I fondamentali: è una buona idea investire in obbligazioni?

climb-2296308_1280

 

Nei due articoli precedenti abbiamo descritto le caratteristiche essenziali delle obbligazioni e ci siamo soprattutto soffermati sui rischi insiti in questo tipo di strumenti. Ovviamente non abbiamo intenzione di demonizzare questo strumento, che anzi rappresenta una modalità di impiego molto valida del risparmio: è però necessario ribadire la necessità di prudenza e cautela, come in ogni altra decisione di investimento.

Le caratteristiche da valutare in un’obbligazione sono infatti diverse. La prima, e più importante, è la qualità dell’emittente, ovvero l’affidabilità del soggetto al quale consegniamo i nostri risparmi. Perché l’investimento vada a buon fine, è necessario (anche se non sufficiente) che l’emittente si mantenga in grado di pagare gli interessi e rimborsare il capitale. Se ciò non succede, è sicuro che andremo incontro a perdite.

A ben vedere, si tratta di una vera e propria concessione di fido, del tutto analoga a quella di una banca quando eroga un prestito a un’azienda. Solo che la banca dispone, o almeno dovrebbe disporre, di strumenti e professionalità adeguate a valutare la solvibilità dei clienti, mentre il singolo risparmiatore generalmente non possiede questa capacità di giudizio né adeguati strumenti di valutazione.

Per questo esistono le agenzie di rating, analisti specializzati e indipendenti (almeno in teoria) in grado di “misurare” l’affidabilità di un soggetto che si presenta sul mercato a richiedere capitali. Ad ogni emittente è attribuito un grado di giudizio (detto appunto rating) in base al quale viene stimata la sua solidità economica, finanziaria e patrimoniale e la probabilità di rimborsare il capitale e pagare gli interessi. Ne abbiamo parlato diffusamente in un precedente articolo.

Il rating influisce sul tasso di interesse che l’emittente deve offrire per assicurarsi che le sue obbligazioni vengano collocate, ovvero che gli investitori prestino loro il denaro: tanto migliore è il rating, tanto minore il tasso di interesse, perché a fronte di un emittente più rischioso il mercato richiede un tasso più alto, che vada a remunerare il maggior rischio.

Abbiamo così le obbligazioni Investment grade, ovvero con rating superiore a una certa soglia minima considerata di “sicurezza” e le obbligazioni High yield, ovvero ad altro rendimento. Si tratta di emittenti subprime, ovvero non primari, oppure di titoli subordinati o perpetui: titoli che, in qualche misura, presentano rischi o vincoli che li rendono adatti ad investitori qualificati o professionali e che offrono in genere rendimenti più elevati.

Un mercato interessante, specie in un periodo come questo caratterizzato da tassi di interesse molto contenuti e in alcuni casi negativi, è proprio quello dei cosiddetti perpetual. Si tratta di titoli che prevedono scadenze molto lunghe, superiori ai 20 anni, o anche senza scadenza.

 

calculate_calculating_calculation_calculator_cents_coins_compare_comparison-919438.jpg!d

 

Per quale motivo dunque un investitore dovrebbe acquistare un titolo che non verrà mai rimborsato o lo sarà solo dopo decine d’anni? Perché, a ben vedere, chi acquista un’obbligazione vuole raggiungere due obiettivi: avere un rendimento e poter rientrare in possesso del capitale entro il suo orizzonte temporale di investimento. Chi sottoscrive un perpetual incassa regolarmente la cedola (in alcuni casi anche molto superiore ai tassi correnti, essendo l’obbligazione emessa quando i tassi erano molto più alti) e può sempre vendere il titolo sul mercato, anche se si espone pesantemente al “rischio tasso”, ovvero alla probabilità che i tassi aumentino.

Per questo si tratta di titoli ad elevata valenza speculativa, che generalmente vengono negoziati dai grandi investitori che hanno necessità di realizzare rendimenti elevati e la possibilità di compensare il rischio disponendo di portafogli molto grandi. Una piccola parte di perpetual può però trovare adeguata collocazione anche in un portafoglio medio di un risparmiatore retail, a patto che sia consapevole del rischio che incorpora, non ultimo quello della liquidità in quanto normalmente sono titoli non molto trattati sui mercati.

Un’altra caratteristica tecnica fondamentale da valutare è quella del tipo di tasso di interesse: fisso o variabile. Di questo aspetto ci siamo occupati diffusamente in passato.

In sintesi, potremmo dire che se ci attendiamo un aumento dei tassi, come nell’attualità, non dobbiamo investire in titoli a tasso fisso, ma solo a tasso variabile. Viceversa, quando i tassi diminuiscono, chi possiede obbligazioni a tasso fisso vedrà i suoi titoli aumentare di prezzo sul mercato. Infatti tassi di interesse e valore delle obbligazioni hanno una correlazione inversa: quando i tassi aumentano, i prezzi scendono e viceversa.

Ultima caratteristica di cui ci occupiamo è la valuta di emissione.

Se ci sentiamo abbastanza tranquilli, tenere investita una parte del portafoglio – fino al 15-20% – in valuta diversa dall’Euro è una buona idea: consente di diversificare e può portare un utile rendimento aggiuntivo. Poiché infatti ogni valuta ha un suo tasso di interesse, volendo acquistare obbligazioni in dollari USA (ad esempio i Treasury Bonds del governo americano), in sterline inglesi o in franchi svizzeri, riceveremo gli interessi e il rimborso del capitale in tale valuta. Dobbiamo in questo caso fare una duplice valutazione: da un lato sul tasso di interesse, e questa è immediata; dall’altro sulle prospettive del cambio.

Se una valuta ha un tasso di interesse maggiore dell’Euro, ma prevediamo che si deprezzi, meglio starne alla larga. Ad esempio, in questo momento il dollaro USA ha tassi più alti dell’Euro, ma molti ne ipotizzano, nei prossimi mesi, un indebolimento.

Potremmo continuare descrivendo altre particolari tipologie di obbligazioni, come le convertibili o le zero-coupon, ma preferiamo fermarci qui per non rendere il discorso troppo tecnico. Se un risparmiatore medio metabolizzasse le informazioni che abbiamo dato in questi tre articoli, avrebbe già strumenti più che sufficienti per addentrarsi con razionalità e prudenza nel mercato obbligazionario.

 

Nel prossimo articolo inizieremo invece a occuparci di azioni.

 

 

Annunci

I fondamentali: opportunità e rischi delle obbligazioni

obbligazione

 

Le obbligazioni sono un tipico strumento di investimento del risparmio e costituiscono titoli di debito che determinano cioè, in favore di chi li possiede, il diritto a ricevere una determinata somma di denaro ad una certa scadenza, oltre agli interessi periodici che rappresentano la remunerazione per il sottoscrittore.

Normalmente si ritiene che presentino un rischio minore rispetto ad altre tipologie di investimento, ad esempio le azioni, in quanto è stabilito con certezza entità e momento in cui si potrà tornare in possesso delle somme investite. Inoltre sono generalmente considerate adatte a chi ritiene di non dover rientrare in possesso del proprio denaro prima della scadenza e quindi – nel caso di scadenze molto lontane – si ritiene comunemente siano riservate a chi ha orizzonti temporali lunghi. Infine, molti credono che si tratti di titoli da tenere in portafoglio a lungo termine e non idonei a fare trading, ovvero ad essere movimentati con frequenti acquisti e vendite.

Si tratta di tre false opinioni e vediamo perché.

Per quanto riguarda la prima, quella inerente il rischio, dobbiamo innanzitutto ribadire che non esistono titoli sicuri e che ogni decisione di investimento comporta un certo margine di rischio. E’ vero che nel caso delle obbligazioni le prestazioni sono definite in partenza (al contrario delle azioni), ma in ultima analisi dipendono dalla solidità dell’emittente, ovvero del debitore. Se durante la vita dell’obbligazione quest’ultimo fallisce o va in difficoltà, può non essere in grado di rimborsare il capitale e neanche di pagare gli interessi. E’ successo a emittenti privati (i casi più eclatanti sono stati Parmalat e Cirio in Italia, ma anche Lehman Brothers o le varie emissioni subprime[2] in USA), ma anche a Stati sovrani, come l’Argentina, la Grecia o il Venezuela.

Le altre due “false credenze” non tengono invece in considerazione il fatto che esiste un mercato ampio, consolidato e molto funzionale delle obbligazioni, nel quale vengono giornalmente scambiate quantità enormi di titoli. Se abbiamo un’obbligazione quotata, ovvero negoziata in un mercato ufficiale e regolamentato, non c’è niente di più facile che venderla e il netto ricavo affluirà sul conto corrente nell’arco di due giorni lavorativi.

