(Punt e) MES

MES

 

Negli ultimi mesi, in Italia ma un po’ in tutta Europa, si è parlato molto del Meccanismo Europeo di Stabilità (in acronimo MES), detto anche Fondo salva-Stati. Poiché la sensazione è che di questo strumento si parli troppo, e talvolta a sproposito, può essere utile per i lettori riepilogare, in estrema sintesi, di cosa si tratta, come e da chi (specialmente per quanto riguarda l’Italia) è stato istituito, approvato e modificato nel tempo; come funziona e quali garanzie prevede, e perché – nonostante le polemiche e i dinieghi più o meno tattici – alla fine il nostro paese dovrà comunque accedervi.

Il MES – nato come fondo finanziario europeo, ovvero organismo internazionale su base regionale finalizzato alla salvaguardia della stabilità finanziaria dell’Eurozona – è attualmente un’impresa pubblica, in quanto suoi soci sono gli Stati sovrani dell’Unione Europea.

E’ pertanto uno degli strumenti a disposizione delle istituzioni dell’Ue, che ha subìto, negli anni, importanti trasformazioni di forma giuridica, di procedura, di provvista, mantenendo però l’originaria finalità di assistere finanziariamente gli Stati in difficoltà e i cui interventi sono condizionati al rispetto di una serie di vincoli.

La decisione “politica” di istituire il MES venne assunta dall’Ecofin il 10 maggio 2010 e a livello di Consiglio europeo il 25 marzo 2011. Per quanto riguarda l’Italia, l’approvazione della suddetta decisione del Consiglio Europeo fu deliberata nella riunione del Consiglio dei Ministri del 3 agosto 2011, presieduto da Silvio Berlusconi (ministri di quell’esecutivo erano, oltre a Giulio Tremonti all’Economia e Anna Maria Bernini alle Politiche europee, fra gli altri, Umberto Bossi, Renato Brunetta, Giorgia Meloni).

Pertanto, quello che ha detto il premier Conte nella conferenza stampa nella quale ha attaccato duramente – e secondo noi in modo inopportuno – l’opposizione è formalmente corretto e sarebbe singolare che non lo fosse.

Il passaggio previsto in Parlamento per la ratifica avvenne alla Camera dei Deputati – su un testo peraltro già notevolmente modificato rispetto all’originale – il 19 luglio 2012, dove a fronte dei 325 voti favorevoli, ci furono 53 voti contrari (i 51 della Lega Nord Padania + i 2 ribelli del Popolo della Libertà Guido Crosetto e Lino Miserotti) e 36 astenuti, fra i quali il gruppo Italia dei Valori.

E’ quindi corretto quello che sosteneva il premier Conte sul fatto che lui lo strumento l’ha trovato già pronto e definito e che la Meloni era ministro quando venne approvato. E’ anche corretto quanto detto da Salvini, che in Parlamento nel 2012 la Lega votò contraria, anche se poi faceva parte dello stesso Governo (il Berlusconi IV) che l’aveva deliberato.

Il MES sostituiva strumenti già da tempo operanti (per la precisione il FESF e l’EFSM, sui quali risparmiamo dettagli ai nostri pazienti lettori) e collaudati, sulla scorta di quanto accadeva in Europa in quegli anni con i casi di Grecia, Portogallo e Irlanda. Il Fondo si stava infatti trasformando in un vero e proprio sistema di sostegno per le economie in difficoltà e per questo si prevedevano condizioni aggiuntive molto severe, così come generalmente fa qualunque banca quando presta denaro, in particolare a soggetti traballanti.

Il MES effettua prestiti a condizioni vantaggiose (tassi contenuti e lunghe scadenze) oppure acquista sul mercato secondario titoli di Stato dei paesi in crisi; le condizioni a cui l’intervento è subordinato “possono spaziare da un programma di correzioni macroeconomiche al rispetto costante di condizioni di ammissibilità predefinite” (art. 12). Potranno essere attuati, inoltre, interventi sanzionatori per gli Stati che non dovessero rispettare le scadenze di restituzione i cui proventi andranno ad aggiungersi allo stesso MES….”. È previsto, tra l’altro, che “in caso di mancato pagamento, da parte di un membro del MES, di una qualsiasi parte dell’importo da esso dovuto a titolo degli obblighi contratti in relazione a quote da versare […] detto membro del MES non potrà esercitare i propri diritti di voto per l’intera durata di tale inadempienza” (art. 4, c. 8).

Come si vede, si tratta di condizioni che possono essere molto coercitive e violente, simili a quelle vigenti ad esempio per il FMI (Fondo Monetario Internazionale), e che possono rappresentare ingerenze molto pesanti nella vita dei paesi, già stremati dalle difficoltà. Da questo punto di vista è giustificato il timore di chi paventava “commissariamenti” di fatto dei paesi debitori ed anche stravolgimenti dei rapporti democratici all’interno degli stati in crisi.

Si deve però tenere presente che si tratta di un prestito (si può ovviamente discutere e proporre l’istituzione di uno strumento diverso che configuri erogazioni a fondo perduto, ma questo è un’altra cosa) e che sono in ballo risorse di tutti gli Stati, i quali devono rispondere ai propri elettori di come hanno gestito le risorse. L’Italia, ad esempio, ha sottoscritto circa il 20% del capitale del MES, complessivamente ammontante a 700 miliardi di Euro, e dei 125,4 miliardi che rappresentano la sua quota, ne ha già versati 14,3. E’ chiaro che se venisse fatto un prestito dal MES a paesi terzi “senza condizioni” e con nessuna probabilità di rimborso, i contribuenti italiani ne subirebbero un danno e ben difficilmente accetterebbero che le loro risorse venissero dirottate su altri paesi.

Da quello che risulta, rispetto al 2012 sono cambiate un bel po’ di cose e dalla comparsa di Covid19 si può dire, a buon titolo, che tutto il mondo è cambiato. Il fatto che praticamente tutti i paesi europei siano interessati a fronteggiare l’emergenza sanitaria e che questa comporti il fabbisogno di ingentissime risorse, ha favorito una revisione dei meccanismi e degli strumenti disponibili. In primo luogo il Presidente Ursula Van der Leyden ha comunicato che il patto di stabilità era sospeso in relazione alla spesa sanitaria. Quindi ciascuno Stato potrà spendere quanto necessario facendo semplicemente aumentare il suo debito pubblico.

Poi è stata la volta della BCE che, dopo l’iniziale incertezza con l’ormai famosa incauta dichiarazione della Presidente Christine Lagarde, sta in effetti potenziando il suo già consistente programma di acquisto di titoli pubblici sul mercato.

Infine la proposta sul tavolo relativa al MES, in cui – data la comunanza del problema per tutti gli Stati – l’unico vincolo sarà quello di finalizzare il denaro proprio all’emergenza sanitaria. E’ vero che le condizioni a cui i prestiti sono sottoposte verranno definite da parte degli organi tecnici del MES solo una volta completato l’iter politico, ma non si vede perché questi organi (in sostanza il Consiglio di Amministrazione, in cui tutti gli stati sono rappresentati in funzione delle rispettive quote di partecipazione al Fondo) dovrebbero deliberare condizioni diverse da quelle approvat dai Governi, col solo risultato di non fare poi l’operazione. E’ infatti evidente che, in caso di difformità, lo Stato richiedente non firmerà il contratto. Basta saper leggere le bozze di contratto prima di firmare: questo è ciò che è richiesto al Governo italiano.

Detto ciò, e considerato che ben difficilmente gli Stati rinunceranno al MES, se non altro per recuperare – in fase di ristrettezza – almeno in parte le risorse da essi stessi versate. L’unico effetto, certo e tangibile, del non ricorso al MES sarebbe quello di “dirottare” il denaro dei contribuenti italiani verso i bisogni degli altri paesi europei.

Che poi il MES non sia la soluzione ottimale e definitiva, che sia ulteriormente migliorabile e che si possano studiare ed istituire altri strumenti, non impedisce, come è ovvio, di utilizzare questo strumento nel momento del bisogno.

Il falso problema dei Coronabonds

coronavirus-statistics-on-screen-3970330

 

Cerchiamo di fare un minimo di chiarezza su un tema di cui negli ultimi giorni si parla molto, anzi decisamente troppo e spesso a sproposito, talvolta anche da parte purtroppo di chi ha ruoli importanti: l’idea dei cosiddetti coronabond (o, ancor più impropriamente, eurobond, strumento finanziario ben diverso, che invece esiste da tempo, è tutt’altra cosa e non è in discussione).

