AVVISO AI NAVIGANTI – Le anime morte

Il Nostromo, essendo di natura spirito libero e contrario a vincoli e obblighi – altrimenti non se ne andrebbe da solo per mare – è particolarmente insofferente alle pur giustificate limitazioni che il momento impone e all’ambaradan dell’ io resto a casa, dell’andrà tutto bene e del tricolore alle finestre.

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A modo suo, anche il geniale Nikolaj Vasil’evič Gogol’ nel poema Le anime morte narrava di un utilizzo improprio della statistica: il Consigliere Pavel Ivanovič Čičikov acquistava a buon prezzo le anime morte, per poterne incassare il testatico che i sopravvissuti erano tenuti a pagare prima del censimento successivo.

Ora, il Nostromo non sa di virus e biologia, ma di numeri ha una certa pratica. Che significato avrà mai il numero dei contagiati se non è dato sapere a quanti, in che modo e come sono scelti quelli a cui vengono fatti i tamponi? E in quanto tempo se ne conosce il risultato in modo da poter stimare quanti hanno a loro volta contagiato? Come si fa a stimare i fattori di rischio (un malato ogni tanti contagiati, un deceduto ogni tanti malati)? I malati a casa cosa fanno, con chi stanno, quanto sono malati? Quanti dei guariti si prendono il virus una seconda volta? Quanto incidono le altre patologie sui decessi?

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Non avendo alcuna certezza, non si può che navigare a vista, sperando nello stellone. E comunque, non parlate al Nostromo di app di tracciamento Immuni, che potrebbe reagire male.

IL NOSTROMO

Pasqua di Passione, di Resurrezione, di Passaggio

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Per una volta cambiamo la tradizione del blog, pubblicando l’articolo settimanale con qualche giorno di anticipo: anziché il martedi, come ormai consuetudine da quattro anni, scegliamo di pubblicarlo alla vigilia di questo week end, un tempo grande festa religiosa e gioioso momento di vacanza.

Il motivo, oltre all’occasione per rivolgere ai lettori il più sincero augurio e  un ringraziamento per l’attenzione con la quale ci seguono sempre più numerosi, apparirà chiaro dopo la lettura di queste righe.

La Pasqua arriva quest’anno in un momento tragico ed è destinata in un certo senso a fare da spartiacque (Pasqua di passaggio) fra una prima fase di reazione immediata alla pandemia e una seconda fase di graduale ritorno alla vita “normale”. Cerchiamo allora di fare il punto e un primo bilancio del ciclo che si chiude e di immaginare cosa può aspettarci per il prossimo futuro.

Nell’articolo che pubblicammo il 24 marzo 2020, all’indomani dell’inizio della virulenza (Pasqua di passione)

( https://marcoparlangeli.com/2020/03/24/il-mondo-reale-e-quello-finanziario-dopo-il-virus/ )

Formulammo in quella sede una serie di previsioni che si sono puntualmente verificate, inclusa una prima approssimativa ipotesi sulla diminuzione del PIL confermata, molto più autorevolmente, dal centro studi di Confindustria. Il punto centrale era capire quanto sarebbe durata l’emergenza: ora sappiamo che nell’arco di un mese, in Italia, verrà avviata la seconda fase di ritorno a una normalità sostenibile e coerente con le esigenze di sicurezza ancora incombenti.

Sono state bloccate, in questo primo mese, praticamente tutte le attività economiche, ad eccezione dei servizi pubblici essenziali, della filiera alimentare e del comparto biomedico e sanitario (ma solo per quanto necessario a fronteggiare il virus). Interi settori sono paralizzati: turismo, manifattura, servizi, trasporti e le libertà costituzionali drasticamente compresse. Non è possibile muoversi al di fuori delle abitazioni, riunirsi, praticare riti religiosi; è stata solo assicurata la sopravvivenza cercando di evitare la diffusione della pandemia. Dopo la Cina, dove il Covid19 ha avuto origine, l’Italia è stato uno dei primi paesi ad essere investiti ed è oggi il primo ad avere imboccato il tunnel di uscita, lungo ed ancora pericoloso ma statisticamente definito. Gli altri paesi (in primo luogo Spagna, Regno Unito e USA) sono proprio in questi giorni nell’occhio del ciclone e possono utilizzare l’esperienza che abbiamo fatto noi.

L’Europa, dopo una prima fase di resistenza, ha messo in atto gli strumenti di cui dispone (fra i quali non sono compresi i cosiddetti “coronabond”) e ha mobilitato consistenti risorse finanziarie per fronteggiare la crisi.

I mercati da parte loro – in modo autonomo e decorrelato – che all’inizio parevano non risentire della situazione, si sono svegliati all’improvviso e in meno di una settimana sono stati travolti da un crollo violentisimo, che ha più che dimezzato il valore delle attività finanziarie e le capitalizzazioni di tutte le borse mondiali. C’è da dire che in parte questi valori erano stati gonfiati da un prolungato periodo di crescita favorito dalle politiche monetarie espansive delle banche centrali e questo ha reso ancora più forte il tonfo.

