Torniamo a parlare dei fondamentali

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Molto spesso parlando di finanza e investimenti, si usano concetti – come ad esempio azioni e obbligazioni – il cui significato e la cui portata si danno per scontati, come se tutti coloro che leggono o che ascoltano li conoscessero alla perfezione. Talvolta, diamo per scontato anche noi stessi di conoscerli bene ma magari non ci rendiamo conto di trascurare alcuni aspetti che invece possono risultare decisivi.

Seguendo il suggerimento di alcuni lettori, crediamo sia utile per tutti tornare quindi ai fondamentali, cercando di capire bene cosa significano i termini che usiamo e che implicazioni essi possono avere. L’idea è quella di fare una sorta di “dizionario”, magari non completo o “ultra tecnico”, ma certo rigoroso e utile, di rapida e agevole consultazione.

Iniziamo dai due termini sicuramente più usati in finanza: azioni e obbligazioni e tutti quelli ad essi connessi, in primo luogo mercato azionario e obbligazionario.

Investire delle somme significa rendere disponibili quelle somme per altri soggetti. In un sistema aperto, infatti, chi dispone di risorse finanziarie in eccesso rispetto al suo fabbisogno, ha la possibilità di prestarle o comunque metterle a disposizione di altri soggetti, in modo da ottenere una remunerazione che andrà ad aumentare il suo reddito.

D’altra parte, esistono soggetti che hanno necessità di somme di denaro superiori a quelle che possiedono e che hanno l’opportunità di impiegarle in attività produttive che (almeno in via teorica) possano rendere più di quanto costi acquisire il denaro a prestito. Questi soggetti sono tipicamente le imprese, il cui fabbisogno di risorse, per investire in macchinari o per acquistare merci e materie prime, eccede, all’inizio del ciclo produttivo, le disponibilità liquide. Una volta che il ciclo sia terminato e il prodotto sia stato venduto, le risorse acquisite dall’azienda potranno essere restituite agli investitori.

E’ evidente come, per il sistema, il circuito risparmio-investimento sia un fattore formidabile di crescita, rendendo possibile – se tutto va come previsto – a ciascun player (risparmiatore, impresa, Stato) di guadagnare: una classica situazione win-win. Il risparmiatore ha infatti la possibilità di aumentare il suo reddito tornando in possesso delle risorse quando ne avrà bisogno, l’impresa di fare investimenti la cui utilità futura consentirà di ripagare e rimborsare le somme che le sono state affidate, la Pubblica Amministrazione vedrà il reddito complessivo del paese crescere, e con esso le tasse e le imposte che andrà a incassare.

Se fosse sempre così, sarebbe una vera pacchia. Purtroppo però in molti casi l’imprenditore non riesce a portare a termine con profitto i propri progetti e può capitare che si trovi nell’impossibilità di rimborsare i prestiti e anche di non pagare gli interessi o remunerare il capitale. In tal caso, l’effetto è diametralmente opposto e quasi tutti perdono: l’impresa che fallisce e il risparmiatore che vede volatizzarsi il proprio denaro.

Il punto chiave è allora quello di individuare correttamente, da parte del risparmiatore, coloro che sono meritevoli di ricevere risorse. Su questo punto torneremo in seguito.

Gli strumenti attraverso i quali i privati risparmiatori possono mettere a disposizione delle imprese risorse finanziarie sono sostanzialmente due: azioni e obbligazioni. Si tratta di due strumenti molto diversi, con caratteristiche e mercati ben distinti.

Iniziamo dall’obbligazione. Si tratta né più e né meno di un prestito, con il quale chi acquista il titolo (il risparmiatore o investitore, detto anche sottoscrittore) mette a disposizione del beneficiario (il prestatario o debitore, detto anche emittente in quanto è il soggetto che emette il titolo) una certa somma che deve essere restituita, entro la data di scadenza, e sulla quale devono essere pagati gli interessi.

Le caratteristiche tecniche delle obbligazioni possono essere le più disparate. In generale esse prevedono che il capitale venga restituito integralmente alla data di scadenza e che a intervalli di tempo prestabilito vengano pagati gli interessi, anch’essi predeterminati (in caso di taso fisso) oppure determinabili (se a tasso variabile).

Il prestito si materializza quindi in un titolo di credito, che il sottoscrittore può tenere in portafoglio fino alla scadenza, incassando via via gli interessi, oppure anche vendere sul mercato prima della scadenza, come vedremo.

Una volta le obbligazioni erano delle bellissime pergamene, come banconote ma molto più grandi (se ne possono vedere negli archivi storici delle banche), in cui veniva riportato il nome e il logo dell’emittente e le caratteristiche del prestito. Ciascun titolo equivaleva a un certo valore nominale, ovvero valore facciale, del prestito. Ad esempio, se veniva emesso un prestito obbligazionario di dieci miliardi di lire (supponiamo a 5 anni, al tasso fisso del 5% pagabile in rate semestrali e rimborso in unica soluzione a scadenza), venivano stampate 10.000 cartelle da un milione l’una. Ogni cartella aveva attaccati (con linee tratteggiate) tanti tagliandini, le cosiddette cedole, quante erano le scadenze degli interessi: nel nostro caso quindi il titolo aveva dieci cedole da lire 25.000 l’una.

Chi sottoscriveva il prestito per un valore nominale di un milione, ad esempio, riceveva una cartella completa. Alle scadenze degli interessi si presentava in banca, o alla sede dell’emittente, staccava una cedola e incassava gli interessi. Dopo 5 anni riportava il titolo all’emittente e riceveva in rimborso il milione che aveva investito inizialmente.

 

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Durante la vita del prestito, il sottoscrittore poteva tenere il titolo in casa oppure in una cassetta di sicurezza in banca. Se il nostro risparmiatore del secolo scorso avesse però avuto bisogno del suo milione prima della scadenza, poteva chiedere all’emittente, o più spesso alla banca, di ricomprarglielo pagando una commissione. Generalmente, se si trattava di emittenti solidi e si era in periodi normali, questi soggetti facevano di tutto per accontentarlo, perché questo consentiva di collocare più facilmente i titoli.

Ci si accorse quindi che era conveniente per tutti creare un vero e proprio mercato delle obbligazioni, che è stato in effetti all’origine di quello odierno, in cui i titoli sono completamente dematerializzati e si trasferiscono online con un semplice clic del mouse.

Lo vedremo meglio nel prossimo articolo.

 

 

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Cosa succede nel Bel Paese?

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La scorsa settimana abbiamo esaminato, seppur in modo molto sintetico, le tendenze dello scenario economico in America, in Cina e in Europa, finalizzate ad acquisire utili indicazioni per la gestione del nostro portafoglio. Riepilogando, a costo di sfidare l’eccessiva semplificazione:

semaforo verde per azionario USA, azionario mercati asiatici ed emergenti, azionario Europa (ma con giudizio) e obbligazionario Europa;

semaforo rosso: obbligazionario USA, dollaro

e, in ogni caso, cinture allacciate per la volatilità che si annuncia sempre sostenuta.

Se restringiamo il focus al nostro paese, vediamo una situazione oggettivamente non positiva, nonostante le frequenti rassicurazioni del Governo, che sembrano sempre più un “dovere d’ufficio” che non una rappresentazione corretta della situazione. Parlare di crescita dell’economia italiana e basare su stime in aumento anche la legge di bilancio per il 2019, ci pare eccessivamente ottimista.

Se il prodotto interno lordo andrà peggio del previsto, infatti, ciò potrà dar luogo a tre possibili conseguenze: un aumento del debito pubblico; la necessità di far crescere le entrate (ovvero le imposte) oltre le previsioni; la necessità di ridurre ulteriormente le spese – o, naturalmente, una combinazione dei tre effetti.

