ABC dell’economia: la politica monetaria

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Il concetto stesso di moneta è oggi radicalmente cambiato, come pure la sua funzione.

Per quanto riguarda le funzioni, possiamo affermare che oggi – pur mantenendo lo strumento monetario le prerogative originarie che abbiamo menzionato all’inizio della serie – il ruolo principale della moneta è quello di rappresentare lo strumento più diffuso di politica economica, ovvero dell’intervento dello Stato sull’economia.

Il soggetto autorizzato all’emissione monetaria (nell’Unione Europea la BCE che ha sede a Francoforte) può modulare la quantità di moneta in circolazione e influire così sul livello dei tassi di interesse. Quanto maggiore è la quantità di moneta nel sistema, tanto minori tendono ad essere i tassi di interesse.

Si parla per questo di “politica monetaria espansiva” quando la Banca Centrale aumenta la quantità di moneta favorendo una riduzione dei tassi: si incentiva così l’investimento e, per questa via, il reddito (tutti concetti che abbiamo già visto all’inizio della nostra serie “L’ABC dell’economia”).

Analogamente si parla di “politica monetaria restrittiva” quando la moneta viene drenata dal sistema e i tassi di interesse tendono a salire, con effetto di contenimento dello sviluppo. In questo caso lo scopo dell’intervento è generalmente quello di controllare e limitare l’inflazione e anche di migliorare i conti con l’estero: tassi più alti attirano gli investitori esteri e la valuta si rafforza, scoraggiando le importazioni.

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Gli strumenti di politica monetaria sono numerosi, con diverso grado di complessità e di efficacia. Quello al quale le banche centrali oggi ricorrono più spesso è il cosiddetto “intervento sul mercato aperto”, consistente nell’acquisto o vendita di titoli di Stato sul mercato secondario. Tali operazioni vengono fatte in contropartita diretta delle banche dei diversi paesi, le quali svolgono dunque una funzione di interfaccia e di trasmissione della politica monetaria. Ma devono anche assicurare che la liquidità fresca, da loro intercettata, riesca ad affluire al mondo della produzione sotto forma di credito bancario, cosa che in verità non sempre è avvenuta con la dovuta fluidità.

Quando la Banca Centrale compra titoli pubblici, immette dunque moneta nel sistema (il corrispettivo dei titoli acquistati) e, quando vende, toglie invece liquidità. La modalità con cui è stata affrontata e vinta la forte crisi innescata nel 2007 con la vicenda dei mutui subprime (di cui abbiamo parlato in un precedente articolo) e con il fallimento di Lehman Brothers è stata proprio questa: consistenti, prolungati e crescenti acquisti di titoli pubblici, il cosiddetto quantitative easing, attraverso il quale enormi flussi di liquidità sono stati forniti ai sistemi economici per agevolarne la ripresa.

Un ultimo accenno, per quanto riguarda i temi strettamente connessi con la moneta, è la definizione dell’”aggregato”. Si distinguono infatti oggi quattro configurazioni concettuali del termine “moneta”, che possono essere rappresentati da una struttura a cerchi concentrici: da un nucleo che costituisce il circolante ad uno più ampio denominato M1, ad uno più ampio ancora denominato M2 fino a quello più esterno, denominato M3, in modo che ciascuno inglobi quello o quelli inferiori.

  • Il circolante o numerario indica la somma della moneta cartacea (banconote) e di quella divisionaria (“gli spiccioli”) in circolazione;
  • M1 indica il circolante più l’ammontare dei depositi in conto corrente bancari e postali;
  • M2 indica M1 più l’ammontare dei depositi a risparmio (bancari o postali);
  • M3 indica M2 più l’ammontare dei titoli a breve termine del debito pubblico del Paese.

Come si vede, aumentando il grado di complessità, aumentano i soggetti depositari del diritto di emettere moneta: banca centrale, banche commerciali, poste, pubblica amministrazione. Ognuno di questi soggetti ha quindi un ruolo nella politica monetaria ed è importante che tutti collaborino nella direzione decisa dall’orientamento politico prevalente.

Tradizionalmente i partiti e le coalizioni governative “progressiste” o liberal (laburisti nel Regno Unito, socialdemocratici in Germania, socialisti in Spagna, democratici in USA e in Italia e così via) hanno sempre favorito una politica espansiva, il cui obiettivo principale fosse lo sviluppo del reddito e dell’occupazione, anche al costo di un peggioramento dei conti pubblici o di un certo livello di inflazione.

Viceversa le formazioni più conservatrici (tories, repubblicani, cristiano democratici, etc.) hanno sempre perseguito politiche di rigore e conti in ordine, inflazione sotto stretto controllo e forza relativa della valuta nazionale.

Le altre due leve tradizionali della politica economica, ovvero la spesa pubblica e il fisco, benché in teoria più immediate ed efficaci, sono invece sostanzialmente precluse al nostro Paese dagli stringenti vincoli di bilancio. Entrambi, infatti, sono suscettibili di peggiorare i conti pubblici, laddove l’Italia è al contrario impegnata da anni a rispettare parametri contabili di riequilibrio.

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Al termine di questo focus sulla moneta, crediamo di aver fornito al lettore almeno le basi per capire l’origine, l’evoluzione e la funzione della moneta negli scambi, come riserva di valore e come strumento di politica economica.

Rispetto a quanto avevamo promesso all’inizio, manca ancora l’esame di come si sono sviluppati i derivati e della funzione creditizia: sono infatti questi gli argomenti che affronteremo nei prossimi articoli, dove protagonista del nostro racconto sarà proprio la banca.

 

 

 

ABC dell’economia: L’inflazione

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La storia della moneta è interessante e accompagna molti aspetti cruciali della storia dell’umanità. Molti fenomeni di impatto sociale anche notevole sono stati infatti originati dalla moneta: crisi di liquidità, grandi inflazioni, crolli di istituzioni emittenti.

Uno dei fenomeni tipicamente legati alla moneta è quello dell’inflazione, su cui è bene spendere qualche parola. Il termine deriva dal latino inflare, che significa gonfiare, soffiare. In effetti si ha inflazione quando i prezzi si gonfiano, ovvero aumentano in maniera generalizzata e senza alcun riferimento con un aumento del valore dei beni e servizi.

Ogni mercato è caratterizzato da variazioni di prezzi, in corrispondenza – come abbiamo detto più volte – di spostamenti della domanda e dell’offerta. Normalmente però si tratta di oscillazioni sia un senso che nell’altro, talvolta cicliche (ad esempio nel caso dei prodotti agricoli che presentano stagionalità) e, soprattutto, indipendenti dagli altri mercati.

Se ad esempio i gusti dei consumatori si spostano dalla carne al pesce, aumenterà la domanda di pesce e diminuirà quella della carne, determinando – a parità di altri fattori – un aumento del prezzo del pesce e una diminuzione di quello della carne.

Ma se entrambi i livelli dei prezzi aumentano ed aumentano anche quelli del gasolio, del grano, del ferro, del caffè, del costo del lavoro e così via, siamo evidentemente di fronte a un fenomeno ben diverso.

Rilevare il fenomeno dell’inflazione è tutto sommato facile: basta l’osservazione empirica e la statistica. Ben più difficile individuarne le cause: eccesso di liquidità, costi, rapporti con l’estero.

Si ha eccesso di liquidità quando la moneta in circolazione cresce molto mentre la quantità di beni e servizi acquistabili resta invariata o, meglio, cresce di meno. Un caso limite estremizzato può rendere meglio l’idea: in un sistema chiuso in cui il numero di beni prodotti è fisso ogni giorno e partendo da un prezzo di equilibrio, se in un determinato momento viene immessa una quantità di moneta uguale a quella già esistente, si può scommettere che i prezzi di quei beni tendenzialmente raddoppieranno.