Poi c’è stato un rimbalzo importante, con parziale recupero di molti comparti, anche in questo caso causato dalle iniezioni di liquidità in dosi massicce, a fronte di una situazione economica in piena stagnazione. E’ come se i marcati finanziari si fossero mossi in modo indipendente dall’economia reale e godessero di vita autonoma.

Per questo il nostro timore è che arrivi a breve una seconda, violenta, ondata di ribassi a partire dagli Stati Uniti quando inizieranno a essere diffusi i dati del primo trimestre. Naturalmente ci auguriamo di sbagliare, ma riteniamo che i mercati finanziari non possano restare a lungo totalmente estranei e decorrelati rispetto al sistema produttivo. Consumi e investimenti, a parte quelli necessari a fronteggiare l’emergenza, sono completamente bloccati e non è dato sapere quando potrà esserci, e con che intensità, una reale ripresa. Molte aziende non saranno in grado, se non pesantemente sostenute dal settore pubblico, di riprendere l’attività; lavoratori autonomi e professionisti dovranno contare sui risparmi accumulati in precedenza; il gettito fiscale è destinato a ridursi drasticamente, come pure in sofferenza andranno i portafogli crediti delle banche.

E’ pensabile che in questa situazione i mercati possano quanto meno mantenersi al livello attuale o non è più plausibile attendersi invece un nuovo, pesante, crollo? Per questo abbiamo ritenuto di consigliare agli investitori di tenersi il più possibile liquidi, approfittando della temporanea ripresa che – come previsto – si è verificata all’indomani del primo crollo.

E infine l’Europa. Molti hanno sparato a zero sull’Unione imputandole una scarsa propensione ad aiutare gli Stati in difficoltà, spinta dal rigorismo degli stati del nord, in particolare Germania e Olanda. Torneremo più diffusamente in argomento in un prossimo articolo, quando sarannno chiare le decisioni dell’Eurogruppo e la capacità delle risorse messe in campo dall’Europa di fronteggiare la crisi.

E’ però di tutta evidenza che di fronte a un disastro del genere nessun paese, tanto meno l’Italia, strutturalmente debole e indebitata, può pensare di farcela da solo. Volenti o nolenti, la resurrezione dovrà passare da lì.

 

 

 

 

AVVISO AI NAVIGANTI – Nudi alla meta

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Col passare degli anni e con i capelli sempre più bianchi, il Nostromo è diventato scettico e tende a non fidarsi. Teme che la ripresa dei mercati, di cui pure aveva parlato in tempi non sospetti, dopo lo tsunami da virus abbia esaurito – come diceva qualcuno molto popolare negli anni ’70 – la sua spinta propulsiva, e che un secondo cigno nero sia in agguato, pronto a fare il suo ingresso.

Magari si sbaglia, ma il suo consiglio è quello di approfittare di queste due ultime giornate prima dell’abbuffata pasquale per alleggerire i protafogli ed arrivare più liquidi possibili al lungo week end, anche a costo di qualche perdita o della rinuncia ai dividendi.

Meglio aver paura che buscarne, perché la seconda ondata – come dicono i virologi, veri oracoli degli anni venti – può fare molto più male della prima.

Buona Pasqua a tutti.

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IL NOSTROMO

Il falso problema dei Coronabonds

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Cerchiamo di fare un minimo di chiarezza su un tema di cui negli ultimi giorni si parla molto, anzi decisamente troppo e spesso a sproposito, talvolta anche da parte purtroppo di chi ha ruoli importanti: l’idea dei cosiddetti coronabond (o, ancor più impropriamente, eurobond, strumento finanziario ben diverso, che invece esiste da tempo, è tutt’altra cosa e non è in discussione).

Ci si riferisce ad un particolare titolo pubblico, che dovrebbe essere emesso o garantito (questo non è molto chiaro) da tutti gli Stati europei e che dovrebbe servire ad affrontare l’emergenza della pandemia in corso, aiutando i singoli paesi a sostenere le spese più urgenti ed immediate. Condivisibile lo scopo, ma ahimé inattuabile, almeno in tempi brevi e con gli attuali meccanismi di funzionamento delle istituzioni europee.

Stupefacente che siano stati i rappresentanti di alcuni Stati sovrani a proporlo, che hanno così dimostrato scarsa conoscenza dell’Unione Europea e del suo funzionamento. Non sorprende quindi che la proposta sia stata respinta al mittente da parte dei responsabili dell’Unione e degli altri Stati. Quando si vuole dire qualcosa, occorre farlo nella lingua di chi ci deve ascoltare, che in questo caso è quella delle regole e delle procedure eurounitarie: sarebbe come se un qualunque cittadino si presentasse in Comune e chiedesse di avere denaro per una finalità, sia pure ampiamente condivisibile, al di fuori degli strumenti e delle regole che governano l’istituzione e poi accusasse il sindaco di essere insensibile alle sue richieste.

