Che fare in tempi di turbolenza?

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Abbiamo visto nel precedente articolo come i mercati siano oggi molto spesso in balìa di esternazioni, più o meno pertinenti, da parte di esponenti politici o rappresentanti di organismi istituzionali, con il risultato di amplificare oltre misura le oscillazioni dei prezzi, già di per sé soggette a grande instabilità.

Cosa può fare in questi casi un risparmiatore per tutelare i suoi investimenti? Dare consigli non è certo facile, ma possiamo provare a fornire qualche raccomandazione di buon senso.

La prima raccomandazione è quella di comprare bene, ovvero scegliere titoli emessi da soggetti affidabili, siano essi stati sovrani o società private, di cui si abbia una corretta percezione del rischio. Nel caso di azioni, o di titoli obbligazionari corporate – ovvero emessi da grandi imprese private – occorre farsi un’idea di quello che può essere un valore corretto del titolo, il cosiddetto target price[1], e – una volta definita una strategia globale del portafoglio – comprarlo quando il prezzo di mercato è inferiore a tale valore. Meglio sempre non aver fretta e non fare forzature; meglio non comprare che comprare male.

Se poi il mercato scende , la prima cosa da chiedersi è se si tratta di fibrillazione momentanea – dovuta alle improvvide dichiarazioni di qualcuno – oppure se è l’inizio di una vera e propria crisi. La risposta non è facile, ma da essa dipende la strategia che l’investitore razionale deve mettere in atto.

Se si tratta di un calo contingente e dovuto alla volatilità del momento, conviene tenere i titoli in portafoglio, e anzi incrementare l’investimento approfittando del momentaneo calo di prezzo. Se invece si tratta dell’inizio di un prolungato e strutturale periodo di crolli, meglio vendere subito finché si è in tempo, limitando le perdite.

Come si vede, l’instabilità provoca una situazione di forte rischio: sbagliando diagnosi si può andare incontro a veri e propri disastri; e in un tempo come l’attuale in cui i mercati si muovono anche del 5/6% in una settimana, il rischio di fare valutazioni errate aumenta.

Nella fase attuale gli analisti più autorevoli sostengono che non ci sono i presupposti per l’inizio di un crollo in larga scala e generalizzato come avvenne nel 2007.  Le ragioni di questa valutazione stanno soprattutto nella grande liquidità che c’è oggi nel sistema, nell’atteggiamento delle banche centrali, pronte ad utilizzare tutti gli strumenti disponibili (whatever it takes, tutto quello che è necessario, come disse tempo fa Mario Draghi) per sostenere le economie e i mercati, nell’andamento tutto sommato ancora positivo del sistema USA e nei multipli delle quotazioni che non hanno ancora raggiunto i livelli massimi.

D’altra parte è anche vero che gli economisti sono noti per non indovinare mai le previsioni, anche se bravissimi a spiegare cosa è successo. Quindi è bene non prendere per oro colato tutto quello che dicono. Nel 2007 nessuno aveva previsto la portata della crisi epocale che colpì in modo violento ed indistinto tutti i mercati, a parte Nouriel Roubini, che già nel 2006 al Fondo Monetario Internazionale aveva messo in guardia contro l’avvicinarsi del disastro. Su tale, isolata, previsione azzeccata, l’economista di origine iraniana ha poi fondato la sua fortuna sia come docente, sia come investitore.

La sensazione è che dopo qualche anno di crescita costante, prima o poi ci debba essere un’inversione del ciclo e i prezzi tornino a scendere. E’ probabile che l’anno in corso sia ancora un anno positivo, o quanto meno si mantenga sugli attuali livelli medi, perché certamente l’attuale presidente USA non vorrà presentarsi agli elettori con l’economia stagnante, tassi alti e prezzi degli strumenti finanziari in calo generalizzato. Ma è abbastanza prevedibile che dopo i prossimi 3 o 4 mesi il lungo momento magico si esaurisca e si entri in una fase di recessione, dapprima negli USA e poi, a cascata, nel resto del mondo. Alla fine i tassi dovranno aumentare, e le politiche espansive delle banche centrali dovranno in qualche modo essere contenute.

Se questo succederà, è prevedibile che i prezzi di azioni e obbligazioni inizino una discesa che potrebbe essere anche piuttosto rapida, per cui il consiglio è di farsi trovare, in questa eventualità, con un portafoglio più liquido possibile. Ciò vuol dire rinunciare a qualche possibile profitto per evitare brutte sorprese.

 


[1] Il target price, prezzo “bersaglio”, è il prezzo che l’analista ritiene sia quello a cui un determinato titolo tende ad allinearsi nel medio periodo, rappresentativo del valore corretto della società. In genere è calcolato attraverso l’utilizzo di diverse tecniche di valutazione aziandale, applicate ai numeri e alle informazioni pubblicamente disponibili

I fondamentali: è una buona idea investire in obbligazioni?

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Nei due articoli precedenti abbiamo descritto le caratteristiche essenziali delle obbligazioni e ci siamo soprattutto soffermati sui rischi insiti in questo tipo di strumenti. Ovviamente non abbiamo intenzione di demonizzare questo strumento, che anzi rappresenta una modalità di impiego molto valida del risparmio: è però necessario ribadire la necessità di prudenza e cautela, come in ogni altra decisione di investimento.

Le caratteristiche da valutare in un’obbligazione sono infatti diverse. La prima, e più importante, è la qualità dell’emittente, ovvero l’affidabilità del soggetto al quale consegniamo i nostri risparmi. Perché l’investimento vada a buon fine, è necessario (anche se non sufficiente) che l’emittente si mantenga in grado di pagare gli interessi e rimborsare il capitale. Se ciò non succede, è sicuro che andremo incontro a perdite.

A ben vedere, si tratta di una vera e propria concessione di fido, del tutto analoga a quella di una banca quando eroga un prestito a un’azienda. Solo che la banca dispone, o almeno dovrebbe disporre, di strumenti e professionalità adeguate a valutare la solvibilità dei clienti, mentre il singolo risparmiatore generalmente non possiede questa capacità di giudizio né adeguati strumenti di valutazione.

Per questo esistono le agenzie di rating, analisti specializzati e indipendenti (almeno in teoria) in grado di “misurare” l’affidabilità di un soggetto che si presenta sul mercato a richiedere capitali. Ad ogni emittente è attribuito un grado di giudizio (detto appunto rating) in base al quale viene stimata la sua solidità economica, finanziaria e patrimoniale e la probabilità di rimborsare il capitale e pagare gli interessi. Ne abbiamo parlato diffusamente in un precedente articolo.

Il rating influisce sul tasso di interesse che l’emittente deve offrire per assicurarsi che le sue obbligazioni vengano collocate, ovvero che gli investitori prestino loro il denaro: tanto migliore è il rating, tanto minore il tasso di interesse, perché a fronte di un emittente più rischioso il mercato richiede un tasso più alto, che vada a remunerare il maggior rischio.