Naturalmente, essendo un mercato, il prezzo a cui l’obbligazione verrà venduta dipenderà sempre dalle condizioni di domanda e di offerta in quel momento. Se quel particolare titolo è molto richiesto dagli investitori (come è successo nel caso dei BTP quando i tassi sono sensibilmente diminuiti), il suo prezzo aumenterà; al contrario, se ad esempio i tassi aumentano oppure se l’emittente si trova in difficoltà, il prezzo crollerà.

E questo potrà comportare un guadagno o una perdita in conto capitale per l’investitore, a seconda che abbia acquistato il titolo a un prezzo minore o maggiore. Ciò spiega anche perché la terza delle affermazioni sopra riportate non è vera: sulle obbligazioni si può fare trading, ovvero compravendita speculativa, esattamente come su ogni altro strumento finanziario che abbia un mercato.

Vediamo come si forma e come si interpreta il prezzo sul mercato. Il prezzo è sempre riferito a 100 (euro, dollari o ogni altra divisa) di valore nominale, o facciale, del titolo: è quindi espresso in percentuale. Quando il prezzo è 100, si dice che il titolo quota “alla pari”, se è inferiore “sotto la pari” e se è superiore “sopra la pari”.

Anche il rendimento di un titolo va correttamente compreso. Ogni titolo ha una cedola, ovvero un interesse che viene corrisposto periodicamente. La cedola è calcolata sul valore nominale, indipendentemente da quanto è quotato il titolo. Quindi solo se il titolo quota alla pari, il suo rendimento coincide con la cedola.

Il meccanismo sembra complicato, ma in realtà è lineare e un esempio aiuterà a capirne il funzionamento.

Supponiamo che il nostro risparmiatore abbia acquistato all’emissione € 10.000 di un titolo obbligazionario della Società Alfa con scadenza 5 anni e cedola del 5% annuale. Avendolo comprato alla pari, avrà speso proprio € 10.000, e ogni 6 mesi incasserà una cedola di € 250. Se tenesse il titolo fino alla scadenza, e tutto fosse regolare, dopo 5 anni riceverà in restituzione i € 10.000.

Se invece dopo un paio d’anni si trovasse nella necessità di tornare in possesso della somma, ipotizzando che il titolo sia quotato, potrebbe venderlo sul mercato, al prezzo corrente in quel momento. Se nel frattempo i tassi fossero diminuiti, il prezzo del suo titolo sarebbe aumentato: mettiamo che per quella scadenza i tassi medi siano passati dal 5 al 4%; siccome la cedola del titolo Alfa è sempre di € 500 all’anno, il suo prezzo sarà passato da 100 a 125, in modo che per € 10.000 di valore nominale la cedola sia ancora di € 500, ovvero del 4%, pari ai nuovi livelli di mercato.

OBBL_4_rischio.jpg

 

In questo caso il nostro sottoscrittore avrebbe realizzato un guadagno in conto capitale di € 2.500 (al lordo dell’imposta sul capital gain), che si sarebbe sommato all’interesse via via incassato. Il nostro risparmiatore avrebbe in questo caso indovinato “il cavallo vincente”, in quanto avrebbe puntato su un titolo a tasso fisso quando i tassi sono diminuiti.

Se invece nello stesso periodo i tassi fossero aumentati, mettiamo da 5 al 6%, per lo stesso meccanismo sopra descritto il prezzo del titolo sarebbe sceso a 83,3, facendo subire al nostro risparmiatore una perdita in conto capitale di € 1.667.

E’ quindi vero che il titolo può essere facilmente smobilizzato, ma non è possibile sapere a priori a quale prezzo. Chi impiega denaro in obbligazioni è sottoposto al “rischio tasso”, che comporterà una perdita se i tassi aumentano e potrà invece essere un ulteriore elemento di reddito se i tassi diminuiscono.

Ma non è questo l’unico fattore di rischio che incombe sull’obbligazionista: ben più pesante può essere il cosiddetto “rischio emittente”, ovvero quello che – nel nostro esempio – la Società Alfa vada in default o fallisca. In questi casi, appena il mercato avverte i primi scricchiolii, tutti coloro che hanno titoli della Società, sia azioni che obbligazioni, cercano di venderli e il prezzo inevitabilmente scende. In taluni casi si può assistere a veri e propri crolli, con l’impossibilità assoluta di vendere, sia pure a qualunque prezzo, per mancanza di potenziali acquirenti.

Il rischio di restare con il cerino acceso in mano è quello a cui sono andati incontro, ad esempio, coloro che avevano sottoscritto obbligazioni subordinate[3] delle banche che sono andate in crisi, con l’aggravante che spesso si trattava di titoli non quotati.

Infine un ultimo rischio a cui si va incontro, comune a ogni transazione sui mercati finanziari, è quello cosiddetto “di controparte”, connesso alla possibilità che l’intermediario a cui ci si affida per effettuare l’acquisto (la banca o la piattaforma di trading) vada a sua volta in crisi e non riesca ad adempiere alle sue obbligazioni. Ci si potrebbe trovare nella spiacevole situazione di versare il denaro necessario per l’acquisto ma di non ricevere il titolo perché l’intermediario è fallito. Eventualità remota, ma certo non trascurabile, come l’esperienza insegna, e che deve consigliare di scegliere con estrema cura l’intermediario cui affidare la propria operatività.

E’ quindi evidente che i fattori di rischio per chi sottoscrive obbligazioni, contrariamente a quanto si può ritenere superficialmente, non sono certo inferiori a quelli di un azionista.

 

 


[2] Dei titoli subprime ci siamo occupati a più riprese in precedenza (cfr https://marcoparlangeli.com/2017/10/31/nessuno-e-piu-troppo-grande-per-fallire-il-caso-lehman-brothers/). In sintesi, di un particolare strumento finanziario, il cui mercato nel 2007 è stato il primo a crollare innescando la crisi globale. I subprime sono mutui concessi dalle banche e agenzie fondiarie alla clientela meno affidabile, sui quali venivano costruite complesse operazioni finanziarie attraverso la cessione del credito; di fronte all’insolvenza generalizzata dei debitori e al crollo dei valori degli immobili a garanzia, tutto il castello è crollato travolgendo intermediari e risparmiatori che avevano investito in quegli strumenti.

 

[3] Sono subordinate quelle obbligazioni che in caso di fallimento vengono rimborsate dopo tutte le altre tipologie di obbligazioni, qualora residui ancora capitale disponibile, e prima delle azioni.

Cosa succederà nei mercati nel 2019?

magazine-luminarie-bologna

 

Certamente nel 2019 non sarà “tre volte Natale e festa tutto il giorno”, come cantava Lucio Dalla nel 2002 nella bellissima L’anno che verrà, ma qualche trasformazione è comunque ragionevole attendersela. Cerchiamo di capire cosa accadrà nell’anno da poco iniziato sui mercati finanziari o, meglio, cosa prevedono che accada gli analisti più accreditati al fine di dare indicazioni ragionevoli per investire al meglio il nostro risparmio.

Sarà una rassegna molto sintetica e necessariamente generica e cercheremo, volutamente, di evitare dettagli e tecnicismi, limitandoci a segnalare i macrotrends nei diversi segmenti di mercato.

L’anno passato è stato caratterizzato da una grande, e per certi aspetti inattesa, crescita dell’economia statunitense, che ha visto aumentare, insieme al reddito nazionale e all’occupazione, in primo luogo il mercato azionario. Ciò è attribuibile in larga misura agli sgravi fiscali adottati dall’Amministrazione Trump, anche se in alcuni periodi sono prevalsi i timori legati all’inasprimento dei rapporti commerciali con la Cina.

Il mercato azionario USA si è mantenuto molto sostenuto fino all’ultimo trimestre dell’anno, quando – il 3 ottobre 2018 – un’improvvida dichiarazione di Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve (la banca centrale americana, di seguito Fed), annunciò un’accelerazione della politica monetaria restrittiva, con l’intenzione di inasprire l’aumento dei tassi già deciso. Rispetto al livello massimo di tutti i tempi, raggiunto proprio quello stesso giorno, la borsa di New York iniziò da quel momento a precipitare e a farsi prendere dal panico. La discesa continuò fino alla vigilia di Natale, quando la Fed iniziò a mandare segnali opposti lasciando intendere che la linea sui tassi non era poi così rigida. Confortato dai dati rassicuranti sull’inflazione e dalla ripresa del negoziato tra Cina e Stati Uniti sulle politiche commerciali, il mercato ha iniziato quindi a riprendersi, acquistando velocità e sicurezza.

Verrebbe da riflettere su un sistema in cui il più importante mercato finanziario del mondo è così sensibile alle dichiarazioni di una singola persona, sia essa il Presidente degli Stati Uniti o della Fed. Ma tant’è, hic Rhodus hic saltus.