Per essere accolte, le richieste devono essere formulate secondo le norme che governano l’Unione e attraverso gli strumenti esistenti, altrimenti restano meri desideri. Le norme si possono cambiare, le procedure si possono (anzi si debbono) adattare alle esigenze che cambiano continuamente, gli strumenti si possono creare: ma tutto questo richiede tempo non compatibile con l’urgenza della richiesta.

Tanto più quando strumenti attivabili esistono e gli ostacoli che potevano essere messi al loro utilizzo sono stati rimossi. Vediamo meglio.

Innanzitutto i coronabond (ancora) non esistono, quindi vanno costruiti. Ciò significa individuare uno (o più) soggetti titolati ad emetterli, il mercato (o i mercati) nei quali possano essere scambiati, i soggetti che potrebbero avere interesse, oppure essere obbligati, a sottoscriverli. Tutte cose che richiedono tempo.

Nell’Unione Europea ogni stato ha un suo bilancio ed un proprio debito pubblico. Esistono poi organismi comunitari sovranazionali, in primo luogo la BEI (Banca Europea degli Investimenti), che finanzia i singoli Stati col proprio bilancio attraverso l’emissione di titoli caratterizzati da rating molto alto e grande negoziabilità sui mercati. Ma la BEI fa la banca, ovvero concede prestiti generalmente assistiti da garanzie: lo stesso fa – su scala più vasta – il Fondo Monetario Internazionale.

Le garanzie che questi organismi richiedono sono per lo più vincoli di bilancio, ovvero impegni più o meno stringenti da parte dei debitori a non aumentare il proprio debito e a mantenere condizioni economiche che consentano di ripagare questi prestiti. Tutti ricordano le condizioni capestro, lacrime e sangue, imposte alla Grecia al tempo della grande crisi.

Ogni Stato, si diceva, ha un suo bilancio ed un suo debito. Per reperire finanziamenti può emettere titoli pubblici che colloca sul mercato e che vanno ad incrementare il volume del debito del paese. Il problema sussiste quando questi titoli non vengono collocati, ovvero quando nessuno si fida più di quel paese e della sua capacità di ripagare capitale ed interessi.

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Se c’è un soggetto che si dichiara disposto, entro certi limiti e con determinate garanzie, ad assorbire un certo quantitativo di titoli, il problema è in gran parte risolto salvo il fatto che il tasso di interesse richiesto sarà probabilmente molto alto. Questo soggetto è la Banca Centrale Europea, che in quanto banca centrale ha la caratteristica di emettere moneta e lo fa proprio attraverso l’acquisto sul mercato di titoli.

Ciò contro cui i nostri politici avrebbero dovuto scagliarsi (e lo ha fatto il Presidente Mattarella) era l’affermazione della Presidente della BCE Christine Lagarde che si diceva indisponibile a sostenere i paesi più deboli e con spread più elevati. Poi la pandemia ha travolto anche i paesi più ricchi e la leva monetaria si è dimostrata quella più idonea ad affrontare l’emergenza, riversando sui sistemi enormi quantità di moneta che consentissero ai diversi Stati di superare la fase acuta. Ora anche la BCE, come le banche centrali di tutto il mondo, acquista tutti i titoli che sono necessari e la stabilità è, giustamente, passata in secondo piano rispetto al governo dell’emergenza.

Da parte sua, la Presidente della Commissione Europea Ursula Van Der Leyden ha immediatamente dichiarato che i vincoli di bilancio e i parametri di stabilità erano in questa fase sospesi. Quindi ciascuno Stato può ora attivare quel canale per reperire le risorse di cui ha bisogno, senza pensare a nuovi strumenti o nuove procedure, alle quali comunque si potrà lavorare coi tempi e con la necessaria costruzione del consenso.

Questo comporta però, due tipi di conseguenze di cui si deve essere consapevoli. La prima è il forte aumento del debito pubblico, che già cresceva a ritmi enormi anche senza virus. La seconda è che questa enorme quantità di moneta prima o poi creerà una nuova ondata di inflazione, anche perché – come si è visto in questi anni – il rientro dalla fase espansiva e il drenaggio di liquidità, con conseguente aumento dei tassi di interesse, è estremamente difficile e complesso. Come far rientrare un razzo lanciato a tutta velocità nella stratosfera.

Ma il gioco vale la candela: se vogliamo fronteggiare la spesa enorme e imprevista di queste settimane, dobbiamo accettare le conseguenze che arriveranno.

