Il falso problema dei Coronabonds

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Cerchiamo di fare un minimo di chiarezza su un tema di cui negli ultimi giorni si parla molto, anzi decisamente troppo e spesso a sproposito, talvolta anche da parte purtroppo di chi ha ruoli importanti: l’idea dei cosiddetti coronabond (o, ancor più impropriamente, eurobond, strumento finanziario ben diverso, che invece esiste da tempo, è tutt’altra cosa e non è in discussione).

Ci si riferisce ad un particolare titolo pubblico, che dovrebbe essere emesso o garantito (questo non è molto chiaro) da tutti gli Stati europei e che dovrebbe servire ad affrontare l’emergenza della pandemia in corso, aiutando i singoli paesi a sostenere le spese più urgenti ed immediate. Condivisibile lo scopo, ma ahimé inattuabile, almeno in tempi brevi e con gli attuali meccanismi di funzionamento delle istituzioni europee.

Stupefacente che siano stati i rappresentanti di alcuni Stati sovrani a proporlo, che hanno così dimostrato scarsa conoscenza dell’Unione Europea e del suo funzionamento. Non sorprende quindi che la proposta sia stata respinta al mittente da parte dei responsabili dell’Unione e degli altri Stati. Quando si vuole dire qualcosa, occorre farlo nella lingua di chi ci deve ascoltare, che in questo caso è quella delle regole e delle procedure eurounitarie: sarebbe come se un qualunque cittadino si presentasse in Comune e chiedesse di avere denaro per una finalità, sia pure ampiamente condivisibile, al di fuori degli strumenti e delle regole che governano l’istituzione e poi accusasse il sindaco di essere insensibile alle sue richieste.

Per essere accolte, le richieste devono essere formulate secondo le norme che governano l’Unione e attraverso gli strumenti esistenti, altrimenti restano meri desideri. Le norme si possono cambiare, le procedure si possono (anzi si debbono) adattare alle esigenze che cambiano continuamente, gli strumenti si possono creare: ma tutto questo richiede tempo non compatibile con l’urgenza della richiesta.

Tanto più quando strumenti attivabili esistono e gli ostacoli che potevano essere messi al loro utilizzo sono stati rimossi. Vediamo meglio.

Innanzitutto i coronabond (ancora) non esistono, quindi vanno costruiti. Ciò significa individuare uno (o più) soggetti titolati ad emetterli, il mercato (o i mercati) nei quali possano essere scambiati, i soggetti che potrebbero avere interesse, oppure essere obbligati, a sottoscriverli. Tutte cose che richiedono tempo.

Nell’Unione Europea ogni stato ha un suo bilancio ed un proprio debito pubblico. Esistono poi organismi comunitari sovranazionali, in primo luogo la BEI (Banca Europea degli Investimenti), che finanzia i singoli Stati col proprio bilancio attraverso l’emissione di titoli caratterizzati da rating molto alto e grande negoziabilità sui mercati. Ma la BEI fa la banca, ovvero concede prestiti generalmente assistiti da garanzie: lo stesso fa – su scala più vasta – il Fondo Monetario Internazionale.

Le garanzie che questi organismi richiedono sono per lo più vincoli di bilancio, ovvero impegni più o meno stringenti da parte dei debitori a non aumentare il proprio debito e a mantenere condizioni economiche che consentano di ripagare questi prestiti. Tutti ricordano le condizioni capestro, lacrime e sangue, imposte alla Grecia al tempo della grande crisi.

Ogni Stato, si diceva, ha un suo bilancio ed un suo debito. Per reperire finanziamenti può emettere titoli pubblici che colloca sul mercato e che vanno ad incrementare il volume del debito del paese. Il problema sussiste quando questi titoli non vengono collocati, ovvero quando nessuno si fida più di quel paese e della sua capacità di ripagare capitale ed interessi.

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Se c’è un soggetto che si dichiara disposto, entro certi limiti e con determinate garanzie, ad assorbire un certo quantitativo di titoli, il problema è in gran parte risolto salvo il fatto che il tasso di interesse richiesto sarà probabilmente molto alto. Questo soggetto è la Banca Centrale Europea, che in quanto banca centrale ha la caratteristica di emettere moneta e lo fa proprio attraverso l’acquisto sul mercato di titoli.

Ciò contro cui i nostri politici avrebbero dovuto scagliarsi (e lo ha fatto il Presidente Mattarella) era l’affermazione della Presidente della BCE Christine Lagarde che si diceva indisponibile a sostenere i paesi più deboli e con spread più elevati. Poi la pandemia ha travolto anche i paesi più ricchi e la leva monetaria si è dimostrata quella più idonea ad affrontare l’emergenza, riversando sui sistemi enormi quantità di moneta che consentissero ai diversi Stati di superare la fase acuta. Ora anche la BCE, come le banche centrali di tutto il mondo, acquista tutti i titoli che sono necessari e la stabilità è, giustamente, passata in secondo piano rispetto al governo dell’emergenza.

Da parte sua, la Presidente della Commissione Europea Ursula Van Der Leyden ha immediatamente dichiarato che i vincoli di bilancio e i parametri di stabilità erano in questa fase sospesi. Quindi ciascuno Stato può ora attivare quel canale per reperire le risorse di cui ha bisogno, senza pensare a nuovi strumenti o nuove procedure, alle quali comunque si potrà lavorare coi tempi e con la necessaria costruzione del consenso.

Questo comporta però, due tipi di conseguenze di cui si deve essere consapevoli. La prima è il forte aumento del debito pubblico, che già cresceva a ritmi enormi anche senza virus. La seconda è che questa enorme quantità di moneta prima o poi creerà una nuova ondata di inflazione, anche perché – come si è visto in questi anni – il rientro dalla fase espansiva e il drenaggio di liquidità, con conseguente aumento dei tassi di interesse, è estremamente difficile e complesso. Come far rientrare un razzo lanciato a tutta velocità nella stratosfera.

Ma il gioco vale la candela: se vogliamo fronteggiare la spesa enorme e imprevista di queste settimane, dobbiamo accettare le conseguenze che arriveranno.

Quindi, a nostro parere: quello dei coronabond è un falso problema; intestardendosi nella richiesta i nostri governanti guadagneranno una sicura figura marrone, con nessuna probabilità di successo nell’immediato: lo strumento esiste, consolidato ed attivabile subito e passa dalla Banca Centrale Europea. Quello che conta è l’obiettivo.

