La manovra prossima ventura

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Come sempre, il vero banco di prova del nuovo Governo sarà la manovra economica. Neanche il tempo di accendere i motori, che la macchina giallorossa dovrà destreggiarsi fra gli ostacoli del bilancio e dei vincoli dell’Unione Europea. Il calendario è impietoso: entro il 27 settembre dovrà essere approvato il DEF (Documento di Economia e Finanza) per il 2020 ed entro il 15 ottobre presentata la Legge di Bilancio, sempre per il 2020, da emanare entro la fine dell’anno.

Nel primo vengono riepilogati gli obiettivi di lungo periodo e tutte le misure di politica economica e finanziaria decise dal Governo; con la seconda (detta anche Legge di Stabilità, in precedenza Legge Finanziaria) l’esecutivo ha la facoltà di introdurre innovazioni normative in materia di entrate e di spesa, fissando anche il conseguente tetto dell’indebitamento dello Stato per l’anno successivo.

In relazione ad esso, la Costituzione prevede all’art. 81 comma secondo che lo stesso ricorso all’indebitamento sia consentito esclusivamente previa autorizzazione delle Camere a maggioranza assoluta dei componenti.

Nella legge finanziaria devono essere specificati, fra l’altro: il saldo netto da finanziare, ovvero il disavanzo pubblico tra spese e entrate finali e il saldo del ricorso al mercato, ossia il deficit complessivo da coprire mediante prestiti.

Naturalmente la vita di un organismo, sia esso lo Stato, una società, un ente, non si ferma quando cambiano gli amministratori: ci sono vincoli pregressi, impegni di spesa, trascinamenti che costituiscono altrettante ipoteche sulla nuova gestione e da cui non si può prescindere. E nel caso dell’Italia, paese cronicamente afflitto da debolezza finanziaria e squilibrio dei conti pubblici, il nuovo Governo già si trova a dover coprire i “buchi” del passato e rispettare i parametri comunitari.

Questi vincoli vennero istituiti con il Trattato di Maastricht, oggi Trattato sull’Unione Europea sottoscritto anche dall’Italia il 7 febbraio 1992. Alcuni di questi obiettivi riguardano la finanza pubblica, noti appunto come parametri di Maastricht, ribaditi successivamente nel patto di stabilità e crescita e ulteriormente ridefiniti nel patto di bilancio europeo (fiscal compact):

 

  • il 3% per il rapporto fra disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e prodotto interno lordo (PIL);
  • il 60% del rapporto fra debito pubblico e PIL (può non essere soddisfatto, a condizione però che il valore si riduca in misura significativa e si avvicini alla soglia indicata con ritmo adeguato);
  • il tasso medio di inflazione che non può superare di oltre 1,5 punti percentuali quello dei tre Stati membri che, durante l’anno precedente a quello in esame, hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi;
  • il tasso d’interesse nominale a lungo termine che non deve eccedere di oltre 2 punti percentuali quello dei tre Stati membri che hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi.

 

A parte gli ultimi due, che riflettono l’epoca in cui vennero introdotti e che possiamo considerare non più attuali o rilevanti (l’inflazione è ormai stabilmente inferiore rispetto agli anni 90 e i tassi di interesse vengono guidati dalla Banca Centrale Europea), il vero parametro difficile da rispettare è il primo, sul quale si giocano quasi sempre le compatibilità finanziarie dei Governi.

Si tratta, come abbiamo detto, del rapporto fra deficit pubblico (differenza fra le spese e le entrate dello Stato) e prodotto interno lordo (totale dei redditi conseguiti nell’anno all’interno del territorio nazionale). Non entriamo nel dettaglio e nelle diverse configurazioni di deficit (primario, tendenziale, ecc.), ma cerchiamo di comprendere il significato dei termini e il “razionale” del vincolo. Così come non vorremmo entrare nel turbine dei numeri e delle cifre, ma dare un’idea del compito che attende il nuovo Governo.

Il deficit o disavanzo è l’eccedenza, nell’anno di riferimento (che è quello successivo all’approvazione della legge), delle spese pubbliche rispetto alle entrate. Le prime riguardano gli stipendi pagati ai dipendenti pubblici e gli esborsi per ogni tipo di acquisto di beni, siano essi di consumo o di investimento, e servizi a vario titolo. Le seconde sono rappresentate in primo luogo da imposte e tasse riscosse (il cosiddetto gettito fiscale) e da ogni altra forma di introito. Questa differenza va ovviamente coperta, ovvero devono essere reperiti mezzi finanziari che consentano di fronteggiare le spese in eccedenza sulle entrate, altrimenti lo Stato non potrebbe pagare gli stipendi pubblici o gli acquisti. Ciò viene fatto, normalmente, con il ricorso al debito, ovvero con l’emissione di titoli del debito pubblico (BOT, CCT, BTP) con il cui ricavato si provvede a coprire il fabbisogno.

Spesso si confonde il deficit col debito, ma dalle definizioni date sopra la differenza è evidente: il deficit è un flusso (riferito a un periodo, in questo caso l’anno); il debito è uno stock (riferito a un momento, in questo caso la fine dell’anno). Il debito si incrementa ogni anno per effetto del nuovo deficit e si riduce con i rimborsi dei titoli giunti a scadenza; naturalmente esso genera interessi passivi che vanno a incrementare le spese e quindi concorrono a generare nuovo deficit. Quanto maggiore è il tasso di interesse pagato sui titoli pubblici, tanto maggiore sarà quindi la pressione sui conti pubblici.

Nel prossimo articolo cercheremo di capire perchè è importante che il deficit sia mantenuto entro limiti ragionevoli rispetto al PIL e perché il debito pubblico non può crescere all’infinito, oltre a dare un’idea dell’entità della prossima, ormai imminente, manovra economica.

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Conti e Bis-Conti

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Non è possibile prevedere se l’avvocato degli Italiani riuscirà nell’impresa di creare una nuova e finora inedita coalizione con il Partito Democratico, né tanto meno quale sarà l’assetto e il programma dell’esecutivo. Gli elementi di perplessità certo non mancano, a partire dalla capacità di tenuta di un accordo fra forze politiche apparse molto distanti, quasi inconciliabili sui temi più importanti e dalla figura stessa del premier, fino a ieri garante del governo del cambiamento, a forte trazione leghista: una volta si sarebbe detto, non senza diffidenza, “uomo per tutte le stagioni”.

Tuttavia si deve ritenere che, nell’interesse del paese ma anche per ragionevolezza istituzionale, sia giusto concedere alla nuova compagine la possibilità di provarci e di essere valutata sui fatti e non sulle intenzioni.

In primo luogo, a parte le boutade polemiche delle forze di opposizione, non è affatto vero che si tratti di un governo-truffa o illegittimo, perché da noi le elezioni legislative si fanno ogni 5 anni e se c’è una possibilità di evitare lo scioglimento anticipato delle Camere, è giusto e anzi doveroso che il Presidente della Repubblica la persegua con convinzione, come del resto hanno sempre fatto i Capi di Stato nella storia del nostro paese.

E’ probabilmente vero che, se si votasse oggi, il risultato sarebbe diverso da quello dello scorso anno, dopo la prova fallimentare dell’attuale governo. Ma questo accade sempre: dopo un anno, è difficile che nessuno cambi idea, sia fra gli elettori sia fra gli eletti, e se dovessimo ogni volta tornare alle urne, sarebbe un sondaggio permanente con la conseguente impossibilità di governare. Per questo la nostra Costituzione prevede meccanismi di tutela e salvaguardia della legislatura, perlopiù affidati al Presidente della Repubblica.

Né abbiamo un sistema in cui il Governo è eletto direttamente dai cittadini, i quali invece votano per i rappresentanti in Parlamento, che poi votano o meno la fiducia ai Governi proposti.

Quindi, ammesso (e non concesso) che Conte riesca a formare un nuovo esecutivo con il Partito Democratico, si tratterebbe di un Governo non solo formalmente ma anche sostanzialmente del tutto legittimo e con obiettivo di durata pari a fine legislatura.