Abbiamo così le obbligazioni Investment grade, ovvero con rating superiore a una certa soglia minima considerata di “sicurezza” e le obbligazioni High yield, ovvero ad altro rendimento. Si tratta di emittenti subprime, ovvero non primari, oppure di titoli subordinati o perpetui: titoli che, in qualche misura, presentano rischi o vincoli che li rendono adatti ad investitori qualificati o professionali e che offrono in genere rendimenti più elevati.

Un mercato interessante, specie in un periodo come questo caratterizzato da tassi di interesse molto contenuti e in alcuni casi negativi, è proprio quello dei cosiddetti perpetual. Si tratta di titoli che prevedono scadenze molto lunghe, superiori ai 20 anni, o anche senza scadenza.

 

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Per quale motivo dunque un investitore dovrebbe acquistare un titolo che non verrà mai rimborsato o lo sarà solo dopo decine d’anni? Perché, a ben vedere, chi acquista un’obbligazione vuole raggiungere due obiettivi: avere un rendimento e poter rientrare in possesso del capitale entro il suo orizzonte temporale di investimento. Chi sottoscrive un perpetual incassa regolarmente la cedola (in alcuni casi anche molto superiore ai tassi correnti, essendo l’obbligazione emessa quando i tassi erano molto più alti) e può sempre vendere il titolo sul mercato, anche se si espone pesantemente al “rischio tasso”, ovvero alla probabilità che i tassi aumentino.

Per questo si tratta di titoli ad elevata valenza speculativa, che generalmente vengono negoziati dai grandi investitori che hanno necessità di realizzare rendimenti elevati e la possibilità di compensare il rischio disponendo di portafogli molto grandi. Una piccola parte di perpetual può però trovare adeguata collocazione anche in un portafoglio medio di un risparmiatore retail, a patto che sia consapevole del rischio che incorpora, non ultimo quello della liquidità in quanto normalmente sono titoli non molto trattati sui mercati.

Un’altra caratteristica tecnica fondamentale da valutare è quella del tipo di tasso di interesse: fisso o variabile. Di questo aspetto ci siamo occupati diffusamente in passato.

In sintesi, potremmo dire che se ci attendiamo un aumento dei tassi, come nell’attualità, non dobbiamo investire in titoli a tasso fisso, ma solo a tasso variabile. Viceversa, quando i tassi diminuiscono, chi possiede obbligazioni a tasso fisso vedrà i suoi titoli aumentare di prezzo sul mercato. Infatti tassi di interesse e valore delle obbligazioni hanno una correlazione inversa: quando i tassi aumentano, i prezzi scendono e viceversa.

Ultima caratteristica di cui ci occupiamo è la valuta di emissione.

Se ci sentiamo abbastanza tranquilli, tenere investita una parte del portafoglio – fino al 15-20% – in valuta diversa dall’Euro è una buona idea: consente di diversificare e può portare un utile rendimento aggiuntivo. Poiché infatti ogni valuta ha un suo tasso di interesse, volendo acquistare obbligazioni in dollari USA (ad esempio i Treasury Bonds del governo americano), in sterline inglesi o in franchi svizzeri, riceveremo gli interessi e il rimborso del capitale in tale valuta. Dobbiamo in questo caso fare una duplice valutazione: da un lato sul tasso di interesse, e questa è immediata; dall’altro sulle prospettive del cambio.

Se una valuta ha un tasso di interesse maggiore dell’Euro, ma prevediamo che si deprezzi, meglio starne alla larga. Ad esempio, in questo momento il dollaro USA ha tassi più alti dell’Euro, ma molti ne ipotizzano, nei prossimi mesi, un indebolimento.

Potremmo continuare descrivendo altre particolari tipologie di obbligazioni, come le convertibili o le zero-coupon, ma preferiamo fermarci qui per non rendere il discorso troppo tecnico. Se un risparmiatore medio metabolizzasse le informazioni che abbiamo dato in questi tre articoli, avrebbe già strumenti più che sufficienti per addentrarsi con razionalità e prudenza nel mercato obbligazionario.

 

Nel prossimo articolo inizieremo invece a occuparci di azioni.

 

 

Fior da fiore: come scegliere le azioni su cui investire

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Abbiamo visto nel precedente articolo come l’evidenza statistica dimostri che, nel lungo periodo, l’investimento in azioni sia quello che meglio riesce a preservare ed accrescere il patrimonio. Anche in relazione al fenomeno della svalutazione monetaria, causato dall’inflazione, i titoli azionari sono quelli che in linea teorica consentono di difendere meglio il valore reale della ricchezza.

Certamente infatti ogni investimento finanziario, in quanto denominato e rappresentato da valori monetari, risente inevitabilmente dell’erosione di valore subita dalla moneta nel tempo, se rapportata al suo potere d’acquisto. In altri termini, se un sistema è soggetto ad inflazione, una determinata quantità di moneta è destinata a perdere valore nel tempo, se non ha meccanismi automatici cosiddetti di indicizzazione che prevedano il recupero dell’inflazione: la quantità di beni e servizi con essa acquistabili si riduce infatti col trascorrere del tempo.

Se in un dato momento con 100 Euro possiamo acquistare 10 unità di un determinato bene e l’inflazione è del 10%, dopo un anno quelle unità costeranno 11 Euro l’una e ne potremo dunque acquistare solo 9. Il nostro capitale si è quindi ridotto di valore dello stesso 10%, in termini di quello specifico bene. Se però avessimo investito in uno strumento finanziario totalmente indicizzato all’inflazione, il nostro capitale sarebbe aumentato a 110 Euro, consentendoci di acquistare la stessa quantità di beni di un anno prima: avremmo cioè mantenuto il suo potere di acquisto, ovvero il suo valore in termini reali.

Se anziché investirlo in uno strumento finanziario, avessimo impiegato il capitale acquistando un bene in grado di mantenere o aumentare il proprio valore reale (tipicamente un metallo prezioso o un immobile), avremmo ottenuto lo stesso effetto. Anzi, probabilmente, avremmo anche guadagnato qualcosa perché in momenti di inflazione il valore delle attività “reali” (intese come alternative a quelle finanziarie) tende ad aumentare più del tasso di inflazione.

Le azioni sono in un certo senso vere e proprie attività reali, in quanto rappresentano quote di aziende, imprese che producono beni e servizi e che, normalmente, riescono a recuperare sui prezzi la svalutazione monetaria. Per questo, nel lungo periodo (quando, come diceva John Maynard Keynes, “siamo tutti morti”), l’investimento in azioni è quello che meglio consente di preservare il valore del patrimonio.

Tutto questo non è, sia chiaro, una legge fisica, ma un fenomeno del tutto ragionevole e lineare in tempi normali, ovvero in assenza di eventi traumatici straordinari. Le azioni restano esposte al rischio di impresa, ovvero alla probabilità che il business non abbia successo o si verifichino situazioni che comportano il fallimento o comunque la diminuzione del suo valore. In tal caso chi ha investito nelle azioni di quell’azienda si trova a subirne il crollo di valore e il patrimonio in essa investito tende a diminuire, se non a sparire del tutto.

