TASSE E BALZELLI

E’ giusto pagare le tasse? E quanto? E come?

Come promesso (o minacciato…) dedichiamo una mini-serie ai fondamentali dell’imposizione fiscale. Sarà un viaggio breve, e come al solito di natura divulgativa, pertanto chiediamo scusa fin d’ora ai nostri lettori più esperti se non affronteremo in modo tecnico e specialistico tutti gli aspetti del diritto tributario. Preferiamo però condividere i principi essenziali e l’ABC della materia, per aiutare tutti a capire di cosa si tratta.

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Si parla molto, anche troppo, di tasse. Il problema è che spesso se ne parla male. Tutti i politici, indistintamente e giustamente, mettono il fisco al centro dei loro programmi politici, promettendo che se fossero eletti diminuirebbero sensibilmente il carico tributario per cittadini e imprese. Poi però, stretti fra i vincoli del bilancio e la necessità di reperire sempre maggiori risorse pubbliche, inevitabilmente lo aumentano, rendendosi conto che in effetti la coperta è troppo corta: se la si tira da un parte, un’altra rimane scoperta.

Il compianto prof. Tommaso Padoa Schioppa, quando era Ministro dell’Economia, aveva una certa inclinazione per le battute e locuzioni ad effetto: fu lui a coniare, fra l’altro, i termini “tesoretto” e “bamboccioni”. La più celebre fu certamente : “E’ bellissimo pagare le tasse”, che gli attirò gli strali di molti seriosi commentatori politici che certamente non apprezzavano il sottile humor di matrice britannica. Eppure il ministro aveva ragione, perché pagare le tasse è davvero bello, a patto che si abbia un reddito che le giustifichi, che il sistema impositivo sia equo, che lo Stato impieghi le risorse così reperite in modo efficiente e soprattutto che tutti le paghino.

Purtroppo queste condizioni, in Italia, non sempre si verificano, anzi talvolta sono clamorosamente assenti, tanto che molto spesso chi paga le tasse si sente ingiustamente vessato e impotente.

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Vediamo di entrare un po’ nel dettaglio del sistema, partendo da quello che la Costituzione dispone nell’articolo 53 (Sezione I – Diritti e doveri dei cittadini – Titolo IV – Rapporti politici), che recita:
“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

I concetti qui richiamati sono sostanzialmente tre: l’utilizzo del gettito (ovvero delle somme che lo Stato incassa con le imposte) per coprire il fabbisogno derivante dalle spese pubbliche; la capacità contributiva (ovvero la correlazione al reddito); la progressività (il meccanismo che impone a chi ha redditi maggiori di pagare una parte maggiore del proprio reddito rispetto a chi ha redditi minori).

Sembrano concetti del tutto lineari e condivisibili, impossibili da mettere in discussione. Eppure, come vedremo, nel nostro sistema impositivo non sempre sono rispettati. Iniziamo dal primo.

Il gettito serve a pagare le spese pubbliche. Lo Stato, attraverso la Pubblica Amministrazione, eroga una serie di servizi considerati indispensabili e rivolti a tutti i cittadini. Si tratta, a ben vedere, di una forma di redistribuzione del reddito: per consentire a tutti, anche ai meno abbienti, di usufruire di questi servizi, è necessario che tutti contribuiscano, a seconda della loro capacità. Probabilmente chi ha grandi redditi potrebbe anche fare a meno di quei servizi o potrebbe tranquillamente pagarseli, ma chi non ha questa capacità sarebbe in grande difficoltà. Si pensi all’istruzione, alla sanità, all’amministrazione della giustizia, all’ordine pubblico e così via.

Le imposte servono a consentire un livello di vita dignitoso anche a chi non ha mezzi sufficienti, e questa è sicuramente una conquista delle società moderne. Il “contratto sociale” alla base dello Stato prevede che la comunità si faccia carico delle necessità dei meno abbienti. Si tratta di un principio presente sia nei fondamenti del cattolicesimo, il solidarismo, che nel marxismo (”a ognuno secondo il suo bisogno, da ognuno secondo le sue possibilità”).