In ogni caso, proviamo a individuare quali potrebbero essere i punti qualificanti di un Governo davvero nuovo, che sia il Conte bis, un’altra opzione che potrebbe uscire dal cilindro di Mattarella o quello conseguente a eventuali nuove elezioni. Alla fine, quello che conta sono le cose da fare e non le persone o gli schieramenti.

Del discorso di accettazione dell’incarico da parte di Giuseppe Conte, due aspetti sono particolarmente condivisibili: il primario richiamo all’istruzione e la riaffermazione del vincolo di appartenenza all’Unione Europea. Se a questi due temi aggiungiamo la necessità di promuovere un vasto e importante programma di investimenti pubblici, si delinea un programma di governo già impegnativo, concreto e positivo. Inutile spendere parole su concetti reboanti e di alto profilo ma difficilmente realizzabili nell’orizzonte temporale della legislatura, come siamo abituati a sentire in tutte le occasioni del passato.

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Parlare di equità fiscale, di riduzione delle tasse, di lotta all’evasione, di giustizia sociale e così via, può senz’altro incontrare favore e condivisione ma inevitabilmente espone al rischio di fallimento e all’impossibilità di valutare l’operato dell’esecutivo nell’arco di tre anni. Molto meglio un sano pragmatismo, pochi indirizzi strategici ma chiari e con steps intermedi misurabili e realizzabili nell’ambito dei vincoli di bilancio presenti.

Tre grandi temi: istruzione, Europa e investimenti pubblici. Declinazione di obiettivi qualitativi e quantitativi e dei tempi e modalità di conseguimento. Poche cose ma chiare e realizzabili, anziché la solita cortina fumogena su grandi questioni che richiederebbero un’affinità di ideali e una comunanza di vedute e background culturali che non esistono fra le forze in campo. Non esistono fra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle come non esistevano fra quest’ultimo e la Lega di Salvini.

Sarebbe un ottimo Governo quello che riuscisse a fare qualche piccolo ma significativo passo avanti in materia di scuola, inegrazione europea e qualificazione della spesa pubblica, oltre alla gestione, oggettivamente problematica dei vincoli di bilancio, che rappresenta sicuramente il tavolo più impegnativo nell’agenda della prossima coalizione governativa, qualunque essa sia. Tre questioni che

darebbero impulso allo sviluppo del reddito, sarebbero ampiamente compatibili con le risorse a disposizione, andrebbero finalmente incontro alle generazioni future e consoliderebbero la nostra posizione nel contesto dell’Unione Europea, senza la quale non andiamo da nessuna parte.

Non dimentichiamo che dovranno essere reperiti almeno 30 miliardi di Euro con la manovra economica per il 2020, solo per rispettare gli impegni presi: 24 per evitare l’aumento dell’IVA, 3 per il fabbisogno corrente e altri 3 per bilanciare l’eccessivo ottimismo delle previsioni in materia di PIL e gettito fiscale fatte lo scorso anno, nonché i mancati introiti dalle privatizzazioni messe in bilancio ma non realizzate.

A meno che non si voglia (come sarebbe auspicabile) tornare indietro su almeno alcune delle misure populiste del precedente Governo, quali il reddito di cittadinanza – improbabile perché fortemente voluta proprio dal partito di maggioranza – quota 100 e flat tax, peraltro ancora solo abbozzate.

 

L’Europa in cerca di leader

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Su una cosa europeisti e sovranisti si trovano d’accordo: non esistono oggi nel vecchio continente leader capaci di prendersi sulle spalle i destini dell’Europa. Il declino della lunga parabola politica di Angela Merkel apre un vuoto che nessuno sembra al momento in grado di colmare. Anche se la cancelliera ha sempre privilegiato e anteposto gli interessi nazionali a quelli europei, è innegabile che – forte anche di un consenso che ora comincia a scricchiolare – ha sempre avuto quel carisma e quella statura che le hanno consentito di dialogare da pari a pari con i grandi della terra, in primo luogo Stati Uniti, Russia e Cina.

Dopo le grandi speranze riposte in Emmanuel Macron, che aveva messo l’Europa al centro del programma politico del suo movimento En marche, la Francia sta gradualmente piombando in una fase di pericolosa incertezza, sotto i colpi dei cosiddetti “gilets jaunes”. La Spagna invece sta cercando di risollevarsi da una crisi economica lunga e sfiancante, come pure la Grecia, dove almeno Tsipras ha mostrato doti di visione strategica per certi versi sorprendenti. Sull’Italia, meglio sorvolare.

Ma quello che veramente colpisce, in questo panorama desolante, è l’insipienza della classe dirigente britannica. La perfida Albione ha espresso una serie incredibile di leader incapaci e spesso dannosi, non solo per l’Europa ma spesso anche per gli stessi sudditi di Sua Maestà. L’ultimo a cui si possa riconoscere almeno un minimo di visione strategica è stato Tony Blair, dopo di che il vuoto assoluto.

Eppure i motivi per criticare Blair nella sua azione di Governo non sono mancati, a partire dall’invasione dell’Iraq nel 2003 e prima ancora da quella dell’Afghanistan nel 2001. Verrebbe da pensare a quel baritono che, dopo un sonoro fiasco, disse alla platea: “Fischiate me? Vedrete il tenore…”.

Tony Blair ha servito il Regno Unito come Primo Ministro per 10 anni, dal 1997 al 2007, sulle ali di un successo storico per il suo partito, il Labour Party, che ottenne in quel periodo la più ampia vittoria elettorale della sua storia. Del suo successore, Gordon Brown, premier fino al 2010, si ricorda solo la sconfitta elettorale che lo ha cancellato – con pochi rimpianti – dalla scena politica, e ha consegnato il paese al partito dei Tories, sia pure in coalizione con i liberal democratici.

Il periodo successivo, fino al 2016, è quello in cui ha governato David Cameron, leader conservatore che può legittimamente aspirare al primato di peggior premier britannico. In ambito di politica estera, si ricorda (in joint-venture con Sarkozy, altro politico fallimentare) l’invasione militare della Libia del 2011, che viene considerata alla base della nascita e dello sviluppo dell’Isis, e una delle principali cause della recrudescenza del terrorismo islamico, che da allora ha infestato il mondo occidentale con una serie impressionante di attentati.

Ma il vero capolavoro di Cameron è stato il referendum sull’adesione permanente del Regno Unito alla UE, ad esito del quale il nostro si è dovuto dimettere, cessando almeno di fare danni al suo paese e all’Europa. La scelta di indire un referendum era originata dalla necessità di mantenere il consenso all’interno del suo partito, una specie di scambio con l’ala più radicale dei Tories.

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Il partito è stato completamente disgregato, ma soprattutto con quella decisione è iniziato un percorso che, a tre anni di distanza, è ancora ben lontano dal potersi definire concluso. La cosiddetta “Brexit” è ormai il tormentone di questi anni: Theresa May, da circa due anni al timone, non può essere accusata di scarso impegno nel tentare di districare la matassa, ma certamente non possiede la statura politica e l’esperienza necessarie.

Per ben due volte la May ha portato in Parlamento una bozza di accordo per l’uscita dall’Unione negoziato con Bruxelles, e per ben due volte è stata respinta con perdite. La soluzione più gettonata sembra ora essere quella del rinvio, proprio mentre si stanno preparando le elezioni europee forse più tormentate. Si sta facendo strada anche l’ipotesi di un nuovo referendum, perché è ormai chiaro che il voto del 2016 venne dato senza avere un’idea di cosa avrebbe voluto dire “uscire dall’Europa”, a parte il costo ingente che i sudditi di Sua Maestà sapevano di dover comunque sostenere.

Nel frattempo i mercati risentono ovviamente dell’instabilità sia della sterlina che degli strumenti finanziari negoziati a Londra. Molte banche stanno trasferendo la sede continentale da Londra a altre piazze europee ed ovviamente le agenzie comunitarie hanno già fatto i bagagli, portandosi dietro flussi di spesa non indifferenti.