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In generale, a parità di altre condizioni, una politica monetaria espansiva (ovvero caratterizzata da un consistente aumento della quantità di moneta in circolazione, come vedremo più diffusamente nel prossimo articolo) favorisce l’aumento dell’inflazione.

Il caso più frequente di inflazione è tuttavia quello da costi. Ad esempio la grande inflazione degli anni ’70 del secolo scorso venne originata da un aumento improvviso e molto intenso del prezzo del petrolio, in un mondo fortemente dipendente da esso quale unica fonte energetica. I produttori dell’”oro nero”, rendendosi conto dell’enorme potere che avevano, decisero con accordi di cartello (attraverso l’OPEC, Organizzazione dei paesi produttori ed esportatori di petrolio) di imporre notevolissimi aumenti di prezzo che determinarono, in via generalizzata, un pari aumento dei costi di produzione.

 

Le organizzazioni sindacali, a quell’epoca molto forti, riuscirono a negoziare aumenti salariali che consentirono ai lavoratori di mantenere inalterato il loro potere d’acquisto e così i costi di produzione di beni e servizi aumentarono ancora, in un circolo vizioso che portò l’inflazione oltre il 20% in Italia.

Anche se i prezzi reali, ovvero quelli “depurati” dell’effetto dell’inflazione, rimanevano tutto sommato costanti, tuttavia gli effetti redistributivi dell’inflazione furono notevoli.

Tipicamente l’erosione del valore della moneta avvantaggia infatti i debitori, il cui debito è denominato in termini monetari e quindi – salvo il caso che il tasso di interesse non sia tale da recuperare l’inflazione – il suo valore reale viene abbattuto. E’ quello che successe ai molti che in quel periodo avevano contratto mutui a tasso fisso per comprare la casa: nel giro di pochi anni il peso del mutuo si ridusse molto, mentre il valore degli immobili aumentò: essi dunque si trovarono la casa nel patrimonio con un esborso reale molto contenuto.

Non a caso, nella storia, le grandi inflazioni sono servite agli Stati molto indebitati per rientrare in modo sostanziale del loro debito attraverso un ridimensionamento del valore reale.

 

Al contrario, coloro che detengono attività finanziarie (titoli, depositi, crediti) verranno penalizzati dall’inflazione. Cresce infatti tipicamente, in questi periodi, la domanda dei cosiddetti “beni rifugio”, ovvero metalli preziosi, ma anche immobili, che si ritiene mantengano il loro valore anche in tempo di inflazione.

L’inflazione è quindi tutt’altro che neutrale, anche se può sembrare una semplice modifica dell’unità di misura. Come abbiamo visto ha un effetto redistributivo della ricchezza importante trasferendola dai creditori ai debitori, un effetto di modifica delle scelte di investimento (portando a favorire beni in grado di mantenere il valore reale), ma soprattutto induce un cambiamento di prospettiva e modifica i rapporti di forza.

In periodi di inflazione molto accentuata, può verificarsi infatti un “effetto ricchezza” che porta a ritenere erroneamente di essere più ricchi perché si possiede più moneta. In realtà quello che conta è il potere d’acquisto, ovvero la quantità di beni e servizi che si possono acquistare con il denaro a disposizione. Inoltre la precarietà finanziaria percepita (la sensazione che il valore del nostro denaro si dissolva) induce ad accelerare i consumi a danno del risparmio.

Perché mettere da parte 100 Euro oggi se fra un anno varranno meno? Bisogna ammettere che la spinta al carpe diem, in epoche di alta inflazione, è ragionevole.

L’anticipo dei consumi e l’effetto ricchezza sopra accennati portano ad un aumento di domanda di beni e servizi che determina una crescita del reddito, reale oltre che monetario. Per questo si dice che una certa aliquota (non superiore al 2%) di inflazione è tutto sommato salutare per l’economia e ci si preoccupa quando invece siamo in presenza di prolungata deflazione.

Infine si verifica la modifica dei rapporti di forza: non in tutti i settori i prezzi aumentano con la stessa velocità e non tutte le categorie economiche subiscono in modo uniforme gli effetti dell’inflazione. Come l’esperienza diretta insegna, alcuni se ne avvantaggiano e altri ne risultano danneggiati.

 

Aveva dunque ragione Lester Thurow nel saggio del 1980 “La società a somma zero” dove affermava che, se ai guadagni di qualcuno corrispondono perdite di altri, alla fine la somma non cambia, affermazione per la verità non sempre corretta, anche se il semplice effetto redistribuivo è comunque un aspetto rilevante da non trascurare.

L’ABC dell’economia: l’evoluzione della moneta

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Nel brevissimo e necessariamente semplificato excursus che abbiamo fatto nell’articolo della scorsa settimana per descrivere l’origine della moneta, abbiamo visto che con la specializzazione del lavoro e la nascita degli scambi, emersero tre necessità:

  • misurare il valore dei beni e dei servizi da scambiare;
  • disporre di un adeguato mezzo di scambio che evitasse il baratto;
  • conservare il valore nel tempo per rendere possibile l’acquisto in un momento successivo.

 

Abbiamo già detto che l’entità in grado di soddisfare queste tre esigenze era proprio la moneta, le cui funzioni classiche sono infatti rispettivamente:

  • misura del valore dei beni;
  • mezzo di scambio;
  • riserva di valore.

 

Attraverso la moneta si misurava il valore relativo di ciascun bene: si determinava quante unità di moneta valeva ogni prodotto e così era facile sapere, ad esempio, quanti attrezzi agricoli poteva valere una lepre o quanti animali ci volevano per farsi costruire una capanna.

Ognuno di questi beni aveva un sia pure rudimentale mercato nel quale, attraverso la dinamica della domanda e dell’offerta, veniva a determinarsi il prezzo in numero di unità monetarie.

 

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Allo stesso tempo la moneta era anche un mezzo di scambio, perché veniva accettata da tutti coloro che vendevano un bene o un servizio, nel presupposto che quando avessero voluto comprare qualche altra cosa, l’avrebbero potuta tranquillamente utilizzare. Ciò avveniva perché ogni abitante della comunità riponeva fiducia nel mezzo monetario, e questo avveniva inizialmente per il contenuto aureo o argenteo della moneta: ogni moneta conteneva una data quantità di oro che ne garantiva il valore nello spazio e nel tempo.

Proprio la garanzia di valore nel tempo è la terza funzione della moneta: consente di rinviare il consumo e la spesa ad un’epoca successiva, e quindi sostanzialmente di “risparmiare”. L’agricoltore doveva conservare il ricavo della vendita dei prodotti fino alla stagione della semina successiva, oppure fino a che non avrebbe avuto bisogno di un aratro o una vanga nuovi. Il cacciatore doveva tenere in deposito i denari ricavati vendendo le prede per acquistare un nuovo strumento da caccia al momento del bisogno, e così via.

A ben vedere però, tutto il meccanismo si basava sulla fiducia: chi accettava in pagamento la moneta era sicuro che essa avrebbe mantenuto il suo valore. La garanzia era data dal sovrano, in quanto la legge stessa imponeva di accettare la moneta da lui emessa, attraverso la quale si potevano ovviamente estinguere tutte le obbligazioni nei confronti dello Stato. Il fatto che la moneta avesse un “valore intrinseco” dato dal contenuto di metallo prezioso era del tutto secondario; così come l’obbligo che lo Stato aveva di convertire tutte le monete che dovessero essere presentate in oro secondo il rapporto di legge.

