False evidenze, bugie e pregiudizi: un contributo di Filippo Miraglia

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La mini-serie sull’immigrazione prosegue questa settimana con il contributo di un dirigente nazionale dell’Arci, una delle organizzazioni che più si sono impegnate nell’attività di accoglienza per i migranti, cercando di compensare la cronica insufficienza dell’intervento delle autorità statali e comunitarie, tanto da configurare una vera e propria situazione di sostituzione, anziché – come dovrebbe essere – di sussidiarietà. 

La vicenda umana e professionale di Miraglia è tutta incentrata sull’antirazzismo e al servizio dei diritti delle minoranze e dei disperati che arrivano nel nostro paese, per i quali col nuovo governo sarà anche “finita la pacchia”, ma che certo grandi motivi di soddisfazione non devono aver avuto neanche in passato.

Si tratta di un’impostazione ideale da puro “civil servant”, che parte da premesse diverse da quelle solidaristiche religiose ma arriva alle stesse conclusioni di impegno per la costruzione di un mondo migliore, inclusivo e aperto.

Il contributo di Miraglia ci accompagnerà per questa settimana e la prossima e rappresenta un punto di vista originale e pregnante che, insieme a quanto pubblicato con gli altri interventi, può contribuire a fornirci un quadro il più possibile completo su quello che, a tutti gli effetti, è il fenomeno più rilevante della nostra civiltà di oggi.

Buona lettura, dunque!

 


 

 

Il dibattito pubblico sull’immigrazione da anni è terreno di battaglia politica per la conquista del consenso e non solo con l’approssimarsi di appuntamenti elettorali.

Questa forte politicizzazione ha fatto sì che, progressivamente, si siano consolidate quelle che potremmo chiamare “false evidenze”, cioè verità presunte, non supportate da dati reali, che tanti, quasi tutti, danno per scontate e che non necessitano di alcuna dimostrazione.

La legislazione sull’immigrazione è stata ed è oggetto, oramai da più di vent’anni, di continui interventi che rendono instabile la condizione giuridica dello straniero (con un ruolo sempre più discrezionale della pubblica amministrazione) e che, soprattutto, si caratterizzano per una crescente riduzione dei diritti degli stranieri. Un riformismo dal segno meno, che alimenta l’idea che negare diritti agli stranieri contribuisca a migliorare la condizione degli italiani.

Gli esempi, più recenti sono la legge Orlando Minniti, del precedente governo di centro sinistra, che per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana ha cancellato alcune importanti garanzie giurisdizionali per una sola categoria di persone, i richiedenti asilo, e la Salvini più recente, che – tra le altre cose – ha cancellato il titolo di soggiorno per ragioni umanitarie.

Tra le false evidenze la più usata è quella che fa riferimento all’arrivo in Italia e in Europa di un numero enorme, intollerabile, di persone che chiedono asilo.

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Negli ultimi anni, non certo a causa delle cosiddette primavere arabe (2011), ma soprattutto a causa di guerre, conflitti interni, persecuzioni e violenze diffuse, il numero di persone costrette a lasciare le loro case è aumentato in maniera esponenziale.

Nel 2018, i dati ancora non sono disponibili, se il trend degli ultimi anni è confermato, arriveremo certamente a un numero vicino ai 70 milioni di uomini e donne in cerca di protezione.

Se 70 milioni sono l’1% della popolazione mondiale, l’UE, anche senza considerare le enormi diseguaglianze economiche e quindi anche le disparità in merito alla capacità di spesa tra i Paesi occidentali e, ad esempio, quelli dell’Africa e del Medio Oriente, l’UE, con i suoi 500 milioni di abitanti, 7% circa della popolazione del Pianeta, dovrebbe dare accoglienza al 7% di questi 70 milioni, ossia a circa 5 milioni di profughi.

Nell’UE il numero di 5 milioni è stato leggermente superato in 10 anni, cioè negli anni che vanno dal 2008 al 2017. Quindi al momento l’UE non corrisponde neanche al 10% della risposta di accoglienza che spetterebbe sulla base della sua popolazione, se calcoliamo la media degli accolti ogni anno negli ultimi 10 anni.

Molto di più di noi fanno Paesi poverissimi e piccolissimi come il Libano e la Giordania, per non parlare del Kenia e della Turchia.

Eppure ovunque, anche in interventi che sembrano orientati a favore dei diritti degli stranieri, leggiamo parole e concetti che danno per scontato che il flusso di persone arrivato in Europa e in Italia negli ultimi anni sia enormemente superiore a quel che possiamo sopportare.

Se poi si considera il nostro Paese, che rappresenta il 12% della popolazione UE (60 milioni su 500), dei 5 milioni circa di persone che spetterebbero all’UE ogni anno, l’Italia dovrebbe accoglierne ameno 600 mila (12% di 5 milioni).

Siamo molto lontani da questi numeri e l’Italia, nel decennio 2008 – 2017, ha accolto circa 540 mila persone. In dieci anni, non in un solo anno, come dovrebbe spettarci se ci fosse un’equa ripartizione a livello mondiale.

Per riportare alle sue giuste dimensioni il nostro ruolo e il fenomeno degli arrivi di stranieri in Italia, si potrebbe paragonare il numero di richiedenti asilo accolti dall’Italia in 10 anni, 540 mila circa, con i 650 mila stranieri regolarizzati in un solo giorno nel 2002 dal governo Berlusconi, a seguito dell’entrata in vigore della nota legge Bossi Fini: in un giorno più persone irregolari regolarizzate che quanti richiedenti asilo sono stati accolti in 10 anni!

Nel prossimo articolo esamineremo più nel dettaglio i meccanismi e l’organizzazione dell’accoglienza.

Filippo Miraglia (*)

 

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(*) Filippo Miraglia, 54 anni, vive in provincia di Rimini con la moglie Monia e tre figli maschi. Laureato in fisica, ha insegnato per oltre un decennio nelle scuole secondarie superiori. Nel 1993 inizia il suo impegno nell’Arci a Pistoia, dopo alcuni anni di militanza nell’associazione Nero e non solo, che in quell’anno confluisce nell’Arci. In Nero e non solo inizia a occuparsi della difesa dei diritti dei migranti, impegno che proseguirà nell’Arci, diventando nel 2004 responsabile nazionale immigrazione dell’associazione.

Militante antirazzista e per i diritti delle minoranze e delle persone di origine straniera fin dalla seconda metà degli anni ottanta, ha contribuito alla promozione di diverse campagne contro il razzismo e in favore dei migranti, fra cui la campagna L’Italia sono anch’io.

Attualmente lavora a Roma come responsabile immigrazione dell’ARCI e dal 2016 è anche presidente di ARCS, la ONG dell’ARCI che si occupa di cooperazione e solidarietà internazionale.

 

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Outlook sui mercati nel 2019

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Dedichiamo l’articolo di Natale di quest’anno ad uno sguardo, sia pure a volo d’uccello, ai mercati finanziari per cercare di capire cosa può fare il nostro investitore prudente e razionale nell’anno che viene. Sono più i rischi o le opportunità? Siamo al termine di un lungo ciclo espansivo o all’inizio di una nuova grande depressione?

A queste domande cerchiamo di rispondere con i (non poco preoccupanti, in verità) dati di fatto e con qualche ragionamento.

Come ben sanno gli investitori, a parte i fortunati o i bravissimi che hanno puntato le loro fiches sull’azionario dell’India e sul dollaro, quasi tutti i mercati nel 2018 hanno subito perdite, in molti casi anche molto pesanti. Per una strana congiunzione astrale, era da oltre un secolo, per la precisione dal 1901, che tutte le asset class non presentavano andamenti in flessione ed ovviamente siamo tutti qui a chiedercene il motivo.

Il bello è che lo scorso anno, di questi tempi, quando la situazione era totalmente opposta ovvero quando tutte le classi erano in crescita, a nessuno veniva in mente di chiedersi il perché e la cosa sembrava totalmente naturale.

Grazie alle politiche restrittive delle banche centrali, in primo luogo Federal Reserve e BCE, i tassi base (sulle medie e lunghe scadenze) sono aumentati. Anche il premio al rischio e il costo del credito sono cresciuti e questo ha contribuito a far crollare i prezzi di tutte le obbligazioni.

Le azioni, dal canto loro, avevano raggiunto valori fuori da ogni logica dopo mesi di crescita sostenuta e con i dati degli andamenti economici (fatturato e utile delle imprese) in flessione: lo spillo ha iniziato a bucare la bolla.

Più o meno tutte le materie prime – a partire da oro e argento – hanno avuto prezzi in discesa ripida, in alcuni casi (come caffè, petrolio e soia) hanno raggiunto i minimi decennali. E tutte hanno visto incrementare la volatilità e l’instabilità, come nel caso del gas naturale che ha “regalato” un picco di oltre il 20% in un giorno. Roba mai vista, che ha fatto scomparire molti piccoli trader dal mercato sotto i colpi dei margin call[1].

