2019 ANNUS MIRABILIS

Come l’anno scorso di questi tempi eravamo a leccarci le ferite per le disastrose performance di quasi tutti i mercati, per la prima volta dal 1901 tutte contemporaneamente negative, così quest’anno salutiamo invece la chiusura di un annus mirabilis, che ha consentito a molti di recuperare buona parte delle perdite del 2018 e a quasi tutti gli investitori di chiudere i propri portafogli con segno positivo.

Maglia rosa questa volta la borsa italiana, con l’indice azionario che ha realizzato uno straordinario e irripetibile +28,2%. Chi avesse investito 100 eurini il 1° gennaio 2019 nell’indice FTSE-MIB, quello che sintetizza l’andamento dei titoli a maggior capitalizzazione del nostro mercato, potrebbe oggi ritrovarsene 128,2; ma alcuni titoli singoli hanno consentito guadagni ancora maggiori: a titolo esemplificativo Azimut +122%; Poste Italiane + 47%; Enel +42%.

Ma anche le obbligazioni tutto sommato non sono andate male, pur restando i rendimenti ancora molto bassi. Proprio perché i tassi non sono aumentati come si temeva, i prezzi dei titoli in generale non hanno subito grosse penalizzazioni.

Sempre molto sostenuta la borsa americana, cresciuta nell’anno del 22%, con prezzi che – pur già elevatissimi in rapporto agli utili delle società – hanno continuato a crescere imperterriti, consentendo agli indici azionari (in primo luogo lo Standard&Poor) di raggiungere livelli record. Il dollaro, come ci si attendeva, è diminuito e questo ha danneggiato gli investitori stranieri in valuta USA, ma ha fortemente avvantaggiato l’economia statunitense, favorendo le esportazioni nonostante l’effetto negativo dei dazi di Trump.

Alla fine anche l’azionario europa si è difeso bene, neutralizzando la storia infinita della Brexit che all’inizio dell’anno era ancora in alto mare e ora sembra aver imboccato la via della risoluzione.

Come si vede, una situazione con molte luci e poche ombre, non facile da decifrare. L’economia negli USA va bene ma non benissimo, in Europa è piuttosto debole e in Italia certo non brilla. Allora perché le borse sono esplose?

Intanto, come ormai i nostri lettori sanno bene, le borse non riflettono completamente l’andamento dei sistemi economici. La teoria ci dice che le quotazioni dovrebbero incorporare gli utili attesi delle società sul mercato, nel senso che se si prevede che un’azienda possa distribuire maggiori dividendi in futuro, il suo valore in borsa dovrebbe aumentare. Quindi i prezzi dei titoli salgono non tanto se la società va bene, ma se si prevede che in futuro vada meglio di oggi e sia in grado di distribuire ai suoi azionisti più dividendi.

La pratica ci insegna invece che molto spesso l’andamento dei titoli è ben poco correlato alla situazione economica e finanziaria delle società emittenti. Un po’ perché la vera situazione aziendale non sempre è conosciuta dagli investitori, che fanno unicamente affidamento sui dati pubblici. Un po’ perché spesso il mercato si fa dei film che sono pura fantasia, come quando iniziano a girare voci su probabili acquisizioni o scalate che gonfiano i prezzi, ma poi si rivelano infondate, vere e proprie fake news.

I veri artefici della prolungata e scoppiettante stagione dei mercati sono in realtà le banche centrali, che governano i tassi di interesse attraverso la politica monetaria, ormai unico driver dei sistemi economici, come più volte abbiamo scritto sul blog. Si è diffusa fra gli investitori, in modo non ingiustificato, la convinzione che se l’economia dovesse andare male, le banche centrali sono disposte a ridurre ancora i tassi, e che se tendesse a surriscaldarsi comunque non aumenteranno i tassi stessi. Ciò perché la politica (Trump docet) non accetterebbe – in chiave prettamente elettorale – una politica monetaria restrittiva, sapendo che politica fiscale e politica di bilancio sono due leve praticamente inutilizzabili. A maggior ragione se l’inflazione, come è nel caso attuale, non mostra nessuna voglia di rialzare la testa e anzi fa fatica a raggiungere il livello considerato di equilibrio del 2% all’anno.

Ancora troppo recenti le scottature della grande crisi del 2007 quando le banche centrali (la Fed e la Bce in primo luogo) esitarono mesi prima di allentare la morsa dei tassi e si ostinarono a perseguire le politiche restrittive messe a punto quando le cose andavano bene. Così facendo tolsero liquidità e ammortizzatori a sistemi che ne avrebbero avuto gran bisogno. Oggi è storia, ma si provi a chiedere ai tanti imprenditori mandati in default a quell’epoca per aver trovate chiuse le porte del credito in momenti di difficoltà di mercato, o per aver dovuto pagare oneri finanziari insostenibili.

Durerà la pacchia? Difficile a dirsi, ma certo è che prima o poi una flessione è nell’ordine naturale delle cose. I mercati non possono crescere all’infinito decorrelati dall’economia, non l’hanno mai fatto nella storia e non lo faranno neanche ora. Il tema vero è sapere quando ciò accadrà.

Intanto, godiamoci i risultati di quest’anno che volge al termine.

Buon 2020 a tutti i lettori del blog.

Lupus in Fabula

La scorsa settimana il nostro blog si occupò del MES (il cosiddetto Fondo salva-stati) e in particolare della possibilità – che questo prevede verificandosi alcune condizioni – di un intervento pubblico per salvare le banche in crisi. Lupus in fabula: nei giorni scorsi è scoppiato il caso della Banca Popolare di Bari, uno dei maggiori istituti creditizi del mezzogiorno, per il quale si profila un massiccio intervento pubblico.

Premesso che, come abbiamo scritto a più riprese, è assolutamente necessario per il paese evitare il fallimento di una banca, in quanto verrebbe minata la fiducia di risparmiatori e investitori con danni ben più gravi del costo del risanamento, si deve osservare che la normativa comunitaria impedisce che uno stato dell’Unione Europea intervenga direttamente in favore di imprese che operano in regime di libero mercato. Volendo tutelare la concorrenza, e assicurare parità di trattamento fra tutti i player di un determinato mercato, il sostegno da parte del soggetto pubblico configurerebbe infatti “aiuto di stato”, con conseguente distorsione della competitività.

Una banca pubblica, ovvero di proprietà dello stato, si troverebbe infatti in condizione di vantaggio rispetto alle altre banche, costrette invece a dotarsi di patrimonio adeguato reperendolo sul mercato, e dovendone sostenere il relativo costo. D’altra parte, è ben difficile che intervenga un privato rischiando  il proprio capitale in un’impresa che si è dimostrata fallimentare.

Si tratta di classico circolo vizioso: la banca in crisi va salvata per la stabilità del sistema, ma il soggetto pubblico non può intervenire perché sarebbe aiuto di stato e quello privato se ne guarda bene. Il coinvolgimento di un soggetto terzo, quale appunto il Fondo, potrebbe essere una buona soluzione, ed è per questo che va guardata con favore.