 

 

La sopravvivenza finanziaria

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Nel precedente articolo abbiamo cercato di immaginare cosa potrebbe succedere al nostro sistema finanziario e al circuito economico dei beni e servizi in seguito alla pandemia in corso.

Abbiamo visto che sarà decisiva la durata della crisi: se – come pare ragionevole attendersi – potremo tornare ad una vita più o meno regolare entro un paio di mesi o tre (come del resto sta già accadendo in Cina, dove l’infezione si è sviluppata), allora molto probabilmente le sue conseguenze, pur pesanti e di grande sofferenza sotto il piano umano, saranno tutto sommato sostenibili.

Il prodotto interno lordo potrebbe contenere la sua diminuzione fra il 5,5% e il 6%: certamente rilevante, ma alla fine non molto distante dai peggiori momenti della storia economica recente. A quel punto reddito, produzione e lavoro dovrebbero cominciare a ripartire e, gradualmente, si potrebbe tornare ai livelli ante-Covid19.

Se questo è il caso, i mercati finanziari potrebbero aver già scontato il loro livello minimo, considerando che nel solo mese di marzo hanno perso quasi la metà del loro valore, ben oltre la riduzione dell’attività economica.

Un discorso a parte merita l’inflazione: cosa accadrà all’indice dei prezzi in questa situazione? Crollo della domanda e crollo dell’offerta agiscono in direzione opposta: mentre il primo ha effetto di contenere i prezzi, il secondo porta inflazione (si riducono i beni offerti e quelli che restano aumentano di valore). Fra l’altro l’ossessivo richiamo dei tedeschi alla priorità del controllo dei prezzi è stato l’elemento che ha frenato la Banca Centrale Europea almeno fino ad ora.

In realtà è evidente che ci troviamo in una chiara situazione deflazionistica: i livelli dei prezzi si mantengono bassi, nonostante le consistenti iniezioni di liquidità praticate dalle banche centrali.

In questa situazione, è quindi ragionevole attendersi che, grazie proprio alle politiche monetarie espansive (abbondante liquidità e tassi di interesse bassi), i prezzi dovrebbero essere ampiamente controllabili e al massimo superare di poco il tasso obiettivo del 2%, attualmente considerato un livello di equilibrio e un target generalizzato.

Se infatti molta inflazione è un problema (e chi ha vissuto l’esperienza degli anni 70, con l’iperinflazione che portò in Italia i prezzi a crescere in diversi anni anche a doppia cifra), i prezzi ostinatamente troppo bassi rendono difficile al sistema procedere con fluidità ed efficienza, come se mancasse il carburante a un’automobile. Con i prezzi solo un po’ più alti si spende di più, aumenta la produzione, cresce il reddito e il lavoro; con prezzi troppo alti o crescenti oltre misura le attività perdono valore e si crea solo illusione.

Da tutto quello che abbiamo detto, il consiglio è di non farsi prendere dal panico e non svendere i propri titoli agli attuali prezzi di mercato, pur essendo consapevoli del rischio che se l’emergenza dovesse invece protrarsi oltre i due-tre mesi i valori degli asset in portafoglio potrebbero scendere ancora, fino ad azzerarsi del tutto.

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In uno scenario ragionevole, invece, ben presto si potrebbe risentire delle misure di politica monetaria espansiva decise da tutte le banche centrali, compresa la BCE della Lagarde, ora che la pandemia non è più limitata all’Italia ma ha interessato anche Germania e Francia.

Al contrario di quanto successe nel 2008, infatti, la liquidità del sistema viene mantenuta molto abbondante e questo facilita la ripresa: in fin dei conti l’esperienza del passato ha insegnato qualcosa. Alla lunga, queste risorse dovranno necessariamente entrare in circolo sui mercati, dato che i tassi a breve (quelli sui depositi liquidi presso le banche) ben presto assumeranno valori negativi.

Depositare denaro in banca costerà, anziché essere gratis come oggi in Italia, esattamente come costa sottoscrivere un Bund (titolo di stato) tedesco, considerata l’attività meno rischiosa del mercato. A quel punto, tranquillizzati dai corsi che staranno salendo, molti operatori preferiranno investire in aziende comunque affidabili piuttosto che pagare una commissione per tenere le risorse liquide e sicure in banca. Si dovrebbe quindi assistere un aumento della domanda e dei prezzi, corroborata dall’effettivo miglioramento dell’economia reale.

Se questo è il panorama più probabile, potremmo non essere lontani dall’auspicata inversione dei mercati, anche se prima di tornare ad acquistare è buona norma attendere che i livelli di oggi si mantengano e si consolidino per alcuni giorni. Salvo un tutto sommato improbabile crollo totale del sistema, prima o poi questo livello comunque si raggiungerà. Ogni drammatico crollo economico della storia, da quello del 1929 alla sopra menzionata crisi energetica dei primi anni ‘70 del secolo scorso, alle torri gemelle del 2001 alla recessione epocale del 2008, alla fine ha visto i prezzi di borsa tornare ai livelli precedenti e superarli, fino ai massimi assoluti della fine dell’anno scorso.

E’ solo una questione di tempo, come sempre in economia, del resto.

 

 

The Day After

COVID

 

Impossibile in queste settimane non parlare del virus. Anche chi ha sostenuto, con l’ottimismo della volontà di gramsciana memoria, le ragioni del “non facciamoci scippare la nostra vita” e della “vita che deve continuare”, ha dovuto piegarsi al pessimismo della ragione.

Abbiamo provato anche noi, nel nostro piccolo, ad occuparci dei temi consueti e a non farci travolgere dalla cannibalizzazione del tema “coronavirus”, ma alla fine ci dobbiamo piegare all’evidenza dei fatti. Inutile illudersi: il mondo dopo il contagio non sarà più lo stesso di prima. E’ ragionevole attendersi che la propagazione esponenziale di queste settimane venga arrestata nell’arco di un paio di mesi al massimo e che, con la produzione del vaccino, il virus venga prima o poi definitivamente sconfitto.

Ma è evidente che stiamo mettendo in discussione un modello di vita, basato sulla socialità e sulla relazione, costruito in secoli di civiltà. Un semplice atto come darsi la mano o scambiarsi un bacio di saluto – pratica molto popolare, fino a ieri, nei paesi latini – dovrà essere evitato, la distanza di sicurezza di un metro alzerà inevitabilmente barriere invisibili fra noi ed il resto del mondo, considerato fino a prova contraria potenzialmente infetto.