Occorre precisare che le imposte sono generiche e non relative a particolari spese; diverso è il concetto di “tasse”, che sono invece il corrispettivo specifico per un particolare servizio fornito dalla Pubblica Amministrazione, come nel caso delle tasse scolastiche (le paga solo chi va a scuola) o degli oneri di urbanizzazione (li paga solo chi edifica in un’area non ancora urbanizzata). In genere le tasse non coprono l’intero onere che la Pubblica Amministrazione sostiene per quel servizio, ma solo una parte. Il resto è a carico del bilancio dello Stato, che a tal fine utilizza proprio il gettito tributario. Anche quando vengono istituite imposte a fronte di specifiche e straordinarie emergenze (ad esempio terremoti o disastri naturali), queste confluiscono nel bilancio dello Stato, e da qui si attinge per fronteggiare la spesa. Infatti molto spesso, quando l’emergenza è finita, l’imposta resta e da straordinaria diventa ordinaria.

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L’altro concetto base della previsione costituzionale è quello della capacità contributiva. Come abbiamo visto nell’articolo precedente, questo deve essere necessariamente posto in relazione al reddito, poiché il presupposto è che, una volta pagate le tasse, il contribuente abbia comunque i mezzi per condurre un livello di vita dignitoso. Detto in altri termini, le imposte non devono mai essere spoliative, cosa che può verificarsi nel caso di imposte patrimoniali, quando a fronte di un patrimonio non ci sia comunque un reddito con cui far fronte all’onere tributario.

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La capacità contributiva è strettamente collegata al terzo concetto costituzionale, quello della progressività, che in effetti è il meno intuitivo ed elementare dei tre, e del quale parleremo in dettaglio nel prossimo articolo.

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AVVISO AI NAVIGANTI : mezzo pieno o mezzo vuoto?

Certo, basterebbe prendere un bicchiere più piccolo…

Gli ottimisti a oltranza guardano i dati USA, peggiori delle previsioni, e pensano che la Fed debba mantenere i tassi al livello minimo, abbandonando i propositi di austerità. Guardano i fondi e li vedono molto liquidi, pronti ad aspettare un segnale per tornare ad investire le risorse che il formidabile avvio del 2019 ha portato in cassa. Guardano le quotazioni del BTP decennale e vedono il titolo in crescita, nonostante tutto.

Il nostromo invece non si fida e prima di riprendere la navigazione vorrebbe vedere qualche segnale vero di ripresa. Per il momento, meglio restare in porto. Non vi fidate.

IL NOSTROMO

 

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IL FISCO CATTIVO

Prepariamoci per l’aumento dell’IVA e la patrimoniale in autunno

Verrebbe da dire: hai voluto la bicicletta? Ora pedala!

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A meno di un’improbabile caduta del governo nei prossimi mesi, e nonostante le smentite del premier e dei vice, in autunno dovremo preparaci a una legge di bilancio che consenta alle esauste casse dello Stato di reperire almeno 35 miliardi di euro aggiuntivi. Sarà quindi una finanziaria di entità molto simile a quelle epiche di Monti ed Amato.

Le misure cardine, per consentire il finanziamento di reddito di cittadinanza, quota 100 per le pensioni e flat tax (1) – tutte misure contenute nel “contratto di governo” sottoscritte dall’attuale coalizione – sono sostanzialmente due: l’aumento dell’IVA, pressoché certo, e l’introduzione di una patrimoniale, ritenuta molto probabile.

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L’aumento dell’IVA è già stato deciso: quella ordinaria passerà dall’attuale 22 al 25,2% nel 2020 e al 26,5% nel 2021, quella agevolata dal 10 al 13%, a meno che non si riescano a trovare 23 miliardi di Euro per l’anno prossimo e 29 per quello successivo.

Sulla patrimoniale, il discorso è più complesso perché, trattandosi di un’imposta non presente nel nostro ordinamento, e molto probabilmente anticostituzionale, non è noto il meccanismo di imposizione, né tanto meno il possibile gettito. Si può però fare riferimento agli altri paesi dell’Unione Europea, in realtà pochi, in cui tale forma di imposizione è in vigore, pur con modalità diverse. In effetti, mentre nel 1990 i paesi che avevano una patrimoniale erano 12, oggi sono solo tre: Francia, Spagna e Norvegia.

I dati sul gettito nei tre paesi non sono facilmente reperibili. L’unico che sembra avere qualche attendibilità (2) è quello relativo alla Francia che, dopo i correttivi introdotti da Sarkozy, dovrebbe essere intorno ai 4 miliardi all’anno, un importo ben lontano dal fabbisogno da coprire. In Francia l’imposta fu introdotta da Mitterrand nel 1982, poi abolita e successivamente reintrodotta da Chirac, e finalmente ridimensionata dal precedente capo di Stato, che ne portò il limite minimo di imposizione da 800.000 a 1.300.000 € e introdusse un massimale del 50% del reddito familiare fra questa e l’imposta sul reddito.