Negli Stati Uniti invece, dove non vige la disciplina comunitaria, il problema non esiste, in quanto lo stato può liberamente intervenire, purché ci sia una prospettiva di recupero dell’investimento al fine di non dissipare il denaro dei contribuenti. Così, ad esempio, Obama è potuto intervenire nella Chrysler facilitando l’accordo con Fiat, e alla fine ha consentito al suo governo di conseguire un buon profitto per l’operazione.

La crisi della Banca Popolare di Bari non è stata la prima nel sistema italiano, e non sarà l’ultima, per cui è necessario attrezzare, per il soggetto pubblico, un canone di intervento da seguire in questi casi, in attesa che il Fondo salva-stati venga compiutamente regolamentato.

Nell’era digitale, le banche di media dimensione sono sostanzialmente fuori mercato, e infatti in Italia sono di fatto scomparse nell’ultimo ventennio, (si veda, al proposito, l’articolo).

La banca rete tradizionale, quella ad alta intensità di capitale fisico e lavoro basata sulle filiali, sui direttori e sulle file alla cassa, tende a divenire obsoleta, oggi che la maggior parte dei servizi si possono acquisire online a costi contenuti e flessibilità. Occorre una base di clientela molto ampia, in grado di ammortizzare con economie di scala i notevoli investimenti richiesti, ed è per questo che nel segmento di mercato dei servizi di base e di massa (il conto corrente, il dossier titoli, i servizi di pagamento, le carte di credito) sopravviveranno solo i grandi o grandissimi istituti, in grado di offrire piattaforme digitali molto evolute a prezzi bassi.

Oppure, d’altra parte, potrà avere senso economico la piccola e piccolissima banca, in cui la vicinanza fisica al cliente, la conoscenza diretta, il rapporto personale giocano ancora un ruolo importante, anche se in netto declino, soprattutto nei confronti di clientela anziana, di piccoli imprenditori, artigiani e agricoltori che saranno – ancora per poco – disponibili a pagare costi più elevati e a rinunciare a servizi più evoluti, per mantenere questo tipo di relazione privilegiata.

Tutto quello che sta nel mezzo è destinato a sparire dal mercato, o con acquisizioni da parte di soggetti più grandi e accorpamenti con altre banche, o con le situazioni di crisi a cui sempre più spesso dovremo assistere.

Inoltre, data la nuova struttura dei modelli di business, sarà necessario sempre meno personale: si parla infatti di 50.000 esuberi nel settore bancario nei prossimi anni. Così come andranno tendenzialmente a scomparire le sedi sfarzose e gli immobili prestigiosi, che già ora sono sempre più simili a cattedrali vuote nei centri cittadini. Leggere di personale e di immobili, le banche dovranno invece essere molto più pesanti del passato in termini di capitale: mentre fino a qualche decina d’anni fa erano sufficienti requisiti patrimoniali anche del solo 5% delle attività ponderate[MCF1] , ovvero del totale dei crediti rettificato per il rischio, oggi è necessario non meno del 15-20%.

Il vero business, per chi vuole investire in questo settore, sembra essere sempre di più quello dei non performing loans (NPL), ovvero dei crediti in sofferenza, di cui parleremo nel prossimo articolo.  


L’anno che verrà

Anno bisesto, anno funesto. Il detto sembra risalire all’epoca degli antichi romani, che consideravano febbraio un mensis feralis (ovvero un mese funesto), in quanto dedicato ai riti per i morti e alla purificazione. Ci mise del suo anche Michele Savonarola, medico e scienziato del Quattrocento e nonno del più celebre Giacomo Savonarola, che descriveva gli anni bisestili – quelli con un giorno in più – nefasti per le coltivazioni e le greggi.

Si tratta di mera superstizione, naturalmente, e al giorno d’oggi – in cui i morti si commemorano a novembre e gli anni sono alla fine più o meno uguali – il minaccioso proverbio ha cessato di incutere disagio e inquietudine, anche se molti ricordano che alcune delle più tremende tragedie per il nostro paese (il terremoto del Messina del 1908, quello del Belice del 1969 e quello del Friuli del 1976) sono avvenute proprio in anni bisestili.

Può essere allora interessante cercare di capire cosa possiamo aspettarci per il nuovo anno, dal punto di vista dell’investitore e della finanza e come dobbiamo conseguentemente configurare il nostro portafoglio per non farci cogliere di sorpresa dagli eventi. Naturalmente non siamo in grado di prevedere il futuro (è un limite del nostro Blog), ma cercando di leggere la situazione attuale e i trend identificabili, possiamo fare qualche considerazione di prospettiva e di buon senso.

Dopo la crisi epocale del 2007/2008, che nel nostro paese è durata una decina d’anni e che tuttora continua a manifestare i suoi colpi di coda con imprese che escono dal mercato e interi settori produttivi che non si sono ripresi dallo shock, Stati Uniti ed Europa hanno intrapreso un deciso sentiero di crescita della produzione e dei commerci, mentre i mercati emergenti – pur rallentando la loro marcia – hanno mantenuto un ritmo di sviluppo costante e continuo.

Quasi tutti gli analisti di scenario sono concordi nel ritenere che artefici di questa prolungata fase positiva dei mercati occidentali siano stati i banchieri centrali, che hanno perseguito una politica monetaria decisamente espansiva caratterizzata da tassi di interesse bassi e abbondante liquidità. Memori dei danni provocati durante la grande crisi del 2007, quando le autorità monetarie impiegarono molti mesi ad abbandonare il loro orientamento restrittivo, così contribuendo ad accelerare e inasprire la crisi stessa – questa volta le banche centrali hanno fornito dosi massicce di moneta ai sistemi, talvolta rimangiandosi annunci di aumento dei tassi al primo scricchiolio.

Se da un lato la sola politica monetaria non è (più) in grado di stimolare crescita economica, per la quale occorrerebbero ben più efficaci stimoli di politica fiscale e di bilancio, dall’altro i consistenti mezzi liquidi a disposizione di banche e operatori hanno alimentato una forte domanda di attività finanziarie (azioni e obbligazioni) che ha innescato e mantenuto un mercato in continua crescita e prezzi sempre più alti.

Si è quindi assistito allo strano fenomeno di economie in rallentamento e mercati in grande spolvero. Per tutto l’anno in corso i mercati azionari hanno visto aumentare volumi degli scambi e prezzi, raggiungendo livelli di quotazioni e multipli difficilmente sostenibili. Se andiamo a vedere la serie dei rapporti prezzi/utili (il cosiddetto P/E, ovvero price/earnings), troviamo nel mercato USA livelli incredibili: basti pensare al caso Amazon per la quale tale rapporto è di quasi 80.

Una volta si diceva che il rapporto corretto fosse intorno a 20, quando cioè gli utili di una società consentono di ripagare l’investimento effettuato (attraverso l’acquisto sul mercato di un’azione) in 20 anni. Pur con sensibili differenze da un settore all’altro, era diffusa l’opinione che quando il rapporto P/E fosse al di sotto di 10 convenisse comprare e quando fosse al di sopra 20 convenisse invece vendere: se oggi seguissimo questa regola, avremmo grande difficoltà a trovare titoli su cui investire. Eppure il rapporto P/E continua a crescere, per effetto soprattutto dell’aumento dei prezzi. Gli utili delle aziende non stanno andando male, ma sono tendenzialmente stabili e certamente non seguono il ritmo del prezzo delle azioni.