Sia chiaro che le misure adottate dai governi, per ora solo da quelli più colpiti (o forse quelli dei paesi in cui si sono svolti solo più controlli e tamponi), sono giustificate e difficilmente contestabili. Anzi, probabilmente tutti i paesi dovranno piegarsi a questa necessità. In Italia si è assistito all’esecrazione governativa, con annessa minaccia di denuncia, per una regione (le Marche) che aveva disposto la chiusura di tutte le scuole e – dopo neanche 15 giorni – alla decretazione di quella stessa misura da parte dell’autorità centrale per tutto il paese. La prudenza, in questi casi, non è mai troppa.

Tuttavia può essere interessante cercare di capire come sarà la nostra vita dopo che lo tsunami sarà passato, sia sotto il profilo sociale – della vita di tutti i giorni – che sotto quello economico, per capire che la prospettiva non è certo allegra. Nessun dramma: nella storia l’uomo ha spesso, per non dire sempre, dovuto adeguarsi ai mutamenti del contesto per esigenze di mera sopravvivenza.

Al tempo di internet e dell’iperconnessione, certamente verranno incrementate tutte le forme di lavoro e le attività che si possono fare in remoto, con un computer e una linea che funziona, mentre saranno penalizzate le attività di carattere sociale e gli eventi o luoghi che implicano riunioni di persone.

Lavoro da casa, e-learning, riunioni a distanza, acquisti online sono tutte cose che inevitabilmente cresceranno ancora nei prossimi anni. Concerti, lezioni frontali, viaggi, turismo, grandi eventi conosceranno invece un declino che è già pesantemente iniziato.

Il nostro mondo terrà memoria di questa stagione e prima di abbandonare la diffidenza verso situazioni di assembramento dovrà passare un bel po’ di tempo. Anche dopo il Covid19, infatti, resterà un senso di insicurezza e vulnerabilità dei nostri sistemi e la consapevolezza che basta poco per metterli in crisi. Il coronavirus verrà sconfitto, ma niente ci assicura che altri virus possano ugualmente diffondersi e colpire.

In questi casi l’economia passa necessariamente in secondo piano, ma prima o poi sarà inevitabile fare i conti con la nuova situazione. Facilmente prevedibile un rallentamento generalizzato dell’economia, perché si produrranno e si scambieranno meno beni e servizi. Diminuirà la domanda in modo sensibile, con l’eccezione dei beni di prima necessità quali alimentari, farmaci e servizi per la salute. Ma diminuirà anche l’offerta, perché molte aziende dovranno necessariamente rallentare, se non sospendere, la propria attività. Questo potrebbe provocare una reazione a catena di tipo deflazionistico, in cui verrà aggravato – specie per un sistema come il nostro, già strutturalmente fragile – il problema della disoccupazione.

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Minori redditi da lavoro, ma anche da capitale: è ragionevole attendersi infatti che i tassi di interesse verranno tenuti bassi, per effetto delle politiche monetarie espansive attuate a piene mani da tutte le autorità centrali. La Fed, la banca centrale americana, ha già ridotto i tassi di mezzo punto percentuale e lo stesso faranno la BCE e la Bank of England. I tassi negativi, già ampiamente diffusi in Giappone e sui mercati monetari europei, diventeranno molto più frequenti e la ricerca di minor rischio per gli investimenti dovrà essere pagata dai risparmiatori in termini di interessi passivi: i Bund (titoli di Stato tedeschi) sono già arrivati a un tasso negativo di 0,70% l’anno, ciò significa che chi volesse impiegare 10.000 Euro nei titoli ultrasicuri del governo di Berlino, dovrà pagarne 70.

Si assisterà ad un fenomeno inedito: molta liquidità in circolazione ma bassa domanda di attività finanziarie. Quella che nell’ultimo anno è stata impiegata sul mercato azionario, provocandone una crescita molto consistente, in parte è stata ritirata con le vendite massicce delle ultime settimane e in parte è stata polverizzata con il crollo dei prezzi.

2019 ANNUS MIRABILIS

Come l’anno scorso di questi tempi eravamo a leccarci le ferite per le disastrose performance di quasi tutti i mercati, per la prima volta dal 1901 tutte contemporaneamente negative, così quest’anno salutiamo invece la chiusura di un annus mirabilis, che ha consentito a molti di recuperare buona parte delle perdite del 2018 e a quasi tutti gli investitori di chiudere i propri portafogli con segno positivo.

Maglia rosa questa volta la borsa italiana, con l’indice azionario che ha realizzato uno straordinario e irripetibile +28,2%. Chi avesse investito 100 eurini il 1° gennaio 2019 nell’indice FTSE-MIB, quello che sintetizza l’andamento dei titoli a maggior capitalizzazione del nostro mercato, potrebbe oggi ritrovarsene 128,2; ma alcuni titoli singoli hanno consentito guadagni ancora maggiori: a titolo esemplificativo Azimut +122%; Poste Italiane + 47%; Enel +42%.

Ma anche le obbligazioni tutto sommato non sono andate male, pur restando i rendimenti ancora molto bassi. Proprio perché i tassi non sono aumentati come si temeva, i prezzi dei titoli in generale non hanno subito grosse penalizzazioni.

Sempre molto sostenuta la borsa americana, cresciuta nell’anno del 22%, con prezzi che – pur già elevatissimi in rapporto agli utili delle società – hanno continuato a crescere imperterriti, consentendo agli indici azionari (in primo luogo lo Standard&Poor) di raggiungere livelli record. Il dollaro, come ci si attendeva, è diminuito e questo ha danneggiato gli investitori stranieri in valuta USA, ma ha fortemente avvantaggiato l’economia statunitense, favorendo le esportazioni nonostante l’effetto negativo dei dazi di Trump.

Alla fine anche l’azionario europa si è difeso bene, neutralizzando la storia infinita della Brexit che all’inizio dell’anno era ancora in alto mare e ora sembra aver imboccato la via della risoluzione.

Come si vede, una situazione con molte luci e poche ombre, non facile da decifrare. L’economia negli USA va bene ma non benissimo, in Europa è piuttosto debole e in Italia certo non brilla. Allora perché le borse sono esplose?

Intanto, come ormai i nostri lettori sanno bene, le borse non riflettono completamente l’andamento dei sistemi economici. La teoria ci dice che le quotazioni dovrebbero incorporare gli utili attesi delle società sul mercato, nel senso che se si prevede che un’azienda possa distribuire maggiori dividendi in futuro, il suo valore in borsa dovrebbe aumentare. Quindi i prezzi dei titoli salgono non tanto se la società va bene, ma se si prevede che in futuro vada meglio di oggi e sia in grado di distribuire ai suoi azionisti più dividendi.