Ci si riferisce ad un particolare titolo pubblico, che dovrebbe essere emesso o garantito (questo non è molto chiaro) da tutti gli Stati europei e che dovrebbe servire ad affrontare l’emergenza della pandemia in corso, aiutando i singoli paesi a sostenere le spese più urgenti ed immediate. Condivisibile lo scopo, ma ahimé inattuabile, almeno in tempi brevi e con gli attuali meccanismi di funzionamento delle istituzioni europee.

Stupefacente che siano stati i rappresentanti di alcuni Stati sovrani a proporlo, che hanno così dimostrato scarsa conoscenza dell’Unione Europea e del suo funzionamento. Non sorprende quindi che la proposta sia stata respinta al mittente da parte dei responsabili dell’Unione e degli altri Stati. Quando si vuole dire qualcosa, occorre farlo nella lingua di chi ci deve ascoltare, che in questo caso è quella delle regole e delle procedure eurounitarie: sarebbe come se un qualunque cittadino si presentasse in Comune e chiedesse di avere denaro per una finalità, sia pure ampiamente condivisibile, al di fuori degli strumenti e delle regole che governano l’istituzione e poi accusasse il sindaco di essere insensibile alle sue richieste.

Per essere accolte, le richieste devono essere formulate secondo le norme che governano l’Unione e attraverso gli strumenti esistenti, altrimenti restano meri desideri. Le norme si possono cambiare, le procedure si possono (anzi si debbono) adattare alle esigenze che cambiano continuamente, gli strumenti si possono creare: ma tutto questo richiede tempo non compatibile con l’urgenza della richiesta.

Tanto più quando strumenti attivabili esistono e gli ostacoli che potevano essere messi al loro utilizzo sono stati rimossi. Vediamo meglio.

Innanzitutto i coronabond (ancora) non esistono, quindi vanno costruiti. Ciò significa individuare uno (o più) soggetti titolati ad emetterli, il mercato (o i mercati) nei quali possano essere scambiati, i soggetti che potrebbero avere interesse, oppure essere obbligati, a sottoscriverli. Tutte cose che richiedono tempo.

Nell’Unione Europea ogni stato ha un suo bilancio ed un proprio debito pubblico. Esistono poi organismi comunitari sovranazionali, in primo luogo la BEI (Banca Europea degli Investimenti), che finanzia i singoli Stati col proprio bilancio attraverso l’emissione di titoli caratterizzati da rating molto alto e grande negoziabilità sui mercati. Ma la BEI fa la banca, ovvero concede prestiti generalmente assistiti da garanzie: lo stesso fa – su scala più vasta – il Fondo Monetario Internazionale.

Le garanzie che questi organismi richiedono sono per lo più vincoli di bilancio, ovvero impegni più o meno stringenti da parte dei debitori a non aumentare il proprio debito e a mantenere condizioni economiche che consentano di ripagare questi prestiti. Tutti ricordano le condizioni capestro, lacrime e sangue, imposte alla Grecia al tempo della grande crisi.

Ogni Stato, si diceva, ha un suo bilancio ed un suo debito. Per reperire finanziamenti può emettere titoli pubblici che colloca sul mercato e che vanno ad incrementare il volume del debito del paese. Il problema sussiste quando questi titoli non vengono collocati, ovvero quando nessuno si fida più di quel paese e della sua capacità di ripagare capitale ed interessi.

DowJones2020crash

 

Se c’è un soggetto che si dichiara disposto, entro certi limiti e con determinate garanzie, ad assorbire un certo quantitativo di titoli, il problema è in gran parte risolto salvo il fatto che il tasso di interesse richiesto sarà probabilmente molto alto. Questo soggetto è la Banca Centrale Europea, che in quanto banca centrale ha la caratteristica di emettere moneta e lo fa proprio attraverso l’acquisto sul mercato di titoli.

Ciò contro cui i nostri politici avrebbero dovuto scagliarsi (e lo ha fatto il Presidente Mattarella) era l’affermazione della Presidente della BCE Christine Lagarde che si diceva indisponibile a sostenere i paesi più deboli e con spread più elevati. Poi la pandemia ha travolto anche i paesi più ricchi e la leva monetaria si è dimostrata quella più idonea ad affrontare l’emergenza, riversando sui sistemi enormi quantità di moneta che consentissero ai diversi Stati di superare la fase acuta. Ora anche la BCE, come le banche centrali di tutto il mondo, acquista tutti i titoli che sono necessari e la stabilità è, giustamente, passata in secondo piano rispetto al governo dell’emergenza.

Da parte sua, la Presidente della Commissione Europea Ursula Van Der Leyden ha immediatamente dichiarato che i vincoli di bilancio e i parametri di stabilità erano in questa fase sospesi. Quindi ciascuno Stato può ora attivare quel canale per reperire le risorse di cui ha bisogno, senza pensare a nuovi strumenti o nuove procedure, alle quali comunque si potrà lavorare coi tempi e con la necessaria costruzione del consenso.

Questo comporta però, due tipi di conseguenze di cui si deve essere consapevoli. La prima è il forte aumento del debito pubblico, che già cresceva a ritmi enormi anche senza virus. La seconda è che questa enorme quantità di moneta prima o poi creerà una nuova ondata di inflazione, anche perché – come si è visto in questi anni – il rientro dalla fase espansiva e il drenaggio di liquidità, con conseguente aumento dei tassi di interesse, è estremamente difficile e complesso. Come far rientrare un razzo lanciato a tutta velocità nella stratosfera.

Ma il gioco vale la candela: se vogliamo fronteggiare la spesa enorme e imprevista di queste settimane, dobbiamo accettare le conseguenze che arriveranno.

Quindi, a nostro parere: quello dei coronabond è un falso problema; intestardendosi nella richiesta i nostri governanti guadagneranno una sicura figura marrone, con nessuna probabilità di successo nell’immediato: lo strumento esiste, consolidato ed attivabile subito e passa dalla Banca Centrale Europea. Quello che conta è l’obiettivo.

 

 

Punt e MES

Coloro che sono soliti seguire con attenzione le vicende politiche, ma che magari non hanno dimestichezza con i temi economici, si sono chiesti nelle scorse settimane cosa fosse il Meccanismo europeo di stabilità (MES) e perché mai una cosa del genere, sconosciuta fino a poco tempo prima, potesse mettere in discussione gli equilibri attuali e la stessa stabilità del governo. Un po’ come successe nel 2011 quando venne fuori dal cilindro dei media lo spread.

Proviamo allora a spiegare di cosa si tratta e a cercare di capire se siano giustificati i timori dell’incombenza e della congiura dei “poteri forti” per riaffermare la natura germanocentrica dell’Unione Europea o se si tratti piuttosto di un semplice espediente della politica contrarian per mettere in difficoltà la coalizione giallorossa al potere. A nostro modesto avviso, nessuna delle due posizioni è corretta, anche se in ognuna, come sempre, c’è una parte di vero.

Vediamo innanzitutto di cosa si tratta.

Il MES, detto anche Fondo salva-stati è un’organizzazione internazionale nata come fondo finanziario europeo per la stabilità finanziaria dell’Eurozona, istituita nel 2011, all’indomani della grande crisi che a partire dal fallimento di Lehman Brothers del 2007 devastò l’economia mondiale. Il MES ha sede in Lussemburgo ed emette prestiti per assicurare sostegno ai paesi in difficoltà – sul modello del FMI, il Fondo Monetario Internazionale – e acquista titoli sul mercato primario (ovvero all’emissione) solo subordinatamente all’attivazione, da parte del paese beneficiario, di un programma di risanamento e riequilibrio.

In estrema sintesi, se uno dei paesi aderenti si trovasse a rischio default, è chiaro che avrebbe estrema difficoltà a collocare sul mercato i propri titoli del debito pubblico, che nessun investitore sarebbe disposto a sottoscrivere se non a tassi molto alti. In questo caso il MES potrebbe finanziare il paese in crisi acquistando direttamente i titoli del suo debito ed emettendo – per reperire risorse – proprie obbligazioni con rating molto elevato. Per fare questo il MES obbligherebbe lo stato in parola a definire e realizzare un programma molto rigido di risanamento, del tipo “sangue, sudore e lacrime”, come è successo nel caso della Grecia.

