Proteggere la mente e l’umore: Consigli per sopravvivere al Coronavirus

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Prosegue nel blog la miniserie dedicata al mondo post-coronavirus: che tipo di società sarà quella che emerge dalle macerie della pandemia? Abbiamo cercato di immaginare, anche con il contributo di professionisti ed esperti dei diversi settori di attività, quali cambiamenti strutturali comporterà lo tsunami del virus, che conseguenze dovremo affrontare e come ne verrà modificata la nostra vita.

Abbiamo iniziato parlando delle determinanti e degli effetti demografici, poi abbiamo visto cosa c’è da aspettarsi in ambito economico e finanziario, in quello immobiliare e delle costruzioni e nella comunicazione.

Oggi ospitiamo il contributo di un illustre psichiatra, di grande esperienza e di riconosciuta autorevolezza in ambiente medico e accademico, ma soprattutto di particolare sensibilità e capacità di lettura dei fenomeni personali e sociali. Fagiolini, di scuola pisana pur essendo livornese, ma di formazione americana, non nasconde la gravità e le insidie che lo tsunami Corona virus ha comportato e comporterà per la salute mentale e l’equlibrio psicologico ed emotivo. Dovremo imparare a gestire maggiori livelli di stress (come se fossero pochi quelli a cui già da prima eravamo sottoposti), acquisire abitudini di vita “virus complying”, imparare nuove modalità per mantenere e rafforzare i rapporti sociali. Non che sia facile, soprattutto se a questo si sovrappongono i problemi materiali che amplificano lo stress, ma possiamo farcela.

 

Buona lettura, dunque.

 


 

 

L’epidemia di coronavirus ha comportato un generale aumento di stress, a causa della  preoccupazione per la propria salute e per la salute dei propri cari.

In molte persone, sono comparsi peggioramenti del sonno, delle funzioni cognitive e delle malattie già in corso, a volte associate a un aumento dell’uso di alcol, tabacco o altre droghe. Alle iniziali preoccupazioni per i rischi connessi all’infezione, si è poi aggiunto lo stress per le conseguenze economiche e lavorative, nonché  per il cambiamento delle abitudini e condizioni di vita.

In questa situazione, la preoccupazione è una reazione normale, sana, e spesso utile. La preoccupazione, infatti,  aiuta a tenere alto il livello di attenzione, a tenersi informati, a proteggerci meglio, a farci pensare e trovare soluzioni o adattamenti.  In molti, tuttavia,  la preoccupazione è diventata eccessivamente intensa, e dunque controproducente, dannosa, fino a generare condizioni spiacevoli e dolorose come l’ansia.

Molte persone hanno  sviluppato ansia psicologica  e/o  ‘ansia fisica’, ovvero una forma di ansia che si presenta soprattutto con sintomi fisici come bruciori di stomaco, diarrea o altri disturbi gastrointestinali, aumento dei battiti del cuore, sudorazione, essiccamento e bruciore degli occhi, tensione muscolare, senso di costrizione alla gola, giramenti di testa, aumento della pressione, cefalea o aumento dell’intensità e frequenza di altre sindromi dolorose già esistenti. Assai spesso, si sono associati anche sintomi come insonnia, difficoltà di concentrazione,  inquietudine,  irritabilità,  difficoltà di organizzazione e di motivazione.

L’insonnia è una condizione che può presentarsi come difficoltà ad addormentarsi, risvegli a metà della notte o risvegli al mattino molto presto. Contrariamente a quanto si pensa comunemente, l’insonnia non è un problema limitato esclusivamente alla notte. In molti, infatti, l’insonnia è il risultato di quanto accaduto il giorno prima e di quanto una persona si aspetta per il giorno seguente. Nei soggetti con insonnia,  il sonno è difficile e leggero, con grandi difficoltà a addormentarsi o riaddormentarsi.  E,  purtroppo,  in periodo COVID, queste condizioni aumentano il malessere e l’ ansia esperita il giorno successivo, creando così un circolo vizioso. La mancanza di riposo, contribuisce poi a altri problemi, come le difficoltà di concentrazione, di attenzione e di memoria.

Nei casi più gravi, è necessario chiedere aiuto a un professionista. Nei casi più lievi , tuttavia, alcuni minimi accorgimenti possono portare a miglioramenti significativi.  Per esempio, nell’insonnia, i primi rimedi sono quelli di: 1)  limitare l’assunzione di caffeina e alcol (l’alcol aiuta a addormentarsi ma genera un sonno non riposante e- una volta svanito il suo effetto- lascia la persona in condizioni peggiori di prima); 2)  rimuovere le sveglie luminose e qualsiasi fonte di luce in camera; 3)  eliminare telefoni, reti wireless e altri apparecchi che generano onde elettromagnetiche, soprattutto vicino alla testa; 4)   fare un minimo di movimento e esercizio fisico (se non si hanno malattie che lo controindichino), anche in casa, possibilmente non subito prima di andare a dormire; 4)   esporsi alla luce solare, anche se per pochi minuti,  ogni giorno (basta stare un po’ alla finestra), soprattutto al mattino.

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Passiamo ora all’attenzione, motivazione e concentrazione.

Molta della nostra attenzione, in questo periodo,  è attratta dalla minaccia del coronavirus. E quindi consumiamo molte delle nostre energie mentali a leggere e guardare notizie sul virus. Se da una parte è bene informarsi, dall’altra non è utile dedicare tutte le nostre energie al coronavirus, soprattutto quando abbiamo messo in atto tutti i sistemi necessari per proteggersi. in questi giorni è dunque più difficile concentrarsi su altre cose, soprattutto quando sia necessaria una concentrazione sostenuta nel tempo, ad esempio per finire qualche progetto che non sia immediato Una possibile soluzione consiste nel ricominciare a far lavorare le nostre funzioni cognitive cimentandosi in qualche compito facile, magari diviso in tanti subcompiti più piccoli. E’ utile pianificare le nostre attività anche quando non abbiamo orari precisi da rispettare, e quindi programmare delle attività da eseguire in orari specifici, intervallati da pause. Conviene anche cercare di  limitare l’approvvigionamento di notizie a un massimo di 3-4 volte al giorno.

Per quanto riguarda l’irritabilità, le cause sono spesso dovute all’ansia, al cambio di abitudini o alla convivenza troppo stretta con le altre persone. Per migliorare, nei casi che non richiedano un professionista, è utile ritagliarsi un po’ di ‘tempo da soli’.  Basta anche un piccolo spazio, se la casa è piccola, prendendo precisi accordi con i conviventi per essere reciprocamente ‘lasciati in pace’ almeno un paio di ore al giorno, che possono essere usate ad esempio per esercizi di rilassamento (e.g., provare a respirare lentamente e profondamente, muovendo lo stomaco e mantenendo fermo il torace, assicurandosi che l’espirazione sia doppia rispetto all’inalazione, svuotando al massimo i polmoni, etc), per esercizi di meditazione (e.g., provare a immaginare un luogo sicuro e bello, pensando di muovercisi e visitarlo, concentrandosi sulle esperienze di tutti e cinque i sensi, uno per volta: vista, udito, olfatto, gusto e tatto), o per qualche esercizio fisico, che possa servire a diminuire l’energia in eccesso e ‘scaricarsi’.

Infine, è necessario mantenere contatti sociali.  E’ fondamentale per chi vive da solo ma è di enorme  importanza anche per chi vive in famiglia, per avere confronti con persone che non siano quelle con cui si condivide per troppo tempo lo stesso spazio.  Ci sono tanti metodi per comunicare senza aumentare i rischi di infezione,  dal telefono, alle videochiamate, emails, etc.

Nei casi più gravi, è comunque utile consultare uno psicologo o uno psichiatra, per un aiuto professionale volto al miglioramento dell’equilibrio e della qualità di vita, in attesa di tempi migliori.

 

Andrea Fagiolini (*)

 

 


 

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(*) Andrea Fagiolini, 55 anni, laureato all’Università di Pisa,  per 10 anni ha svolto la sua attività professionale a Pittsburgh, negli Stati Uniti, dove ha ricoperto l’incarico di professore associato e direttore medico del “ Bipolar Disorder Center and of the Depression and Maniac Depression Prevention Program”. Attualmente Direttore del reparto di salute mentale al Policlinico Universitario di Siena, ha al suo attivo numerose pubblicazioni scientifiche e partecipazione a congressi in tutto il mondo. E’ sicuramente uno dei più autorevoli psichiatri del nostro paese.

E’ la stampa, bellezza! (Ai tempi del Coronavirus)

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Prosegue nel blog la miniserie dedicata al mondo post-coronavirus: che tipo di società sarà quella che emerge dalle macerie della pandemia? Abbiamo cercato di immaginare, anche con il contributo di professionisti ed esperti dei diversi settori di attività, quali cambiamenti strutturali comporterà lo tsunami del virus, che conseguenze dovremo affrontare e come ne verrà modificata la nostra vita.

Abbiamo iniziato parlando delle determinanti e degli effetti demografici, poi abbiamo visto cosa c’è da aspettarsi in ambito economico e finanziario e in quello immobiliare e delle costruzioni.