In effetti nessuno chiedeva la conversione, almeno fino al momento in cui lo Stato godeva della fiducia dei cittadini. Così colui che emetteva moneta aveva il sostanzioso privilegio di creare mezzi di pagamento dovendo solo mantenere una quantità di metallo prezioso minima per consentirgli di fronteggiare eventuali, ma sporadiche richieste. Col tempo, si capì che questa facoltà, oltre a rappresentare un formidabile strumento di potere, poteva consentire enormi guadagni dati dalla differenza fra valore nominale della moneta (il valore facciale, ovvero l’importo scritto sulla moneta stessa) e il suo valore intrinseco (ovvero la quantità di oro che doveva essere tenuto immobilizzato). Questo fenomeno era il cosiddetto “signoraggio”, sul quale gli storici hanno molto scritto.

Il passaggio alla circolazione esclusivamente fiduciaria, ovvero l’abolizione dell’obbligo di conversione in oro, fu quindi una logica evoluzione del sistema. Basti ricordare, a tal proposito, l’annuncio dato dal Presidente USA Richard Nixon a Camp David il 15 agosto 1971, col quale si poneva fine alla convertibilità del dollaro in oro. Da quel momento il debito pubblico degli Stati Uniti divenne il mezzo privilegiato di pagamento per gli scambi mondiali, e il Governo USA poteva ampliare il proprio disavanzo semplicemente stampando biglietti verdi, a patto che ci fosse qualcuno che li prendeva.

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Per questo la scritta che faceva bella vista sulle vecchie lire “pagabile a vista al portatore”, nella sostanza già superata, è ora del tutto sparita dalle banconote in Euro, dove è rimasta la sola firma del Governatore della Banca Centrale, quale garante di ultima istanza e depositario della fiducia dei cittadini.

 

L’ABC dell’economia: la moneta

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Riprendiamo dopo qualche settimana la nostra serie sull’ABC dell’economia, parlando di moneta.

Fino ad ora ci siamo soffermati soprattutto sul circuito economico, parlando dei fenomeni che riguardano la produzione e lo scambio di beni e servizi. E’ tempo adesso di guardare “l’altra faccia della luna”: la finanza.

Temuta, odiata, esaltata; virtuale al massimo grado ma anche terribilmente reale; facilitatrice degli scambi e allo stesso tempo killer di aziende e individui: la finanza è tutto e il contrario di tutto.

Il circuito finanziario di un sistema è quello in cui circolano la moneta e i suoi derivati. Rende possibile lo sviluppo dell’economia e l’allocazione delle risorse laddove sono più efficienti, ma nel tempo ha acquisito vita autonoma rispetto ai beni e servizi. Il suo sviluppo, grazie agli algoritmi e all’applicazione della matematica finanziaria, è inarrestabile, decisamente eccessivo se si considera che il volume delle attività finanziarie in circolazione è ormai da tempo un multiplo di quello delle attività reali.

Rispetto alla necessità iniziale di agevolare gli scambi svincolandoli dal baratto, oggi la moneta è diventata un caposaldo del sistema e uno degli strumenti principali di intervento dello Stato. Attraverso il meccanismo dei derivati, ogni fenomeno può innescare una serie di conseguenze finanziarie virtualmente incontrollabili.

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Si pensi al fenomeno, tristemente famoso, dei mutui “subprime”, che ha innescato una delle crisi più devastanti dell’era moderna. Si partiva da un’operazione elementare: l’acquisto della casa attraverso il ricorso ad un mutuo residenziale. Il mutuo veniva poi “cartolarizzato”, ovvero trasformato in un titolo obbligazionario in modo tale che la banca che lo aveva concesso potesse rientrare in possesso della liquidità per fare altri mutui. Questo titolo (lontano parente delle famose “cartelle fondiarie”[1] che sono state abolite nel 1976) produceva interessi che provenivano dal pagamento delle rate dell’acquirente della casa, ma poteva generare a sua volta una serie infinita di nuovi rapporti finanziari: poteva essere venduto ad un altro investitore, trasformato tramite un derivato da tasso variabile a tasso fisso o viceversa, concentrato con altri mutui per formare pacchetti negoziabili di titoli cosiddetti asset backed, ovvero con “garanzia reale” (l’ipoteca sulla casa) sottostante che avrebbe dovuto renderlo sicuro.

 

In tal modo la banca che aveva concesso il mutuo avrebbe potuto recuperare le risorse per concedere altri prestiti ed era portata, pur di far crescere i propri affari, ad accordarli a clienti con grado di affidabilità sempre più basso, ben lontano da quello della clientela “primaria” (da qui il termine subprime, inferiore al livello primario) ed a finanziare percentuali sempre maggiori del bene acquistato, talvolta anche oltre il 100%.

Se un debitore non avesse pagato una rata, naturalmente non sarebbe successo niente, finché il suo caso fosse rimasto isolato e le altre operazioni sarebbero rimaste invece in ammortamento regolare. Ma quando le insolvenze iniziarono a moltiplicarsi, fino ad interessare la maggioranza dei mutuatari, si verificò l’effetto domino in tutto il percorso che il mutuo aveva fatto, travolgendo coloro che vi erano intervenuti.

Il valore di quei titoli originati dal mutuo crollò ed il mercato venne ben presto inondato dalle case che erano state ipotecate, e che all’epoca erano state sopravvalutate. Così la crisi da finanziaria diventò a pieno titolo economica e reale.

Questo era solo un esempio per dimostrare la potenza devastatrice che può avere la finanza quando diventa fuori controllo: ci torneremo, ma intanto partiamo dall’inizio.

Cosa è la moneta e a cosa serve? Nonostante si tratti di un elemento molto comune, che tutti più o meno hanno in tasca, sono due domande alle quali non è facile rispondere. Ci proviamo.

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Vediamo intanto come nasce la moneta e a cosa doveva servire. Le finalità della moneta in origine erano tre:

  • misura del valore dei beni;
  • mezzo di scambio;
  • riserva di valore.

 

La moneta affonda infatti le sue radici nell’attività di scambio di beni e servizi che può essere considerata un’esigenza primaria dell’uomo inserito in un contesto sociale.

In un ambiente isolato ed autarchico infatti, ogni individuo doveva procurarsi direttamente ciò di cui aveva bisogno per sopravvivere: cibo, acqua, ricovero per riscaldarsi e difendersi dai pericoli e dalle intemperie. E così ognuno dei nostri antenati primitivi doveva saper cacciare, coltivare, allevare animali, costruire case o capanne, come pure attrezzi per la caccia e l’agricoltura.

Col tempo, venne naturale rendersi conto che aggregandosi con i suoi simili, molte delle funzioni di sopravvivenza primarie erano facilitate: si cominciarono così a creare le prime specializzazioni. Chi andava a caccia acquisiva abilità e conoscenza del territorio e, se non aveva altre incombenze, poteva farlo meglio di chi magari coltivava la terra o costruiva le case o gli attrezzi. L’evoluzione logica era che il cacciatore vendesse una delle sue prede non destinata al suo consumo in cambio magari dei prodotti del campo, di un attrezzo per la caccia o della costruzione di una casa.

La specializzazione ebbe dunque come immediata conseguenza il sorgere delle tre esigenze che abbiamo indicato sopra e che la moneta avrebbe soddisfatto. Lo vedremo nel prossimo articolo.

