AVVISO AI NAVIGANTI -Chi ha avuto ha avuto?

crisi bancaria

Alla fine tanto tuonò che piovve: lo scroscio sui mercati è arrivato, forte e chiaro. Impossibile non prendersi gli schizzi del mare in tempesta, ma ora il tema è: quanto durerà? E che strascichi lascerà? Fuoco di paglia o inizio del Gotterdammerung?

gotter

 

Certo, lo scopriremo vivendo. Ma i mercati continuano a essere inondati di liquidità, i tassi vengono tenuti ovunque sott’acqua, la raccolta dei fondi continua a crescere e si avverte in giro una gran voglia di continuare a divertirsi.

Il Nostromo, felice di aver dato un altro buon consiglio ai naviganti, è persona ottimista per natura e, pur non cercando di afferrare il coltello mentre cade, non vede la nave in pericolo, almeno per ora, e resterà coperto a bordo campo.

 

sguardo_6

IL NOSTROMO

Pensione: Diritto o Privilegio?

adult_beach_bench_couple_depth_of_field_focus_leisure_miami-1527353.jpg!d

 

Trascorrere una vecchiaia serena, senza l’assillo di dover reperire le risorse per garantirsi un’esistenza dignitosa dopo una vita di lavoro è con tutta evidenza un diritto e una conquista di civiltà. Talvolta però, nell’Italia di oggi, sembra invece un privilegio e un miraggio, che ben difficilmente i giovani di oggi potranno ottenere.

In parte ciò è dovuto certamente all’evoluzione demografica degli ultimi decenni, che ha visto progressivamente diminuire la quota di popolazione attiva e produttiva e aumentare quella inattiva, sia disoccupata che pensionata. Gioca tuttavia un ruolo importante anche la distorsione di un sistema che dovrà passare dal calcolo della pensione col metodo retributivo a quello contribuivo[1] cercando di ridurre al minimo i disagi e i diritti acquisiti, ma anche di assicurare sostenibilità finanziaria. Infine – ed è il problema senz’altro più grave – molto è dovuto anche alla disoccupazione giovanile che rende difficile per i ragazzi trovare un lavoro stabile e continuativo che consenta il regolare versamento dei contributi necessari per costituire la pensione.

L’ingiustizia viene percepita in modo ancora più forte vedendo privilegi quali le “pensioni d’oro” di cui godono i parlamentari che hanno magari esercitato l’ufficio parlamentare per una sola legislatura, oppure – anche se in via di esaurimento – i “pensionati baby” che nel settore pubblico hanno ottenuto trattamenti di tutto rispetto già all’età di cinquant’anni o poco più.

Le dissennate gestioni della previdenza pubblica degli ultimi decenni del secolo hanno assicurato voti e seggi alla classe politica di allora, ma hanno contribuito a raggiungere un livello altissimo e oggi insostenibile del debito pubblico (che ha ovviamente assorbito, fra l’altro, anche i disavanzi del sistema pensionistico).

Soprattutto la “gestione allegra” delle casse dello Stato, con la quale è stato assicurato il consenso, ha concesso una serie di privilegi – ma anche di diritti del tutto legittimi dal punto di vista dei percipienti – che è molto difficile, se non impossibile, azzerare oggi senza ledere princìpi costituzionali attraverso la retroattività.

Passare infatti dal sistema retributivo (in cui i lavoratori di oggi, attraverso i loro contributi, pagano le pensioni di oggi) a quello contributivo (in cui ciascuno accumula la propria pensione) è pressoché impossibile senza colpire duramente chi alla fin fine ha solo fatto ciò che le leggi del tempo consentivano, e in parte imponevano, magari decidendo in modo irreversibile di lasciare il lavoro perché poteva contare su una determinata pensione.

Se costituissimo oggi un sistema pensionistico ex-novo con modalità contributive, come hanno fatto i fondi pensione complementari a partire dalla riforma del 1993, potremmo farlo in condizioni di equilibrio. Ma dover assicurare il flusso di pensioni in essere praticamente senza finanziamento implica la formazione di un disavanzo che qualcuno deve coprire.

Tale passaggio venne effettuato nel Cile di Pinochet – sotto la guida dei “Chicago boys”, gli economisti dell’entourage reaganiano del tempo – attraverso la semplice eliminazione dei diritti con una nuova legge, contando sul fatto che il consenso non era necessario e l’ordine pubblico veniva garantito con metodi dittatoriali. Nelle democrazie questo passaggio è invece molto complicato e richiede decenni di tempo, saggezza e gradualità, oltre che un ambiente economico in crescita con popolazione attiva e reddito che aumentano di anno in anno.