E’ una situazione che dura da diversi mesi: chi avesse avuto paura dell’inversione del trend, avrebbe perso una buona occasione per guadagnare; e d’altra parte se la finanza (il sistema dei prezzi delle azioni e degli altri strumenti finanziari) diverge in modo così netto dall’economia (la produzione e lo scambio di beni e servizi), si prepara il terreno perché la bolla possa scoppiare, come ci insegna l’esperienza del passato.

E’ bastata la minaccia di un aumento dei tassi in USA, alla fine dello scorso anno, per far precipitare i mercati tanto da indurre il presidente Trump a intervenire pesantemente sulla Federal Reserve (la banca centrale americana) per forzare l’inversione della rotta. Smentite le dichiarazioni di procedere all’inasprimento della politica monetaria, i mercati hanno continuato a crescere come e più di prima. E siccome il mercato di oltre oceano trascina con sé anche l’Europa e, a maggior ragione, l’Italia, è da qui che conviene partire per cercare di capire cosa succederà.

Potrà continuare la pacchia o dobbiamo attenderci una rapida e intensa inversione di tendenza? La risposta alla prossima puntata.

I corni del dilemma: le buone azioni di fine anno

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Come abbiamo visto la scorsa settimana, il mercato azionario italiano è cresciuto di quasi il 30% dall’inizio dell’anno, sulla scia del forte trend rialzista che ormai da molto tempo sta interessando il mercato USA. I vecchi operatori dei borsini (i locali delle banche dove si seguivano in diretta le contrattazioni) erano soliti affermare che il trend è tuo amico (trend is your friend) e, in casi come questo, si facevano portare volentieri dalla corrente per partecipare alla festa e mettere fieno in cascina.

Tuttavia fra le tante incertezze che ci circondano, una certezza possiamo averla: prima o poi la pacchia finisce e l’investitore prudente deve evitare di trovarsi a quel momento con il portafoglio totalmente investito, per non essere travolto dall’inversione di tendenza che molto probabilmente sarà intensa e repentina. Inoltre è altrettanto probabile che il prossimo anno, in cui ci saranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, i mercati vedranno una grande instabilità legata ai possibili esiti dell’importante tornata elettorale, per cui non è da ritenere verosimile che il rally possa continuare, almeno a questi ritmi, oltre la metà del 2020.

E’ chiaro che 6/8 mesi sono comunque molti nell’ottica di un investitore e che la gestione sbagliata di questo periodo può fare molto male sia – nella migliore delle ipotesi – come opportunità di guadagno non sfruttate sia soprattutto se rischiasse di essere travolto dal crollo prossimo venturo.

Infatti una serie di fattori, molto importanti, possono influenzare in modo significativo l’andamento dei mercati e comunque sono portatori di instabilità: dall’ingresso nell’agone del nuovo Presidente della BCE Christine Lagarde dopo l’era di Mario Draghi, all’evoluzione della lunga diatriba sui dazi commerciali fra USA e Cina; dall’ancora incerto sviluppo della Brexit (che ha da tempo compiuto i tre anni) alla capacità di tenuta del governo italiano per tutta la legislatura.

Riuscirà il governatore della Federal Reserve americana a resistere alle pressioni sempre più forti del Presidente uscente Trump per far diminuire i tassi?  E come si presenteranno le trimestrali delle società quotate nel nostro paese in una fase congiunturale di netto rallentamento? Piazza Affari avrà ancora benzina nel serbatoio per correre dopo un aumento del 30% in dieci mesi?

Considerando che mancano circa 5 settimane di mercati aperti da qui alla fine dell’anno e che in questo periodo molti operatori e gestori faranno di tutto per tenere i prezzi al massimo livello possibile al fine di presentare bilanci positivi e incassare i bonus legati alle performance, è ragionevole ritenere che l’attesa inversione di tendenza almeno fino all’anno nuovo non debba verificarsi.

Naturalmente si tratta di un’impostazione di breve o brevissimo periodo, di natura esclusivamente speculativa e finalizzata a lucrare, in chiave tattica, redditi aggiuntivi rispetto a quelli definiti come obiettivi di rendimento del portafoglio. E’ un classico punto di vista da trader, più che dell’investitore: chi ha comunque investito sulla base di una strategia ben precisa (individuando correttamente la propria asset allocation) e di una valutazione sulla gestione economica delle aziende quotate, potrà tranquillamente continuare su questa strada, non facendosi prendere ora dalla frenesia di partecipare al banchetto o, al momento del crollo, dalla depressione che arriverà.

Nella logica dell’investitore entrare ora su un titolo è invece abbastanza difficile, perché i prezzi, in rapporto agli utili societari, sono in genere molto alti, anche se continuano a crescere. Il consiglio è quindi quello di portare a casa, se possibile, le plusvalenze teoriche emerse. In tal caso, è vero che non si guadagnerà più se il corso dell’azione dovesse aumentare ancora, ma è anche vero che in caso di crollo improvviso ci saremmo cautelati. Se e quando il crollo avverrà, mantenendo comunque la fiducia in quel particolare titolo, potremmo ricomprarlo a un prezzo più basso e ci ritroveremmo nella stessa situazione di partenza ma con un bell’utile in saccoccia.

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Dal punto di vista del trader, invece, si potrebbe pensare a incursioni rapide su alcuni titoli particolari al momento in cui i prezzi dovessero scendere del 2 o 3 per cento in una singola giornata oppure oltre un certo livello soglia, per poi rivendere al rimbalzo successivo, quando si arrivi a una plusvalenza ritenuta accettabile. In questo caso si deve costruire un elenco (la cosiddetta watchlist), di titoli graditi, da monitorare giorno per giorno. Il concetto dovrebbe essere quello che, se anche nel breve termine non si riesce a chiudere quella operazione e il titolo continuasse a scendere, avremmo sempre effettuato un investimento che ha senso; al limite incasseremmo i dividendi al prossimo stacco.

Va in ogni caso tenuto presente qual è il livello di rischio che si intende correre, ovvero il limite massimo di perdita ritenuto sostenibile, per poi uscire anche in stop loss se le cose dovessero mettersi male.

Viceversa, estremamente rischioso è impostare una strategia short su alcuni titoli o sugli indici di borsa, ovvero vendere allo scoperto e a termine al fine di lucrare sul crollo che si prevede alle porte. Questa strategia è molto pericolosa, ed espone a perdite potenzialmente illimitate se invece il mercato continua a crescere, tanto più se si utilizza la leva finanziaria che amplifica, come noto, sia i guadagni che le perdite.

Un’altra ipotesi operativa da prendere in considerazione può essere quella degli strumenti derivati. Se vogliamo sterilizzare gli utili teorici fino a questo momento emersi senza tuttavia vendere i titoli, potremmo acquistare un certificato (i cosiddetti ETC o ETF) il cui valore aumenta al diminuire dell’indice di borsa, o dell’andamento di un particolare titolo. Si tratta di titoli che utilizzano una determinata leva finanziaria e il cui costo di acquisto può essere considerato una sorta di premio assicurativo. Con opportuni calcoli, è possibile determinare quale ammontare del certificato sottoscrivere a fronte di un determinato utile da plusvalenza che si vuole congelare. Da quel momento in avanti, se i calcoli sono corretti, qualunque cosa succeda il nostro utile teorico non sarà più in discussione; ovviamente però si rinuncerà a eventuali ulteriori guadagni se i nostri titoli dovessero continuare a crescere.