Ora dunque il mercato azionario USA appare abbastanza equilibrato e sembra che sia stata raggiunta una buona sintonia di intenti fra la Banca Centrale e la Casa Bianca: questo fa prevedere un periodo di relativa stabilità dei corsi.

Da un lato le azioni hanno raggiunto quotazioni inimmaginabili, con multipli elevatissimi dopo un così lungo periodo di crescita e si teme un rincaro dei costi di produzione e del costo del lavoro, fattori che penalizzerebbero il mercato. Dall’altro i risultati dell’esercizio 2018 sono stati generalmente superiori a quanto ci si aspettava (e altrettanto positivi si prevede che siano anche nel primo trimestre del 2019) e il clima delle relazioni con la Cina e i partner europei degli Stati Uniti è migliorato, fattori questi che portano a invece prevedere una crescita.

 

balance-stones

 

Tutto ciò induce ad aspettarsi un 2019 in sostanziale equilibrio, anche se la volatilità si manterrà elevata, mentre per il 2020 gli analisti si attendono un netto peggioramento delle condizioni economiche.

A questo va aggiunto l’andamento del dollaro rispetto all’euro, che dall’attuale livello di 1,13 è previsto in crescita per tutto il primo trimestre fino a 1,10 (stiamo parlando del rapporto euro/dollaro che, quando aumenta, evidenzia un rafforzamento dell’euro e quando invece diminuisce un rafforzamento del dollaro) per poi ridiscendere a 1,20 per la fine dell’anno in corso.

Ciò significa che probabilmente investire oggi in azioni USA, al di là dei buoni dividendi che si incasserebbero, non porterebbe grandi guadagni perché il poco che si potrebbe realizzare dall’aumento di valore delle azioni (ammesso e non concesso, come si diceva sopra, che i corsi aumentino) lo perderemmo con un’evoluzione penalizzante del cambio.

Sul mercato azionario europeo pesano le incertezze in merito alla chiusura della vertenza sulla Brexit (il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione) e alle elezioni che in primavera andranno a definire il nuovo equilibrio politico del Parlamento Europeo, nel quale il peso dei movimenti anti-europeisti e sovranisti soprattutto in Italia, Austria e Olanda è un’effettiva spada di Damocle. Sul sistema economico continentale peserà inoltre il problema dei dazi doganali USA sul settore automobilistico, potenzialmente molto negativi. In Italia, nonostante l’insperato andamento positivo nei mesi di gennaio e febbraio, le incertezze sono ancora maggiori e la cautela è d’obbligo per evitare di scottarsi come è successo nel 2018.

Pressoché unanimi sono invece gli analisti nel prevedere una crescita dei paesi emergenti e in particolare di quelli asiatici, incluso il Giappone che dovrebbe continuare il percorso di uscita da una crisi profonda ormai ultradecennale.

Altrettanto concordi sono i pareri in merito al probabile apprezzamento, fra le commodities, di oro e petrolio, date le quotazioni particolarmente depresse che stanno registrando in queste settimane.

I mercati obbligazionari, sia da noi che dall’altra parte dell’Atlantico, dovranno comunque fare i conti con gli attesi aumenti dei tassi che le banche centrali stanno perseguendo un po’ dappertutto. Quando i tassi aumentano, i valori delle obbligazioni diminuiscono, per un effetto meramente matematico. Essendo i tassi in crescita, l’attesa è che i prezzi dei titoli obbligazionari, soprattutto quelli a tasso fisso, debbano scendere. Per questo, chi vuole investire in questo tipo di strumenti, dovrà tendenzialmente privilegiare quelli a tasso variabile e aspettare ad acquistare il tasso fisso una volta che i paventati aumenti dei tassi saranno avvenuti.

Per chi si cimenta con le valute, oltre a quanto si è detto del dollaro, sarà utile tenere d’occhio l’andamento della sterlina inglese e del franco svizzero. La prima, nel caso in cui si verifichi una Brexit “morbida” ovvero relativamente ordinata e senza scossoni – scenario che sembra prevalere fra gli analisti nonostante l’acceso dibattito in corso nel Parlamento inglese-, dovrebbe verosimilmente apprezzarsi sia rispetto all’euro che al dollaro.

Il franco svizzero, al contrario, è previsto in calo rispetto all’euro a causa dell’aumento dei tassi in Eurozona di cui abbiamo parlato sopra.

Dunque, riepilogando: azioni USA almeno per quest’anno ancora da tenere; azioni europee e italiane da maneggiare con cura ma da scegliere in modo selettivo; obbligazioni da evitare a meno che siano a tasso variabile; e per le valute: il dollaro in crescita fino a fine mese e poi in flessione per la fine dell’anno, sterlina con buone potenzialità se la Brexit sarà “morbida” e franco svizzero in flessione.

Fior da fiore: come scegliere le azioni su cui investire

Stock_Exchange.jpg

 

Abbiamo visto nel precedente articolo come l’evidenza statistica dimostri che, nel lungo periodo, l’investimento in azioni sia quello che meglio riesce a preservare ed accrescere il patrimonio. Anche in relazione al fenomeno della svalutazione monetaria, causato dall’inflazione, i titoli azionari sono quelli che in linea teorica consentono di difendere meglio il valore reale della ricchezza.

Certamente infatti ogni investimento finanziario, in quanto denominato e rappresentato da valori monetari, risente inevitabilmente dell’erosione di valore subita dalla moneta nel tempo, se rapportata al suo potere d’acquisto. In altri termini, se un sistema è soggetto ad inflazione, una determinata quantità di moneta è destinata a perdere valore nel tempo, se non ha meccanismi automatici cosiddetti di indicizzazione che prevedano il recupero dell’inflazione: la quantità di beni e servizi con essa acquistabili si riduce infatti col trascorrere del tempo.

Se in un dato momento con 100 Euro possiamo acquistare 10 unità di un determinato bene e l’inflazione è del 10%, dopo un anno quelle unità costeranno 11 Euro l’una e ne potremo dunque acquistare solo 9. Il nostro capitale si è quindi ridotto di valore dello stesso 10%, in termini di quello specifico bene. Se però avessimo investito in uno strumento finanziario totalmente indicizzato all’inflazione, il nostro capitale sarebbe aumentato a 110 Euro, consentendoci di acquistare la stessa quantità di beni di un anno prima: avremmo cioè mantenuto il suo potere di acquisto, ovvero il suo valore in termini reali.

Se anziché investirlo in uno strumento finanziario, avessimo impiegato il capitale acquistando un bene in grado di mantenere o aumentare il proprio valore reale (tipicamente un metallo prezioso o un immobile), avremmo ottenuto lo stesso effetto. Anzi, probabilmente, avremmo anche guadagnato qualcosa perché in momenti di inflazione il valore delle attività “reali” (intese come alternative a quelle finanziarie) tende ad aumentare più del tasso di inflazione.

Le azioni sono in un certo senso vere e proprie attività reali, in quanto rappresentano quote di aziende, imprese che producono beni e servizi e che, normalmente, riescono a recuperare sui prezzi la svalutazione monetaria. Per questo, nel lungo periodo (quando, come diceva John Maynard Keynes, “siamo tutti morti”), l’investimento in azioni è quello che meglio consente di preservare il valore del patrimonio.

Tutto questo non è, sia chiaro, una legge fisica, ma un fenomeno del tutto ragionevole e lineare in tempi normali, ovvero in assenza di eventi traumatici straordinari. Le azioni restano esposte al rischio di impresa, ovvero alla probabilità che il business non abbia successo o si verifichino situazioni che comportano il fallimento o comunque la diminuzione del suo valore. In tal caso chi ha investito nelle azioni di quell’azienda si trova a subirne il crollo di valore e il patrimonio in essa investito tende a diminuire, se non a sparire del tutto.

Come scegliere dunque le azioni giuste in cui investire, una volta che si è deciso di entrare nel mercato azionario o di incrementarvi l’esposizione?

 

Naturalmente non esistono ricette valide in ogni luogo e in ogni momento, ma alcuni accorgimenti razionali possono aiutarci a fare buone scelte. Una prima, approssimativa ma utile indicazione, può venire dall’esaminare alcuni valori (che possono essere indici, parametri o dati di bilancio) che normalmente sono reperibili sui più diffusi mezzi di informazione, almeno nel caso di società quotate.

cherry_3

 

Il primo indice è un rapporto di cui abbiamo spesso parlato in questo blog: il rapporto P/E, ovvero prezzo/utili, che esprime in sintesi in quanti anni il prezzo di un’azione viene ripagato dagli utili aziendali. In questo caso basta dividere il corso del titolo, supponiamo 20 Euro, per l’utile lordo per azione, supponiamo 2 Euro: avremo un P/E pari a 10, il quale indica cioè che il costo sostenuto per acquisire quell’azione viene ripagato con gli utili aziendali in 10 anni.