In Italia, a partire dal governo Dini, si è tentato un “atterraggio morbido” attraverso sistemi misti con i quali si sono dovuti superare i gap generazionali che inevitabilmente creavano, allungando sempre di più l’età della pensione in modo tale da far crescere la quota di popolazione che paga i contributi e limitare quella che riscuote le pensioni.

Oggi di fatto si va in pensione a 68 anni e i meccanismi di anticipazione sono ostacolati al massimo. Fino alla recente esperienza della “legge Fornero” con la quale vennero eliminati i benefici già previsti per molti che avevano già lasciato il lavoro, creando il fenomeno dei cosiddetti “esodati”.

 

retirement

E’ vero che le condizioni di vita sono oggi generalmente migliorate e che alla soglia dei 70 anni molti sono ancora in buona salute e in grado di lavorare. Ma questo comporta un notevole ostacolo al turnover nei posti di lavoro e all’ingresso dei giovani, approfondendo il divario fra chi lavora, o gode di tutti i privilegi e i giusti diritti garantiti, e chi non lavora o entrerà al lavoro sempre più tardi, rendendo così la pensione un vero e proprio miraggio.

Anche le innovazioni normative, quale ad esempio la previdenza complementare, hanno sicuramente migliorato il sistema, offrendo possibilità e soluzioni nuove con opportuni incentivi fiscali, ma solo per coloro che già potevano contare su una pensione. Si possono stipulare polizze assicurative a contributo previdenziale, ma come si fa a pagare i premi se non si ha reddito? Anche opzioni che un tempo consentivano di anticipare l’età della pensione, quale il riscatto degli anni di laurea, sono di fatto precluse a chi non lavora o è appena entrato nel mondo del lavoro con redditi troppo bassi.

Un tempo la vita scorreva su binari magari noiosi e prevedibili, ma tutto sommato rassicuranti: il lavoro, la carriera, la pensione. Oggi tutto questo è per molti un vero miraggio.

 


[1] La differenza fra i due metodi di calcolo della pensione è stata ampiamente descritta nel precedente articolo (si veda     https://marcoparlangeli.com/2020/02/12/pensione-paradiso/).

AVVISO AI NAVIGANTI – Il mondo da una parte, i mercati dall’altra

rada_2

Il Nostromo deve confessare di essere un po’ disorientato: vede il mondo andare da una parte e i mercati dall’altra. Leggendo le notizie tutti i giorni non sembrano esserci ragioni di ottimismo: il virus che si espande a macchia d’olio, il governo in bilico, l’economia che tira il freno. Eppure i mercati paiono disinteressarsene e proseguono allegramente la loro marcia trionfale verso massimi sempre più alti.

o miracolo

Allora, delle tre l’una: o il Nostromo comincia a perdere colpi (e questo è possibile, vista l’età che avanza), o la finanza è diventata schizofrenica (e anche questo non è da escludere), oppure economia e mercati stanno viaggiando in modo totalmente indipendente.

Come che sia, una cosa è certa: perdere questa fase di euforia e prezzi alti sarebbe un peccato, ma ritrovarsi dentro una crisi improvvisa a pieno carico sarebbe anche peggio. Il consiglio è allora quello di cominciare ad attrezzare qualche protezione, e  riportare a casa i primi investimenti.

IL NOSTROMO

PENSIONE PARADISO

Affrontiamo questa volta un argomento fino ad ora mai trattato in questo blog: la previdenza e il sistema pensionistico. Probabilmente si tratta di un tema che la maggior parte dei nostri lettori, per la loro età anagrafica, non ha ancora approfondito o affrontato, erroneamente rinviandone la relativa presa di coscienza al momento in cui si avvicinerà l’età fatidica di abbandonare il lavoro.

pensioni_3

Cerchiamo di mettere in fila gli elementi di base che costituiscono il fondamento del sistema previdenziale, che molto spesso vengono troppo frettolosamente dati per scontati, per capire quale sia la situazione nel nostro paese, quali problemi si prospettano per gli anni a venire, e cosa può essere fatto per evitare brutte sorprese.

In Italia, a partire dagli anni ’90 del secolo scorso, si è gradualmente cercato di abbandonare il precedente meccanismo di calcolo delle pensioni, cosiddetto “retributivo”, insostenibile in un sistema economico caratterizzato da invecchiamento della popolazione, elevato tasso di disoccupazione strutturale, e quindi progressivo aumento del rapporto fra popolazione non attiva (che non versa i contributi) e popolazione totale.