Come scegliere dunque le azioni giuste in cui investire, una volta che si è deciso di entrare nel mercato azionario o di incrementarvi l’esposizione?

 

Naturalmente non esistono ricette valide in ogni luogo e in ogni momento, ma alcuni accorgimenti razionali possono aiutarci a fare buone scelte. Una prima, approssimativa ma utile indicazione, può venire dall’esaminare alcuni valori (che possono essere indici, parametri o dati di bilancio) che normalmente sono reperibili sui più diffusi mezzi di informazione, almeno nel caso di società quotate.

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Il primo indice è un rapporto di cui abbiamo spesso parlato in questo blog: il rapporto P/E, ovvero prezzo/utili, che esprime in sintesi in quanti anni il prezzo di un’azione viene ripagato dagli utili aziendali. In questo caso basta dividere il corso del titolo, supponiamo 20 Euro, per l’utile lordo per azione, supponiamo 2 Euro: avremo un P/E pari a 10, il quale indica cioè che il costo sostenuto per acquisire quell’azione viene ripagato con gli utili aziendali in 10 anni.

Normalmente si considerano accettabili P/E inferiori a 20: nel nostro caso, ad esempio, se il prezzo fosse superiore a 40 oppure l’utile per azione fosse inferiore a 1 Euro o una qualunque combinazione dei due dati, quell’azione sarebbe decisamente troppo costosa. Ovviamente 20 non è un numero magico ma un valore statistico di equilibrio, quanto meno come termine di riferimento.

Un altro indice interessante è il rapporto fra prezzo e patrimonio netto tangibile per azione: quando il valore è inferiore all’unità, significa che il mercato non riconosce nel valore dell’azienda neanche il suo patrimonio netto contabile, ovvero non attribuisce alcun valore all’avviamento o ai beni immateriali che essa possiede. Certamente un valore inferiore al patrimonio tangibile evidenzia una situazione in cui il titolo non è sopravvalutato: con ogni probabilità – se l’azienda si trova in una situazione di business normale – quel titolo potrà apprezzarsi e crescere sul mercato. Sul mercato italiano ci sono oggi titoli che esprimono un valore inferiore al 40% del patrimonio netto contabile: si tratta del valore che talvolta viene ottenuto anche nelle procedure fallimentari. Non è detto che siano titoli da acquistare ad occhi chiusi: anzi, se sono così sottovalutati, probabilmente il titolo sconterà qualche debolezza strutturale. Ma può rappresentare un buon segnale per valutare l’investimento.

Al contrario, se il prezzo è un multiplo del patrimonio netto, significa che il mercato attribuisce un forte valore di avviamento all’azienda e molto probabilmente quel titolo sarà troppo costoso. Un buon suggerimento è quello di preferire titoli in cui questo rapporto non sia troppo lontano dall’unità.

Infine, l’ultimo valore che proponiamo è il dividendo unitario atteso o, meglio, il suo rapporto col prezzo di mercato: si tratta del cosiddetto dividend yield, ovvero “rendimento da dividendo”.  Se un’azione è quotata 10 e il dividendo atteso per azione è di 50 centesimi, significa che quel titolo renderà, nell’anno in corso, il 5%, ovviamente al lordo di tasse.

La misura del dividend yield da considerare “giusta” dipende ovviamente dagli obiettivi di rischio-rendimento che  il singolo investitore si propone: generalmente si parte dal tasso cosiddetto risk free, ovvero quello che si ottiene dagli investimenti “senza rischio” (normalmente quelli sui titoli di Stato, anche se sappiamo che in termini assoluti non esistono titoli completamente sicuri) aggiungendovi il “premio al rischio”, ovvero il corrispettivo che riteniamo equo per sostenere lo specifico rischio di impresa della società in cui si vuole impiegare il proprio denaro.

Se, ad esempio, il rendimento lordo dei BTP a 3 anni (scadenza 1/4/2022) è oggi 1,22 e il nostro personale premio al rischio è intorno al 5%, avremmo un obiettivo complessivo per l’investimento in azioni con orizzonte temporale di 3 anni intorno al 6,22%. Considerato che una parte del reddito deriverà dall’apprezzamento del titolo (che reputiamo di poter vendere fra 3 anni a un prezzo superiore a quello di acquisto), potremmo considerare accettabile un dividend yield fra il 3,50 e il 4%.

Poiché il dividendo, ovvero la parte di profitto annuale che viene distribuita agli azionisti, deriva dall’andamento degli affari nell’anno passato (una volta chiuso il bilancio i soci in assemblea decidono come ripartire gli utili), possiamo dire che tutti e tre gli indicatori proposti mettono in relazione l’andamento del titolo con la situazione economica, patrimoniale e reddituale dell’azienda. Danno dunque una buona indicazione di quanto il valore di mercato dell’azione esponga il reale stato di salute dell’azienda.

Se siamo di fronte ad un’azienda che ha un buon andamento economico, fa buoni utili e non è sopravvalutata sul mercato, l’acquisto dei suoi titoli azionari può considerarsi ragionevole e difficilmente ci farà trovare davanti a brutte sorprese, salvo le normali oscillazioni dei mercati (e salvo eventi imponderabili, i cosiddetti “cigni neri”).

In questi casi, come dicevamo nell’articolo della scorsa settimana, basterà non farsi prendere dal panico quando i mercati scendono e prima o poi il valore reale dell’azienda tornerà ad emergere. Quanto meno, intanto, incasseremo i dividendi.

Riepilogando dunque, quando si valuta un titolo azionario pensando di acquistarlo, una buona regola di prudenza per l’investitore non esperto è scegliere un titolo che allo stesso tempo presenti questi indicatori: rapporto P/E inferiore a 20; rapporto prezzo/patrimonio netto tangibile unitario intorno a 1; dividend yeld pari a un ragionevole e soddisfacente tasso di mercato a breve termine (ad esempio intorno al 3,5/4% ai tassi di oggi).

Le regole della prudenza

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Come promesso, questa settimana il blog regala ai suoi lettori un mini-decalogo per evitare di incorrere in perdite disastrose a causa di investimenti finanziari imprudenti. In realtà si tratta di alcune semplici e quasi banali regolette di puro buon senso che troppo spesso vengono trascurate e che invece aiutano ad evitare brutte sorprese.

1) Il primo consiglio da tenere presente è che in finanza, come nella vita, nessuno regala niente. Quando vengono prospettati investimenti portentosi, guadagni sicuri o occasioni della vita, la prima reazione deve essere di sana diffidenza.

A prescindere dalla buona fede di chi fa la proposta, dobbiamo infatti considerare che alla maggiore probabilità di guadagno corrisponde sempre un maggior rischio.

Se infatti ci fosse un titolo o uno strumento che offre un reddito maggiore rispetto al suo profilo di rischio, prima o poi tutti lo comprerebbero col risultato immediato di aumentarne il prezzo e quindi di ridimensionarne il reddito stesso, riportandolo alla situazione di mercato.