Si tratta, a ben vedere, di una specie di polizza assicurativa contro il rischio di fallimento di uno stato membro, nella consapevolezza che – in un sistema interconnesso come l’Europa – il crollo di uno stato provocherebbe un effetto domino su tutti gli altri, con conseguenze molto più gravi ed onerose per tutte rispetto al premio pagato (le risorse impegnate nel salvataggio).

Si tratta di un organismo tecnico in vita dal 2012, quindi da circa sette anni, e alla cui costituzione e alimentazione tutti i governi che si sono succeduti da allora hanno attivamente collaborato. Allora perché le violente polemiche di questi giorni?

Perché è in discussione una riforma delle sue modalità di funzionamento, che in sostanza consistono nella possibilità di intervenire per salvare le banche in crisi. L’accusa che viene rivolta alla Germania è quella di avere voluto proprio ora questa riforma perché teme seriamente per la sopravvivenza delle proprie banche, non solo le casse di risparmio regionali ma soprattutto i grandi colossi, in primo luogo Deutsche Bank e Commerzbank. Non solo: è stato previsto che in soccorso delle banche in crisi il MES possa intervenire solo se i conti del paese sono – guarda caso – in ordine. In questo sta la parte di vero di quanto affermato da coloro che criticano la riforma del MES: la Germania esercita veramente un ruolo egemone in Europa (e del resto nel Fondo i tedeschi sono in maggioranza, contribuendo per il 27,15%).

Va tuttavia considerato che il fondo è gestito da un consiglio di amministrazione in cui sono rappresentati tutti gli stati partecipanti in proporzione alle rispettive quote e che le decisioni di intervento devono essere approvate con l’85% dei consensi.  L’Italia, che ha il 17,7% dispone quindi di un potere di veto.

Volendo riportare la questione ai termini reali, al di fuori della propaganda e del populismo, dobbiamo dunque ribadire che è un bene che esista un meccanismo di salvataggio delle banche. Ed è un bene non solo per il paese di quella banca, ma per tutti i paesi del sistema (si veda, al proposito, il nostro articolo).

Certamente la Germania ha un interesse particolare nella riforma in discussione, ma riteniamo che si tratti di un elemento che va incontro anche ai nostri interessi.

Un altro punto della modifica del trattato istitutivo riguarda l’ipotesi di ristrutturazione del debito, ovvero la decisione di un paese di non onorare i propri impegni e procedere a una rimodulazione o parziale cancellazione del debito stesso, con forte pregiudizio di chi lo ha sottoscritto, come nel caso dell’Argentina. In questi casi il MES può intervenire ponendosi negozialmente fra lo stato in crisi e i bot-people, i sottoscrittori dei titoli pubblici divenuti tossici.

Il vero punto critico, con riguardo a quest’ultimo aspetto, è proprio la potenziale ricaduta negativa sugli investitori, che potrebbero preoccuparsi dell’eventuale ristrutturazione come se fosse un’ipotesi reale e non un rischio lontano da fronteggiare.

In conclusione, tutto il meccanismo pare proprio un aspetto molto tecnico, nel quale solo con molta fantasia si può riconoscere uno strumento al servizio dei cosiddetti poteri forti, tipo Bilderberg, e una sorta di saccheggio perpetrato ai danni dei più poveri.

La manovra prossima ventura

eu-budget.jpg

 

Come sempre, il vero banco di prova del nuovo Governo sarà la manovra economica. Neanche il tempo di accendere i motori, che la macchina giallorossa dovrà destreggiarsi fra gli ostacoli del bilancio e dei vincoli dell’Unione Europea. Il calendario è impietoso: entro il 27 settembre dovrà essere approvato il DEF (Documento di Economia e Finanza) per il 2020 ed entro il 15 ottobre presentata la Legge di Bilancio, sempre per il 2020, da emanare entro la fine dell’anno.

Nel primo vengono riepilogati gli obiettivi di lungo periodo e tutte le misure di politica economica e finanziaria decise dal Governo; con la seconda (detta anche Legge di Stabilità, in precedenza Legge Finanziaria) l’esecutivo ha la facoltà di introdurre innovazioni normative in materia di entrate e di spesa, fissando anche il conseguente tetto dell’indebitamento dello Stato per l’anno successivo.

In relazione ad esso, la Costituzione prevede all’art. 81 comma secondo che lo stesso ricorso all’indebitamento sia consentito esclusivamente previa autorizzazione delle Camere a maggioranza assoluta dei componenti.

Nella legge finanziaria devono essere specificati, fra l’altro: il saldo netto da finanziare, ovvero il disavanzo pubblico tra spese e entrate finali e il saldo del ricorso al mercato, ossia il deficit complessivo da coprire mediante prestiti.

Naturalmente la vita di un organismo, sia esso lo Stato, una società, un ente, non si ferma quando cambiano gli amministratori: ci sono vincoli pregressi, impegni di spesa, trascinamenti che costituiscono altrettante ipoteche sulla nuova gestione e da cui non si può prescindere. E nel caso dell’Italia, paese cronicamente afflitto da debolezza finanziaria e squilibrio dei conti pubblici, il nuovo Governo già si trova a dover coprire i “buchi” del passato e rispettare i parametri comunitari.

Questi vincoli vennero istituiti con il Trattato di Maastricht, oggi Trattato sull’Unione Europea sottoscritto anche dall’Italia il 7 febbraio 1992. Alcuni di questi obiettivi riguardano la finanza pubblica, noti appunto come parametri di Maastricht, ribaditi successivamente nel patto di stabilità e crescita e ulteriormente ridefiniti nel patto di bilancio europeo (fiscal compact):

 

  • il 3% per il rapporto fra disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e prodotto interno lordo (PIL);
  • il 60% del rapporto fra debito pubblico e PIL (può non essere soddisfatto, a condizione però che il valore si riduca in misura significativa e si avvicini alla soglia indicata con ritmo adeguato);
  • il tasso medio di inflazione che non può superare di oltre 1,5 punti percentuali quello dei tre Stati membri che, durante l’anno precedente a quello in esame, hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi;
  • il tasso d’interesse nominale a lungo termine che non deve eccedere di oltre 2 punti percentuali quello dei tre Stati membri che hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi.

 

A parte gli ultimi due, che riflettono l’epoca in cui vennero introdotti e che possiamo considerare non più attuali o rilevanti (l’inflazione è ormai stabilmente inferiore rispetto agli anni 90 e i tassi di interesse vengono guidati dalla Banca Centrale Europea), il vero parametro difficile da rispettare è il primo, sul quale si giocano quasi sempre le compatibilità finanziarie dei Governi.

Si tratta, come abbiamo detto, del rapporto fra deficit pubblico (differenza fra le spese e le entrate dello Stato) e prodotto interno lordo (totale dei redditi conseguiti nell’anno all’interno del territorio nazionale). Non entriamo nel dettaglio e nelle diverse configurazioni di deficit (primario, tendenziale, ecc.), ma cerchiamo di comprendere il significato dei termini e il “razionale” del vincolo. Così come non vorremmo entrare nel turbine dei numeri e delle cifre, ma dare un’idea del compito che attende il nuovo Governo.

Il deficit o disavanzo è l’eccedenza, nell’anno di riferimento (che è quello successivo all’approvazione della legge), delle spese pubbliche rispetto alle entrate. Le prime riguardano gli stipendi pagati ai dipendenti pubblici e gli esborsi per ogni tipo di acquisto di beni, siano essi di consumo o di investimento, e servizi a vario titolo. Le seconde sono rappresentate in primo luogo da imposte e tasse riscosse (il cosiddetto gettito fiscale) e da ogni altra forma di introito. Questa differenza va ovviamente coperta, ovvero devono essere reperiti mezzi finanziari che consentano di fronteggiare le spese in eccedenza sulle entrate, altrimenti lo Stato non potrebbe pagare gli stipendi pubblici o gli acquisti. Ciò viene fatto, normalmente, con il ricorso al debito, ovvero con l’emissione di titoli del debito pubblico (BOT, CCT, BTP) con il cui ricavato si provvede a coprire il fabbisogno.