Il sistema retributivo,  infatti, produce per l’ente previdenziale (l’INPS) un inevitabile squilibrio finanziario fra entrate (i contributi sociali riscossi) e uscite (le pensioni pagate) che origina un disavanzo strutturale coperto attraverso l’aumento del debito pubblico. In tale sistema le pensioni vengono calcolate come percentuale degli ultimi stipendi percepiti (in genere la media degli ultimi 10 anni) e vengono alimentate, tempo per tempo, dai contributi pagati dai lavoratori attivi. Anche partendo da una situazione di equilibrio, è evidente che se la popolazione invecchia, con conseguente aumento dei trattamenti pensionistici erogati e diminuzione dei contributi incassati, e se non c’è un proporzionale aumento della nuova forza lavoro, il sistema non può reggere.

Questo meccanismo presenta, a fronte dell’unico svantaggio che è quello di essere insostenibile, una serie di indubbi vantaggi: consente al pensionato di mantenere un livello di vita e una capacità di spesa molto vicini a quelli di quando lavorava; dà la possibilità di capitalizzare al massimo gli avanzamenti di carriera al termine della vita lavorativa (più alti gli ultimi stipendi, maggiore la pensione di cui si godrà); rende felice, e quindi elettoralmente ben disposta, una gran parte della popolazione, che oltre tutto tende ad aumentare progressivamente.

A maggior ragione se si consente di andare in pensione molto presto con il sistema delle pensioni di anzianità, per le quali basta un certo numero di anni di lavoro (i famosi 15 anni, sei mesi e un giorno dei dipendenti pubblici fino a qualche decennio fa) per accedere alla pensione. Finché ci sono lavoratori che pagano i contributi, e finché si può scaricare sul debito pubblico il disavanzo degli enti di previdenza, è il migliore dei mondi possibili, quello della “pensione paradiso”.

Il problema è che in tal modo vengono impiegate risorse che il paese non possiede, ma che in qualche modo anticipa a carico delle generazioni future, ammesso che prima o poi qualcuno rimborsi il debito pubblico, argomento di cui abbiamo parlato in un precedente articolo: si veda

https://marcoparlangeli.com/2019/10/01/riusciremo-mai-a-ripagare-il-debito/

 

Quando poi si decise, o meglio i vincoli di bilancio imposti dall’Europa ci costrinsero, a riequilibrare i conti e a contenere il debito pubblico, si passò (o più precisamente si iniziò un percorso di passaggio, ancora non compiuto) al metodo cosiddetto “contributivo”.

pensioni_1

Se il retributivo ha idealmente un contenuto sociale e solidaristico (chi lavora e guadagna mantiene chi non lavora trasferendo una parte del suo reddito), il contributivo ha un contenuto più spiccatamente finanziario.

Questo metodo consiste nell’accumulare, per ciascun lavoratore, i contributi che egli versa nel corso della sua vita lavorativa, accreditandoli in un conto previdenziale personale. Tali risorse confluiscono nelle casse dell’ente previdenziale che le impiega al fine di conservarne il valore e generare un reddito da investimento e, al momento della pensione, il capitale così costituito (cosiddetto “montante”) viene restituito sotto forma di rendita allo stesso individuo.

Teoricamente questo sistema, da un punto di vista finanziario, è perfetto e sostenibile. Ognuno raccoglie quello che ha seminato e non ci sono travasi di risorse da categorie di lavoratori ad altri. Nella realtà questo, purtroppo, non sempre succede, o quanto meno non sempre dà luogo ad una pensione che sia sufficiente per vivere dignitosamente, soprattutto se i versamenti non sono stati continui negli anni, se magari si è dovuto riscattare parte del fondo per esigenze familiari o, ancora peggio, se chi ha gestito le risorse ha prodotto perdite di capitale.

pensioni_2

A maggior ragione se, come accade ai giovani di oggi, l’ingresso nel mondo del lavoro avviene molto tardi e in forme instabili e precarie, con retribuzioni magari a livello minimo. Per molti dei nostri ragazzi la pensione resterà un miraggio.

Nel prossimo articolo vedremo come è stato realizzato il passaggio da un sistema all’altro e quali prospettive si possono ragionevolmente aprire.