La pratica ci insegna invece che molto spesso l’andamento dei titoli è ben poco correlato alla situazione economica e finanziaria delle società emittenti. Un po’ perché la vera situazione aziendale non sempre è conosciuta dagli investitori, che fanno unicamente affidamento sui dati pubblici. Un po’ perché spesso il mercato si fa dei film che sono pura fantasia, come quando iniziano a girare voci su probabili acquisizioni o scalate che gonfiano i prezzi, ma poi si rivelano infondate, vere e proprie fake news.

I veri artefici della prolungata e scoppiettante stagione dei mercati sono in realtà le banche centrali, che governano i tassi di interesse attraverso la politica monetaria, ormai unico driver dei sistemi economici, come più volte abbiamo scritto sul blog. Si è diffusa fra gli investitori, in modo non ingiustificato, la convinzione che se l’economia dovesse andare male, le banche centrali sono disposte a ridurre ancora i tassi, e che se tendesse a surriscaldarsi comunque non aumenteranno i tassi stessi. Ciò perché la politica (Trump docet) non accetterebbe – in chiave prettamente elettorale – una politica monetaria restrittiva, sapendo che politica fiscale e politica di bilancio sono due leve praticamente inutilizzabili. A maggior ragione se l’inflazione, come è nel caso attuale, non mostra nessuna voglia di rialzare la testa e anzi fa fatica a raggiungere il livello considerato di equilibrio del 2% all’anno.

Ancora troppo recenti le scottature della grande crisi del 2007 quando le banche centrali (la Fed e la Bce in primo luogo) esitarono mesi prima di allentare la morsa dei tassi e si ostinarono a perseguire le politiche restrittive messe a punto quando le cose andavano bene. Così facendo tolsero liquidità e ammortizzatori a sistemi che ne avrebbero avuto gran bisogno. Oggi è storia, ma si provi a chiedere ai tanti imprenditori mandati in default a quell’epoca per aver trovate chiuse le porte del credito in momenti di difficoltà di mercato, o per aver dovuto pagare oneri finanziari insostenibili.

Durerà la pacchia? Difficile a dirsi, ma certo è che prima o poi una flessione è nell’ordine naturale delle cose. I mercati non possono crescere all’infinito decorrelati dall’economia, non l’hanno mai fatto nella storia e non lo faranno neanche ora. Il tema vero è sapere quando ciò accadrà.

Intanto, godiamoci i risultati di quest’anno che volge al termine.

Buon 2020 a tutti i lettori del blog.

AVVISO AI NAVIGANTI – Fra due guanciali

Apparentemente siamo fra due guanciali: se l’economia migliora, i tassi non salgono e la borsa cresce; se peggiora le autorità monetarie riducono i tassi e la borsa non scende.

Quindi tutto bene madama la marchesa? Non proprio. Il Nostromo suggerisce prudenza e dove possibile senza danni riportare a casa i soldi. Qualche sinistro scricchiolio si comincia a sentire, e meglio non farsi sorprendere al largo dalla tempesta, anche se ora c’è il sole e un bel vento di maestrale.

Fra due guanciali, d’accordo, ma meglio restare ben svegli.

IL NOSTROMO

Punt e MES

Coloro che sono soliti seguire con attenzione le vicende politiche, ma che magari non hanno dimestichezza con i temi economici, si sono chiesti nelle scorse settimane cosa fosse il Meccanismo europeo di stabilità (MES) e perché mai una cosa del genere, sconosciuta fino a poco tempo prima, potesse mettere in discussione gli equilibri attuali e la stessa stabilità del governo. Un po’ come successe nel 2011 quando venne fuori dal cilindro dei media lo spread.

Proviamo allora a spiegare di cosa si tratta e a cercare di capire se siano giustificati i timori dell’incombenza e della congiura dei “poteri forti” per riaffermare la natura germanocentrica dell’Unione Europea o se si tratti piuttosto di un semplice espediente della politica contrarian per mettere in difficoltà la coalizione giallorossa al potere. A nostro modesto avviso, nessuna delle due posizioni è corretta, anche se in ognuna, come sempre, c’è una parte di vero.

Vediamo innanzitutto di cosa si tratta.

Il MES, detto anche Fondo salva-stati è un’organizzazione internazionale nata come fondo finanziario europeo per la stabilità finanziaria dell’Eurozona, istituita nel 2011, all’indomani della grande crisi che a partire dal fallimento di Lehman Brothers del 2007 devastò l’economia mondiale. Il MES ha sede in Lussemburgo ed emette prestiti per assicurare sostegno ai paesi in difficoltà – sul modello del FMI, il Fondo Monetario Internazionale – e acquista titoli sul mercato primario (ovvero all’emissione) solo subordinatamente all’attivazione, da parte del paese beneficiario, di un programma di risanamento e riequilibrio.

In estrema sintesi, se uno dei paesi aderenti si trovasse a rischio default, è chiaro che avrebbe estrema difficoltà a collocare sul mercato i propri titoli del debito pubblico, che nessun investitore sarebbe disposto a sottoscrivere se non a tassi molto alti. In questo caso il MES potrebbe finanziare il paese in crisi acquistando direttamente i titoli del suo debito ed emettendo – per reperire risorse – proprie obbligazioni con rating molto elevato. Per fare questo il MES obbligherebbe lo stato in parola a definire e realizzare un programma molto rigido di risanamento, del tipo “sangue, sudore e lacrime”, come è successo nel caso della Grecia.

Si tratta, a ben vedere, di una specie di polizza assicurativa contro il rischio di fallimento di uno stato membro, nella consapevolezza che – in un sistema interconnesso come l’Europa – il crollo di uno stato provocherebbe un effetto domino su tutti gli altri, con conseguenze molto più gravi ed onerose per tutte rispetto al premio pagato (le risorse impegnate nel salvataggio).

Si tratta di un organismo tecnico in vita dal 2012, quindi da circa sette anni, e alla cui costituzione e alimentazione tutti i governi che si sono succeduti da allora hanno attivamente collaborato. Allora perché le violente polemiche di questi giorni?