A parte la prima strada, che incontrerebbe la decisa opposizione dell’Europa ma anche difficoltà sui mercati per ricercare chi possa finanziare il maggior debito, negli altri casi sarà indispensabile porre mano a una manovra di bilancio aggiuntiva, eventualità che fino ad ora il Governo ha decisamente escluso.

Con tutta la buona volontà, è veramente difficile pensare che – contrariamente a quanto prevedono tutte le agenzie nazionali e sovranazionali di analisi economica ad eccezione di quelle governative – il reddito nazionale possa crescere nel corso del 2019. Anzi, siccome dopo due trimestri consecutivi di risultato negativo, tecnicamente si parla di recessione, possiamo dire a ragione di trovarci di nuovo in un periodo di recessione.

Inutile nascondere il fatto che in questo momento l’Italia rappresenta l’anello debole della catena economica continentale, forse più ancora di paesi storicamente deboli quali Portogallo, Grecia, Irlanda e Spagna. Il sistema produttivo, dopo la lunghissima ed estenuante crisi iniziata nel 2007, è in fase di faticosa ripresa e soprattutto le aziende esportatrici hanno ricominciato a produrre utili, dopo che molte di esse sono state espulse dal sistema non avendo resistito alla prolungata recessione.

Il punto strutturalmente debole è rappresentato dal settore pubblico e, in particolare, dall’enorme zavorra rappresentata dal debito pubblico, eccessivamente alto rispetto al reddito, ovvero alla capacità del paese di ripagarlo. Questo rende impossibile mettere mano a politiche fiscali o di bilancio espansive, in grado di sostenere e stimolare l’economia: entrambe le tipologie di politica economica comportano infatti aumento del deficit di bilancio, e quindi dell’indebitamento.

Per crescere da solo, in assenza di stimoli, il nostro sistema non ha risorse sufficienti, né ci possiamo aspettare interventi pubblici espansivi. La stessa politica degli investimenti, secondo le intenzioni del Governo “del cambiamento” è destinata a segnare un punto di arresto, se non di vero e proprio arretramento.

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Tutto questo comporterà probabilmente un aumento dello spread e il relativo calo del valore dei titoli pubblici. Sottoscrivere oggi titoli del debito pubblico italiano espone al ragionevole rischio di vederne ridurre il valore: ed è per questo rischio che gli investitori richiedono una remunerazione più elevata, al fine di compensare appunto il maggior rischio.

Inoltre il mercato azionario, grazie al forte rimbalzo dei primi mesi dell’anno, ha raggiunto valori di P/E (il rapporto fra prezzo del titolo azionario e utili, di cui spesso ci siamo occupati) molto elevati.

Il suggerimento è quindi quello di ridurre l’esposizione all’Italia, vendendo ove possibile i titoli in portafoglio (approfittando del buon momento della borsa) e sicuramente non investendovi nuove risorse.

Naturalmente, anche in questo caso, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio: esistono aziende quotate in buona salute, con i conti a posto e operanti in settori quanto meno stabili. Al prezzo giusto, tali titoli possono essere dunque acquistati, specie in vista della distribuzione dei dividendi prevista in maggio/giugno a valere sugli utili di bilancio dell’anno passato. A tale proposito, è oggi possibile sapere se, quando e in quale misura le società esaminate hanno in programma di distribuire dividendi.

E’ comunque sempre necessario tenersi pronti ad affrontare la probabile elevata volatilità del mercato, con prezzi che si possono muovere anche del 4/5% in un giorno, in una direzione o nell’altra. Soprattutto, non ci si deve far prendere dal panico se la borsa dovesse prendere un deciso piano inclinato, originato da un crollo di fiducia sul sistema nel suo complesso che, quando si verifica, trascina tutto con sé.

Se anzi c’è un titolo o un settore sul quale abbiamo una prospettiva di lungo periodo stabile o in crescita, potremmo approfittare di questi momenti di calo per fare acquisti o incrementare la posizione.

Al di fuori di questo, meglio non investire in questo momento sul nostro paese.

Risparmio fai da te?

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Come abbiamo detto in uno dei precedenti articoli, l’anno da poco finito è stato per i risparmiatori il peggiore dal 1901. Solo chi avesse avuto la preveggenza di investire una parte notevole del proprio patrimonio in azioni americane, probabilmente, è riuscito a non perdere il proprio denaro.

Ancora peggio sarebbe mediamente andata a chi avesse affidato tutte le proprie risorse a uno o più gestori professionali (a parte le poche eccezioni che sempre esistono in questi casi): solo il 10% dei fondi di diritto italiano ha battuto il proprio benchmark, ovvero il parametro di riferimento e confronto per la categoria a cui appartiene. Risultato: a novembre 2018 (ultimo periodo di dati disponibile) la raccolta complessiva dei fondi è diminuita di oltre 4 miliardi di Euro, ovvero molti sottoscrittori hanno disinvestito le proprie quote ancorché in netta perdita.

Il meccanismo del benchmark, in casi come questo, è veramente infernale e, ça va sans dire, penalizzante per il risparmiatore.   Il benchmark è infatti un indice che sintetizza il rendimento medio di una determinata categoria di strumenti finanziari in un certo periodo. Ad esempio, se il nostro fondo è un obbligazionario in Italia, il suo benchmark (che peraltro è stato il fondo stesso a scegliere) sarà costruito in modo da rappresentare, a fine periodo, la performance media del mercato obbligazionario nel nostro Paese.

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Il fondo di cui abbiamo sottoscritto le quote, contando sugli strabilianti redimenti degli anni passati, confronterà alla fine di ogni periodo la sua performance con quell’indice. Se l’avrà superato, il gestore sarà stato bravo e avrà diritto a commissioni supplementari (le cosiddette success fee); in caso contrario le sue statistiche peggioreranno, ma a rimetterci sarà solo il cliente.

A parte i dubbi legittimi su come è costruito il benchmark (non è possibile pensare a una media del tutto asettica, ma verosimilmente vedrà maggiormente pesati quelli statisticamente più efficienti qual è il soggetto della frase?), il bello è che nel 2018 tutti i benchmark hanno avuto segno negativo.

Se il fondo avrà fatto meglio del benchmark, ma non abbastanza da realizzare un risultato positivo, l’ignaro risparmiatore si troverà “cornuto e mazziato”: non solo avrà subito una perdita patrimoniale, ma dovrà anche pagare le commissioni variabili di successo al gestore. E comunque quest’anno per molti gestori il problema non si è neanche posto: come dicevamo all’inizio molti di loro hanno raggiunto performance addirittura peggiori del loro benchmark.

A parte i pochi casi di eccellenza, spesso legati ad intuizioni particolari dei gestori che magari hanno puntato con successo su un particolare titolo o una particolare valuta, il panorama è davvero sconsolante. E con l’entrata in vigore della normativa MiFid II[1], i risparmiatori ne verranno compiutamente informati.

Col rendiconto del 2018, che dovrebbe essere inviato in febbraio, i gestori saranno infatti obbligati ad esporre in chiaro quanti Euro hanno addebitato a titolo di commissioni e oneri vari al cliente. Non più solo in termini percentuali, incomprensibili e ben camuffabili, ma direttamente in Euro. E così, per molti, scoprire che a fronte di un patrimonio di 100.000 Euro affidato in gestione, il fondo – dopo aver perso magari il 5 o 6% di valore – ne ha prelevati a vario titolo circa 10 o 12.000, certamente non sarà piacevole.