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Stessa sorte per chi si dilettava di forex trading online[2]: grafici in fibrillazione con movimenti giornalieri in escursione anche del 10%.

La volatilità dei mercati è stata poi accentuata dall’instabilità innescata dagli eventi di politica estera delle maggiori potenze e dalle tensioni fra Stati.

La maggiore è stata quella originata dall’imposizione di dazi doganali, per la verità più annunciata che effettivamente realizzata, da parte degli Stati Uniti sui prodotti importati dalla Cina. Un certo peso hanno avuto, a inizio anno, anche i venti di guerra fra USA e Corea del Nord, per non parlare della Brexit e dei rapporti spesso tesi di Washington con il gigante russo.

Non sono mancate crisi regionali, come quella Ucraina e la Turchia, da tempo appesantita dalla deriva totalitaria.

Infine i problemi interni della Francia, con la rivolta dei gilet gialli, e dell’Italia, con il braccio di ferro con l’Unione Europea sulla legge di bilancio e le spinte sovraniste della coalizione al governo del paese.

Tutti elementi negativi per la buona salute dei mercati, ma quasi sempre più a livello di minaccia e di sentiment che non di effettiva causalità. Vedendo dall’alto, era come se i diversi attori si divertissero a danzare sul ciglio di un burrone, dove bastava che uno cadesse per trascinare anche gli altri. Poi le crisi rientravano e si tirava un sospiro di sollievo fino alle successive. Ma ogni volta che i mercati scendevano, il crollo era brusco e intenso e alla ripartenza il recupero era sempre molto parziale.

La logica dell’investitore, in questo tipo di mercati, non era più quella di comprare sui ribassi per rivendere nei rialzi, ma di cercare di tornare in linea di galleggiamento e restare liquidi. Per questo, al primo cenno di crescita, il mercato veniva intasato dalle vendite e il titolo si fermava o tornava a scendere di nuovo.

In una situazione del genere, il consiglio per chi si trova con titoli in perdita, è quello di seguire molto attentamente l’andamento dei mercati e, appena possibile, vendere anche in pareggio o con piccole perdite. Se si è comprato con raziocinio (titoli di società che producono e guadagnano con la loro attività), prima o poi il prezzo si allineerà all’effettivo valore e intanto si possono incassare cedole e dividendi.

Chi invece dispone di liquidità, per il momento farà bene ad aspettare ancora prima di fare nuovi acquisti e non lasciarsi tentare da prezzi a saldo. Perché, come diceva Groucho Marx, quando siamo arrivati al fondo, si può sempre iniziare a scavare.

 


 

[1] Nel trading online si acquistano e vendono perlopiù strumenti derivati (futures, opzioni e simili) bloccando solo parte delle quantità movimentate, ovvero ricorrendo alla leva. Quando l’operazione diventa negativa e la perdita supera un determinato ammontare, la banca richiede un’integrazione del margine (cioè ulteriore versamento di denaro) o la chiusura dell’operazione stessa, rendendo la perdita definitiva. In quest’ultimo caso, peraltro, si accelera quello stesso movimento di mercato che aveva provocato la perdita: se i titoli stavano scendendo, la loro vendita provoca ulteriori cali in un circolo vizioso.

[2] Il forex trading è la compravendita con finalità speculativa di valute estere: In genere si opera su coppie di derivati (futures), comprandone una e vendendone un’altra in modo da guadagnare se quella comprata aumenta e quella venduta diminuisce.

La Sicilia: eccellenza diffusa

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In questa mini-serie parleremo di singoli casi di eccellenza per il nostro Paese nei settori strategici di agricoltura, turismo e terziario avanzato, settori che a nostro avviso saranno quelli trainanti per il futuro insieme a tutto quanto vi ruota intorno: dall’industria di trasformazione e conserviera, alla gastronomia ed alla viticoltura di alto livello, alla formazione accademica e ricerca scientifica, al fashion e design.

E’ opportuno premettere che l’idea della serie mi è venuta nel corso di un mio recente viaggio in Sicilia. Mano a mano che incontravo storie interessanti in questa logica, mi rendevo conto che questa regione, proprio nei settori trainanti che menzionavamo all’inizio, può diventare – e in alcuni casi è già diventata – un bacino di “eccellenza diffusa”.

Prendiamo ad esempio la gastronomia e la ristorazione. Esempi di ristoranti di altissimo livello e finanche stellati ci sono un po’ ovunque nel nostro Paese, ma molto spesso si tratta di veri e propri “fiori nel deserto”. Locali che sorgono in the middle of nothing, come direbbero gli americani, ma che bisogna raggiungere appositamente dopo aver impostato il navigatore e aver fatto diversi chilometri e che, una volta terminata la cena, abbandoniamo per tornare indietro senza neanche uno sguardo a cosa c’è intorno.

 

In Sicilia è diverso: ci si imbatte in un ristorante, una rapida occhiata per vedere che il locale sia gradevole e i prezzi giusti e possiamo stare sicuri che mangeremo bene, molto spesso benissimo, talvolta in modo sublime.

Questo può diventare il modulo di uno sviluppo futuro sostenibile: distretti enogastronomici e culturali che possano offrire turismo di alta qualità – fruizione di un patrimonio artistico che non ha uguali – ma anche ospitalità e accoglienza diffusa. Una riedizione dei vecchi cluster, o distretti economici, che hanno avuto anche in Italia un notevole successo negli scorsi decenni.

Il punto di forza dei distretti era quello di concentrare in un’unica area geografica una determinata produzione, come nel caso del tessile a Biella o a Prato, dell’oro a Vicenza o ad Arezzo, della pellicceria fra Pistoia e Lucca, dei calzaturifici e così via.

Questo aveva il vantaggio che in quell’area si poteva disporre delle migliori competenze professionali del settore, delle conoscenze e del network inerente quelle produzioni. D’altra parte, però, tutto il sistema era estremamente vulnerabile perché se quello specifico comparto produttivo andava in crisi, tutta quanta l’area ne risentiva. Nelle ipotesi più gravi, se la crisi era strutturale, si rischiava di veder crollare tutto il sistema, come è accaduto in molti casi.

Oggi, nel tempo della globalità e della connessione globale, l’intero Paese è sostanzialmente un unico grande distretto, questa volta non industriale – come abbiamo visto nel precedente articolo, il comparto manifatturiero è probabilmente arrivato a capolinea – ma agrituristico e culturale. E si tratta di due aspetti che non andranno mai in crisi, salvo mettere in discussione i fondamenti stessi della nostra civiltà.

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In questa logica, la Sicilia può rappresentare una formidabile punta di diamante. I prodotti agricoli di rinomata qualità e la tradizione dell’accoglienza, con il livello diffuso raggiunto dalla ristorazione – da un lato – e l’incredibile ricchezza del patrimonio storico artistico – dall’altro – rappresentano infatti la base sulla quale i progetti di una nuova imprenditorialità possono svilupparsi con successo.

Molte delle iniziative che abbiamo incontrato sono infatti il risultato della passione, della competenza e dell’attaccamento al territorio di una generazione che, invece di emigrare, ha preferito rischiare, mettersi alla prova e dare vita a start-up che hanno tutti i presupposti per avere successo.

Quello che manca è proprio l’infrastruttura pubblica, la rete di servizi e garanzie che uno Stato moderno dovrebbe fornire: proprio per questo i ragazzi che scommettono sulla Sicilia sono doppiamente meritevoli.

Se il progetto incredibile del Palazzo Butera, di cui abbiamo parlato nell’articolo dello scorso anno.

era il risultato di un enorme atto d’amore da parte di un intellettuale progredito e “visionario”, i progetti e le iniziative che abbiamo visto rappresentano la testimonianza di un’”eccellenza diffusa” che può davvero servire da prototipo di sviluppo per l’intero paese.

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Il simbolo di questo cambiamento può essere proprio la centralissima Via Maqueda di Palermo: molti nuovi negozi ed esercizi eleganti e raffinati, che non vendono (solo) prodotti globalizzati in franchising come elettronica di largo consumo, junk-food e abbigliamento di importazione, ma anche e soprattutto eccellenze locali in gastronomia, piccolo artigianato, cosmetici e così via.

Insomma, arancine invece di hamburger, coppole alla moda invece di jeans, essenze di zagara, enoteche, forni e pasticcerie invece di catene di profumerie o brand del lusso che si possono trovare a Roma o Milano come a New York, Mosca, Parigi o Varsavia.