Normalmente si considerano accettabili P/E inferiori a 20: nel nostro caso, ad esempio, se il prezzo fosse superiore a 40 oppure l’utile per azione fosse inferiore a 1 Euro o una qualunque combinazione dei due dati, quell’azione sarebbe decisamente troppo costosa. Ovviamente 20 non è un numero magico ma un valore statistico di equilibrio, quanto meno come termine di riferimento.

Un altro indice interessante è il rapporto fra prezzo e patrimonio netto tangibile per azione: quando il valore è inferiore all’unità, significa che il mercato non riconosce nel valore dell’azienda neanche il suo patrimonio netto contabile, ovvero non attribuisce alcun valore all’avviamento o ai beni immateriali che essa possiede. Certamente un valore inferiore al patrimonio tangibile evidenzia una situazione in cui il titolo non è sopravvalutato: con ogni probabilità – se l’azienda si trova in una situazione di business normale – quel titolo potrà apprezzarsi e crescere sul mercato. Sul mercato italiano ci sono oggi titoli che esprimono un valore inferiore al 40% del patrimonio netto contabile: si tratta del valore che talvolta viene ottenuto anche nelle procedure fallimentari. Non è detto che siano titoli da acquistare ad occhi chiusi: anzi, se sono così sottovalutati, probabilmente il titolo sconterà qualche debolezza strutturale. Ma può rappresentare un buon segnale per valutare l’investimento.

Al contrario, se il prezzo è un multiplo del patrimonio netto, significa che il mercato attribuisce un forte valore di avviamento all’azienda e molto probabilmente quel titolo sarà troppo costoso. Un buon suggerimento è quello di preferire titoli in cui questo rapporto non sia troppo lontano dall’unità.

Infine, l’ultimo valore che proponiamo è il dividendo unitario atteso o, meglio, il suo rapporto col prezzo di mercato: si tratta del cosiddetto dividend yield, ovvero “rendimento da dividendo”.  Se un’azione è quotata 10 e il dividendo atteso per azione è di 50 centesimi, significa che quel titolo renderà, nell’anno in corso, il 5%, ovviamente al lordo di tasse.

La misura del dividend yield da considerare “giusta” dipende ovviamente dagli obiettivi di rischio-rendimento che  il singolo investitore si propone: generalmente si parte dal tasso cosiddetto risk free, ovvero quello che si ottiene dagli investimenti “senza rischio” (normalmente quelli sui titoli di Stato, anche se sappiamo che in termini assoluti non esistono titoli completamente sicuri) aggiungendovi il “premio al rischio”, ovvero il corrispettivo che riteniamo equo per sostenere lo specifico rischio di impresa della società in cui si vuole impiegare il proprio denaro.

Se, ad esempio, il rendimento lordo dei BTP a 3 anni (scadenza 1/4/2022) è oggi 1,22 e il nostro personale premio al rischio è intorno al 5%, avremmo un obiettivo complessivo per l’investimento in azioni con orizzonte temporale di 3 anni intorno al 6,22%. Considerato che una parte del reddito deriverà dall’apprezzamento del titolo (che reputiamo di poter vendere fra 3 anni a un prezzo superiore a quello di acquisto), potremmo considerare accettabile un dividend yield fra il 3,50 e il 4%.

Poiché il dividendo, ovvero la parte di profitto annuale che viene distribuita agli azionisti, deriva dall’andamento degli affari nell’anno passato (una volta chiuso il bilancio i soci in assemblea decidono come ripartire gli utili), possiamo dire che tutti e tre gli indicatori proposti mettono in relazione l’andamento del titolo con la situazione economica, patrimoniale e reddituale dell’azienda. Danno dunque una buona indicazione di quanto il valore di mercato dell’azione esponga il reale stato di salute dell’azienda.

Se siamo di fronte ad un’azienda che ha un buon andamento economico, fa buoni utili e non è sopravvalutata sul mercato, l’acquisto dei suoi titoli azionari può considerarsi ragionevole e difficilmente ci farà trovare davanti a brutte sorprese, salvo le normali oscillazioni dei mercati (e salvo eventi imponderabili, i cosiddetti “cigni neri”).

In questi casi, come dicevamo nell’articolo della scorsa settimana, basterà non farsi prendere dal panico quando i mercati scendono e prima o poi il valore reale dell’azienda tornerà ad emergere. Quanto meno, intanto, incasseremo i dividendi.

Riepilogando dunque, quando si valuta un titolo azionario pensando di acquistarlo, una buona regola di prudenza per l’investitore non esperto è scegliere un titolo che allo stesso tempo presenti questi indicatori: rapporto P/E inferiore a 20; rapporto prezzo/patrimonio netto tangibile unitario intorno a 1; dividend yeld pari a un ragionevole e soddisfacente tasso di mercato a breve termine (ad esempio intorno al 3,5/4% ai tassi di oggi).

Outlook sui mercati nel 2019

volo d'uccello

 

Dedichiamo l’articolo di Natale di quest’anno ad uno sguardo, sia pure a volo d’uccello, ai mercati finanziari per cercare di capire cosa può fare il nostro investitore prudente e razionale nell’anno che viene. Sono più i rischi o le opportunità? Siamo al termine di un lungo ciclo espansivo o all’inizio di una nuova grande depressione?

A queste domande cerchiamo di rispondere con i (non poco preoccupanti, in verità) dati di fatto e con qualche ragionamento.

Come ben sanno gli investitori, a parte i fortunati o i bravissimi che hanno puntato le loro fiches sull’azionario dell’India e sul dollaro, quasi tutti i mercati nel 2018 hanno subito perdite, in molti casi anche molto pesanti. Per una strana congiunzione astrale, era da oltre un secolo, per la precisione dal 1901, che tutte le asset class non presentavano andamenti in flessione ed ovviamente siamo tutti qui a chiedercene il motivo.

Il bello è che lo scorso anno, di questi tempi, quando la situazione era totalmente opposta ovvero quando tutte le classi erano in crescita, a nessuno veniva in mente di chiedersi il perché e la cosa sembrava totalmente naturale.

Grazie alle politiche restrittive delle banche centrali, in primo luogo Federal Reserve e BCE, i tassi base (sulle medie e lunghe scadenze) sono aumentati. Anche il premio al rischio e il costo del credito sono cresciuti e questo ha contribuito a far crollare i prezzi di tutte le obbligazioni.

Le azioni, dal canto loro, avevano raggiunto valori fuori da ogni logica dopo mesi di crescita sostenuta e con i dati degli andamenti economici (fatturato e utile delle imprese) in flessione: lo spillo ha iniziato a bucare la bolla.

Più o meno tutte le materie prime – a partire da oro e argento – hanno avuto prezzi in discesa ripida, in alcuni casi (come caffè, petrolio e soia) hanno raggiunto i minimi decennali. E tutte hanno visto incrementare la volatilità e l’instabilità, come nel caso del gas naturale che ha “regalato” un picco di oltre il 20% in un giorno. Roba mai vista, che ha fatto scomparire molti piccoli trader dal mercato sotto i colpi dei margin call[1].

Crude-Oil-Pump-4

 

Stessa sorte per chi si dilettava di forex trading online[2]: grafici in fibrillazione con movimenti giornalieri in escursione anche del 10%.

La volatilità dei mercati è stata poi accentuata dall’instabilità innescata dagli eventi di politica estera delle maggiori potenze e dalle tensioni fra Stati.

La maggiore è stata quella originata dall’imposizione di dazi doganali, per la verità più annunciata che effettivamente realizzata, da parte degli Stati Uniti sui prodotti importati dalla Cina. Un certo peso hanno avuto, a inizio anno, anche i venti di guerra fra USA e Corea del Nord, per non parlare della Brexit e dei rapporti spesso tesi di Washington con il gigante russo.

Non sono mancate crisi regionali, come quella Ucraina e la Turchia, da tempo appesantita dalla deriva totalitaria.

Infine i problemi interni della Francia, con la rivolta dei gilet gialli, e dell’Italia, con il braccio di ferro con l’Unione Europea sulla legge di bilancio e le spinte sovraniste della coalizione al governo del paese.

Tutti elementi negativi per la buona salute dei mercati, ma quasi sempre più a livello di minaccia e di sentiment che non di effettiva causalità. Vedendo dall’alto, era come se i diversi attori si divertissero a danzare sul ciglio di un burrone, dove bastava che uno cadesse per trascinare anche gli altri. Poi le crisi rientravano e si tirava un sospiro di sollievo fino alle successive. Ma ogni volta che i mercati scendevano, il crollo era brusco e intenso e alla ripartenza il recupero era sempre molto parziale.

La logica dell’investitore, in questo tipo di mercati, non era più quella di comprare sui ribassi per rivendere nei rialzi, ma di cercare di tornare in linea di galleggiamento e restare liquidi. Per questo, al primo cenno di crescita, il mercato veniva intasato dalle vendite e il titolo si fermava o tornava a scendere di nuovo.