In sostanza, se il mercato crescerà si guadagnerà con il portafoglio, ma si perderà sul derivato; se invece si verificherà il temuto crollo, il derivato si apprezzerà nella stessa misura della minusvalenza sui titoli.

Pur essendo una soluzione interessante, si tratta tuttavia di strumenti che richiedono un certo grado di conoscenza teorica e un’attitudine ad operare sui mercati, per cui sono più adatti a investitori esperti. E inoltre si tratta di strumenti caratterizzati da una certa opacità, specie in merito ai costi caricati da chi li produce e da chi li commercializza. Sono loro che, in ultima analisi, guadagnano con ogni situazione di mercato.

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia o Raddoppia: seguire il trend o ritirarsi con ordine?

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Ancora poche settimane di mercato aperto e anche questo 2019 passerà in archivio. L’interesse degli investitori è ovviamente concentrato su quello che potrà succedere nei prossimi giorni, per cercare di capire quali possono essere le decisioni più efficaci sul portafoglio. Per poter fare questo, è tuttavia necessario analizzare prima quello che è successo in passato, in particolare nell’ultimo anno, per molti aspetti piuttosto singolare.

Dopo il disastro generalizzato che ha interessato praticamente tutti gli asset (ovvero gli strumenti finanziari disponibili per l’investimento) nella seconda metà dello scorso anno, ad esclusione dell’azionario USA, il 2019 è partito subito bene e già dopo i primi tre o quattro mesi molti investitori erano riusciti a recuperare buona parte delle perdite subite l’anno precedente. Il mercato azionario italiano, in particolare, ha intrapreso un sentiero di forte crescita dei volumi, ma anche l’obbligazionario ha performato piuttosto bene, grazie soprattutto alle politiche espansive delle banche centrali, sia quella europea che quelle americana e britannica.

Le banche centrali, contrariamente alle attese, hanno proseguito le politiche monetarie tese a favorire la crescita economica e quindi finalizzate a mantenere bassi i tassi di interesse. Quando i tassi sono bassi, infatti, le imprese dovrebbero trovare più conveniente investire e le famiglie indebitarsi per fare acquisti di beni durevoli, e per tale via stimolare la domanda e la produzione.

In realtà sappiamo bene che non è sempre così perché, oltre determinati livelli, il reddito non risponde più agli stimoli monetari, configurandosi la cosiddetta trappola della liquidità: nonostante i tassi estremamente contenuti (abbiamo visto che in questo periodo sono anche negativi), le imprese non chiedono nuovi prestiti perché comunque non hanno sufficiente domanda dai loro clienti per poter vendere i nuovi maggiori prodotti. In questi casi gli economisti – con una metafora efficace – dicono che “il cavallo non beve” e per far crescere l’economia sono necessari stimoli più forti, quali la politica fiscale e quella di bilancio pubblico.

La politica monetaria espansiva è basata sul principio dell’aumento di liquidità, ovvero dell’incremento della quantità di moneta in circolazione. Con più moneta che circola nel sistema, aumenta la domanda di strumenti finanziari, in primo luogo azioni ed obbligazioni, ed è questo il motivo per cui il mercato azionario, nell’anno che ormai volge al termine, ha visto crescere i propri prezzi.

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Anche nel mercato obbligazionario crescono i prezzi dei titoli e questo determina la riduzione dei tassi di interesse. Esiste una relazione algebrica di proporzionalità inversa fra prezzo di un titolo obbligazionario e tasso di interesse; senza voler entrare nel dettaglio tecnico, è comunque intuibile che se molti investitori chiedono di acquistare un titolo obbligazionario, chi lo emette può ridurre il tasso di rendimento che deve pagare; se si tratta di un titolo a tasso fisso, in cui la cedola non cambia, l’aggiustamento avviene proprio attraverso il prezzo in maniera pressoché automatica.

Un esempio renderà chiaro il concetto. Supponiamo di avere un titolo che, al prezzo iniziale di 100, paga una cedola annuale del 5%. Se i tassi di mercato diminuiscono, supponiamo di mezzo punto percentuale, questo titolo diventerà molto appetibile sul mercato perché offre una cedola superiore a quelle correnti nella nuova situazione. Aumentando la domanda di quel titolo, ne aumenterà anche il prezzo che tenderà ad andare a 111, in modo tale che la sua cedola (5 Euro) rispetto a 111, esprima un rendimento intorno a 4,50%, nuovo livello di mercato.

I mercati hanno beneficiato, nel corso di quest’anno, dell’abbondante liquidità presente sul mercato ed hano consentito a chi deteneva i titoli di realizzare buoni risultati. La questione che si pone ora è quindi: che fare? Converrà tenere ancora i titoli, e al limite acquistarne altri, contando sulla continuazione del trend; oppure approfittare del rally del 2019 per portare a casa i guadagni e mantenersi liquidi in attesa della temuta inversione dei mercati?

Il problema è quindi molto semplice, ma la soluzione tutt’altro che scontata: quando finirà la pacchia? Perchè è certo che prima o poi il ciclo si invertrà; si tratta solo di vedere quando e in che modo. Ben pochi avevano previsto una crescita ininterrotta del nostro mercato azionario (+ 27% da inizio anno) e chi, ad esempio, ne fosse uscito dopo soli due o tre mesi, si sarebbe perso tutto l’incremento con le relative opportunità.

Se i pessimisti avessero però avuto ragione (e ovviamente nessuno può avere risposte sicure prima), avrebbero potuto ricomprarsi gli stessi titoli a prezzi notevolmente ribassati e lucrare una consistente plusvalenza oppure, alternativamente, si sarebbero risparmiati perdite sanguinose.

Vista così, potrebbe sembrare una situazione di scommessa o gioco d’azzardo, e per molti aspetti effettivamente lo è. Tuttavia, esistono diverse possibilità per limitare i rischi e nello stesso tempo non rinunciare a qualche beneficio, tenendo sempre presente il trade-off rischio-rendimento, ovvero la circostanza che per guadagnare di più occorre assumere rischi maggiori. Purtroppo non esistono in finanza (e non solo) strumenti in grado di realizzare entrambi gli obiettivi.

 

Lo vedremo meglio nel prossimo articolo.

 

 

Star Wars: la guerra tecnologica e commerciale tra USA e Cina

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Così come l’era di Ronald Reagan è ricordata per la guerra degli scudi spaziali con l’ex Unione Sovietica, quella di Donald Trump verrà ricordata per la guerra commerciale, ma soprattutto tecnologica, con la Cina. In entrambi i casi si tratta di conflitti molto aspri, con ingenti impieghi di risorse finanziarie e senza (o con molto limitati) aspetti militari.

C’è tuttavia una differenza fondamentale: mentre Reagan vinse la sua guerra e riuscì a dare una spallata decisiva al regime sovietico, Trump (o il suo successore, nel caso probabile che la durata ecceda il suo mandato) è destianto a perderla. Vediamo perché.