Sia chiaro: Londra è il più antico mercato finanziario del mondo e, così come si è sviluppato nel corso dei secoli in modo autonomo, certamente riuscirà a sopravvivere ed anzi a trovare nuove opportunità di crescita. Così come la forza lavoro comunitaria potrà nel tempo essere sostituita da nuove leve extra-europee.

Solo non si capisce a chi tutto questo abbia giovato: non agli inglesi, non al resto dell’Europa, meno che mai ai mercati. L’impressione è che si tratti di un colossale errore di strategia politica e di valutazione da parte di David Cameron.

Un leader e uno statista deve non tanto interpretare e farsi portavoce degli umori prevalenti nel popolo, quanto essere in grado di indirizzare il consenso verso le soluzioni più idonee agli effettivi interessi del Paese, anche se possono sembrare impopolari o difficili da far capire.

Seguire “la pancia” del paese può essere elettoralmente conveniente (e nel caso di Cameron neppure questo), ma alla lunga penalizzante. Il vero problema, non solo della Gran Bretagna ma di tutta l’Europa, è il meccanismo di selezione della classe dirigente, oggi chiaramente fallimentare. Come dire che il problema non sta nell’istituzione europea, ma nel manico.

Ma di questo torneremo a parlare nei prossimi articoli.

 

Analisi di scenario: L’Eurozona e l’Italia

Abbiamo iniziato la scorsa settimana a fare un po’ di analisi di scenario, vedendo come i concetti descritti nella mini serie sui fondamentali dell’economia abbiano un riscontro pratico immediato sulle scelte di portafoglio.

Partendo dalle due recenti crisi di politica internazionale, quella nord coreana e quella conseguente alla minacciata imposizione di dazi doganali da parte di Trump, abbiamo infatti visto come tali eventi – a parte una reazione immediata negativa – non siano ritenuti suscettibili di modificare un quadro complessivo impostato su crescita e sviluppo sostenuti.

Crescita USA al 3%, inflazione al 2%, politica di bilancio espansiva e piena occupazione fanno prevedere maggior rigore nella politica monetaria e quindi tassi in crescita. Preferibili le azioni alle obbligazioni e preferibili i tassi variabili a quelli fissi e gli strumenti inflation linked, ovvero che offrono protezione per l’inflazione.

Buone prospettive per i mercati emergenti e in particolare per Brasile e Russia, oltre che per la Cina – che sta crescendo fra il 6,50 e il 7% all’anno – il Regno Unito e Singapore.

Queste, in sintesi, le indicazioni che erano emerse dalla nostra, molto sintetica e personalizzata, analisi di scenario.

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E l’Europa?

 

L’Europa è quasi completamente assente dagli scenari “caldi” di tutto il mondo, quali il Medio Oriente e la guerra dei dazi doganali. A parte le considerazioni politiche, si deve dire che questo ha consentito al sistema comunitario di proseguire senza intoppi nel forte sentiero di sviluppo economico in corso da diversi anni.

Oggi l’Eurozona è considerata preferibile agli Stati Uniti come target di investimento, soprattutto perché considerata meno a rischio di volatilità. Anche qui, meglio le azioni delle obbligazioni, perché anche in Europa i tassi sono destinati a crescere e, quindi, il valore dei titoli a reddito fisso a diminuire.

L’inflazione crescerà, ma resterà sotto il margine di sicurezza del 2%. L’occupazione invece è mediamente cresciuta molto negli ultimi anni, ma resta ancora lontana dal livello di pieno impiego, soprattutto per la zavorra di paesi come Italia, Grecia e Portogallo. I multipli dei titoli azionari sono alti, ma gli analisti ritengono che, in un panorama produttivo ben intonato, ci siano ancora margini di crescita.

Quindi, per gli investitori, l’Europa è meglio degli Stati Uniti.

Se andiamo a vedere i settori, tuttavia, c’è qualche segnale preoccupante. L’Europa è sostanzialmente assente dai settori dove si stanno giocando le sfide per il futuro: l’alta tecnologia e l’intelligenza artificiale. Che accidentalmente (si veda il nostro articolo della scorsa settimana) sono anche i più rilevanti terreni di battaglia della guerra dei dazi doganali fra USA e Cina.

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La Commissione Europea ha da poco stanziato 50 milioni di Euro per programmi di ricerca e sostegno all’intelligenza artificiale (peanuts rispetto a quanto stanno investendo i cinesi) e ha pubblicato uno striminzito documento di una ventina di pagine di strategia, di cui gran parte dedicate a come combattere l’attacco dell’intelligenza artificiale alle libertà civili.

Di fronte a tale immobilismo, la Francia di Macron ha commissionato al matematico Cédric Villani un piano piuttosto articolato nel quale investirà un miliardo e mezzo, una cifra solo più dignitosa ma certamente ancora insufficiente per competere a livello planetario.

Uno dei settori visti con maggior favore in Europa è invece quello dell’immobiliare quotato, ma anche il finanziario, la meccanica tradizionale e le telecomunicazioni: sembra la sfida del passato contro il futuro, rispetto ai settori di investimento privilegiati nei Paesi di cui si è detto sopra (l’agricoltura rispetto alla tecnologia, l’auto meccanica contro l’auto a guida automatica, e così via).

Non parliamo dell’Italia.

Anche da noi siamo in fase di ripresa, ma i tassi di crescita sono frazionali rispetto a quelli statunitensi ed europei. La disoccupazione è ancora molto elevata, specie fra i giovani e al Sud e il bilancio pubblico non consente quelle manovre di sostegno allo sviluppo che sarebbero necessarie.

Il comparto azionario è considerato in salute grazie alle buone performance delle società quotate e al ritorno degli investitori sul mercato delle piccole e medie imprese nazionali, trainato dai PIR, i Piani Individuali di Risparmio, che consentono esenzione fiscale per gli utili sotto determinate condizioni

Da noi i settori favoriti sono quelli ultra tradizionali dell’immobiliare, dell’agroindustria, servizi, moda e design.

Quanto alle valute, dopo il recupero del dollaro avvenuto negli ultimi mesi sulla scia del decollo della riforma fiscale di Trump, l’Euro è atteso in crescita rispetto al biglietto verde. Analogo rafforzamento anche nei confronti del franco svizzero, e così pure lo Yen giapponese è atteso in forte crescita rispetto al dollaro.

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Per il nostro investitore, concludendo, si profila un periodo di sostanziale stabilità della crescita economica media in cui non sono attesi cambiamenti sostanziali, ma certamente si assisterà a maggiore volatilità. L’indicazione su cui tutti gli analisti concordano è quella di preferire le azioni ai titoli del reddito fisso, che dovranno scontare una fase piuttosto prolungata di aumento dei tassi di interesse.

 

 

 

Bilbao, l’Araba Fenice

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A metà anni ’80 Bilbao si presentava come una città soffocata da acciaierie ormai improduttive e container del porto fluviale e industriale, con una grande banca il cui baricentro si era ormai spostato a Madrid, New York e Città del Messico: oggi è una città moderna e tecnologica, a misura d’uomo, destinazione turistica e centro di vivace offerta culturale.

 

 

Cosa è successo intorno agli anni ‘90 da consentire a Bilbao di risorgere dalle sue ceneri e diventare un benchmark culturale ed un modello di riconversione ecologica per la modernità delle sue infrastrutture? E soprattutto: è possibile per altre città in situazioni di declino imitare l’esempio del capoluogo basco?

 

Il percorso seguito è stato quello di una ristrutturazione territoriale (infrastrutture), economica (settore terziario, polo informatico) e industriale (riconversione):il risultato è che oggi Bilbao è l’unica città spagnola con un Pil positivo nonostante il periodo di forte recessione del Paese.