Perché è in discussione una riforma delle sue modalità di funzionamento, che in sostanza consistono nella possibilità di intervenire per salvare le banche in crisi. L’accusa che viene rivolta alla Germania è quella di avere voluto proprio ora questa riforma perché teme seriamente per la sopravvivenza delle proprie banche, non solo le casse di risparmio regionali ma soprattutto i grandi colossi, in primo luogo Deutsche Bank e Commerzbank. Non solo: è stato previsto che in soccorso delle banche in crisi il MES possa intervenire solo se i conti del paese sono – guarda caso – in ordine. In questo sta la parte di vero di quanto affermato da coloro che criticano la riforma del MES: la Germania esercita veramente un ruolo egemone in Europa (e del resto nel Fondo i tedeschi sono in maggioranza, contribuendo per il 27,15%).

Va tuttavia considerato che il fondo è gestito da un consiglio di amministrazione in cui sono rappresentati tutti gli stati partecipanti in proporzione alle rispettive quote e che le decisioni di intervento devono essere approvate con l’85% dei consensi.  L’Italia, che ha il 17,7% dispone quindi di un potere di veto.

Volendo riportare la questione ai termini reali, al di fuori della propaganda e del populismo, dobbiamo dunque ribadire che è un bene che esista un meccanismo di salvataggio delle banche. Ed è un bene non solo per il paese di quella banca, ma per tutti i paesi del sistema (si veda, al proposito, il nostro articolo).

Certamente la Germania ha un interesse particolare nella riforma in discussione, ma riteniamo che si tratti di un elemento che va incontro anche ai nostri interessi.

Un altro punto della modifica del trattato istitutivo riguarda l’ipotesi di ristrutturazione del debito, ovvero la decisione di un paese di non onorare i propri impegni e procedere a una rimodulazione o parziale cancellazione del debito stesso, con forte pregiudizio di chi lo ha sottoscritto, come nel caso dell’Argentina. In questi casi il MES può intervenire ponendosi negozialmente fra lo stato in crisi e i bot-people, i sottoscrittori dei titoli pubblici divenuti tossici.

Il vero punto critico, con riguardo a quest’ultimo aspetto, è proprio la potenziale ricaduta negativa sugli investitori, che potrebbero preoccuparsi dell’eventuale ristrutturazione come se fosse un’ipotesi reale e non un rischio lontano da fronteggiare.

In conclusione, tutto il meccanismo pare proprio un aspetto molto tecnico, nel quale solo con molta fantasia si può riconoscere uno strumento al servizio dei cosiddetti poteri forti, tipo Bilderberg, e una sorta di saccheggio perpetrato ai danni dei più poveri.

L’anno elettorale

Se, come abbiamo visto la scorsa settimana, il fattore determinante per la formidabile crescita dei mercati di questo 2019 che volge ormai al termine sono state le politiche monetarie espansive delle banche centrali, c’è da chiedersi in primo luogo se queste politiche continueranno oppure se c’è da aspettarsi un inasprimento e una restrizione di liquidità con conseguente aumento dei tassi.

Su questo possiamo avere una quasi certezza: la banca centrale americana, la Fed, non potrà cambiare la propria impostazione almeno fino alle elezioni del nuovo presidente. E’ vero che la Fed è formalmente indipendente e autonoma dalla Casa Bianca, ma è altrettanto vero che Trump farà di tutto, come ha fatto alla fine dello scorso anno, per incidere sulle policy monetarie ed evitare che gli americani vadano a votare in un clima di stagnazione e rallentamento economico. Almeno fino alla metà del 2020, c’è quindi da aspettarsi che la liquidità del sistema rimanga elevata e che i mercati finanziari USA continuino il loro trend se non di crescita, quanto meno di consolidamento agli attuali livelli.

I tassi USA certamente non aumenteranno, e dovrebbero anzi diminuire di 0,50/0,75% entro il primo semestre del prossimo anno. Ciò significa che i prezzi delle obbligazioni dovrebbero, sia pure di poco, aumentare nello stesso periodo e pertanto che anche investimenti in questa tipologia di strumenti non dovrebbero, in generale, risultare penalizzanti.

C’è però da considerare, sempre nell’ottica delle incombenti elezioni presidenziali, che interesse dell’amministrazione uscente per favorire la rielezione, è il mantenimento di un corso del dollaro piuttosto debole: questo per avvantaggiare le esportazioni delle aziende USA – tradizionalmente grandi elettori del partito repubblicano a cui Trump appartiene – e rallentare le importazioni, già frenate dai dazi che il biondo inquilino della Casa Bianca ha già introdotto da tempo. Sotto osservazione è il rapporto di cambio Dollaro/Yuan, ovvero quello con la moneta cinese, che Trump farà di tutto per diminuire.

Neri primi sei mesi dell’anno (almeno) c’è quindi da aspettarsi, per il mercato USA, un consolidamento dell’attuale fase di alti prezzi del mercato sia azionario che obbligazionario; una leggera ma costante riduzione dei tassi di interesse e un rafforzamento delle altre valute (in primo luogo Yuan, ma anche Euro e Sterlina) nei confronti del dollaro.

E cosa accadrà in Italia? Il nostro paese ha visto crescere di quasi il 30% il proprio mercato azionario nel 2019 ed ha raggiunto livelli ben difficilmente sostenibili, dato che il sistema economico sta attraversando una fase di sostanziale stagnazione. Il PIL nazionale, secondo la manovra finanziaria approvata nelle ultime settimane, dovrebbe crescere dello 0,6%, ma si tratta di una previsione considerata troppo ottimistica da parte di molti centri studi. Tuttavia il mercato continua a mantenersi vivace e la liquidità del sistema resta abbondante. Né è ragionevole attendersi una brusca inversione di tendenza dalla nuova leadership della BCE (guidata ora da Christine Lagarde, dopo l’esperienza per noi fondamentale di Mario Draghi), per cui almeno nel primo trimestre del 2020 è molto probabile che il mercato azionario continui a presentare un’intonazione positiva.

Non ci sentiremo invece di scommettere sulla prosecuzione del trend anche in primavera, dopo la pubblicazione dei risultati trimestrali delle aziende. Se questi dovessero essere deludenti, potremmo trovarci di fronte a quella caduta dei listini che molti paventano da tempo. Se questo succede, probabilmente la banca centrale dovrà allentare ancora i cordoni e guidare l’economia verso una più consistente riduzione dei tassi, cosa che avvantaggerà i corsi delle obbligazioni.

Potrebbe essere quindi una buona idea stare ancora sul mercato azionario cercando di cogliere in chiave tattica qualche buona opportunità di fare utili, ma stare pronti ad uscire almeno parzilmente nel corso del primo trimestre e posizionarsi sul mercato obbligazionario, dove parrebbero preferibili le scadenze medio lunghe e i tassi fissi (tipo BTP a 4/5 anni o titoli analoghi).