E’ vero che ci possono essere momenti in cui le informazioni su un determinato titolo, o sul suo emittente, non hanno ancora un livello di diffusione generalizzato (non parliamo di informazioni riservate, che configurano spesso un vero e proprio reato): in queste fasi può essere effettivamente possibile sfruttare le cosiddette “asimmetrie informative”[1] e avvantaggiarsi della situazione. E’ quello che fanno gli investitori professionali, che spesso dispongono di fonti informative complete e non alla portata di tutti.

Quando ci si trova di fronte a una proposta del genere dunque, è indispensabile approfondire:

  1. Che il reddito sia effettivamente quello indicato (qual è il tasso di interesse? Che periodicità hanno le cedole? Perché l’azione dovrebbe aumentare di valore?), magari facendo direttamente qualche semplice calcolo;
  2. Qual è il reale livello di rischio dell’investimento: si tratta di un dato ben più difficile da verificare, ma spesso basta fare al proponente alcune domande circostanziate anche a rischio di apparire pedanti o ignoranti.

Nessun operatore razionale emette strumenti finanziari che offrono un rendimento superiore a quello che il mercato “prezza” ed è disposto a riconoscere per il suo livello di rischio: sarebbe come se un commerciante vendesse a prezzo ribassato una merce che i suoi clienti sono disposti ad acquistare anche a prezzo più alto. Può darsi che – in virtù del particolare rapporto – egli pratichi uno sconto, ma in tal caso dobbiamo sapere qual è il prezzo effettivo, che sconto pratica e quindi a quale prezzo effettivo vende il prodotto.

Lo stesso può dirsi per gli investimenti finanziari: è possibile che una banca o una finanziaria ci offrano una riduzione di commissioni o costi impliciti per invogliarci all’acquisto o ad aprire un nuovo rapporto. Ma in quel caso dobbiamo chiedere quante sono le commissioni “ordinarie” e come sono applicate, qual è la riduzione che ci viene praticata e come si può ritrovare questo sconto nel calcolo del rendimento.

A questo proposito va infatti sottolineato che spesso i costi di un investimento sono nascosti e non vengono resi espliciti, magari sotto forma di spread applicati sul prezzo o altri stratagemmi a tutto discapito della trasparenza.

Il confronto da fare sarà quindi quello fra il prezzo pieno dello strumento, ovvero il suo rendimento “ordinario”, e quello di strumenti analoghi sul mercato. Se lo sconto è incoerente, sicuramente c’è un fattore di rischio che non riusciamo a percepire. In quel caso, meglio lasciar perdere.

 

2) Seconda regola, anche questa molto semplice: mai investire oltre il 20% del proprio patrimonio in un unico strumento o in un unico emittente.

 

Il ragionamento sottostante è che nessun titolo è privo di rischio, neanche i titoli di Stato o i libretti postali, per cui esiste sempre una probabilità, anche se minima, che un determinato investimento si perda completamente.

Diversificare il nostro portafoglio nella misura consigliata ci consente di poter assorbire, col resto degli investimenti, le perdite che dovessimo subire su un determinato titolo senza subire un tracollo finanziario.

 

3) La terza regola è quella del “double check”, ovvero cercare sempre almeno due fonti di informazione su una determinata ipotesi di investimento: se ci viene proposto da un consulente un certo titolo, dobbiamo chiedere ad altri consulenti o esperti cosa pensano di quel titolo e se ci vedono aspetti di rischio particolari. Oppure ricercare altri articoli, siti, pubblicazioni che ne parlino.

 

Non si deve temere di “scoprire le carte” o rivelare qualcosa di segreto, chiedendo ad altri un giudizio anche su una “dritta” ricevuta. Intanto, come si è detto, le informazioni devono essere necessariamente pubbliche e quindi teoricamente alla portata di tutti[2]; in secondo luogo non ci può essere il timore che, spinti da emulazione, i nostri interlocutori corrano ad acquistare quel titolo facendone lievitare il prezzo. Questo potrebbe succedere solo con grandi volumi di investimenti oppure per titoli che non hanno mercato.

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Nel primo caso, è sicuro che grandi investitori non muovano risorse solo affidandosi al “sentito dire”, tanto meno da chi non è esperto o notoriamente ben informato. Nel secondo caso, se bastano piccole quantità a muovere il prezzo vuol dire che il titolo non è liquido o, come si dice in gergo, è “sottile”. Meglio starne alla larga, allora, perché quando vorremo venderlo troveremo grandi difficoltà.

Queste tre semplici regole, da sole, ci assicurano di non incappare in “titoli spazzatura” e ci garantiscono che, per quanto un investimento si riveli negativo, – e questo è sempre possibile – l’effetto sul nostro patrimonio non sia distruttivo e devastante.

 


[1] Secondo il Dizionario di Economia e Finanza Treccani, l’asimmetria informativa è la condizione che si verifica nel mercato quando uno o più operatori dispongono di informazioni più precise di altri. In generale, interferisce con il buon funzionamento dei mercati, portando a situazioni di sotto utilizzazione delle risorse disponibili. L’a. i., infatti, può indurre l’operatore meglio informato a comportamenti opportunistici, cd. azzardo morale

[2] Il tema è stato trattato in numerosi articoli di questo blog, si veda ad esempio

https://marcoparlangeli.com/2017/07/04/conoscere-la-finanza-un-percorso-per-acquisire-le-conoscenze-di-base/

Le buone azioni: come scegliere i titoli azionari da comprare

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Nelle scorse settimane abbiamo cercato di capire se, dopo i rally degli ultimi mesi, sia ancora il caso di mantenere i propri investimenti in azioni (in particolare italiane), oppure sia meglio realizzare le plusvalenze ed uscire, del tutto o in parte, dal comparto: della serie “prendi i soldi e scappa”.

Non possiamo a questo punto fare a meno di un piccolo moto di autocompiacimento: il primo articolo di warning è uscito su questo blog proprio all’inizio della settimana borsistica che è poi risultata la peggiore degli ultimi anni. Dobbiamo però ribadire che la nostra opinione era, e resta, quella di non uscire dal mercato, ma al massimo di ridimensionare esposizione e rischi, prendendo profitto dove è possibile.

I motivi di tale orientamento sono stati ampiamente illustrati nei due articoli precedenti e non è il caso di ripeterli. Può essere invece utile fare un piccolo passo indietro per rispondere alla domanda: quali sono i titoli azionari su cui investire? Domanda che logicamente si pone su un piano temporale antecedente alla scelta che abbiamo discusso.

Non c’è dubbio infatti che una gestione proficua del portafoglio si costruisce comprando bene: se scegliamo buoni titoli e gestiamo con intelligenza (e un po’ di fortuna) il momento dell’ingresso – il cosiddetto timing – è molto probabile che, anche in caso di crollo generalizzato del mercato azionario, riusciremo a restarne indenni o solo leggermente danneggiati. Salvo che non ci dovessimo trovare nella situazione di dover liquidare in fretta l’investimento, situazione che è sempre da evitare per il risparmiatore accorto attraverso il mantenimento di una congrua riserva di liquidità.