Quindi, a nostro parere: quello dei coronabond è un falso problema; intestardendosi nella richiesta i nostri governanti guadagneranno una sicura figura marrone, con nessuna probabilità di successo nell’immediato: lo strumento esiste, consolidato ed attivabile subito e passa dalla Banca Centrale Europea. Quello che conta è l’obiettivo.

 

 

AVVISO AI NAVIGANTI – Lo strabismo dei mercati

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Già sappiamo che questo virus ci renderà più fragili e impauriti, oltre che più poveri, perché reddito e occupazione crolleranno (hanno già iniziato). Il Nostromo sospetta però che i mercati andranno per la loro strada, alimentati dal fiume di liquidità pompato dalle banche centrali di tutto il mondo.

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Dopo le batoste dei giorni scorsi, è dunque possibile che nonostante la crisi economica, le borse ricomincino a crescere, senza nessuna correlazione con le aziende che sono quotate. Dove altro finiranno questi soldi, che le banche non presteranno ai clienti, se non in borsa?

I volumi sono ancora troppo bassi, ma presto si potrà tornare a investire. Dobbiamo solo abituarci a questo strabismo e alla volatilità che pure crescerà.

Forse non andrà tutto bene, del resto primum vivere deinde philisophari. Ma prima o poi anche questa passerà

 

IL NOSTROMO

La sopravvivenza finanziaria

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Nel precedente articolo abbiamo cercato di immaginare cosa potrebbe succedere al nostro sistema finanziario e al circuito economico dei beni e servizi in seguito alla pandemia in corso.

Abbiamo visto che sarà decisiva la durata della crisi: se – come pare ragionevole attendersi – potremo tornare ad una vita più o meno regolare entro un paio di mesi o tre (come del resto sta già accadendo in Cina, dove l’infezione si è sviluppata), allora molto probabilmente le sue conseguenze, pur pesanti e di grande sofferenza sotto il piano umano, saranno tutto sommato sostenibili.

Il prodotto interno lordo potrebbe contenere la sua diminuzione fra il 5,5% e il 6%: certamente rilevante, ma alla fine non molto distante dai peggiori momenti della storia economica recente. A quel punto reddito, produzione e lavoro dovrebbero cominciare a ripartire e, gradualmente, si potrebbe tornare ai livelli ante-Covid19.

Se questo è il caso, i mercati finanziari potrebbero aver già scontato il loro livello minimo, considerando che nel solo mese di marzo hanno perso quasi la metà del loro valore, ben oltre la riduzione dell’attività economica.

Un discorso a parte merita l’inflazione: cosa accadrà all’indice dei prezzi in questa situazione? Crollo della domanda e crollo dell’offerta agiscono in direzione opposta: mentre il primo ha effetto di contenere i prezzi, il secondo porta inflazione (si riducono i beni offerti e quelli che restano aumentano di valore). Fra l’altro l’ossessivo richiamo dei tedeschi alla priorità del controllo dei prezzi è stato l’elemento che ha frenato la Banca Centrale Europea almeno fino ad ora.

In realtà è evidente che ci troviamo in una chiara situazione deflazionistica: i livelli dei prezzi si mantengono bassi, nonostante le consistenti iniezioni di liquidità praticate dalle banche centrali.

In questa situazione, è quindi ragionevole attendersi che, grazie proprio alle politiche monetarie espansive (abbondante liquidità e tassi di interesse bassi), i prezzi dovrebbero essere ampiamente controllabili e al massimo superare di poco il tasso obiettivo del 2%, attualmente considerato un livello di equilibrio e un target generalizzato.

Se infatti molta inflazione è un problema (e chi ha vissuto l’esperienza degli anni 70, con l’iperinflazione che portò in Italia i prezzi a crescere in diversi anni anche a doppia cifra), i prezzi ostinatamente troppo bassi rendono difficile al sistema procedere con fluidità ed efficienza, come se mancasse il carburante a un’automobile. Con i prezzi solo un po’ più alti si spende di più, aumenta la produzione, cresce il reddito e il lavoro; con prezzi troppo alti o crescenti oltre misura le attività perdono valore e si crea solo illusione.

Da tutto quello che abbiamo detto, il consiglio è di non farsi prendere dal panico e non svendere i propri titoli agli attuali prezzi di mercato, pur essendo consapevoli del rischio che se l’emergenza dovesse invece protrarsi oltre i due-tre mesi i valori degli asset in portafoglio potrebbero scendere ancora, fino ad azzerarsi del tutto.

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In uno scenario ragionevole, invece, ben presto si potrebbe risentire delle misure di politica monetaria espansiva decise da tutte le banche centrali, compresa la BCE della Lagarde, ora che la pandemia non è più limitata all’Italia ma ha interessato anche Germania e Francia.

