I corni del dilemma: le buone azioni di fine anno

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Come abbiamo visto la scorsa settimana, il mercato azionario italiano è cresciuto di quasi il 30% dall’inizio dell’anno, sulla scia del forte trend rialzista che ormai da molto tempo sta interessando il mercato USA. I vecchi operatori dei borsini (i locali delle banche dove si seguivano in diretta le contrattazioni) erano soliti affermare che il trend è tuo amico (trend is your friend) e, in casi come questo, si facevano portare volentieri dalla corrente per partecipare alla festa e mettere fieno in cascina.

Tuttavia fra le tante incertezze che ci circondano, una certezza possiamo averla: prima o poi la pacchia finisce e l’investitore prudente deve evitare di trovarsi a quel momento con il portafoglio totalmente investito, per non essere travolto dall’inversione di tendenza che molto probabilmente sarà intensa e repentina. Inoltre è altrettanto probabile che il prossimo anno, in cui ci saranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, i mercati vedranno una grande instabilità legata ai possibili esiti dell’importante tornata elettorale, per cui non è da ritenere verosimile che il rally possa continuare, almeno a questi ritmi, oltre la metà del 2020.

E’ chiaro che 6/8 mesi sono comunque molti nell’ottica di un investitore e che la gestione sbagliata di questo periodo può fare molto male sia – nella migliore delle ipotesi – come opportunità di guadagno non sfruttate sia soprattutto se rischiasse di essere travolto dal crollo prossimo venturo.

Infatti una serie di fattori, molto importanti, possono influenzare in modo significativo l’andamento dei mercati e comunque sono portatori di instabilità: dall’ingresso nell’agone del nuovo Presidente della BCE Christine Lagarde dopo l’era di Mario Draghi, all’evoluzione della lunga diatriba sui dazi commerciali fra USA e Cina; dall’ancora incerto sviluppo della Brexit (che ha da tempo compiuto i tre anni) alla capacità di tenuta del governo italiano per tutta la legislatura.

Riuscirà il governatore della Federal Reserve americana a resistere alle pressioni sempre più forti del Presidente uscente Trump per far diminuire i tassi?  E come si presenteranno le trimestrali delle società quotate nel nostro paese in una fase congiunturale di netto rallentamento? Piazza Affari avrà ancora benzina nel serbatoio per correre dopo un aumento del 30% in dieci mesi?

Considerando che mancano circa 5 settimane di mercati aperti da qui alla fine dell’anno e che in questo periodo molti operatori e gestori faranno di tutto per tenere i prezzi al massimo livello possibile al fine di presentare bilanci positivi e incassare i bonus legati alle performance, è ragionevole ritenere che l’attesa inversione di tendenza almeno fino all’anno nuovo non debba verificarsi.

Naturalmente si tratta di un’impostazione di breve o brevissimo periodo, di natura esclusivamente speculativa e finalizzata a lucrare, in chiave tattica, redditi aggiuntivi rispetto a quelli definiti come obiettivi di rendimento del portafoglio. E’ un classico punto di vista da trader, più che dell’investitore: chi ha comunque investito sulla base di una strategia ben precisa (individuando correttamente la propria asset allocation) e di una valutazione sulla gestione economica delle aziende quotate, potrà tranquillamente continuare su questa strada, non facendosi prendere ora dalla frenesia di partecipare al banchetto o, al momento del crollo, dalla depressione che arriverà.

Nella logica dell’investitore entrare ora su un titolo è invece abbastanza difficile, perché i prezzi, in rapporto agli utili societari, sono in genere molto alti, anche se continuano a crescere. Il consiglio è quindi quello di portare a casa, se possibile, le plusvalenze teoriche emerse. In tal caso, è vero che non si guadagnerà più se il corso dell’azione dovesse aumentare ancora, ma è anche vero che in caso di crollo improvviso ci saremmo cautelati. Se e quando il crollo avverrà, mantenendo comunque la fiducia in quel particolare titolo, potremmo ricomprarlo a un prezzo più basso e ci ritroveremmo nella stessa situazione di partenza ma con un bell’utile in saccoccia.