Le due misure paventate, aumento dell’IVA e patrimoniale, sono destinate a incidere molto, e molto negativamente, sulla nostra vita e per questo – pur consapevoli che i temi fiscali sono piuttosto noiosi – può essere interessante spenderci qualche riflessione. A beneficio dei nostri lettori meno esperti, riteniamo utile anche, nei prossimi articoli, spiegare le basi degli aspetti tributari del nostro sistema.

Per ora restiamo al tema della prossima finanziaria e al salasso in arrivo.

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Sull’aumento dell’IVA, niente da dire. Aumenterà l’inflazione, i consumatori spenderanno di più, ma alla fine è il corrispettivo per le agevolazioni che si vogliono introdurre: il famoso reddito di cittadinanza, la quota 100 per le pensioni e la flat tax. Si tratta di una misura redistributiva, trasferendo risorse da alcuni settori a quelli che beneficeranno delle nuove misure. La politica è questo: fare delle scelte, e votando in grande maggioranza per i giallo-verdi, che sul tema erano stati chiari nei loro programmi elettorali, gli italiani hanno deciso di appoggiarli. La conferma, almeno per il principale partito di governo (la Lega di Salvini), è arrivata forte e chiara con le elezioni europee.

Ovviamente nel programma elettorale non si parlava di aumento dell’IVA, ma alla prova dei fatti le risorse vanno trovate. Il rapporto deficit-PIL , già superiore al 3% in partenza, è destinato a peggiorare per effetto del reddito minore delle previsioni; la spesa pubblica è incomprimibile, anzi soggetta a consistenti aumenti. Il governo del cambiamento ci ha detto che le risorse mancanti si sarebbero reperite con la lotta all’evasione fiscale. Bello, ma forse già sentito anche in passato.

Quello che veramente non quadra è la patrimoniale.

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La nostra costituzione obbliga tutti “a contribuire alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, che si riferisce a nostro avviso chiaramente al reddito. Chi non ha reddito, non può avere capacità contributiva anche se è dotato di un ingente patrimonio. Per pagare le imposte sul patrimonio dovrebbe infatti venderne una parte ed impoverirsi. Non è in discussione che si debbano pagare le tasse sul reddito del suo patrimonio, ad esempio sugli interessi dei titoli oppure sugli affitti dell’immobile. Ma se il patrimonio non produce alcun reddito, non c’è capacità contributiva.

In Italia c’è un precedente (odiato) di imposta sul patrimonio conclamata: quella sul 6 per mille introdotta dal Governo Amato nel 1992 sulle giacenze di conto corrente. E poi c’è quello di un’imposta patrimoniale “mascherata”, ovvero l’I.S.I. (imposta straordinaria sugli immobili), poi trasformata in I.C.I. e infine in I.M.U. L’imposta è presentata come basata sul reddito in quanto la metodologia di calcolo parte dalla rendita fondiaria, una misura virtuale di quanto si può ricavare dal proprio immobile, anche se lo si abita direttamente o lo si tiene libero a disposizione.

Come si misura il patrimonio? E che aliquota fissare? Se uno ha debiti, vengono detratti? Oppure è un onere sulle “attività” e non sul patrimonio? Le domande sono molte e a queste non ci sono ancora risposte plausibili. Sicuramente non ci sarà un dibattito, come sarebbe necessario quando si stravolgono le regole di base del nostro ordinamento, ovvero la Costituzione, e una bella mattina ci sveglieremo tutti più tassati e più poveri.

 

(1) Per flat tax, o “tassa piatta”, si intende un’aliquota unica per tutte le imposte sul reddito, modificando l’attuale sistema di progressività, secondo il quale l’aliquota (ovvero la percentuale di reddito da pagare come imposta) cresce al crescere dello scaglione di reddito. Sul concetto torneremo più avanti
(2) Stefano Cingolani, “I venti della patrimoniale”, Il Foglio 11/5/2019

Avviso ai naviganti: Sarà ancora lunga

Il mese delle rose finisce oggi; il tempo delle spine continuerà invece ancora per molto, ahimè.

Dura per tutti, durissima per l’Italia. Sembra il film già visto l’anno scorso, speriamo solo che il finale sia diverso. Brexit e guerra commerciale USA-Cina già c’erano, quest’anno in più ci sarà per noi la “manovrina” che si porterà dietro aumento dell’IVA e l’imposta patrimoniale.