Oggi ospitiamo il contributo di un noto e brillante giornalista televisivo, Pierangelo Maurizio, che dal suo punto di osservazione privilegiato immagina cosa lascerà nel mondo del giornalismo e delle comunicazioni il famigerato Covid-19. Ci accorgeremo che anche qui, e non poteva essere diversamente, che il virus farà da moltiplicatore e acceleratore di una crisi epocale già iniziata da tempo. Per contenere il dilagare dei nuovi guru (oggi gli scienziati, domani chissà) ai quali deleghiamo responsabilità politica e visibilità, non basterà il ritorno alla TV generalista e la consapevolezza del valore del servizio pubblico, ma occorrerà, per i giornalisti e anche per tutti noi, studiare e farsi trovare preparati su tutti i fronti. Altrimenti ci aspetta un futuro di DPCM e conferenze stampa con poche e addomesticate domande e molti “consigli per gli acquisti”.

 

Buona lettura, dunque.

 


 

 

Che Covid farà? Nel senso: a tre mesi dall’inizio di questo cataclisma che si è abbattuto sulle nostre vite, sulla nostra economia, sui nostri rapporti personali, sulla nostra dimensione collettiva e dunque sulla nostra identità, quali sono i cambiamenti profondi, quelli che verranno, ma anche le opportunità, visti da un fronte particolare come l’informazione? Grazie alla stimolante sollecitazione di Marco Parlangeli  ad immaginare l’orizzonte prossimo proviamo a trovare qualche risposta. Dicendo subito che al pari di altri settori, mi riferisco ad esempio all’ultimo intervento dell’ing. Pietro Mele sull’immobiliare, l’emergenza da pandemia non ha fatto altro che agire da catalizzatore e amplificatore delle criticità “ad un passo dal burrone” di un settore strategico, massacrato da dieci anni di una crisi epocale che, appunto per essere epocale, non è una crisi ma un cambiamento strutturale irreversibile.

Cosa resterà di queste settimane? Di sicuro le schermate dei decreti del presidente del consiglio, semplici atti amministrativi ma con decisioni draconiane sul Paese, annunciati tra le 23.30 e le 23.45 da Facebook, portatori insani di un precedente pericoloso. Per alcuni verbo incarnato della agorà digitale, per altri riedizione in salsa orwelliana del balcone di Piazza Venezia. Come i contagi è aumentata a dismisura anche la confusione tra comunicazione e informazione (comunicazione: comunico ciò che mi interessa; informazione: metto in forma, do forma alle notizie nell’interesse di un soggetto terzo, la cosiddetta opinione pubblica.

Complessivamente l’informazione (professionale) vive un paradosso da Covid 19. La drammaticità degli eventi, l’incertezza di una situazione imprevista, le ha ridato centralità, seconda solo alla vera prima linea, la sanità. Tutti incollati ai tg, ai siti on line dei giornali, perfino i programmi cosiddetti di infotaintment sopravvissuti sono diventati sempre più “info” e sempre meno “taitment”. Ed ecco la prima contraddizione.

Se gli operatori della sanità hanno rovesciato la vulgata ultradecennale e spesso infame nella generalizzazione della “malasanità”, ora giustamente ri-definiti “angeli” ed eroi”, non allo stesso modo i giornalisti, in particolare il sindacato (unico) e gli organi di rappresentanza della categoria, sono riusciti a riaffermare la natura di servizio pubblico dell’informazione. Tant’è che tuttora non si è riusciti nemmeno ad avere la possibilità nei casi motivati di ricorrere a tamponi e test sierologici nonostante siamo una categoria a rischio. Segno anche di una professione intimorita, ripiegata su stessa e sul declino, schiacciata dal ricatto economico del precariato. Il paradosso da Covid dell’informazione è ancora più eclatante a proposito di un aspetto di solito poco considerato, l’aspetto industriale. Un articolo, un servizio giornalistico è “frutto dell’ingegno collettivo”. Cioè un prodotto caratterizzato – o che dovrebbe esserlo – da una forte componente creativa-personale ma all’interno di un processo produttivo industriale complesso. Tutti i tg e i programmi di approfondimento hanno fatto il pieno di ascolti seppure con un calo della pubblicità a marzo e aprile valutata intorno al 39-40%. Cioè a fronte di una (ulteriore) pesante riduzione delle risorse, la crisi da pandemia tuttavia ha riconfermato la tv generalista come il mezzo che aggrega in uno spazio temporale limitato la platea più vasta. Ma i giornali di carta stampata, a parte un paio di eccezioni, hanno continuato la perdita verticale di copie vendute. Con il sapore della beffa che ha regalato la facoltà data alle edicole di restare aperte mentre … gli italiani erano chiusi a casa. Risultato: molte edicole hanno definitivamente chiuso i battenti.

Ma ciò che è apparsa più evidente durante l’emergenza è stata la perdita (anche qui ulteriore) di autonomia. Come immagine plastica ne rimarranno le quotidiane conferenze stampa con il bollettino su morti e contagiati, senza domande degne di questo nome anche di fronte alle ripetute affermazioni che “è tutto sotto controllo”. Quando con tutta evidenza non tutto era ed è sotto controllo, in particolare in alcune situazioni purtroppo come la Lombardia.

Sicuramente a spiazzare i giornalisti è stato l’irrompere sulla scena di un potere nuovo, ritenuto e che si autocelebra come “neutro”, ovvero il potere scientifico. Ma al netto delle vanità personali e delle pingui fee (compensi) che stanno affiorando per le continue apparizioni televisive, fin dai primi giorni doveva essere chiaro che nessun potere è “neutro”, neppure quello dei portatori della “certezza scientifica”. Anzi, il brandire come scomuniche le accuse di fake news dei nuovi sacerdoti della verità è l’esatto opposto del metodo scientifico, basato sul dubbio e per il quale una verità assoluta può non esserlo più il giorno o il minuto dopo.

Penso che come giornalisti dovremo al più presto colmare questo gap di conoscenze tecniche, studiando, restituendo spazio alla divulgazione, con competenza, modestia, ma senza timori reverenziali. Se vuoi occuparti come si deve di un caso giudiziario devi, dopo la disclosure,  conoscere gli atti quanto se non meglio di avvocati e magistrati. Se ti occupi di una pandemia devi saper districarti tra proteine, molecole, virus “chimere” (prodotti in laboratorio), Rna ecc. Perché o l’informazione è, per usare una semplificazione ma che rende l’idea, il “cane da guardia” nei confronti del potere o non è. Di tutti i poteri, compreso il neo-potere (pseudo) scientifico costituito.

Per concludere e senza annoiare ancora. La crisi dell’editoria, in particolare della carta stampata ma anche della tv con tempi più diluiti, è molto semplice: le multinazionali di internet succhiano i contenuti, la cui elaborazione ha costi molto alti, senza pagarli e senza pagare le tasse. Processo agevolato dai tanti poteri, palei o occulti, che non amano il giornalismo. Come se ne esce dopo l’emergenza Covid o trasformandola in un’occasione? Ricostruendo un sistema dell’informazione (con risorse e redditività adeguata alla “merce” trattata) riconosciuto come infrastruttura strategica per lo sviluppo del Paese, se governo e parlamento vareranno i provvedimenti e le regole valide per tutti, che finora non hanno voluto o saputo varare. E se i giornalisti ritroveranno il senso e l’orgoglio del proprio mestiere. Oppure assisteremo alla definitiva demolizione di quello che è sempre stato un pilastro della democrazia rappresentativa come l’abbiamo conosciuta. Ci rimarrà sempre la possibilità di importare dalla Cina il suo simulacro come le mozzarelle farlocche.

 

E’ la stampa, bellezza.

 

Pierangelo Maurizio (*)

 

 

 


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(*) Pierangelo Maurizio, 61 anni, giornalista professionista dal 1988, ha lavorato a: Repubblica, Tempo, Giornale, Libero, Rai1, Rai2, Rai3; collabora  con La Verità. E’ stato consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle stragi e il terrorismo e di quella sul “dossier Mitrokhin”. Autore di alcuni saggi tra cronaca e ricostruzione storica, tra cui “Via Rasella, 50 anni di menzogne” divenuto un caso. E’ autore anche di “Piazza Fontana, tutto quello che non ci hanno detto. Dal 2003 è a Mediaset, prima al Tg5 e ora come inviato di “Quarto grado”

 

Sull’orlo del baratro: la fragilità antica del real estate in Italia

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Prosegue nel blog la miniserie dedicata al mondo post-coronavirus: che tipo di società sarà quella che emerge dalle macerie della pandemia? Abbiamo cercato di immaginare, anche con il contributo di professionisti ed esperti dei diversi settori di attività, quali cambiamenti strutturali comporterà lo tsunami del virus, che conseguenze dovremo affrontare e come ne verrà modificata la nostra vita.

Abbiamo iniziato parlando delle determinanti e degli effetti demografici, poi abbiamo visto cosa c’è da aspettarsi in ambito economico e finanziario. Oggi ci occupiamo, con l’aiuto di Pietro Mele, di un settore strategico in ogni società evoluta: quello immobiliare, delle costruzioni, dell’”hardware sociale”.