Spesso si confonde il deficit col debito, ma dalle definizioni date sopra la differenza è evidente: il deficit è un flusso (riferito a un periodo, in questo caso l’anno); il debito è uno stock (riferito a un momento, in questo caso la fine dell’anno). Il debito si incrementa ogni anno per effetto del nuovo deficit e si riduce con i rimborsi dei titoli giunti a scadenza; naturalmente esso genera interessi passivi che vanno a incrementare le spese e quindi concorrono a generare nuovo deficit. Quanto maggiore è il tasso di interesse pagato sui titoli pubblici, tanto maggiore sarà quindi la pressione sui conti pubblici.

Nel prossimo articolo cercheremo di capire perchè è importante che il deficit sia mantenuto entro limiti ragionevoli rispetto al PIL e perché il debito pubblico non può crescere all’infinito, oltre a dare un’idea dell’entità della prossima, ormai imminente, manovra economica.

Conti e Bis-Conti

conte

Non è possibile prevedere se l’avvocato degli Italiani riuscirà nell’impresa di creare una nuova e finora inedita coalizione con il Partito Democratico, né tanto meno quale sarà l’assetto e il programma dell’esecutivo. Gli elementi di perplessità certo non mancano, a partire dalla capacità di tenuta di un accordo fra forze politiche apparse molto distanti, quasi inconciliabili sui temi più importanti e dalla figura stessa del premier, fino a ieri garante del governo del cambiamento, a forte trazione leghista: una volta si sarebbe detto, non senza diffidenza, “uomo per tutte le stagioni”.

Tuttavia si deve ritenere che, nell’interesse del paese ma anche per ragionevolezza istituzionale, sia giusto concedere alla nuova compagine la possibilità di provarci e di essere valutata sui fatti e non sulle intenzioni.

In primo luogo, a parte le boutade polemiche delle forze di opposizione, non è affatto vero che si tratti di un governo-truffa o illegittimo, perché da noi le elezioni legislative si fanno ogni 5 anni e se c’è una possibilità di evitare lo scioglimento anticipato delle Camere, è giusto e anzi doveroso che il Presidente della Repubblica la persegua con convinzione, come del resto hanno sempre fatto i Capi di Stato nella storia del nostro paese.

E’ probabilmente vero che, se si votasse oggi, il risultato sarebbe diverso da quello dello scorso anno, dopo la prova fallimentare dell’attuale governo. Ma questo accade sempre: dopo un anno, è difficile che nessuno cambi idea, sia fra gli elettori sia fra gli eletti, e se dovessimo ogni volta tornare alle urne, sarebbe un sondaggio permanente con la conseguente impossibilità di governare. Per questo la nostra Costituzione prevede meccanismi di tutela e salvaguardia della legislatura, perlopiù affidati al Presidente della Repubblica.

Né abbiamo un sistema in cui il Governo è eletto direttamente dai cittadini, i quali invece votano per i rappresentanti in Parlamento, che poi votano o meno la fiducia ai Governi proposti.

Quindi, ammesso (e non concesso) che Conte riesca a formare un nuovo esecutivo con il Partito Democratico, si tratterebbe di un Governo non solo formalmente ma anche sostanzialmente del tutto legittimo e con obiettivo di durata pari a fine legislatura.

In ogni caso, proviamo a individuare quali potrebbero essere i punti qualificanti di un Governo davvero nuovo, che sia il Conte bis, un’altra opzione che potrebbe uscire dal cilindro di Mattarella o quello conseguente a eventuali nuove elezioni. Alla fine, quello che conta sono le cose da fare e non le persone o gli schieramenti.

Del discorso di accettazione dell’incarico da parte di Giuseppe Conte, due aspetti sono particolarmente condivisibili: il primario richiamo all’istruzione e la riaffermazione del vincolo di appartenenza all’Unione Europea. Se a questi due temi aggiungiamo la necessità di promuovere un vasto e importante programma di investimenti pubblici, si delinea un programma di governo già impegnativo, concreto e positivo. Inutile spendere parole su concetti reboanti e di alto profilo ma difficilmente realizzabili nell’orizzonte temporale della legislatura, come siamo abituati a sentire in tutte le occasioni del passato.

europe-2239718_1280.png

Parlare di equità fiscale, di riduzione delle tasse, di lotta all’evasione, di giustizia sociale e così via, può senz’altro incontrare favore e condivisione ma inevitabilmente espone al rischio di fallimento e all’impossibilità di valutare l’operato dell’esecutivo nell’arco di tre anni. Molto meglio un sano pragmatismo, pochi indirizzi strategici ma chiari e con steps intermedi misurabili e realizzabili nell’ambito dei vincoli di bilancio presenti.

Tre grandi temi: istruzione, Europa e investimenti pubblici. Declinazione di obiettivi qualitativi e quantitativi e dei tempi e modalità di conseguimento. Poche cose ma chiare e realizzabili, anziché la solita cortina fumogena su grandi questioni che richiederebbero un’affinità di ideali e una comunanza di vedute e background culturali che non esistono fra le forze in campo. Non esistono fra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle come non esistevano fra quest’ultimo e la Lega di Salvini.

Sarebbe un ottimo Governo quello che riuscisse a fare qualche piccolo ma significativo passo avanti in materia di scuola, inegrazione europea e qualificazione della spesa pubblica, oltre alla gestione, oggettivamente problematica dei vincoli di bilancio, che rappresenta sicuramente il tavolo più impegnativo nell’agenda della prossima coalizione governativa, qualunque essa sia. Tre questioni che

darebbero impulso allo sviluppo del reddito, sarebbero ampiamente compatibili con le risorse a disposizione, andrebbero finalmente incontro alle generazioni future e consoliderebbero la nostra posizione nel contesto dell’Unione Europea, senza la quale non andiamo da nessuna parte.

Non dimentichiamo che dovranno essere reperiti almeno 30 miliardi di Euro con la manovra economica per il 2020, solo per rispettare gli impegni presi: 24 per evitare l’aumento dell’IVA, 3 per il fabbisogno corrente e altri 3 per bilanciare l’eccessivo ottimismo delle previsioni in materia di PIL e gettito fiscale fatte lo scorso anno, nonché i mancati introiti dalle privatizzazioni messe in bilancio ma non realizzate.

A meno che non si voglia (come sarebbe auspicabile) tornare indietro su almeno alcune delle misure populiste del precedente Governo, quali il reddito di cittadinanza – improbabile perché fortemente voluta proprio dal partito di maggioranza – quota 100 e flat tax, peraltro ancora solo abbozzate.

 

L’Europa in cerca di leader

eu_flag_brexit_europe_british_uk_britain_european_united-1209303.jpg!d

Su una cosa europeisti e sovranisti si trovano d’accordo: non esistono oggi nel vecchio continente leader capaci di prendersi sulle spalle i destini dell’Europa. Il declino della lunga parabola politica di Angela Merkel apre un vuoto che nessuno sembra al momento in grado di colmare. Anche se la cancelliera ha sempre privilegiato e anteposto gli interessi nazionali a quelli europei, è innegabile che – forte anche di un consenso che ora comincia a scricchiolare – ha sempre avuto quel carisma e quella statura che le hanno consentito di dialogare da pari a pari con i grandi della terra, in primo luogo Stati Uniti, Russia e Cina.

Dopo le grandi speranze riposte in Emmanuel Macron, che aveva messo l’Europa al centro del programma politico del suo movimento En marche, la Francia sta gradualmente piombando in una fase di pericolosa incertezza, sotto i colpi dei cosiddetti “gilets jaunes”. La Spagna invece sta cercando di risollevarsi da una crisi economica lunga e sfiancante, come pure la Grecia, dove almeno Tsipras ha mostrato doti di visione strategica per certi versi sorprendenti. Sull’Italia, meglio sorvolare.

Ma quello che veramente colpisce, in questo panorama desolante, è l’insipienza della classe dirigente britannica. La perfida Albione ha espresso una serie incredibile di leader incapaci e spesso dannosi, non solo per l’Europa ma spesso anche per gli stessi sudditi di Sua Maestà. L’ultimo a cui si possa riconoscere almeno un minimo di visione strategica è stato Tony Blair, dopo di che il vuoto assoluto.

Eppure i motivi per criticare Blair nella sua azione di Governo non sono mancati, a partire dall’invasione dell’Iraq nel 2003 e prima ancora da quella dell’Afghanistan nel 2001. Verrebbe da pensare a quel baritono che, dopo un sonoro fiasco, disse alla platea: “Fischiate me? Vedrete il tenore…”.