Al contrario di quanto successe nel 2008, infatti, la liquidità del sistema viene mantenuta molto abbondante e questo facilita la ripresa: in fin dei conti l’esperienza del passato ha insegnato qualcosa. Alla lunga, queste risorse dovranno necessariamente entrare in circolo sui mercati, dato che i tassi a breve (quelli sui depositi liquidi presso le banche) ben presto assumeranno valori negativi.

Depositare denaro in banca costerà, anziché essere gratis come oggi in Italia, esattamente come costa sottoscrivere un Bund (titolo di stato) tedesco, considerata l’attività meno rischiosa del mercato. A quel punto, tranquillizzati dai corsi che staranno salendo, molti operatori preferiranno investire in aziende comunque affidabili piuttosto che pagare una commissione per tenere le risorse liquide e sicure in banca. Si dovrebbe quindi assistere un aumento della domanda e dei prezzi, corroborata dall’effettivo miglioramento dell’economia reale.

Se questo è il panorama più probabile, potremmo non essere lontani dall’auspicata inversione dei mercati, anche se prima di tornare ad acquistare è buona norma attendere che i livelli di oggi si mantengano e si consolidino per alcuni giorni. Salvo un tutto sommato improbabile crollo totale del sistema, prima o poi questo livello comunque si raggiungerà. Ogni drammatico crollo economico della storia, da quello del 1929 alla sopra menzionata crisi energetica dei primi anni ‘70 del secolo scorso, alle torri gemelle del 2001 alla recessione epocale del 2008, alla fine ha visto i prezzi di borsa tornare ai livelli precedenti e superarli, fino ai massimi assoluti della fine dell’anno scorso.

E’ solo una questione di tempo, come sempre in economia, del resto.

 

 

AVVISO AI NAVIGANTI -La Venezia di Macao

Nelle sue lunghe peregrinazioni, diversi anni fa il Nostromo capitò a Macao, e fu colpito dalla ricostruzione in scala naturale di Venezia, con tanto di caffè in piazza, gondole e finti marinai. La quintessenza del kitsch, con sole alto e splendente 24H e giri in canale a pagamento.

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Come i mercati in questa settimana: cinque delle ultime sei sedute in crescita, anche se con grande volatilità. Ma come nella Venezia di Macao, tutto falso: è la grande liquidità artificiale delle banche centrali (compresa la BCE della Lagarde, ora che il virus ha colpito anche Francia e Germania), con annessa crescita dei debiti pubblici a dismisura, che tiene a galla le quotazioni, mentre l’economia reale è quasi ovunque ferma.

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In attesa che la spesa pubblica trascini i redditi, il Nostromo consiglia di non fidarsi del tutto. Qualche incursione va bene, meglio se con rientro in giornata, ma non esageriamo.

IL NOSTROMO

Il mondo reale (e quello finanziario) dopo il virus

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Non è possibile prevedere per quanto tempo e in che modo l’emergenza sanitaria legata alla pandemia continuerà ad ipotecare pesantemente la vita di tutti come sta facendo in questi giorni e certo ancora più difficile risulta avere un’idea di cosa accadrà ai mercati in questa situazione. Quello che possiamo fare è, però, ragionare con logica e buon senso per individuare i comportamenti più razionali al fine di tutelare il patrimonio, messo in questi giorni in seria difficoltà qualunque siano le modalità in cui è investito.

Dobbiamo innanzitutto aver chiara la distinzione fra circuito reale, quello in cui si producono, si scambiano e si consumano beni e servizi, e circuito finanziario, quello che riguarda il denaro e suoi derivati. I due sistemi hanno molti punti di contatto e una forte interdipendenza, ma sono profondamente diversi, così come diverse sono le conseguenze di una crisi dell’uno rispetto a una crisi dell’altro.

Senza voler entrare nel dettaglio (cosa che abbiamo fatto in questo blog negli anni passati con la serie “Abc dell’economia”, iniziata con l’articolo https://marcoparlangeli.com/2017/12/25/l-a-b-c-delleconomia/, pubblicato il 25/12/2017 e proseguita con diversi articoli successivi), possiamo sintetizzare in questi termini le possibili rispettive situazioni:

  • dal punto di vista dell’economia, l’emergenza sanitaria provocherà un calo generalizzato del reddito, e quindi della produzione e del lavoro, dovuto sia alla minore domanda (i consumatori saranno meno propensi e avranno più difficoltà a consumare e le aziende meno portate a investire) sia alla minore offerta (le aziende lavoreranno meno, le fabbriche resteranno chiuse e gli scambi saranno sempre più difficili);
  • dal punto di vista della finanza, i valori delle attività finanziarie (titoli, azioni, obbligazioni) sono già diminuiti molto e gran parte della ricchezza delle famiglie è stata polverizzata dal calo dei prezzi.

