincorrono i loro sogni o semplicemente inseguono un miraggio di sopravvivenza non può lasciare indifferenti. E’ vero che molto spesso si infiltrano anche malviventi ed è anche vero che intorno agli sbarchi è fiorito un mercato del malaffare. Ma questi sono solo gli effetti del fenomeno, che possono essere combattuti e contrastati, ed è bene che lo siano, ma che lasciano inalterate le cause, sulle quali è invece necessario riflettere.

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Il forte e crescente divario fra aree del mondo ricche e aree povere, la distribuzione delle risorse e la geografia delle opportunità, la diffusione di malattie ed epidemie, i diversi tassi di crescita demografica: sono solo alcune delle cause all’origine dei fenomeni migratori.

Cercheremo nei prossimi articoli di esaminare i diversi aspetti del problema, anche con contributi esterni di specialisti dei diversi settori: dalla demografia alla gestione degli aspetti di ordine pubblico, dalle iniziative di accoglienza e solidarietà agli effetti più strettamente economici.

Come in altri casi, non riusciremo a dare risposte ma ci limiteremo a evidenziare le domande, con l’obiettivo di evitare superficialità di giudizio e reazioni istintive, molto spesso più di pancia che di testa.

 

Buona lettura dunque.