E in autunno partirà anche la giostra delle elezioni USA, dove Trump è Trump e i nomi che almeno per ora vengono fatti per lo sfidante democratico non sembrano grandi beniamini dei mercati.

Chi va per mare dovrebbe essere ottimista, a prescindere. Ma il nostromo non riesce a vedere, per quanto si sforzi, grandi motivi per essere fiducioso.

 

IL NOSTROMO

 

Puntare, mirare, fuoco!

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Una volta definita la short list dei titoli nel mirino con le indicazioni che abbiamo dato nel precedente articolo, basta concentrarsi su quelli prescelti, seguendone l’andamento. Rispetto ai valori correnti, per ogni titolo occorre dunque individuare il livello minimo di profitto che ci proponiamo (nel nostro caso, avevamo detto il 5%) e la perdita massima che siamo disposti ad accettare, calcolando i relativi prezzi di uscita nei due casi.

I concetti di take profit (TP) e stop loss (SL) sono molto importanti in finanza: per ogni investimento bisogna aver presente il livello al quale, secondo la nostra strategia, si deve vendere o perché si è conseguito l’utile che ci eravamo proposti o, al contrario, perché siamo arrivati alla massima perdita sostenibile. Nel primo caso, favorevole, anche se la quotazione sta crescendo e ci piacerebbe arrotondare il guadagno, può infatti succedere che una brusca inversione di tendenza faccia scivolare il prezzo sotto quel livello, vanificando la possibilità di guadagno. Nel secondo caso, negativo, quando un titolo inizia a scendere, è molto pericoloso tenerlo oltre il livello di SL sperando in un recupero, perché potrebbe crollare ancora (e in genere succede), amplificando la perdita.

Per evitare brutte sorprese, è indispensabile agire con prudenza e praticare una costante autodisciplina.

Supponiamo, ad esempio, di aver inserito nella nostra lista il titolo ENI, blue chip del settore energetico nazionale, peraltro un titolo di grande solidità e valore, e che la sua quotazione corrente sia 14,5. Il nostro pacchetto obiettivo (avevamo stabilito singoli investimenti nell’ordine di € 20,000) sarà quindi di 1350 azioni, il TP intorno a 15,25, con un guadagno lordo di € 1.012,5 e, se consideriamo accettabile una perdita massima di € 1,500, lo SL sarà intorno a 13,4.

Ciò significa che se entriamo oggi a 14,5, la nostra strategia ci indica di uscire in utile a 15,25 oppure in perdita a 13,4. Se nel corso dell’investimento il titolo staccasse un dividendo di 1 € per azione, naturalmente i due livelli si modificherebbero rispettivamente in 14,25 (quando viene pagato il dividendo, il prezzo del titolo in genere scende) e 12,4, rendendo tutto più semplice. Stessa cosa se riuscissimo ad entrare, grazie ad un buon timing di ingresso, a un livello inferiore a quello corrente.

Se andiamo a vedere gli indici di borsa sul titolo ENI, troviamo P/E a 12,68 e P/BV a 1,03, livelli che in prima approssimazione possiamo considerare accettabili per entrare. Se guadiamo i grafici a 3 e 6 mesi, vediamo che la performance è stata rispettivamente di – 2,9% e – 4,8%; che negli ultimi due mesi il titolo ha subito una discreta flessione e che nell’ultimo anno il valore minimo è stato 13,4 e il massimo oltre 16. Sono tutti elementi favorevoli per un possibile ingresso. Un esame un po’ più approfondito dovrebbe comprendere anche la valutazione dei target price ovvero dei prezzi “equi” secondo il parere degli analisti, ma questo ricede l’accesso a informazioni non immediatamente reperibili, salvo sottoscrivere abbonamenti a qualche società di informazione (tipo Bloomberg o Reuters) o appoggiarsi a un consulente.

Una volta verificato che siamo in “zona acquisto”, non resta che attendere il momento giusto. Con un po’ di pazienza, dovremmo aspettare una flessione temporanea del pezzo, in modo da guadagnare almeno qualche altro decimale nell’entry point, ovvero nel prezzo di acquisto.

Se tutte le condizioni di cui sopra sono verificate, faremo un investimento ben calibrato e ponderato, coerente con la nostra strategia e con gli elementi di giudizio disponibili in quel momento; se le nostre valutazioni sono corrette, molto probabilmente riusciremo a portare a casa il profitto che volevamo. Se invece le cose dovessero mettersi male, dobbiamo essere pronti a vendere quando il prezzo dovesse raggiungere il livello di SL.