Partiamo dalla “proposta indecente” del biondo Presidente al Celeste Impero di un paio di settimane fa: Trump ha offerto la sua disponibilità a rinunciare a un buon numero di dazi doganali in cambio della rinuncia dei cinesi alla proprietà intellettuale di una trentina di aziende tecnologiche asiatiche, come noto in quel paese di emanazione pubblica. Gli asiatici hanno respinto la proposta al mittente e il motivo è semplice: nella tecnologia quantistica e nel 5G, le vere frontiere del futuro, i cinesi sono se non anni luce certamente molto molto avanti rispetto agli americani, ed essendo i centri di ricerca concentrati in enti pubblici, i benefici in termini strategici ed economici non si fermeranno agli azionisti delle società private di telecom, ma verranno immediatamente acquisiti dallo Stato.

Senza alcuna pretesa di essere esaustivi, anche perché questo blog non è specializzato – ahimè – in scienza e tecnologia, può valere la pena spendere qualche parola sui temi accennati, chiedendo venia fin d’ora per le inevitabili semplificazioni e, forse, inesattezze[1].

La rete cellulare 5G[2], acronimo di quinta generazione, sarà 100 volte più potente dell’attuale 4G, perché consentirà la connessione “senza soluzione di continuità”, rendendo possibili attività quali le produzioni gestite totalmente da robot in movimento, le operazioni chirurgiche a distanza e la guida di automobili senza conduttore.

Questo tipo di connessione in continuo sarà resa possibile da una rete di ripetitori di dimensioni più limitate degli attuali ma molto estesa e ramificata sul territorio, in modo tale da raggiungere con segnale forte anche le località più sperdute e inaccessibili. Questo richiede però, in primo luogo, una colossale opera di infrastrutturazione del territorio che si presenta molto costosa e tecnicamente complicata.

In questo processo la Cina è molto avanti, sia per le enormi risorse che ha stanziato sul progetto, sia per le minori rigidità burocratiche e amministrative che esso comporta, e che rendono al contrario molto problematico procedere nella stessa direzione per gli Stati Uniti e per tutti i paesi occidentali. Nel mondo capitalista, infatti, i privati difficilmente possono disporre delle risorse necessarie trattandosi di una vera e propria barriera all’accesso. Inoltre, nel “nostro mondo”, si passa da una serie di steps sempre lunghi e complessi: l’asta per le frequenze radio, l’affitto di beni immobili per installarvi i ripetitori, la costruzione delle torri; mentre in Cina – dove tutto appartiene allo Stato – una volta lanciato il progetto, tutti remano nella stessa direzione.

Non solo: anche dal punto di vista della ricerca siamo molto indietro, almeno a detta degli scienziati. Un dato eclatante è quello del personale di Huawei, il gigante telecom cinese: su 190.000 dipendenti, ben 90.000 hanno un PhD, ovvero un dottorato di ricerca e tutti questi sono assegnati alla ricerca e sviluppo. Ecco allora che sulla tecnologia quantistica, l’unica in grado di superare i limiti fisici del sistema binario su cui sono basati tutti i computer che conosciamo, i cinesi sono molto più avanti di tutti.

 

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La tecnologia quantistica è infatti ingrado di superare la logica binaria, secondo la quale il bit può avere valore 0 o 1, perchè consente al qbit (l’unità di misura base nel mondo dei quanti) di avere allo stesso tempo valore 0 e 1. E inoltre i cinesi hanno stanno realizzando un microprocessore (il Kirin 990) in grado di lavorare sia in ambiente 4G che in ambiente 5G, cosa che consentirà di aggredire fin d’ora il mercato con gli smartphone del futuro, anche in attesa della necessaria infrastrutturazione di cui abbiamo parlato sopra.

Questi microprocessori di nuova generazione utilizzeranno un nuovo sistema informativo denominato Harmony OS (HOS), che sostituirà Android. E così si capisce che la misura ritorsiva di impedire a Huawei di avvalersi di forniture USA, fra le quali appunto Android, ha fatto multo rumore ma pochi danni.

Entro il corrente anno la Cina avrà più 5G di qualsiasi altro posto sul pianeta ed entro la fine dell’anno prossimo avrà 100 milioni di connessioni 5G. Con la potenza di calcolo resa possibile da questa tecnologia, i vantaggi nei settori strategici, quali l’intelligenza artificiale, l’industria aerospaziale e quella militare saranno enormi e pressoché incolmabili.

Rispetto a questo, i dazi doganali imposti da Trump sulle esportazioni asiatiche negli USA saranno alla fine poco più di una puntura di spillo, anche perché i cinesi si stanno attrezzando in modo sistematico, come loro costume, per sostiture il mercato interno (di dimensioni infinite) a quello americano.

Ecco perché è facile prevedere che la guerra commerciale in corso ha già un vincitore annunciato e che la fortuna di Trump è il fatto che non sarà ancora finita quando – fra circa un anno – scadrà il suo mandato alla Casa Bianca e si aprirà la corsa per il mandato successivo.

 


[1] Un ringraziamento particolare al dott. Paolo Panerai che nella sua prestigiosa rubrica “Orsi e Tori” di Milano Finanza del 14/9/2019 ha trattato in modo magistrale questi problemi.

[2] Argomento trattato da Stu Woo su “Wall Street Journal”, riportato integralmente nel numero di Milano Finanza del 14/9/2019.

Limiti e vincoli per i conti pubblici

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Abbiamo detto nel precedente articolo che il deficit pubblico (la differenza fra spese e entrate dello Stato) deve essere contenuto entro il 3% del PIL (prodotto interno lordo) e che lo stock di debito non può tendenzialmente eccedere il 60% dello stesso PIL.

A parte l’entità delle percentuali, definita a suo tempo (nel 1992 a Maastricht) da tutti i paesi membri della (allora) Comunità Economica Europea sulla base di considerazioni economiche e politiche oggi forse anche superate, è innegabile che deficit e debito pubblico debbano essere contenuti entro limiti che ne consentano l’ordinata gestione in rapporto al PIL del paese.

Se prendiamo una qualunque azienda che operi nel mercato economico, la stessa non può infatti registrare continue e crescenti perdite di bilancio o aumento senza controllo del debito poiché è in primo luogo necessario che perdite e debiti siano sostenibili in relazione al fatturato dell’azienda stessa. Non esistono certamente percentuali che garantiscono automaticamente l’accettabilità dello squilibrio, ma è evidente che il volume d’affari debba poter riuscire a riequilibrare i conti in un periodo ragionevole; ed è altrettanto chiaro che le banche, per poter concedere un aumento del debito, dovranno convincersi che l’impresa affidata abbia la capacità di rimborsarlo e di pagarne i relativi interessi.

Non è diverso il caso di uno Stato sovrano: affiché i nuovi titoli del debito pubblico emessi, sia per il nuovo deficit che per rimpiazzare quelli scaduti, possano essere collocati presso gli investitori, questi ultimi devono aver fiducia nel buon andamento futuro di quel paese e devono essere ragionevolmente certi che quei titoli vengano rimborsati e gli interessi pagati. Nessun investitore affiderebbe le proprie risorse ad un’entità con i conti fuori controllo e sull’orlo del fallimento.