Se è vero che ogni crisi parte dall’immobiliare e che ogni ripresa inizia da lì, è del tutto evidente come il real estate sia insieme termometro, evidenza e propulsore dei cicli economici. Pietro ci dice che ci troviamo sul ciglio di un burrone, in cui non il virus ma le scelte di politica economica e sociale e la fragilità endemica del sistema ci hanno portati. Sta a noi trasformare la crisi in opportunità oppure decidere di finire nel baratro.

 

Buona lettura, dunque.

 


 

 

In periodo di Covid-19, con previsione di crollo del P.I.L nazionale del 9,5% su base annua, appare abbastanza semplice pronosticare un futuro molto difficoltoso se non drammatico per il settore immobiliare.

Innanzitutto, però, occorre sezionare il concetto, in quanto nella definizione generale di settore immobiliare si includono vari sottoinsiemi che potremmo identificare nelle seguenti macro-aree (diverse tra loro ma accomunate da stesse problematiche): il mercato della compravendita immobiliare, il settore dell’edilizia (cioè delle costruzioni e degli appalti privati e pubblici) e gli investimenti nelle iniziative immobiliari (cioè lo sviluppo immobiliare).

Tra tutti questi elementi di un unico sistema vi è un fattore in comune: la crisi.

Può essere utile affrontare il tema tramite un concetto preso in prestito dall’ingegneria strutturale.

Si definisce “fragile” un sistema strutturale (composto da vari elementi portanti tra loro connessi) il cui punto di rottura (di crisi) è molto vicino al limite della sua elasticità (cioè la capacità di ritornare nell’originaria configurazione dopo lo sforzo).

Si definisce invece “duttile” un sistema strutturale che quando è sottoposto a uno sforzo è capace di deformarsi a lungo prima di rompersi (la crisi del sistema): in pratica “si adatta” allo sforzo.

Il nostro sistema immobiliare appare oggi di tipo fragile, vista la difficoltà di adattarsi alle condizioni al contorno, oggi negative, che ne determinano una difficile esistenza.

Tali condizioni sono principalmente riconducibili alla ridottissima capacità di spesa (incidente sul mercato immobiliare), alle difficoltà di erogazione bancaria (incidente sul mercato e sull’edilizia), alla fuga di investimenti, soprattutto esteri, strutturati (incidente sullo sviluppo immobiliare).

Non si può certo affermare che la fragilità del nostro sistema immobiliare dipenda solo dal coronavirus, quanto piuttosto che abbia origini ad esso precedenti.

In sintesi potremmo elencare: l’enorme ed ingiustificata tassazione, la relativa e scarsa valorizzazione del patrimonio ad esclusivo favore della rendita dello stesso (non ha un valore intrinseco, ma vale come fattore moltiplicativo della resa economica), le difficoltà burocratiche dissuasive per tutti gli  investitori (soprattutto se stranieri), le politiche urbanistiche ( con abuso di frasi-spot ostative: consumo del suolo, cementificazione…), il non incremento demografico e il bisogno di liquidare patrimoni (che comportano la forte riduzione del rapporto richiesta/offerta).

Difficile pensare che il sistema immobiliare così aggredito da ogni componente esterna e privo di ogni congiuntura che gli sia favorevole non possa essere divenuto fortemente fragile, al di là delle resistenze  peculiari che gli sono proprie, date da: la durabilità delle nostra costruzioni (e pertanto la conservazione del valore), il mito della casa di proprietà, la tendenza consolidata a rendere patrimonio immobiliare la gestione del risparmio familiare, la necessità crescente di servizi di una società civile che si sviluppa.

La fragilità è data dal fatto che il settore vive in condizioni “critiche”, date dalla crisi e prossimo quindi alla propria crisi. Vi è anche da considerare, infine, quella parte del settore immobiliare che è componente funzionale dell’attività di un’azienda e che ne costituisce il patrimonio.

Ogni crisi fa generare buoni affari a chi possiede liquidità in eccedenza; risultano facilmente individuabili due grandi e divergenti provenienze: i fondi e il riciclaggio.

L’albergo privo di clienti sarà costretto a dismettere: da quale direzione arriverà l’offerta?

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Ecco che il real estate diventa tema non più e non solo dell’economia (di cui è pilastro portante) ma della politica e del sociale, peraltro anche deficit di servizi e di spazi di aggregazione dei quartieri periferici che contribuisce a generare criminalità e disagio sociale. Come può quindi il sistema uscire dalle condizione di fragilità, dalla posizione di equilibrio ormai instabile in cui si trova (in bilico sull’orlo del baratro)?

E’ da tenere conto che una politica di investimenti nel settore da parte del Governo avrebbe la lungimiranza di impensati ritorni economici sull’intero sistema-paese per l’indotto di cui è traino, oltre che in termini di benefici sociali, culturali, occupazionali quindi…..esistenziali.

E probabilmente un ipotetico “business plan globale” di un nuovo corso sostenuto da una politica di sinergia tra pubblico (decisioni governative) e privato (supporto dai grandi contenitori del capitale) darebbe evidente  dimostrazione della sostanziale inversione di tendenza dell’intero settore.

La detassazione sul patrimonio edilizio, una nuova visione urbanistica di gestione del territorio, un obbligato sveltimento burocratico fortemente necessario; una politica di incentivazione alla riqualificazione delle periferie, al recupero dei grandi contenitori vuoti del centri storici e a quello dei borghi abbandonati (peraltro in Italia di grande pregio) e all’edilizia necessaria per attività produttive in ambito rurale; il tutto, sostenuto da un nuovo e diverso rapporto verso il credito bancario, darebbe al sistema quella duttilità necessaria per potersi adattare a quei fenomeni  macro-economici a cui ci sottopone la globalizzazione di oggi, effetti da Covid-19 compresi.

Alla fine il destino di una comunità, anche in un suo elevato grado di complessità, è sempre determinato dalle scelte dei governanti: altrimenti non si spiega il motivo per cui in territori dotati di enormi ricchezze naturali vivano popolazioni nell’indigenza e in altri meno dotati prosperino civiltà evolute. E ciò vale nei periodi ordinari come in quelli dell’emergenza.

Sulla base di  tali principi si gioca la grande sfida sul futuro di un vecchio continente post Covid, di cui il settore immobiliare fa parte; tutto dipende dal saper determinare il proprio progresso tramite la possibilità di conciliare una logica vocazione “progressista” con la necessità di liberarsi una illogica mentalità conservatrice stringente sugli interventi sul territorio, fatto che contribuirebbe in maniera determinante alla salvezza dell’intero settore.

L’idealizzazione del passato, anche a livello estetico, non può essere scusante ed ostacolo alla legittimazione di un processo di cambiamento legislativo che risponda a precise esigenze di sviluppo economico e sociale e alle necessità dettate dall’emergenza. E solo la capacità di interpretare la criticità  del particolare momento storico che stiamo vivendo sarà risolutiva per allontanarsi dall’orlo del baratro.

 

Alla fine è sempre un problema di illuminazione politica…..

Pietro Mele

 

 


 

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(*) Pietro Mele, 62 anni, ingegnere libero professionista.

Grande promessa del basket senese degli anni 80, si è laureato a Firenze in Ingegneria Civile con specializzazione in Ingegneria Sismica nel 1986. E’ iscritto all’Ordine degli Ingegneri di Siena e all’Ordine degli Ingegneri di Riga (Lettonia).

Nel febbraio 2009 ha fondato la società di ingegneria Studio Strutture srl, con sede nel centro storico di Siena, che si occupa di ingegneria strutturale e architettonica, oltre che svolgere attività di advisory e di project management di operazioni di sviluppo immobiliare, con  esperienze professionali inerenti  la progettazione di numerose opere di livello nazionale e di respiro internazionale.

Attualmente particolare interesse è rivolto all’impiantistica sportiva, e ai correlati sviluppi immobiliari consentiti dalla speciale normativa vigente in proposito. Partecipa attivamente alle realtà senesi di basket e calcio, nel solco della sua passione per lo sport.

 

 

Economia di Guerra

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Proseguiamo l’esame del mondo che verrà dopo la fase acuta della pandemia. Abbiamo esaminato gli aspetti demografici, nelle prossime settimane parleremo delle conseguenze, più o meno strutturali, in altri settori di attività. Ci soffermeremo sul real estate, ovvero l’immobiliare, le costruzioni e tutto quello che vi ruota incontro e sulla comunicazione, i media e la pubblicistica. In entrambi i casi ospiteremo contributi di professionisti esperti dei relativi settori.

Oggi però parliamo di quello che conosciamo meglio: l’economia, la finanza, il lavoro. Ne abbiamo già accennato nei primi momenti dell’esplosione del virus, limitandoci a un orizzonte temporale di breve periodo, nell’ottica di un investitore.

E’ vero che, come diceva Keynes, “nel lungo periodo siamo tutti morti”, ma mai come in questo caso si può affermare a ragione che dopo niente sarà più come prima. Esattamente come in tempo di guerra, quando non a caso si entrava nel tunnel dell’economia bellica che avrebbe tenuto il palcoscenico per diversi anni a venire.

E’ stato detto che il virus è addirittura peggio della guerra, perché il nemico non si vede e ti può arrivare addosso da qualunque parte, trasmesso da amici, parenti e conviventi, portandoci a nutrire diffidenza verso chiunque ci circondi.

