Il Monte dei Baschi: l’esempio di Bilbao

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Riferendosi al caso di scuola della riconversione della città basca di Bilbao, il New York Times il 7 settembre 1997 scrisse The word is out that miracles still occur, i miracoli accadono ancora e Bilbao ne è la concreta dimostrazione.

Si tratta di un esempio di successo di come sia possibile cogliere l’occasione di un declino strutturale, originato dalla crisi del settore manifatturiero negli anni ‘80 e‘90, per realizzare un nuovo modello di sviluppo e dare prospettive di lavoro nuove e concrete alle giovani generazioni.

In quel caso si è quindi trattato di un formidabile passaggio del baricentro dell’attività economica dall’”hardware” al “software”, secondo quanto abbiamo detto nell’articolo della settimana scorsa.

In altri termini, è sempre possibile – di fronte a un declino irreversibile di un modello di sviluppo che pure è stato importante e positivo per decenni, se non per secoli – interpretare la crisi come opportunità, secondo il concetto cinese del wei-ji, l’ideogramma composto da due parti di cui una indica “pericolo” e l’altra “opportunità”.

 

crisi giappone

 

Il problema della riconversione è divenuto molto diffuso in città e comunità locali interessate in passato da sviluppo industriale intenso e che, con la crisi del settore manifatturiero, sono state costrette a ripensare i loro modelli. In particolare ciò è accaduto in zone dove era presente la sede o uno stabilimento industriale di dimensioni e impatto rilevanti rispetto a quelle della città stessa.

Un caso eclatante è quello di Flint, cittadina del Michigan (USA), che divenne molto popolare qualche decennio fa per le sue “pietre”, i Flintstones, la serie televisiva  cartoni animati di Hanna-Barbera ambientata appunto a Flint.

 

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La città è sede di un importante insediamento industriale del gigante automobilistico General Motors, che negli anni ’60 impiegava circa 80.000 dipendenti. In seguito ad un forte ridimensionamento di quel sito produttivo, a partire dal 1978 i dipendenti vennero ridotti a circa 8.000 e la popolazione di Flint è passata dai 200.000 abitanti del 1960 ai 102.000 del 2010.

Analogo impatto hanno avuto le vicende della Olivetti per Ivrea, quelle della Fiat a Torino o quelle del gruppo Ferruzzi a Ravenna, come pure i numerosi distretti industriali le cui produzioni sono entrate in crisi, come quello del tessile a Prato, delle calzature in Romagna e dell’oro ad Arezzo.

 

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In questi casi il problema che si pone è quello di progettare un modello di sviluppo nuovo, diverso e sostenibile che assicuri opportunità di lavoro o che, spesso, consenta la semplice sopravvivenza: ad esempio la città di Flint sopra citata è entrata in “stato di emergenza finanziaria” nel 2002-2004 e poi ancora nel 2011-2015, quando oltretutto una vicenda di inquinamento dell’acqua ha reso la situazione ancora più disastrosa.

Se è vero quello che abbiamo scritto la settimana scorsa sul futuro del nostro Paese, il settore manifatturiero non potrà più essere la chiave strategica di sviluppo. Ci si dovrà quindi orientare su comparti più “leggeri” quali turismo e agricoltura: la riconversione produttiva delle nostre città è destinata a diventare una vera e propria condizione di sopravvivenza.

Per questo l’esempio di Bilbao, come per altri versi quello di Cambridge che vedremo nel prossimo articolo, potrebbe diventare un modello per le città che hanno perso o perderanno i loro punti di riferimento economici.

 

Capoluogo della provincia basca di Vizcaya, con circa 350.000 abitanti, Bilbao sorge a circa 12 km dal mare, lungo le rive del fiume Nervión, dove questo si dilata sfociando in un’ampia insenatura.

Grande centro finanziario, portuale (il secondo porto commerciale del paese dopo quello di Barcellona) e aeroportuale, ha avuto un importante sviluppo economico legato all’industria metalmeccanica (siderurgia, metallurgia del rame, cantieristica, montaggio di automobili) ed alla presenza storica di uno dei maggiori istituti bancari spagnoli, il Banco di Bilbao Vizcaya y Argentaria (BBVA).

A partire dalla metà del XIX secolo, con l’espansione della città e la creazione del primo altoforno, l’attività economica si concentrò, quasi esclusivamente, nella siderurgia e nell’industria navale. Proprio questa mancanza di diversificazione fu la causa del declino, quando iniziò a manifestarsi la crisi industriale dei primi anni ’80 del secolo scorso.

Circa il 30% della popolazione si ritrovò disoccupata e gli impianti chiusi e abbandonati fornivano un’immagine di forte degrado, non solo produttivo, ma anche urbanistico e ambientale. Una situazione ulteriormente aggravata dall’inquinamento e dalla contaminazione subita negli anni passati dalle acque del fiume e dei suoi affluenti a causa degli scarichi indiscriminati delle acque di formazione delle industrie e della scarsa consapevolezza ambientale da parte delle autorità dell’epoca.

Quel periodo di crisi economica, a cui si aggiunse l’alluvione che colpì la città nel 1983, fu allo stesso tempo un’opportunità per il cambiamento, la riqualificazione di terreni di gran valore e per lo sviluppo urbanistico della città[1].

Vedremo infatti nel prossimo articolo come il “ranocchio” di una città in pieno declino si è trasformato nel “principe” di un importante polo culturale e destinazione turistica fra le più cool d’Europa.

 


 

[1] Cfr. https://bilbaoenconstruccion.com/; http://www.bilbaointernational.com/en e Beatrice Ruscio “Bilbao: da grigia città industriale e portuale a nuova realtà ecologica”, 2/12/2013 in http://www.peacelink.it/ecologia/a/39428.html

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