Il tutto accompagnato da un’offerta culturale che attualmente fa del capoluogo siciliano una delle più vivaci città del nostro Paese, quest’anno particolarmente importante per la concomitanza dei tre eventi di “Palermo capitale italiana della cultura”, “Manifesta 12”, la mostra d’arte contemporanea itinerante, e le “Vie dei Tesori”, il grande festival che da fine settembre ai primi di novembre si svolge in tutta la Sicilia, aprendo al pubblico 400 luoghi di interesse artistico, storico e monumentale in gran parte chiusi e proponendo più di 200 passeggiate d’autore..

Ci sono dunque tutti gli ingredienti per costruire un futuro di successo!

 

 

Cosa faranno un miliardo di persone in più? Intervista a Domenico de Masi

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Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista al sociologo Domenico De Masi sull’analisi e le prospettive del lavoro nell’epoca digitale.

La prima puntata è stata pubblicata l’11 settembre, e la prossima settimana ci sarà la terza e ultima.

Buona lettura, dunque!


 

Il tuo cavallo di battaglia è l’ozio creativo: il tempo che si recupera lavorando meno lo dovremmo impiegare in attività ad alto contenuto sociale e culturale, come i cittadini di Atene al tempo di Aristotele. Abbiamo visto la scorsa settimana che in Germania dal 1° gennaio prossimo i metallurgici faranno 28 ore settimanali, contro le nostre 40. E in più si fanno 28 ore, in caso di bisogno, per assistenza familiare o per condividere i lavori domestici: alla fine se uno deve lavorare meno per poi impiegare il tempo recuperato stando a casa a fare i lavori domestici, forse non ha fatto un grande guadagno. O no?

Dipende dal tipo di lavoro: se l’alternativa è lavorare in miniera, forse è meglio fare i lavori domestici…

Cominciamo proprio dalla Grecia. In Atene – fra il 430 e il 380 circa avanti Cristo – c’erano 40.000 cittadini maschi e liberi. Le loro mogli o figlie erano libere ma non cittadine. Cittadino vuol dire che aveva il diritto di votare in assemblea.

Poi c’erano 20.000 meteci, stranieri, gli “extracomunitari”. Questi potevano fare solo due mestieri: il commercio e l’artigianato, attività che comportavano una certa fatica fisica.

Infine c’erano circa 100.000 schiavi, a cui si deve pensare come agli elettrodomestici. Lo schiavo era totalmente consapevole che dal “giorno della schiavitù” (quello in cui diventava schiavo) non aveva più l’anima. Era un instrumentum vocale. Gli strumenti e attrezzi da lavoro erano infatti divisi in tre categorie: quelli non vocali (l’aratro, il martello), quelli semi-vocali (l’asino, il cavallo, il cane) e quelli vocali (gli schiavi).

Cosa facevano quei 40.000 cittadini? Passavano i primi 20 anni a formarsi: ad Atene non c’era un singolo cittadino analfabeta. La formazione includeva non solo la scuola (pensa al Liceo di Aristotele o l’Accademia di Platone), ma soprattutto la partecipazione alle attività culturali, che comprendevano, con pari importanza, in primo luogo il teatro e l’atletica. Un cittadino di 30 anni aveva assistito ad almeno 400 rappresentazioni teatrali.

Le piéces teatrali erano scritte da autori del calibro di Sofocle o Euripide. Il teatro trasmetteva tutto: attraverso i miti si insegnava l’etica, come comportarsi con il padre e con la madre, con i cittadini, rispetto alla legge, all’amore ecc.

C’erano quindi 40.000 cittadini iperformati, al punto che si riteneva che uno valesse l’altro a tutti gli effetti. Tutte le cariche, tranne quelle militari, erano a sorteggio, e duravano 1 anno. Siccome le cariche erano tante, ogni greco, arrivato a 50 anni, aveva esercitato certamente almeno 4 o 5 volte delle cariche. Queste cariche erano considerate politiche, ovvero riguardavano la polis, per farla funzionare (l’acqua, la scuola, l’immondizia, ecc.).

Come viveva un cittadino, uno dei 40.000? La mattina usciva e andava nell’agorà, la piazza. Lì faceva lobbying, né più né meno. Si discuteva dei problemi della città. Intorno alle 10 si spostavano nella plia, una piazza a gradoni circolari con 23.000 posti, che era il quorum, ovvero il numero minimo legale senza aver raggiunto il quale l’assemblea non poteva iniziare.

Cominciavano a discutere sulla base di un ordine del giorno che era stato affisso il giorno prima. Tutti i cittadini potevano prendere la parola alzando la mano, e si doveva votare entro un’ora dalla proposizione del problema. Si interrompeva all’imbrunire, che impediva di contare le mani, e si continuava il giorno dopo.

L’assemblea si teneva una volta la settimana, ma poteva durare anche due o tre giorni.

Negli altri giorni i cittadini svolgevano gli incarichi per i quali erano stati nominati, e avevano un anno di tempo. Si faceva anche il confronto: quando cessava dalla funzione, doveva rendere conto di cosa aveva fatto.

Se avesse dovuto lavorare, ovviamente non avrebbe potuto svolgere queste attività. Infatti il lavoro era considerato sordido, come diceva Cicerone. Questo era possibile anche perché non c’era consumismo: la casa di Pericle o di Socrate era più o meno uguale alle altre. Non c’erano lussi, se non quello del teatro e della cultura.

Il lavoro era una cosa totalmente politica, che non aveva nulla a che fare con la nostra visione di lavoro. Questa cosa prosegue anche con i Romani, che ci aggiungono la guerra, la conquista.

Il concetto di lavoro resta questo, praticamente fino al ‘700, con pochissime eccezioni. Fra queste San Benedetto, che equipara addirittura il lavoro alla preghiera e che nella sua regola stabilisce che non si è buon monaco se non si fanno lavori manuali.

Per i Greci il lavoro ti toglie tempo per maturare, per pensare, per essere cittadino a tempo pieno e per essere totalmente inserito nella gestione della cosa pubblica.

Nel ‘700/’800 tre personaggi riabilitano il lavoro: Locke come filosofo, Smith come economista e Marx come politologo. Per la prima volta il lavoro è tutto: la misura del valore delle cose. Marx va oltre, dice che il lavoro è l’essenza dell’uomo. Il mondo cambia continuamente perché l’essere umano lavora.

Da quel momento comincia un’epoca di circa 200 anni in cui il lavoro è la categoria assorbente di tutto.

 

Del resto la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro.

E questo è il punto di arrivo, ma anche il punto in cui comincia la flessione del concetto di lavoro. La società industriale si baricentra sulla produzione di beni materiali: ciò che conta è quanti beni produci e di che qualità. Il punto centrale è la produzione di massa, dando per scontato che c’è un numero crescente di individui che può accedere al consumo, e che bisogna produrre per consumare e consumare per produrre.

Quando questo avviene, tre modelli di società si propongono: uno è quello liberale, dove tutto è merce (compreso il lavoro); poi c’è l’idea della Chiesa secondo la quale il lavoro è importante perché consente di espiare il peccato originale, e infine c’è l’idea di Marx secondo la quale il lavoro è importante perché consente di estrinsecare l’essenza creativa dell’uomo.

Sono le tre posizioni sul lavoro che abbiamo ereditato dalla società industriale. L’economia si sposta dallo studio della terra a quello della trasformazione, cioè dell’industria. Non conta tanto quante mele ho fatto, ma quante mele riesco a trasformare in marmellata.

Quando ereditiamo tutto questo, nella metà del ‘900, ci rendiamo conto solo parzialmente del fatto che stanno mutando profondamente le cose. Il primo mutamento del lavoro avviene in modo violento, con tre rivoluzioni, quella americana, quella inglese e quella francese, tutte e tre originate dall’illuminismo.

La nuova rivoluzione avviene invece per una serie di fattori che costringono la società a diventare post-industriale: il progresso tecnologico, lo sviluppo organizzativo (impariamo a organizzare i fattori in modo più efficiente), la globalizzazione, la diffusione dei mass media e la scolarizzazione di massa. Questi fattori, messi insieme, con il detonatore della seconda guerra mondiale, ci restituiscono una società completamente trasformata.

Dopo la guerra il baricentro della società si sposta alla produzione di beni immateriali: i servizi, l’informazione, i simboli, i valori, l’estetica. Il primo libro su questo è di Alain Touraine nel 1959, il secondo è di Daniel Bellet, e siamo nel 1973. Il terzo è un mio libro. Era estremamente difficile far accettare la consapevolezza che il lavoro aveva perso la sua centralità; per questo fui accusato di tradimento della sinistra.

Con l’avvento della società industriale, comincia a esserci bisogno di sempre meno gente. La macchina richiede comunque l’intervento da parte dell’uomo che la costruisca, la macchina digitale richiede molto meno personale per essere costruita e ne sostituisce molto di più.