Nell’economia di guerra, le produzioni nazionali vengono in massima parte riconvertite per soddisfare le esigenze militari e quindi orientate alla siderurgia, alle armi, alla chimica, ma anche alla logistica e ai trasporti. Al posto delle armi ci sono ora i dispositivi farmaceutici, sanitari, le biotecnologie, la ricerca. Molte fabbriche tessili si sono convertite a produrre mascherine e camici sterili; aziende meccaniche si dedicano a produrre respiratori e così via.

Interi comparti sono spazzati via e, in particolare, tutti quelli legati al divertimento, allo spettacolo, al turismo, esattamente come in guerra. Naturalmente, via via che la situazione si normalizza, si cercherà di tornare alle vecchie abitudini, anche se adottando le misure di sicurezza e le cautele del caso. Solo che talvolta le nuove disposizioni renderanno pressoché impossibile o non economico tornare al business ante-virus e, comunque, i margini di profitto, quando ancora si potrà parlare di profitto, ne risulteranno drasticamente compressi.

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Un ristorante che ha il suo break-even (ovvero il punto di equilibrio economico, quello in cui i ricavi pareggiano i costi) a 100 coperti al giorno e che è costretto a distanziare i tavoli e creare spazi aggiuntivi, probabilmente potrà fare non più di 70/80 coperti e, inoltre, dovrà assumere personale di custodia per smistare i clienti, gestire le code, controllare il rispetto delle disposizioni: certamente nella nuova situazione dovrà sostenere una perdita o accontentarsi, se va bene, di un minor profitto. Naturalmente avrà una serie di opzioni per fronteggiare questo stato di cose: potrà aumentare i prezzi, cercare di risparmiare sul personale o sulle materie prime, attrezzarsi per il take-away e le consegne a domicilio, attivare un servizio di catering per uffici, aziende, e così via. Ma, per il nostro ristoratore, certamente nulla sarà più come prima.

Lo stesso per interi comparti del turismo e dei trasporti: facile prevedere che tutti i servizi low-cost basati sull’alto numero di utenti si troveranno in grandi difficoltà e dovranno pensare a modalità alternative o integrazioni sostanziali.

D’altra parte, saranno fortemente incentivati tutti i settori che si avvalgono della distribuzione via internet e del consumo da casa in modalità privata.

Se non ci saranno ricadute pandemiche e – come sembra – la strada sarà quella di una graduale convivenza col virus, almeno fino a quando non sarà disponibile il vaccino, è comunque prevedibile che a livello aggregato ci sia a partire dai prossimi mesi un recupero di reddito, se non altro perché i programmi di spesa sospesi in questo periodo verranno ripresi. L’equilibrio verrà presumibilmente trovato a un livello più basso e non è detto che questo sia necessariamente un male.

Il lavoro cambierà radicalmente, ma a questo aspetto dedicheremo un articolo a parte.

Ciò che forse cambierà meno è la finanza. In questo periodo, in effetti, i mercati finanziari hanno continuato a funzionare a pieno regime e le borse non hanno chiuso neanche un giorno. Dopo lo shock iniziale dell’ultima settimana di marzo, quando i listini di tutto il mondo sono crollati in modo devastante, è iniziato un recupero graduale che ha portato a chiudere il mese di aprile in progresso.

Per questo era importante, per l’investitore, non farsi prendere dal panico ed evitare di vendere quando tutti vendevano. Chi ha avuto coraggio, ha inoltre fatto buoni guadagni con l’intraday, acquistando dopo il crollo e rivendendo nell’arco della stessa giornata o pochi giorni dopo.

Per un mercato finanziario come quello italiano, strutturalmente debole e instabile, il rischio di ulteriori rovesci è sempre dietro l’angolo, per cui il consiglio è quello di restare tendenzialmente liquidi, ovvero mantenere il denaro disponibile a vista. In generale però, con riguardo soprattutto al mercato azionario USA, potrebbe essere una buona idea entrare in questa fase, contando sulle continue e crescenti iniezioni di liquidità da parte delle banche centrali. Tutto questo denaro, che in prima battuta affluisce alle banche, prima o poi arriverà sui mercati finanziari sotto forma di domanda, ed avrà un effetto di sostegno ai prezzi.

Se dovessimo azzardare una previsione a medio termine – diciamo da qui alla fine dell’anno – diremmo di attendersi un dollaro che si indebolisce rispetto all’euro, alla sterlina e allo yuan e il prezzo del petrolio in decisa crescita.

Nel primo caso, infatti, verrà scontata sia la politica monetaria che quella economica espansiva in chiave elettorale, sia la forte crescita del debito pubblico USA in questa fase.

Nel caso del petrolio, è facile prevedere che non appena il mercato recupererà un minimo di equilibrio, e la produzione riprenderà a crescere, anche la domanda di energia aumenterà in modo consistente.

Per quanto riguarda il mercato obbligazionario, invece, tutto dipenderà da quale evoluzione avrà l’inflazione e da come, conseguentemente, si muoveranno i tassi di interesse. In queste fasi, tipicamente, si hanno due tendenze contrapposte: da un lato il calo drastico della produzione, che porterebbe all’aumento dei prezzi (perché i pochi prodotti disponibili saranno più richiesti sul mercato); dall’altro invece il calo della domanda (dovuto alle più estese condizioni di povertà e alla riduzione dei redditi disponibili) porterebbe alla riduzione dei prezzi. Il costo dei fattori produttivi è parimenti difficile da ipotizzare: il lavoro presumibilmente costerà meno (la disoccupazione renderà disponibile molta forza lavoro) ma le materie prime aumenteranno.

Alla base di tutto, sarà però fondamentale l’azione delle banche centrali. Se, come tutto lascia supporre, continueranno nelle politiche espansive di aumento della quantità di moneta e sostegno al reddito, probabilmente le spinte deflazionistiche verranno frenate ed andremo verso un controllato aumento dei prezzi.

Virus al maschile e al femminile

COVID 19

 

Pubblichiamo questa settimana il contributo di un giovane e valente studioso sugli effetti della pandemia a livello demografico.

Più volte in passato abbiamo cercato di esaminare i diversi aspetti di cui ci siamo occupati anche dal punto di vista demografico, un’angolazione decisiva per capire come si evolvono i sistemi economici in relazione alle dinamiche della popolazione.

 

Questa settimana parliamo del virus, e non poteva essere diversamente.

Il COVID-19 ha avuto un impatto dirompente sia a livello globale che, soprattutto, in Italia. Gli effetti di questo virus non si placheranno al termine della fase 1, ma sono destinati a continuare per lungo tempo, lasciando un segno profondo sia a livello sociale che economico. Anche gli aspetti demografici del virus non devono essere sottovalutati, poiché l’effetto che ha avuto sulle classi di età avanzata porterà modifiche non indifferenti nella composizione della popolazione e, quindi, in quella che gli esperti chiamano “piramide dell’età”, facendo sì che i governi adottino nuove politiche demografiche.

Torneremo ovviamente sull’argomento pandemia con una miniserie che ne esaminerà anche gli altri aspetti: da quello più prettamente economico a quello socio-politico, dai megatrends nel mercato del lavoro a quelli della politica, della democrazia e della comunicazione.

 

L’unico aspetto che non tratteremo sarà quello medico, perché in queste settimane ne siamo letteralmente sommersi.

 

Buona lettura, dunque.

 


 

 

Il COVID-19, più noto alla cronaca con l’appellativo di Corona virus, ormai da alcuni mesi sta colpendo profondamente il nostro Paese. Ciò modificherà il sistema sanitario ed economico italiano, e certamente avrà anche non risibili ricadute in campo demografico. Infatti, se epidemiologia e demografia sono materia tra loro affini e con correlazioni evidenti, è necessario capire come la popolazione italiana abbia modificato la propria fisionomia, come il virus stia colpendo in modo diverso le classi di età e i sessi e come ciò influirà sulle scelte di politica demografica di breve-medio termine.

 

Come è ovvio, ancora non esiste una vera letteratura scientifica su questa nuova malattia, pertanto non è semplice dare una valutazione organica e strutturale, ma prendendo in esame i dati pubblicati dall’Istituto Superiore di Sanità (ISS) è possibile costruire un primo modello di studio e tentare così di avere una panoramica generale.

 

Ormai è noto che il Corona virus si sia diffuso prevalentemente nelle regioni del nord, con la Lombardia che da sola raggiunge quasi il 60% dei morti, con circa 12000 vittime su 23000; se ai numeri lombardi si sommano quelli di Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte si arriva all’85% dei morti sul totale italiano. Tale fattore sarà naturalmente rilevante per la struttura della popolazione di queste regioni; in particolare il profilo demografico dei piccoli comuni della bergamasca, epicentro del contagio, subirà profonde modificazioni.