Tony Blair ha servito il Regno Unito come Primo Ministro per 10 anni, dal 1997 al 2007, sulle ali di un successo storico per il suo partito, il Labour Party, che ottenne in quel periodo la più ampia vittoria elettorale della sua storia. Del suo successore, Gordon Brown, premier fino al 2010, si ricorda solo la sconfitta elettorale che lo ha cancellato – con pochi rimpianti – dalla scena politica, e ha consegnato il paese al partito dei Tories, sia pure in coalizione con i liberal democratici.

Il periodo successivo, fino al 2016, è quello in cui ha governato David Cameron, leader conservatore che può legittimamente aspirare al primato di peggior premier britannico. In ambito di politica estera, si ricorda (in joint-venture con Sarkozy, altro politico fallimentare) l’invasione militare della Libia del 2011, che viene considerata alla base della nascita e dello sviluppo dell’Isis, e una delle principali cause della recrudescenza del terrorismo islamico, che da allora ha infestato il mondo occidentale con una serie impressionante di attentati.

Ma il vero capolavoro di Cameron è stato il referendum sull’adesione permanente del Regno Unito alla UE, ad esito del quale il nostro si è dovuto dimettere, cessando almeno di fare danni al suo paese e all’Europa. La scelta di indire un referendum era originata dalla necessità di mantenere il consenso all’interno del suo partito, una specie di scambio con l’ala più radicale dei Tories.

UK_Prime_Minister_David_Cameron_(15327093613)

 

Il partito è stato completamente disgregato, ma soprattutto con quella decisione è iniziato un percorso che, a tre anni di distanza, è ancora ben lontano dal potersi definire concluso. La cosiddetta “Brexit” è ormai il tormentone di questi anni: Theresa May, da circa due anni al timone, non può essere accusata di scarso impegno nel tentare di districare la matassa, ma certamente non possiede la statura politica e l’esperienza necessarie.

Per ben due volte la May ha portato in Parlamento una bozza di accordo per l’uscita dall’Unione negoziato con Bruxelles, e per ben due volte è stata respinta con perdite. La soluzione più gettonata sembra ora essere quella del rinvio, proprio mentre si stanno preparando le elezioni europee forse più tormentate. Si sta facendo strada anche l’ipotesi di un nuovo referendum, perché è ormai chiaro che il voto del 2016 venne dato senza avere un’idea di cosa avrebbe voluto dire “uscire dall’Europa”, a parte il costo ingente che i sudditi di Sua Maestà sapevano di dover comunque sostenere.

Nel frattempo i mercati risentono ovviamente dell’instabilità sia della sterlina che degli strumenti finanziari negoziati a Londra. Molte banche stanno trasferendo la sede continentale da Londra a altre piazze europee ed ovviamente le agenzie comunitarie hanno già fatto i bagagli, portandosi dietro flussi di spesa non indifferenti.

Sia chiaro: Londra è il più antico mercato finanziario del mondo e, così come si è sviluppato nel corso dei secoli in modo autonomo, certamente riuscirà a sopravvivere ed anzi a trovare nuove opportunità di crescita. Così come la forza lavoro comunitaria potrà nel tempo essere sostituita da nuove leve extra-europee.

Solo non si capisce a chi tutto questo abbia giovato: non agli inglesi, non al resto dell’Europa, meno che mai ai mercati. L’impressione è che si tratti di un colossale errore di strategia politica e di valutazione da parte di David Cameron.

Un leader e uno statista deve non tanto interpretare e farsi portavoce degli umori prevalenti nel popolo, quanto essere in grado di indirizzare il consenso verso le soluzioni più idonee agli effettivi interessi del Paese, anche se possono sembrare impopolari o difficili da far capire.

Seguire “la pancia” del paese può essere elettoralmente conveniente (e nel caso di Cameron neppure questo), ma alla lunga penalizzante. Il vero problema, non solo della Gran Bretagna ma di tutta l’Europa, è il meccanismo di selezione della classe dirigente, oggi chiaramente fallimentare. Come dire che il problema non sta nell’istituzione europea, ma nel manico.

Ma di questo torneremo a parlare nei prossimi articoli.

 

L’immigrazione come fenomeno demografico: contributo di Filippo Verre

MIGRANTI_2

 

Come abbiamo fatto diverse volte in passato, quando si trattano argomenti complessi o che hanno diverse chiavi di lettura, ospitiamo alcuni contributi esterni che possono aiutare il lettore a farsi un’idea più articolata e circostanziata.

Lo facciamo anche in questa mini-serie sulle migrazioni, iniziando dall’intervento di Filippo Verre, studioso di problemi socio-economici ed esperto in demografia, che insegna all’Università di Siena.

Seguiranno articoli su altri aspetti del problema: ci occuperemo di ordine pubblico, ascoltando l’esperienza di chi ha operato in prima linea per gestire gli sbarchi e quotidianamente affronta le numerose emergenze che si presentano. Parleremo anche delle iniziative di solidarietà e accoglienza, da parte di chi aiuta in tutti i modi i migranti a inserirsi nel tessuto sociale.

Questi contributi esterni verranno alternati con i consueti articoli del blog sugli argomenti dei quali usualmente ci occupiamo, dalla finanza all’economia.

 

Buona lettura, dunque!

 


 

 

La guerra dei poveri fra bisognosi e migranti

di Filippo Verre

 

Le migrazioni hanno sempre fatto parte della storia dell’uomo. Gli uomini si muovono da sempre grazie ad un innato istinto ramingo che ha permesso la colonizzazione di altri continenti oltre alla nativa Africa. La stessa ricerca aerospaziale non è altro che la nuova frontiera della migrazione umana: l’esplorazione e la futuribile colonizzazione dello spazio.

Lo studio del fenomeno delle migrazioni non può essere distinto da quello dell’accoglienza, vero e proprio rebus per molte cancellerie europee. Infatti, ciò che oggigiorno costituisce la sfida più grande per i governi e per le società più ricche non è tanto far fronte ai fluttuanti flussi migratori ma cercare di governarli e gestirli. In altre parole, ciò che risulta essenziale è integrare i migranti che giungono nei nostri Paesi e nelle nostre città dai posti più disparati.

Nel contesto europeo, è indispensabile che ci sia un’unica strategia in tale ottica, allo scopo di coordinare i Paesi continentali a mettere in atto una serie di misure comuni. Oggi in massima parte è così, anche se in passato la gestione dei flussi migratori non è sempre stata coerente tra le varie nazioni che compongono l’Unione Europea, anzi. Spesso i singoli Paesi, stante il non ultimato processo di integrazione comunitaria, erano chiamati a gestire in maniera solitaria fenomeni legati al tema delle migrazioni.

Il fenomeno dell’accoglienza è caratterizzato essenzialmente da due tipologie di problemi: uno finanziario e uno sociale. Per ciò che concerne il primo, un Paese tanto più è ricco e dotato di risorse, tanto più sarà in grado di far fronte ai bisogni dei migranti. La tenuta e la stabilità finanziaria sono essenziali per garantire un adeguato servizio ai richiedenti asilo e per gestire quantità significative di persone in cerca di aiuto. Una volta accolti, infatti, l’obiettivo finale è quello di integrare i nuovi arrivati nel tessuto socio – economico del Paese. Per far ciò, le risorse finanziarie messe a disposizione devono essere cospicue e ben utilizzate da parte degli apparati amministrativi dei singoli Stati. Secondariamente, non vanno sottovalutate le possibili tensioni di carattere etnico – sociale che potrebbero venire a crearsi tra le fasce più deboli della società nazionale e i richiedenti asilo.

Tra il 2013 e il 2017 il forte aumento degli sbarchi sulle coste italiane e greche ha riportato il tema delle migrazioni sulle prime pagine di tutti i giornali italiani ed europei. È ancora vivo il ricordo di Angela Merkel che apre inaspettatamente le porte ai siriani, e le tante reazioni di solidarietà, ma anche di chiusura di molti altri Paesi facenti parte dell’Unione Europea, chiamati a gestire il più grande afflusso di richiedenti asilo in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

MIGRANTI_3

 

Oggi, in un periodo di sbarchi in calo a causa del nuovo approccio al tema dell’immigrazione adottato dal governo Lega – 5 Stelle, si corre il rischio di considerare superato il problema e di sottovalutarlo. Invece, a prescindere dagli sbarchi, i problemi legati alle migrazioni più o meno clandestine costituiscono un serio grattacapo per le società e gli apparati governativi europei.