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Dal punto di vista del trader, invece, si potrebbe pensare a incursioni rapide su alcuni titoli particolari al momento in cui i prezzi dovessero scendere del 2 o 3 per cento in una singola giornata oppure oltre un certo livello soglia, per poi rivendere al rimbalzo successivo, quando si arrivi a una plusvalenza ritenuta accettabile. In questo caso si deve costruire un elenco (la cosiddetta watchlist), di titoli graditi, da monitorare giorno per giorno. Il concetto dovrebbe essere quello che, se anche nel breve termine non si riesce a chiudere quella operazione e il titolo continuasse a scendere, avremmo sempre effettuato un investimento che ha senso; al limite incasseremmo i dividendi al prossimo stacco.

Va in ogni caso tenuto presente qual è il livello di rischio che si intende correre, ovvero il limite massimo di perdita ritenuto sostenibile, per poi uscire anche in stop loss se le cose dovessero mettersi male.

Viceversa, estremamente rischioso è impostare una strategia short su alcuni titoli o sugli indici di borsa, ovvero vendere allo scoperto e a termine al fine di lucrare sul crollo che si prevede alle porte. Questa strategia è molto pericolosa, ed espone a perdite potenzialmente illimitate se invece il mercato continua a crescere, tanto più se si utilizza la leva finanziaria che amplifica, come noto, sia i guadagni che le perdite.

Un’altra ipotesi operativa da prendere in considerazione può essere quella degli strumenti derivati. Se vogliamo sterilizzare gli utili teorici fino a questo momento emersi senza tuttavia vendere i titoli, potremmo acquistare un certificato (i cosiddetti ETC o ETF) il cui valore aumenta al diminuire dell’indice di borsa, o dell’andamento di un particolare titolo. Si tratta di titoli che utilizzano una determinata leva finanziaria e il cui costo di acquisto può essere considerato una sorta di premio assicurativo. Con opportuni calcoli, è possibile determinare quale ammontare del certificato sottoscrivere a fronte di un determinato utile da plusvalenza che si vuole congelare. Da quel momento in avanti, se i calcoli sono corretti, qualunque cosa succeda il nostro utile teorico non sarà più in discussione; ovviamente però si rinuncerà a eventuali ulteriori guadagni se i nostri titoli dovessero continuare a crescere.

In sostanza, se il mercato crescerà si guadagnerà con il portafoglio, ma si perderà sul derivato; se invece si verificherà il temuto crollo, il derivato si apprezzerà nella stessa misura della minusvalenza sui titoli.

Pur essendo una soluzione interessante, si tratta tuttavia di strumenti che richiedono un certo grado di conoscenza teorica e un’attitudine ad operare sui mercati, per cui sono più adatti a investitori esperti. E inoltre si tratta di strumenti caratterizzati da una certa opacità, specie in merito ai costi caricati da chi li produce e da chi li commercializza. Sono loro che, in ultima analisi, guadagnano con ogni situazione di mercato.

 

 

 

 

 

 

 

 

Lascia o Raddoppia: seguire il trend o ritirarsi con ordine?

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Ancora poche settimane di mercato aperto e anche questo 2019 passerà in archivio. L’interesse degli investitori è ovviamente concentrato su quello che potrà succedere nei prossimi giorni, per cercare di capire quali possono essere le decisioni più efficaci sul portafoglio. Per poter fare questo, è tuttavia necessario analizzare prima quello che è successo in passato, in particolare nell’ultimo anno, per molti aspetti piuttosto singolare.

Dopo il disastro generalizzato che ha interessato praticamente tutti gli asset (ovvero gli strumenti finanziari disponibili per l’investimento) nella seconda metà dello scorso anno, ad esclusione dell’azionario USA, il 2019 è partito subito bene e già dopo i primi tre o quattro mesi molti investitori erano riusciti a recuperare buona parte delle perdite subite l’anno precedente. Il mercato azionario italiano, in particolare, ha intrapreso un sentiero di forte crescita dei volumi, ma anche l’obbligazionario ha performato piuttosto bene, grazie soprattutto alle politiche espansive delle banche centrali, sia quella europea che quelle americana e britannica.