AVVISO AI NAVIGANTI -Ancora vento in poppa

Chiacchiere

Il mese di febbraio è cominciato bene sui nostri mercati, e il Nostromo spera che in molti abbiano ascoltato (almeno) gli ultimi avvisi, perché ora possono festeggiare San Valentino o il Carnevale – a seconda delle preferenze – con qualche soldino in più.

san valentino

Il virus continua a fare danni e molta paura, e non va sottovalutato. Sicuramente l’economia ne avvertirà i contraccolpi, ma prima o poi si ritroverà un equilibrio, salvo che non si prevedano effetti catastrofici, nel qual caso il portafoglio sarà davvero l’ultimo dei nostri problemi.

Se così è, gli alti e bassi possono essere sfruttati, su titoli di buona qualità, per rapide incursioni, pronti alla ritirata alle prime avvisaglie. Per ora continuaiamo a navigare, finché il vento non cambia.

0fa11354-c9fe-499c-a6ea-8f8a2d7ec9ab-729-0000005666878829

IL NOSTROMO

NON DI SOLO VIRUS – I mercati in tempo di epidemia

VIRUS

Difficile di questi tempi parlare di economia, o di qualunque altro aspetto della vita sociale e della cronaca, senza fare riferimento all’epidemia del temibile coronavirus, che dalla lontana provincia cinese di Wuhan (alzi la mano chi ne aveva sentito parlare prima, anche se si tratta di una megalopoli di enormi dimensioni) rischia di espandersi a macchia d’olio in tutto l’orbe terracqueo.

Quando si parla di epidemia, inevitabilmente si toccano corde che innescano paure ancestrali di punizioni divine, diffidenze verso chiunque possa essere anche solo sospettato di aver incrociato il virus, e panorami apocalittici del tipo della peste manzoniana. Un nemico subdolo, che non si vede ma che ci può attaccare anche solo respirando aria infetta. E, di conseguenza, la reazione, istintiva ma non giustificabile, di emarginazione e allontanamento degli “untori”, in questo caso molto facilmente identificabili dai tratti somatici.

Anche l’economia, inevitabilmente, risente e risentirà del coronavirus, e l’effetto sarà tanto maggiore quanto più lunga sarà questa prima fase di sviluppo del morbo. Se dovesse prevalere la ragionevole aspettativa di poter contenere l’espansione dell’epidemia e limitarne i danni – come la sua recente identificazione e isolamento del virus, proprio in Italia, lascerebbe sperare –, molto probabilmente gli effetti negativi verrebbero rapidamente riassorbiti e si tornerebbe o si tenderebbe a tornare alla situazione precedente, caratterizzata da mercati con abbondante liquidità e tutto sommato tonici.

virus_2

Se invece ciò non accadesse, e nei prossimi giorni l’espansione dovesse continuare – e lo farebbe con progressione geometrica, quindi con rapide e crescenti accelerazioni – gli effetti sarebbero devastanti, in primo luogo per l’economia cinese, uno dei motori trainanti dello sviluppo mondiale. In questo caso, il crollo della domanda asiatica avrebbe conseguenze molto pesanti su redditi e produzioni di tutto il mondo sviluppato e il blocco sostanziale dei commerci sarebbe inevitabile. Una sorta di contrappasso per il Presidente Trump che, proprio nell’anno elettorale, si troverebbe a dover raccogliere il frutto velenoso della chiusura degli scambi con il celeste impero, che proprio lui aveva fortemente propugnato.

Se dovessimo scommettere su uno dei due scenari, non avremmo dubbi nel puntare sul primo, come già avvenuto con la SARS, l’aviaria, la febbre suina, e molti altri focolai. Tanta è la (comprensibile) paura delle pandemie, e il senso della nostra impotenza, che siamo naturalmente portati a percepire un pericolo maggiore di quello reale. Sia chiaro: giusto e sacrosanto tenere alta la guardia e fare di tutto, senza risparmio,  affinché la diffusione venga bloccata.

Altra cosa, però, rinunciare a uscire di casa, evitare contatti con il mondo, cambiare lo stile e i progetti di vita per la paura. D’altra parte è praticamente impossibile, al giorno d’oggi, impedire alla gente di muoversi o mettere in isolamento intere città, quando magari durante le due settimane di incubazione i portatori inconsapevoli hanno avuto tutto il tempo di propagare il virus in zone molto estese.

I mercati hanno reagito, come sempre in questi casi, in modo molto emotivo, al limite dell’irrazionale: grandi volumi di vendite sul comparto industriale (i cinesi non importeranno più), sul petrolio e i petroliferi (l’economia cinese andrà in recessione e la domanda di energia crollerà), sui titoli del lusso, sui trasporti e sul turismo (i cinesi non compreranno più moda europea e non viaggeranno più), sui finanziari (i mercati di tutto il mondo si paralizzeranno).