 

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Certo, in questo periodo non tutto è stato rose e fiori: purtroppo gli ultimi decenni del secolo scorso hanno visto Bilbao tristemente protagonista anche degli atti terroristici da parte dell’Eta, il movimento per la liberazione e l’indipendenza della comunità basca. Oggi questa fase di sostanziale guerra civile è stata fortunatamente superata, proprio mentre analoghe problematiche stanno interessando la Catalogna.

 

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Il progetto è nato ufficialmente nel 1991 con la creazione dell’associazione “Bilbao Metropoli 30”, promossa dal sindaco della città, dal Presidente della Provincia e dal Governo basco, impegnati insieme a rilanciare la città.

L’Associazione riuniva centri produttivi, università, organizzazioni non-profit, enti pubblici locali, camere di commercio, banche e fondazioni,: in breve, quasi tutte le componenti della società civile. Aveva come scopo lo sviluppo di piani, ricerche ed eventi promozionali finalizzati al recupero e alla rivitalizzazione dell’area urbana della città e la gestione delle iniziative contenute nel Piano Strategico, in vista di una collaborazione sempre più proficua tra settore pubblico e privato.

Sono stati così realizzati una serie di interventi urbanistici, i cui punti più qualificanti sono il recupero delle aree del vecchio scalo marittimo e l’ampliamento del nuovo, nonché il miglioramento dei trasporti metropolitani.

 

Il fiume è stato valorizzato come una vera e propria infrastruttura, individuando per le sue sponde delle nuove attività, prevalentemente a carattere ludico, commerciale, culturale e residenziale.

 

Soprattutto però, fondamentale è stata la costruzione del Museo Guggenheim, su progetto dell’architetto statunitense F. Gehry, inaugurato nel 1997 nell’ambito di una politica di rivitalizzazione economica incentrata sugli aspetti culturali. L’opera suscitò scalpore a livello internazionale sia per le forme avveniristiche dell’edificio, sia per gli alti costi della sua realizzazione. E’ stato però calcolato che nel triennio 1999/2001 il museo abbia generato un indotto di 635 milioni di dollari e che la somma di denaro spesa per la sua realizzazione, in un solo anno di esercizio a pieno regime, sia stata completamente ripagata.

Il progetto di riqualificazione urbana ha prodotto, nel corso degli anni, un netto miglioramento della qualità della vita, l’aumento esponenziale dei posti di lavoro, nuove attività economiche e culturali in grado di attirare turisti da tutto il mondo; ha rafforzato l’identità regionale ed ha portato ai suoi abitanti benessere diffuso e un ambiente più sano in cui vivere.

Lo skyline di città moderna è caratterizzato dai grattacieli eleganti e avveniristici del suo centro. Di grande valore architettonico sono anche le infrastrutture aeroportuali, che portano la firma dell’architetto Santiago Calatrava, e le stazioni della metropolitana, opera di Sir Norman Foster, altro grande dell’urbanistica a cavallo tra il XX e il XXI secolo.

Si è lavorato, inoltre per la rigenerazione ambientale ed urbana attraverso la riduzione dell’inquinamento atmosferico, la gestione dei rifiuti urbani e industriali, l’ampliamento dei parchi e delle zone verdi e la riqualificazione dei quartieri degradati.

 

Abandoibarra ne è un esempio. Area situata nel cuore della città che si estende su una superficie di 348.500 metri quadrati, è stata per anni destinata all’attività portuale, senza possibilità di accesso per il pubblico. Ora dei complessivi 348.507 metri quadrati, 115.714 ospitano vegetazione.

Il progetto per il quartiere Barakaldo – Galindo invece è consistito nel recupero delle aree dismesse lungo il fiume, un tempo sede degli altoforni. Il piano prevede la costruzione di edifici residenziali, spazi per il tempo libero e uno stabilimento per attività commerciali. Metà dell’area sarà inoltre lasciata verde, mentre per l’infrastruttura stradale sono previsti collegamenti tra i diversi quartieri e l’autostrada.

Un altro dei pilastri della “vecchia Bilbao” era infine la sede del gigante del credito Banco di Bilbao Vizcaya y Argentaria (BBVA), oggi uno dei due campioni del settore bancario iberico. Pur mantenendo le radici in territorio basco, oltre che il nome della città e della provincia nella propria ragione sociale, la banca è ormai una multinazionale con centro nevralgico a Madrid e fatturato per oltre un terzo proveniente dall’America Latina.

La riconversione ha quindi interessato anche il ridimensionamento dell’istituto, con conseguente riduzione dei posti di lavoro nella sede basca.

 

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Ci siamo chiesti all’inizio dell’articolo se il modello Bilbao possa essere imitato da comunità che attraversano crisi analoghe a quella brillantemente risolta nella città basca. I requisiti per realizzare un percorso del genere sono fondamentalmente due: una chiara e forte visione strategica da parte degli amministratori locali e una totale coesione fra tutte le componenti della società economica, civile e politica della città e fra queste e lo stato. Naturalmente è indispensabile anche la collaborazione di professionisti e tecnici di grande livello, ma se esistono queste due condizioni, non è difficile catalizzare l’interesse delle migliori intelligenze disponibili a livello nazionale e internazionale.

Nel prossimo articolo parleremo di un caso leggermente diverso, sia per la situazione di partenza che del modello di sviluppo attuato, ma ugualmente significativo di come possa essere progettata la “città del futuro”, economicamente prospera e con trend di sviluppo sostenibile: il caso di Cambridge.

 

 

 

 

 

 

 

Il Fiscal Compact rischia di uccidere l’Europa

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Il futuro dell’Italia, come quello di tutti i paesi più deboli dell’Unione, è strettamente legato all’Europa: se c’erano pochi dubbi prima, ora è ancora più chiaro, dopo che nelle tornate elettorali di quest’anno i partiti e i movimenti populisti e anticomunitari sono stati notevolmente ridimensionati.

Inoltre, sempre negli ultimi mesi, l’evidente recupero della situazione greca e il ritorno “in bonis” della Repubblica Ellenica come emittente di titoli di debito ha chiaramente mostrato che con uno sforzo comune di istituzioni e BCE anche le situazioni più critiche si possono risolvere brillantemente.

Negli ultimi mesi il vento europeo è tornato a soffiare con rinnovato vigore, grazie soprattutto alla netta affermazione nelle presidenziali francesi di Emmanuel Macron, che ha posto la scelta comunitaria al centro del suo programma politico contro la sua antagonista Marine Le Pen, fautrice dell’uscita della Francia dall’Unione.

Tuttavia si deve rilevare che un mostro si aggira per l’Europa: il fiscal compact, e che se non verrà almeno reso inoffensivo, se non decisamente depotenziato, rischia di far naufragare le buone intenzioni e provocare disastri.

Anche chi non nutre particolari simpatie per l’ex premier Matteo Renzi deve riconoscere che la sua posizione di decisa critica al “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance” firmato dai 25 paesi dell’Unione il 2 marzo 2012 (noto appunto come fiscal compact) è corretta e condivisibile.

Questo Trattato, insieme ai suoi predecessori – il “Trattato di Maastricht” del 1993 e il “Patto di stabilità e crescita” del 1997)- rischia infatti, se non radicalmente rivisto nel senso della flessibilità, di imbrigliare gli Stati europei in una camicia di forza a cui specie i sistemi più deboli difficilmente riusciranno a resistere.

Non è qui il caso di addentrarci nei tecnicismi del Trattato, basti ricordare che fra le molte cose contenute nel trattato, le più importanti sono quattro:

– l’inserimento del pareggio di bilancio di ciascuno Stato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente» (in Italia è stato inserito nella Costituzione con una modifica all’articolo 81 approvata nell’aprile del 2012)

– il vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” – quindi non legato a emergenze – rispetto al PIL

– l’obbligo di mantenere al massimo al 3 per cento il rapporto tra deficit e PIL, già previsto da Maastricht

– per i paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60 per cento previsto da Maastricht, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20 all’anno, per raggiungere quel rapporto considerato “sano” del 60 per cento. In Italia il debito pubblico a fine 2016 era pari a 2.217,9 miliardi di euro, intorno al 133 per cento del PIL

 

In primo luogo va sottolineata la colpevole scarsa attenzione della classe politica nazionale per quello che succede a Bruxelles: a suo tempo il Trattato non solo venne firmato dall’Italia (sotto il governo Monti), ma venne approvato in Parlamento a larga maggioranza, come pure la modifica costituzionale sopra citata che ha accolto il principio del pareggio di bilancio.