Come scegliere dunque “le buone azioni” nel mare magnum di possibilità di acquisto che i mercati ci presentano?

Vediamo di definire un percorso razionale, dando per scontato che il comparto azionario sia già stato individuato nella nostra asset allocation e che quindi abbiamo già deciso quanto investire in azioni.

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I nostri lettori ricorderanno che l’ultima fase del processo, quella dell’implementazione, consiste nella scelta di quali titoli (o strumenti) acquistare e quando fare l’investimento. Due decisioni che influenzeranno in modo decisivo la performance del nostro portafoglio.

Intanto dobbiamo individuare il settore produttivo e l’area geografica che riteniamo suscettibili delle migliori performance. E questa non può che essere una valutazione sui fondamentali dell’economia, mediata dalle convinzioni personali.

Successivamente, il primo nodo da sciogliere è relativo alla tipologia di strumento: meglio una quota di fondo comune o un ETF[1]oppure meglio cimentarsi nel cherry picking, ovvero nella scelta dei singoli titoli proprio come quando si scelgono le ciliegie migliori?

Nel primo caso si tratta di strumenti più “impersonali” ovvero tendenzialmente svincolati dalle decisioni individuali perché delegati a gestori professionali (nel caso dei fondi comuni) oppure rivolte a strumenti sintetici (indici) che replicano l’andamento indici o parametri.

In entrambi i casi ci sono comunque scelte da fare:

  • Per il fondo quale prodotto, è necessario valutare sulla base del track record del gestore (serie storica dei risultati passati) e dello stile di gestione (più o meno aggressivo, long/short[2], specializzato o meno[3]), nonché sull’eventuale comparto da scegliere;
  • Per l’ETF, sulla base della solidità dell’emittente e delle modalità di costruzione dell’indice (settoriale, generale, long/short, con o senza leva[4])

 

Una volta fatte queste scelte preliminari, tuttavia, possiamo tranquillamente disinteressarci del nostro investimento, salvo verificarne periodicamente l’andamento, avendolo delegato, rispettivamente, a gestori professionisti oppure ad un algoritmo meccanico.

Questo tipo di scelta è consigliabile a chi non ha una conoscenza specifica del mercato azionario e preferisce affidarsi ad esperti oppure alla statistica. A fronte di questa maggiore comodità, e minore rischio, vanno messi in conto i costi commissionali da riconoscere ai gestori o agli emittenti degli ETF, anche se spesso abilmente camuffati e difficili da quantificare.

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La seconda opzione, il cherry picking, è invece più rischiosa e richiede maggiori conoscenze, ma anche indiscutibilmente più divertente.

Di questo parleremo nel prossimo articolo, col quale si concluderà questa breve ma intensa incursione nel variopinto mondo delle borse.

 

 


[1] L’ETF (Exchange traded fund) è una particolare tipologia di fondo di investimento, quotato in Borsa, che ha come obiettivo di rendimento quello di replicare l’indice al quale si riferisce (benchmark) attraverso una gestione totalmente passiva. In altre parole è costituito da un algoritmo la cui quotazione  riflette l’andamento del benchmark: sale quando l’indice sale e viceversa.

[2] L’opzione long/short è quella che consente ad alcuni gestori di puntare sia sul rialzo dei titoli (posizione long) che sul loro ribasso (posizione short). In questo secondo caso lo stile di gestione è più aggressivo e comporta un rischio più elevato, ma dà la possibilità di guadagnare anche nelle fasi di calo dei mercati

[3] Un fondo azionario è specializzato quando investe solo in alcuni settori merceologici o in alcune aree geografiche o in determinate tipologie di imprese (ad esempio piccole e medie)

[4] La leva finanziaria consiste nella possibilità di investire anche risorse prese a prestito, anziché i soli mezzi propri, operando a leva, e quindi ricorrendo al debito, si aumenta la possibilità di ottenere buone performance ma aumenta anche il livello di rischio in quanto con la performance vanno coperti anche gli interessi sul debito

Famolo strano: uno sguardo sugli strumenti più complessi

 

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Concludiamo questa miniserie che abbiamo chiamato “cosa c’è dietro l’angolo” con una rapida incursione nel segmento dei titoli un po’ più inusuali e complessi, per cercare ci capire se può valere la pena aumentare il rischio per ottenere un rendimento maggiore.

Pur essendo forme di impiego ampiamente trattate sui mercati specializzati e molto diffuse, si tratta pur sempre di titoli non adatti a chi non abbia un minimo di conoscenze tecniche e non sia in grado di comprenderne l’effettivo livello di rischiosità.

 

In effetti, come avrebbe detto il protagonista del film di Carlo Verdone: “famolo strano”…

 

Per quanto riguarda gli investimenti in valuta, i lettori di questo blog dovrebbero aver acquisito elementi sufficienti per valutare l’opportunità di tenere impiegata in valuta estera una parte del proprio patrimonio finanziario, tendenzialmente compresa fra un quinto e un sesto.

Stiamo parlando in via principale di titoli obbligazionari, ma anche – per gli investitori più smaliziati – di qualche sporadica incursione nel mondo delle opzioni su valute.

Le obbligazioni in valuta corrispondono infatti tassi di interessi che, per le rispettive valute, sono in genere diversi da quelli in Euro. Ad esempio, un titolo di Stato USA a 10 anni rende oggi intorno al 2,35% mentre un titolo di Stato tedesco di pari scadenza rende lo 0,37%: quasi due punti percentuali di differenza che, su tassi così contenuti, sono davvero tanti.

Naturalmente il titolo in valuta darà luogo a cedole e rimborsi di capitale nella stessa valuta in cui è denominato, per cui se al momento di incassare tali flussi si volesse convertire il ricavo in Euro, il risultato dell’operazione sarà dato, oltre che dal rendimento del titolo, anche dalla differenza fra il cambio all’inizio e alla fine.

Se in questo periodo la valuta in cui abbiamo investito si apprezza rispetto all’Euro, avremo fatto un guadagno ulteriore rispetto alla cedola; se invece si deprezza, il rendimento ne sarà ridotto, fino a configurare una perdita.

Se ad esempio confrontiamo in un anno l’investimento di 10.000 Euro in Bund tedeschi a 10 anni con l’investimento in Treasury Bond americani, supponendo che i tassi di interesse nel periodo non cambino, avremo:

Euro: investiamo 10.000 € oggi e ricaviamo 10.037 Euro a scadenza

Dollari: investiamo (al cambio Euro/Dollaro odierno di 1,18)11.800 $ oggi e ricaviamo 12.077 $ a scadenza.

Se ipotizziamo che il cambio Eur/Usd resti quello odierno, avremo dunque fra un anno € 10.235, cifra ben superiore a quella realizzata investendo in Bund.

Se il dollaro a scadenza fosse invece diminuito a 1,20, i due investimenti sarebbero equivalenti.