In prospettiva di 12/18 mesi una buona soluzione potrebbe essere l’oro, in particolare quei titoli azionari o obbligazionari sensibili al prezzo del metallo giallo, come pure investire una parte del portafoglio in commodities. In questa fase, dato che riteniamo probabile l’indebolimento del dollaro e il rafforzamento dell’oro, il consiglio è di non aumentare l’esposizione in dollari, ma eventualmente – per chi avesse dollari in portafoglio ora – di approfittare dei buoni prezzi sui mercati finanziari per uscirne e ricomprarsi Euro.

Da un punto di vista teorico, potrebbe essere un buon momento per entrare in un fondo flessibile, ma dobbiamo confessare una scarsa fiducia nei prodotti del risparmio gestito e nei fondi, che in genere si sono rivelati molto più redditizi per i gestori che non per i sottoscrittori. Meglio, secondo noi, sbagliare da soli anche se qualche eccellenza sul mercato è probabilmente possibile trovarla.

Con questo, possiamo dire di aver dato qualche buona indicazione per orientare l’investimento dei risparmiatori nell’anno che viene. Speriamo che il nostro Blog continui ad avere la fortuna del passato, e che chi ci segue e mette in pratica i nostri consigli, continui a guadagnare.

Si deve però sottolineare che il processo di investimento è complesso e articolato, e che bisogna partire da una corretta analisi della propria situazione patrimoniale e finanziaria, degli obiettivi che ci poniamo, della propensione al rischio per impostare una strategia corretta, rispetto alla quale gli aggiustamenti contingenti assumono invece un rilievo tattico. Questa può essere l’occasione per rivedere l’impostazione di base e l’asset allocation strategica del nostro portafoglio.

Da parte nostra, l’anno nuovo porterà qualche bella novità nel Blog, che contiamo di arricchire e implementare per renderlo sempre più piacevole e diffuso, dopo tre anni e mezzo di vita. Continuate a seguirci con attenzione e non ve ne pentirete.

I corni del dilemma: le buone azioni di fine anno

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Come abbiamo visto la scorsa settimana, il mercato azionario italiano è cresciuto di quasi il 30% dall’inizio dell’anno, sulla scia del forte trend rialzista che ormai da molto tempo sta interessando il mercato USA. I vecchi operatori dei borsini (i locali delle banche dove si seguivano in diretta le contrattazioni) erano soliti affermare che il trend è tuo amico (trend is your friend) e, in casi come questo, si facevano portare volentieri dalla corrente per partecipare alla festa e mettere fieno in cascina.

Tuttavia fra le tante incertezze che ci circondano, una certezza possiamo averla: prima o poi la pacchia finisce e l’investitore prudente deve evitare di trovarsi a quel momento con il portafoglio totalmente investito, per non essere travolto dall’inversione di tendenza che molto probabilmente sarà intensa e repentina. Inoltre è altrettanto probabile che il prossimo anno, in cui ci saranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, i mercati vedranno una grande instabilità legata ai possibili esiti dell’importante tornata elettorale, per cui non è da ritenere verosimile che il rally possa continuare, almeno a questi ritmi, oltre la metà del 2020.

E’ chiaro che 6/8 mesi sono comunque molti nell’ottica di un investitore e che la gestione sbagliata di questo periodo può fare molto male sia – nella migliore delle ipotesi – come opportunità di guadagno non sfruttate sia soprattutto se rischiasse di essere travolto dal crollo prossimo venturo.

Infatti una serie di fattori, molto importanti, possono influenzare in modo significativo l’andamento dei mercati e comunque sono portatori di instabilità: dall’ingresso nell’agone del nuovo Presidente della BCE Christine Lagarde dopo l’era di Mario Draghi, all’evoluzione della lunga diatriba sui dazi commerciali fra USA e Cina; dall’ancora incerto sviluppo della Brexit (che ha da tempo compiuto i tre anni) alla capacità di tenuta del governo italiano per tutta la legislatura.

Riuscirà il governatore della Federal Reserve americana a resistere alle pressioni sempre più forti del Presidente uscente Trump per far diminuire i tassi?  E come si presenteranno le trimestrali delle società quotate nel nostro paese in una fase congiunturale di netto rallentamento? Piazza Affari avrà ancora benzina nel serbatoio per correre dopo un aumento del 30% in dieci mesi?

Considerando che mancano circa 5 settimane di mercati aperti da qui alla fine dell’anno e che in questo periodo molti operatori e gestori faranno di tutto per tenere i prezzi al massimo livello possibile al fine di presentare bilanci positivi e incassare i bonus legati alle performance, è ragionevole ritenere che l’attesa inversione di tendenza almeno fino all’anno nuovo non debba verificarsi.

Naturalmente si tratta di un’impostazione di breve o brevissimo periodo, di natura esclusivamente speculativa e finalizzata a lucrare, in chiave tattica, redditi aggiuntivi rispetto a quelli definiti come obiettivi di rendimento del portafoglio. E’ un classico punto di vista da trader, più che dell’investitore: chi ha comunque investito sulla base di una strategia ben precisa (individuando correttamente la propria asset allocation) e di una valutazione sulla gestione economica delle aziende quotate, potrà tranquillamente continuare su questa strada, non facendosi prendere ora dalla frenesia di partecipare al banchetto o, al momento del crollo, dalla depressione che arriverà.

Nella logica dell’investitore entrare ora su un titolo è invece abbastanza difficile, perché i prezzi, in rapporto agli utili societari, sono in genere molto alti, anche se continuano a crescere. Il consiglio è quindi quello di portare a casa, se possibile, le plusvalenze teoriche emerse. In tal caso, è vero che non si guadagnerà più se il corso dell’azione dovesse aumentare ancora, ma è anche vero che in caso di crollo improvviso ci saremmo cautelati. Se e quando il crollo avverrà, mantenendo comunque la fiducia in quel particolare titolo, potremmo ricomprarlo a un prezzo più basso e ci ritroveremmo nella stessa situazione di partenza ma con un bell’utile in saccoccia.