Per seguire in modo efficace tutti i nostri investimenti, è necessario tenere a portata di mano tutte le informazioni raccolte in fase di analisi, per confrontarle con la performance effettiva. A questo punto un buon foglio elettronico (spreadsheet) è pressoché indispensabile: il programma più utilizzato è in genere Excel, facile da usare e di grande versatilità.

Il nostro consiglio è di costruirne uno calibrato sulle proprie esigenze. Ad esempio, per un portafoglio medio con 7/8 categorie di strumenti finanziari e più rapporti bancari, potremmo fare tanti fogli quanti sono i dossier, e in ciascun foglio i singoli titoli raggruppati per asset class. In un foglio iniziale “desktop” potrebbero poi essere riepilogati sia i saldi delle banche che quelli delle categorie di titoli, così da avere sott’occhio, ad ogni aggiornamento, il valore di mercato complessivo e la plusvalenza o minusvalenza rispetto al costo d’acquisto.

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Per ogni titolo dovrebbe essere riportato il costo, il valore di mercato e la conseguente plus/minusvalenza, nonché i livelli di take profit e stop loss inizialmente definiti.

Un’utile implementazione potrebbe essere quella di riportare nel desktop anche l’asset allocation strategica e il conseguente scostamento rispetto a quella effettiva.

In sintesi, il nostro file di Excel “patrimonio finanziario” dovrebbe avere i seguenti fogli:

DESKTOP, BANCA X, BANCA Y, BANCA Z, etc.

In ogni foglio, i titoli dovrebbero essere riportati con tutte le informazioni specifiche raccolte:

CODICE ISIN, DENOMINAZIONE, QUANTITÀ, PREZZO DI CARICO, VALUTA DI ACQUISTO, CONTROVALORE DI ACQUISTO, PREZZO DI MERCATO, PLUS/MINUSVALENZA, TAKE PROFIT, STOP LOSS, CATEGORIA.

In quest’ultima cella, quella delle asset class, dovrebbe essere indicato il numero corrispondente, come ad esempio:

 

  • Liquidità
  • Azioni Italia
  • Azioni Estero
  • Obbligazioni Italia 1-3 anni
  • Obbligazioni Italia > 3 anni tasso fisso
  • Obbligazioni Italia > 3 anni tasso variabile
  • Obbligazioni Estero 1-3 anni
  • Obbligazioni Estero > 3 anni tasso fisso
  • Obbligazioni Estero > 3 anni tasso variabile
  • Polizze vita …

e così via.

Con uno strumento del genere, da aggiornare ogni due o tre giorni, o al massimo ogni settimana attraverso i valori che ogni banca rende consultabili online sulle proprie piattaforme di home banking, avremo la possibilità di valutare come sta andando il portafoglio e, in caso, prendere per tempo le necessarie contromisure evitando brutte sorprese. Se riusciamo a mantenere una disciplina costante e ci atteniamo alla nostra asset allocation, potremo sempre limitare le eventuali perdite all’entità che avevamo considerato sostenibile e, salvo andamenti imprevisti del mercato, riusciremo a realizzare i nostri obiettivi di rendimento.

Avviso ai Naviganti: State bassi!

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Alla fine non succederà niente. Anche queste elezioni passeranno e purtroppo – a parte gli eletti e i trombati – fra pochi mesi nessuno se ne preoccuperà più. Anche perché in questa campagna elettorale di tutto si parla fuorché d’Europa, purtroppo.

Tuttavia i mercati sono cauti, per non dire diffidenti, come avevamo ampiamente previsto. Per questo il Nostromo consiglia ancora di non agitarsi: meglio stare fermi, in rada, e al limite fare un po’ di cambusa che può tornare utile nei momenti di futura disperazione.

 

A proposito, i fondi stanno accumulando liquidità. Questa potrebbe essere una buona notizia.

Estote parati

 

IL NOSTROMO

Un’ora sola

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Nel precedente articolo abbiamo visto cosa è opportuno fare in un periodo come questo, supponendo che il nostro investitore razionale abbia fino a qui seguito (e non crediamo che se ne sia pentito…) i consigli di questo blog. Abbiamo infatti suggerito di impiegare il tempo che usualmente dedicava al suo portafoglio per approfondire nuovi strumenti, rivedere la strategia e valutare opportunità diverse.

Anche in questi momenti, però, è indispensabile continuare a seguire gli investimenti in essere e, quindi, l’attività di monitoraggio è bene che prosegua con la stessa, se non superiore, attenzione.

Ma come deve essere impostata una corretta attività di monitoraggio e scouting da chi dispone di non più di una mezz’ora, massimo un’ora, al giorno?