Se infine il dollaro diminuisse attestandosi a 1,22, a scadenza avremmo 9.899 Euro e quindi saremmo penalizzati, subendo addirittura una perdita rispetto al capitale iniziale investito. Se invece il cambio dopo un anno vedesse il dollaro rafforzato a 1,16, il nostro capitale diventerebbe 10.411 € ed avremmo fatto dunque un buon affare.

Da questo si capisce come, investendo in valute che hanno tassi superiori all’Euro, possiamo guadagnare se tale valuta cresce o, al massimo, si riduce fino a compensare il differenziale dei tassi: nel nostro caso da 1,18 a 1,20.

Affinché l’investimento in titoli in valuta estera sia redditizio, dovremmo quindi cercare valute che hanno tassi superiori all’Euro ma che soprattutto riteniamo non si possano deprezzare.

Oggi queste condizioni sono presenti, a parte che in relazione al dollaro su cui torneremo fra un attimo, in alcune divise minori dei paesi emergenti quali Brasile, Messico e Sudafrica. In Europa può valere la pena guardare con attenzione sterlina inglese, corona svedese e slotzy polacco anche se i tassi non sono molto diversi da quelli in Euro.

 

Gli analisti per i prossimi mesi si aspettano che il dollaro resti nell’intervallo 1,15-1,20 senza grandi scossoni. Le aspettative di apprezzamento del biglietto verde si sono infrante sugli errori e le indecisioni dell’amministrazione Trump, mentre l’attesa riforma fiscale del sistema americano, sulle quali i rialzisti riponevano grandi aspettative, è andata in gran parte delusa.

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Investire nelle altre valute citate è oggettivamente piuttosto rischioso, sia perché in genere sono molto volatili ed espongono a rischi di notevoli oscillazioni dei cambi, sia perché devono essere trovati emittenti affidabili, in situazioni in cui talvolta anche gli stessi stati sovrani lo sono poco.

Se poi qualcuno dei più esperti volesse cimentarsi in operazioni più ardite, potrebbero essere tentate – cercando però di ridurre al massimo l’impiego di capitale e quindi utilizzando la leva del debito – le opzioni su cambi. Si tratta di un’operatività molto particolare, sulla quale non ci dilunghiamo. Diciamo solo che se dovessimo scommettere oggi, punteremmo qualche fiche sull’apprezzamento della sterlina inglese, delle valute europee sopra ricordate e sul deprezzamento del franco svizzero.

 

Esistono poi strumenti di investimento “alternativi”, anche in questo caso di un certo livello di complessità e rischio. Potrebbe però valere la pena di prenderli in considerazione, anche se per frazioni limitate del proprio portafoglio, perché potrebbero dare un buon contributo alla redditività in tempi di tassi molto magri.

Si tratta delle cosiddette commodities, ovvero le materie prime per le quali esistono mercati regolamentati. Fra tutte le materie scambiate, quelle sulle quali può essere interessante fare una riflessione sono il petrolio e l’oro.

I prossimi mesi, per tutto quello che abbiamo detto anche in questa miniserie, dovrebbero vedere un certo aumento del prezzo del petrolio, che è tornato a crescere dopo un periodo di flessione durante il quale sono state praticamente esaurite le scorte in precedenza accumulate.

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Viceversa, se la situazione dei mercati continua ad essere positiva e il dollaro non si indebolisce, è ragionevole attendersi una certa debolezza nel prezzo dell’oro.

In questa logica, l’investitore più dinamico potrebbe quindi acquistare opzioni call sul petrolio oppure, più semplicemente, titoli il cui valore aumenta al crescere del prezzo, come gli energetici. Parimenti, si potrebbero comprare opzioni put sull’oro oppure attivare una qualunque operazione che possa realizzare lo stesso risultato.

Si tratta tuttavia di operazioni di una certa complessità che richiedono un buon livello di conoscenza della materia e che, dunque, non sono consigliabili agli investitori meno specializzati.

 

Pillole di Finanza: le obbligazioni

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Come i lettori fedeli di questo blog sanno bene, investimenti privi di rischio non esistono in natura, neanche i contanti e neanche i lingotti d’oro, e il processo di investimento di un risparmiatore deve seguire il percorso razionale della asset allocation strategica che abbiamo spiegato nella mini-serie di articoli di qualche mese fa.

Tuttavia si può almeno cercare di minimizzare il rischio di perdite in conto capitale scegliendo, fra i diversi titoli, quelli che offrono il maggior rendimento di partenza per tutto il nostro periodo di investimento, posto che non dobbiamo liquidarli prima della scadenza. E anzi, nel caso che i tassi sul mercato diminuiscano, in questo periodo ci possono dare una plusvalenza. Per questo, evitando titoli complessi quali derivati con minimo garantito, possiamo rivolgerci ai titoli obbligazionari.

Si tratta di strumenti che sembrano complessi, ma che in realtà, se seguiamo alcune semplici regole, possono darci delle buone soddisfazioni senza esporci a rischi eccessivi. Vediamo come.

Intanto si tratta di titoli di debito, ovvero di prestiti che l’investitore concede all’emittente, sia esso un soggetto privato o uno stato sovrano, esattamente come fanno le banche con i loro clienti affidati.

La prima valutazione da fare è quindi sul merito di credito dell’emittente stesso. Per questo esistono le agenzie di rating, organismi privati indipendenti che ad ogni soggetto che chiede capitali sul mercato attribuiscono, in seguito ad un processo di analisi, una valutazione complessiva di affidabilità. Non che queste agenzie siano infallibili o sempre indipendenti, ma certo è che se scegliamo un emittente con rating elevato (in gergo investment grade, ovvero superiore a una determinata soglia) o uno stato sovrano solido, è molto probabile che esso rimborsi regolarmente interessi e capitale, anche perché alla prima insolvenza verrebbe escluso dal mercato, con la conseguenza di non potervi più ricorrere per raccogliere denaro.

Normalmente le obbligazioni pagano una cedola periodica (in genere ogni 6 mesi) a un tasso predeterminato. Se il tasso è fisso, è possibile sapere quanto ci renderà l’investimento fino alla scadenza, semplicemente dividendo il tasso della cedola per il prezzo di acquisto, entrambi in percentuale. Ad esempio, se un titolo è quotato 95 (ovvero si compra pagando 95 ogni 100 di valore nominale) e paga una cedola annuale del 5%, il suo rendimento (detto effettivo lordo) sarà pari al 5,26%. Ciò significa che ogni 100 Euro investite in quel titolo produrranno 5,26 Euro di interessi lordi all’anno.

Sulla differenza fra tasso fisso e variabile torneremo con la prossima pillola, intanto le prime tre regole da porsi per chi abbia la certezza di non dover vendere il titolo prima della scadenza sono:

  • Scegliere l’obbligazione di un emittente che possiamo ragionevolmente considerare solido;
  • Scegliere un titolo che abbia una scadenza residua pari o inferiore al nostro periodo di investimento;
  • Orientarsi su titoli quotati sotto la pari, ovvero fino a 100.