Il numero di stranieri che vive in Europa occidentale è in crescita e l’Italia non fa eccezione. Se nel 1998 gli stranieri residenti sul territorio italiano superavano di poco il 3% della popolazione, oggi, dopo soli vent’anni, ci avviciniamo all’8,5% e sfioriamo il 10% se prendiamo in considerazione anche chi, nato all’estero, ha acquisito la cittadinanza italiana. In questo contesto, le città giocano un ruolo fondamentale. È lì che spesso si concentra il più grande numero di stranieri e di persone con un passato recente di migrazione. Circa il 18% di chi risiede a Milano, ad esempio, è straniero, e questa percentuale raggiunge il 30% a Berlino, il 37% a Londra e sfiora il 40% a Vienna.

Negli ultimi anni, soprattutto a causa dei nefasti sviluppi delle Primavere Arabe e dei preoccupanti ribaltamenti verificatisi in Libia, i flussi migratori verso le coste europee hanno subito dei poderosi incrementi. Tuttavia, per governare le migrazioni non basta semplicemente regolare e gestire i flussi: bisogna anche fare in modo che il migrante non finisca nel circolo vizioso di marginalità ed esclusione che lo potrebbero condurre sulla strada del crimine e della violenza.

Per evitare ciò è indispensabile che si proceda in maniera spedita all’integrazione del migrante nel tessuto socio – occupazionale dello Stato in cui approda. Si tratta di un processo lungo e finanziariamente molto dispendioso. In Europa occidentale il costo previsto per l’accoglienza di un richiedente asilo nel primo anno dal suo arrivo è di circa 10.000 euro. Tale costo include vitto, alloggio e servizi di base.

Nel periodo di alti flussi di migranti verso l’Europa, gli Stati membri dell’UE si sono dovuti sobbarcare un maggior costo per gestire l’accoglienza a livello nazionale, che in alcuni casi è divenuto piuttosto significativo: all’apice della crisi nel 2015 è stato l’1,4% del PIL svedese, lo 0,5% del PIL tedesco e lo 0,4% del PIL italiano. Solo i pochi paesi europei che sono usciti meno provati dalla doppia crisi economica, mondiale prima ed europea poi, hanno potuto mettere a disposizione risorse senza sforare i parametri di deficit/PIL, mentre altri (come Italia e Grecia) hanno dovuto continuare ad applicare politiche di austerity facendo fronte alle spese impreviste ma improcrastinabili causate dalla crescita repentina dei flussi migratori irregolari. Ciò ha ristretto ulteriormente il possibile spazio fiscale dei governi per poter potenziare le politiche per l’integrazione.

In questo senso, Italia e Grecia sono sicuramente state penalizzate dalla combinazione di una profonda recessione (nel caso greco) o di una lenta ripresa (nel caso italiano) che hanno compresso le risorse destinate all’integrazione degli stranieri in favore di spese per gestire le frontiere esterne (operazioni di salvataggio in mare e di controllo del territorio) e per fornire prima accoglienza ai migranti arrivati via mare.

Inoltre, l’enorme afflusso di migranti degli ultimi anni ha inondato le città di centinaia di migliaia di disperati. Tale situazione ha esacerbato gli animi degli strati più deboli della società, contribuendo a incattivire il clima di accoglienza. Molti cittadini, sentendosi abbandonati dalle istituzioni, accusano apertamente lo Stato di favorire maggiormente i richiedenti asilo al posto dei reali detentori della cittadinanza.

Tale situazione è oltremodo preoccupante in quanto si stanno creando i presupposti per la nascita di una vera e propria “guerra tra poveri” che metterebbe di fronte chi è situato ai gradini più bassi della scala sociale, ovvero i più bisognosi contro i migranti. Tutto ciò potrebbe portare ad un’ondata di risentimento verso i nuovi venuti che potrebbe facilmente sfociare in episodi xenofobi e razzisti.

In conclusione, le migrazioni sono un fenomeno che ha sempre fatto parte della storia umana. Oggigiorno, il mondo è fortemente globalizzato e sempre più lo sarà nel corso dei prossimi lustri. Gli Stati più ricchi, luogo naturale di approdo da parte dei migranti in cerca di migliori condizioni di vita, sono chiamati a mettere in atto una serie di azioni volte non solo ad accogliere i nuovi arrivati ma anche ad integrare quanto più possibile questi ultimi nella società e nell’economia nazionale.

Non si tratta di processi scontati o di breve durata. Come abbiamo visto, infatti, sia la disponibilità finanziaria che la tenuta sociale di un Paese giocano un ruolo fondamentale in tal senso e sono a dir poco essenziali nella integrazione finale di chi arriva da molto lontano. La vera sfida, attualmente, consiste nel coordinare le energie nazionali per far fronte ad un fenomeno, quello delle migrazioni, che farà stabilmente parte dei dossier più attuali delle cancellerie europee.

 

Filippo Verre

Filippo

 

 

 


 

(*) FILIPPO VERRE
Senese, dopo la maturità classica, ha proseguito gli studi classici a Siena laureandosi prima in Giurisprudenza nell’aprile 2015 e successivamente nel dicembre 2017 in Scienze Politiche con indirizzo diplomatico. Ha effettuato un periodo di ricerche presso la Sacred Heart University a Bridgeport. Per la seconda laurea ha scelto un argomento che gli sta particolarmente a cuore, vale a dire i diritti delle minoranze perseguitate: si è dedicato allo studio del popolo curdo e alla nascita di una o più entità statuali a maggioranza curda nel Medio Oriente.
Ha poi perfezionato gli studi in Inghilterra, a Oxford, con un master in Studi Internazionali – Relazioni Internazionali e a Roma presso la SIOI (Società Italiana per L’organizzazione Internazionale) dove ha completato un master in Studi Diplomatici ed Economici. Ha poi conseguito il master discutendo una tesi sul rapporto tra religione e politica nelle relazioni internazionali. A Roma ha studiato tematiche relative alle strategie diplomatiche nazionali dei maggiori Paesi, analizzato le maggiori organizzazioni giuridiche internazionali e le principali crisi politiche ed economiche che si sono verificate in Europa e nel mondo dopo la Seconda guerra mondiale.
Dal giugno 2017 è social media manager di un’azienda specializzata nel settore della ristorazione e della organizzazione di eventi; ha inoltre effettuato una breve ma significativa esperienza come Cultore della materia presso la Link Campus University di Roma. Da ottobre 2018 è cultore della materia in “demografia” presso l’Università degli Studi di Siena.

 

Analisi di scenario: L’Eurozona e l’Italia

Abbiamo iniziato la scorsa settimana a fare un po’ di analisi di scenario, vedendo come i concetti descritti nella mini serie sui fondamentali dell’economia abbiano un riscontro pratico immediato sulle scelte di portafoglio.

Partendo dalle due recenti crisi di politica internazionale, quella nord coreana e quella conseguente alla minacciata imposizione di dazi doganali da parte di Trump, abbiamo infatti visto come tali eventi – a parte una reazione immediata negativa – non siano ritenuti suscettibili di modificare un quadro complessivo impostato su crescita e sviluppo sostenuti.

Crescita USA al 3%, inflazione al 2%, politica di bilancio espansiva e piena occupazione fanno prevedere maggior rigore nella politica monetaria e quindi tassi in crescita. Preferibili le azioni alle obbligazioni e preferibili i tassi variabili a quelli fissi e gli strumenti inflation linked, ovvero che offrono protezione per l’inflazione.

Buone prospettive per i mercati emergenti e in particolare per Brasile e Russia, oltre che per la Cina – che sta crescendo fra il 6,50 e il 7% all’anno – il Regno Unito e Singapore.

Queste, in sintesi, le indicazioni che erano emerse dalla nostra, molto sintetica e personalizzata, analisi di scenario.

Eiffel Tower

 

E l’Europa?

 

L’Europa è quasi completamente assente dagli scenari “caldi” di tutto il mondo, quali il Medio Oriente e la guerra dei dazi doganali. A parte le considerazioni politiche, si deve dire che questo ha consentito al sistema comunitario di proseguire senza intoppi nel forte sentiero di sviluppo economico in corso da diversi anni.