Un ottimo testo, di cui consiglio senz’altro la lettura (Pietro Di Lorenzo “Il tempo è denaro”, Hoepli 2018) redatto da chi ha fatto con successo del trading e dell’educazione finanziaria la propria attività principale, fornisce modalità efficienti di gestire un portafoglio per ogni passo di tempo che può esserci dedicato. Così, chi ha solo un paio d’ore a trimestre potrà trovare l’approccio migliore, come chi ha poche ore al mese o alla settimana potrà trovare le forme di impiego più consone. Importante è operare con buon senso, prudenza e un minimo di applicazione.

Vogliamo qui invece esaminare questo aspetto da un diverso punto di vista, partendo dall’assunto che, per ogni portafoglio di media entità e complessità, è necessario investire quotidianamente una piccola parte del proprio tempo, anche se ci si appoggia a consulenti specializzati e di fiducia.

L’obiettivo è di fornire indicazioni forse banali o semplicistiche, ma certamente utili in chiave di estrema concretezza. Se riusciamo a seguire queste semplici operazioni, alla portata di tutti e a costo zero (salvo il tempo dedicato), è quasi certo che non solo riusciremo ad evitare perdite devastanti e spoliative, ma saremo in grado di limitare eventuali minusvalenze entro livelli di sacrificio stabiliti a priori e quindi sostenibili.

Le attività da seguire, in questa logica, sono dunque sostanzialmente due: il controllo del portafoglio esistente e la ricerca di nuovi investimenti, quest’ultima – come si è detto più volte – dopo aver definito la strategia tramite una seria asset allocation.

Per asset allocation si intende il processo di definizione strategica della più efficiente ripartizione del proprio patrimonio fra le diverse tipologie di strumenti finanziari (asset class), in modo da ottenere la percentuale – o meglio l’intervallo di percentuali – di azioni, di obbligazioni, di polizze, e così via.  Tutto questo sulla base della propria situazione patrimoniale, reddituale e finanziaria, della propensione al rischio, degli obiettivi di medio e lungo periodo e delle informazioni reperibili.

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Partiamo dalla seconda attività e supponiamo di dover trovare circa € 100,000 di titoli azionari da comprare; il metodo sarà evidentemente lo stesso anche per le altre tipologie di strumenti finanziari.

Prima di tutto dobbiamo tener presente il nostro obiettivo di rendimento, che discende dall’asset allocation. Supponiamo che il nostro tableau de bord indichi un tasso lordo del 5% all’anno per le azioni. Ciò significa che dal nostro patrimonio di € 100,000 dovremmo ricavare € 5,000 in un anno tra dividendi e guadagni in conto capitale.

Normalmente è bene diversificare l’investimento, in modo da non rischiare tutta la posta su un’unica puntata. Supponiamo di ricercare 5 stakes (pacchetti) da circa € 20,000 l’uno. Mediamente ogni singolo pacchetto dovrebbe quindi rendere € 1,000 all’anno. Sarebbe bene, per diversificare ulteriormente il rischio, investire in cinque diversi settori produttivi o comunque tipologie diverse. Ad esempio, in questo periodo una scelta razionale di settori potrebbe essere: tecnologico, energia, farmaceutico, considerando anche l’azionario Europa e quello USA.

Supponendo di limitarci ai primi tre sul mercato italiano, un ulteriore elemento di prudenza potrebbe essere quello di inserire sia blue chips (le società più importanti, a maggiore capitalizzazione), sia titoli di imprese minori (le cosidette small caps). Questi ultimi da noi sono quotato nel mercato “Star” o nell’AIM, due comparti specifici del listino di Borsa Italiana, nei quali sono trattate appunto società di piccola dimensione o start-up.

A questo punto, il campo di indagine è circoscritto e si tratta di vedere, settore per settore, come stanno andando le società e quali hanno maggiori spazi di potenziale crescita (il cosiddetto upside). Per fare questo occorre semplicemente fare un prospetto in cui riportare, per ogni titolo, una serie di informazioni che possono facilmente essere tratte dai più diffusi giornali economici o siti specializzati.

Senza necessariamente spendere una fortuna, semplicemente leggendo grafici e prospetti del “Sole 24 Ore”, di “Milano Finanza” (in particolare l’edizione del sabato), o del sito di Borsa Italiana e Consob, per restare ai più diffusi ed autorevoli, possiamo vedere l’andamento delle società che abbiamo individuato e i principali indici, fra i quali P/E e P/BV, di cui abbiamo ampiamente parlato in precedenti articoli (si veda in particolare https://marcoparlangeli.com/2018/02/20/in-carrozza-scelta-dei-singoli-titoli-e-timing/).