In una situazione del genere, il consiglio per chi si trova con titoli in perdita, è quello di seguire molto attentamente l’andamento dei mercati e, appena possibile, vendere anche in pareggio o con piccole perdite. Se si è comprato con raziocinio (titoli di società che producono e guadagnano con la loro attività), prima o poi il prezzo si allineerà all’effettivo valore e intanto si possono incassare cedole e dividendi.

Chi invece dispone di liquidità, per il momento farà bene ad aspettare ancora prima di fare nuovi acquisti e non lasciarsi tentare da prezzi a saldo. Perché, come diceva Groucho Marx, quando siamo arrivati al fondo, si può sempre iniziare a scavare.

 


 

[1] Nel trading online si acquistano e vendono perlopiù strumenti derivati (futures, opzioni e simili) bloccando solo parte delle quantità movimentate, ovvero ricorrendo alla leva. Quando l’operazione diventa negativa e la perdita supera un determinato ammontare, la banca richiede un’integrazione del margine (cioè ulteriore versamento di denaro) o la chiusura dell’operazione stessa, rendendo la perdita definitiva. In quest’ultimo caso, peraltro, si accelera quello stesso movimento di mercato che aveva provocato la perdita: se i titoli stavano scendendo, la loro vendita provoca ulteriori cali in un circolo vizioso.

[2] Il forex trading è la compravendita con finalità speculativa di valute estere: In genere si opera su coppie di derivati (futures), comprandone una e vendendone un’altra in modo da guadagnare se quella comprata aumenta e quella venduta diminuisce.

Analisi di scenario: USA e mercati asiatici emergenti

Scenario

Prima di tornare ad occuparci dei fondamentali dell’economia, proviamo ad utilizzare quanto visto fino a questo punto della nostra mini-serie per fare un po’ di sana analisi di scenario, anche per vedere come i concetti che abbiamo incontrato possano avere un importante ed effettivo riscontro pratico per una lettura “ragionata” della realtà.

Nella definizione di un’efficace asset allocation strategica[1], un ruolo importante è rappresentato dalle previsioni sull’andamento futuro di grandezze quali la produzione, l’inflazione, i tassi di interesse, la disoccupazione e così via. Lo scenario che viene così prefigurato ci porterà a privilegiare, nelle scelte di investimento, alcune categorie di titoli o strumenti (le cosiddette asset class) rispetto ad altre e, in particolare, quelle che riteniamo suscettibili di aumentare di valore, in modo tale che il nostro portafoglio si apprezzi.

Proviamo allora a vedere cosa potrebbe succedere, a detta degli analisti, nei prossimi mesi e come converrebbe conseguentemente orientare i settori in cui impiegare il nostro risparmio.

 

Sulla scena mondiale si sono verificati recentemente due eventi rilevanti: la crisi nord-coreana e l’annuncio di imposizione di dazi doganali all’importazione di acciaio e alluminio da parte del Governo USA.

In entrambi i casi i mercati hanno inizialmente reagito in modo scomposto, entrando in una fase di forte volatilità e facendo temere il peggio.

I venti di guerra si sono poi, come prevedibile, sostanzialmente dissolti e si è avviato un percorso di cauto avvicinamento fra i paesi coinvolti, mentre i timori di una guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina sono tuttora diffusi e rischiano di mettere in discussione decenni di sviluppo commerciale.

 

Trump, sulla base del suo programma elettorale “America first”, ha voluto favorire – con l’imposizione dei dazi doganali – una importante componente del suo elettorato, l’industria manifatturiera su cui da tempo incombe la concorrenza asiatica. E infatti, dopo l’annuncio, i sondaggi hanno rilevato un notevole aumento della popolarità del Presidente soprattutto nel Midwest.

Trump

 

La reazione del gigante asiatico è stata mirata e chirurgica, annunciando a sua volta dazi doganali sui prodotti agricoli che andranno a penalizzare stati agricoli tutti “trumpiani” e dazi sulle auto e sugli aerei che colpiranno le realtà industriali che più minacciano l’espansione cinese nei settori di alta tecnologia delle auto elettriche e dell’industria aeronautica.

La sensazione è che Trump abbia segnato un successo tattico di breve periodo, più mediatico che effettivo, e soprattutto concentrato in alcuni settori, ma che a lungo andare sia la Cina ad avvantaggiarsi del conflitto, in modo più duraturo e generalizzato. E’ facile prevedere che la sfida sulla tecnologia a forte impatto industriale e militare, nonché tutta la partita sull’intelligenza artificiale, alla fine vedrà ancora affermarsi gli asiatici.

Non conviene sfidare i cinesi: mentre Trump ha da tenere a bada il composito fronte interno, pagando alcune cambiali a chi l’ha sostenuto in campagna elettorale ma danneggiando altri settori, gli asiatici possono contare su un solido consenso ed un sostegno compatto e generalizzato. Come spesso succede, chi inizia la guerra contando su una vittoria facile e veloce, molto spesso ne subisce gli effetti più negativi.

Tuttavia per gli americani il quadro globale rimane ben intonato, con una crescita che quest’anno sarà vicina al 3% e un’inflazione sopra il due e mezzo per cento: gli Stati Uniti sono dunque praticamente al livello di piena occupazione e la domanda resta sostenuta.

La politica fiscale ha d’altra parte ormai imboccato un deciso sentiero espansivo, come del resto era nei programmi Trump e, per evitare timori di surriscaldamento e inflazione eccessiva, è ragionevole attendersi che le autorità USA continueranno nella politica di restrizione monetaria già intrapresa.

I tassi quindi inevitabilmente saliranno, specie quelli a lunga scadenza e questo significa che i corsi dei titoli obbligazionari a lungo termine dovrebbero subire una flessione.

Una prima indicazione concreta sul portafoglio – in prima battuta per quanto riguarda il mercato USA – è quindi quella di preferire le azioni alle obbligazioni e, in quest’ultimo ambito, preferire il tasso variabile a quello fisso.

Per quanto riguarda i settori, quelli favoriti sono i finanziari, l’informatica (IT), l’energetico e le telecomunicazioni e buone prospettive vengono attribuite anche al comparto immobiliare.

Come abbiamo visto, le tensioni commerciali non avranno effetti significativi sui trend di sviluppo, salvo una più accentuata volatilità e instabilità soprattutto in USA.

Sui mercati asiatici e sugli emergenti non sono attesi effetti particolarmente negativi (la Cina crescerà intorno al 7% anche quest’anno) ed anzi ad avviso degli analisti la crescita dovrebbe mantenersi sostenuta: nei prossimi mesi questi mercati possono quindi rappresentare una buona destinazione alternativa agli investimenti finanziari, compresi gli impieghi in valuta locale. Anche qui, sempre meglio le azioni che il reddito fisso.

Oltre alla Cina, i paesi che vengono prospetticamente preferiti, sono Brasile e Russia, che sono in netta ripresa sulle recenti recessioni, oltre a Singapore e Regno Unito.

Nel prossimo articolo concluderemo questa sintetica analisi di scenario focalizzandoci sull’Europa e sulle indicazioni in merito alle diverse valute. Torneremo poi ad occuparci dei fondamentali dell’economia.

 


[1] Per asset allocation si intende è la distribuzione dei fondi disponibili fra le varie attività di investimento (asset class). Ogni portafoglio è una combinazione fra queste asset class. Ne abbiamo parlato a più riprese su questo blog, dedicandovi anche una specifica mini-serie

In carrozza! Scelta dei singoli titoli e timing

Carriage

Concludiamo la carrellata sull’investimento azionario con l’ultima fase, in ordine logico e cronologico, del processo decisionale ed attuativo del nostro investitore.

Riepilogando: nella fase dell’asset allocation abbiamo individuato la componente di portafoglio da impiegare in titoli azionari.

Successivamente abbiamo valutato quale o quali settori produttivi ed aree geografiche privilegiare, grazie alle informazioni che abbiamo raccolto ed alla valutazione dei consigli di esperti, analisti e consulenti. Poi abbiamo scelto la tipologia di strumento: quote di fondi o ETF da una parte (se preferiamo delegare la gestione a professionisti specializzati o a algoritmi statistici) oppure singoli titoli azionari dall’altra.

Nel primo caso il processo di investimento è praticamente terminato: non resta che seguire l’andamento dei prodotti acquistati, tenendosi pronti a fare qualche cambiamento o fine tuning (così si chiama in gergo la “sincronzzazione”, ovvero l’adattamento attraverso piccole modifiche fino ad arrivare a una situazione ideale) in corso d’opera.

Se invece siamo amanti del rischio ed abbiamo deciso di cimentarci nel cherry picking, non resta che entrare in pista e dare avvio alle danze, sperando di scegliere le ciliegie migliori, ovvero di indovinare i titoli che potranno darci le maggiori soddisfazioni.