Oggi l’Eurozona è considerata preferibile agli Stati Uniti come target di investimento, soprattutto perché considerata meno a rischio di volatilità. Anche qui, meglio le azioni delle obbligazioni, perché anche in Europa i tassi sono destinati a crescere e, quindi, il valore dei titoli a reddito fisso a diminuire.

L’inflazione crescerà, ma resterà sotto il margine di sicurezza del 2%. L’occupazione invece è mediamente cresciuta molto negli ultimi anni, ma resta ancora lontana dal livello di pieno impiego, soprattutto per la zavorra di paesi come Italia, Grecia e Portogallo. I multipli dei titoli azionari sono alti, ma gli analisti ritengono che, in un panorama produttivo ben intonato, ci siano ancora margini di crescita.

Quindi, per gli investitori, l’Europa è meglio degli Stati Uniti.

Se andiamo a vedere i settori, tuttavia, c’è qualche segnale preoccupante. L’Europa è sostanzialmente assente dai settori dove si stanno giocando le sfide per il futuro: l’alta tecnologia e l’intelligenza artificiale. Che accidentalmente (si veda il nostro articolo della scorsa settimana) sono anche i più rilevanti terreni di battaglia della guerra dei dazi doganali fra USA e Cina.

artificial_intelligence_benefits_risk.jpg

 

La Commissione Europea ha da poco stanziato 50 milioni di Euro per programmi di ricerca e sostegno all’intelligenza artificiale (peanuts rispetto a quanto stanno investendo i cinesi) e ha pubblicato uno striminzito documento di una ventina di pagine di strategia, di cui gran parte dedicate a come combattere l’attacco dell’intelligenza artificiale alle libertà civili.

Di fronte a tale immobilismo, la Francia di Macron ha commissionato al matematico Cédric Villani un piano piuttosto articolato nel quale investirà un miliardo e mezzo, una cifra solo più dignitosa ma certamente ancora insufficiente per competere a livello planetario.

Uno dei settori visti con maggior favore in Europa è invece quello dell’immobiliare quotato, ma anche il finanziario, la meccanica tradizionale e le telecomunicazioni: sembra la sfida del passato contro il futuro, rispetto ai settori di investimento privilegiati nei Paesi di cui si è detto sopra (l’agricoltura rispetto alla tecnologia, l’auto meccanica contro l’auto a guida automatica, e così via).

Non parliamo dell’Italia.

Anche da noi siamo in fase di ripresa, ma i tassi di crescita sono frazionali rispetto a quelli statunitensi ed europei. La disoccupazione è ancora molto elevata, specie fra i giovani e al Sud e il bilancio pubblico non consente quelle manovre di sostegno allo sviluppo che sarebbero necessarie.

Il comparto azionario è considerato in salute grazie alle buone performance delle società quotate e al ritorno degli investitori sul mercato delle piccole e medie imprese nazionali, trainato dai PIR, i Piani Individuali di Risparmio, che consentono esenzione fiscale per gli utili sotto determinate condizioni

Da noi i settori favoriti sono quelli ultra tradizionali dell’immobiliare, dell’agroindustria, servizi, moda e design.

Quanto alle valute, dopo il recupero del dollaro avvenuto negli ultimi mesi sulla scia del decollo della riforma fiscale di Trump, l’Euro è atteso in crescita rispetto al biglietto verde. Analogo rafforzamento anche nei confronti del franco svizzero, e così pure lo Yen giapponese è atteso in forte crescita rispetto al dollaro.

Euro Dollarù

 

Per il nostro investitore, concludendo, si profila un periodo di sostanziale stabilità della crescita economica media in cui non sono attesi cambiamenti sostanziali, ma certamente si assisterà a maggiore volatilità. L’indicazione su cui tutti gli analisti concordano è quella di preferire le azioni ai titoli del reddito fisso, che dovranno scontare una fase piuttosto prolungata di aumento dei tassi di interesse.

 

 

 

Bilbao, l’Araba Fenice

Siena-view

A metà anni ’80 Bilbao si presentava come una città soffocata da acciaierie ormai improduttive e container del porto fluviale e industriale, con una grande banca il cui baricentro si era ormai spostato a Madrid, New York e Città del Messico: oggi è una città moderna e tecnologica, a misura d’uomo, destinazione turistica e centro di vivace offerta culturale.

 

 

Cosa è successo intorno agli anni ‘90 da consentire a Bilbao di risorgere dalle sue ceneri e diventare un benchmark culturale ed un modello di riconversione ecologica per la modernità delle sue infrastrutture? E soprattutto: è possibile per altre città in situazioni di declino imitare l’esempio del capoluogo basco?

 

Il percorso seguito è stato quello di una ristrutturazione territoriale (infrastrutture), economica (settore terziario, polo informatico) e industriale (riconversione):il risultato è che oggi Bilbao è l’unica città spagnola con un Pil positivo nonostante il periodo di forte recessione del Paese.

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 

Certo, in questo periodo non tutto è stato rose e fiori: purtroppo gli ultimi decenni del secolo scorso hanno visto Bilbao tristemente protagonista anche degli atti terroristici da parte dell’Eta, il movimento per la liberazione e l’indipendenza della comunità basca. Oggi questa fase di sostanziale guerra civile è stata fortunatamente superata, proprio mentre analoghe problematiche stanno interessando la Catalogna.

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

 

Il progetto è nato ufficialmente nel 1991 con la creazione dell’associazione “Bilbao Metropoli 30”, promossa dal sindaco della città, dal Presidente della Provincia e dal Governo basco, impegnati insieme a rilanciare la città.

L’Associazione riuniva centri produttivi, università, organizzazioni non-profit, enti pubblici locali, camere di commercio, banche e fondazioni,: in breve, quasi tutte le componenti della società civile. Aveva come scopo lo sviluppo di piani, ricerche ed eventi promozionali finalizzati al recupero e alla rivitalizzazione dell’area urbana della città e la gestione delle iniziative contenute nel Piano Strategico, in vista di una collaborazione sempre più proficua tra settore pubblico e privato.

Sono stati così realizzati una serie di interventi urbanistici, i cui punti più qualificanti sono il recupero delle aree del vecchio scalo marittimo e l’ampliamento del nuovo, nonché il miglioramento dei trasporti metropolitani.

 

Il fiume è stato valorizzato come una vera e propria infrastruttura, individuando per le sue sponde delle nuove attività, prevalentemente a carattere ludico, commerciale, culturale e residenziale.

 

Soprattutto però, fondamentale è stata la costruzione del Museo Guggenheim, su progetto dell’architetto statunitense F. Gehry, inaugurato nel 1997 nell’ambito di una politica di rivitalizzazione economica incentrata sugli aspetti culturali. L’opera suscitò scalpore a livello internazionale sia per le forme avveniristiche dell’edificio, sia per gli alti costi della sua realizzazione. E’ stato però calcolato che nel triennio 1999/2001 il museo abbia generato un indotto di 635 milioni di dollari e che la somma di denaro spesa per la sua realizzazione, in un solo anno di esercizio a pieno regime, sia stata completamente ripagata.

Il progetto di riqualificazione urbana ha prodotto, nel corso degli anni, un netto miglioramento della qualità della vita, l’aumento esponenziale dei posti di lavoro, nuove attività economiche e culturali in grado di attirare turisti da tutto il mondo; ha rafforzato l’identità regionale ed ha portato ai suoi abitanti benessere diffuso e un ambiente più sano in cui vivere.

Lo skyline di città moderna è caratterizzato dai grattacieli eleganti e avveniristici del suo centro. Di grande valore architettonico sono anche le infrastrutture aeroportuali, che portano la firma dell’architetto Santiago Calatrava, e le stazioni della metropolitana, opera di Sir Norman Foster, altro grande dell’urbanistica a cavallo tra il XX e il XXI secolo.

Si è lavorato, inoltre per la rigenerazione ambientale ed urbana attraverso la riduzione dell’inquinamento atmosferico, la gestione dei rifiuti urbani e industriali, l’ampliamento dei parchi e delle zone verdi e la riqualificazione dei quartieri degradati.