Possiamo discutere se il limite giusto del deficit sia il 3% del PIL e non il 4 o 5 o magari il 2% e se quello del debito sia il 60%, e non il 50 o il 70% dello stesso PIL, ma non si può dubitare che un qualche rapporto corretto fra queste grandezze ci debba essere e debba essere mantenuto nel tempo, altrimenti nessuno sottoscriverà più i titoli del debito pubblico e lo stato andrà in default, ovvero fallirà. Non è tanto l’Europa a imporre limiti alla crescita del disavanzo e dell’indebitamento, quanto la necessità di dover poi collocare i Buoni del Tesoro per reperire le risorse necessarie.

Secondo i dati OCSE relativi al primo trimestre di quest’anno, il rapporto deficit/PIL dovrebbe passare dal 2,1% del 2018 al 2,4% del 2019 al 2,9% del 2020, e quindi entro i limiti di Maastricht. Solo che questi rapporti considerano, fra le entrate, il ricavo dell’aumento dell’IVA che ammonta a 23,1 miliardi di Euro per il 2020 (passando l’imposta dall’attuale 22 al 25,2%) e a 28,7 per il 2021 (quando l’aliquota IVA dovrebbe passare dal  25,2 al 26,5%). Senza questo aumento monstre, il rapporto andrebbe al 3,3-3,4%, ed è per questo che la Commissione UE ha imposto questa misura drastica, che si applicherà in modo automatico in assenza di misure diverse.

Rispetto alle previsioni contenute nella legge di bilancio dello scorso anno, il PIL è diminuito dall’1 allo 0,1% per l’anno in corso e dall’1,1 allo 0,7% per il 2020. Ciò significa che, a parità di tutto il resto, il rapporto deficit/PIL è destinato a crescere rispetto alle previsioni, sia perché si riduce il denominatore (il PIL, appunto), sia perché – riducendosi il gettito fiscale perché con minori redditi si pagano meno tasse – aumenta il numeratore.

D’altra parte, con la nuova maggioranza di Governo, una serie di spese messe in bilancio e fortemente volute dalla precedente coalizione gialloverde “del cambiamento” possono essere ridimensionate (come l’applicazione di quota 100 per le pensioni) o evitate (come la flat tax). Inoltre la riduzione dello spread[1] di oltre un punto percentuale sui titoli del debito pubblico dovuta al maggior favore riservato dai mercati all’attuale compagine governativa rispetto comporterà un notevole risparmio sull’esborso per interessi.

Secondo alcuni analisti – ma è doveroso prendere le stime con prudenza – l’effetto combinato di questi scostamenti rispetto a quanto previsto nella legge di bilancio 2019, dovrebbe portare il rapporto tendenziale deficit/PIL dall’atteso 2,4% a circa l’1,7%, consentendo un certo margine di manovra al nuovo Ministro dell’Economia.

Se si vuole evitare l’aumento dell’IVA, occorre quindi partire dal gettito che si prevedeva per questa misura, ovvero 23,1 miliardi di Euro, oltre ai circa 4 miliardi di spese considerate “indifferibili”, per un totale di risorse da reperire intorno a 27 miliardi.

La maggior vicinanza all’Europa che questo Governo, almeno nelle intenzioni, dichiara e il suo favorevole accoglimento da parte delle istituzioni comunitarie potrebbero inoltre far ottenere una maggiore flessibilità da parte dei supervisori, in termini di un rapporto (anche se di poco) superiore al 3% e della possibilità di escludere dal computo della spesa almeno parte degli investimenti pubblici.

E’ stato calcolato che, fra il risparmio dovuto alla revisione delle politiche economiche rispetto alla maggioranza M5S-Lega (come si diceva sopra) e i maggiori margini consentiti dall’UE, ci potrebbe essere un recupero di risorse di 7/8 miliardi di Euro, parte dei quali andrebbero a finanziare misure di spesa già enunciate quali la riduzione del cuneo fiscale e il reddito minimo. Pur con tutte le cautele del caso, possiamo quindi attenderci una manovra che dovrebbe atterrare fra i 25 e i 30 miliardi di Euro, certamente molto impegnativa, ma forse più gestibile di quella paventata fino a pochi mesi fa, che partiva da 35 miliardi.

Di modesto impatto sui conti, invece, anche se di notevole effetto mediatico, la riduzione del numero dei parlamentari (che dovrebbe portare, a regime, un risparmio di circa 550 milioni all’anno) e la revisione del “Decreto Sicurezza”, per il quale le maggiori spese per l’accoglienza dei richiedenti asilo dovrebbero essere almeno in parte poste a carico dell’UE.

Del debito pubblico parleremo invece nel prossimo articolo.

 


[1] Con il termine spread si intende la differenza, sui titoli pubblici di pari scadenza, fra il tasso di interesse dei Buoni del Tesoro Poliennali dello stato italiano e quello dei Bund tedeschi. Se ad esempio il rendimento effettivo lordo dei BTp a 5 anni  è lo 0,40% e quello dei Bund sempre a 5 anni è -0,80%, lo spread  pari a 1,20%, ovvero 120 punti base, che rappresentano il maggior costo che lo stato italiano deve sostenere per la sua maggior rischiosità.

Conti e Bis-Conti

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Non è possibile prevedere se l’avvocato degli Italiani riuscirà nell’impresa di creare una nuova e finora inedita coalizione con il Partito Democratico, né tanto meno quale sarà l’assetto e il programma dell’esecutivo. Gli elementi di perplessità certo non mancano, a partire dalla capacità di tenuta di un accordo fra forze politiche apparse molto distanti, quasi inconciliabili sui temi più importanti e dalla figura stessa del premier, fino a ieri garante del governo del cambiamento, a forte trazione leghista: una volta si sarebbe detto, non senza diffidenza, “uomo per tutte le stagioni”.

Tuttavia si deve ritenere che, nell’interesse del paese ma anche per ragionevolezza istituzionale, sia giusto concedere alla nuova compagine la possibilità di provarci e di essere valutata sui fatti e non sulle intenzioni.

In primo luogo, a parte le boutade polemiche delle forze di opposizione, non è affatto vero che si tratti di un governo-truffa o illegittimo, perché da noi le elezioni legislative si fanno ogni 5 anni e se c’è una possibilità di evitare lo scioglimento anticipato delle Camere, è giusto e anzi doveroso che il Presidente della Repubblica la persegua con convinzione, come del resto hanno sempre fatto i Capi di Stato nella storia del nostro paese.

E’ probabilmente vero che, se si votasse oggi, il risultato sarebbe diverso da quello dello scorso anno, dopo la prova fallimentare dell’attuale governo. Ma questo accade sempre: dopo un anno, è difficile che nessuno cambi idea, sia fra gli elettori sia fra gli eletti, e se dovessimo ogni volta tornare alle urne, sarebbe un sondaggio permanente con la conseguente impossibilità di governare. Per questo la nostra Costituzione prevede meccanismi di tutela e salvaguardia della legislatura, perlopiù affidati al Presidente della Repubblica.

Né abbiamo un sistema in cui il Governo è eletto direttamente dai cittadini, i quali invece votano per i rappresentanti in Parlamento, che poi votano o meno la fiducia ai Governi proposti.

Quindi, ammesso (e non concesso) che Conte riesca a formare un nuovo esecutivo con il Partito Democratico, si tratterebbe di un Governo non solo formalmente ma anche sostanzialmente del tutto legittimo e con obiettivo di durata pari a fine legislatura.