Che fare allora? Abbandonare del tutto il risparmio gestito e dedicarsi al “fai da te”? Naturalmente no, c’è sempre un giusto spazio per professionisti della finanza ed è ragionevole ritenere che chi opera sistematicamente sui mercati possa in generale essere di grande aiuto al risparmiatore, come pure un buon supporto può venire dalla consulenza e dalla promozione finanziaria, specie se le nuove norme verranno applicate in modo compiuto e non solo formale.

Certo è che i consigli in questa fase sono particolarmente complicati. Da un lato le scottature dei mercati ancora bruciano e le perdite del 2018 verranno implacabilmente evidenziate nei rendiconti che banche e gestori stanno inviando ai clienti. Non solo: dall’economia reale e dai dati previsionali non ci sono motivi di grandi aspettative.

Dall’altro, però, chi ha investito in titoli di buona qualità e non ha ceduto alla tentazione di disfarsene quando le quotazioni precipitavano, continuerà a percepire regolarmente le cedole delle obbligazioni e i dividendi delle azioni e da qui a pochi mesi qualche piccola soddisfazione dovrebbe fare timido capolino. Il 2019 è cominciato in modo positivo, qualche segno positivo c’è stato, anche se l’impressione è che si tratti di un piccolo fuoco di paglia.

Piedi per terra, dunque: manteniamoci almeno per un po’ ancora liquidi, in attesa che i timidi segnali di inversione si consolidino e magari pronti a fare qualche acquisto a saldo.

Continuiamo ad affidare parte dei nostri risparmi ai gestori, ma in modo più selettivo e guardando con attenzione e senza sconti cosa hanno fatto in passato, cambiando cavallo quando quello su cui siamo non ci convince del tutto.

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Sulle prospettive dei singoli settori e sulle asset class torneremo nei prossimi articoli.

La diversificazione continua a essere un’ottima idea: del resto se un anno terribile come quello passato non si era visto dal 1901, anche solo per un mero calcolo delle probabilità, è ragionevole attendersi che l’anno prossimo sia migliore.

Com’è scritto all’inizio della pagina che state leggendo, infatti, il meglio deve ancora venire.

 

 


[1] Normativa europea entrata in vigore il 3/1/18 che disciplina i servizi di investimento con l’obiettivo di tutelare i risparmiatori ed assicurare condizioni di trasparenza e correttezza

Cresce la popolazione, cresce il reddito

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Abbiamo visto nel precedente articolo come le teorie malthusiane attribuissero alla pressione demografica la causa della povertà e della fame nel mondo. Secondo l’economista inglese del Settecento e i suoi seguaci, infatti, le risorse disponibili nel mondo aumentano molto meno velocemente della popolazione e quindi si crea una forte tensione sui mercati.

Se non si apportano correttivi a questa tendenza o se non ci sono forti aumenti di produttività per effetto delle nuove tecnologie, il mondo ritrova un suo equilibrio solo attraverso carestie, guerre o epidemie.

Siccome oggi l’aumento demografico nelle società occidentali è essenzialmente dovuto ai flussi migratori, che irrobustiscono le statistiche e abbassano l’età media della popolazione, c’è chi potrebbe – con questi presupposti – concludere che il fenomeno dell’immigrazione sia alla base di tutti i mali.

Se guardiamo però la cosa da un diverso punto di vista, ovvero seguendo l’impostazione keynesiana, possiamo considerare che un forte incremento di popolazione in un qualunque sistema si traduce inevitabilmente in un aumento della domanda aggregata di beni e servizi. Queste persone avranno infatti inizialmente bisogno di generi di sopravvivenza quali cibo, vestiario, medicinali, abitazioni e così via; successivamente di istruzione, assistenza sanitaria, giustizia, servizi pubblici.

In ogni caso, dal momento in cui i migranti arrivano ai paesi di destinazione, e indipendentemente dalle procedure di acquisizione dei permessi di soggiorno, essi determinano un aumento di spesa pubblica se non altro per la gestione degli arrivi, le problematiche di ordine pubblico, le procedure di rimpatrio: è dunque ragionevole ritenere che il primo immediato effetto economico sia l’aumento della spesa pubblica.

Tutto ciò comporta l’aumento del reddito nazionale, definito proprio come somma della domanda aggregata: dovranno essere prodotte maggiori quantità di beni e servizi di consumo e la spesa pubblica si traduce in aumento di stipendi e costi del personale (forze dell’ordine, spese di giustizia, ecc.) e fornitura di generi di sopravvivenza. Ci dovrà quindi essere qualcuno, nel sistema, che produce quei beni per soddisfare la nuova domanda e ben presto queste aziende avranno a loro volta la necessità di investire in nuovi macchinari o nuovi prodotti e servizi, dando luogo all’aumento della domanda per investimenti. Attraverso il meccanismo del moltiplicatore del reddito, che abbiamo descritto in modo dettagliato nella serie sull’abc dell’economia (si veda a questo riguardo https://marcoparlangeli.com/2018/01/23/labc-delleconomia-consumo-e-consumismo/ ), si avrà un effetto finale di crescita molto superiore a quello del primo incremento che ha innestato il processo.

Via via che i nuovi arrivati si inseriscono nelle comunità di destinazione e riescono a trovare lavoro, almeno quelli che verranno regolarizzati (ma il fenomeno si verifica anche per chi resta come clandestino, pur sfuggendo alle statistiche ufficiali), percepiranno redditi da lavoro che danno luogo a ulteriore aumento della domanda aggregata: saranno quindi nuovi consumatori e contribuiranno a far crescere il reddito complessivo del paese.

Contrariamente dunque a quello che molti ritengono, i flussi di immigrazione non impoveriscono il sistema economico del Paese, ma anzi determinano un aumento della sua produzione e del suo reddito. Naturalmente, l’effetto complessivo dovrà tenere conto anche delle maggiori importazioni (parte dei nuovi prodotti domandati verranno acquistati dell’estero) e delle rimesse degli emigranti (il denaro che gli emigrati trasferiscono ai propri paesi di origine): con questi fenomeni, parte del nuovo reddito creato non viene mantenuto nel Paese di destinazione degli immigrati, ma viene trasferito all’estero.

Tuttavia un effetto espansivo importante si avrà anche sui mercati finanziari, nella misura in cui i nuovi arrivati riusciranno – una volta soddisfatte le esigenze di consumo primario legate alla sopravvivenza – a risparmiare parte del reddito percepito e ricercheranno forme di impiego.

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Si pensi, a questo proposito, all’importanza che sta assumendo, anche nei Paesi occidentali, il fenomeno della cosiddetta “finanza islamica”: molte banche e gestori del risparmio si stanno attrezzando per offrire prodotti che siano considerati rispondenti ai dettami della religione musulmana (cosiddetti halal), nella quale si riconosce la netta maggioranza delle popolazioni immigrate dai paesi poveri.

Questa comprende i grandi flussi finanziari originati direttamente dai Paesi islamici, in gran parte provenienti dai proventi del petrolio, che vengono investiti dai fondi sovrani nei più svariati asset dei paesi occidentali, fino al controllo o alla partecipazione importante in molte aziende anche strategiche. Ma anche in molte aree urbane ad elevata immigrazione, le banche cercano di acquisire nuova clientela e nuovi flussi di risparmio inserendo negli sportelli personale in grado di parlare arabo o delle stesse etnie degli immigrati, esponendo cartelli e comunicazioni nelle loro lingue, allestendo corner di accoglienza dedicati.

Si tratta di nuovi segmenti di mercato da non trascurare, soprattutto in una fase storica in cui è sempre più difficile acquisire e fidelizzare nuova clientela.