È anche opportuno guardare il grafico delle quotazioni (in genere si usano, in questa fase, i grafici a 3 e 6 mesi), per evitare di entrare in un titolo che è cresciuto molto negli ultimi tempi e il cui prezzo è vicino ai massimi.

Nella nostra short list, che potremmo compilare su un qualunque foglio elettronico (ma va bene anche un semplice foglio protocollo), potremmo anche utilizzare il semaforo (rosso: stare alla larga; verde: acquistabile; giallo: seguire con attenzione) oppure le faccine, con le diverse espressioni, in modo da evidenziare le opzioni interessanti.

 

Fatto questo, siamo già a buon punto! Vedremo nel prossimo articolo come e quando effettuare gli acquisti e come fare per monitorare i titoli in portafoglio.

 

Avviso ai Naviganti: Vietato Azzardare

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Meglio prendersi qualche settimana di ferie e non azzardare operazioni in questi giorni. L’orso ha le unghie affilate, le elezioni europee alle porte, le scaramucce sui dazi doganali tra USA e Cina consigliano di portare pazienza, anche in vista della pioggia di dividendi che la prossima settimana irrigherà i nostri dossier.

Se proprio vediamo qualche occasione irresistibile, nel senso di un titolo che ci piace che perde oltre il 5%, e soffriamo di incontinenza o smania da trading, cerchiamo di chiudere il tutto in giornata per risparmiare almeno la Tobin tax e non restare con il gobbo nero in mano.
Come nei film western quando c’è una rissa in un saloon: se apriamo le porte ed entriamo, qualche cazzotto cápita senz’altro.

IL NOSTROMO

L’ozio creativo del risparmiatore

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Abbiamo a più riprese suggerito ai nostri lettori di mantenersi il più possibile liquidi in questo periodo, al fine di evitare le diminuzioni di valore dei titoli (soprattutto azionari, ma anche delle obbligazioni a tasso fisso) che potrebbero conseguire all’atteso peggioramento dei mercati.

Dopo la corsa dei primi mesi dell’anno, che ha consentito a molti di recuperare almeno buona parte delle perdite subite nel terribile 2018, è infatti molto probabile che il trend venga invertito, alcuni prevedono anche pesantemente. In realtà i multipli, ovvero gli indici che misurano il rapporto fra prezzo di borsa e andamento economico della società, non sono del tutto fuori fase e potrebbero teoricamente consentire almeno un altro periodo di stabilità. E anche i dati trimestrali sono stati in generale in linea con le aspettative e non deludenti.

Tuttavia molti segnali inducono alla prudenza e molti analisti mettono in guardia dal pericolo di una nuova crisi. E sappiamo per esperienza che quando si cominciano a sentire i primi scricchiolii, spesso la valanga è improvvisa e potente.

Anche se abbiamo in portafoglio titoli di buona qualità, relativi ad aziende solide che fanno buoni prodotti ed hanno prospettive di sviluppo, tuttavia se la loro quotazione di borsa dovesse crollare trascinata dal mercato, converrebbe sempre trovarsi liquidi, ovvero con cash disponibile, per poterseli ricomprare a prezzo più basso.

Ora dunque che i mercati hanno iniziato a dare i primi segnali di debolezza, cosa deve fare il nostro investitore razionale: prendersi qualche mese di vacanza e disinteressarsi del portafoglio? Oppure impiegare utilmente in modo proficuo questo tempo in cui il giunco deve chinarsi fino a che la piena non è passata?

Premesso che farsi una bella vacanza, per chi ne ha la possibilità, è sempre un’ottima idea, il nostro consiglio è quello di impiegare il tempo di inattività forzata per studiare e ricercare nuove opportunità in modo da farsi trovare pronti alla fine del ciclo, quando comunque – in modo più o meno rapido – il ciclo si invertirà e le quotazioni torneranno a salire. A quel punto, un buon timing di ingresso potrà farci guadagnare tempo prezioso per entrare in un investimento prima degli altri e, quindi, a prezzi più bassi. Inoltre sarà possibile approfondire e valutare strumenti o settori produttivi che fino ad ora non abbiamo avuto il tempo o la possibilità di studiare adeguatamente.