Io_sono_un_autarchico_(film_1976)

Nel caso di quest’ultimo approccio “autarchico”, la prima cosa da fare è calcolare il numero di stakes, ovvero di lotti, da comprare. Questo dipende naturalmente dell’entità delle risorse a disposizione per l’investimento azionario e dalla dimensione del singolo stake. Se ad esempio abbiamo deciso di riservare a questa categoria di strumenti 100.000 Euro e vogliamo avere lotti della grandezza di circa 10.000 Euro l’uno, potremmo inserire in portafoglio non più di 10 lotti.

La dimensione del singolo lotto (size) è un concetto importante e va tenuta in debita considerazione. Se vogliamo tenere un profilo prudente e privilegiare una certa diversificazione del nostro portafoglio, dovremo avere singoli lotti piuttosto contenuti. Se invece abbiamo buona fiducia nelle nostre scelte e preferiamo concentrare l’esposizione su pochi titoli, in modo da massimizzare l’effetto positivo in caso di successo, ci orienteremo su stakes relativamente più consistenti.

Va anche considerato il lotto minimo di investimento che ciascun titolo prevede: alcuni titoli possono essere negoziati solo in pacchetti di dimensioni ben precise o multipli di essi. Ad esempio, se un titolo prevede un lotto minimo di 3.000 azioni, non potremmo avere pacchetti di 1.000 o 2.000 titoli, ma solo di 3.000, 6.000, 9.000 e così via.

Una buona soluzione è quella intermedia, che ci consenta di avere una certa diversificazione ma anche di fare singoli investimenti significativi, al di sotto dei quali anche aumenti consistenti dei corsi di borsa porterebbero benefici trascurabili. Come avrebbe detto Shakespeare, “much ado for nothing”. Il taglio giusto del singolo investimento, a nostro avviso, è di 10.000, 20.000 o 50.000 Euro, a seconda della dimensione del nostro portafoglio complessivo.

 

Ad esempio, se abbiamo un portafoglio di 500.000 Euro e la nostra asset allocation prevede per le azioni un impiego del 20% del totale, ovvero di 100.000 Euro, un taglio giusto del singolo lotto potrebbe essere di 10.000 Euro. Con un portafoglio da 2 milioni, la size potrebbe essere di 50.000 Euro; con livelli intermedi potremmo ragionevolmente attestarci sui 20.000.

stock.jpeg

Una volta definito il numero di lotti da comprare, nel nostro primo caso 5, dobbiamo costruire la cosiddetta watchlist, ovvero la lista di osservazione. Una buona watchlist contiene un numero di titoli da monitorare di almeno 3 o 4 volte i lotti da acquistare. Nel nostro caso, con 5 stakes da comprare, l’elenco potrebbe comprendere una ventina di titoli.

Potremmo, a mero titolo esemplificativo, orientarci sul settore tecnologico, farmaceutico, dell’energia, di alcune materie prime e trascurare le telecomunicazioni, i finanziari, i trasporti, la distribuzione retail e così via.

Oppure potremmo privilegiare l’azionario Italia, quello europeo e quello di alcuni paesi emergenti rispetto all’azionario USA e quello di altri paesi in via di sviluppo.

Una volta effettuate queste scelte primarie, è necessario valutare in quali singole società investire. Per questo è indispensabile avere informazioni sul loro andamento economico attuale e più ancora prospettico e indirizzare la scelta verso quelle realtà che reputiamo capaci di conseguire buoni profitti e di far aumentare nel tempo il loro valore.

Ancora una volta è importante considerare i fondamentali dell’economia e quindi reperire report, analisi, studi, articoli di stampa, che possano aiutarci in questo percorso conoscitivo.

A questo punto costruire la watchlist è facile: basta poter disporre di un comune foglio elettronico (spreadsheet) che si può trovare anche gratuitamente su internet, ma molto spesso già in dotazione ai pc, tablet o smartphone o – per i lettori più refrattari alla tecnologia – va benissimo anche un semplice quaderno con fogli a quadretti e magari una calcolatrice a portata di mano.

Per ogni titolo appartenente al settore (o ai settori) e all’area geografica scelti, occorre annotare alcune informazioni di base, in forma sintetica, facilmente reperibili sia sulla stampa specializzata che su internet.

Normalmente il periodo di osservazione comprende l’ultimo esercizio chiuso (nel nostro caso in questo momento il  2017) e quello in corso. Gli elementi di giudizio più significativi sono: la capitalizzazione di borsa[1], il fatturato, l’utile per azione, il dividendo per azione e alcuni indici che sintetizzano l’andamento di borsa, tipicamente la performance del titolo azionario nei mesi precedenti. Tutti questi dati sono riportati su quotidiani e periodici economici (Il Sole 24 ore, Milano Finanza e simili), sulle pagine dei loro siti WEB dedicate alle quotazioni azionarie e in modo più completo e dettagliato sulle piattaforme delle agenzie di informazione finanziaria (Reuters, Bloomberg) che però sono a pagamento.

Il più importante di questi è il rapporto fra prezzo e utili (il cosiddetto indice P/E), che esprime il numero di anni in cui l’utile aziendale ripaga il prezzo pagato per acquistare l’azione.

In genere si ritiene che un P/E ottimale per entrare sia quello compreso fra 10 e 20, mentre valori superiori rendono il titolo decisamente ipervalutato. Vero è che in periodi di borsa tonica, come l’attuale, ci si può trovare a comprare anche un titolo con rapporto 30 o superiore, contando che il trend continui a salire: molti analisti consigliano infatti di “seguire” il trend, ovvero di cavalcare l’onda. Si deve essere comunque consapevoli di aver pagato un prezzo molto alto.

Un altro indice interessante, soprattutto per i titoli appartenenti al settore finanziario ma non solo, è il rapporto fra patrimonio netto e prezzo del titolo, che esprime la misura del contenuto “patrimoniale” del valore di un’azienda. Più è basso, maggiore è la componente immateriale del valore del titolo.

A questo punto occorre mettere i titoli della lista in ordine decrescente di preferenza, partendo da quello che ci piace di più. I primi cinque titoli della lista sono ovviamente quelli che rappresentano il nostro target di investimento.

Supponendo di avere individuato n azioni del settore e dell’area geografica che ci interessa, il prospetto potrebbe avere una configurazione del genere:

 

  Market cap Fatt. Utile per azione 2017 Utile p.az.previsto 2018 Dividendo es. in corso Dividendo previsto Perform. 3 mesi Perform.6 mesi  

P/E

AZIONE X                  
AZIONE Y                  
………                  
AZIONE N                  

 

Quanto al timing, una volta individuato il titolo giusto e il P/E corretto, dobbiamo esaminarne con attenzione l’andamento nel recente passato (all’incirca negli ultimi 6-12 mesi). Meglio preferire titoli che sono rimasti stabili o addirittura si sono deprezzati e stare alla larga da quelli con progressione e tassi di crescita elevati. E per entrare, meglio aspettare il momento di una correzione (diminuzione di qualche punto percentuale) e mai comprare ai massimi.

In altre parole, comprare quando il mercato scende per poter poi vendere quando invece sale. Che è l’esatto contrario di quanto fanno gli investitori poco accorti (il cosiddetto parco buoi) che comprano sull’onda dell’entusiasmo quando il mercato continua a crescere e vendono travolti dalla paura quando scende a rotta di collo.


 

[1] Per capitalizzazione di borsa (market cap) si intende il valore che la borsa attribuisce alla società, calcolato moltiplicando il corso o prezzo della sua azione per il numero di azioni emesse

Le buone azioni: come scegliere i titoli azionari da comprare

seed_capital

Nelle scorse settimane abbiamo cercato di capire se, dopo i rally degli ultimi mesi, sia ancora il caso di mantenere i propri investimenti in azioni (in particolare italiane), oppure sia meglio realizzare le plusvalenze ed uscire, del tutto o in parte, dal comparto: della serie “prendi i soldi e scappa”.

Non possiamo a questo punto fare a meno di un piccolo moto di autocompiacimento: il primo articolo di warning è uscito su questo blog proprio all’inizio della settimana borsistica che è poi risultata la peggiore degli ultimi anni. Dobbiamo però ribadire che la nostra opinione era, e resta, quella di non uscire dal mercato, ma al massimo di ridimensionare esposizione e rischi, prendendo profitto dove è possibile.

I motivi di tale orientamento sono stati ampiamente illustrati nei due articoli precedenti e non è il caso di ripeterli. Può essere invece utile fare un piccolo passo indietro per rispondere alla domanda: quali sono i titoli azionari su cui investire? Domanda che logicamente si pone su un piano temporale antecedente alla scelta che abbiamo discusso.