Lo stesso sta avvenendo nella grande distribuzione, dove sempre più punti vendita espongono prodotti rivolti alle popolazioni neo insediate, come ad esempio nei grandi centri urbani in Germania, i cui supermercati hanno ormai generalmente ampi reparti di prodotti turchi, storicamente presenti in gran numero.

Ma l’effetto più immediato dei flussi migratori è quello che si determina sul mercato del lavoro. Poiché scopo principale di chi si mette in cammino è proprio quello di cercare lavoro: certamente infatti gli immigrati si presenteranno come forza lavoro disponibile, soprattutto per le mansioni meno qualificate e più faticose, nella fascia bassa delle retribuzioni.

Nella misura in cui per alcuni di questi lavori non si riesce a reperire mano d’opera, ciò aiuterà l’assetto produttivo soprattutto in prossimità della piena occupazione. Per questo nelle zone in fase di sviluppo e con elevata intensità di lavoro, i flussi migratori sono molto graditi dalle aziende.

Dove invece c’è disoccupazione diffusa, è ragionevole attendersi che un massiccio ingresso sul mercato tenda a favorire un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, in quanto i migranti saranno disposti a lavorare a minor costo e con minori garanzie, molto spesso creando anche le condizioni per il “lavoro nero”, quello non denunciato e non legale.

ABC dell’economia: la politica monetaria

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Il concetto stesso di moneta è oggi radicalmente cambiato, come pure la sua funzione.

Per quanto riguarda le funzioni, possiamo affermare che oggi – pur mantenendo lo strumento monetario le prerogative originarie che abbiamo menzionato all’inizio della serie – il ruolo principale della moneta è quello di rappresentare lo strumento più diffuso di politica economica, ovvero dell’intervento dello Stato sull’economia.

Il soggetto autorizzato all’emissione monetaria (nell’Unione Europea la BCE che ha sede a Francoforte) può modulare la quantità di moneta in circolazione e influire così sul livello dei tassi di interesse. Quanto maggiore è la quantità di moneta nel sistema, tanto minori tendono ad essere i tassi di interesse.

Si parla per questo di “politica monetaria espansiva” quando la Banca Centrale aumenta la quantità di moneta favorendo una riduzione dei tassi: si incentiva così l’investimento e, per questa via, il reddito (tutti concetti che abbiamo già visto all’inizio della nostra serie “L’ABC dell’economia”).

Analogamente si parla di “politica monetaria restrittiva” quando la moneta viene drenata dal sistema e i tassi di interesse tendono a salire, con effetto di contenimento dello sviluppo. In questo caso lo scopo dell’intervento è generalmente quello di controllare e limitare l’inflazione e anche di migliorare i conti con l’estero: tassi più alti attirano gli investitori esteri e la valuta si rafforza, scoraggiando le importazioni.

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Gli strumenti di politica monetaria sono numerosi, con diverso grado di complessità e di efficacia. Quello al quale le banche centrali oggi ricorrono più spesso è il cosiddetto “intervento sul mercato aperto”, consistente nell’acquisto o vendita di titoli di Stato sul mercato secondario. Tali operazioni vengono fatte in contropartita diretta delle banche dei diversi paesi, le quali svolgono dunque una funzione di interfaccia e di trasmissione della politica monetaria. Ma devono anche assicurare che la liquidità fresca, da loro intercettata, riesca ad affluire al mondo della produzione sotto forma di credito bancario, cosa che in verità non sempre è avvenuta con la dovuta fluidità.

Quando la Banca Centrale compra titoli pubblici, immette dunque moneta nel sistema (il corrispettivo dei titoli acquistati) e, quando vende, toglie invece liquidità. La modalità con cui è stata affrontata e vinta la forte crisi innescata nel 2007 con la vicenda dei mutui subprime (di cui abbiamo parlato in un precedente articolo) e con il fallimento di Lehman Brothers è stata proprio questa: consistenti, prolungati e crescenti acquisti di titoli pubblici, il cosiddetto quantitative easing, attraverso il quale enormi flussi di liquidità sono stati forniti ai sistemi economici per agevolarne la ripresa.

Un ultimo accenno, per quanto riguarda i temi strettamente connessi con la moneta, è la definizione dell’”aggregato”. Si distinguono infatti oggi quattro configurazioni concettuali del termine “moneta”, che possono essere rappresentati da una struttura a cerchi concentrici: da un nucleo che costituisce il circolante ad uno più ampio denominato M1, ad uno più ampio ancora denominato M2 fino a quello più esterno, denominato M3, in modo che ciascuno inglobi quello o quelli inferiori.

  • Il circolante o numerario indica la somma della moneta cartacea (banconote) e di quella divisionaria (“gli spiccioli”) in circolazione;
  • M1 indica il circolante più l’ammontare dei depositi in conto corrente bancari e postali;
  • M2 indica M1 più l’ammontare dei depositi a risparmio (bancari o postali);
  • M3 indica M2 più l’ammontare dei titoli a breve termine del debito pubblico del Paese.

Come si vede, aumentando il grado di complessità, aumentano i soggetti depositari del diritto di emettere moneta: banca centrale, banche commerciali, poste, pubblica amministrazione. Ognuno di questi soggetti ha quindi un ruolo nella politica monetaria ed è importante che tutti collaborino nella direzione decisa dall’orientamento politico prevalente.

Tradizionalmente i partiti e le coalizioni governative “progressiste” o liberal (laburisti nel Regno Unito, socialdemocratici in Germania, socialisti in Spagna, democratici in USA e in Italia e così via) hanno sempre favorito una politica espansiva, il cui obiettivo principale fosse lo sviluppo del reddito e dell’occupazione, anche al costo di un peggioramento dei conti pubblici o di un certo livello di inflazione.

Viceversa le formazioni più conservatrici (tories, repubblicani, cristiano democratici, etc.) hanno sempre perseguito politiche di rigore e conti in ordine, inflazione sotto stretto controllo e forza relativa della valuta nazionale.

Le altre due leve tradizionali della politica economica, ovvero la spesa pubblica e il fisco, benché in teoria più immediate ed efficaci, sono invece sostanzialmente precluse al nostro Paese dagli stringenti vincoli di bilancio. Entrambi, infatti, sono suscettibili di peggiorare i conti pubblici, laddove l’Italia è al contrario impegnata da anni a rispettare parametri contabili di riequilibrio.

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Al termine di questo focus sulla moneta, crediamo di aver fornito al lettore almeno le basi per capire l’origine, l’evoluzione e la funzione della moneta negli scambi, come riserva di valore e come strumento di politica economica.

Rispetto a quanto avevamo promesso all’inizio, manca ancora l’esame di come si sono sviluppati i derivati e della funzione creditizia: sono infatti questi gli argomenti che affronteremo nei prossimi articoli, dove protagonista del nostro racconto sarà proprio la banca.

 

 

 

L’ABC dell’economia: la moneta

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Riprendiamo dopo qualche settimana la nostra serie sull’ABC dell’economia, parlando di moneta.

Fino ad ora ci siamo soffermati soprattutto sul circuito economico, parlando dei fenomeni che riguardano la produzione e lo scambio di beni e servizi. E’ tempo adesso di guardare “l’altra faccia della luna”: la finanza.

Temuta, odiata, esaltata; virtuale al massimo grado ma anche terribilmente reale; facilitatrice degli scambi e allo stesso tempo killer di aziende e individui: la finanza è tutto e il contrario di tutto.