E, d’altra parte, forti aumenti dell’oro (eravamo stati facili profeti qualche settimana fa), crescita di prezzi anche di tutti i beni rifugio, apprezzamento di farmaceutici e alimentari, come se si stesse preparando una guerra mondiale e non ci fosse un domani.

borsa cinese

Saranno decisive le prossime giornate di contrattazione: era scontato che alla riapertura del mercato cinese ci sarebbe stato un crollo pesante, ma alla fine si è trattato della perdita cumulata che più o meno tutti gli altri mercati hanno registrato nei giorni di chiusura delle contrattazioni in Cina, prima per i festeggiamenti del Capodanno e poi per effetto del virus.

CAPODANNO_3

Se questa tendenza dovesse continuare anche nei prossimi giorni, non possiamo nasconderci che la situazione si farebbe davvero molto pesante per gli investitori di ogni parte del pianeta. Anche per questo la People’s Bank di Pechino (la banca centrale cinese) sta inondando il mercato domestico di quantità mai viste di Yuan, per agevolare la reazione del sistema.

Se però prevarrà, come tutti si augurano e come pare più probabile, il ritorno alla razionalità, questi giorni potrebbero rappresentare una ghiotta opportunità di acquisto per titoli che comunque fra un paio di mesi inizieranno a distribuire dividendi. E se la reazione dei mercati fosse più rapida e più forte del previsto, ciò potrebbe consentire qualche buon guadagno del tipo “mordi e fuggi”. Naturalmente devono sempre essere tenuti presenti i rischi di un investimento azionario, tanto più in un momento di instabilità e irrazionalità come l’attuale: il rischio di ritrovarsi inchiodati con titoli in calo è da mettere sempre in conto, per cui in genere è buona norma entrare sul mercato ai primi segnali di ripresa, per cavalcare il trend e mai andargli contro.

Certo che l’anno del topo non poteva iniziare nel modo peggiore…

AVVISO AI NAVIGANTI – Shopping time

famiglia-imballaggio-acquisto-negozi-supermercato-acquista-cassiere-m2xajr

Il coronavirus, fra i tanti effetti devastanti, ha cancellato dai giornali ILVA, riforma della giutizia fine prescrizione mai, tentennamenti del governo giallorosso, stagnazione economica e altre amenità del genere. Alla fine, bene o male, tutto tornerà come prima, a meno che non si tratti davvero del colpo di grazia alla nostra civiltà, ma in quel caso il portafoglio sarà davvero l’ultima delle nostre preoccupazioni.

Anche la Brexit è più o meno ormai storia, il contenzioso con i cinesi sembra sotto controllo e l’impeachment di Trump è stato affossato dai suoi pretoriani in Senato. Il cambio del dollaro – in prospettiva elettorale – diminuirà rispetto all’euro, ma i mercati dovrebbero restare tonici almeno per qualche altro mese.

forex_1

Gli scossoni di questi giorni sono allora una ghiotta opportunità per fare un po’ di shopping, ma solo per chi ha fisico e non teme qualche altra possibile spallata. Se avevamo tenuto da parte delle munizioni, questo è il tempo di spararle.

IL NOSTROMO

 

L’amico del Giaguaro

 

Continuiamo a parlare di consulenti e consulenza, cercando di completare il ragionamento iniziato la scorsa settimana. Avevamo parlato del problema che rappresenta sicuramente uno degli aspetti più critici del rapporto con la clientela, ovvero dei potenziali conflitti di interessi fra consulenti e investitori.

Il tema centrale è quello dell’effettiva indipendenza del consulente, molto difficile da riscontrare anche quando il professionista si definisce egli stesso “indipendente”: è infatti facile intuire che il funzionario di banca che ci segue nel rapporto abbia come primario interesse quello della banca che gli paga lo stipendio, molto più di quello del cliente. Quando i due interessi entrano in contrapposizione, è scontato indovinare chi avrà la peggio. Altrettanto facile quando il consulente è dichiaratamente esponente o monomandatario di una specifica casa di produzione o di una società di gestione.

È esattamente ciò che avviene quando entriamo in un negozio: è ragionevole attendersi dall’altra parte qualcuno che voglia venderci uno dei prodotti che ha in bottega, anche se si rende conto che non ne abbiamo bisogno e che in commercio ne esistono di migliori e/o a minor prezzo..