La seconda cosa è che si divide il mondo del lavoro in tre fette: una è produzione di idee (tipica del “primo mondo”), che sviluppa formazione e brevetti; un secondo mondo produce le cose delle idee e un terzo mondo dove si producono materie prime e mano d’opera a basso costo (situazione perfettamente rappresentata dalla scritta presente su ogni prodotto Apple: designed in California assembled in China).

La terza cosa è che dentro la fabbrica cambia il mix dei lavoratori; ai tempi di Marx su 100 lavoratori 94 erano operai, oggi solo 33 sono operai.

Quarta modifica: si riducono gli addetti all’agricoltura e all’industria, e aumentano molto quelli del terziario (in Italia sono il 70%). C’è anche un quaternario (laboratori di ricerca, creativi, designer, ecc,) che produce simboli e valori, e diventa la parte più grossa.

Si tratta di una trasformazione epocale. Il lavoro è completamente modificato, più sostituibile da macchine digitali.

La prossima trasformazione, quella che sta per avvenire, è l’intervento dell’intelligenza artificiale.

Mentre le macchine meccaniche hanno sostituito l’operaio, mentre il robot ha sostituito l’operaio specializzato e il computer ha sostituito l’impiegato, l’intelligenza artificiale sostituisce il livello alto: il creativo, il manager , il medico, l’avvocato.

E‘ una rivoluzione epocale come lo fu a suo tempo l’avvento del microprocessore.

Il mondo si trasforma: puoi puntare su piccoli guadagni in grande numero, e quindi puntare su grandi volumi, su numeri pressoché infiniti di clienti. Comincia così la serie della gigeconomy.

 

E quindi, dopo aver abbandonato la terra e il lavoro, della  triade classica dei fattori produttivi, a questo punto resta solo il capitale…

No, a questo punto resta il cervello. Il problema è che oggi bastano pochissime persone che pensino. E anche pochissime per produrre, perché la produzione sarà tutta meccanica.

Sulla carta non c’è alternativa che andare verso un castello con un team di superuomini che producono e pretendono di appropriarsi del prodotto creato e la massa di persone. Il creativo non ha neanche più bisogno di consumatori.

Nel momento in cui questo numero si restringe, e in cui 15 Università producono tutti i brevetti e centinaia di robot li realizzano, il problema non è più la produzione ma la distribuzione: con quali criteri si distribuisce la ricchezza prodotta?

Mentre il comunismo sapeva distribuire ma non sapeva produrre, noi sappiamo produrre ma non distribuire. 8 persone hanno oggi la ricchezza di 3 miliardi e seicentomila persone. Siccome 8 persone non potranno mai consumare 3,6 miliardi di mutande, di scarpe, non si capisce che produci a fare, per vendere a chi?


 

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DOMENICO DE MASI, Nato in Molise nel 1939, cresciuto in Campania e in Umbria, è oggi probabilmente il più autorevole sociologo italiano, soprattutto nel campo del lavoro. Professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove è stato preside della facoltà di Scienze della comunicazione, De Masi è autore di numerose pubblicazioni di successo e immancabile ospite di trasmissioni televisive e giornali quando si parla di lavoro.

Fra i suoi saggi più noti, “L’ozio creativo” del 2000 nel quale teorizza la valorizzazione del tempo “liberato” dal lavoro come ritorno a un’organizzazione di vita in cui, grazie al progresso, l’uomo può dedicarsi a coltivare arte, cultura, affetti e conoscenze.

Nella biografia pubblicata sul suo sito http://www.domenicodemasi.it si legge che:

si è dedicato prevalentemente allo studio e all’insegnamento.

 Ha viaggiato molto ma i centri principali del suo lavoro sono stati
Milano, Sassari, Napoli e Roma.

 In Brasile – dove ha la cittadinanza onoraria di Rio de Janeiro –
ha tenuto conferenze in quasi tutte le grandi città.

 La sua biografia è suddivisa in paragrafi corrispondenti ai vari segmenti di vita: la famiglia e gli studi; i campi di attività; il periodo napoletano, milanese e romano; l’insegnamento a Sassari, Napoli e Roma; la scuola e poi la società S3.Studium; gli altri impegni professionali e civili; i viaggi in Brasile e in molti altri paesi del mondo; i riconoscimenti ricevuti.

L’ABC dell’economia: le esternalità

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Con il precedente articolo siamo entrati nel mondo del benessere, osservato dal punto di vista dell’equilibrio generale.

Il nostro punto di partenza era di verificare come le attività economiche influiscono sulla nostra qualità della vita. Abbiamo infatti visto che non basta considerare le sole funzioni meramente economiche come produzione, consumo, lavoro, spesa, reddito, e così via: ciò che serve per avere un sistema in equilibrio è anche una distribuzione di risorse che massimizzi il benessere dei cittadini.

Intendiamoci bene sul termine “massimizzare”. Non vuol dire che ciascun soggetto abbia il massimo benessere assoluto per sé: sarebbe bello ma impossibile. Vuol dire invece che in quella data situazione non è possibile avere una distribuzione diversa di risorse senza che il miglioramento per qualcuno sia superiore al peggioramento per gli altri. Ovvero, come si usa dire, siamo al punto in cui l’utilità marginale complessiva è uguale a zero.

Se l’utilità di uno migliora, quella di uno o più altri peggiora: è la cosiddetta situazione di “società a somma zero”.

 

Per capire bene questo passaggio occorre aver presente il concetto di “esternalità”. Come si accennava nel precedente articolo, ogni attività economica provoca conseguenze anche per soggetti esterni a coloro ai quali l’attività è rivolta.

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In altri termini, se pensiamo a uno stabilimento industriale del comparto chimico, ad esempio, è del tutto naturale aspettarsi che l’attività produttiva esercitata abbia effetti per l’imprenditore, per chi ci lavora, per i fornitori, per i clienti, per i concorrenti, per lo Stato che incassa le imposte. Tutti questi soggetti, chi più chi meno, hanno un interesse diretto nell’attività dell’azienda e traggono beneficio (o danno) economico dal lavoro e dal profitto dell’azienda stessa.

Il punto è che quasi inevitabilmente si creeranno effetti, generalmente negativi (le cosiddette esternalità negative,) anche per chi non ha niente a che fare con l’azienda, non ha alcun tipo di ritorno economico dalla sua attività e ne rimane economicamente estraneo. Si pensi a chi abita vicino allo stabilimento e deve sopportare l’inquinamento dell’aria prodotto dai gas di scarico oppure il rumore che la fabbrica genera o ancora eventuali residui liquidi che dovessero essere dispersi nell’ambiente.

Tutti questi disagi, che non hanno una manifestazione finanziaria diretta, incidono tuttavia sul benessere della popolazione, in alcuni casi anche pesantemente.

Il classico caso di esternalità negativa è quello di chi possiede una casa con una bella vista e a un certo punto vede sorgere davanti alle finestre un palazzo che la oscura. Nessuno lo ripaga per questo peggioramento della qualità della sua vita, ma l’effetto sul benessere è tangibile.

Oppure, all’opposto, il caso di chi acquista una casa in una zona mal collegata e a un certo punto l’amministrazione locale fa arrivare la metropolitana e costruisce una stazione vicina: il nostro proprietario non ha pagato niente a quel titolo, ma il valore della sua casa lievita sensibilmente.

In alcuni casi quindi, come nell’ultimo sopra accennato, le esternalità possono essere positive, come quando si realizza un insediamento produttivo in una zona disagiata e scarsamente abitata: molto spesso si crea un effetto indotto che porta in quella zona scuole, negozi, strade, centri commerciali e così via. L’abitante di quella zona che, prima dell’insediamento, doveva mandare i figli a studiare a molti chilometri di distanza e dopo si trova ad avere la scuola sotto casa, certamente beneficia di un netto miglioramento del suo benessere, pur non avendone sostenuto alcun costo diretto.

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Basti pensare al caso del call for application del gigante USA Amazon che, avendo in programma la costruzione di una seconda sede in Nord America, ha chiesto alle amministrazioni locali interessate quali e quanti incentivi sarebbero state disposte a concedere pur di avere il centro nel loro territorio: ne abbiamo parlato diffusamente su questo blog nell’articolo “Il mondo all’incontrario” del 17/10/2017

Si potrebbe continuare all’infinito con altri esempi del genere. E’ evidente che, al crescere della complessità dei rapporti, l’attività economica di un’impresa diviene rilevante per un numero sempre maggiore di persone.

All’inizio, nel caso dell’impresa artigiana, essa riguarda solo il produttore e, tutt’al più, la sua famiglia. Poi, mano a mano che l’azienda cresce, quest’ultima avrà soci ed assumerà dipendenti e ci saranno i rapporti societari e di lavoro. Fino a comprendere il novero di tutti coloro che hanno interessi nell’azienda, i cosiddetti stakeholder, di cui abbiamo parlato spesso in questo blog.