Si tratta di due fenomeni concettualmente diversi e distinti, anche se, come si diceva, fortemente correlati: se la produzione e gli scambi diminuiscono, anche il valore delle aziende (e dei relativi strumenti finanziari da loro emessi, quali azioni e obbligazioni) dovrà necessariamente diminuire. E, d’altra parte, se i patrimoni si polverizzano, anche la propensione al consumo necessariamente diminuirà (il cosiddetto “effetto ricchezza” [1]teorizzato da molti economisti, il più famoso dei quali fu l’inglese Arthur Cecil Pigou).

Il più importante elemento da capire è: quanto durerà l’emergenza, ovvero il black-out produttivo? Se sarà abbastanza contenuto nel tempo, nell’ordine di qualche settimana ancora o un al massimo un paio di mesi, è ragionevole aspettarsi che gli effetti sull’economia reale restino ampiamente sostenibili.

E’ stato stimato che il PIL del 2020 in Italia diminuisca, per quanto accaduto finora, del 3,5% circa. Se consideriamo che la crisi è in atto da circa un mese, e scontiamo l’effetto inerziale dei primi giorni (fino a che non c’è stata consapevolezza della situazione, le abitudini non sono sostanzialmente cambiate) e lo shock che la pandemia ha comportato, si può ritenere che il “costo” in termini di prodotto interno possa oscillare fra il 2 e il 2,5% di riduzione del PIL per ogni mese di blocco totale. Se consideriamo che il blocco non è (e auspicabilmente non sarà) totale, ma parte delle attività private e pubbliche in realtà continuano, potremmo ipotizzare un calo del PIL di circa 1,5% al mese.

Questo però può valere per ancora un paio di mesi al massimo, dopo di che tutto deve tornare, sia pure a ritmo rallentato, in area di normalità o quasi, come del resto sta accadendo in Cina, dove la pandemia ha avuto origine. In tal caso, considerando anche un ragionevole “effetto ripresa” che dovrebbe consentire un recupero dei consumi almeno inizialmente più che proporzionale, la riduzione del PIL per tutto il 2020 potrebbe essere contenuta fra il 5,5 e il 6% in ragione d’anno.

Se invece intorno a giugno dovessimo essere ancora in piena emergenza, non è proprio possibile avere un’idea di cosa potrebbe succedere al sistema economico del paese e, di conseguenza, a quello finanziario.

Pur non essendo esperti di virologia, possiamo ritenere che la possibilità di rientro entro giugno sia lo scenario più probabile.

In tal caso, il sistema – se ben supportato da politiche monetarie espansive e soprattutto da politiche fiscali e di bilancio aggressive, sulle quali ora tutti sembrano concordare – troverà presto un nuovo equilibrio, anche se per un bel po’ di tempo a un punto più basso del mondo ante-coronavirus. Questo, naturalmente, non sarà indolore: a parte il costo in termini di vite umane, già enorme, molte aziende dovranno chiudere e interi settori produttivi verranno cancellati. Però altre ne apriranno e nuove idee imprenditoriali si faranno strada e, soprattutto, il settore pubblico assumerà più rilievo.

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Che succederà ai mercati finanziari in questo caso? La nostra impressione è che ben presto si dovrebbe assistere a un recupero dei valori, nonostante la grande volatilità che ci accompagnerà ancora per molto tempo.  Vediamo perché.

Lo shock subito da tutti i mercati nell’ultimo mese è stato violentissimo e ben superiore al contraccolpo produttivo di cui abbiamo parlato sopra. Per fare un esempio, in un mese l’indice FTSE-Mib (indice di borsa che sintetizza l’andamento delle maggiori società del listino) è passato da 25.000 a 14.500, con una diminuzione di oltre il 40%.

In casi come questo, generalmente, i mercati tendono sempre a scontare il risultato peggiore, attestandosi al worst case scenario, per cui – dopo una prima fase di timido e incerto consolidamento al livello più basso, durante la quale l’ipervenduto (ovvero l’eccesso di offerta di titoli rispetto alla domanda) gradualmente rientra, ed è la fase a cui stiamo assistendo – dovrebbe aprirsi una fase di graduale recupero fino al nuovo punto “di equilibrio”.

Inoltre, i famosi algoritmi che una volta partita la folle discesa hanno amplificato i ribassi facendo vendere in automatico le attività che via via raggiungevano gli stop loss[2], a questo punto si fermano. Cominciando i prezzi a crescere, i fondi che avevano una posizione “corta”, ovvero avevano venduto i titoli presi a prestito contribuendo così al crollo, devono invece “ricoprirsi”, acquistando gli stessi titoli per adempiere ai propri obblighi.

A parte i tecnicismi, il senso del discorso è che una volta innescato un trend sostenuto sul mercato, questo tende ad autoalimentarsi e quindi, prima o poi, a tornare a una situazione in cui, almeno approssimativamente, il prezzo dei titoli rispecchia il loro valore.