 

Regione Numero decessi percentuale
Lombardia 11384 56,9
Emilia-Romagna 2775 13,9
Piemonte 1523 7,6
Veneto 982 4,9
Italia 19996 100

I dati dell’ISS sono calcolati al 16 aprile

 

Approfondendo l’osservazione sui dati statistici maggiormente attinenti alla demografia, si evince che l’età media dei deceduti è di 79 anni e che i deceduti sono in prevalenza maschi. Infatti, se gli infetti sono quasi in egual numero tra maschi e femmine, con circa 80000 casi per sesso, i morti di sesso maschile sono oltre 13000 mentre le donne solamente 7000, con un tasso di letalità che per i primi si attesta intorno al 16,4% e 8,7% per le seconde.

Analizzando le classi di età, ogni classe vede sempre maggiore mortalità maschile che femminile e una letalità che per i maschi raggiunge la vetta del 40% tra gli 80 egli 89 anni, mentre per le donne arriva al 21%, sempre nella stessa classe. Se la letalità oltre gli 80 anni raggiunge le più alte percentuali, suscitano interesse i dati riguardanti la classe 70-79 in cui i morti sono quasi 5000 maschi e meno di 2000 donne, cioè 70% uomini e 30% donne. La letalità maschile si ferma al 30%, essendo il numero di contagiati 15000, e quella femminile al 16%. Tali numeri non sono però esaurienti per comprendere l’incidenza della malattia ed è necessario confrontarli con la struttura della popolazione. Tra i 70 e i 79 anni la popolazione femminile supera del 15% quella maschile, quindi una popolazione di circa 500.000 unità in più, ma nonostante ciò il genere maschile è quello più colpito, con 1,8‰ individui deceduti e le donne si fermano allo 0,9‰.

Ulteriore attenzione la richiedono la classe 50-59 e quella 90+. Nella prima classe, pur rappresentando in termini assoluti un’età fortunatamente non molto colpita, è d’uopo evidenziare come in percentuale sia raggiunto il picco del differenziale tra uomini e donne: infatti su 756 decessi 606 sono maschi, cioè l’80%. Tale dato, seppur non troppo significativo per il numero di vittime, certamente ci pone davanti ad un quesito di non facile soluzione, che forse può trovare risposta solo dallo studio delle cartelle cliniche pregresse di ogni singolo individuo, escludendo così tesi di tipo epidemiologico, rimanendo il numero di morti contenuto.

Un’altra domanda, ma di senso opposta, la pone la classe degli over 90, l’unica classe che rileva un maggiore numero di donne decedute rispetto agli uomini: 1483 donne e 972 uomini, rispettivamente il 60% e 40% del totale. Ovviamente anche questi dati richiedono maggiore approfondimento, ma forse estrapolare un’ipotesi è più semplice rispetto al caso precedente. Infatti la popolazione ultranovantenne è composta da 231.850 uomini e 591.348 donne, quindi le donne rappresentano più del doppio della popolazione e ciò viene rispettato anche a livello di contagi (2470 a 7333). Pertanto, il maggior numero di decessi femminili è quasi certamente dovuto solamente alla sproporzionalità della classe di età, poiché la stessa letalità rimane più alta per gli uomini (39%) che per le donne (20%).

 

 

L’analisi appena condotta sui report dell’ISS non è certamente uno studio esaustivo delle problematiche correlata alla diffusione del COVID-19, ma vuole essere un semplice ma dettagliato spunto per avviare una riflessione più profonda che non riguardi unicamente il caso Italiano, ma possa fungere da pungolo per allargare l’osservazione a livello internazionale e comprendere quale saranno le ripercussioni e le varie risposte economiche, sociali e demografiche che i governi sceglieranno di adottare, se proseguiranno con le privatizzazioni o se il sistema pubblico tornerà protagonista.

 

 


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(*) Bruno Borri, 26 anni, da sempre interessato a sviluppare tematiche di carattere storico-sociale, si è laureato a pieni voti in Scienze internazionali e diplomatiche presso l’Università di Siena con una tesi sulle società di mutuo soccorso e i movimenti operai di fine ‘800. Ha perfezionato gli studi con un master in Mutualità e Sanità integrativa, approfondendo gli aspetti di carattere demografico legati alla sanità e alla medicina di genere.

Nella sua vita non esistono però solo la storia e la demografia, ha una passione viscerale per il basket e i romanzi di Saramago.

 

(Punt e) MES

MES

 

Negli ultimi mesi, in Italia ma un po’ in tutta Europa, si è parlato molto del Meccanismo Europeo di Stabilità (in acronimo MES), detto anche Fondo salva-Stati. Poiché la sensazione è che di questo strumento si parli troppo, e talvolta a sproposito, può essere utile per i lettori riepilogare, in estrema sintesi, di cosa si tratta, come e da chi (specialmente per quanto riguarda l’Italia) è stato istituito, approvato e modificato nel tempo; come funziona e quali garanzie prevede, e perché – nonostante le polemiche e i dinieghi più o meno tattici – alla fine il nostro paese dovrà comunque accedervi.

Il MES – nato come fondo finanziario europeo, ovvero organismo internazionale su base regionale finalizzato alla salvaguardia della stabilità finanziaria dell’Eurozona – è attualmente un’impresa pubblica, in quanto suoi soci sono gli Stati sovrani dell’Unione Europea.

E’ pertanto uno degli strumenti a disposizione delle istituzioni dell’Ue, che ha subìto, negli anni, importanti trasformazioni di forma giuridica, di procedura, di provvista, mantenendo però l’originaria finalità di assistere finanziariamente gli Stati in difficoltà e i cui interventi sono condizionati al rispetto di una serie di vincoli.

La decisione “politica” di istituire il MES venne assunta dall’Ecofin il 10 maggio 2010 e a livello di Consiglio europeo il 25 marzo 2011. Per quanto riguarda l’Italia, l’approvazione della suddetta decisione del Consiglio Europeo fu deliberata nella riunione del Consiglio dei Ministri del 3 agosto 2011, presieduto da Silvio Berlusconi (ministri di quell’esecutivo erano, oltre a Giulio Tremonti all’Economia e Anna Maria Bernini alle Politiche europee, fra gli altri, Umberto Bossi, Renato Brunetta, Giorgia Meloni).

Pertanto, quello che ha detto il premier Conte nella conferenza stampa nella quale ha attaccato duramente – e secondo noi in modo inopportuno – l’opposizione è formalmente corretto e sarebbe singolare che non lo fosse.

Il passaggio previsto in Parlamento per la ratifica avvenne alla Camera dei Deputati – su un testo peraltro già notevolmente modificato rispetto all’originale – il 19 luglio 2012, dove a fronte dei 325 voti favorevoli, ci furono 53 voti contrari (i 51 della Lega Nord Padania + i 2 ribelli del Popolo della Libertà Guido Crosetto e Lino Miserotti) e 36 astenuti, fra i quali il gruppo Italia dei Valori.

E’ quindi corretto quello che sosteneva il premier Conte sul fatto che lui lo strumento l’ha trovato già pronto e definito e che la Meloni era ministro quando venne approvato. E’ anche corretto quanto detto da Salvini, che in Parlamento nel 2012 la Lega votò contraria, anche se poi faceva parte dello stesso Governo (il Berlusconi IV) che l’aveva deliberato.

Il MES sostituiva strumenti già da tempo operanti (per la precisione il FESF e l’EFSM, sui quali risparmiamo dettagli ai nostri pazienti lettori) e collaudati, sulla scorta di quanto accadeva in Europa in quegli anni con i casi di Grecia, Portogallo e Irlanda. Il Fondo si stava infatti trasformando in un vero e proprio sistema di sostegno per le economie in difficoltà e per questo si prevedevano condizioni aggiuntive molto severe, così come generalmente fa qualunque banca quando presta denaro, in particolare a soggetti traballanti.

Il MES effettua prestiti a condizioni vantaggiose (tassi contenuti e lunghe scadenze) oppure acquista sul mercato secondario titoli di Stato dei paesi in crisi; le condizioni a cui l’intervento è subordinato “possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite” (art. 12). Potranno essere attuati, inoltre, interventi sanzionatori per gli Stati che non dovessero rispettare le scadenze di restituzione i cui proventi andranno ad aggiungersi allo stesso MES….”. È previsto, tra l’altro, che “in caso di mancato pagamento, da parte di un membro del MES, di una qualsiasi parte dell’importo da esso dovuto a titolo degli obblighi contratti in relazione a quote da versare […] detto membro del MES non potrà esercitare i propri diritti di voto per l’intera durata di tale inadempienza” (art. 4, c. 8).

Come si vede, si tratta di condizioni che possono essere molto coercitive e violente, simili a quelle vigenti ad esempio per il FMI (Fondo Monetario Internazionale), e che possono rappresentare ingerenze molto pesanti nella vita dei paesi, già stremati dalle difficoltà. Da questo punto di vista è giustificato il timore di chi paventava “commissariamenti” di fatto dei paesi debitori ed anche stravolgimenti dei rapporti democratici all’interno degli stati in crisi.

Si deve però tenere presente che si tratta di un prestito (si può ovviamente discutere e proporre l’istituzione di uno strumento diverso che configuri erogazioni a fondo perduto, ma questo è un’altra cosa) e che sono in ballo risorse di tutti gli Stati, i quali devono rispondere ai propri elettori di come hanno gestito le risorse. L’Italia, ad esempio, ha sottoscritto circa il 20% del capitale del MES, complessivamente ammontante a 700 miliardi di Euro, e dei 125,4 miliardi che rappresentano la sua quota, ne ha già versati 14,3. E’ chiaro che se venisse fatto un prestito dal MES a paesi terzi “senza condizioni” e con nessuna probabilità di rimborso, i contribuenti italiani ne subirebbero un danno e ben difficilmente accetterebbero che le loro risorse venissero dirottate su altri paesi.