Si tratta di applicare, sostanzialmente, la teoria aristotelica dell’ozio creativo, che suggerisce di liberarsi dalle incombenze e dalle preoccupazioni per nutrire lo spirito e la mente con arte, poesia, letteratura, teatro. L’ozio non è quindi un momento di vuoto, ma uno stato di crescita e di realizzazione del benessere. Ben lontano dal concetto negativo che i romani gli avrebbero poi attribuito parlando di negotium, ovvero di attività commerciali e operose che si contrapponevano, appunto, all’ozio (neg-otium).

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Ciò che bisogna innanzitutto evitare, in periodi di crisi e di crollo dei mercati, è farsi ingolosire da prezzi bassi su titoli che ci piacciono. Gli esperti consigliano sempre di aspettare un chiaro segnale di inversione: anche se un prezzo ha raggiunto un livello interessante, conviene aspettare che si consolidi prima di entrare, ovvero che si mantenga per qualche giorno e inizi a crescere. Altrimenti rischiamo di vederlo scendere di nuovo. In borsa si dice, a questo proposito, “mai cercare di afferrare un coltello che sta cadendo”.

Altra cosa che è molto consigliabile fare, in questi momenti, è la revisione dell’asset allocation. Come abbiamo spesso detto, il processo razionale di investimento inizia individuando la migliore ripartizione del portafoglio fra diverse tipologie di strumenti finanziari. Ciascun investitore, in base ai propri obiettivi di medio e lungo periodo, alla propria situazione patrimoniale e reddituale, alla propensione al rischio e alle informazioni di cui dispone, dovrebbe definire un suo mix ideale fra azioni, obbligazioni, liquidità, polizze e altri titoli. A questo mix dovrebbe poi tendere con le scelte di investimento considerandolo come modello o benchmark. Periodicamente, attraverso verifiche e fine tuning, dovrebbe implementare in chiave tattica questo mix, in modo da avvantaggiarsi delle oscillazioni di breve periodo, attraverso la cosiddetta asset allocation tattica,  da affiancare a quella strategica.

Proprio nei momenti di svolta dei fondamentali (previsioni sull’andamento del reddito, dei tassi, delle valute e così via) è necessario rivedere la propria strategia, modificando il mix obiettivo di strumenti finanziari.

Inoltre è consigliabile utilizzare questo periodo per approfondire alcuni strumenti che potrebbero avere un andamento anticiclico (ovvero i cui prezzi aumentano quando tutti gli altri diminuiscono. Un tipico esempio sono alcune commodities, ad esempio l’oro. Nei momenti di crisi, è naturale accumulare metallo prezioso, il cui valore pensiamo possa resistere alle spallate dell’inflazione (questo è sicuro) o del crollo dei prezzi generalizzato (e già questo è meno sicuro).

Per gli investitori più azzardati, più propensi a rischiare, potrebbe anche essere valutato qualche strumento derivato che cresce al diminuire degli indici di borsa (i cosiddetti derivati short). Salvo che non si abbiano informazioni attendibili e attitudine a questi tipi di investimento, il nostro consiglio è però quello di stare alla larga, perché improvvise riprese del mercato potrebbero fare molto male, tanto più quanto i prodotti sono “a leva”, ovvero hanno un valore che aumenta un certo numero di volte per ogni punto di riduzione dell’indice.

 

In ultima analisi, anche quando non ci sono acquisti da fare, è comunque bene mantenersi informati e dedicare al mercato almeno quella mezz’oretta al giorno che sarebbe opportuno spenderci per seguire i propri investimenti.

 

 

Avviso ai Naviganti: Orso in avvistamento!

Roar Mountains Fantasy Huge Brown Bear Giant Bear

Come si temeva, il mese di maggio non è ancora arrivato al giro di boa che i primi sinistri boati dell’orso si cominciano a sentire. Il vero problema è capire se sta veramente iniziando l’attacco (notoriamente l’orso attacca dall’alto verso il basso, al contrario del toro: da qui la metafora dei trend di borsa, rispettivamente al ribasso o al rialzo), oppure si tratta di movimenti ciclici destinati a rientrare.

È in pieno svolgimento la campagna dividendi, e questo rende ancor più difficile capire e prevedere. Ormai non è più tempo, per l’investitore razionale, di operare in borsa, salvo che non si abbiano informazioni particolari o valutazioni specifiche. E questo fino a che il panorama non sarà più leggibile.

Chi ha dato ha dato, chi ha avuto ha avuto. È il momento, secondo il vostro nostromo, di stare fermi e tenersi liquidi. Chinati giunco, che passa la piena.

 

IL NOSTROMO