Finché si tratta di uno smartphone o di una camicia, il danno che un consiglio sbagliato può provocare è tutto sommato contenuto: al massimo compreremmo qualcosa che non ci soddisfa, che abbiamo pagato un po’ di più o di cui non abbiamo bisogno. Ma se investiamo male i nostri risparmi, corriamo il rischio di polverizzare o ridimensionare severamente il nostro patrimonio: provare a citofonare ai danneggiati dai vari prodotti spazzatura, dai Tango bond, a Cirio Parmalat, e su su per un sentiero pressoché interminabile di scandali finanziari!

Ben più insidioso riconoscere, da parte dell’investitore, il conflitto di interessi nel rapporto con un consulente “indipendente” che, almeno teoricamente, dovrebbe invece poterci proporre in modo obiettivo tutta la gamma di strumenti acquistabili. Il fatto è che molto spesso, per non dire sempre, anche lui ha convenienza a favorire la vendita di alcuni prodotti a danno di altri, perché su quelli riceve dal produttore storni di commissioni, bonus o altri incentivi. Con l’entrata in vigore di MiFID 2[1] la trasparenza ha in verità fatto un bel passo avanti, obbligando – almeno teoricamente – gli intermediari a esplicitare l’importo effettivo di commissioni e fees addebitate al cliente, non più in termini incomprensibili di confronto percentuale con indici e algoritmi, ma in quantità di Euro che sono transitati dalle tasche dell’investitore alle loro.

Se la Direttiva fosse compiutamente applicata, ogni cliente – apprendendo che il suo “consulente di fiducia” ha guadagnato dal suo rapporto, ad esempio, 1.500 €[2] quando magari lui ha avuto un rendimento negativo – avrebbe un formidabile strumento in più per capire quanto vale e quanto costa il servizio di consulenza a cui ricorre.

Purtroppo banche e intermediari finanziari ne sanno una più del diavolo e questo tipo di obbligo, grazie anche alle potenti lobbies messe in campo, non è ancora pienamente operativo. Certo è che il sentiment comune nei confronti degli enti creditizi non è mai stato negativo come oggi, nonostante gli enormi sforzi e investimenti in pubblicità dei gruppi maggiori. Tanto che verrebbe da chiedersi: perché non utilizzano le risorse spese in pubblicità nel miglioramento dei processi e dei rapporti con la clientela?

Per questo siamo fermamente convinti che la figura di un advisor veramente indipendente, oltre che competente e qualificato, sarebbe di grande aiuto per guidare il risparmiatore verso scelte ottimali, in relazione ai propri obiettivi.

Quali caratteristiche dovrebbe avere il consulente ideale? Che tipo di supporto dovrebbe fornire? E come dovrebbe farsi pagare?

Innanzitutto – a nostro avviso – non dovrebbe avere alcun rapporto diretto con i flussi di denaro del cliente: dovrebbe limitarsi a indicare quello che il cliente dovrebbe fare, lasciandolo poi libero di decidere se seguire oppure no i suoi consigli e di scegliersi l’intermediario attraverso il quale effettuare le transazioni, in questo caso con l’unico obiettivo di minimizzarne i costi.

Il consulente ideale dovrebbe – come un buon medico di famiglia – conoscere la storia del cliente, la sua situazione reddituale, le attività e passività che compongono il suo bilancio, ma anche la sua propensione al rischio, all’innovazione, il livello di massima perdita sostenibile, ma soprattutto i suoi obiettivi personali, a medio e lungo termine. Dovrebbe – sulla base di questi elementi e della sua lettura del mercato – definire l’asset allocation strategica e monitorarla sistematicamente, fornendo indicazioni sulla sua implementazione, nonché sulla tattica di breve-medio periodo e sulla periodica revisione della strategia, quando necessario.

Sarebbe necessario inoltre che lo stesso fornisca una serie di segnali e indicazioni, lasciando poi al cliente la libertà e l’onere di metterli in pratica oppure no. E dovrebbe, infine, addebitare al cliente solo una percentuale del guadagno ottenuto, almeno in via teorica, soprassedendo se il cliente perde.

Tutto questo è talmente evidente da far sembrare inutile sottolinearlo: ma esiste oggi un consulente che abbia queste caratteristiche? In tutta franchezza, noi non lo abbiamo ancora trovato.

Più che consulenti ideali, finora, abbiamo incontrato “amici del giaguaro”[3].