 


[1] Secondo l’Enciclopedia Treccani Online, la cartella fondiaria era un Titolo a reddito fisso, a medio o a lungo termine, emesso… dagli istituti di credito fondiario allo scopo di raccogliere capitali da destinare sotto forma di mutuo all’acquisto o al miglioramento delle proprietà rurali o urbane. L’emissione delle c. avveniva parallelamente alla stipula dei mutui fondiari, in modo tale che il totale delle c. emesse risultasse sempre uguale al volume complessivo dei mutui in essere, finanziando così attività a lungo termine con passività di uguale scadenza.

L’ABC dell’economia: le esternalità

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Con il precedente articolo siamo entrati nel mondo del benessere, osservato dal punto di vista dell’equilibrio generale.

Il nostro punto di partenza era di verificare come le attività economiche influiscono sulla nostra qualità della vita. Abbiamo infatti visto che non basta considerare le sole funzioni meramente economiche come produzione, consumo, lavoro, spesa, reddito, e così via: ciò che serve per avere un sistema in equilibrio è anche una distribuzione di risorse che massimizzi il benessere dei cittadini.

Intendiamoci bene sul termine “massimizzare”. Non vuol dire che ciascun soggetto abbia il massimo benessere assoluto per sé: sarebbe bello ma impossibile. Vuol dire invece che in quella data situazione non è possibile avere una distribuzione diversa di risorse senza che il miglioramento per qualcuno sia superiore al peggioramento per gli altri. Ovvero, come si usa dire, siamo al punto in cui l’utilità marginale complessiva è uguale a zero.

Se l’utilità di uno migliora, quella di uno o più altri peggiora: è la cosiddetta situazione di “società a somma zero”.

 

Per capire bene questo passaggio occorre aver presente il concetto di “esternalità”. Come si accennava nel precedente articolo, ogni attività economica provoca conseguenze anche per soggetti esterni a coloro ai quali l’attività è rivolta.

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In altri termini, se pensiamo a uno stabilimento industriale del comparto chimico, ad esempio, è del tutto naturale aspettarsi che l’attività produttiva esercitata abbia effetti per l’imprenditore, per chi ci lavora, per i fornitori, per i clienti, per i concorrenti, per lo Stato che incassa le imposte. Tutti questi soggetti, chi più chi meno, hanno un interesse diretto nell’attività dell’azienda e traggono beneficio (o danno) economico dal lavoro e dal profitto dell’azienda stessa.

Il punto è che quasi inevitabilmente si creeranno effetti, generalmente negativi (le cosiddette esternalità negative,) anche per chi non ha niente a che fare con l’azienda, non ha alcun tipo di ritorno economico dalla sua attività e ne rimane economicamente estraneo. Si pensi a chi abita vicino allo stabilimento e deve sopportare l’inquinamento dell’aria prodotto dai gas di scarico oppure il rumore che la fabbrica genera o ancora eventuali residui liquidi che dovessero essere dispersi nell’ambiente.

Tutti questi disagi, che non hanno una manifestazione finanziaria diretta, incidono tuttavia sul benessere della popolazione, in alcuni casi anche pesantemente.

Il classico caso di esternalità negativa è quello di chi possiede una casa con una bella vista e a un certo punto vede sorgere davanti alle finestre un palazzo che la oscura. Nessuno lo ripaga per questo peggioramento della qualità della sua vita, ma l’effetto sul benessere è tangibile.

Oppure, all’opposto, il caso di chi acquista una casa in una zona mal collegata e a un certo punto l’amministrazione locale fa arrivare la metropolitana e costruisce una stazione vicina: il nostro proprietario non ha pagato niente a quel titolo, ma il valore della sua casa lievita sensibilmente.

In alcuni casi quindi, come nell’ultimo sopra accennato, le esternalità possono essere positive, come quando si realizza un insediamento produttivo in una zona disagiata e scarsamente abitata: molto spesso si crea un effetto indotto che porta in quella zona scuole, negozi, strade, centri commerciali e così via. L’abitante di quella zona che, prima dell’insediamento, doveva mandare i figli a studiare a molti chilometri di distanza e dopo si trova ad avere la scuola sotto casa, certamente beneficia di un netto miglioramento del suo benessere, pur non avendone sostenuto alcun costo diretto.

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Basti pensare al caso del call for application del gigante USA Amazon che, avendo in programma la costruzione di una seconda sede in Nord America, ha chiesto alle amministrazioni locali interessate quali e quanti incentivi sarebbero state disposte a concedere pur di avere il centro nel loro territorio: ne abbiamo parlato diffusamente su questo blog nell’articolo “Il mondo all’incontrario” del 17/10/2017

Si potrebbe continuare all’infinito con altri esempi del genere. E’ evidente che, al crescere della complessità dei rapporti, l’attività economica di un’impresa diviene rilevante per un numero sempre maggiore di persone.

All’inizio, nel caso dell’impresa artigiana, essa riguarda solo il produttore e, tutt’al più, la sua famiglia. Poi, mano a mano che l’azienda cresce, quest’ultima avrà soci ed assumerà dipendenti e ci saranno i rapporti societari e di lavoro. Fino a comprendere il novero di tutti coloro che hanno interessi nell’azienda, i cosiddetti stakeholder, di cui abbiamo parlato spesso in questo blog.

In questa categoria sono compresi i clienti, i fornitori, i finanziatori, la pubblica amministrazione che eroga servizi pubblici e riscuote imposte e tasse, le autorità sanitarie, le municipalità.

Ora abbiamo imparato che il sistema-impresa può coinvolgere, e molto spesso in effetti coinvolge, anche soggetti ad essa completamente esterni, attraverso il sistema delle esternalità.

 

La scienza economica, in questo caso, dice che chi determina una esternalità dovrebbe pagare coloro che la subiscono e chi ne beneficia dovrebbe riconoscere il beneficio economico a chi la produce. Tutto questo è naturalmente molto teorico ed è ben difficile determinare un “prezzo” equo per l’esternalità: alla fine in effetti tutto questo è molto spesso materia per i tribunali e gli avvocati. In America e nel Regno Unito, dove queste teorie sono nate, molto spesso le rivendicazioni prendono la forma di class action, ovvero azioni collettive promosse da intere categorie di persone.

Quello che qui interessa sottolineare è che l’equilibrio generale deve tenere in debita considerazione anche il benessere dei cittadini e non solo i loro rapporti strettamente economici.

Alla fine l’economia è per l’uomo e non l’uomo per l’economia.

 

L’ABC dell’economia: economia del benessere

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Abbiamo interrotto la nostra miniserie sui fondamentali dell’economia parlando di equilibrio, un concetto centrale nella teoria economica. Anche se, concludevamo, non sempre vero in assoluto: molto meglio considerare l’equilibrio dei mercati e del sistema come una situazione da libri di testo, utile come punto di riferimento tendenziale ma non sempre vera in assoluto.

Proviamo allora a estendere la nozione di equilibrio fino a comprendere anche la parte della cosiddetta “economia del benessere”. Gli individui non sono solo produttori, consumatori, risparmiatori, investitori ma anche, appunto, persone. E come tali hanno il diritto (secondo la Costituzione degli Stati Uniti, ma anche secondo la ragionevolezza) di perseguire la loro felicità.

“La felicità è una punizione degli dei” dicevano gli antichi Greci e in effetti è una parola talmente assoluta che può disorientare. Meglio, allora, parlare di benessere e parlarne nei consueti termini economici, forse meno romantici e suggestivi ma certo per noi più rassicuranti.