Non c’è dubbio infatti che una gestione proficua del portafoglio si costruisce comprando bene: se scegliamo buoni titoli e gestiamo con intelligenza (e un po’ di fortuna) il momento dell’ingresso – il cosiddetto timing – è molto probabile che, anche in caso di crollo generalizzato del mercato azionario, riusciremo a restarne indenni o solo leggermente danneggiati. Salvo che non ci dovessimo trovare nella situazione di dover liquidare in fretta l’investimento, situazione che è sempre da evitare per il risparmiatore accorto attraverso il mantenimento di una congrua riserva di liquidità.

Come scegliere dunque “le buone azioni” nel mare magnum di possibilità di acquisto che i mercati ci presentano?

Vediamo di definire un percorso razionale, dando per scontato che il comparto azionario sia già stato individuato nella nostra asset allocation e che quindi abbiamo già deciso quanto investire in azioni.

stock-exchange-911619_1280

I nostri lettori ricorderanno che l’ultima fase del processo, quella dell’implementazione, consiste nella scelta di quali titoli (o strumenti) acquistare e quando fare l’investimento. Due decisioni che influenzeranno in modo decisivo la performance del nostro portafoglio.

Intanto dobbiamo individuare il settore produttivo e l’area geografica che riteniamo suscettibili delle migliori performance. E questa non può che essere una valutazione sui fondamentali dell’economia, mediata dalle convinzioni personali.

Successivamente, il primo nodo da sciogliere è relativo alla tipologia di strumento: meglio una quota di fondo comune o un ETF[1]oppure meglio cimentarsi nel cherry picking, ovvero nella scelta dei singoli titoli proprio come quando si scelgono le ciliegie migliori?

Nel primo caso si tratta di strumenti più “impersonali” ovvero tendenzialmente svincolati dalle decisioni individuali perché delegati a gestori professionali (nel caso dei fondi comuni) oppure rivolte a strumenti sintetici (indici) che replicano l’andamento indici o parametri.

In entrambi i casi ci sono comunque scelte da fare:

  • Per il fondo quale prodotto, è necessario valutare sulla base del track record del gestore (serie storica dei risultati passati) e dello stile di gestione (più o meno aggressivo, long/short[2], specializzato o meno[3]), nonché sull’eventuale comparto da scegliere;
  • Per l’ETF, sulla base della solidità dell’emittente e delle modalità di costruzione dell’indice (settoriale, generale, long/short, con o senza leva[4])

 

Una volta fatte queste scelte preliminari, tuttavia, possiamo tranquillamente disinteressarci del nostro investimento, salvo verificarne periodicamente l’andamento, avendolo delegato, rispettivamente, a gestori professionisti oppure ad un algoritmo meccanico.

Questo tipo di scelta è consigliabile a chi non ha una conoscenza specifica del mercato azionario e preferisce affidarsi ad esperti oppure alla statistica. A fronte di questa maggiore comodità, e minore rischio, vanno messi in conto i costi commissionali da riconoscere ai gestori o agli emittenti degli ETF, anche se spesso abilmente camuffati e difficili da quantificare.

cherry picking

La seconda opzione, il cherry picking, è invece più rischiosa e richiede maggiori conoscenze, ma anche indiscutibilmente più divertente.

Di questo parleremo nel prossimo articolo, col quale si concluderà questa breve ma intensa incursione nel variopinto mondo delle borse.

 

 


[1] L’ETF (Exchange traded fund) è una particolare tipologia di fondo di investimento, quotato in Borsa, che ha come obiettivo di rendimento quello di replicare l’indice al quale si riferisce (benchmark) attraverso una gestione totalmente passiva. In altre parole è costituito da un algoritmo la cui quotazione  riflette l’andamento del benchmark: sale quando l’indice sale e viceversa.

[2] L’opzione long/short è quella che consente ad alcuni gestori di puntare sia sul rialzo dei titoli (posizione long) che sul loro ribasso (posizione short). In questo secondo caso lo stile di gestione è più aggressivo e comporta un rischio più elevato, ma dà la possibilità di guadagnare anche nelle fasi di calo dei mercati

[3] Un fondo azionario è specializzato quando investe solo in alcuni settori merceologici o in alcune aree geografiche o in determinate tipologie di imprese (ad esempio piccole e medie)

[4] La leva finanziaria consiste nella possibilità di investire anche risorse prese a prestito, anziché i soli mezzi propri, operando a leva, e quindi ricorrendo al debito, si aumenta la possibilità di ottenere buone performance ma aumenta anche il livello di rischio in quanto con la performance vanno coperti anche gli interessi sul debito

Mercati e politica: i mercati in tempo di elezioni

scheda elettorale

 

La scorsa settimana ci siamo soffermati sul dilemma (“lascia o raddoppia?”) relativo all’opportunità di mantenere o meno in piedi gli investimenti azionari prima che i mercati possano invertire, anche pesantemente, la fase di crescita sostenuta che sta durando ormai da diversi anni.

Abbiamo però volutamente trascurato due aspetti che pure sono importanti per la scelta giusta: uno di ordine generale ed uno contingente, relativo cioè all’attuale momento politico.

Nel primo caso, in realtà, stiamo parlando di una variabile che deve essere sempre tenuta presente quando ci si avvicina al mercato azionario non con intento speculativo ma per investire in modo razionale e corretto: si tratta dell’andamento attuale, e più ancora prospettico, dell’azienda in esame e del settore a cui essa appartiene.

Questa circostanza, a nostro avviso, deve essere una pre-condizione sempre verificata quando si vuole comprare un titolo azionario. In altre parole: a prescindere dal momentum di mercato, affinché il nostro investimento si possa rivelare vantaggioso, i titoli in cui decidiamo di investire devono essere di società in grado di portare avanti con successo il loro business e di generare profitti e ricchezza che consentano la distribuzione di dividendi e la crescita del valore dell’azione.

business

La teoria aziendale moderna ritiene che il prezzo corretto di un titolo sia uguale al valore attuale dei flussi di cassa che verranno generati per l’azionista nel periodo di riferimento (orizzonte temporale), scontato ad un tasso che rappresenti correttamente il costo del capitale in quel lasso di tempo. Si tratta di un concetto estremamente tecnico e complesso, sicuramente difficile da comprendere da parte di chi non abbia solide basi di matematica finanziaria. E per di più anche difficile da determinare: sia per individuare il tasso giusto, sia per prevedere la dinamica degli utili aziendali negli anni a venire. Tutto ciò può essere tradotto, per chi non ambisca a prendere una laurea in matematica finanziaria, in due concetti, semplici ma fondamentali per qualsiasi imprenditore: equilibrio e buon senso.

Chiunque infatti può rendersi conto che investire in azioni vuol dire scommettere sul valore di un’azienda: allora è fondamentale che la nostra azienda (che chiameremo target) riesca a fare utili oggi e in futuro. Se questo accade, e se abbiamo stimato correttamente l’evoluzione prospettica della gestione aziendale, nessuno sconvolgimento di mercato potrà farci più male di una puntura di zanzara, ammesso che non ci troviamo a dover vendere in un tempo molto breve, perché magari abbiamo bisogno di soldi.

Se infatti non c’è necessità di smobilizzare rapidamente, siamo certi che, male che vada, riceveremo ogni anno i nostri dividendi e l’investimento comunque manterrà il suo valore intrinseco, valore che prima o poi il mercato dovrà riconoscere.

Il consiglio che regaliamo ai lettori del blog, valido per ogni forma di investimento, è quindi quello di comprare titoli che, anche nel peggiore dei casi (crollo di mercato, ciclo avverso, aumento imprevisto di tassi di interesse, ecc.), continuino a pagare la cedola o il dividendo atteso. In tal caso potremo difensivamente stare fermi e attendere tempi migliori – come dice un proverbio siciliano “chinati giunco che passa la piena” – oppure, se siamo propensi al rischio e crediamo nella società, approfittare del momento di prezzi bassi per aumentare la nostra esposizione.

Il secondo fattore è invece di ordine contingente per il mercato italiano e riguarda l’incombenza delle elezioni politiche, che si terranno fra meno di un mese. Molti analisti e consulenti consigliano infatti estrema prudenza nel gestire i portafogli azionari nell’imminenza di tornate elettorali di esito imprevedibile. E nel nostro caso prudenza può solo significare ridurre l’esposizione in azioni approfittando di questo periodo in cui i prezzi sono alti e il mercato viaggia ai massimi.

Plico_elettorale_Italia_2013

 

In quest’ultimo caso però, ça va sans dire, dovremmo porci il problema di come impiegare le risorse che si ricaveranno dal disinvestimento, in un momento in cui i prrezzi dei titoli obbligazionari sono ancora alti.

 

Ma sarà poi vero che con le elezioni il mercato azionario è in pericolo? La nostra modesta opinione è che questo fattore di rischio sia generalmente sopravvalutato.