 


[1] La direttiva MiFID o Markets in financial instruments directive (2004/39/EC) ha disciplinato dal 31 gennaio 2007 al 2 gennaio 2018 i mercati finanziari dell’Unione europea. Dal 3 gennaio 2018 è entrata in vigore in tutta l’Unione la nuova direttiva MiFID II (2014/65/EU) che, insieme alla MiFIR o Markets in financial instruments regulation (regolamento EU n. 600/2014) ha preso il posto delle precedente regolamentazione europea. Spetta ai singoli Stati componenti l’Unione il recepimento delle nuove regole UE, con l’adattamento della disciplina nazionale. (dal sito www.consob.it)

[2] Facciamo un’ipotesi di spesa complessiva (commissioni di ingresso, di continuing, sulle negoziazioni, di consulenza, ecc. ) media dell’1,50% su un patrimonio di 100.000, ma l’onere effettivo è certamente superiore.

[3] La scherzosa locuzione è un’espressione figurata per indicare una persona che dovrebbe essere dalla nostra parte e che, invece, sembra parteggiare per l’avversario o che comunque solleva troppe obiezioni quando la si mette al corrente di un progetto.  L’espressione ha tratto origine dalla battuta conclusiva di una barzelletta che racconta di un tizio che ha deciso di andare a caccia di giaguari e lo annuncia a un suo amico. Quest’ultimo allora comincia a porgli molte obiezioni ricordandogli tutti i problemi cui potrebbe andare incontro; alla fine l’altro sbotta e dice: “Ma tu sei amico mio o del giaguaro?”.

La battuta fu ripresa per dare il titolo a un varietà televisivo dei primi anni ’60 del secolo scorso condotta da Corrado (L’amico del giaguaro) e che a sua volta faceva riferimento all’omonimo film del 1958 interpretato, fra gli altri, da Walter Chiari (tratto da https://www.albanesi.it/frasi-celebri-modi-dire/amico-del-giaguaro.htm ).

AVVISO AI NAVIGANTI – Oro, oro, oro

Il Nostromo è sceso a terra per cercare una mascherina anti-coronavirus, ma le avevano terminate.

I cinesi hanno trovato un accordo – Deo gratias – con il biondo USA, ma ora in Europa si teme che il prossimo fronte di guerra commerciale sia proprio sul vecchio continente. E in Italia domenica ci saranno elezioni che si preannunciano toste.

Per non sapere nè leggere nè scrivere, il Nostromo si prenderà un po’ di sano e solido oro, non necessariamente fisico, approfittando di questo momento di caduta del prezzo.

IL NOSTROMO

Quale Consulenza?

Se il vostro consulente finanziario o il gestore a cui avete affidato i risparmi, chiunque esso sia (banca, promotore, private banker, fondo di investimento, mago Otelma…) vi ha fatto perdere soldi nel 2019, avete un ottimo motivo per licenziarlo.

Come abbiamo scritto a più riprese nel blog, infatti, l’anno da poco trascorso ha portato grandi soddisfazioni non solo a chi ha investito in azioni italiane (il cui indice ha realizzato un fantastico +30%), ma anche in azioni americane – sebbene, in questo caso, penalizzate dal dollaro debole – e, in minor misura, in azioni europee e in obbligazioni, che si sono avvantaggiate dei tassi ancora contenuti più o meno in ogni mercato. E’ vero che, ad esempio, i fondi hedge[1] sono andati male, ma si tratta pur sempre di investimenti alternativi che dovrebbero riguardare non più del 10/15 per cento delle risorse investite.

In generale nel 2019 hanno guadagnato tutti e se chi vi ha consigliato non c’è riuscito, sicuramente non vi ha fatto un buon servizio. Peggio ancora se, nonostante le perdite, vi ha addebitato le sue commissioni, perché quello che veramente non si riesce a digerire è di subire una perdita e dover riconoscere una remunerazione.

La regola è infatti che, oltre a commissioni fisse, si preveda una success fee (commissione di successo), nel caso in cui il gestore abbia performato meglio del benchmark di riferimento. Il benchmarck è un indice sintetico che dovrebbe rappresentare la media dei rendimenti realizzati per una determinata categoria di strumenti finanziari.

Mentre la commissione fissa è sempre dovuta (e già qui ci sarebbe da discutere, quando un gestore o un consulente fa perdere capitale invece di disinvestire e tenere liquidità) e può quindi portare il risultato in negativo, quella variabile si dovrebbe pagare – questa la ratio della previsione contrattuale – solo se il gestore è stato particolarmente bravo.