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La nota citazione kennedyana secondo la quale “il PIL misura tutto fuorché la felicità” è parzialmente inesatta, almeno se ci limitiamo al concetto del benessere. La teoria economica ha infatti da tempo elaborato diverse tecniche per misurarne utilità e spiegare il comportamento economico finalizzato al raggiungimento e al mantenimento del benessere.

Proviamo quindi ad avventurarci in questo terreno piuttosto sconnesso, cercando di evitare i passaggi più impervi da un punto di visa tecnico, per giungere direttamente alle conclusioni. I lettori più versati nella scienza economica perdoneranno il metodo approssimativo e l’inevitabile semplificazione.

Il termine “economia del benessere” era il titolo del più celebre lavoro dell’economista inglese Arthur Cecil Pigou nel 1920 ed ebbe un tale successo da connotare, nei decenni a seguire e fino ad oggi, un complesso di fenomeni ed obiettivi che costituiscono spesso veri e propri programmi di economia politica da parte degli Stati sovrani più progrediti.

 

Il punto da cui partire è quello dell’equilibrio generale, inteso nel senso della migliore e più efficiente allocazione delle risorse disponibili in un determinato sistema. Abbiamo già visto nei precedenti articoli che, in un mercato concorrenziale perfetto, le risorse si distribuiscono in modo tale da realizzare – attraverso il sistema dei prezzi sui diversi mercati – la combinazione più efficiente fra i vari soggetti.

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Se facciamo un passo avanti e pensiamo anche al benessere, possiamo immaginare una situazione di distribuzione di risorse e ricchezza tale che siano massimizzate non solo le funzioni economiche (produzione, consumo, investimento, etc.) ma anche il benessere dei cittadini.

Si tratta del cosiddetto “ottimo paretiano”, dal nome dell’economista e sociologo italiano Wilfredo Pareto che lo teorizzò fra il XIX e il XX secolo. In questa situazione, del tutto teorica, qualunque spostamento di risorse da un soggetto all’altro determina un vantaggio per alcuni ma uno svantaggio anche maggiore per altri. Parliamo naturalmente di svantaggio in termini puramente economici e misurabili, ma comprendente anche il concetto di “utilità” che determina il benessere in senso collettivo.

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Il passaggio chiave per capire questa nozione è la marginalità, un termine con cui economisti e matematici hanno molta familiarità. Essa si fonda sul concetto di utilità marginale, ovvero la soddisfazione e il benessere – supposto misurabile ovviamente – che derivano da un’unità addizionale di risorsa, un dollaro, un euro, una casa, un chilo di pane e così via.

Partendo da una situazione di “ottimo paretiano”, quel dollaro in più che una diversa distribuzione di risorse nel mio sistema dovesse portare nelle mie tasche comporterà, in un’altra parte dello stesso sistema, una diminuzione di benessere o utilità superiore al miglioramento che ne posso trarre io. Se si guarda quindi all’interesse generale, molto meglio restare dove eravamo.

I nostri teorici del benessere affermano che le forze intrinseche del sistema tenderanno, magicamente, a riproporre una nuova situazione di equilibrio, certamente diversa dalla precedente ma tale – ugualmente – da massimizzare l’utilità per tutti.

Non ci interessa sapere se Pigou e i suoi avessero ragione o se invece sia necessario un intervento equilibratore da parte dello Stato: quello che vogliamo dire è che anche l’arida economia si deve preoccupare del benessere dei cittadini e non solo della loro capacità di produrre e consumare.

Pensiamo a tutta la tematica ambientale e dell’inquinamento. Un vero e reale equilibrio non può prescindere dal considerare anche le condizioni di vivibilità del nostro habitat. Se tutti fossero liberi di inquinare, i profitti monetari a livello generale e le risorse prodotte certamente aumenterebbero, ma il benessere ne risulterebbe compromesso.

La semplice teoria economica quantitativa ci dice che le risorse devono essere concentrate nelle mani di chi le può far moltiplicare. Tuttavia se nel far questo si producono dei danni ad altri e se ne provoca una riduzione del benessere, meglio produrre meno ma garantire una qualità della vita generale maggiore.

 

Nel prossimo articolo parleremo di un altro concetto essenziale per il benessere collettivo: quello di “esternalità”. Ogni attività economica produce infatti effetti non solo per chi la realizza o ne è interessato direttamente, ma anche talvolta a chi ne è totalmente estraneo, proprio come nel caso dell’inquinamento.

 

 

 

 

 

 

L’ABC dell’economia: equilibrio

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Se esistesse una lista di parole magiche per l’economia, certamente la parola “equilibrio” ne farebbe parte. Ricordo che con i miei colleghi studenti ridevamo di un nostro professore di macroeconomia all’Università che chiudeva le dimostrazioni con una frase – con spiccato accento romanesco – del tipo: “… a questo punto il sistema sta in equilibrio, le aspettative si verificano, ‘a ggente è soddisfatta e tutto va bene.”

In effetti tutta la teoria economica, sia a livello macro che aziendale, è basata su funzioni di natura comportamentale di domanda e offerta che a un certo punto si incontrano e definiscono i valori rilevanti di mercato (prezzi, tassi, occupazione, salari, addirittura il benessere…).

Le funzioni, a loro volta, sono il risultato dell’osservazione empirica e statistica di due fenomeni dei quali emerge il collegamento, come in molti dei casi che abbiamo visto: reddito e consumo, risparmio e investimento, reddito e importazioni, e così via.

Si dice ad esempio che il consumo è funzione del reddito, volendo significare che la spesa per beni di consumo varia a seconda del variare del reddito: aumenta al suo aumentare e diminuisce al suo diminuire; ma l’aumento è a ritmo decrescente, ovvero molto accentuato per livelli bassi di reddito e via via meno deciso a livelli più alti.

In termini matematici, gli economisti esprimono il concetto con la seguente espressione:

C = f(Y)

Una volta identificato il tipo di collegamento fra le due grandezze, dato un certo livello di reddito, è facile trovare il corrispondente livello del consumo.

La funzione è ottenuta come interpolazione (ovvero congiunzione) di tutte le coppie di reddito e consumo rilevate dalla statistica.

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Non è difficile trovare anche la spiegazione comportamentale al fenomeno registrato: quanto più elevato è il reddito, tanto maggiore sarà la spesa per consumi.

Quello che non convince, in questo mondo di perfette corrispondenze statistiche e matematiche, è in primo luogo il fattore tempo, e in secondo luogo la corretta interpretazione del rapporto causa-effetto.

Nel primo caso, infatti, non è chiaro in quanto tempo la correlazione si manifesta: ammesso pure che a un aumento di reddito corrisponda un aumento di consumo, non è affatto indifferente sapere se tale fenomeno si manifesta dopo un giorno, un mese, un anno o dieci anni.

Se il mio stipendio aumenta di 100 Euro al mese, è ragionevole supporre che anche la mia spesa per consumi aumenti, mettiamo di 50 Euro. Ma in alcuni casi questo può avvenire contestualmente, in altri qualche giorno dopo l’accredito del nuovo stipendio, in altri ancora solo mesi più tardi. Oppure, addirittura, anche prima di percepire il nuovo livello di stipendio: non appena l’azienda lo comunica, e nei casi estremi non appena sentono parlare di aumenti, alcuni corrono subito a spendere.

In secondo luogo non è chiaro quale sia la causa e quale l’effetto: è il mio nuovo reddito che produce una maggiore spesa per consumi, oppure è la decisione di consumare di più che fa aumentare il reddito, magari di coloro che lavorano in quelle aziende che producono i beni che io vado a comprare?