In questa categoria sono compresi i clienti, i fornitori, i finanziatori, la pubblica amministrazione che eroga servizi pubblici e riscuote imposte e tasse, le autorità sanitarie, le municipalità.

Ora abbiamo imparato che il sistema-impresa può coinvolgere, e molto spesso in effetti coinvolge, anche soggetti ad essa completamente esterni, attraverso il sistema delle esternalità.

 

La scienza economica, in questo caso, dice che chi determina una esternalità dovrebbe pagare coloro che la subiscono e chi ne beneficia dovrebbe riconoscere il beneficio economico a chi la produce. Tutto questo è naturalmente molto teorico ed è ben difficile determinare un “prezzo” equo per l’esternalità: alla fine in effetti tutto questo è molto spesso materia per i tribunali e gli avvocati. In America e nel Regno Unito, dove queste teorie sono nate, molto spesso le rivendicazioni prendono la forma di class action, ovvero azioni collettive promosse da intere categorie di persone.

Quello che qui interessa sottolineare è che l’equilibrio generale deve tenere in debita considerazione anche il benessere dei cittadini e non solo i loro rapporti strettamente economici.

Alla fine l’economia è per l’uomo e non l’uomo per l’economia.

 

Cosa c’è dietro l’angolo?

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Nella fortunata trasmissione televisiva di metà anni ’70 “Bontà loro”, il conduttore Maurizio Costanzo coniò una domanda che ebbe molto successo: cosa c’è dietro l’angolo?

 

Rivolgeva questa domanda a tutti gli ospiti che si presentavano al suo cospetto, in quella che è stata riconosciuta come l’antesignana di un genere diventato in seguito molto popolare, il talk show. Ognuno cercava di dare risposte che fossero originali, simpatiche, non banali. Così – nel nostro piccolo – cercheremo di fare in questo articolo, ovviamente con riferimento ai temi di cui ci occupiamo, ovvero gli investimenti finanziari.

Quando un anno volge al termine, esercizio diffuso è quello di fare un bilancio e di formulare delle previsioni. Nel nostro caso le previsioni servono a prefigurare gli scenari più probabili per poter effettuare scelte di portafoglio razionali e, possibilmente, redditizie.

Con l’occasione, forniamo ai lettori anche qualche piccola indicazione per aggiornare l’asset allocation sulla base degli scenari macroeconomici prevedibili. Iniziamo dunque con il comparto azionario, per poi vedere nei prossimi articoli cosa ci aspetta invece per le obbligazioni, le valute, le commodities, ovvero le materie prime sia agricole che estrattive scambiate sui mercati.

Il bilancio di questo 2017 è ovviamente diverso da persona a persona, a seconda delle “scommesse” fatte nel corso dell’anno.

 

Chi ha puntato sui mercati azionari, ivi inclusa Piazza Affari, potrà brindare contento. Chi ha investito sui titoli star del mostro mercato, le aziende a media capitalizzazione e ad alto tasso di innovazione, può tranquillamente stappare qualche bottiglia pregiata, grazie soprattutto al successo dei PIR, i Piani Individuali di Risparmio.

 

Del mercato star di Borsa Italiana e dei PIR abbiamo parlato diffusamente in precedenza. Eravamo stati facili profeti nel prevedere la continuazione ed il consolidamento della crescita del mercato star. La sua performance è stata in effetti impressionante, nonostante il rimbalzo degli ultimi due mesi. L’indice FTSE Italia star, che raggruppa i titoli più rilevanti del settore, ha infatti mostrato il seguente andamento:

 

Performance a 1 anno: + 48,26%

Performance da inizio anno: + 36,25%

Performance a 6 mesi: + 4,96%

Performance a 3 mesi: + 6,00%

Performance a 1 mese: – 2,60%

 

 

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Per quanto riguarda i PIR, il cui principale sbocco di investimento è proprio il mercato star, basti dire che a fronte di una previsione iniziale di raccolta complessiva nei 5 anni di 16-18 miliardi di Euro, in settembre eravamo già a 7,5 e, per il solo anno in corso, si stima di raccoglierne oltre 10. La nuova previsione del Ministero dell’Economia e delle Finanze per i 5 anni si attesta ora nell’ordine di 50-70 miliardi.

Un successo ogni oltre previsione, che assicurerà un flusso di investimenti consistente e in crescita sul mercato star, e in generale verso le piccole e medie imprese nazionali. Solo questo basterebbe ad aspettarsi – nonostante i possibili cicli negativi dell’economia e dei mercati – quotazioni in aumento sui titoli del listino.

I titoli del segmento star del mercato italiano sono ancora pochi e sottili (bassa capitalizzazione e flottante[1] limitato), ma si dovrebbe assistere a un notevole incremento delle quotazioni: si parla di 30/40 aziende che sarebbero già pronte per entrare nel listino.

Nonostante i prezzi abbiano raggiunto livelli molto elevati, con rapporti P/E[2] oltre ogni ragionevole limite, il flusso di nuove risorse in cerca di impiego garantirà una buona tenuta del mercato.

Una prima indicazione di investimento, anche per coloro che non hanno beneficiato della “vendemmia” dell’ultimo anno, è quindi di riservare ancora molta attenzione a questo mercato, sia in via diretta che nell’incrementare le quote di PIR detenuti. Almeno per il prossimo anno, sarà quindi certamente conveniente sfruttare al massimo questa finestra.

Va però ricordato che il PIR è un impiego a lungo termine, poiché è prevista l’impossibilità di liquidarlo per 5 anni, e che si tratta pur sempre di investimenti azionari, e quindi a rischio. Inoltre, come si è detto, siamo ormai arrivati a prezzi molto alti rispetto all’andamento e alle prospettive delle aziende.

E’ vero che il prezzo vero è sempre quello che si forma dall’incontro di domanda e offerta, ma dobbiamo anche tenere presente che ogni volta che ci allontaniamo dai fondamentali dell’economia reale, e che le quotazioni non riflettono più le prospettive di reddito dell’azienda, il rischio di trovarsi in una bolla finanziaria comincia a prendere corpo.

Il sistema europeo ha ancora abbondanza di liquidità, favorita dalla politica monetaria espansiva che permarrà almeno per tutto il 2018 e, in condizioni di tassi di interesse bassi e di inflazione sotto al minimo, è normale che tale liquidità venga indirizzata sulle azioni.

Il suggerimento, quindi, è di affidarsi a gestori professionisti (ormai quasi tutti in Italia hanno aperto linee di investimento PIR compliant) guardando anche i risultati pregressi, quello che in gergo si chiama track-record, nel comparto azionario Italia piccole-medie imprese.

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Per chi invece vuole divertirsi a fare investimenti diretti, il cosiddetto cherry picking[3], il consiglio è di scegliere azioni che abbiano un rapporto P/E almeno non superiore a 30, fatturato in crescita e, una volta individuato il target, di effettuare l’acquisto nei momenti di flessione delle quotazioni.

Il mercato star è infatti molto volatile, avendo titoli sottili con volumi di scambi limitati, e vedere oscillazioni del 4/5% in più o in meno in una singola giornata non è affatto inusuale.

A parte il mercato star, quello che ci ha dato le maggiori soddisfazioni, anche gli altri comparti azionari dovrebbero mantenere una buona intonazione almeno per i prossimi 3-6 mesi.

Se dovessimo puntare al tavolo verde, preferiremmo posizionare le nostre fiches sull’Europa, mentre gli Stati Uniti dovrebbero comunque consolidare le buone posizioni già raggiunte, dato che la riforma fiscale ed i suoi benefici effetti si stanno facendo attendere e sembra che alla fine tali effetti siano meno marcati di quanto si sperava.

Potrebbe valere la pena tentare qualche incursione sulle azioni giapponesi e su qualche paese emergente che ultimamente ha rallentato un po’ la corsa.

Per quanto riguarda i settori produttivi, ci aspettiamo grandi cose dall’immobiliare, dall’energetico, dal farmaceutico e dalle telecomunicazioni, queste ultime fortemente penalizzate nei mesi scorsi.

Il primo tema di investimento per il 2018 è dunque secondo noi l’azionario, a patto di non lasciarsi spaventare da qualche arretramento come quello delle ultime settimane, sempre possibile quando si vola a quote alte ed a multipli talvolta esagerati.

 

 


[1] Con riferimento a un titolo azionario quotato, il flottante è la quantità di titoli effettivamente scambiabili, ovvero esclusi quelli detenuti da azionisti stabili che non intendono vendere.