 

Se seguiamo queste semplici regole, l’investimento non dovrebbe riservarci brutte sorprese, anzi, se la sua quotazione dovesse salire durante il periodo in cui è nel nostro portafoglio (ad esempio se il titolo di cui sopra arrivasse a 98) potremmo anche decidere di venderlo facendo un guadagno in conto capitale.

Pillole di Finanza: le buone azioni

È vero che le azioni sono molto più rischiose delle obbligazioni? E cosa bisogna guardare se decidiamo di comprarle? Questo l’argomento che iniziamo a trattare nella pillola di oggi.

Il primo punto ha una risposta abbastanza semplice: sí, le azioni sono rischiose, e normalmente incorporano un rischio maggiore rispetto alle obbligazioni dello stesso emittente.

Questo é vero in via del tutto generale, ma non significa che le obbligazioni siano prive di rischio. Anzi, oggi si tende a ridimensionare il rischio  equity (cioè connesso con strumenti di capitale, e quindi con le azioni) rispetto al rischio debito (cioè quello incorporato in strumenti di debito, tipicamente le obbligazioni).

Negli ultimi tempi i mercati obbligazionari si sono dimostrati molto volatili, sia a causa dei tassi che dell’affidabilità degli emittenti. E inoltre, essendo mercati più “sottili” (ovvero con relativamente pochi quantitativi trattati), bastano pochi ordini in acquisto o vendita per provocare notevoli oscillazioni dei prezzi.

Sul punto torneremo in modo più approfondito in una delle prossime pillole, ora concentriamoci sulle azioni.

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Le azioni sono le parti ideali in cui é suddiviso il capitale sociale di un’azienda. Chi ne é proprietario, é quindi, proporzionalmente, proprietario dell’azienda. La proprietà consente di esercitare due tipi di diritti: diritti societari e diritti patrimoniali. I primi riguardano la possibilità di prendere parte alle assemblee societarie (per l’ammissione alle quali é infatti richiesto un biglietto che viene rilasciato a chi dimostri il possesso delle azioni); i secondi il diritto a ricevere pro-quota i dividendi deliberati, il diritto a esercitare l’opzione in caso di aumenti di capitale e il diritto al riparto pro-quota del netto residuo in caso di liquidazione.

In pratica, ciò che interessa gli investitori, sono solo due aspetti:

  • il dividendo;
  • la possibilità di negoziare il titolo sul mercato quando vogliamo venderlo.

Questi due aspetti sono in realtà correlati e discendono (a parte fenomeni speculativi o politiche di bilancio anomale) dalla circostanza che la società emittente realizzi buoni risultati economici nella sua attività produttiva.

Infatti, se la società é redditizia, avrà bilanci in utile che consentiranno di distribuire dividendi (al netto della parte di utile accantonata per rafforzare il capitale). E inoltre, siccome il prezzo delle azioni (in un mercato perfetto) rappresenta il valore attuale dei flussi di reddito futuri (ovvero il valore ad oggi del totale dei dividendi che verranno distribuiti negli anni a venire), tanto migliori sono le prospettive aziendali tanto maggiori saranno gli utili attesi e quindi il suo prezzo. Se il prezzo sale, significa che molti investitori vogliono comprare quel titolo, e allora chi lo possiede potrà venderlo realizzando un guadagno.

Se il prezzo invece scende, non necessariamente si dovrà subire la perdita per cassa: se riteniamo che la diminuzione sia temporanea, possiamo mantenere il titolo in portafoglio nella speranza o nell’aspettativa che torni a crescere e la perdita non si verifichi.

Quindi, per rispondere alla prima domanda, il rischio connesso a un investimento in azioni si concretizza nella possibilità di non ricevere i dividendi e nella eventualità che il valore di mercato del titolo si riduca, fino al l’impossibilità di vendere le azioni quando la società si trova in default (ovvero in stato fallimentare, nell’impossibilità di onorare le proprie obbligazioni).

Il primo suggerimento, elementare, é dunque quello di investire in società solide, con buone prospettive di reddito e di sviluppo, e in settori produttivi in crescita.

 

Vedremo nella prossima pillola quali sono gli indicatori da valutare nelle decisioni di acquisto di azioni.

 

Pillole di Finanza: l’investimento in dollari

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In un buon portafoglio di una certa consistenza (diciamo dai 50.000 € in su) é buona norma, in via generale, che sia presente una componente, dal 10 al 20%, investita in valuta estera, anche per chi é “euro based”, ovvero utilizza per i propri movimenti finanziari solo Euro.

Si tratta di una prima diversificazione del rischio, destinata a compensare un sempre possibile deprezzamento della moneta comunitaria sul mercato delle valute. Se questo succede, ad esempio se l’euro si deprezza rispetto al dollaro, il relativo cambio passa in un anno, mettiamo, da 1,15 a 1,07 (più o meno l’intervallo entro cui il biglietto verde si è mosso nell’ultimo anno). Ciò significa che abbiamo investito 10.000€ ricavando 11.500$ e che ora quegli stessi dollari valgono 10.748€.

Il rafforzamento del dollaro ci ha fatto guadagnare (al netto della differenza fra i tassi di interesse delle due divise che, per semplicità, non consideriamo) il 7,48%, decisamente non male. Ovviamente se nello stesso periodo il cambio fosse sceso a 1,25, quegli stessi dollari varrebbero solo 9.200€, facendoci perdere l’8%.

Ma perché dovremmo esporci a questo rischio di perdita?

In realtà il valore di partenza (1,15) era effettivamente basso rispetto alla media degli andamenti di un anno fa, ed era facile prevedere che sarebbe aumentato dato che l’economia USA stava marciando bene e si attendeva un aumento dei tassi. Ma una quota di portafoglio in dollari é una sorta di mini-assicurazione sul peggioramento (almeno relativo) della nostra economia.

Se questo succede, dovremmo pagare di più le nostre importazioni denominate in dollari (fra le quali quella del petrolio), i nostri iPhones e pure tutti i prodotti a basso costo che compriamo dai cinesi e paghiamo sempre in dollari.

In tal caso, passeremmo al l’incasso la nostra polizza (vendendo i dollari) e saremmo compensati per i maggiori probabili oneri.

Se nonostante tutte le previsioni, il dollaro si fosse invece indebolito, purché resti sempre in un intervallo “fisiologico”, potremmo evitare di vendere e tenerci la divisa in attesa di un miglioramento, è sempre nel presupposto di non dover liquidare per forza l’investimento (perché ad esempio dobbiamo comprare la macchina o rifare il tetto alla casa).

Comprare dollari non vuol dire andare in cassa valute della banca e acquistare le banconote verdi col ritratto di Washington e la scritta “in God we trust”, ma passare un ordine di vendita per un’obbligazione denominata in $.