Inoltre, in economia, assumiamo sempre che i soggetti (e i mercati) si comportino in maniera razionale, ma sappiamo bene che spesso ciò non avviene. E questo forse è anche il bello della vita.

Da tutto ciò consegue che, seppure a un certo punto si determina una situazione di equilibrio, questa sia tutt’altro che stabile, o magari sia solo il frutto di errate valutazioni che alla fine si compensano.

Il consiglio è quindi di prendere sempre con le molle le certezze degli economisti, e talvolta di praticare un sano scetticismo. Di certo non possiamo aspettarci che anche se in equilibrio, una situazione possa durare in eterno, o che a determinati eventi le reazioni che si verificano siano sempre quelle coerenti con le funzioni matematiche.

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In un mondo come quello attuale, interconnesso e in continua evoluzione, basta poco per vedere grandi sconvolgimenti,reazioni inattese o inspiegabili, addirittura “cigni neri”[1]

Quante volte abbiamo scommesso su un titolo perché il suo prezzo è molto sceso sul mercato ed è da tempo sotto il suo livello “normale” o “atteso” o “di equilibrio”, e il titolo continua invece a scendere? Esattamente come quando giochiamo al lotto un numero che non esce da molti turni. La statistica, la logica e l’esperienza ci dicono che quel titolo salirà o che quel numero uscirà, e prima o poi magari succede davvero.

Ma talvolta dovrà passare molta acqua sotto i ponti, o addirittura scopriremo di avere davanti un bel cigno nero. In ogni caso il rischio di farsi male ci sarà sempre.

Molto meglio considerare l’equilibrio dei mercati e del sistema come una situazione da libri di testo, utile come punto di riferimento tendenziale ma non sempre vera in assoluto.


[1] “Il cigno nero” è il titolo di un saggio di grande successo di Nassim Nicholas Taleb, uscito nel 2007, nel quale viene teorizzata e analizzata l’esistenza e l’incombenza degli eventi improbabili, se non ritenuti impossibili, nella vita reale.

L’ABC dell’economia: investire o non investire?


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Se sviluppo vuol dire aumento del reddito e se il reddito è dato dalla somma della spesa per consumi, degli investimenti e della spesa pubblica, cosa deve fare un buon governante per far crescere il suo Paese?

Questo è il punto centrale della politica economica.

In più bisogna tener conto che tendenzialmente la spesa pubblica non può crescere, altrimenti il bilancio dello Stato andrebbe a peggiorare ancora, salvo prevedere un contestuale aumento delle imposte con i prevedibili effetti restrittivi che esso comporta. I consumi, infatti, crescono solo se cresce il reddito e questo ci ricorda un po’ il gatto che si morde la coda.

Va a finire che l’unico strumento concretamente attivabile per il nostro ipotetico governante passa attraverso lo stimolo degli investimenti. Abbiamo visto che far crescere gli investimenti è una funzione importante, oltre che a livello economico anche dal punto di vista sociale, in quanto consente l’aumento e il miglioramento quantitativo e qualitativo della dotazione di capitale del sistema paese e soprattutto l’aumento dell’occupazione e del reddito.

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Come fare dunque per incentivare l’investimento? Una prima serie di misure è di natura socio-politica e riguarda la creazione di un ambiente favorevole ad attrarre nuovi investimenti: regime fiscale favorevole, sistema giudiziario equo e celere, burocrazia efficiente e non costosa e così via.

Gli economisti però fanno dipendere il livello degli investimenti anche dal tasso di interesse, con correlazione inversa, nel senso che quanto più diminuisce il tasso di interesse tanto più aumentano gli investimenti e viceversa.

In questo caso, quindi, se l’obiettivo è quello di favorire lo sviluppo, si tratta di far diminuire il tasso di interesse. Detta così, sembra facile.

In realtà bisogna considerare che il tasso non è un dato che si può determinare per decreto, ma è un prezzo che si forma sul mercato, per effetto della domanda e dell’offerta dei mercati finanziari, più o meno uno per ogni segmento di scadenza. Generalmente, però, attraverso strumenti di politica monetaria ormai sofisticati, è relativamente facile manovrare i tassi per le autorità monetarie. Piuttosto, occorrerà un certo lasso di tempo perché questo accada.

Il primo problema è che le politiche espansive, in quanto sostengono l’offerta di credito e moneta per farne diminuire il prezzo, hanno l’effetto collaterale di creare inflazione.

Ma soprattutto, non è detto che ogni riduzione dei tassi comporti sempre automaticamente l’aumento del reddito. Altrimenti, sistemi produttivi come quello giapponese, dove ormai da tempo i tassi sono negativi, dovrebbero crescere continuamente e invece si trovano ormai da tempo in crisi.

In effetti, esiste un livello minimo dei tassi di interesse al di sotto del quale il reddito, o la produzione, non aumentano. Per quanta moneta le autorità riversino sul sistema, gli investimenti non decollano: si tratta della cosiddetta “trappola della liquidità”. La liquidità che si crea nel sistema con le politiche monetarie espansive, ovvero l’ampia disponibilità di risorse finanziarie, non ha più l’effetto di favorire lo sviluppo. Come dicono gli economisti in questo caso: “il cavallo non beve”.

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Il motivo per cui si determina questa situazione è intuitivo: non esiste una convenienza infinita a espandere la produzione, ma ci sono comunque dei vincoli tecnici per cui un’azienda, oltre determinati livelli, non ha più convenienza ad investire, neanche se i mezzi necessari per l’investimento fossero gratis.

Senza entrare in spiegazioni troppo tecniche, basta dire che un’azienda investe fino al punto in cui il reddito addizionale che realizza è almeno pari a zero, ovvero fino al punto in cui la spesa per l’investimento è compensata da un uguale ammontare di profitto. Ma è evidente che, aumentando le quantità prodotte e riversate sul mercato, il livello dei prezzi tenderà a diminuire e se questa riduzione non è compensata da un aumento della produttività, arriverà un momento in cui più si produce e più si perde.

La produttività infatti è un rapporto di natura tecnica che non può tendere all’infinito: aumenta al diminuire del costo unitario del prodotto, ma questo non potrà mai arrivare a zero. Produrre avrà sempre un certo costo e, quando il ricavo addizionale che si ottiene in virtù di prezzi calanti è inferiore al costo minimo, nessuna azienda razionale continuerà ad espandere la produzione, neanche se il costo dell’investimento fosse uguale a zero.

Come si vede, è quindi sempre l’economia reale, quella dei beni e dei servizi, che ha l’ultima parola sulle condizioni di vita di un Paese; la finanza, quella del denaro e derivati, non crea valore e ricchezza reali, ma spesso solo illusioni. Prima o poi le bolle finanziarie scoppiano e prima o poi le politiche monetarie mostrano i loro limiti: o perché ci si trova in trappola della liquidità, oppure perché si crea solo inflazione e non sviluppo vero.

Si capisce allora quanto possa essere complicato far crescere un sistema quando le politiche monetarie non risultano più efficaci. L’unico mezzo disponibile è in questo caso la politica economica, ovvero la leva fiscale e quella del bilancio pubblico.

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Questo spiega come sia stato lungo e difficile uscire dalla crisi mondiale iniziata nel 2007 col fallimento di Lehman Brothers. I bilanci pubblici sono generalmente vincolati e non possono consentire aumento dei disavanzi, per cui la spesa pubblica non può essere spinta più di tanto. Per lo stesso motivo, è sempre molto difficile poter ridurre le imposte per favorire produzione e reddito: nonostante che tutte le forze politiche inseriscano la riduzione delle tasse nei loro programmi elettorali, nessuno riesce poi in concreto ad alleggerire l’onere tributario.