[2] L’indice P/E (rapporto fra prezzo e utile per azione di un titolo quotato)  misura in quanti anni il profitto generato dalla società ripaga il prezzo. Quando l’indice è alto (in genere superiore a 20/25), il titolo è caro in termini di utile, perché occorrono molti anni per ripagare il suo prezzo; quando è basso significa invece che il mercato non riconosce nel prezzo il valore della redditività aziendale. Ciò può dipendere dall’aspettativa di una riduzione futura degli utili oppure da una sottovalutazione del titolo rispetto al suo valore teorico.

[3] Letteralmente “raccolta di ciliegie”, ovvero scelta dei singoli titoli su cui investire.

Tempo di software: il futuro liquido

Child Playing In Water Toddler In Summer Child

Il sociologo polacco Zygmunt Bauman, scomparso all’inizio di quest’anno, ha parlato di “società liquida” e la definizione – pur non bellissima ma indubbiamente suggestiva – ha riscosso enorme popolarità.

Nella sua logica la parte “solida” in dissoluzione era in qualche modo l’ordine costituito e il tessuto connettivo dei rapporti sociali, che nella società “post-moderna” sono stati rimpiazzati da individualismo, consumismo e alienazione. A ben vedere, questo processo è riscontrabile anche nei rapporti economici e produttivi.

Se infatti il secolo scorso e quello ancora precedente sono stati caratterizzati dal peso dell’industria manifatturiera e dall’incombenza delle grandi fabbriche, dalla produzione a elevata intensità di capitale e di lavoro, oggi la situazione è radicalmente cambiata.

 

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Quando la più grande azienda alberghiero-ricettiva del mondo (AirB&B) non possiede neanche una singola stanza e quando la maggiore impresa di trasporto di persone (Uber) non ha neanche un’automobile di proprietà, significa che siamo passati dalla prevalenza dell’hardware a quella del software: che in un certo senso il mondo post-moderno si è, appunto, liquefatto.

Se ciò è vero per tutto il mondo, è vero all’ennesima potenza per l’Italia, dove il grande gruppo industriale ha dimensioni minime rispetto ad altri sistemi e dove c’è tradizionalmente scarsità di materie prime e il costo del lavoro è sempre stato molto alto.

Da noi il settore manifatturiero, se pure ha conosciuto momenti di gloria nell’età giolittiana, negli anni del miracolo economico e in alcuni distretti a marcata vocazione industriale, sta attraversando una crisi che ha tutte le caratteristiche per essere strutturale. E comunque, si tratta per lo più di piccola e media industria, di artigianato di alto livello, di settori il cui fattore di successo è la moda, il design, l’ingegno.

Come possiamo allora immaginare il futuro del nostro paese? E quali visioni strategiche possono perseguire comunità in declino che si pongano l’obiettivo di sviluppare lavoro, reddito e ricchezza?

 

Quanto al primo punto, esaurite o quasi le ambizioni industriali, dovremo concentrarci in quei settori per i quali disponiamo di risorse esclusive e competenze distintive, ovvero il turismo e l’agricoltura.

 

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Da un lato il nostro patrimonio culturale e artistico, le ricchezze naturali e l’eredità di una grande tradizione storica. Dall’altro le eccellenze dei materiali e il livello ampiamente riconosciuto della nostra enogastronomia. Questi sono i pilastri del futuro economico del nostro paese, insieme a tutto quello che valorizza il gusto estetico, l’ingegno, la creatività.

Dall’hardware delle macchine al software della bellezza. Come un cerchio ideale che, dopo aver abbandonato il settore primario (che comprende soprattutto l’agricoltura e l’industria estrattiva) per tuffarsi nel secondario (l’attività di trasformazione, cioè il settore manifatturiero), torna alle radici, ovvero alla terra e soprattutto all’uomo.

Il periodo industriale ha visto prevalere macchine, ciminiere, impianti, con la nascita di aree industriali, di città o quartieri dormitorio per la mano d’opera, di emigrazione verso i centri urbani dove sorgevano le fabbriche. Quello post-industriale dovrebbe invece favorire il percorso inverso: verso i piccoli centri e le città d’arte, verso le località di attrazione turistica per risorse naturali o culturali, verso i terreni più fertili e produttivi.

E soprattutto, la grande enfasi sull’uomo, sulla sua creatività, il suo genio, il suo gusto estetico per i quali la tecnologia può rappresentare un prezioso alleato e non un pericolo.

Magari dovremo convivere con margini di redditività più contenuti, ma certamente la qualità della vita dovrebbe migliorare. Naturalmente la disponibilità di risorse e materie prime, grazie alle risorse naturali che ci ritroviamo o al genio dei nostri antenati, non garantiscono da sole l’attivazione di flussi di reddito soddisfacenti.

Sarà sempre più necessario professionalizzare l’approccio al turismo, in modo da massimizzarne il valore aggiunto e non solo aspettare che i turisti vengano da soli.

Allo stesso modo, dovremo essere capaci di migliorare la produttività dell’agricoltura e valorizzare l’industria di trasformazione alimentare e conserviera,  l’offerta di eccellenza eno-gastronomica e tutto quello che ruota intorno al cibo e al vino.

 

Anche in questi settori “leggeri” sarà necessario contrastare la concorrenza e non sottovalutare la competizione di soggetti nuovi sul mercato. E’ vero che chi vorrà vedere dal vivo la Cappella degli Scrovegni dovrà per forza andare sempre a Padova, ma – ad esempio – l’offerta di turismo balneare della Versilia o della Sardegna non può essere più indifferente alla Croazia, alle Baleari oppure all’Egitto, che potranno compensare la minor tradizione e bellezza con prezzi più bassi.

 

Lo stesso, a maggior ragione, per quanto riguarda il turismo culturale: ormai eventi espositivi particolari riescono a muovere enormi quantità di persone e di denaro. E oltre tutto si tratta di un turismo di qualità e con alta capacità di spesa.

Le stesse considerazioni più o meno possono essere fatte per cercare di capire come città anche piccole che hanno avuto un passato importante nell’industria o nel terziario (il settore dei servizi, ad esempio nell’ambito del commercio o la finanza) possano riconvertirsi e intraprendere nuovi modelli di sviluppo.

Nel prossimo articolo vedremo esempi di successo, fra i quali i più evidenti sono Bilbao e Cambridge, che possono essere benchmark per centri italiani di analoghe dimensioni.

 

 

 

 

 

 

Nessuno è più troppo grande per fallire: il caso Lehman Brothers

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Nei due articoli precedenti abbiamo visto quanto la grande o grandissima azienda (Amazon e Walmart, nei casi esaminati) siano invasive nei rapporti sociali ed economici tradizionali, ma anche nei confronti del potere politico.

Oggi ci occupiamo di un aspetto diverso e comunque significativo dell’era post-industriale: anche la mega impresa può fallire, non esistono più realtà too big to fail, ovvero troppo grandi per poter fallire.

 

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Fino ad una decina di anni fa, si riteneva che la grande banca o la grande impresa garantissero totale sicurezza ed affidabilità a dipendenti, fornitori, clienti, stakeholder, quasi fossero uno Stato. Chi entrava a lavorare in queste realtà aveva risolto il problema del posto di lavoro fino alla pensione e la rete di protezione che assicuravano si estendeva a molti aspetti della vita: dalla casa alla tutela della salute (con le polizze sanitarie), dall’accesso al credito e ai servizi bancari alla sistemazione dei figli.

 

Addirittura abbiamo visto come, nel caso Walmart, i dipendenti accettino di fatto di scambiare la stabilità e la sicurezza del posto di lavoro con condizioni peggiorative rispetto al passato ed inferiori a quelle praticate da altre aziende ai loro collaboratori.

 

Oggi tuttavia, specialmente nel settore bancario, la dimensione dell’impresa non è più da sola garanzia di sopravvivenza dell’azienda: dopo il fallimento del colosso statunitense Lehman Brothers, avvenuto nel settembre 2007, le cose sono decisamente cambiate.

Non ci sono più santuari intoccabili, al sicuro da tempeste e terremoti, ma spesso ci si rende conto di trovarsi davanti a veri e propri giganti dai piedi d’argilla.

La grande crisi iniziata proprio nel 2007 non ha fatto sconti a nessuno ed ora siamo tutti più deboli, comprese le grandi banche. Di certo le difficoltà dei sistemi produttivi e finanziari mondiali sono state di un’entità fino ad allora sconosciuta, ma ci si sarebbe aspettati che istituzioni ritenute il simbolo dell’affidabilità potessero resistere al terremoto limitando i danni a qualche crepa e qualche scossone.

Invece è successo il contrario: i primi sinistri boati dei mutui subprime[1] erano solo il nucleo originario della valanga globale che in breve tempo si sarebbe formata travolgendo privati, banche, istituzioni.