Si discute molto, e giustamente, della riforma elettorale, ma al tempo si discusse pochissimo di un corpus economico (il Trattato) e di un principio giuridico (il pareggio di bilancio) che avrebbero pesantemente messo le mani in tasca agli italiani. Esattamente come, qualche anno più tardi, venne approvata dai nostri rappresentanti – nel silenzio generale – la norma sul bail in delle banche, impedendo per il futuro di nazionalizzare le aziende di credito in crisi, dopo che tutti gli Stati (salvo l’Italia) erano pesantemente intervenuti nel giusto salvataggio delle banche in default.

Solo dopo, a danno fatto, ci si rende conto di cosa i nostri rappresentanti hanno combinato nelle istituzioni comunitarie. E a quel punto rimediare è molto difficile.

Le quattro regolette declinate nel fiscal compact significano molto semplicemente la rinuncia alla politica di bilancio e della spesa per un paese che si trovi in recessione, perché il loro rispetto implica che non si possa disporre di risorse in grado di sostenere il prodotto interno lordo.

In altri termini, con il fiscal compact un singolo stato nazionale non ha più strumenti  concreti per stimolare l’economia e lo sviluppo: la politica monetaria, ovvero la possibilità di ridurre i tassi di interesse per favorire investimento e reddito, è infatti già saldamente nelle mani della Banca Centrale Europea, e la riduzione delle tasse e la spesa pubblica non possono essere utilizzate per non infrangere le regole di bilancio.

Questo rigore risponde certamente agli interessi dei paesi che si sono lasciati alle spalle la crisi economica (in primo luogo la Germania) e che hanno conti pubblici in ordine, ma penalizza appunto i paesi deboli e con elevato debito pubblico come Italia e Grecia.

Si tratta allora di intendersi su cosa vogliamo perseguire in casa Europa, e quali obiettivi si deve porre il sistema dell’economia. Se l’obiettivo principale (o esclusivo) è il controllo dei conti e dell’inflazione, allora teniamoci il fiscal compact così com’è, altrimenti dobbiamo necessariamente renderlo flessibile e consentire ai paesi più deboli sforamento di bilancio e possibilità di aumentare il debito, pronti a garantirlo comunque col bilancio comunitario.

Questo vuol dire “solidarietà economica”, la stessa che alla fine sta consentendo alla Grecia di superare la crisi e tornare ad affacciarsi sul mercato di capitali. Questo vuol dire essere veramente un’entitá coesa e funzionale. Altrimenti l’Europa resterà solo un’espressione geopolitica vuota e burocratica.

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E siccome la storia ci ha insegnato che non si esce dalle crisi pesanti (e quella in cui è immersa l’Italia è ancora ben lontana dall’epilogo)senza un forte intervento dello stato e del bilancio pubblico, impedire politiche di sostegno ai paesi deboli significa di fatto uccidere l’Unione Europea.

Per questo ha ragione Renzi: cambiare il fiscal compact è la vera priorità della nostra politica economica, ma anche la condizione necessaria per la sopravvivenza dell’Unione.

In Marcia?

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Proseguiamo l’analisi dello scenario europeo iniziata la scorsa settimana, come al solito nell’ottica di capire i possibili trends dei mercati in termini di prezzi, tassi, variabili finanziarie e reali.

Avevamo visto come possiamo ritenere sostanzialmente conclusa la prima fase dell’Europa unita, quella a trazione congiunta franco-tedesca con il forte supporto britannico. Una fase sicuramente con molti problemi e molte imperfezioni, ma anche un periodo di sessant’anni di pace e sviluppo economico senza precedenti.

Il giudizio su questo ciclo che si chiude è ovviamente articolato, con molti pros ma anche alcuni cons certamente non trascurabili, come non trascurabili sono le tensioni populiste anticomunitarie emerse in molti paesi dell’Unione (in primo luogo il Fronte Nationale in Francia, la Lega e il Movimento 5 Stelle in Italia, altri di minore portata in Austria, Olanda, Spagna).

Sui punti di forza abbiamo già detto. Vediamo ora quali sono i punti di debolezza e soprattutto cerchiamo di capire se la fase che si apre potrà portare al loro superamento.

Il maggior punto critico, dal nostro punto di vista, è l’evidente strapotere tedesco sui meccanismi decisionali. La Germania sta attraversando un periodo di consistente crescita economica trainata dalle esportazioni; mantiene un bilancio pubblico in equilibrio ed ha una politica economica tradizionalmente improntata al rigore ed al controllo rigido dell’inflazione. Il suo interesse è pertanto quello di favorire misure restrittive e di forte attenzione al pareggio di bilancio.

 

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I paesi più deboli (non solo Italia, Grecia, Portogallo e Irlanda, ma ora anche Francia e Spagna) devono invece ancora uscire dal tunnel della grande crisi iniziata nel 2007: hanno quindi necessità di politiche monetarie espansive e di bilanci pubblici flessibili.

 

Il fattore che fino ad oggi ha tenuto insieme le due “anime” dell’unione è stata la grande capacità e visione strategica di Mario Draghi che, con determinazione e diplomazia, è riuscito ad impostare i giusti programmi di sostegno, guidando con sapienza anche i vascelli più lenti fuori dalle secche della recessione. Ha usato tutti gli strumenti a sua disposizione (“whatever it takes”), in primo luogo il quantitative easing, ovvero il programma di acquisto di titoli sul mercato, finalizzato a fornire liquidità al sistema e quindi ad agevolare credito alle imprese e alle famiglie.

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Questo programma è già stato ridimensionato, e nell’arco di qualche mese verrà concluso: facile aspettarsi dunque un aumento dei tassi in Eurozona.

D’altra parte le banche non sempre hanno trasformato l’abbondante liquidità in crediti all’economia; molto spesso hanno preferito fare carry trading ovvero impiegare fondi facili ottenuti a tassi negativi in più redditizi investimenti finanziari.

 

Il parallelo aumento dei tassi negli Stati Uniti compenserà il prevedibile conseguente rafforzamento dell’euro: per questo motivo il cambio del dollaro non è atteso in sostanziale modifica rispetto ai livelli attuali.

 

Se dovessimo dare un’indicazione di investimento, ciò che appare più ragionevole sembrerebbe dunque la preferenza verso obbligazioni a tasso variabile, anche a scadenza medio lunga e anche di paesi periferici dell’eurozona. Sull’azionario, come più volte detto, suggerirei invece prudenza perché dopo la corsa degli ultimi mesi ci aspettiamo una fase riflessiva, se non un vero e proprio ridimensionamento.

Proseguendo nella nostra analisi dei fattori strutturali deboli dell’Europa, non possiamo non fare riferimento alla mancanza di una politica estera comune e, soprattutto, di una politica fiscale unitaria. In entrambi i casi, però, l’ingresso sulla scena di Macron porterà buone notizie: il neo presidente transalpino ha già detto che sui flussi migratori è stato un errore lasciare l’Italia da sola ed ha proposto l’idea di un “superministro” delle finanze, che questa volta la Merkel ha definito “ragionevole e fattibile”.

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Il fattore decisivo di sviluppo, sul quale forse si giocherà il futuro politico dell’Unione, riguarda però il rapporto con gli altri protagonisti dei mercati mondiali, in primo luogo gli Stati Uniti di Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin.ì

Nel primo caso occorrerà confrontarsi con la chiusura dell’orizzonte americano ai confini nazionali. Il mantra “America first”, se coerentemente perseguito, porterà infatti ad una concentrazione di risorse all’interno dei confini USA ed al rallentamento dei processi di apertura a beni e servizi esteri.