Da quello che risulta, rispetto al 2012 sono cambiate un bel po’ di cose e dalla comparsa di Covid19 si può dire, a buon titolo, che tutto il mondo è cambiato. Il fatto che praticamente tutti i paesi europei siano interessati a fronteggiare l’emergenza sanitaria e che questa comporti il fabbisogno di ingentissime risorse, ha favorito una revisione dei meccanismi e degli strumenti disponibili. In primo luogo il Presidente Ursula Van der Leyden ha comunicato che il patto di stabilità era sospeso in relazione alla spesa sanitaria. Quindi ciascuno Stato potrà spendere quanto necessario facendo semplicemente aumentare il suo debito pubblico.

Poi è stata la volta della BCE che, dopo l’iniziale incertezza con l’ormai famosa incauta dichiarazione della Presidente Christine Lagarde, sta in effetti potenziando il suo già consistente programma di acquisto di titoli pubblici sul mercato.

Infine la proposta sul tavolo relativa al MES, in cui – data la comunanza del problema per tutti gli Stati – l’unico vincolo sarà quello di finalizzare il denaro proprio all’emergenza sanitaria. E’ vero che le condizioni a cui i prestiti sono sottoposte verranno definite da parte degli organi tecnici del MES solo una volta completato l’iter politico, ma non si vede perché questi organi (in sostanza il Consiglio di Amministrazione, in cui tutti gli stati sono rappresentati in funzione delle rispettive quote di partecipazione al Fondo) dovrebbero deliberare condizioni diverse da quelle approvat dai Governi, col solo risultato di non fare poi l’operazione. E’ infatti evidente che, in caso di difformità, lo Stato richiedente non firmerà il contratto. Basta saper leggere le bozze di contratto prima di firmare: questo è ciò che è richiesto al Governo italiano.

Detto ciò, e considerato che ben difficilmente gli Stati rinunceranno al MES, se non altro per recuperare – in fase di ristrettezza – almeno in parte le risorse da essi stessi versate. L’unico effetto, certo e tangibile, del non ricorso al MES sarebbe quello di “dirottare” il denaro dei contribuenti italiani verso i bisogni degli altri paesi europei.

Che poi il MES non sia la soluzione ottimale e definitiva, che sia ulteriormente migliorabile e che si possano studiare ed istituire altri strumenti, non impedisce, come è ovvio, di utilizzare questo strumento nel momento del bisogno.

Pasqua di Passione, di Resurrezione, di Passaggio

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Per una volta cambiamo la tradizione del blog, pubblicando l’articolo settimanale con qualche giorno di anticipo: anziché il martedi, come ormai consuetudine da quattro anni, scegliamo di pubblicarlo alla vigilia di questo week end, un tempo grande festa religiosa e gioioso momento di vacanza.

Il motivo, oltre all’occasione per rivolgere ai lettori il più sincero augurio e  un ringraziamento per l’attenzione con la quale ci seguono sempre più numerosi, apparirà chiaro dopo la lettura di queste righe.

La Pasqua arriva quest’anno in un momento tragico ed è destinata in un certo senso a fare da spartiacque (Pasqua di passaggio) fra una prima fase di reazione immediata alla pandemia e una seconda fase di graduale ritorno alla vita “normale”. Cerchiamo allora di fare il punto e un primo bilancio del ciclo che si chiude e di immaginare cosa può aspettarci per il prossimo futuro.

Nell’articolo che pubblicammo il 24 marzo 2020, all’indomani dell’inizio della virulenza (Pasqua di passione)

( https://marcoparlangeli.com/2020/03/24/il-mondo-reale-e-quello-finanziario-dopo-il-virus/ )

Formulammo in quella sede una serie di previsioni che si sono puntualmente verificate, inclusa una prima approssimativa ipotesi sulla diminuzione del PIL confermata, molto più autorevolmente, dal centro studi di Confindustria. Il punto centrale era capire quanto sarebbe durata l’emergenza: ora sappiamo che nell’arco di un mese, in Italia, verrà avviata la seconda fase di ritorno a una normalità sostenibile e coerente con le esigenze di sicurezza ancora incombenti.

Sono state bloccate, in questo primo mese, praticamente tutte le attività economiche, ad eccezione dei servizi pubblici essenziali, della filiera alimentare e del comparto biomedico e sanitario (ma solo per quanto necessario a fronteggiare il virus). Interi settori sono paralizzati: turismo, manifattura, servizi, trasporti e le libertà costituzionali drasticamente compresse. Non è possibile muoversi al di fuori delle abitazioni, riunirsi, praticare riti religiosi; è stata solo assicurata la sopravvivenza cercando di evitare la diffusione della pandemia. Dopo la Cina, dove il Covid19 ha avuto origine, l’Italia è stato uno dei primi paesi ad essere investiti ed è oggi il primo ad avere imboccato il tunnel di uscita, lungo ed ancora pericoloso ma statisticamente definito. Gli altri paesi (in primo luogo Spagna, Regno Unito e USA) sono proprio in questi giorni nell’occhio del ciclone e possono utilizzare l’esperienza che abbiamo fatto noi.

L’Europa, dopo una prima fase di resistenza, ha messo in atto gli strumenti di cui dispone (fra i quali non sono compresi i cosiddetti “coronabond”) e ha mobilitato consistenti risorse finanziarie per fronteggiare la crisi.

I mercati da parte loro – in modo autonomo e decorrelato – che all’inizio parevano non risentire della situazione, si sono svegliati all’improvviso e in meno di una settimana sono stati travolti da un crollo violentisimo, che ha più che dimezzato il valore delle attività finanziarie e le capitalizzazioni di tutte le borse mondiali. C’è da dire che in parte questi valori erano stati gonfiati da un prolungato periodo di crescita favorito dalle politiche monetarie espansive delle banche centrali e questo ha reso ancora più forte il tonfo.

Poi c’è stato un rimbalzo importante, con parziale recupero di molti comparti, anche in questo caso causato dalle iniezioni di liquidità in dosi massicce, a fronte di una situazione economica in piena stagnazione. E’ come se i marcati finanziari si fossero mossi in modo indipendente dall’economia reale e godessero di vita autonoma.

Per questo il nostro timore è che arrivi a breve una seconda, violenta, ondata di ribassi a partire dagli Stati Uniti quando inizieranno a essere diffusi i dati del primo trimestre. Naturalmente ci auguriamo di sbagliare, ma riteniamo che i mercati finanziari non possano restare a lungo totalmente estranei e decorrelati rispetto al sistema produttivo. Consumi e investimenti, a parte quelli necessari a fronteggiare l’emergenza, sono completamente bloccati e non è dato sapere quando potrà esserci, e con che intensità, una reale ripresa. Molte aziende non saranno in grado, se non pesantemente sostenute dal settore pubblico, di riprendere l’attività; lavoratori autonomi e professionisti dovranno contare sui risparmi accumulati in precedenza; il gettito fiscale è destinato a ridursi drasticamente, come pure in sofferenza andranno i portafogli crediti delle banche.

E’ pensabile che in questa situazione i mercati possano quanto meno mantenersi al livello attuale o non è più plausibile attendersi invece un nuovo, pesante, crollo? Per questo abbiamo ritenuto di consigliare agli investitori di tenersi il più possibile liquidi, approfittando della temporanea ripresa che – come previsto – si è verificata all’indomani del primo crollo.

E infine l’Europa. Molti hanno sparato a zero sull’Unione imputandole una scarsa propensione ad aiutare gli Stati in difficoltà, spinta dal rigorismo degli stati del nord, in particolare Germania e Olanda. Torneremo più diffusamente in argomento in un prossimo articolo, quando sarannno chiare le decisioni dell’Eurogruppo e la capacità delle risorse messe in campo dall’Europa di fronteggiare la crisi.

E’ però di tutta evidenza che di fronte a un disastro del genere nessun paese, tanto meno l’Italia, strutturalmente debole e indebitata, può pensare di farcela da solo. Volenti o nolenti, la resurrezione dovrà passare da lì.

 

 

 

 

Il falso problema dei Coronabonds

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Cerchiamo di fare un minimo di chiarezza su un tema di cui negli ultimi giorni si parla molto, anzi decisamente troppo e spesso a sproposito, talvolta anche da parte purtroppo di chi ha ruoli importanti: l’idea dei cosiddetti coronabond (o, ancor più impropriamente, eurobond, strumento finanziario ben diverso, che invece esiste da tempo, è tutt’altra cosa e non è in discussione).

Ci si riferisce ad un particolare titolo pubblico, che dovrebbe essere emesso o garantito (questo non è molto chiaro) da tutti gli Stati europei e che dovrebbe servire ad affrontare l’emergenza della pandemia in corso, aiutando i singoli paesi a sostenere le spese più urgenti ed immediate. Condivisibile lo scopo, ma ahimé inattuabile, almeno in tempi brevi e con gli attuali meccanismi di funzionamento delle istituzioni europee.