Alla fine, è solo il mercato che riporta equilibrio nel sistema e crisi importanti come quella recente vengono superate, ma lasciando dietro di sé morti e feriti: aziende che chiudono e lavoratori che perdono l’impiego.

 

 

L’ABC dell’economia: il tasso in trappola

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Il tasso finito in trappola non è quello che dimorava sotto la famosa quercia del Gianicolo, descritto nella divertente pièce di Achille Campanile “La quercia del Tasso”.

Quello di cui parliamo è invece un animaletto molto vivace e dinamico che occupa un posto centrale nella teoria economica, anche se ultimamente, come vedremo, la sua capacità di muovere investimenti e reddito è molto diminuita, per non dire azzerata, tanto da parlare, appunto, di “trappola della liquidità”.

Ma partiamo dall’inizio.

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Il tasso, o saggio, di interesse, è la percentuale che misura il rendimento (o il costo, a seconda dei casi) di un certo importo impiegato nell’arco di tempo di un anno. Se ad esempio investiamo 1.000 Euro in un titolo al 5%, significa che dopo un anno quel titolo avrà reso 50 Euro di interesse. Se l’investimento dura sei mesi, l’interesse sarà di 25 Euro; se dura due anni sarà di 100 Euro. Sembra facile.

In realtà le cose sono un po’ più complicate.

Intanto bisogna vedere quali sono le modalità di calcolo: naturale che l’interesse dipenda dal tempo, ma come si computa il tempo per frazioni o multipli dell’anno?

Partiamo dalla formula generale che è la seguente:

Interesse (I) = (Capitale (K) x Tasso (i) x Giorni) / 365

 

Se ad esempio manteniamo l’investimento per 3 mesi e mezzo, supponiamo dal 1° di Gennaio al 15 di Aprile, abbiamo:

Interesse (I) = (1000 x 0,05 x 105) / 365 = 14,38

Dove il tasso viene espresso in termini unitari (ovvero quello percentuale diviso 100: 5 / 100 = 0,05).

Nella pratica commerciale però, i mesi vengono convenzionalmente fatti pari a 30 giorni e l’anno a 360. Quindi, sempre nel nostro caso, avremo un interesse di 14,58 Euro, ovvero di 20 centesimi maggiore.

Che sembrano pochi, ma rapportati a cifre milionarie diventano importanti, così come può essere consistente la differenza fra i mesi convenzionali di 30 giorni e quelli reali dei giorni effettivi.

Ben più rilevante, anche concettualmente, è l’altro caso, quello dei multipli dell’anno. In questo caso, la questione che si pone è quella dell’interesse composto.

Torniamo al caso precedente. Il nostro titolo da 1.000 € ha generato in un anno 50 Euro di Interesse. Se accumuliamo l’interesse sul capitale a suo tempo investito (operazione in gergo definita “capitalizzazione” dell’interesse), partiremo l’anno successivo con 1.050 Euro, che a loro volta, al 5%, produrranno 52,50 Euro. Se invece la prima cedola non è a sua volta produttiva di interessi, l’anno dopo continueremo a incassare i soliti 50 Euro.

Come si vede, la differenza fra interesse semplice e interesse composto può diventare molto consistente, se la proiettiamo in più anni, o meglio più periodi di interesse, che possono anche essere di diversa durata, ad esempio trimestrali o semestrali.

Altro aspetto rilevante è il tipo di tasso: fisso o variabile. Di questo abbiamo parlato più volte nei nostri articoli. Il tasso fisso rimane sempre lo stesso per tutta la durata dell’investimento; mentre quello variabile, come dice la parola stessa, si modifica in funzione dell’andamento di un certo parametro.

Normalmente, come sa bene chiunque abbia contratto un mutuo, il tasso variabile viene costruito indicando un parametro, in genere un tasso interbancario (ad esempio Libor[1]) riferito ad una certa durata (in genere 3 o 6 mesi), al quale viene aggiunto uno spread, ovvero un importo fisso.

Poiché il parametro è una grandezza “ufficiale”, e quindi rilevabile come dato pubblico dalla stampa o dai siti Internet accreditati, è facile calcolare volta per volta il tasso che andremo a pagare (se abbiamo chiesto un mutuo) o a ricevere (se invece si tratta di un impiego di denaro) nel periodo di interesse successivo.

Con un esempio il meccanismo risulterà più chiaro, anche se nell’attualità i tassi base sull’Euro, almeno per le scadenze brevi, sono negativi, e questo complica le cose, almeno concettualmente.

Supponiamo che il contratto preveda un interesse semestrale pari al tasso “Libor” a 6 mesi rilevato nel mese precedente la scadenza del periodo, maggiorato di uno spread del 3 per cento su base d’anno.

In primo luogo, occorre specificare che ogni scadenza rappresenta un preciso segmento di mercato: 3 mesi, 6 mesi, 1 anno, 5, 10, 15 anni. Sulla stampa specializzata è facile trovare, per ogni tipo di tasso, il valore rilevato in quel giorno alle diverse scadenze.

Ad esempio, se nel giorno previsto dal contratto il tasso ufficiale rilevato (Libor 6 mesi) fosse -0,35, per il semestre successivo avremo (-0,35+3=) 2,65% su base d’anno, ovvero – su 1000 Euro di capitale – 13,25 di interessi.

In un periodo di tassi crescenti, il parametro base, in caso il Libro 6 mesi, crescerà da una rilevazione all’altra e gli interessi aumenteranno; invece in un periodo di tassi in calo gli interessi diminuiranno. Viceversa, se il tasso è fisso, l’interesse resterà sempre lo stesso per tutta la durata dell’operazione.

Questi pochi ed elementari concetti di contabilità possono risultare un po’ fastidiosi ed anche pedanti, ma sono indispensabili per capire come funziona e si muove questo grazioso animaletto, per molti anni ritenuto responsabile (non l’unico, ma uno dei più importanti) dell’andamento della spesa per investimenti, e quindi del reddito.

 

Spostando il focus della nostra attenzione dalla computistica all’economia, esamineremo nel prossimo articolo la natura del rapporto in virtù del quale quando i tassi diminuiscono, la domanda di investimenti di un sistema aumenta, e quindi cresce il reddito complessivo.

 

Per questo si diceva (e si dice) che ogni manovra di politica monetaria che porta a ridurre i tassi è “espansiva”. Purtroppo però esiste una situazione particolare, dovuta alla abbondante liquidità presente nel sistema, in cui il reddito diventa insensibile al tasso di interesse. E’ la cosiddetta “trappola della liquidità”, nella quale ci troviamo di questi tempi. Nonostante i tassi negativi, investimenti e reddito non crescono qualunque manovra espansiva venga attuata.

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Eclatante il caso del Giappone, dove i tassi sono da anni negativi e il paese resta attanagliato in una crisi economica strutturale che sembra inscalfibile.

Potrà il nostro tasso uscire dalla trappola e tornare a lavorare per lo sviluppo? Lo scopriremo vivendo.

 


[1] Acronimo di London inter-banking offer rate, ovvero “tasso di offerta sul mercato interbancario di Londra”. I tassi sono prezzati in due misure: domanda e offerta (bid e offer) a seconda che sia il tasso da pagare sui fondi ricevuti o quello da ricevere sui fondi offerti

L’A B C dell’economia: risparmiare e investire

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Dopo una breve parentesi dedicata ai mercati azionari e alla volatilità con la quale dovremo imparare a convivere, proseguiamo il nostro viaggio fra i fondamentali dell’economia.