Se ad esempio abbiamo un fondo azionario Italia e, supponiamo, il nostro fondo ha realizzato un rendimento del 35% quando l’indice di riferimento era il 30%, è giusto che parte di quel 5% gli venga retrocessa, saremo felici noi e il gestore. Per fare il 30%, infatti, basterebbe “replicare” il benchmark, ovvero investire negli stessi titoli e con le stesse proporzioni con le quali è calcolato l’indice, per ottenere almeno il suo rendimento.

E’ questa la logica dei cosiddetti “fondi passivi”, ovvero quelli che si pongono come obiettivo il mero raggiungimento del benchmark: basta impostare il computer in modo tale che segua ogni variazione nella composizione dell’indice, per ottenere lo stesso risultato. Per questo tipo di prodotti le commissioni devono essere particolarmente basse, e il criterio del costo è sicuramente il più importante.

Il valore aggiunto del nostro gestore è quello di saper fare meglio della media di settore, e quello del nostro consulente è di saperci indirizzare verso gli investimenti più adeguati al nostro profilo e ai nostri obiettivi.

Capita, invece, che un determinato benchmark presenti un valore negativo, come successe per quasi tutti i comparti nel 2018. Se ad esempio avessimo investito in un comparto che mediamente ha perso il 10% e il nostro gestore ha perso “solo” il 3%, non possiamo certo dire che siamo stati fortunati, anche se il nostro è stato meno scadente degli altri. Perdere ci sta, ma pagare commissioni di successo a un gestore che ha perso, o a un consulente che ci ha indirizzato verso un comparto poi rivelatosi in perdita, non può essere accettabile.

Ma non è ancora finita: sul prodotto che abbiamo acquistato, quasi sicuramente il nostro consulente ha guadagnato degli incentivi – sotto forma di storni provvigionali o di bonus – da chi lo distribuisce, perfettamente legittimi, intendiamoci. E’ il profilo dei cosiddetti “conflitti di interesse” che la normativa comunitaria ha cercato di disciplinare in modo teoricamente equo. Ma – ahimé – non tutti i gestori sono comunitari e non tutti gli operatori sono proprio scrupolosi.

In tal caso, il povero sottoscrittore, che magari ha fatto un investimento sfortunato, è doppiamente penalizzato: con le perdite e con le commissioni che ha pagato, e almeno due soggetti – diciamo incapaci – che hanno invece guadagnato.

Come difendersi allora? In primo luogo scegliendo consulenti possibilmente bravi ma anche indipendenti, che guadagnino solo (e nella misura in cui) guadagna anche l’investitore. Ciò significa ad esempio evitare coloro che sospettiamo abbiano un interesse a venderci determinati prodotti invece di altri. Tutti i siti di consulenza finanziaria hanno, più o meno evidente, l’egida di una banca o una società che produce o distribuisce strumenti finanziari, magari sotto forma di pubblicità. Molto spesso i consigli che danno sono finalizzati a far acquisire il cliente, o anche solo a trasferire il rapporto, a quelle banche o società. Diffidare quindi dei siti di consulenza ed avisoring che ospitano pubblicità.

In secondo luogo, verificando che in caso di perdita del prodotto (titolo o strumento finanziario che sia) nessuna commissione sia dovuta, né fissa né variabile.

In terzo luogo che la consulenza sia veramente personalizzata, che parta da una valutazione approfondita della situazione economica, finanziaria, patrimoniale dell’investitore, dalla sua propensione al rischio, dagli obiettivi che si propone, dal suo grado di conoscenza in ambito finanziario, e che non sia standardizzata, uguale per tutti, “un tanto al chilo”.

Su questi aspetti torneremo a parlare nei prossimi articoli: intanto, il consiglio è quello di verificare le condizioni stabilite per il servizio di consulenza o di gestione.


[1] Un fondo hedge (detto anche fondo speculativo),  è un fondo comune di investimento privato, amministrato da una società di gestione professionale.  Gli hedge funds hanno in genere l’obiettivo di produrre rendimenti costanti nel tempo, con una bassa correlazione rispetto ai mercati di riferimento, tramite investimenti singolarmente ad alto rischio finanziario, ma suddividendo il rischio in una pluralità di operazioni di natura diversa. Per realizzare questo obiettivo usano solitamente uno o più strumenti o strategie di investimento sofisticati come:

In genere sono caratterizzati dal numero ristretto di soci partecipanti e dall’elevato investimento minimo richiesto. In teoria dovrebbero fornire rendimenti più elevati, sebbene presentino un profilo di rischio maggiore rispetto ai fondi tradizionali.