Stupefacente che siano stati i rappresentanti di alcuni Stati sovrani a proporlo, che hanno così dimostrato scarsa conoscenza dell’Unione Europea e del suo funzionamento. Non sorprende quindi che la proposta sia stata respinta al mittente da parte dei responsabili dell’Unione e degli altri Stati. Quando si vuole dire qualcosa, occorre farlo nella lingua di chi ci deve ascoltare, che in questo caso è quella delle regole e delle procedure eurounitarie: sarebbe come se un qualunque cittadino si presentasse in Comune e chiedesse di avere denaro per una finalità, sia pure ampiamente condivisibile, al di fuori degli strumenti e delle regole che governano l’istituzione e poi accusasse il sindaco di essere insensibile alle sue richieste.

Per essere accolte, le richieste devono essere formulate secondo le norme che governano l’Unione e attraverso gli strumenti esistenti, altrimenti restano meri desideri. Le norme si possono cambiare, le procedure si possono (anzi si debbono) adattare alle esigenze che cambiano continuamente, gli strumenti si possono creare: ma tutto questo richiede tempo non compatibile con l’urgenza della richiesta.

Tanto più quando strumenti attivabili esistono e gli ostacoli che potevano essere messi al loro utilizzo sono stati rimossi. Vediamo meglio.

Innanzitutto i coronabond (ancora) non esistono, quindi vanno costruiti. Ciò significa individuare uno (o più) soggetti titolati ad emetterli, il mercato (o i mercati) nei quali possano essere scambiati, i soggetti che potrebbero avere interesse, oppure essere obbligati, a sottoscriverli. Tutte cose che richiedono tempo.

Nell’Unione Europea ogni stato ha un suo bilancio ed un proprio debito pubblico. Esistono poi organismi comunitari sovranazionali, in primo luogo la BEI (Banca Europea degli Investimenti), che finanzia i singoli Stati col proprio bilancio attraverso l’emissione di titoli caratterizzati da rating molto alto e grande negoziabilità sui mercati. Ma la BEI fa la banca, ovvero concede prestiti generalmente assistiti da garanzie: lo stesso fa – su scala più vasta – il Fondo Monetario Internazionale.

Le garanzie che questi organismi richiedono sono per lo più vincoli di bilancio, ovvero impegni più o meno stringenti da parte dei debitori a non aumentare il proprio debito e a mantenere condizioni economiche che consentano di ripagare questi prestiti. Tutti ricordano le condizioni capestro, lacrime e sangue, imposte alla Grecia al tempo della grande crisi.

Ogni Stato, si diceva, ha un suo bilancio ed un suo debito. Per reperire finanziamenti può emettere titoli pubblici che colloca sul mercato e che vanno ad incrementare il volume del debito del paese. Il problema sussiste quando questi titoli non vengono collocati, ovvero quando nessuno si fida più di quel paese e della sua capacità di ripagare capitale ed interessi.

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Se c’è un soggetto che si dichiara disposto, entro certi limiti e con determinate garanzie, ad assorbire un certo quantitativo di titoli, il problema è in gran parte risolto salvo il fatto che il tasso di interesse richiesto sarà probabilmente molto alto. Questo soggetto è la Banca Centrale Europea, che in quanto banca centrale ha la caratteristica di emettere moneta e lo fa proprio attraverso l’acquisto sul mercato di titoli.

Ciò contro cui i nostri politici avrebbero dovuto scagliarsi (e lo ha fatto il Presidente Mattarella) era l’affermazione della Presidente della BCE Christine Lagarde che si diceva indisponibile a sostenere i paesi più deboli e con spread più elevati. Poi la pandemia ha travolto anche i paesi più ricchi e la leva monetaria si è dimostrata quella più idonea ad affrontare l’emergenza, riversando sui sistemi enormi quantità di moneta che consentissero ai diversi Stati di superare la fase acuta. Ora anche la BCE, come le banche centrali di tutto il mondo, acquista tutti i titoli che sono necessari e la stabilità è, giustamente, passata in secondo piano rispetto al governo dell’emergenza.

Da parte sua, la Presidente della Commissione Europea Ursula Van Der Leyden ha immediatamente dichiarato che i vincoli di bilancio e i parametri di stabilità erano in questa fase sospesi. Quindi ciascuno Stato può ora attivare quel canale per reperire le risorse di cui ha bisogno, senza pensare a nuovi strumenti o nuove procedure, alle quali comunque si potrà lavorare coi tempi e con la necessaria costruzione del consenso.

Questo comporta però, due tipi di conseguenze di cui si deve essere consapevoli. La prima è il forte aumento del debito pubblico, che già cresceva a ritmi enormi anche senza virus. La seconda è che questa enorme quantità di moneta prima o poi creerà una nuova ondata di inflazione, anche perché – come si è visto in questi anni – il rientro dalla fase espansiva e il drenaggio di liquidità, con conseguente aumento dei tassi di interesse, è estremamente difficile e complesso. Come far rientrare un razzo lanciato a tutta velocità nella stratosfera.

Ma il gioco vale la candela: se vogliamo fronteggiare la spesa enorme e imprevista di queste settimane, dobbiamo accettare le conseguenze che arriveranno.

Quindi, a nostro parere: quello dei coronabond è un falso problema; intestardendosi nella richiesta i nostri governanti guadagneranno una sicura figura marrone, con nessuna probabilità di successo nell’immediato: lo strumento esiste, consolidato ed attivabile subito e passa dalla Banca Centrale Europea. Quello che conta è l’obiettivo.

 

 

La sopravvivenza finanziaria

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Nel precedente articolo abbiamo cercato di immaginare cosa potrebbe succedere al nostro sistema finanziario e al circuito economico dei beni e servizi in seguito alla pandemia in corso.

Abbiamo visto che sarà decisiva la durata della crisi: se – come pare ragionevole attendersi – potremo tornare ad una vita più o meno regolare entro un paio di mesi o tre (come del resto sta già accadendo in Cina, dove l’infezione si è sviluppata), allora molto probabilmente le sue conseguenze, pur pesanti e di grande sofferenza sotto il piano umano, saranno tutto sommato sostenibili.

Il prodotto interno lordo potrebbe contenere la sua diminuzione fra il 5,5% e il 6%: certamente rilevante, ma alla fine non molto distante dai peggiori momenti della storia economica recente. A quel punto reddito, produzione e lavoro dovrebbero cominciare a ripartire e, gradualmente, si potrebbe tornare ai livelli ante-Covid19.

Se questo è il caso, i mercati finanziari potrebbero aver già scontato il loro livello minimo, considerando che nel solo mese di marzo hanno perso quasi la metà del loro valore, ben oltre la riduzione dell’attività economica.

Un discorso a parte merita l’inflazione: cosa accadrà all’indice dei prezzi in questa situazione? Crollo della domanda e crollo dell’offerta agiscono in direzione opposta: mentre il primo ha effetto di contenere i prezzi, il secondo porta inflazione (si riducono i beni offerti e quelli che restano aumentano di valore). Fra l’altro l’ossessivo richiamo dei tedeschi alla priorità del controllo dei prezzi è stato l’elemento che ha frenato la Banca Centrale Europea almeno fino ad ora.

In realtà è evidente che ci troviamo in una chiara situazione deflazionistica: i livelli dei prezzi si mantengono bassi, nonostante le consistenti iniezioni di liquidità praticate dalle banche centrali.

In questa situazione, è quindi ragionevole attendersi che, grazie proprio alle politiche monetarie espansive (abbondante liquidità e tassi di interesse bassi), i prezzi dovrebbero essere ampiamente controllabili e al massimo superare di poco il tasso obiettivo del 2%, attualmente considerato un livello di equilibrio e un target generalizzato.

Se infatti molta inflazione è un problema (e chi ha vissuto l’esperienza degli anni 70, con l’iperinflazione che portò in Italia i prezzi a crescere in diversi anni anche a doppia cifra), i prezzi ostinatamente troppo bassi rendono difficile al sistema procedere con fluidità ed efficienza, come se mancasse il carburante a un’automobile. Con i prezzi solo un po’ più alti si spende di più, aumenta la produzione, cresce il reddito e il lavoro; con prezzi troppo alti o crescenti oltre misura le attività perdono valore e si crea solo illusione.

Da tutto quello che abbiamo detto, il consiglio è di non farsi prendere dal panico e non svendere i propri titoli agli attuali prezzi di mercato, pur essendo consapevoli del rischio che se l’emergenza dovesse invece protrarsi oltre i due-tre mesi i valori degli asset in portafoglio potrebbero scendere ancora, fino ad azzerarsi del tutto.

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In uno scenario ragionevole, invece, ben presto si potrebbe risentire delle misure di politica monetaria espansiva decise da tutte le banche centrali, compresa la BCE della Lagarde, ora che la pandemia non è più limitata all’Italia ma ha interessato anche Germania e Francia.

Al contrario di quanto successe nel 2008, infatti, la liquidità del sistema viene mantenuta molto abbondante e questo facilita la ripresa: in fin dei conti l’esperienza del passato ha insegnato qualcosa. Alla lunga, queste risorse dovranno necessariamente entrare in circolo sui mercati, dato che i tassi a breve (quelli sui depositi liquidi presso le banche) ben presto assumeranno valori negativi.