A partire dalle politiche di sicurezza, l’Europa dovrà quindi essere sempre più capace di gestire con mezzi propri i problemi di difesa ed a superare le incertezze del recente passato.

 

Nei confronti della Russia, il più importante mercato vicino all’Europa, sarà indispensabile invece superare le contrapposizioni dell’era Obama che hanno avuto il culmine nella crisi ucraina e prima possibile rimuovere l’inutile ed anacronistico blocco commerciale che danneggia solo le imprese europee.

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Anche verso l’Asia, l’Unione dovrà rendersi protagonista: Cina ed India sono mercati potenzialmente importanti, sull’apertura dei quali si deve lavorare.

Ed infine dovranno essere a pieno titolo nell’agenda della nuova Unione anche l’attenzione verso l’area mediterranea, con le tensioni politiche sulla cui origine l’Europa della prima fase ha più di una responsabilità, e verso il sud del mondo, fornitore del flusso migratorio più consistente della storia moderna.

Sicuramente sarà quindi un’Europa “in marcia”, e l’occasione di una rifondazione comunitaria sotto l’egida di Emmanuel Macron è un’opportunità da non perdere. Il futuro dovrà quindi vedere necessariamente l’Unione Europea in grado di rapportarsi da pari a pari con le grandi potenze e con i grandi temi politici del ventunesimo secolo.

 

L’Europa prossima ventura

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Torniamo ad occuparci di scenari di politica internazionale, come al solito nell’ottica di capire i possibili trends dei mercati in termini di prezzi, tassi, variabili finanziarie e reali.

Il focus resta ancora l’Europa, dove molto sta accadendo: alcune dinamiche si confermano, molte sono invece in fase di cambiamento. E’ bene ogni tanto alzare lo sguardo dal nostro microcosmo italiano, dove talvolta ci illudiamo che succeda tutto ciò che ci serve sapere senza tener conto che spesso siamo solo il terminale di onde che si originano altrove.

E così, mentre nel Belpaese ci dilettiamo a discutere di alti e nobili temi quali la riforma elettorale, lo ius soli, la governance di Consip che molto appassionano politici e giornalisti, altrove si consumano cambiamenti talvolta epocali che, prima o poi, avranno conseguenze importanti anche per noi.

 

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Probabilmente il 2017 segnerà un importante punto di svolta per le vicende politiche ed economiche dell’Unione Europea, come se la scomparsa del gigante Helmut Kohl, avvenuta la scorsa settimana, fosse il simbolo della fine di una fase che il cancelliere aveva fortemente contribuito a costruire.

Per come la vedo io, i primi sessanta anni dell’Europa unita hanno visto un’Unione a doppia trazione: nella locomotiva di testa la motrice era rappresentata dal tandem franco-tedesco, affiancato a fasi alterne dagli inglesi.

La coppia di testa ha attraversato negli anni cicli diversi: dalle certezze delle ere Mitterrand, Kohl, Schroeder, alla forte intesa del ticket Sarkhozy-Merkel fino alle incertezze di Hollande ed alla straripante posizione di predominio di Angela Merkel. Quanto ai britannici, dopo il forte committment di Tony Blair, hanno dovuto subire i danni prodotti da Cameron, che non è certamente stato tra i migliori premier della storia inglese, fino alla masochistica e folle chiamata del referendum che ha decretato la Brexit. Per non parlare di Theresa May, degna epigone della fase dei governi tory sul Regno di Albione, che ha indetto elezioni anticipate a stretto giro e le ha miseramente perdute.

Nel vagone di testa resiste sempre più forte e autorevole Angela Merkel, anche se la parabola del suo consenso in patria sembra aver imboccato una fase discendente.

 

Ma è nei vagoni di coda, e soprattutto è nei rapporti con l’esterno – in primo luogo con gli Stati Uniti di Trump, con la Russia dello zar Putin, con le tigri asiatiche e con il nuovo mondo fornitore di immigrati e nuove tensioni – che ci sono stati e ci saranno i cambiamenti più importanti.

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Mentre nella prima fase dell’Unione il “pacchetto di mischia” era più o meno omogeneo con paesi che, pur nelle diverse dimensioni e nei cicli economici spesso disallineati, si tenevano a buona distanza ma sostanzialmente sulla scia dei paesi leader. Italia, Spagna, Grecia, Paesi Bassi, Belgio, Portogallo, Irlanda: chi più chi meno erano tutti stabilmente ancorati al gruppo di testa.

Con l’allargamento dell’Unione ai paesi dell’ex cortina di ferro, la situazione si è complicata: sistemi con notevoli carenze strutturali, si pensi a Romania e Ungheria, si sono seduti a tavola partecipando alla ripartizione di risorse che venivano via via diminuendo. Problemi nuovi e grandi, come l’impatto del flusso migratorio nei paesi del versante sud e soprattutto la fragilità dei sistemi economici stretti fra le rigidità di bilancio e la concorrenza asiatica, hanno portato a un graduale scivolamento dei paesi più deboli verso aree di crisi che spesso hanno lambito il default.

 

Con la recessione globale del 2007, la situazione è divenuta ingestibile: paesi come l’Italia, la Spagna, l’Irlanda, il Portogallo e soprattutto la Grecia (i cosiddetti PIIGS) hanno gradualmente perso il contato con i primi della classe, rischiando di precipitare.

Lo strapotere della Germania, tradizionalmente attenta all’inflazione e poco sensibile ai problemi dello sviluppo, quindi poco propensa a orientare le politiche monetarie e di bilancio a sostegno del reddito, ha portato ad aumentare il divario fra paesi dell’Unione ed a trovarsi di fronte crisi conclamate come quella greca dei primi anni duemila.

L’euro si è mantenuto tendenzialmente forte nei confronti del dollaro, rendendo difficile la competizione da parte delle imprese europee; i mercati emergenti hanno continuato a correre e nuovi sistemi, come quello turco, sono diventati concorrenti temibili.

Il principale mercato europeo, la Russia, è stato chiuso dall’embargo conseguente alle vicende ucraine; l’area mediterranea, grazie in primo luogo alle devastanti iniziative del duo Cameron-Hollande in Libia e Siria, è divenuta una polveriera pronta ad esplodere alle porte di casa. E mentre la Germania continuava a crescere, recuperando prima degli altri un trend espansivo, gli altri Paesi si agitavano nelle sabbie mobili della stagnazione e della deflazione.

E adesso: cosa c’è dietro l’angolo (come diceva Maurizio Costanzo)? Cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi mesi o anni? E soprattutto: cosa succederà ai nostri risparmi?

Purtroppo non c’è molto da stare allegri: il new deal di Trump allontanerà gli Stati Uniti dall’Europa e probabilmente li avvicinerà alla Russia; il fronte sud continuerà ad essere critico; i disavanzi dei paesi deboli continueranno a crescere.

Se la ragione prevarrà (e qui sono ottimista), la situazione in Ucraina si normalizzerà con la divisione dell’ex repubblica sovietica ed i rapporti con la Russia torneranno ad essere costruttivi. Ma se non si riformeranno i sistemi dei paesi deboli, il divario è destinato a crescere con l’aumento dei tassi e la graduale cessazione della politica monetaria espansiva, il cosiddetto quantitative easing, da parte della Banca Centrale Europea di Mario Draghi.

Credo che anche il dollaro nei prossimi mesi dovrà crescere, insieme con l’aumento dei tassi USA ed il consolidamento della buona fase economica statunitense. I mercati asiatici torneranno a correre, trainati dal ticket Cina-India, mentre il Giappone avrà difficoltà a riprendersi.

La speranza per l’Europa è rappresentata dall’ingresso a bordo di Emmanuel Macron, finalmente un leader in grado di raccogliere il testimone da Angela Merkel, forte di un consenso importante in patria e molto orientato verso l’Europa.

 

Nonostante tutto, si può tornare a scommettere sull’Europa.