In ogni caso, proviamo a individuare quali potrebbero essere i punti qualificanti di un Governo davvero nuovo, che sia il Conte bis, un’altra opzione che potrebbe uscire dal cilindro di Mattarella o quello conseguente a eventuali nuove elezioni. Alla fine, quello che conta sono le cose da fare e non le persone o gli schieramenti.

Del discorso di accettazione dell’incarico da parte di Giuseppe Conte, due aspetti sono particolarmente condivisibili: il primario richiamo all’istruzione e la riaffermazione del vincolo di appartenenza all’Unione Europea. Se a questi due temi aggiungiamo la necessità di promuovere un vasto e importante programma di investimenti pubblici, si delinea un programma di governo già impegnativo, concreto e positivo. Inutile spendere parole su concetti reboanti e di alto profilo ma difficilmente realizzabili nell’orizzonte temporale della legislatura, come siamo abituati a sentire in tutte le occasioni del passato.

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Parlare di equità fiscale, di riduzione delle tasse, di lotta all’evasione, di giustizia sociale e così via, può senz’altro incontrare favore e condivisione ma inevitabilmente espone al rischio di fallimento e all’impossibilità di valutare l’operato dell’esecutivo nell’arco di tre anni. Molto meglio un sano pragmatismo, pochi indirizzi strategici ma chiari e con steps intermedi misurabili e realizzabili nell’ambito dei vincoli di bilancio presenti.

Tre grandi temi: istruzione, Europa e investimenti pubblici. Declinazione di obiettivi qualitativi e quantitativi e dei tempi e modalità di conseguimento. Poche cose ma chiare e realizzabili, anziché la solita cortina fumogena su grandi questioni che richiederebbero un’affinità di ideali e una comunanza di vedute e background culturali che non esistono fra le forze in campo. Non esistono fra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle come non esistevano fra quest’ultimo e la Lega di Salvini.

Sarebbe un ottimo Governo quello che riuscisse a fare qualche piccolo ma significativo passo avanti in materia di scuola, inegrazione europea e qualificazione della spesa pubblica, oltre alla gestione, oggettivamente problematica dei vincoli di bilancio, che rappresenta sicuramente il tavolo più impegnativo nell’agenda della prossima coalizione governativa, qualunque essa sia. Tre questioni che

darebbero impulso allo sviluppo del reddito, sarebbero ampiamente compatibili con le risorse a disposizione, andrebbero finalmente incontro alle generazioni future e consoliderebbero la nostra posizione nel contesto dell’Unione Europea, senza la quale non andiamo da nessuna parte.

Non dimentichiamo che dovranno essere reperiti almeno 30 miliardi di Euro con la manovra economica per il 2020, solo per rispettare gli impegni presi: 24 per evitare l’aumento dell’IVA, 3 per il fabbisogno corrente e altri 3 per bilanciare l’eccessivo ottimismo delle previsioni in materia di PIL e gettito fiscale fatte lo scorso anno, nonché i mancati introiti dalle privatizzazioni messe in bilancio ma non realizzate.

A meno che non si voglia (come sarebbe auspicabile) tornare indietro su almeno alcune delle misure populiste del precedente Governo, quali il reddito di cittadinanza – improbabile perché fortemente voluta proprio dal partito di maggioranza – quota 100 e flat tax, peraltro ancora solo abbozzate.

 

Che fare in tempi di turbolenza?

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Abbiamo visto nel precedente articolo come i mercati siano oggi molto spesso in balìa di esternazioni, più o meno pertinenti, da parte di esponenti politici o rappresentanti di organismi istituzionali, con il risultato di amplificare oltre misura le oscillazioni dei prezzi, già di per sé soggette a grande instabilità.

Cosa può fare in questi casi un risparmiatore per tutelare i suoi investimenti? Dare consigli non è certo facile, ma possiamo provare a fornire qualche raccomandazione di buon senso.

La prima raccomandazione è quella di comprare bene, ovvero scegliere titoli emessi da soggetti affidabili, siano essi stati sovrani o società private, di cui si abbia una corretta percezione del rischio. Nel caso di azioni, o di titoli obbligazionari corporate – ovvero emessi da grandi imprese private – occorre farsi un’idea di quello che può essere un valore corretto del titolo, il cosiddetto target price[1], e – una volta definita una strategia globale del portafoglio – comprarlo quando il prezzo di mercato è inferiore a tale valore. Meglio sempre non aver fretta e non fare forzature; meglio non comprare che comprare male.

Se poi il mercato scende , la prima cosa da chiedersi è se si tratta di fibrillazione momentanea – dovuta alle improvvide dichiarazioni di qualcuno – oppure se è l’inizio di una vera e propria crisi. La risposta non è facile, ma da essa dipende la strategia che l’investitore razionale deve mettere in atto.

Se si tratta di un calo contingente e dovuto alla volatilità del momento, conviene tenere i titoli in portafoglio, e anzi incrementare l’investimento approfittando del momentaneo calo di prezzo. Se invece si tratta dell’inizio di un prolungato e strutturale periodo di crolli, meglio vendere subito finché si è in tempo, limitando le perdite.

Come si vede, l’instabilità provoca una situazione di forte rischio: sbagliando diagnosi si può andare incontro a veri e propri disastri; e in un tempo come l’attuale in cui i mercati si muovono anche del 5/6% in una settimana, il rischio di fare valutazioni errate aumenta.

Nella fase attuale gli analisti più autorevoli sostengono che non ci sono i presupposti per l’inizio di un crollo in larga scala e generalizzato come avvenne nel 2007.  Le ragioni di questa valutazione stanno soprattutto nella grande liquidità che c’è oggi nel sistema, nell’atteggiamento delle banche centrali, pronte ad utilizzare tutti gli strumenti disponibili (whatever it takes, tutto quello che è necessario, come disse tempo fa Mario Draghi) per sostenere le economie e i mercati, nell’andamento tutto sommato ancora positivo del sistema USA e nei multipli delle quotazioni che non hanno ancora raggiunto i livelli massimi.

D’altra parte è anche vero che gli economisti sono noti per non indovinare mai le previsioni, anche se bravissimi a spiegare cosa è successo. Quindi è bene non prendere per oro colato tutto quello che dicono. Nel 2007 nessuno aveva previsto la portata della crisi epocale che colpì in modo violento ed indistinto tutti i mercati, a parte Nouriel Roubini, che già nel 2006 al Fondo Monetario Internazionale aveva messo in guardia contro l’avvicinarsi del disastro. Su tale, isolata, previsione azzeccata, l’economista di origine iraniana ha poi fondato la sua fortuna sia come docente, sia come investitore.

La sensazione è che dopo qualche anno di crescita costante, prima o poi ci debba essere un’inversione del ciclo e i prezzi tornino a scendere. E’ probabile che l’anno in corso sia ancora un anno positivo, o quanto meno si mantenga sugli attuali livelli medi, perché certamente l’attuale presidente USA non vorrà presentarsi agli elettori con l’economia stagnante, tassi alti e prezzi degli strumenti finanziari in calo generalizzato. Ma è abbastanza prevedibile che dopo i prossimi 3 o 4 mesi il lungo momento magico si esaurisca e si entri in una fase di recessione, dapprima negli USA e poi, a cascata, nel resto del mondo. Alla fine i tassi dovranno aumentare, e le politiche espansive delle banche centrali dovranno in qualche modo essere contenute.