Depositare denaro in banca costerà, anziché essere gratis come oggi in Italia, esattamente come costa sottoscrivere un Bund (titolo di stato) tedesco, considerata l’attività meno rischiosa del mercato. A quel punto, tranquillizzati dai corsi che staranno salendo, molti operatori preferiranno investire in aziende comunque affidabili piuttosto che pagare una commissione per tenere le risorse liquide e sicure in banca. Si dovrebbe quindi assistere un aumento della domanda e dei prezzi, corroborata dall’effettivo miglioramento dell’economia reale.

Se questo è il panorama più probabile, potremmo non essere lontani dall’auspicata inversione dei mercati, anche se prima di tornare ad acquistare è buona norma attendere che i livelli di oggi si mantengano e si consolidino per alcuni giorni. Salvo un tutto sommato improbabile crollo totale del sistema, prima o poi questo livello comunque si raggiungerà. Ogni drammatico crollo economico della storia, da quello del 1929 alla sopra menzionata crisi energetica dei primi anni ‘70 del secolo scorso, alle torri gemelle del 2001 alla recessione epocale del 2008, alla fine ha visto i prezzi di borsa tornare ai livelli precedenti e superarli, fino ai massimi assoluti della fine dell’anno scorso.

E’ solo una questione di tempo, come sempre in economia, del resto.

 

 

Il mondo reale (e quello finanziario) dopo il virus

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Non è possibile prevedere per quanto tempo e in che modo l’emergenza sanitaria legata alla pandemia continuerà ad ipotecare pesantemente la vita di tutti come sta facendo in questi giorni e certo ancora più difficile risulta avere un’idea di cosa accadrà ai mercati in questa situazione. Quello che possiamo fare è, però, ragionare con logica e buon senso per individuare i comportamenti più razionali al fine di tutelare il patrimonio, messo in questi giorni in seria difficoltà qualunque siano le modalità in cui è investito.

Dobbiamo innanzitutto aver chiara la distinzione fra circuito reale, quello in cui si producono, si scambiano e si consumano beni e servizi, e circuito finanziario, quello che riguarda il denaro e suoi derivati. I due sistemi hanno molti punti di contatto e una forte interdipendenza, ma sono profondamente diversi, così come diverse sono le conseguenze di una crisi dell’uno rispetto a una crisi dell’altro.

Senza voler entrare nel dettaglio (cosa che abbiamo fatto in questo blog negli anni passati con la serie “Abc dell’economia”, iniziata con l’articolo https://marcoparlangeli.com/2017/12/25/l-a-b-c-delleconomia/, pubblicato il 25/12/2017 e proseguita con diversi articoli successivi), possiamo sintetizzare in questi termini le possibili rispettive situazioni:

  • dal punto di vista dell’economia, l’emergenza sanitaria provocherà un calo generalizzato del reddito, e quindi della produzione e del lavoro, dovuto sia alla minore domanda (i consumatori saranno meno propensi e avranno più difficoltà a consumare e le aziende meno portate a investire) sia alla minore offerta (le aziende lavoreranno meno, le fabbriche resteranno chiuse e gli scambi saranno sempre più difficili);
  • dal punto di vista della finanza, i valori delle attività finanziarie (titoli, azioni, obbligazioni) sono già diminuiti molto e gran parte della ricchezza delle famiglie è stata polverizzata dal calo dei prezzi.

Si tratta di due fenomeni concettualmente diversi e distinti, anche se, come si diceva, fortemente correlati: se la produzione e gli scambi diminuiscono, anche il valore delle aziende (e dei relativi strumenti finanziari da loro emessi, quali azioni e obbligazioni) dovrà necessariamente diminuire. E, d’altra parte, se i patrimoni si polverizzano, anche la propensione al consumo necessariamente diminuirà (il cosiddetto “effetto ricchezza” [1]teorizzato da molti economisti, il più famoso dei quali fu l’inglese Arthur Cecil Pigou).

Il più importante elemento da capire è: quanto durerà l’emergenza, ovvero il black-out produttivo? Se sarà abbastanza contenuto nel tempo, nell’ordine di qualche settimana ancora o un al massimo un paio di mesi, è ragionevole aspettarsi che gli effetti sull’economia reale restino ampiamente sostenibili.

E’ stato stimato che il PIL del 2020 in Italia diminuisca, per quanto accaduto finora, del 3,5% circa. Se consideriamo che la crisi è in atto da circa un mese, e scontiamo l’effetto inerziale dei primi giorni (fino a che non c’è stata consapevolezza della situazione, le abitudini non sono sostanzialmente cambiate) e lo shock che la pandemia ha comportato, si può ritenere che il “costo” in termini di prodotto interno possa oscillare fra il 2 e il 2,5% di riduzione del PIL per ogni mese di blocco totale. Se consideriamo che il blocco non è (e auspicabilmente non sarà) totale, ma parte delle attività private e pubbliche in realtà continuano, potremmo ipotizzare un calo del PIL di circa 1,5% al mese.

Questo però può valere per ancora un paio di mesi al massimo, dopo di che tutto deve tornare, sia pure a ritmo rallentato, in area di normalità o quasi, come del resto sta accadendo in Cina, dove la pandemia ha avuto origine. In tal caso, considerando anche un ragionevole “effetto ripresa” che dovrebbe consentire un recupero dei consumi almeno inizialmente più che proporzionale, la riduzione del PIL per tutto il 2020 potrebbe essere contenuta fra il 5,5 e il 6% in ragione d’anno.

Se invece intorno a giugno dovessimo essere ancora in piena emergenza, non è proprio possibile avere un’idea di cosa potrebbe succedere al sistema economico del paese e, di conseguenza, a quello finanziario.

Pur non essendo esperti di virologia, possiamo ritenere che la possibilità di rientro entro giugno sia lo scenario più probabile.

In tal caso, il sistema – se ben supportato da politiche monetarie espansive e soprattutto da politiche fiscali e di bilancio aggressive, sulle quali ora tutti sembrano concordare – troverà presto un nuovo equilibrio, anche se per un bel po’ di tempo a un punto più basso del mondo ante-coronavirus. Questo, naturalmente, non sarà indolore: a parte il costo in termini di vite umane, già enorme, molte aziende dovranno chiudere e interi settori produttivi verranno cancellati. Però altre ne apriranno e nuove idee imprenditoriali si faranno strada e, soprattutto, il settore pubblico assumerà più rilievo.

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Che succederà ai mercati finanziari in questo caso? La nostra impressione è che ben presto si dovrebbe assistere a un recupero dei valori, nonostante la grande volatilità che ci accompagnerà ancora per molto tempo.  Vediamo perché.

Lo shock subito da tutti i mercati nell’ultimo mese è stato violentissimo e ben superiore al contraccolpo produttivo di cui abbiamo parlato sopra. Per fare un esempio, in un mese l’indice FTSE-Mib (indice di borsa che sintetizza l’andamento delle maggiori società del listino) è passato da 25.000 a 14.500, con una diminuzione di oltre il 40%.

In casi come questo, generalmente, i mercati tendono sempre a scontare il risultato peggiore, attestandosi al worst case scenario, per cui – dopo una prima fase di timido e incerto consolidamento al livello più basso, durante la quale l’ipervenduto (ovvero l’eccesso di offerta di titoli rispetto alla domanda) gradualmente rientra, ed è la fase a cui stiamo assistendo – dovrebbe aprirsi una fase di graduale recupero fino al nuovo punto “di equilibrio”.

Inoltre, i famosi algoritmi che una volta partita la folle discesa hanno amplificato i ribassi facendo vendere in automatico le attività che via via raggiungevano gli stop loss[2], a questo punto si fermano. Cominciando i prezzi a crescere, i fondi che avevano una posizione “corta”, ovvero avevano venduto i titoli presi a prestito contribuendo così al crollo, devono invece “ricoprirsi”, acquistando gli stessi titoli per adempiere ai propri obblighi.

A parte i tecnicismi, il senso del discorso è che una volta innescato un trend sostenuto sul mercato, questo tende ad autoalimentarsi e quindi, prima o poi, a tornare a una situazione in cui, almeno approssimativamente, il prezzo dei titoli rispecchia il loro valore.

Se quindi la crisi, come tutti auspichiamo, dovesse essere di durata sopportabile, alla fine non ci sarebbero grossi sconvolgimenti e, anzi, chi avesse acquistato nei momenti di minimo, potrebbe realizzare buoni guadagni.

Nel prossimo articolo vedremo quali sono i comportamenti da adottare in questo nuovo scenario che stiamo vivendo, nell’ottica delle previsioni che abbiamo appena fatto.

 


[1] L’effetto ricchezza consiste nella maggiore tendenza a consumare quando il valore del patrimonio di cui si dispone aumenta: sentendosi più ricco, il consumatore spenderà di più. Specularmente, se la sua ricchezza diminuisce, sarà portato a consumare meno

[2] Per stop loss, meccanismo automatico di contenimento delle perdite, si intende il livello di prezzo definito in precedenza al quale automaticamente il titolo viene venduto.