Ucraina: 3 anni di guerra civile, e un futuro incerto

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Il racconto dei due articoli precedenti era arrivato alla deposizione e precipitosa fuga dell’ex premier Viktor Janukovyc, leader del Partito delle Regioni, molto vicino alla Russia di Putin e oligarca molto discusso, che era riuscito ad accumulare una ingente fortuna. I disordini di Maidan assumono ben presto, al contrario delle rivoluzioni “colorate” nate nelle ex repubbliche sovietiche un decennio prima, la connotazione di moti violenti, finalizzati non tanto a riformare in senso democratico lo stato attraverso il confronto politico, quanto a sovvertire il regime, obiettivo raggiunto con la cacciata di Janukovyc.

 

Con l’insediamento di Oleksandr Turcinov come presidente ad interime, la situazione si radicalizza e la rivolta si trasforma in vera e propria guerra civile. La decisa svolta in senso accentratore trova la forte resistenza delle regioni orientali e meridionali: aree ricche del paese che non accettavano il continuo deflusso di risorse in favore di Kiev e la mancanza di ogni autonomia, all’interno di uno Stato che dichiarava di voler tagliare lo storico cordone ombelicare con Russia.

 

Alle crescenti proteste delle popolazioni in maggioranza russa di queste regioni, Turcinov risponde con un deciso innalzamento del livello dello scontro, avviando una vera e propria guerra civile pur ufficialmente mascherata da “lotta al terrorismo”.

 

Gli Stati Uniti finanziano Maidan a piene mani, contando sull’Europa alla quale viene sostanzialmente demandato il compito di controllare il territorio; la Russia, sentendosi minacciata ai propri confini, si focalizza sulla Crimea, concentra le truppe in prossimità del territorio ucraino e appoggia la resistenza delle popolazioni filorusse nelle regioni orientali e meridionali, anche se ufficialmente ha sempre negato il suo coinvolgimento militare diretto.

 

Uno degli atti più significativi del Governo in questo periodo è l’abolizione del russo quale lingua ufficiale del paese, oltre a quella ucraina, che rimane quindi oggi l’unica.

 

In marzo la Russia intensifica la propria presenza militare in Crimea e spinge alla riannessione della penisola sancita dal referendum approvato dal 93% degli elettori. La Crimea è una regione di capitale importanza dal punto di vista militare, con il porto di Sebastopoli e la supervisione sulle rotte del Mar Nero, e la Russia non poteva permettersi di cederne il controllo a un governo in cui l’influenza degli occidentali e degli americani era prevalente. Del resto, sessanta anni prima, pare che l’annessione della Crimea all’Ucraina, ufficialmente presentata come regalo per celebrare i 300 anni di amicizia fra la Russia e la stessa Ucraina, fosse stata originata da un’iniziativa personale dell’allora segretario del PCUS Nikita Chruščëv, ucraino di adozione come si è detto all’inizio, in un momento di non particolare sobrietà.

 

Il 25 maggio 2014 si tengono dunque le elezioni presidenziali, vinte con 9,8 milioni di voti pari al 54,7% dei consensi dal quarantanovenne Petro Poroshenko, di Kiev. Juljia Tymoscenko, con un misero 12,8%, giunge molto probabilmente al termine della sua intensa carriera politica.

 

Poroshenko

 

Il nuovo presidente, sostenitore della prima ora dei ribelli di Maidan e supporter dell’entrata dell’Ucraina nella Nato, presentava un programma piuttosto moderato, ribadendo l’autonomia del paese ma anche la necessità di un dialogo con la Russia. In effetti Poroshenko, imprenditore dolciario accreditato da Forbes di un patrimonio personale di 1,3 miliardi di dollari, gestiva fino a poco tempo prima redditizi stabilimenti di cioccolata e caramelle in territorio russo. Curiosamente, per almeno due anni i Russi non hanno impedito al politico che li indicava come nemici di fare profitti con le fabbriche stabilite nel loro territorio.

 

Gli ultimi tre anni sono stati funestati da una guerra civile di incredibile crudeltà, con l’esercito ucraino che ha fatto ricorso anche alla coscrizione dei riservisti e all’appoggio di truppe mercenarie e gruppi nazionalisti per distruggere, soprattutto nelle regioni dell’est a maggioranza russa, la resistenza degli anti-governativi sicuramente supportati da mezzi militari e finanziari russi. Regioni come il Donbass, in cui gran parte della popolazione non accetta l’impostazione governativa e chiede maggiore autonomia e rispetto, sono state distrutte e intere città come Donietsk praticamente rase al suolo, le vie di comunicazione interrotte e i servizi pubblici ormai inesistenti.

 

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Gli scontri si sono raffreddati a partire dal febbraio del 2015, con il raggiungimento di un accordo per il cessate il fuoco a Minsk fra la Russia da una parte, che pure ha sempre ufficialmente negato la sua partecipazione al conflitto, e Ucraina, Francia e Germania dall’altra: punto centrale dell’accordo era l’impegno di Kiev a garantire una maggiore autonomia ai territori dell’est. Da questo momento gli scontri sono proseguiti, ma a un livello minore, ed i mass media hanno iniziato ad ignorare totalmente questo scenario di guerra.

 

Il paradosso politico è quello di un governo che formalmente sostiene l’obiettivo di vicinanza all’occidente, agli Stati Uniti all’Unione Europea, nonostante la freddezza di Bruxelles che dopo i primi appoggi di natura finanziaria ha assunto un ruolo molto più defilato: in realtà però quello stesso Governo continua a sopravvivere con grande difficoltà, non essendo in grado di rimborsare i prestiti alla Russia e in una situazione di totale carenza di risorse finanziarie che hanno gettato il paese nell’assoluta indigenza.

 

Da un punto di vista economico l’Ucraina, pur essendo un crocevia nel trasporto del gas dalla Russia, grande produttrice, all’Europa occidentale, non riesce a fattorizzarne il vantaggio avendo interrotto i rapporti di interscambio con la Russia stessa. Paradossalmente il gas ucraino, acquistato in Polonia, è ancora di provenienza russa ma, subendo un passaggio ulteriore, ha un prezzo ancora più alto.

 

Il capitale finanziario di matrice statunitense, seguendo il modello già utilizzato con successo nella crisi argentina, rileva una quota importante del debito pubblico ucraino a prezzi di saldo.[1] Il fondo Franklin Templeton acquista il 40% del debito nazionale, a fine agosto 2014, per un valore nominale di 6 miliardi di dollari. Qualche mese prima l’ex premier Janukovyc aveva invece rifiutato l’offerta di un credito di 15 miliardi di dollari da parte della Russia, in cambio della rinuncia del trattato di associazione all’Europa.

 

 

 

Nel 2015 scade una tranche di debito di 11 miliardi, e il Fondo Monetario interviene con un prestito di 17,5 miliardi. Ma si calcola che il debito complessivo ammonti a 110 miliardi, quando gli asset di maggior valore del paese, in gran parte utilizzati per arricchire gli oligarchi, sono ormai svenduti all’estero.

Lo stato è allo sbando, la struttura produttiva e le vie di comunicazione devastate dagli anni di guerra, l’esercito continua a combattere i filorussi dell’est ma senza mezzi adeguati: ai riservisti è fatto obbligo di procurarsi direttamente vestiario e vettovaglie. La corruzione è ormai diffusa a tutti i livelli e non c’è attività che ne sia immune.

 

Quali sono i possibili scenari di una situazione così compromessa?

 

Il peggiore è quello della diffusione del conflitto fra Russia da una parte, che ovviamente non gradisce avere il nemico alle porte di casa, e Stati Uniti dall’altra, data la cronica latitanza dell’Europa dagli scenari decisivi. Da questo punto di vista, l’elezione di Donald Trump alla Presidenza degli USA aveva almeno fatto sperare in una soluzione concordata fra le due potenze, dati i buoni rapporti personali del neo Presidente con Vladimir Putin. Gli ultimi avvenimenti, soprattutto il lancio di missili in Siria e la crisi coreana, oltre alle più recenti dichiarazioni di Trump hanno invece rappresentato una doccia gelata sulle speranze di pace.