 

E’ vero che, qualora ci siano risultati inattesi e considerati “antisistema” – come ad esempio il successo di forze politiche che propugnano l’uscita dell’Italia dal sistema Euro – è probabile che il contraccolpo immediato sia una consistente generalizzata diminuzione dei corsi. E’ però ragionevole ritenere che il calo possa venire assorbito in tempi piuttosto brevi, al massimo attestando i valori su un livello un po’ inferiore.

Veri e propri tsunami finanziari in dipendenza di risultati elettorali sono stati in effetti molto rari nella storia recente: i mercati in genere riescono a trovare ben presto nuovi equilibri e se i fondamentali dell’economia sono solidi – come lo sono tutto sommato oggi in Italia – alla fine si torna da dove siamo partiti.

Del resto, anche in Europa abbiamo visto che dove si sono verificati risultati inattesi e non graditi dalle establishment di governo, tutto sommato grandi sconvolgimenti finanziari non si sono verificati. Anzi, molto spesso viene quasi il sospetto che lo spauracchio dei mercati venga evocato per fini di propaganda politica più che per motivi di rischio reali.

In conclusione, i rischi di una flessione significativa del mercato azionario italiano, if even, dipendono dagli eccessivi livelli raggiunti dalle quotazioni in questi ultimi mesi e dall’eventualità di politiche monetarie troppo restrittive. Nell’attuale fase di innegabile tonicità dell’economia, riteniamo invece che il fattore elezioni politiche non rappresenti un rischio effettivo.

Azioni: lascia o raddoppia?

Sao_Paulo_Stock_Exchange

 

 

Non più tardi di tre o quattro anni fa, se qualcuno ci avesse detto che avremmo acquistato un titolo azionario con rapporto P/E (prezzo/utili)[1] sopra a 25, in un settore non brillantissimo e in trend rialzista da 6 mesi e con apprezzamento a doppia cifra nell’ultimo anno, due sarebbero state verosimilmente le reazioni: o siamo impazziti noi o è impazzito chi ce lo ha detto.

Eppure è proprio quello che è successo. Per policy di questo blog non facciamo nomi di singoli titoli, ma credeteci sulla parola. E il bello è che abbiamo rivenduto lo stesso titolo dopo due giorni portando a casa oltre il 5% di capital gain. Ancora più bello è che quel titolo non è stato l’unico, ma si trova in buona compagnia di ottime performance, in quasi tutti i settori ad eccezione di quello delle comunicazioni da rete fissa, che – c’è da scommetterci – prima o poi si uniranno anche loro alla vendemmia.

Sono almeno sei/sette mesi che gli analisti e gli strategist più prudenti mettono in guardia da brutte sorprese, che possono andare da brevi ma intensi ritracciamenti[2] per prese di beneficio a vere e proprie previsioni catastrofiche di bolle finanziarie e tsunami sul mercato azionario.

Ad onor del vero bisogna riconoscere che gli elementi per attendersi un crollo dei prezzi c’erano (e ci sono) tutti: periodo di crescita prolungato, multipli molto alti e sempre sopra le medie, liquidità di cui si attende una consistente riduzione per effetto delle dichiarazioni dei banchieri centrali.

Tuttavia, come un  cavallo impazzito, il mercato continuava (e continua) a correre. Uscirne o ridurre le esposizioni, come molti hanno fatto ascoltando gli analisti prudenti di cui sopra, ha significato rinunciare a ghiotte plusvalenze. Noi stessi, da questo blog, avevamo segnalato che anche in termini di cicli economici e parametri di riferimento, in primo luogo l’S&P500[3], tutto sembrava preludere a una nuova flessione dei mercati.

Il problema che si pone ora, come da qualche mese a questa parte, è quindi: che fare? Come avrebbe detto il compianto e l’indimenticato Mike Bongiorno: lascia o raddoppia?

Matteo_Renzi_e_Mike_Bongiorno_(Ruota_della_Fortuna_1994)

 

Cerchiamo di mantenere la calma ed essere razionali. In primo luogo dobbiamo osservare che per l’investitore azionario è comunque un bel dilemma, nel senso che è sempre bello ragionare “a pancia piena”, averne di questi problemi … .In fin dei conti il punto è: accontentarsi di quanto guadagnato fino ad ora, incassare e tenersi liquidi, oppure mantenere l’investimento e magari aumentare anche l’esposizione, seppure in modo mirato ed equilibrato?

Se avessimo la sfera di cristallo sarebbe molto facile; non avendola possiamo solo elencare – come dicono quelli bravi che parlano inglese – pros e cons, ovvero punto di forza e di debolezza; dar loro un peso (che dipende dalla nostra propensione e dalla situazione specifica di ciascuno, come abbiamo detto più volte parlando di asset allocation) e vedere da che parte pende la bilancia.

Fra gli elementi a favore dell’opzione stay, i più rilevanti a nostro avviso sono: i flussi sostenuti e crescenti di raccolta di risparmio da parte dei fondi azionari, in particolare quelli dedicati alle piccole e medie imprese nazionali, ad elevata tecnologia e modesta capitalizzazione; e la liquidità in circolazione che nonostante gli annunci si mantiene abbondante.

In realtà le autorità monetarie non mancano di annunciare aumenti dei tassi, ma alle dichiarazioni non corrispondono ancora azioni coerenti. Alzare i tassi rischia di frenare la crescita e nessuno vuole essere additato come il colpevole di un‘eventuale recessione. Tanto più in tempo di fine mandato e di rinnovo delle cariche di Governatore (in USA avvenuta da poco, a Francoforte non molto lontana).

Inoltre c’è il livello dei tassi, ancora molto basso e negativo sulle scadenze brevi, che scoraggia opzioni di investimento alternative e le obbligazioni sono decisamente care.

Stiamo poi avvicinandoci allegramente alla stagione dei dividendi che, a sentire le previsioni sugli utili aziendali, dovrebbero essere ottimi e abbondanti, come si diceva un tempo della mensa truppa. Molte blue chips hanno annunciato utili importanti e dividendi in crescita, operazioni di buy back[4] e aumento di fatturati.

Infine è da tempo che non si verificano default aziendali di grandi realtà, dopo la selezione avvenuta con la grande crisi del 2007/2008. Come pure scandali eclatanti sul versante finanziario, che hanno sempre l’effetto di allontanare gli investitori dal mercato.

Fino a qui le notizie buone, ma come dicevamo all’inizio ci sono anche molti elementi negativi che non devono essere trascurati

Partiamo dal livello dei multipli, e in particolare dei rapporti P/E che hanno raggiunto un po’ in tutti i settori vette inesplorate. Abbiamo sempre sostenuto che un corretto multiplo P/E dovrebbe attestarsi tra 10 e 20. Oggi i multipli sopra a 20 sono la regola, e non è raro – specie fra le medie società – trovarne a 30,35 e anche oltre.

Dobbiamo essere consapevoli che questi livelli non possono reggere a lungo. Il punto è: fino a quando?

Anche i tassi di crescita che vediamo soprattutto nel segmento star del mercato italiano sono molto sostenuti e certamente riflettono più la domanda che continua a esserci che non la prospettiva di reddito delle aziende, molte delle quali sono nuove e ancora in pareggio se non in perdita.

Come si vede, luci ed ombre. In questi casi non è possibile dare consigli razionali. Certamente, per chi vorrà restare nell’agone, sarà necessario monitorare con attenzione e con una certa frequenza, riducendo al 5% il limite di guadagno per uscire dall’investimento. Ciò obbligherà a valutare di nuovo il titolo se decidessimo di rientrare e a usare prudenza. Fa guadagnare un po’ di più gli intermediari ma alla fine è una buona polizza assicurativa.

 


[1][1] Il rapporto fra prezzo e utili (P/E) è uno degli indicatori più importanti per valutare l’andamento di un titolo azionario. Esprime il numero di anni necessari affinché gli utili effettivi o previsti (a seconda che si prendano in esame quelli dell’anno in corso o del successivo) ripaghino il prezzo pagato per il suo acquisto

[2] Per ritracciamento si intende una temporanea flessione del prezzo di un’azione che avviene dopo un periodo di crescita prolungato o, più spesso, consistente, causato dalle prese di beneficio di chi ha guadagnato. Normalmente l’inversione di tendenza è breve e viene riassorbita velocemente se il trend è rialzista

[3] L’indice S&P500 sintetizza l’andamento dei prezzi delle azioni delle 500 maggiori società statunitensi quotate

[4] L’operazione di buy back consiste nel riacquisto di azione proprie da parte di una società quotata. Questo comporta la riduzione delle azioni effettive in circolazione con conseguente aumento – a parità di reddito – degli utili per azione e quindi, in prospettiva, della quotazione. Inoltre l’acquisto fa aumentare la domanda e quindi, direttamente, le stesse quotazioni.