Il circuito finanziario di un sistema è quello in cui circolano la moneta e i suoi derivati. Rende possibile lo sviluppo dell’economia e l’allocazione delle risorse laddove sono più efficienti, ma nel tempo ha acquisito vita autonoma rispetto ai beni e servizi. Il suo sviluppo, grazie agli algoritmi e all’applicazione della matematica finanziaria, è inarrestabile, decisamente eccessivo se si considera che il volume delle attività finanziarie in circolazione è ormai da tempo un multiplo di quello delle attività reali.

Rispetto alla necessità iniziale di agevolare gli scambi svincolandoli dal baratto, oggi la moneta è diventata un caposaldo del sistema e uno degli strumenti principali di intervento dello Stato. Attraverso il meccanismo dei derivati, ogni fenomeno può innescare una serie di conseguenze finanziarie virtualmente incontrollabili.

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Si pensi al fenomeno, tristemente famoso, dei mutui “subprime”, che ha innescato una delle crisi più devastanti dell’era moderna. Si partiva da un’operazione elementare: l’acquisto della casa attraverso il ricorso ad un mutuo residenziale. Il mutuo veniva poi “cartolarizzato”, ovvero trasformato in un titolo obbligazionario in modo tale che la banca che lo aveva concesso potesse rientrare in possesso della liquidità per fare altri mutui. Questo titolo (lontano parente delle famose “cartelle fondiarie”[1] che sono state abolite nel 1976) produceva interessi che provenivano dal pagamento delle rate dell’acquirente della casa, ma poteva generare a sua volta una serie infinita di nuovi rapporti finanziari: poteva essere venduto ad un altro investitore, trasformato tramite un derivato da tasso variabile a tasso fisso o viceversa, concentrato con altri mutui per formare pacchetti negoziabili di titoli cosiddetti asset backed, ovvero con “garanzia reale” (l’ipoteca sulla casa) sottostante che avrebbe dovuto renderlo sicuro.

 

In tal modo la banca che aveva concesso il mutuo avrebbe potuto recuperare le risorse per concedere altri prestiti ed era portata, pur di far crescere i propri affari, ad accordarli a clienti con grado di affidabilità sempre più basso, ben lontano da quello della clientela “primaria” (da qui il termine subprime, inferiore al livello primario) ed a finanziare percentuali sempre maggiori del bene acquistato, talvolta anche oltre il 100%.

Se un debitore non avesse pagato una rata, naturalmente non sarebbe successo niente, finché il suo caso fosse rimasto isolato e le altre operazioni sarebbero rimaste invece in ammortamento regolare. Ma quando le insolvenze iniziarono a moltiplicarsi, fino ad interessare la maggioranza dei mutuatari, si verificò l’effetto domino in tutto il percorso che il mutuo aveva fatto, travolgendo coloro che vi erano intervenuti.

Il valore di quei titoli originati dal mutuo crollò ed il mercato venne ben presto inondato dalle case che erano state ipotecate, e che all’epoca erano state sopravvalutate. Così la crisi da finanziaria diventò a pieno titolo economica e reale.

Questo era solo un esempio per dimostrare la potenza devastatrice che può avere la finanza quando diventa fuori controllo: ci torneremo, ma intanto partiamo dall’inizio.

Cosa è la moneta e a cosa serve? Nonostante si tratti di un elemento molto comune, che tutti più o meno hanno in tasca, sono due domande alle quali non è facile rispondere. Ci proviamo.

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Vediamo intanto come nasce la moneta e a cosa doveva servire. Le finalità della moneta in origine erano tre:

  • misura del valore dei beni;
  • mezzo di scambio;
  • riserva di valore.

 

La moneta affonda infatti le sue radici nell’attività di scambio di beni e servizi che può essere considerata un’esigenza primaria dell’uomo inserito in un contesto sociale.

In un ambiente isolato ed autarchico infatti, ogni individuo doveva procurarsi direttamente ciò di cui aveva bisogno per sopravvivere: cibo, acqua, ricovero per riscaldarsi e difendersi dai pericoli e dalle intemperie. E così ognuno dei nostri antenati primitivi doveva saper cacciare, coltivare, allevare animali, costruire case o capanne, come pure attrezzi per la caccia e l’agricoltura.

Col tempo, venne naturale rendersi conto che aggregandosi con i suoi simili, molte delle funzioni di sopravvivenza primarie erano facilitate: si cominciarono così a creare le prime specializzazioni. Chi andava a caccia acquisiva abilità e conoscenza del territorio e, se non aveva altre incombenze, poteva farlo meglio di chi magari coltivava la terra o costruiva le case o gli attrezzi. L’evoluzione logica era che il cacciatore vendesse una delle sue prede non destinata al suo consumo in cambio magari dei prodotti del campo, di un attrezzo per la caccia o della costruzione di una casa.

La specializzazione ebbe dunque come immediata conseguenza il sorgere delle tre esigenze che abbiamo indicato sopra e che la moneta avrebbe soddisfatto. Lo vedremo nel prossimo articolo.

 


[1] Secondo l’Enciclopedia Treccani Online, la cartella fondiaria era un Titolo a reddito fisso, a medio o a lungo termine, emesso… dagli istituti di credito fondiario allo scopo di raccogliere capitali da destinare sotto forma di mutuo all’acquisto o al miglioramento delle proprietà rurali o urbane. L’emissione delle c. avveniva parallelamente alla stipula dei mutui fondiari, in modo tale che il totale delle c. emesse risultasse sempre uguale al volume complessivo dei mutui in essere, finanziando così attività a lungo termine con passività di uguale scadenza.

Fondi Hedge e Private Equity

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Concludiamo questa breve serie sui derivati e gli investimenti alternativi parlando di due strumenti molto noti fra gli addetti ai lavori ma spesso circondati da diffidenza e fama sinistra presso il grande pubblico: le quote di hedge funds e di private equity funds. Si tratta in entrambi i casi di quote di fondi comuni di investimento chiusi, gestiti da società specializzate con criteri molto diversificati ed in modo attivo.

A differenza dei fondi comuni più diffusi (azionari, obbligazionari, bilanciati) che molto spesso si limitano a una gestione passiva o a benchmark, questi hanno generalmente come obiettivo un rendimento assoluto, cioè il loro risultato di gestione non è dato da un confronto con un dato medio di settore (se ho fatto meglio dei competitor sono stato bravo) ma in base al profitto in valore assoluto distribuito ai sottoscrittori, una volta pagate le spese di gestione e rimborsati i manager (se ti ho dato almeno gli Euro che ti ho promesso sono stato bravo).

Abbiamo spesso assistito al paradosso di fondi di investimento che, pur avendo perso, esprimevano soddisfazione (e percepivano commissioni di successo) perché comunque avevano fatto meglio del benchmark di riferimento del settore, ovvero dell’indice che rappresenta una media fra i risultati dei diversi operatori. Ad esempio negli ultimi anni dello scorso decennio, nel pieno della grande crisi, gli indici di performance settoriale erano tutti fortemente negativi: per i fondi azionari abbiamo assistito a perdite anche a doppia cifra in un anno. Poteva capitare che un determinato fondo azionario perdesse, mettiamo, il 5% in un anno e che i sottoscrittori perdessero di fatto due volte si vedessero “cornuti e mazziati”(non mi piace granchè come espressione, vedi te se lasciarla o meno): non solo il loro patrimonio era diminuito, ma i gestori si prendevano anche laute success fee (commissioni di successo), avendo comunque battuto il benchmark.