 

Rispetto al programma di “America first”, col quale Trump dichiarava di non voler più fare il poliziotto del mondo intromettendosi negli affari degli altri Paesi ma di concentrare energie e risorse in favore degli americani, sembra di essere tornati indietro ai tempi di Obama.

 

Se lo scenario peggiore non è scongiurato, ma purtroppo ha ripreso vigore in questi ultimi tempi, la soluzione più ragionevole pare essere quella, ancora tutta da costruire, di una divisione politica dell’Ucraina in due macro regioni: quella occidentale, da Leopoli a Kiev, sotto la dominante influenza occidentale ed in particolare polacca; e quella orientale a guida filo-russa. I problemi principali saranno però come realizzare la divisione dei territori e la coesistenza delle due nuove realtà come stati indipendenti e sovrani ma vicini.

 

Da un punto di vista economico, per l’Europa la soluzione della crisi ucraina è un passaggio indispensabile sia per allontanare gli scenari di guerra che potrebbero essere devastanti e senza ritorno, sia per normalizzare i rapporti commerciali con la Russia, il mercato più vicino, interessante e ricco per l’Europa occidentale. Mercato ancora fortemente penalizzato dall’embargo imposto dagli Stati Uniti sulle merci russe.  Gli stessi prezzi e la disponibilità dell’energia, influenzati dal trasporto in territorio ucraino, sono un fattore decisivo specie per paesi come l’Italia fortemente dipendenti dal consumo di gas.

 

Ma soprattutto è politicamente e moralmente inaccettabile, e suscettibile di degenerare in un inarrestabile allargamento del conflitto, una situazione di guerra civile che dura ormai da anni ai confini dell’Europa Unita e a soli 900 chilometri dall’Italia.

 

 


[1] Circostanza riferita da Giulietto Chiesa nel capitolo  “Le ragioni della Russia e l’economia ucraina” contenuto in “Attacco all’Ucraina” di S. Teti e M. Carta, Sandro Teti Editore, Roma 2015,  probabilmente fino ad ora la più completa rassegna ragionata disponibile in Italia sugli eventi di cui ci occupiamo nell’articolo

Ucraina: 10 anni di mancate riforme

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Abbiamo visto nel precedente articolo come, dopo la dissoluzione dell’URSS, nel 1991 l’Ucraina dichiara la sua indipendenza e nel 1996 il Parlamento emana la nuova costituzione. Nel 2004 la nazione è proclamata repubblica parlamentare, grazie soprattutto all’influenza dell’ala riformatrice.

 

Le elezioni del 26 dicembre di quell’anno sono vinte in stretta misura da Juscenko, sostenuto dalla mobilitazione popolare della “rivoluzione arancione” guidata da Juljia Tymoscenko, leader avvenente ma discussa oligarca, che in breve tempo era riuscita a costruire una notevole fortuna sia patrimoniale che politica. Juscenko è Presidente della Repubblica dal 2005 al 2010 e la Tymoscenko premier dal 2007 al 2010.

 

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In questo quinquennio l’Ucraina si avvicina molto all’occidente, accarezzando l’idea di un improbabile ingresso nell’Unione Europea e prendendo invece gradualmente le distanze dalla Russia, che assicurava forniture di gas a prezzo politico, notevolmente inferiore a quello di mercato. La Russia continuava inoltre a sostenere, con ingenti prestiti, le finanze di uno Stato che l’oligarchia al potere depauperava delle sue ricchezze e delle sue risorse per l’arricchimento personale di una ristretta casta di privilegiati. In questo periodo, per di più, la mafia ucraina consolida il suo potere e il controllo diffuso dei gangli dell’economia del paese.

 

Sostenuto dal forte appoggio russo, al ballottaggio delle elezioni presidenziali del 2010 Janukovyc sconfigge la Tymoscenko e diventa Presidente. Si apre un periodo di avvicinamento alla Russia, senza però formalmente rinnegare l’idea di adesione all’UE che, da parte sua, continua nel consueto atteggiamento indeciso e ondivago.

 

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Nel 2013 Janukovyc si rifiuta di firmare un accordo con l’Unione Europea fondamentale per la sopravvivenza del paese e tratta invece un nuovo prestito dalla Russia di Putin, col quale il paese rientra decisamente a pieno titolo nell’orbita russa. Questa è la causa scatenante dei disordini e delle sommosse che culminano nel novembre 2013 con l’occupazione di Maidan, la Piazza centrale di Kiev, da parte dei manifestanti filo-europei.

 

La protesta contro Janukovyc è il punto di passaggio dalla cosiddetta “rivoluzione arancione”, nata in Ucraina a metà del Duemila in modo simile alle altre “rivoluzioni colorate” sorte in quegli anni in diversi paesi ex comunisti, a una vera e propria rivoluzione classica, basata sull’uso della violenza dal basso e sostenuta da una minoranza organizzata militarmente.[1]

 

Le rivoluzioni colorate erano caratterizzate da una dimensione non violenta del cambiamento, finalizzata a un negoziato con i regimi in carica che portarono in generale a riforme che furono perlopiù in grado di rinnovare i sistemi politici ed economici dei diversi paesi.

 

In Ucraina, invece, non si è verificata nel decennio successivo alcuna trasformazione di regime e sono rimaste in vita le stesse élite che già controllavano il Paese. La rivolta ha quindi assunto il carattere di violenza dal basso, sostenuta da una minoranza organizzata militarmente, che ha contrastato i negoziati in corso, e spalancato la strada alla spirale di violenza.

 

Ukrianian crisis, Ukraine news, Euromaidan, Kiev. Ukraine. Docum

 

Da quel momento inizia la via crucis del paese, con scontri violenti che vedono intervenire, al fianco dei ribelli, gruppi paramilitari nazionalisti che in alcuni casi si richiamano esplicitamente a ideologie nazi-fasciste. Il 22 febbraio 2014, dopo un’ecatombe di 150 morti e oltre 1.000 feriti, Janukovyc fugge con la famiglia da Kiev, portandosi dietro l’enorme fortuna accumulata negli anni di governo; la Tymoscenko, che in precedenza era stata incarcerata per corruzione, viene liberata e il Parlamento nomina Presidente ad-interim, in attesa di nuove elezioni, Oleksandr Turcinov, braccio destro della stessa Juljia.

 

Anche se il deposto leader filo-russo Janukovyc si era rivelato corrotto e sostanzialmente attento agli interessi personali più che a quelli del paese, non va dimenticato che si trattava comunque di un Presidente, liberamente eletto al termine di una competizione elettorale non contestata e la sua destituzione si presenta quindi come vero e proprio golpe, finanziato da ambienti europei e sostenuto dagli Stati Uniti di Obama. L’obiettivo era chiaramente quello di indebolire il gigante russo fomentando un focolaio di rivolta ai confini del suo territorio.

 

L’Ucraina si è ormai incamminata lungo un piano inclinato che conduce diritto al disastro attuale. La crisi precipita in una guerra civile che riflette un confronto fra Russia e Occidente di intensità mai raggiunta dai tempi della guerra fredda.

 

La prossima settimana, con l’ultimo degli articoli di questa serie, ripercorreremo, dopo la riannessione della Crimea da parte della Russia di Putin, gli anni del discusso presidente Petro Poroshenko che hanno condotto alla recrudescenza della guerra civile nel Donbass, cercando di capire quali sono gli scenari che si prospettano.

 

 

 


 

[1] Tesi riportata da Paolo Calzini nel saggio “Ucraina 2004-2014: un decennio allo specchio” contenuto in “Attacco all’Ucraina” di S. Teti e M. Carta, Sandro Teti Editore, Roma 2015,  probabilmente fino ad ora la più completa rassegna ragionata disponibile in Italia sugli eventi di cui ci occupiamo nell’articolo