Se quindi la crisi, come tutti auspichiamo, dovesse essere di durata sopportabile, alla fine non ci sarebbero grossi sconvolgimenti e, anzi, chi avesse acquistato nei momenti di minimo, potrebbe realizzare buoni guadagni.

Nel prossimo articolo vedremo quali sono i comportamenti da adottare in questo nuovo scenario che stiamo vivendo, nell’ottica delle previsioni che abbiamo appena fatto.

 


[1] L’effetto ricchezza consiste nella maggiore tendenza a consumare quando il valore del patrimonio di cui si dispone aumenta: sentendosi più ricco, il consumatore spenderà di più. Specularmente, se la sua ricchezza diminuisce, sarà portato a consumare meno

[2] Per stop loss, meccanismo automatico di contenimento delle perdite, si intende il livello di prezzo definito in precedenza al quale automaticamente il titolo viene venduto.

 

AVVISO AI NAVIGANTI – Eppure

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Se è vero che, una volta toccato il fondo, si può sempre cominciare a scavare, forse è tempo di guardare la situazione anche con occhi diversi. Isolato come tutti, il Nostromo è in navigazione – di questi tempi i porti sono chiusi e non si può tornare a terra – e cerca di vedere le cose col dovuto distacco.

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Ne siamo ancora dentro con tutte le scarpe, e la fine sembra ora più lontana che mai. Ma ricordiamo che anche dai crolli più pesanti, i mercati hanno sempre reagito e prima o poi sono tornati ai livelli di partenza e li hanno superati: è solo questione di tempo. Inoltre la speculazione tende sempre a scontare lo scenario peggiore, che ora è reso ancora più critico dai fondi costretti a chiudere in perdita le posizioni per l’erosione dei margin call.

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Ancora non è il momento di comprare (esclusi i temerari dell’intraday), ma certo non è il momento di vendere, se si ha merce di qualità. E non disperiamo, la vita è lunga.

IL NOSTROMO

Aridatece Marione!

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Piove sul bagnato. Già la situazione dei mercati era estremamente precaria e instabile: si erano già verificati i primi scossoni violenti che preannunciano la crisi che investirà il sistema economico e produttivo se l’emergenza sanitaria dovesse protrarsi oltre qualche settimana.

In questo contesto, così come era richiesto a ogni singolo cittadino, sarebbe stato lecito attendersi anche dalle autorità monetarie e di controllo un comportamento responsabile, prudente ed equilibrato. Purtroppo invece abbiamo assistito a due comportamenti che hanno avuto la conseguenza di moltiplicare e intensificare gli effetti destabilizzanti del virus sui mercati:

  • l’incauta affermazione del neo Presidente della BCE (la Banca Centrale Europea) Christine Lagarde in margine alla conferenza stampa di illustrazione delle misure approvate (peraltro corrette) dalla banca centrale;
  • la decisione di vietare le vendite allo scoperto sui titoli maggiori assunta dalla Consob solo il giorno 12 marzo, con effetto a partire dal 13, quando la speculazione al ribasso aveva ormai già fatto abbondanti guadagni e danni enormi al mercato.

E’ opportuno cercare di capire perché questi due eventi – o, meglio, un evento e un’omissione – hanno avuto un effetto così devastante su mercati già ampiamente scossi e indeboliti.

Iniziamo da Lagarde.

Nel corso della conferenza stampa in cui sono state annunciate misure corrette ma ampiamente scontate dai mercati, ha affermato che “non siamo qui a chiudere gli spread, volendo intendere che, a suo parere, compito della Banca Centrale Europea non era quello di contenere i disallineamenti fra i diversi paesi cercando di sostenere, specie in questa fase, quelli più deboli ed esposti: questo sarebbe stato infatti compito dei singoli governi e delle politiche fiscali a livello dei paesi. Come dire: chi ha spread[1] più elevati si arrangi, peggio per lui. L’esatto contrario del whatever it takes (ovvero “faremo tutto quello che è necessario”) che pronunciò il suo predecessore Mario Draghi in circostanze analoghe.

Tranquillizzando la speculazione che la Banca Centrale Europea non sarebbe intervenuta a difendere i paesi a spread più elevato, in primo luogo l’Italia, Lagarde l’ha implicitamente incoraggiata a vendere a piene mani titoli di stato, azioni e ogni attività italiana, accelerando la brusca caduta di tutti i listini.

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Sarebbe bastata un’affermazione più generica, neutrale e comunque non impegnativa per evitare il disastro. A meno che, come qualcuno ha ipotizzato, il crollo delle attività finanziarie in alcuni paesi fosse uno specifico obiettivo: rendere acquisibili a prezzo di saldo le aziende più appetibili del sistema produttivo dei paesi deboli e farne un target di eventuali acquisizioni.