Se questo succederà, è prevedibile che i prezzi di azioni e obbligazioni inizino una discesa che potrebbe essere anche piuttosto rapida, per cui il consiglio è di farsi trovare, in questa eventualità, con un portafoglio più liquido possibile. Ciò vuol dire rinunciare a qualche possibile profitto per evitare brutte sorprese.

 


[1] Il target price, prezzo “bersaglio”, è il prezzo che l’analista ritiene sia quello a cui un determinato titolo tende ad allinearsi nel medio periodo, rappresentativo del valore corretto della società. In genere è calcolato attraverso l’utilizzo di diverse tecniche di valutazione aziandale, applicate ai numeri e alle informazioni pubblicamente disponibili

IL FISCO CATTIVO

Prepariamoci per l’aumento dell’IVA e la patrimoniale in autunno

Verrebbe da dire: hai voluto la bicicletta? Ora pedala!

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A meno di un’improbabile caduta del governo nei prossimi mesi, e nonostante le smentite del premier e dei vice, in autunno dovremo preparaci a una legge di bilancio che consenta alle esauste casse dello Stato di reperire almeno 35 miliardi di euro aggiuntivi. Sarà quindi una finanziaria di entità molto simile a quelle epiche di Monti ed Amato.

Le misure cardine, per consentire il finanziamento di reddito di cittadinanza, quota 100 per le pensioni e flat tax (1) – tutte misure contenute nel “contratto di governo” sottoscritte dall’attuale coalizione – sono sostanzialmente due: l’aumento dell’IVA, pressoché certo, e l’introduzione di una patrimoniale, ritenuta molto probabile.

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L’aumento dell’IVA è già stato deciso: quella ordinaria passerà dall’attuale 22 al 25,2% nel 2020 e al 26,5% nel 2021, quella agevolata dal 10 al 13%, a meno che non si riescano a trovare 23 miliardi di Euro per l’anno prossimo e 29 per quello successivo.

Sulla patrimoniale, il discorso è più complesso perché, trattandosi di un’imposta non presente nel nostro ordinamento, e molto probabilmente anticostituzionale, non è noto il meccanismo di imposizione, né tanto meno il possibile gettito. Si può però fare riferimento agli altri paesi dell’Unione Europea, in realtà pochi, in cui tale forma di imposizione è in vigore, pur con modalità diverse. In effetti, mentre nel 1990 i paesi che avevano una patrimoniale erano 12, oggi sono solo tre: Francia, Spagna e Norvegia.

I dati sul gettito nei tre paesi non sono facilmente reperibili. L’unico che sembra avere qualche attendibilità (2) è quello relativo alla Francia che, dopo i correttivi introdotti da Sarkozy, dovrebbe essere intorno ai 4 miliardi all’anno, un importo ben lontano dal fabbisogno da coprire. In Francia l’imposta fu introdotta da Mitterrand nel 1982, poi abolita e successivamente reintrodotta da Chirac, e finalmente ridimensionata dal precedente capo di Stato, che ne portò il limite minimo di imposizione da 800.000 a 1.300.000 € e introdusse un massimale del 50% del reddito familiare fra questa e l’imposta sul reddito.

Le due misure paventate, aumento dell’IVA e patrimoniale, sono destinate a incidere molto, e molto negativamente, sulla nostra vita e per questo – pur consapevoli che i temi fiscali sono piuttosto noiosi – può essere interessante spenderci qualche riflessione. A beneficio dei nostri lettori meno esperti, riteniamo utile anche, nei prossimi articoli, spiegare le basi degli aspetti tributari del nostro sistema.

Per ora restiamo al tema della prossima finanziaria e al salasso in arrivo.

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Sull’aumento dell’IVA, niente da dire. Aumenterà l’inflazione, i consumatori spenderanno di più, ma alla fine è il corrispettivo per le agevolazioni che si vogliono introdurre: il famoso reddito di cittadinanza, la quota 100 per le pensioni e la flat tax. Si tratta di una misura redistributiva, trasferendo risorse da alcuni settori a quelli che beneficeranno delle nuove misure. La politica è questo: fare delle scelte, e votando in grande maggioranza per i giallo-verdi, che sul tema erano stati chiari nei loro programmi elettorali, gli italiani hanno deciso di appoggiarli. La conferma, almeno per il principale partito di governo (la Lega di Salvini), è arrivata forte e chiara con le elezioni europee.

Ovviamente nel programma elettorale non si parlava di aumento dell’IVA, ma alla prova dei fatti le risorse vanno trovate. Il rapporto deficit-PIL , già superiore al 3% in partenza, è destinato a peggiorare per effetto del reddito minore delle previsioni; la spesa pubblica è incomprimibile, anzi soggetta a consistenti aumenti. Il governo del cambiamento ci ha detto che le risorse mancanti si sarebbero reperite con la lotta all’evasione fiscale. Bello, ma forse già sentito anche in passato.

Quello che veramente non quadra è la patrimoniale.

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La nostra costituzione obbliga tutti “a contribuire alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, che si riferisce a nostro avviso chiaramente al reddito. Chi non ha reddito, non può avere capacità contributiva anche se è dotato di un ingente patrimonio. Per pagare le imposte sul patrimonio dovrebbe infatti venderne una parte ed impoverirsi. Non è in discussione che si debbano pagare le tasse sul reddito del suo patrimonio, ad esempio sugli interessi dei titoli oppure sugli affitti dell’immobile. Ma se il patrimonio non produce alcun reddito, non c’è capacità contributiva.

In Italia c’è un precedente (odiato) di imposta sul patrimonio conclamata: quella sul 6 per mille introdotta dal Governo Amato nel 1992 sulle giacenze di conto corrente. E poi c’è quello di un’imposta patrimoniale “mascherata”, ovvero l’I.S.I. (imposta straordinaria sugli immobili), poi trasformata in I.C.I. e infine in I.M.U. L’imposta è presentata come basata sul reddito in quanto la metodologia di calcolo parte dalla rendita fondiaria, una misura virtuale di quanto si può ricavare dal proprio immobile, anche se lo si abita direttamente o lo si tiene libero a disposizione.

Come si misura il patrimonio? E che aliquota fissare? Se uno ha debiti, vengono detratti? Oppure è un onere sulle “attività” e non sul patrimonio? Le domande sono molte e a queste non ci sono ancora risposte plausibili. Sicuramente non ci sarà un dibattito, come sarebbe necessario quando si stravolgono le regole di base del nostro ordinamento, ovvero la Costituzione, e una bella mattina ci sveglieremo tutti più tassati e più poveri.

 

(1) Per flat tax, o “tassa piatta”, si intende un’aliquota unica per tutte le imposte sul reddito, modificando l’attuale sistema di progressività, secondo il quale l’aliquota (ovvero la percentuale di reddito da pagare come imposta) cresce al crescere dello scaglione di reddito. Sul concetto torneremo più avanti
(2) Stefano Cingolani, “I venti della patrimoniale”, Il Foglio 11/5/2019