 

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Perché si è verificata questa situazione di fragilità di gran parte del sistema bancario? I motivi sono diversi, vediamo di sintetizzarli.

Innanzitutto ha giocato un ruolo decisivo la forte pressione per la redditività del capitale, attuata in modo da rendere le azioni delle banche sempre più appetibili per gli investitori e più apprezzate sul mercato, a tutto beneficio delle stock option detenute dai manager e delle loro elevate remunerazioni.

Affinché si realizzi un aumento della redditività del capitale impiegato ed investito dagli azionisti, vengono infatti ricercati – in modo talvolta ossessivo –  maggiori margini e significativo contenimento del capitale assorbito nel business bancario[2].  Quindi la percezione della rischiosità del portafoglio tende ad affievolirsi, a fronte di elevati margini di profitto.

Per avere un rendimento più alto, del resto, è sempre necessario aumentare il rischio: per questo si ricercano i clienti subprime, meno affidabili e quindi meno esigenti e disposti a pagare maggiori commissioni, e si mettono in piedi operazioni di finanza strutturata sempre più ardite e lontane dall’economia reale.

I requisiti minimi di capitale, definiti e controllati dalle banche centrali ed inizialmente non troppo stringenti, alle prime avvisaglie di crisi sono stati prontamente e sensibilmente aumentati, innescando così una spirale di difficoltà per la banca stessa, spesso costretta a richiedere il rientro dai fidi dei propri clienti.

Come in tutte le situazioni di “bolla”, le attività finanziarie che prima aumentavano continuamente di valore nel passaggio da un intermediario all’altro, dando vita a derivati sempre più complessi, hanno cominciato a diminuire, innescando brusche retromarce.

Gli immobili concessi in garanzia dei prestiti, messi in vendita dalle banche per recuperare i loro crediti, hanno trovato un mercato non recettivo per assenza di compratori, in quanto la crisi si è velocemente trasferita dal settore finanziario all’economia reale. E così il circolo vizioso si è alimentato, scaricando il peso delle insolvenze sulle spalle delle banche stesse.

Pochissime le banche che si sono salvate dallo tsunami: più o meno tutti i maggiori istituti, di qua e di là dall’Atlantico, hanno ricorso a massicci aumenti di capitale sul mercato o alla protezione dello Stato: anche in Europa, dove questo sarebbe formalmente vietato dalle norme dell’Unione Europea.

 

 

 

Il salvataggio di una banca da parte dello Stato, nonostante il sentiment fortemente avverso di gran parte della pubblica opinione, è un’operazione in realtà indispensabile per salvaguardare la fiducia nel sistema bancario e, in ultima analisi, l’affidabilità dello Stato stesso. Ne abbiamo parlato su questo blog in uno dei precedenti articoli.

Molte grandi banche, negli anni della grande crisi del primo decennio di questo secolo, sono state salvate dall’intervento pubblico in modo diretto o indiretto, con interventi di risorse a titolo di capitale o di prestito. In molti casi gli interventi si sono dimostrati alla fine redditizi ed hanno consentito alle pubbliche amministrazioni interventiste di recuperare i capitali impiegati, talvolta realizzando anche buoni guadagni e senza onere finale per i contribuenti.

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Nel caso di Lehman Brothers il governo USA decise invece di lasciar fallire la banca: le conseguenze di questa scelta furono enormi non solo negli Stati Uniti, ma su tutti i sistemi bancari mondiali.

Se è fallita Lehman, allora anche qualunque grande banca che si trovi in difficoltà potrà fallire. Di questo dovranno tenere conto dipendenti, azionisti, clienti delle banche, ma non solo loro.

 


[1] Si tratta di un particolare strumento finanziario, il cui mercato nel 2007 è stato il primo a crollare innescando la crisi globale. I subprime sono mutui concessi dalle banche e agenzie fondiarie alla clientela meno affidabile, sui quali venivano costruite complesse operazioni finanziarie attraverso la cessione del credito; di fronte all’insolvenza generalizzata dei debitori e al crollo dei valori degli immobili a garanzia, tutto il castello è crollato travolgendo intermediari e risparmiatori che avevano investito in quegli strumenti.

[2] Uno degli indici più seguiti dagli investitori è infatti il ROE, ovvero la redditività del capitale proprio impiegato, dato dal rapporto fra utile netto e capitale. Il suo aumento, determinato dall’aumento del reddito e/o dalla diminuzione del capitale, contribuisce ad attrarre gli investitori e far crescere il valore dell’azione.

La lotta di classe fra operai e consumatori: il caso Walmart

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Abbiamo visto nel precedente articolo come il colosso statunitense Amazon eserciti una forma di potere e di pressione enorme nei confronti delle comunità in cui si insedia, al punto da emanare, come detto, una sorta di “atipico” bando per le pubbliche amministrazioni, sulla cui evoluzione sarà interessante tenersi aggiornati.

Vediamo oggi un caso un po’ diverso, ma di impatto se possibile ancora maggiore sui meccanismi alla base dei rapporti sociali ed economici del mondo post-industriale: si tratta del gigante della grande distribuzione Walmart, probabilmente la più grande azienda del mondo, sicuramente quella con il maggior fatturato.

La sua influenza sulla vita quotidiana, le abitudini e l’economia della popolazione è così forte che è stato coniato il termine “effetto Walmart[1] per significare il condizionamento operato dalla multinazionale non solo su dipendenti, clienti, fornitori, ma anche sulle comunità in cui è insediata ed in quelle esterne.

 

Solo un quarto di secolo fa tuttavia, Walmart era una delle tante catene di supermercati, presente in 9 stati degli USA, e quindi certamente importante, ma non molto diversa da tutte le altre. Oggi ha circa 260 milioni di clienti; 11.600 punti vendita in 28 paesi di tutto il mondo; 2,2 milioni di dipendenti e fattura quasi 500 miliardi di dollari all’anno. Dimensioni che si fatica perfino a comprendere in una realtà come quella italiana: più simili a quelle di uno stato che di una singola azienda.

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Dimensioni che forse neanche il fondatore Sam Walton poteva concepire quando nel 1962 dette vita alla società a Betonville, in Arkansas, un borgo con 36.000 anime.

Sarebbe interessante ripercorrere le fasi e le modalità della crescita iperbolica, che continua anche oggi al ritmo di 1.000 nuove location all’anno: una storia da manuale tipicamente americana, a base di dedizione al lavoro, sconfinato ottimismo, mission aziendale chiara e determinazione ferrea.

Quello che però vogliamo qui sottolineare è la natura sociale dell’effetto Walmart. La ricerca ossessiva del contenimento dei costi per essere in grado di “garantire al consumatore ogni giorno il prezzo più basso” (come recita la mission dell’azienda) ha portato il gruppo a pratiche sostanzialmente vessatorie nei confronti di dipendenti e fornitori, sfruttando la sua forte posizione commerciale.

 

Anche se i dipendenti vengono graziosamente ma in modo farisaico definiti “associates” e i fornitori “partners”, Walmart di fatto strizza entrambi come limoni, fino al punto di rottura ed oltre.

 

Nei confronti dei fornitori, produttori di ogni dimensione in ogni parte del mondo, naturalmente Walmart rappresenta un cliente di primaria importanza, in grado non solo di fare ordini molto consistenti e pagare puntualmente ma di contribuire all’immagine stessa dell’azienda che può vantare nel proprio portafoglio un nome così altisonante. Infatti annoverare Walmart fra i propri clienti è, per qualsiasi azienda, una patente di serietà, affidabilità e qualità che certamente giova al suo buon nome.

Per molte imprese infatti, il gigante della distribuzione USA è uno dei principali clienti, talvolta addirittura l’unico. Anche grandi gruppi si sono attrezzati per servire Walmart in modo dedicato ed esclusivo: è il caso di Procter & Gamble ha una divisione in cui lavorano 250 persone che si occupa solo di gestire il rapporto con Walmart.

L’ovvia conseguenza è che la trattativa con i fornitori non è un normale negoziato commerciale, ma diventa alla fine una vera e propria imposizione sia in termini di prezzo che di condizioni di vendita. Infatti, ad esempio, Walmart obbliga i fornitori a consegnare la merce direttamente ai suoi punti vendita anziché a pochi centri logistici come succede in genere, ribaltando così integralmente il costo della distribuzione e del trasporto sui fornitori stessi.

Ha fatto scuola poi l’obbligo imposto di fornire la merce senza confezioni esterne e imballaggi, in modo da poterla collocare direttamente sugli scaffali risparmiando costo del materiale e del lavoro. I due cent risparmiati in media per ogni dollaro acquistato vengono ripartiti a metà col fornitore stesso

Nonostante tali imposizioni, la dinamica del rapporto fra Walmart e i suoi fornitori può tuttavia ancora dirsi una componente fisiologica, seppure inusuale, di un accordo commerciale, nel quale una parte guadagna (Walmart) e l’altra perde.