Parlando delle funzioni di base, abbiamo cantato le lodi del risparmio, virtù dal sapore antico che ci ricorda la prudenza della formica contro le tentazioni consumistiche della cicala. Rinunciare a godersi oggi una parte di reddito per essere in grado di fronteggiare bisogni futuri è senz’altro una buona norma di vita.

Una volta si usava regalare ai bambini il primo salvadanaio, invitandoli a rinunciare a qualcosa per infilarci una monetina appena possibile. Avrebbero presto imparato che al bisogno si poteva rompere il salvadanaio e ritrovare il frutto delle loro rinunce: un piccolo sacrificio immediato per una soddisfazione più grande in futuro.

 

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Tuttavia talvolta succedeva che gli anni passavano e, quando il bimbo diventava grande, si rendeva conto che la somma messa da parte negli anni era ben poca cosa rispetto alle piccole rinunce quotidiane che gli era toccato sopportare.

Ma intanto aveva imparato il senso della rinuncia, la capacità di reprimere le voglie e quindi, tutto sommato, la moderazione. Da noi il risparmio è sempre stato molto importante e la quota di reddito che ad esso veniva (e tuttora viene) destinata è sempre stata relativamente grande.

In altri sistemi economici non è così: al contrario viene invece favorito il consumo, la spesa, finanche il debito. In tal modo così si forniscono risorse al sistema produttivo e si favorisce produzione e reddito, che a loro volta alimentano altra domanda ed innescano il circolo virtuoso della crescita.

Il risparmio da noi è talmente importante da essere l’unica funzione economica degna di menzione e tutela costituzionale, eredità di un mondo antico gravato da povertà e ristrettezza.

Allora dove sta la verità: risparmiare è bello oppure serve solo a sottrarre risorse a produzione e sviluppo? Si potrebbe addirittura dire, estremizzando in senso provocatorio, che il risparmio è un atto egoista perché alla fine si risolve nel tenere per sé il denaro ed impedisce di “far lavorare” risorse finanziarie che potrebbero invece essere il volano del sistema.

Di provocazione, appunto, si tratta.

Infatti, come abbiamo visto in un precedente articolo, risparmio e investimento sono due facce della stessa medaglia tanto che a livello macroeconomico le due grandezze si uguagliano in ogni momento.

 

In un sistema che funziona, infatti, ogni euro risparmiato viene dirottato verso il sistema produttivo per finanziare gli investimenti. La domanda per beni di investimento è il fondamento della crescita dal lato delle imprese. Un sistema produttivo che funziona non può fare a meno di investire, sia per la fisiologica sostituzione di impianti e attrezzature che con l’uso si deteriorano – e che anche per il solo trascorrere del tempo diventano obsoleti-, sia per realizzare nuovi processi e nuovi prodotti.

L’impresa è un organismo dinamico che vive e prospera in quanto cresce e si evolve: chi si ferma è perduto. Crescere vuol dire aumentare le quantità di beni prodotti e di servizi prestati, oppure – a parità di fatturato – aumentare la produttività riducendo le risorse impiegate, e quindi i costi.

Il solo fatto di aumentare il volume di attività richiede il finanziamento del capitale circolante e già questa è una forma di impiego del risparmio. Quando un’impresa aumenta il fatturato, anche il suo magazzino di materie prime e prodotti finiti dovrà crescere in proporzione e così i crediti e la liquidità. Tipicamente è la banca che finanzia il circolante, anticipando – rispetto alla vendita dei prodotti – i flussi in entrata necessari a pagare materie prime, personale, servizi.

Il ciclo produttivo è infatti caratterizzato da un disallineamento fra circuito economico e circuito finanziario. A tal proposito i lettori ricorderanno che il circuito economico è quello dei beni e servizi, mentre il circuito finanziario quello del denaro e simili.

Produrre vuol dire trasformare le materie prime, attraverso il ciclo di lavorazione, per ottenere prodotti finiti. Ma le materie prime, come pure il lavoro, si pagano prima che il prodotto sia venduto e a maggior ragione prima che il relativo ricavo sia incassato o accreditato in conto.

La banca anticipa quindi all’impresa il denaro necessario a remunerare i propri fattori produttivi e, quando arriva il flusso di denaro della vendita, il finanziamento viene estinto. La stessa azienda di credito, a sua volta, utilizza il risparmio dei depositanti – e qui torniamo al nostro discorso – per prestarlo alle imprese. Possiamo rappresentare i due circuiti (economico e finanziario) nel seguente schema:

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Il circuito rosso è quello dei beni e servizi: l’impresa riceve da clienti e fornitori lavoro, materie prime e servizi e cede ai clienti i prodotti finiti. Il circuito azzurro è quello finanziario, in cui entra anche la banca: la banca riceve dai depositanti il risparmio e paga gli interessi e eroga credito alle imprese ricevendo interessi; infine riceve dalle stesse il rimborso dei finanziamenti; l’impresa paga a dipendenti i salari e ai fornitori il prezzo dei materiali e riceve dai clienti il ricavo della vendita.

Questo è il ciclo, ovviamente semplificato, del cosiddetto “credito a breve”, ovvero del finanziamento della gestione corrente.

Ma le imprese, come si diceva, devono anche investire sulla sostituzione, rinnovo e miglioramento di impianti e attrezzature e, soprattutto, in nuovi processi e nuovi prodotti a seconda delle esigenze del mercato.

Quando i bisogni dei consumatori cambiano, anche l’impresa più efficiente può andare fuori mercato se non riesce a fornire ai clienti ciò di cui essi hanno bisogno.

Un’azienda che produceva calcolatrici elettromeccaniche e macchine per scrivere, con l’avvento dei computer non ha più senso di esistere: se il mercato vuole hardware, processori e software, produrre bellissime macchine da scrivere come la “Lettera 23” o addizionatrici “Divisumma” può servire magari a rifornire i musei del design e della tecnologia ma non a fare affari. O l’impresa riesce a trasformarsi o esce dal mercato: è quello che in Italia è successo alla Olivetti, una delle realtà industriali di assoluta eccellenza del secolo scorso.

Dunque l’azienda deve investire per non morire: nuovi prodotti, ma anche nuovi processi. E questo vuol dire acquistare nuovi impianti, nuovi macchinari, nuovi sistemi informatrici, assumere tecnici qualificati, spendere in pubblicità e promozione.

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Non si tratta più di coprire il fabbisogno per la gestione corrente, ma di ricercare finanziamenti a medio e lungo termine per coprire gli investimenti.

In tal modo, mettendo in circolazione le risorse generate dal risparmio, l’azienda sarà in grado di soddisfare meglio i bisogni dei propri clienti, di produrre di più e/o diversificare l’offerta, di svolgere il proprio ruolo con maggiore efficacia. E ne risulterà beneficiato l’intero sistema paese, perché ci saranno maggiori redditi da spendere o risparmiare per i lavoratori, per i fornitori di beni e servizi, per la pubblica amministrazione che vedrà aumentare il suo gettito fiscale.

Risparmio e investimento sono quindi entrambi motori di sviluppo, come lo è il reddito. Una politica economica che voglia far crescere il sistema dovrà quindi favorire la formazione del risparmio e agevolare la sua canalizzazione verso gli investimenti produttivi. Lo strumento tradizionale per realizzare questo obiettivo è un prezioso animaletto che abbiamo più volte incontrato nei nostri articoli: il tasso (di interesse).

Lo vedremo nella prossima puntata.