Se scegliamo un emittente affidabile, una scadenza uguale al nostro periodo di investimento (diciamo due o tre anni) e un titolo che quota sotto la pari (ovvero meno di 100), avremo la ragionevole aspettativa di incassare 100 $ per ogni 100 di valore nominale a scadenza e quindi guadagnare la differenza, oltre che la cedola che viene pagata periodicamente, che é in genere superiore a quelle in Euro.

In merito alla quotazione, lo abbiamo  già spiegato in uno dei precedenti articoli, ma lo ripetiamo. I titoli obbligazionari sono quotati con base 100 di valore nominale. Ciò vuol dire che ogni titolo espone il valore che verrà rimborsato alla scadenza.. Il mercato valuta quel titolo essenzialmente in funzione del tasso di interesse che riconosce al sottoscrittore (la cedola) rispetto a quelli correnti per pari scadenza e della affidabilità dell’emittente. Se un titolo quota ad esempio 90, significa che per ogni tranche acquistata, supponiamo un nominale di 100.000 $, sul mercato pagheremo il 90% del suo valore nominale, nel nostro caso 90.000 $ e a scadenza riceveremo in rimborso i 100.000$ di valore del debito, oltre alle cedole via via previste. Se invece vendessimo quel titolo prima della scadenza supponiamo a 95, incasseremmo dalla vendita 95.000$ e avremo 5.000$ di guadagno in conto capitale (capital gain). Se però dovessimo vendere a 80, subiremmo una perdita in conto capitale di 10.000$.

Se a scadenza il dollaro é aumentato rispetto al cambio di acquisto, potremmo vendere i dollari e sommare al reddito conseguito l’utile su cambi. Se fosse invece diminuito, ma si trovasse ancora all’interno del nostro intervallo “fisiologico”, potremmo incassare i dollari e, senza cambiarli (ma tenendoli depositati in un conto valutario) e attendere l’occasione buona per comprare un altro buon titolo.

 

Una nuova rubrica settimanale

 

Da oggi marcoparlangeli.com  BEST IS YET TO COME, il blog che avete apprezzato e seguito in questi primi mesi, si arricchisce di una nuova rubrica settimanale: PILLOLE DI FINANZA.

Ogni venerdì cercheremo di trattare, in modo sintetico ma speriamo ancora chiaro e comprensibile, un argomento – fra quelli che hanno animato la settimana trascorsa – inerente la finanza, e in particolare, la gestione di portafoglio da parte di un operatore privato.

Il nostro target é dunque rappresentato dalle famiglie e dagli investitori che non svolgono questa attività in modo professionale, ma desiderano impiegare consapevolmente ed in maniera efficiente le proprie risorse, evitando per quanto possibile di incorrere in brutte sorprese senza per questo rinunciare ad una allocazione ottimale.

Naturalmente si tratterà di analizzare l’aspetto in questione, e mai di dare consigli di acquisto o vendita anche perché, come ben sa chi ha seguito questo blog, l’approccio che suggerisco é di tipo sistemico e non improvvisato. Si deve partire da un esame approfondito e dettagliato della propria situazione patrimoniale esistente, dei propri redditi attesi e degli impegni di spesa, e attraverso la considerazione della propria propensione al rischio e dei trend di sistema e di mercato, definire gli obiettivi strategici o di medio periodo.

Si giunge così a costruire la propria “asset allocation strategica”, all’interno della quale ci muoveremo – con la gestione tattica – per la relativa implementazione e per le correzioni di breve periodo.

Il lettore tipico, che potrà trarre il massimo profitto dalle indicazioni del blog, é quindi un soggetto razionale, non certo uno speculatore o un trader, che vuole gradualmente entrare in questo mondo all’apparenza ostico e divenire sempre più consapevole delle proprie scelte.

Non vuole essere, e non sarà, una guida al “fai da te”, perché crediamo che il supporto di specialisti e consulenti esperti e sicuramente indipendenti sia indispensabile anche per un corretto percorso di crescita individuale.

Uno stesso titolo può essere infatti adeguato per un certo portafoglio e non adeguato per un altro: non avrebbe senso, secondo noi, consigliare di venderlo o comprarlo senza conoscere tutte le altre informazioni soggettive che riteniamo indispensabili.

Indicazioni più concrete e dettagliate potranno essere date su specifica richiesta al di fuori del blog, e sempre sulla base di una conoscenza più approfondita dell’investitore.

É parimenti ovvio che si tratterà sempre di opinioni e interpretazioni personali, oltre che di conoscenze oggettive messe a disposizione del lettore, e come tali sempre soggette a errore. La finanza ha infatti sempre per oggetto eventi futuri e, non avendo poteri divinatori (ahimè…) ci dobbiamo limitare ad una valutazione probabilistica che parte dall’osservazione degli eventi, dall’esperienza e dalla statistica.

Inoltre ogni scelta di investimento, lo abbiamo detto e ripetuto più volte, é soggetta a una serie di rischi che possono essere sicuramente conosciuti, affrontati e limitati ma mai eliminati. Ogni decisione (comprare, non comprare, vendere, non vendere) comporta infatti la possibilità di perdere denaro (o guadagnarne di meno) e di questo dobbiamo avere consapevolezza. Neanche la scelta di tenere i contanti sotto il materasso é priva di rischio: possono essere rubati, distrutti da un’inondazione o andare fuori corso, o semplicemente l’inflazione può minarne il potere d’acquisto.

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Chi ha avuto la pazienza di seguire il blog, ha trovato, a partire dal 13 settembre (“La scelta degli investimenti”) ogni martedì, e fino a martedì prossimo 22 novembre (quando parleremo di fiscalità) una serie di articoli che possono costituire una vera e propria mini guida per l’investimento consapevole da parte delle famiglie, con esempi concreti e situazioni concrete. Abbiamo cercato di trasferire, con linguaggio il più comprensibile possibile, i fondamentali della scelta ottimale di portafoglio.

I più esperti potranno trovare il tutto elementare, ma possiamo assicurare che i concetti anche più complessi rispettano le indicazioni fornite. A questo punto, riteniamo che il nostro lettore-modello sia  pronto ad avventurarsi sul mercato.

Il blog proseguirà a presentare, ogni martedì, gli altri argomenti di cui ci siamo occupati dall’inizio: gestione aziendale, start-up, piccole e medie imprese, organizzazioni non-profit, asset management in generale. La finanza per portafogli semplici di investitori comuni verrà invece prevalentemente trattata in questo spazio settimanale, che ci auguriamo sia gradito ai lettori come lo é stato il blog dall’inizio (abbiamo avuto quasi 4.000 visite, un risultato sicuramente lusinghiero).

 


 

Iniziamo dunque questo nuovo spazio parlando dell’investimento in valuta, e in particolare del dollaro. Insieme alla “pillola di finanza” cercheremo di rispondere, nella sezione Q&A, ad alcune domande sull’argomento che ci perverranno, ovviamente se di interesse generale. Invitiamo i lettori a inviare eventuali domande tramite la finestra dei commenti sul sito oppure all’indirizzo mail marco@marcoparlangeli.com