L’Eni, ad esempio, azienda di riconosciuta solidità che gestisce importanti flussi di petrolio, ha visto ridurre di un terzo la sua capitalizzazione[2] dal 9 al 13 marzo 2020: il valore di borsa della società è infatti passato, in soli cinque giorni (nonostante l’aumento segnato – in articulo mortis – il 13 marzo) da 36,4 miliardi a 25,1. Chi avesse voluto scalare l’azienda avrebbe avuto un beneficio di oltre 11 miliardi.

Cosa si attendono dunque i paesi più deboli, e in particolare l’Italia, dalla Banca Centrale Europea? Semplicemente che si renda disponibile ad acquistare sul mercato i titoli del debito pubblico che verranno emessi in questo periodo per i maggiori fabbisogni (stimati in circa 200 miliardi di Euro) che la crisi ha evidenziato, evitando contraccolpi ulteriori sui tassi di interesse, e quindi sullo spread, il cui aumento sarebbe il colpo di grazia al sistema produttivo nazionale. Qualcuno ha sostenuto che dietro la posizione della Bce ci fosse la pressione delle banche tedesche, che invece mirano a tenere sostenuti i tassi di interesse per alimentare i loro bilanci. Quel che è certo è che la nuova presidenza della banca centrale è molto più sensibile agli interessi dei paesi forti di quanto non lo fosse Mario Draghi.

Il secondo motivo dell’accelerazione del disastro in borsa è stata la mancanza, fino all’ultimo giorno, del divieto di effettuare vendite allo scoperto, che ha fornito ulteriore benzina agli speculatori al ribasso. Vediamo perché.

Uno speculatore al ribasso punta a guadagnare sulla diminuzione del prezzo di mercato di un titolo. Il meccanismo è semplice. Prendiamo il caso proprio dell’azione ENI. Il giorno 9 marzo valeva 10 Euro. Chi avesse voluto venderla allo scoperto avrebbe dovuto prendere a prestito, supponiamo, 1.000 azioni e venderle incassando 10.000 Euro. Il giorno 12 marzo, dopo le dichiarazioni di Christine Lagarde di cui abbiamo parlato sopra, il titolo valeva in borsa 6,6 Euro: a quel punto il nostro speculatore non doveva far altro che ricomprare le 1.000 azioni sul mercato pagando 6.600 Euro e rimborsarle a chi gliele aveva prestate, contabilizzando un guadagno di 3.400 Euro, pari al 51,5% in 4 giorni. Su base annua il guadagno sarebbe stato del 4.700%.

Vero è che vendendo “allo scoperto”, ovvero senza avere le azioni, ci si espone a un rischio molto elevato: se le quotazioni, anziché diminuire, fossero aumentate, il nostro speculatore avrebbe, specularmente, subito una perdita. Ma c’è un rischio ancora più grande: dovendo restituire titoli, e non denaro, c’è la (benché lontana) probabilità che i titoli divengano introvabili per un qualunque motivo. In termini matematici, si dice che il rischio, in tal caso, “tende all’infinito”. Questo è il motivo per cui le banche normalmente non consentono ai loro clienti di effettuare vendite allo scoperto, ed è il motivo per cui – in casi eccezionali – le autorità di vigilanza sul mercato vietano, seppure per periodi di tempo limitati e solo su alcuni titoli, questa tipologia di operatività.

In passato è capitato spesso che le autorità avessero adottato una tale misura, o anche quella più drastica della chiusura delle contrattazioni, per difendere la stabilità dei mercati e tutelare gli investitori. Questa volta invece si è aspettato il disastro, e chi aveva la possibilità di vendere allo scoperto (non il comune risparmiatore, come si è detto) si è trovato davanti una vera e propria prateria. Come sparare sulla Croce Rossa.

In tutto questo, chi ne ha fatto le spese è stato l’investitore, che aveva acquistato quel titolo (o altri titoli di aziende comunque solide) valutandone correttamente e razionalmente la performance e le prospettive economiche, ed erroneamente credendo di trovarsi in un mercato – se non perfetto – almeno vigilato.

Come nei film western, quando un incauto avventore entra in un saloon dov’è in corso una rissa con botte e sparatorie: ben difficilmente può evitare di rimanere colpito. Solo che questo non è il cinema.

 


[1] Lo spread è la differenza fra due tassi di interesse, in questo caso fra i tassi di interesse dei titoli di Stato più sicuri (i bund tedeschi) e quelli dei titoli del debito pubblico di pari scadenza, in genere 10 anni. Misura il gap esistente fra le due economie, ovvero la differenza di affidabilità e di merito di credito di un sistema rispetto all’altro, comportando maggiori oneri per il servizio del debito per il paese più debole

[2] Per capitalizzazione di borsa si intende il valore che il mercato attribuisce ad una società quotata, ottenuto moltiplicando il prezzo della singola azione per il numero di azioni emesse.