 

Abandoibarra ne è un esempio. Area situata nel cuore della città che si estende su una superficie di 348.500 metri quadrati, è stata per anni destinata all’attività portuale, senza possibilità di accesso per il pubblico. Ora dei complessivi 348.507 metri quadrati, 115.714 ospitano vegetazione.

Il progetto per il quartiere Barakaldo – Galindo invece è consistito nel recupero delle aree dismesse lungo il fiume, un tempo sede degli altoforni. Il piano prevede la costruzione di edifici residenziali, spazi per il tempo libero e uno stabilimento per attività commerciali. Metà dell’area sarà inoltre lasciata verde, mentre per l’infrastruttura stradale sono previsti collegamenti tra i diversi quartieri e l’autostrada.

Un altro dei pilastri della “vecchia Bilbao” era infine la sede del gigante del credito Banco di Bilbao Vizcaya y Argentaria (BBVA), oggi uno dei due campioni del settore bancario iberico. Pur mantenendo le radici in territorio basco, oltre che il nome della città e della provincia nella propria ragione sociale, la banca è ormai una multinazionale con centro nevralgico a Madrid e fatturato per oltre un terzo proveniente dall’America Latina.

La riconversione ha quindi interessato anche il ridimensionamento dell’istituto, con conseguente riduzione dei posti di lavoro nella sede basca.

 

Guggenheim_museum_Bilbao_HDR-image

 

Ci siamo chiesti all’inizio dell’articolo se il modello Bilbao possa essere imitato da comunità che attraversano crisi analoghe a quella brillantemente risolta nella città basca. I requisiti per realizzare un percorso del genere sono fondamentalmente due: una chiara e forte visione strategica da parte degli amministratori locali e una totale coesione fra tutte le componenti della società economica, civile e politica della città e fra queste e lo stato. Naturalmente è indispensabile anche la collaborazione di professionisti e tecnici di grande livello, ma se esistono queste due condizioni, non è difficile catalizzare l’interesse delle migliori intelligenze disponibili a livello nazionale e internazionale.

Nel prossimo articolo parleremo di un caso leggermente diverso, sia per la situazione di partenza che del modello di sviluppo attuato, ma ugualmente significativo di come possa essere progettata la “città del futuro”, economicamente prospera e con trend di sviluppo sostenibile: il caso di Cambridge.

 

 

 

 

 

 

 

Il Fiscal Compact rischia di uccidere l’Europa

EU flag

Il futuro dell’Italia, come quello di tutti i paesi più deboli dell’Unione, è strettamente legato all’Europa: se c’erano pochi dubbi prima, ora è ancora più chiaro, dopo che nelle tornate elettorali di quest’anno i partiti e i movimenti populisti e anticomunitari sono stati notevolmente ridimensionati.

Inoltre, sempre negli ultimi mesi, l’evidente recupero della situazione greca e il ritorno “in bonis” della Repubblica Ellenica come emittente di titoli di debito ha chiaramente mostrato che con uno sforzo comune di istituzioni e BCE anche le situazioni più critiche si possono risolvere brillantemente.

Negli ultimi mesi il vento europeo è tornato a soffiare con rinnovato vigore, grazie soprattutto alla netta affermazione nelle presidenziali francesi di Emmanuel Macron, che ha posto la scelta comunitaria al centro del suo programma politico contro la sua antagonista Marine Le Pen, fautrice dell’uscita della Francia dall’Unione.

Tuttavia si deve rilevare che un mostro si aggira per l’Europa: il fiscal compact, e che se non verrà almeno reso inoffensivo, se non decisamente depotenziato, rischia di far naufragare le buone intenzioni e provocare disastri.

Anche chi non nutre particolari simpatie per l’ex premier Matteo Renzi deve riconoscere che la sua posizione di decisa critica al “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance” firmato dai 25 paesi dell’Unione il 2 marzo 2012 (noto appunto come fiscal compact) è corretta e condivisibile.

Questo Trattato, insieme ai suoi predecessori – il “Trattato di Maastricht” del 1993 e il “Patto di stabilità e crescita” del 1997)- rischia infatti, se non radicalmente rivisto nel senso della flessibilità, di imbrigliare gli Stati europei in una camicia di forza a cui specie i sistemi più deboli difficilmente riusciranno a resistere.

Non è qui il caso di addentrarci nei tecnicismi del Trattato, basti ricordare che fra le molte cose contenute nel trattato, le più importanti sono quattro:

– l’inserimento del pareggio di bilancio di ciascuno Stato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente» (in Italia è stato inserito nella Costituzione con una modifica all’articolo 81 approvata nell’aprile del 2012)

– il vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” – quindi non legato a emergenze – rispetto al PIL

– l’obbligo di mantenere al massimo al 3 per cento il rapporto tra deficit e PIL, già previsto da Maastricht

– per i paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60 per cento previsto da Maastricht, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20 all’anno, per raggiungere quel rapporto considerato “sano” del 60 per cento. In Italia il debito pubblico a fine 2016 era pari a 2.217,9 miliardi di euro, intorno al 133 per cento del PIL

 

In primo luogo va sottolineata la colpevole scarsa attenzione della classe politica nazionale per quello che succede a Bruxelles: a suo tempo il Trattato non solo venne firmato dall’Italia (sotto il governo Monti), ma venne approvato in Parlamento a larga maggioranza, come pure la modifica costituzionale sopra citata che ha accolto il principio del pareggio di bilancio.

Si discute molto, e giustamente, della riforma elettorale, ma al tempo si discusse pochissimo di un corpus economico (il Trattato) e di un principio giuridico (il pareggio di bilancio) che avrebbero pesantemente messo le mani in tasca agli italiani. Esattamente come, qualche anno più tardi, venne approvata dai nostri rappresentanti – nel silenzio generale – la norma sul bail in delle banche, impedendo per il futuro di nazionalizzare le aziende di credito in crisi, dopo che tutti gli Stati (salvo l’Italia) erano pesantemente intervenuti nel giusto salvataggio delle banche in default.

Solo dopo, a danno fatto, ci si rende conto di cosa i nostri rappresentanti hanno combinato nelle istituzioni comunitarie. E a quel punto rimediare è molto difficile.

Le quattro regolette declinate nel fiscal compact significano molto semplicemente la rinuncia alla politica di bilancio e della spesa per un paese che si trovi in recessione, perché il loro rispetto implica che non si possa disporre di risorse in grado di sostenere il prodotto interno lordo.

In altri termini, con il fiscal compact un singolo stato nazionale non ha più strumenti  concreti per stimolare l’economia e lo sviluppo: la politica monetaria, ovvero la possibilità di ridurre i tassi di interesse per favorire investimento e reddito, è infatti già saldamente nelle mani della Banca Centrale Europea, e la riduzione delle tasse e la spesa pubblica non possono essere utilizzate per non infrangere le regole di bilancio.

Questo rigore risponde certamente agli interessi dei paesi che si sono lasciati alle spalle la crisi economica (in primo luogo la Germania) e che hanno conti pubblici in ordine, ma penalizza appunto i paesi deboli e con elevato debito pubblico come Italia e Grecia.

Si tratta allora di intendersi su cosa vogliamo perseguire in casa Europa, e quali obiettivi si deve porre il sistema dell’economia. Se l’obiettivo principale (o esclusivo) è il controllo dei conti e dell’inflazione, allora teniamoci il fiscal compact così com’è, altrimenti dobbiamo necessariamente renderlo flessibile e consentire ai paesi più deboli sforamento di bilancio e possibilità di aumentare il debito, pronti a garantirlo comunque col bilancio comunitario.

Questo vuol dire “solidarietà economica”, la stessa che alla fine sta consentendo alla Grecia di superare la crisi e tornare ad affacciarsi sul mercato di capitali. Questo vuol dire essere veramente un’entitá coesa e funzionale. Altrimenti l’Europa resterà solo un’espressione geopolitica vuota e burocratica.

Ausgterity

E siccome la storia ci ha insegnato che non si esce dalle crisi pesanti (e quella in cui è immersa l’Italia è ancora ben lontana dall’epilogo)senza un forte intervento dello stato e del bilancio pubblico, impedire politiche di sostegno ai paesi deboli significa di fatto uccidere l’Unione Europea.

Per questo ha ragione Renzi: cambiare il fiscal compact è la vera priorità della nostra politica economica, ma anche la condizione necessaria per la sopravvivenza dell’Unione.