 

hedgefund

 

Nel caso degli hedge fund, l’obiettivo è invece quello di far crescere il valore del fondo in modo costante e progressivo nel tempo, attraverso modelli di gestione dinamici e con assunzione di rischi anche rilevanti, purché bilanciati da una adeguata diversificazione. Per far questo, tali fondi possono ricorrere anche a strumenti sofisticati, generalmente preclusi ai fondi tradizionali, quali: possibilità di vendite allo scoperto, transazioni in opzioni e futures, ricorso alla leva finanziaria e tecniche di copertura (hedging) complesse.

La categoria degli hedge funds, che da noi vengono impropriamente definiti “fondi speculativi”, è composita e comprende tanto il piccolo fondo specializzato per settore o area geografica, quanto il grande operatore world-wide, aggressivo e presente su tutti i mercati. I soggetti appartenenti a quest’ultima categoria sono quelli che in gran parte alimentano la speculazione sui mercati e danno origine talvolta a veri e propri sconvolgimenti di mercato, tanto che è stato coniato per loro il termine di “fondi locusta” o “cavalletta”.

locust

 

In realtà la speculazione è una componente fisiologica dei mercati, perché consente di riportare le loro condizioni in equilibrio quando se ne siano allontanate. I fondi scommettono su tali movimenti e, se indovinano la previsione o riescono a innescarla, conseguono un profitto; altrimenti sono i primi a perdere.

Contrariamente ad un giudizio superficiale negativo, si tratta quindi di strumenti che possono ben trovare spazio in un portafoglio equilibrato e razionale e che hanno in genere una funzione anticiclica, nel senso che possono produrre utili anche quando i mercati sono in calo, proprio perché possono operare allo scoperto.

Sul mercato esistono anche i fondi secondari, ovvero fondi che hanno in portafoglio a loro volta quote di fondi hedge, e che pertanto possono offrire ai loro sottoscrittori un’ulteriore garanzia di diversificazione e la possibilità di accedere anche a fondi che un privato non potrebbe mai acquisire perché magari sono richiesti livelli minimi di investimento rilevanti oppure una conoscenza diretta degli operatori e dei mercati in cui agiscono.

Il limite di investimento è una delle caratteristiche che rende questi strumenti adatti a portafogli di dimensioni di un certo livello e non alla portata di tutti gli investitori. Inoltre per i fondi di maggior successo, occorre spesso “mettersi in fila” perché trattandosi di fondi chiusi i collocamenti sono esauriti e bisogna attendere il lancio di un nuovo fondo oppure la vendita da parte di un sottoscrittore. In alcuni casi, per precisa scelta dei gestori e quando siamo in presenza di eccellenze riconosciute, tali prodotti sono riservati solo ai già clienti e non vengono aperti a nuovi sottoscrittori.

Generalmente è però possibile acquisire quote dei fondi hedge attraverso le banche di maggiori dimensioni e i broker, ma è consigliabile acquisire prima informazioni sui gestori, sul track record (ovvero sui risultati conseguiti in passato), sulle caratteristiche e lo stile di gestione.

 

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Sostanzialmente diversi sono i fondi di private equity, che generalmente non sottoscrivono titoli quotati o largamente diffusi, ma entrano in situazioni di start-up o di turnaround aziendale scommettendo sulla capacità di valorizzare le aziende in cui entrano, per poi cederle realizzando un profitto. Tali fondi entrano nel capitale sociale (equity) delle aziende target e quasi sempre ne assumono il controllo guidando la fase di crescita o di recupero. Una volta realizzato l’obiettivo, la partecipazione viene dismessa tipicamente attraverso il collocamento in borsa.

Molti di questi soggetti riescono a realizzare ingenti profitti e a remunerare lautamente i sottoscrittori delle quote, anche se i rischi sono normalmente elevati: basta però un buon affare per compensarne tre o quattro andati male.

Anche in questo caso valgono le considerazioni fatte per gli hedge in materia di rilevanti limiti minimi di ingresso, difficoltà di entrare nei fondi di maggior successo ed esistenza di un circuito secondario interessante.

 

Si conclude con questo articolo la mini-serie su derivati e investimenti alternativi, che talvolta ha portato i nostri lettori a esaminare situazioni complesse e tecnicamente articolate. Anche se spesso si tratta di strumenti non alla portata di tutti, per entità dei patrimoni richiesti e per livello di conoscenze, è comunque importante sapere che esistono tali possibilità di investimento, certo non consuete per il risparmiatore medio ma che possono dare comunque delle belle soddisfazioni, se ben gestiti e sfruttati.

Il Forex Trading

FOREX

Quando vediamo pubblicità e inserzioni molto pressanti che sollecitano i risparmiatori ad investire in particolari prodotti, la prima reazione deve essere di sana diffidenza. Non si tratta di vendere un prodotto o un servizio, in concorrenza con altri simili, ma di proporre soluzioni che – per rendimento offerto e rischio – possano trovare favorevole accoglienza.

Non a caso la legge prevede vincoli molto stringenti per la sollecitazione del risparmio, sia dal punto di vista soggettivo (ovvero dei soggetti abilitati a farla) sia oggettivo, inerente le tipologie di prodotto (emittente, scadenza, caratteristiche tecniche). In particolare, devono essere esplicitati ai futuri acquirenti tutti i vincoli e i potenziali rischi.

Le insistenti inserzioni da parte di piattaforme di negoziazione, generalmente con base all’estero, che prospettano mirabolanti guadagni nel trading di valute senza necessità di impiegare denaro, vanno pertanto prese con molta cautela.

Occorre premettere che non stiamo parlando della semplice sottoscrizione di un titolo azionario o obbligazionario denominato in valuta estera, di cui più volte ci siamo occupati in questo blog, come potrebbe essere l’acquisto di un Treasury Bond del governo americano o delle azioni di Microsoft. Queste sono scelte di investimento lineari e del tutto analoghe a quelle in titoli similari nazionali o in euro, salvo il rischio di cambio.

In questo caso parliamo di trading, ovvero negoziazione, di strumenti derivati complessi, in primo luogo futures ed opzioni che hanno come sottostanti le valute estere e che consentono di guadagnare o perdere a seconda che i rapporti di cambio vadano nella direzione che avevamo previsto o in quella contraria.

Ci viene detto con molta enfasi che si tratta di un’operatività semplice, priva di rischio e che comporta investimenti minimi per l’apertura del conto. Se così fosse, avremmo davvero trovato la soluzione a tutti i problemi. In realtà si tratta di informazioni non corrette, nella maggior parte dei casi colpevolmente fuorvianti.

In primo luogo, l’operatività di questi strumenti non è affatto semplice: sapersi muovere nel mondo dei derivati richiede infatti conoscenze e capacità tecnica di gestire le piattaforme che non sono alla portata di tutti. Le conoscenze naturalmente possono essere acquisite con lo studio e la preparazione: se c’è interesse ad approfondire, è senz’altro positivo dedicarvisi ed accrescere la propria cultura in materia. Ed è anche vero che tutti gli intermediari offrono pacchetti “demo”, ovvero conti simulati che funzionano in tutto e per tutto come quelli reali, sui quali è possibile esercitarsi ed acquisire pratica.

Tuttavia non si può dire che sia un’operatività elementare e la possibilità di errore è sempre dietro l’angolo. Naturalmente se impostiamo un’operazione sbagliata, è possibile chiuderla immediatamente in genere senza grossi contraccolpi se ce ne accorgiamo subito, ma nel frattempo le commissioni e le spese dell’intermediario vengono comunque addebitate (e in misura doppia: una per l’operazione sbagliata e una per quella che la corregge). Può ad esempio capitare di invertire i valori di stop loss e take profit, di cui parliamo sotto, con il risultato che la transazione, appena eseguita, viene subito chiusa.