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Dal punto di vista del trader, invece, si potrebbe pensare a incursioni rapide su alcuni titoli particolari al momento in cui i prezzi dovessero scendere del 2 o 3 per cento in una singola giornata oppure oltre un certo livello soglia, per poi rivendere al rimbalzo successivo, quando si arrivi a una plusvalenza ritenuta accettabile. In questo caso si deve costruire un elenco (la cosiddetta watchlist), di titoli graditi, da monitorare giorno per giorno. Il concetto dovrebbe essere quello che, se anche nel breve termine non si riesce a chiudere quella operazione e il titolo continuasse a scendere, avremmo sempre effettuato un investimento che ha senso; al limite incasseremmo i dividendi al prossimo stacco.

Va in ogni caso tenuto presente qual è il livello di rischio che si intende correre, ovvero il limite massimo di perdita ritenuto sostenibile, per poi uscire anche in stop loss se le cose dovessero mettersi male.

Viceversa, estremamente rischioso è impostare una strategia short su alcuni titoli o sugli indici di borsa, ovvero vendere allo scoperto e a termine al fine di lucrare sul crollo che si prevede alle porte. Questa strategia è molto pericolosa, ed espone a perdite potenzialmente illimitate se invece il mercato continua a crescere, tanto più se si utilizza la leva finanziaria che amplifica, come noto, sia i guadagni che le perdite.

Un’altra ipotesi operativa da prendere in considerazione può essere quella degli strumenti derivati. Se vogliamo sterilizzare gli utili teorici fino a questo momento emersi senza tuttavia vendere i titoli, potremmo acquistare un certificato (i cosiddetti ETC o ETF) il cui valore aumenta al diminuire dell’indice di borsa, o dell’andamento di un particolare titolo. Si tratta di titoli che utilizzano una determinata leva finanziaria e il cui costo di acquisto può essere considerato una sorta di premio assicurativo. Con opportuni calcoli, è possibile determinare quale ammontare del certificato sottoscrivere a fronte di un determinato utile da plusvalenza che si vuole congelare. Da quel momento in avanti, se i calcoli sono corretti, qualunque cosa succeda il nostro utile teorico non sarà più in discussione; ovviamente però si rinuncerà a eventuali ulteriori guadagni se i nostri titoli dovessero continuare a crescere.

In sostanza, se il mercato crescerà si guadagnerà con il portafoglio, ma si perderà sul derivato; se invece si verificherà il temuto crollo, il derivato si apprezzerà nella stessa misura della minusvalenza sui titoli.

Pur essendo una soluzione interessante, si tratta tuttavia di strumenti che richiedono un certo grado di conoscenza teorica e un’attitudine ad operare sui mercati, per cui sono più adatti a investitori esperti. E inoltre si tratta di strumenti caratterizzati da una certa opacità, specie in merito ai costi caricati da chi li produce e da chi li commercializza. Sono loro che, in ultima analisi, guadagnano con ogni situazione di mercato.

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia o Raddoppia: seguire il trend o ritirarsi con ordine?

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Ancora poche settimane di mercato aperto e anche questo 2019 passerà in archivio. L’interesse degli investitori è ovviamente concentrato su quello che potrà succedere nei prossimi giorni, per cercare di capire quali possono essere le decisioni più efficaci sul portafoglio. Per poter fare questo, è tuttavia necessario analizzare prima quello che è successo in passato, in particolare nell’ultimo anno, per molti aspetti piuttosto singolare.

Dopo il disastro generalizzato che ha interessato praticamente tutti gli asset (ovvero gli strumenti finanziari disponibili per l’investimento) nella seconda metà dello scorso anno, ad esclusione dell’azionario USA, il 2019 è partito subito bene e già dopo i primi tre o quattro mesi molti investitori erano riusciti a recuperare buona parte delle perdite subite l’anno precedente. Il mercato azionario italiano, in particolare, ha intrapreso un sentiero di forte crescita dei volumi, ma anche l’obbligazionario ha performato piuttosto bene, grazie soprattutto alle politiche espansive delle banche centrali, sia quella europea che quelle americana e britannica.

Le banche centrali, contrariamente alle attese, hanno proseguito le politiche monetarie tese a favorire la crescita economica e quindi finalizzate a mantenere bassi i tassi di interesse. Quando i tassi sono bassi, infatti, le imprese dovrebbero trovare più conveniente investire e le famiglie indebitarsi per fare acquisti di beni durevoli, e per tale via stimolare la domanda e la produzione.

In realtà sappiamo bene che non è sempre così perché, oltre determinati livelli, il reddito non risponde più agli stimoli monetari, configurandosi la cosiddetta trappola della liquidità: nonostante i tassi estremamente contenuti (abbiamo visto che in questo periodo sono anche negativi), le imprese non chiedono nuovi prestiti perché comunque non hanno sufficiente domanda dai loro clienti per poter vendere i nuovi maggiori prodotti. In questi casi gli economisti – con una metafora efficace – dicono che “il cavallo non beve” e per far crescere l’economia sono necessari stimoli più forti, quali la politica fiscale e quella di bilancio pubblico.

La politica monetaria espansiva è basata sul principio dell’aumento di liquidità, ovvero dell’incremento della quantità di moneta in circolazione. Con più moneta che circola nel sistema, aumenta la domanda di strumenti finanziari, in primo luogo azioni ed obbligazioni, ed è questo il motivo per cui il mercato azionario, nell’anno che ormai volge al termine, ha visto crescere i propri prezzi.

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Anche nel mercato obbligazionario crescono i prezzi dei titoli e questo determina la riduzione dei tassi di interesse. Esiste una relazione algebrica di proporzionalità inversa fra prezzo di un titolo obbligazionario e tasso di interesse; senza voler entrare nel dettaglio tecnico, è comunque intuibile che se molti investitori chiedono di acquistare un titolo obbligazionario, chi lo emette può ridurre il tasso di rendimento che deve pagare; se si tratta di un titolo a tasso fisso, in cui la cedola non cambia, l’aggiustamento avviene proprio attraverso il prezzo in maniera pressoché automatica.

Un esempio renderà chiaro il concetto. Supponiamo di avere un titolo che, al prezzo iniziale di 100, paga una cedola annuale del 5%. Se i tassi di mercato diminuiscono, supponiamo di mezzo punto percentuale, questo titolo diventerà molto appetibile sul mercato perché offre una cedola superiore a quelle correnti nella nuova situazione. Aumentando la domanda di quel titolo, ne aumenterà anche il prezzo che tenderà ad andare a 111, in modo tale che la sua cedola (5 Euro) rispetto a 111, esprima un rendimento intorno a 4,50%, nuovo livello di mercato.