 

 

Quello che rischia davvero di influire sui meccanismi sociali, e che testimonia un radicale cambiamento della società postindustriale, è invece il rapporto con i dipendenti.

 

Il gruppo statunitense è stato infatti accusato di comportamenti vessatori nei confronti dei lavoratori, paventando una situazione di sfruttamento massiccio della mano d’opera. Questo ovviamente al fine di consentire prezzi di vendita in continua riduzione ed attrarre, per tale via, un numero sempre maggiore di clienti.

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Dal punto di vista dell’azienda si tratta di una politica di forte contenimento dei costi di produzione e di ricerca di maggiore produttività. Dal punto di vista dei dipendenti significa invece barattare la sicurezza del posto di lavoro, in una grande azienda in continua espansione, con l’accettazione di condizioni penalizzanti in termini di orari, salari, flessibilità e la rinuncia a molte delle garanzie faticosamente ottenute da generazioni di lavoratori.

Dal punto di vista sociale, invece, non può che prendersi atto che la lotta di classe che abbiamo conosciuto dai tempi della rivoluzione industriale ha ormai cambiato radicalmente i connotati: non più operai contro padroni, ma dipendenti contro consumatori.

Ciò che assume valore non è tanto il contributo alla produzione quanto il contributo al consumo. Le persone valgono e sono degne di tutela sociale in quanto consumano, spendono e fanno girare il sistema. Non è più questione di ricchi e poveri (operai poveri e padroni ricchi, come in passato), in quanto i consumatori possono essere anche più poveri dei dipendenti di una grande azienda, che tutto sommato hanno almeno lavoro stabile e retribuzione assicurata, anche se in calo.

Nella scala sociale la vera fonte di ricchezza è il cliente che spende e non il dipendente che costa. I clienti non sono mai abbastanza e si fa di tutto per incrementarne il numero; di dipendenti invece c’è ampia offerta. Coerentemente, l’immagine aziendale è tutta proiettata a presentare un soggetto attento all’ambiente, impegnato nella filantropia e in linea con i principi di Corporate social responsibility[2] che i clienti mostrano sempre di apprezzare.

Un po’ paradossale che si risparmi sulle condizioni di lavoro e di vita dei dipendenti all’interno dell’azienda per spendere in beneficienza e a favore dell’ambiente esterno. In quanto dipendente Walmart, un ipotetico quanto sconosciuto John Smith è vessato e sfruttato, ma in quanto cittadino e potenziale consumatore è corteggiato e ricercato.

Inutile chiedersi se questa tendenza sia per la società indice di progresso oppure di barbaro arretramento, oltre al fatto che sembra molto difficile capire dove potremo arrivare: occorre piuttosto fare i conti con la nuova realtà e, per quanto possibile, attrezzarsi.

 


[1] Charles Fishman, “The Wal-Mart effect. How an Out of Town Superstore became a Superpower”, Penguin Books, London 2006.

[2] Con il termine Corporate Social Responsibility (CSR), in italiano “responsabilità sociale d’impresa”, si intende il complesso delle politiche aziendali, delle misure intraprese e dei rapporti attivati da parte delle grandi, piccole e medie imprese per gestire efficacemente le problematiche d’impatto sociale ed etico al loro interno e nelle zone di attività.

Il mondo all’incontrario

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All’inizio di settembre il gigante dell’e-commerce Amazon pubblicò sul proprio sito un comunicato stampa che non poteva passare inosservato fra coloro che studiano i fenomeni sociali connessi all’attività economica dei nostri giorni. Si tratta di un vero e proprio bando rivolto alle amministrazioni pubbliche ed ai governi locali del Nord America (in pratica Stati Uniti e Canada), con il quale si invita a presentare proposte per favorire l’insediamento della seconda direzione generale di Amazon, denominata HQ2 (headquarter 2 appunto).

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Nel bando si elencano i vantaggi che la nuova sede porterebbe per la comunità che la ospiterà in termini di nuovi posti di lavoro, di sviluppo del reddito indotto, di popolazione ad altro reddito che vi si trasferirebbe.

 

Il termine usato nel bando è request for proposal (RFP, richiesta di proposte) e non il tradizionale call for proposal, (bando, nell’accezione corrente), forse per una forma di rispetto lessicale nei confronti dei destinatari, gli enti pubblici, abituati ad essere loro a emanare i bandi ed attendere che siano i privati a rispondere. Ma la sostanza non cambia: le parti si sono invertite ed oggi è la grande impresa a dare le carte.

 

Anche il termine di apertura del bando è piuttosto stretto: poco più di un mese, dal 7 settembre – data di pubblicazione sul sito aziendale – alla scadenza, fissata per oggi 17 ottobre 2017.

Nel mondo della produzione è del resto da tempo iniziata una vera e propria rivoluzione copernicana con un palese rovesciamento di ruoli. Già da tempo le amministrazioni pubbliche – a causa dei vincoli di bilancio – hanno dovunque grandi difficoltà a realizzare grandi infrastrutture e la modalità più frequente, almeno in Italia, è quella del project finance, ovvero della collaborazione fra ente locale, privati investitori e soggetti realizzatori (imprese di costruzione, global coordinator, ecc.).

Ma in genere l’iniziativa e il ruolo guida è sempre del soggetto pubblico, che, sulla base di un programma approvato dagli elettori, definisce le politiche di sviluppo del territorio, quindi ricerca i potenziali partner, stanzia le risorse necessarie e licenzia gli strumenti urbanistici e regolatori relativi.

Nel caso di Amazon, è invece l’azienda che, individuato un suo bisogno di investire e realizzare un nuovo insediamento e, rendendosi conto dell’attrattiva che questo può rappresentare, invita le amministrazioni pubbliche a dichiarare quali e quanti incentivi – non solo finanziari – è disposta ad accordare.

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Già molte comunità risulta che abbiano manifestato interesse e intenzione di aderire al bando con proposte idonee e aggressive: Dallas, Baltimora, Toronto.

Mi ricorda un episodio di cui sono stato testimone diretto oltre una decina di anni fa, in una delle mie esperienze lavorative precedenti. Come direttore generale di una grande fondazione privata orientata essenzialmente allo sviluppo del territorio, ricevetti insieme al mio presidente di allora il numero uno di una grande azienda farmaceutica multinazionale che aveva un grande polo produttivo e di ricerca nella zona. Il sito impiegava alcune migliaia di occupati e rappresentava una realtà importante della regione.

Con molta franchezza, quel CEO ci informò che il suo gruppo stava valutando un investimento per il polo locale e che aveva ricevuto l’offerta dalla municipalità di Singapore di un incentivo a fondo perduto di un milione di dollari per trasferire il tutto in quell’area. La società era soddisfatta dell’andamento del sito attuale e, a parità di condizioni, certo avrebbe preferito mantenere in Italia la divisione. In caso contrario, non avrebbe avuto alcun problema a trasferire il tutto in Asia.

Dopo le nostre (in verità un po’ azzardate) rassicurazioni, il polo produttivo venne mantenuto ed è ancora là ed anzi arrivarono regolarmente anche gli investimenti aggiuntivi. Qualche anno dopo la divisione a cui apparteneva venne acquisita da un’altra multinazionale e alla fine la nostra strategia si rivelò vincente.

Questo per dire che, ovviamente, la problematica di attrarre insediamenti produttivi e investimenti di sviluppo è da tempo presente anche da noi. Fino ad ora tuttavia era confinata in rapporti ed accordi bilaterali: Amazon ha fatto outing, rendendola oggetto di un bando pubblico.

Questi episodi dimostrano che sono profondamente cambiati i meccanismi alla base della vita economica delle comunità: la presenza di realtà produttive importanti, in tempi di crisi e di mancanza di lavoro, costituisce un formidabile concentrato di potere e di pressione sui governi e sulle amministrazioni pubbliche.

Non che si tratti sempre di un fattore positivo: la legittimazione di tale potere non deriva dal voto degli abitanti, ma dalle risorse economiche messe in campo. E certamente l’identificazione di un territorio con valori e mission di un singolo gruppo aziendale non è sintomo di democrazia, oltre all’impatto sull’aumento del costo della vita e delle abitazioni che probabilmente un insediamento del genere produce.

Legati al tema sono poi anche i fenomeni del trasferimento del ruolo di gruppo sociale da difendere e tutelare dalla classe operaia a quello dei consumatori, come nel caso Walmart, ed il declino del principio too big to fail (troppo grande per fallire) soprattutto nel settore bancario, come è successo per Lehman Brothers: di essi ci occuperemo, infatti, nei prossimi due articoli.