 

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Meno che mai possiamo credere che si tratti di operazioni senza rischio: in molti casi è come una lotteria, il costo del biglietto va comunque sempre sostenuto. E’ vero che al massimo si può perdere quanto si è versato sul conto per consentire l’operatività, ma è vero anche che in tal caso pure i potenziali guadagni non potranno che essere limitati.

E’ infatti necessario costituire un deposito sul quale verranno via via bloccati i margini per le operazioni eseguite: operando a leva – come abbiamo spiegato in uno dei precedenti articoli –  possiamo limitarci a mettere in gioco solo una parte dei capitali investiti. Quel deposito verrà poi incrementato con gli utili realizzati e addebitato con le perdite subite.

Inoltre il fatto che non siano richieste somme di denaro particolarmente rilevanti è infatti fuorviante, perché in tal caso, se è vero che le perdite saranno al massimo contenute nell’importo versato, è vero che con operazioni di piccolo importo anche i potenziali guadagni non potranno che essere molto contenuti. Più che un modo per investire il risparmio, il forex trading è quindi da considerare una sorta di attività imprenditoriale che richiede un capitale iniziale, anche se minimo.

Non vogliamo entrare nel merito delle singole operazioni tecniche, che esulano dagli obiettivi del blog e sarebbero rivolti ad un pubblico già esperto, o almeno con qualche familiarità col trading. Basti accennare al fatto che le operazioni più diffuse sono le combinazioni di future su due divise, di segno opposto. Ad esempio la combinazione EURUSD (il cosiddetto Eurodollaro), in assoluto la più trattata, consiste nel contemporaneo acquisto a termine di Euro e vendita a termine di dollari USA, in modo tale che chi possiede 1 contratto guadagna se l’Euro si apprezza rispetto al dollaro, passando ad esempio dall’attuale cambio di 1,17 a 1,25 e invece perde se accade il contrario, ovvero se il cambio passa ad esempio a 1,15.

Euro Dollar The European Union United States

 

Tale contratto, anziché comprato può anche essere venduto e, in tal caso, la posizione diventa short, ovvero “corta”, da consegnare, e i termini di guadagno o perdita sono esattamente l’opposto. Da un punto di vista pratico non cambia niente, perché a scadenza non si dovrà consegnare né ricevere alcunché, ma verrà semplicemente accreditata (se abbiamo “vinto”) o addebitata (se invece abbiamo “perso”) la differenza.

Inoltre, durante la vita dell’operazione, potremo seguire sulla piattaforma l’andamento della nostra posizione ed eventualmente chiuderla prima se ci riteniamo soddisfatti dell’utile maturato oppure se vogliamo congelare la perdita per evitare ulteriori danni.

A questo proposito, è buona norma inserire fin dall’inizio i limiti automatici cosiddetti di stop loss e di take profit. Il primo è finalizzato a contenere l’eventuale perdita entro un limite massimo predeterminato e il secondo a portare a casa un profitto, ritenuto fin dall’inizio soddisfacente e che potrebbe invece sparire con successivi movimenti. In entrambi i casi, una volta raggiunte le quotazioni impostate, la transazione viene chiusa automaticamente.

Si tratta di impostazioni prudenziali, che richiedono comunque una strategia fin dall’inizio.

 

 

 

 

 

 

Le commodities

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I derivati, come abbiamo visto, sono contratti complessi aventi ad oggetto attività finanziarie che possono essere le più diverse: azioni, titoli, valute estere e anche materie prime (le cosiddette commodities). In sostanza possono essere prese come riferimento per costruire i derivati tutte le attività (asset) e gli strumenti trattati su mercati regolamentati in grado di determinare prezzi universalmente accettati e significativi.

Dobbiamo confessare che rispetto ai derivati su strumenti diversi, le commodities ci piacciono particolarmente. Il motivo è semplice: dietro ai flussi di denaro virtuale ed ai click delle innumerevoli tastiere di computer, questa volta ci sono le merci, i metalli, gli animali e così via, ovvero quanto di più materiale e “fisico” ci possa essere sui mercati finanziari.

Ciascuno di questi prodotti è tradizionalmente oggetto di scambio sui mercati di tutto il mondo, dove ovviamente vengono trattati e suddivisi in tipologie e lotti omogenei. Ad esempio, nel comparto del petrolio greggio c’è il segmento del “Brent crude oil del Mare del Nord” e del “Light crude oil”; come pure c’è il segmento in cui si negoziano lotti da 1.000 barili a contratto e quello “mini” dove se ne trattano da 500.

 

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In ogni caso, chi compra e chi vende sa esattamente qual è l’oggetto della transazione, anche se in concreto – nel mondo reale esterno ai mercati – si possono avere le tipologie più diverse.

Come in ogni mercato che si rispetti, anche in questo la speculazione è ampiamente presente e svolge un ruolo rilevante. Tuttavia a differenza di altri prodotti, le materie prime hanno un circuito materiale effettivo in cui operano le imprese che realizzano i prodotti che consumiamo ogni giorno, da quelli che portiamo in tavola (carne di maiale, succo d’arancia, mais, zucchero, cacao, caffè e così via) a quelli che riempiono i serbatoi delle auto e che consentono di riscaldarci come il gasolio o il gas naturale.

Non solo, tali prodotti sono fortemente soggetti alla ciclicità produttiva (la stagionalità) o estrattiva e a quella della domanda mondiale: i prezzi sono quindi molto sensibili all’andamento dei raccolti ed ai consumi, alla produttività e alla tecnologia applicata.

Fare trading sulle commodities impone, quindi, di conoscere i differenti settori merceologici, i fattori che ne determinano il trend di mercato, la geopolitica dei paesi produttori e di quelli consumatori. Per chi non ha nel DNA i geni dello “gnomo di finanza” e vuole comunque investire in modo diversificato, si tratta di un settore di attività molto più divertente e variegato di altri.

Questi strumenti possono essere oggetto di investimento di capitale diretto, oppure – in questo caso più opportunamente – di contratti derivati attraverso i quali prendere posizione al rialzo o al ribasso, come abbiamo visto in precedenza.

Supponiamo ad esempio di aver maturato la convinzione che il prezzo del petrolio sia destinato a crescere nei prossimi tre mesi. Abbiamo fatto le nostre ricerche e ci siamo convinti che la Cina e le altre tigri asiatiche continueranno a svilupparsi e ad assorbire energia; che l’OPEC riesca a ridurre la produzione mondiale e che le scorte si siano esaurite, mentre la tecnologia estrattiva non è in grado di aumentare la produttività degli impianti esistenti o di individuare nuovi pozzi.

Cosa deve fare allora un investitore che vuole tenersi long sul petrolio? Naturalmente la soluzione non è quella di acquistare qualche barile e tenerlo in giardino per poi provare a rivenderlo…

La prima ovvia soluzione, per chi ha consuetudine coi mercati finanziari tradizionali, è quella di acquistare titoli azionari o obbligazionari di società petrolifere, il cui valore prevedibilmente aumenterà col crescere del prezzo del greggio. Stesso risultato si può raggiungere acquistando indici (quali ETF) oppure quote di fondi comuni specializzati nel settore energetico.

Ci sono però anche modalità diverse, più efficienti da un punto di vista finanziario, proprio nell’ambito del trading sulle commodities. Abbiamo visto nell’articolo precedente come è possibile, attraverso le opzioni, assumere una posizione rialzista: acquistare una “call” oppure vendere una “put”. E questo potremo farlo senza impiegare tutto il capitale necessario, ma ricorrendo alla leva, ovvero all’indebitamento, limitando comunque il rischio dell’eventuale perdita all’importo del premio pagato o riscosso sull’opzione.