I mercati hanno beneficiato, nel corso di quest’anno, dell’abbondante liquidità presente sul mercato ed hano consentito a chi deteneva i titoli di realizzare buoni risultati. La questione che si pone ora è quindi: che fare? Converrà tenere ancora i titoli, e al limite acquistarne altri, contando sulla continuazione del trend; oppure approfittare del rally del 2019 per portare a casa i guadagni e mantenersi liquidi in attesa della temuta inversione dei mercati?

Il problema è quindi molto semplice, ma la soluzione tutt’altro che scontata: quando finirà la pacchia? Perchè è certo che prima o poi il ciclo si invertrà; si tratta solo di vedere quando e in che modo. Ben pochi avevano previsto una crescita ininterrotta del nostro mercato azionario (+ 27% da inizio anno) e chi, ad esempio, ne fosse uscito dopo soli due o tre mesi, si sarebbe perso tutto l’incremento con le relative opportunità.

Se i pessimisti avessero però avuto ragione (e ovviamente nessuno può avere risposte sicure prima), avrebbero potuto ricomprarsi gli stessi titoli a prezzi notevolmente ribassati e lucrare una consistente plusvalenza oppure, alternativamente, si sarebbero risparmiati perdite sanguinose.

Vista così, potrebbe sembrare una situazione di scommessa o gioco d’azzardo, e per molti aspetti effettivamente lo è. Tuttavia, esistono diverse possibilità per limitare i rischi e nello stesso tempo non rinunciare a qualche beneficio, tenendo sempre presente il trade-off rischio-rendimento, ovvero la circostanza che per guadagnare di più occorre assumere rischi maggiori. Purtroppo non esistono in finanza (e non solo) strumenti in grado di realizzare entrambi gli obiettivi.

 

Lo vedremo meglio nel prossimo articolo.

 

 

Che fare in tempi di turbolenza?

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Abbiamo visto nel precedente articolo come i mercati siano oggi molto spesso in balìa di esternazioni, più o meno pertinenti, da parte di esponenti politici o rappresentanti di organismi istituzionali, con il risultato di amplificare oltre misura le oscillazioni dei prezzi, già di per sé soggette a grande instabilità.

Cosa può fare in questi casi un risparmiatore per tutelare i suoi investimenti? Dare consigli non è certo facile, ma possiamo provare a fornire qualche raccomandazione di buon senso.

La prima raccomandazione è quella di comprare bene, ovvero scegliere titoli emessi da soggetti affidabili, siano essi stati sovrani o società private, di cui si abbia una corretta percezione del rischio. Nel caso di azioni, o di titoli obbligazionari corporate – ovvero emessi da grandi imprese private – occorre farsi un’idea di quello che può essere un valore corretto del titolo, il cosiddetto target price[1], e – una volta definita una strategia globale del portafoglio – comprarlo quando il prezzo di mercato è inferiore a tale valore. Meglio sempre non aver fretta e non fare forzature; meglio non comprare che comprare male.

Se poi il mercato scende , la prima cosa da chiedersi è se si tratta di fibrillazione momentanea – dovuta alle improvvide dichiarazioni di qualcuno – oppure se è l’inizio di una vera e propria crisi. La risposta non è facile, ma da essa dipende la strategia che l’investitore razionale deve mettere in atto.

Se si tratta di un calo contingente e dovuto alla volatilità del momento, conviene tenere i titoli in portafoglio, e anzi incrementare l’investimento approfittando del momentaneo calo di prezzo. Se invece si tratta dell’inizio di un prolungato e strutturale periodo di crolli, meglio vendere subito finché si è in tempo, limitando le perdite.

Come si vede, l’instabilità provoca una situazione di forte rischio: sbagliando diagnosi si può andare incontro a veri e propri disastri; e in un tempo come l’attuale in cui i mercati si muovono anche del 5/6% in una settimana, il rischio di fare valutazioni errate aumenta.

Nella fase attuale gli analisti più autorevoli sostengono che non ci sono i presupposti per l’inizio di un crollo in larga scala e generalizzato come avvenne nel 2007.  Le ragioni di questa valutazione stanno soprattutto nella grande liquidità che c’è oggi nel sistema, nell’atteggiamento delle banche centrali, pronte ad utilizzare tutti gli strumenti disponibili (whatever it takes, tutto quello che è necessario, come disse tempo fa Mario Draghi) per sostenere le economie e i mercati, nell’andamento tutto sommato ancora positivo del sistema USA e nei multipli delle quotazioni che non hanno ancora raggiunto i livelli massimi.

D’altra parte è anche vero che gli economisti sono noti per non indovinare mai le previsioni, anche se bravissimi a spiegare cosa è successo. Quindi è bene non prendere per oro colato tutto quello che dicono. Nel 2007 nessuno aveva previsto la portata della crisi epocale che colpì in modo violento ed indistinto tutti i mercati, a parte Nouriel Roubini, che già nel 2006 al Fondo Monetario Internazionale aveva messo in guardia contro l’avvicinarsi del disastro. Su tale, isolata, previsione azzeccata, l’economista di origine iraniana ha poi fondato la sua fortuna sia come docente, sia come investitore.

La sensazione è che dopo qualche anno di crescita costante, prima o poi ci debba essere un’inversione del ciclo e i prezzi tornino a scendere. E’ probabile che l’anno in corso sia ancora un anno positivo, o quanto meno si mantenga sugli attuali livelli medi, perché certamente l’attuale presidente USA non vorrà presentarsi agli elettori con l’economia stagnante, tassi alti e prezzi degli strumenti finanziari in calo generalizzato. Ma è abbastanza prevedibile che dopo i prossimi 3 o 4 mesi il lungo momento magico si esaurisca e si entri in una fase di recessione, dapprima negli USA e poi, a cascata, nel resto del mondo. Alla fine i tassi dovranno aumentare, e le politiche espansive delle banche centrali dovranno in qualche modo essere contenute.

Se questo succederà, è prevedibile che i prezzi di azioni e obbligazioni inizino una discesa che potrebbe essere anche piuttosto rapida, per cui il consiglio è di farsi trovare, in questa eventualità, con un portafoglio più liquido possibile. Ciò vuol dire rinunciare a qualche possibile profitto per evitare brutte sorprese.

 


[1] Il target price, prezzo “bersaglio”, è il prezzo che l’analista ritiene sia quello a cui un determinato titolo tende ad allinearsi nel medio periodo, rappresentativo del valore corretto della società. In genere è calcolato attraverso l’utilizzo di diverse tecniche di valutazione aziandale, applicate ai numeri e alle informazioni pubblicamente disponibili