Un esempio, in particolare, può aiutarci a capire meglio. Se riteniamo che da oggi a tre mesi il prezzo del petrolio aumenti, ma che poi sia destinato a diminuire nei successivi tre mesi, potremmo combinare le due opzioni acquistando uno spread con due “gambe”: ovvero in acquisto l’opzione a tre mesi e in vendita quella a sei mesi.

L’operazione a cui si fa riferimento, il cosiddetto commodity spread, è quindi un’operazione ancora più complessa, ma essendo composta di una parte long e di una parte short, possiamo ragionevolmente ritenere che il rischio complessivo sia in qualche modo attenuato.

commodity spread

 

Anche in questo caso non abbiamo la pretesa di spiegare le operazioni che sono state solo accennate: lo scopo è solo quello di rendere un’idea della complessità di questo tipo di investimenti.

E’ facile trovare su internet pubblicità che invogliano ad entrare nel mercato del trading su derivati e sicuramente questo tipo di operatività può rappresentare una buona forma di diversificazione degli impieghi e di reddito aggiuntivo.

Si deve però tenere presente che è richiesta, oltre ad una certa competenza o almeno dimestichezza di base con gli strumenti oggetto di negoziazione, anche una seria attività di ricerca sia sui fondamentali dei diversi mercati, sia con le statistiche passate per quanto riguarda la stagionalità.

 

 

 

 

 

Leva, margini e opzioni

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“Datemi una leva e solleverò il mondo”, così diceva Archimede. E così pensano anche molti investitori improvvisati. Il matematico siracusano intendeva naturalmente il principio della leva in senso fisico per cui, una volta individuato un punto di appoggio, la leva riesce a sollevare pesi anche grandi con una forza relativamente limitata.

Non molto diverso però è anche il nostro caso: con un contenuto ammontare di risorse proprie, è possibile attivare operazioni di volume anche significativamente maggiore attraverso il ricorso al debito.

Il meccanismo del margine sulle operazioni in derivati lo abbiamo accennato nell’articolo precedente: se ad esempio l’operazione prevede una leva 5, verrà trattenuto a garanzia un margine pari al 20% dell’investimento.

In particolare si distinguono due tipi di margine: un margine iniziale, che serve per poter eseguire l’operazione, e un margine di mantenimento, che serve per continuare a tenerla in piedi in caso di andamento negativo oltre il limite garantito.

Generalmente il margine di mantenimento è inferiore a quello iniziale, ma il concetto è lo stesso. Operazioni di questo tipo vengono valorizzate dagli intermediari in tempo reale e, qualora venisse evidenziata una perdita potenziale che arriva al margine, essi le chiuderanno immediatamente, salvo che l’investitore non integri la garanzia con nuovi versamenti.

Normalmente si impostano anche i cosiddetti “limiti”, che possono essere di stop loss e/o di take profit.

Nel primo caso (stop loss) sarà un limite inferiore, al fine di contenere la perdita entro un importo massimo prestabilito; nel secondo caso (take profit) si tratterà di un limite superiore al fine di monetizzare il profitto una volta raggiunto un livello target soddisfacente ed evitare che successive diminuzioni lo dissolvano.

Se ben impostata l’operazione, dunque, sarà in grado, se di esito positivo, di liquidare automaticamente il profitto e incassare; se di esito negativo, di limitare la perdita.

Ma quali sono le operazioni eseguibili con i derivati? Impossibile catalogare tutti i derivati esistenti: sono infiniti e spesso molto complessi. Limitiamoci pertanto a quelli più comuni fra gli investitori: le opzioni sui future.

Il concetto è quello di pagare (o riscuotere) un premio per avere la facoltà di perfezionare o meno, ad una data scadenza, un’operazione a prezzo predeterminato. Ovviamente, l’operazione si farà solo se il prezzo corrente in quel momento sarà favorevole, ovvero sarà quello su cui avevamo puntato. In tal caso si conseguirà un guadagno che, al netto del premio pagato, costituisce l’utile dell’operazione.

In particolare, possiamo “scommettere” sull’aumento del prezzo, assumendo la posizione cosiddetta “long” oppure al contrario sulla sua diminuzione, mettendosi, come si dice in gergo, in “short”.

Il meccanismo è semplice: per esempio se un determinato strumento (azione, valuta o commodity[1], di cui parleremo nel prossimo articolo) oggi è quotato 100 e riteniamo che fra 3 mesi valga 105, lo compriamo a termine attraverso lo strumento di un contratto derivato e ci mettiamo “long”. Paghiamo un premio di 2 e, se avremo indovinato, dopo tre mesi avremo il diritto di comprarlo pagando complessivamente 102, per rivenderlo subito a 105 ed intascare così la differenza.

Viceversa, sempre col titolo quotato oggi 100, se scommettiamo sulla diminuzione del suo prezzo, ci mettiamo “short” e vendiamo a 3 mesi ad un valore ipotetico di 95. Se paghiamo un premio di 2 e abbiamo indovinato, alla scadenza ricompreremo il nostro titolo sul mercato al prezzo corrente – a quella data – di 95 e, in base all’opzione acquistata, daremo esecuzione al contratto rivendendolo ai 100 del prezzo iniziale che, al netto del premio di 2, ci permetterà di mettere in tasca i 3 di utile.

Se invece sbagliamo la nostra scommessa e il prezzo del nostro titolo si muove in direzione opposta a quella da noi ipotizzata, anziché guadagnare avremo una perdita, che al massimo sarà uguale al premio pagato: oltre quel limite, infatti, conviene rinunciare all’operazione.

Fino ad ora abbiamo parlato solo di “acquistare” opzioni, ma ovviamente il meccanismo funziona parimenti all’opposto, perché le opzioni possono essere anche vendute. In tal caso quanto sopra descritto vale al contrario: si assume posizione “long” vendendo un’opzione e una posizione “short” acquistandola.

Ma non basta: le opzioni possono essere di due tipi, ovvero “put” e “call”, dall’inglese rispettivamente consegnare e ritirare.

E così, per assumere posizioni lunghe o corte, possiamo acquistare o vendere sia put che call. Ma il bello è che possiamo fermarci anche a mezza strada, senza necessariamente arrivare fino alla meta. In altri termini, possiamo decidere di coprire parte del rischio assunto (l’operazione in gergo si chiama “hedging”) ponendo in essere operazioni di segno opposto, in una qualunque delle combinazioni intermedie.

A questo punto i lettori meno esperti, sempre ammesso che abbiano continuato a leggere fino ad ora – e non ne sarei così sicuro-saranno quanto meno disorientati.

Vorrei tranquillizzarli: l’obiettivo di questo blog non è quello di spiegare le operazioni tecnicamente più complesse, ma quello molto meno ambizioso di far capire il livello di rischio che determinati investimenti possono comportare e, soprattutto, quello di consigliare di astenersi da operazioni di cui non si comprende il contenuto. Abbiamo infatti sempre parlato di “investimento prudente e consapevole”: si tratta proprio di questo.

Con il prossimo articolo, concluderemo questa miniserie dedicata ai derivati, parlando di commodities, una tipologia di strumenti sui quali vengono costruiti frequentemente derivati. Già fin d’ora emerge però chiaramente il chiaro indirizzo di approcciare con molta cautela e prudenza questo tipo di operatività, non lasciandosi ingannare da pubblicità fuorvianti e dall’illusione di guadagni facili e senza rischio.

 

 


[1] Con il termine inglese commodity si intende in generale qualunque tipo di materia prima (metallo, prodotto energetico, derrata alimentare, animali e così via) che può essere scambiato su un mercato in cui ne vengono trattati lotti standard per qualità e quantità