Le banche centrali, contrariamente alle attese, hanno proseguito le politiche monetarie tese a favorire la crescita economica e quindi finalizzate a mantenere bassi i tassi di interesse. Quando i tassi sono bassi, infatti, le imprese dovrebbero trovare più conveniente investire e le famiglie indebitarsi per fare acquisti di beni durevoli, e per tale via stimolare la domanda e la produzione.

In realtà sappiamo bene che non è sempre così perché, oltre determinati livelli, il reddito non risponde più agli stimoli monetari, configurandosi la cosiddetta trappola della liquidità: nonostante i tassi estremamente contenuti (abbiamo visto che in questo periodo sono anche negativi), le imprese non chiedono nuovi prestiti perché comunque non hanno sufficiente domanda dai loro clienti per poter vendere i nuovi maggiori prodotti. In questi casi gli economisti – con una metafora efficace – dicono che “il cavallo non beve” e per far crescere l’economia sono necessari stimoli più forti, quali la politica fiscale e quella di bilancio pubblico.

La politica monetaria espansiva è basata sul principio dell’aumento di liquidità, ovvero dell’incremento della quantità di moneta in circolazione. Con più moneta che circola nel sistema, aumenta la domanda di strumenti finanziari, in primo luogo azioni ed obbligazioni, ed è questo il motivo per cui il mercato azionario, nell’anno che ormai volge al termine, ha visto crescere i propri prezzi.

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Anche nel mercato obbligazionario crescono i prezzi dei titoli e questo determina la riduzione dei tassi di interesse. Esiste una relazione algebrica di proporzionalità inversa fra prezzo di un titolo obbligazionario e tasso di interesse; senza voler entrare nel dettaglio tecnico, è comunque intuibile che se molti investitori chiedono di acquistare un titolo obbligazionario, chi lo emette può ridurre il tasso di rendimento che deve pagare; se si tratta di un titolo a tasso fisso, in cui la cedola non cambia, l’aggiustamento avviene proprio attraverso il prezzo in maniera pressoché automatica.

Un esempio renderà chiaro il concetto. Supponiamo di avere un titolo che, al prezzo iniziale di 100, paga una cedola annuale del 5%. Se i tassi di mercato diminuiscono, supponiamo di mezzo punto percentuale, questo titolo diventerà molto appetibile sul mercato perché offre una cedola superiore a quelle correnti nella nuova situazione. Aumentando la domanda di quel titolo, ne aumenterà anche il prezzo che tenderà ad andare a 111, in modo tale che la sua cedola (5 Euro) rispetto a 111, esprima un rendimento intorno a 4,50%, nuovo livello di mercato.

I mercati hanno beneficiato, nel corso di quest’anno, dell’abbondante liquidità presente sul mercato ed hano consentito a chi deteneva i titoli di realizzare buoni risultati. La questione che si pone ora è quindi: che fare? Converrà tenere ancora i titoli, e al limite acquistarne altri, contando sulla continuazione del trend; oppure approfittare del rally del 2019 per portare a casa i guadagni e mantenersi liquidi in attesa della temuta inversione dei mercati?

Il problema è quindi molto semplice, ma la soluzione tutt’altro che scontata: quando finirà la pacchia? Perchè è certo che prima o poi il ciclo si invertrà; si tratta solo di vedere quando e in che modo. Ben pochi avevano previsto una crescita ininterrotta del nostro mercato azionario (+ 27% da inizio anno) e chi, ad esempio, ne fosse uscito dopo soli due o tre mesi, si sarebbe perso tutto l’incremento con le relative opportunità.

Se i pessimisti avessero però avuto ragione (e ovviamente nessuno può avere risposte sicure prima), avrebbero potuto ricomprarsi gli stessi titoli a prezzi notevolmente ribassati e lucrare una consistente plusvalenza oppure, alternativamente, si sarebbero risparmiati perdite sanguinose.

Vista così, potrebbe sembrare una situazione di scommessa o gioco d’azzardo, e per molti aspetti effettivamente lo è. Tuttavia, esistono diverse possibilità per limitare i rischi e nello stesso tempo non rinunciare a qualche beneficio, tenendo sempre presente il trade-off rischio-rendimento, ovvero la circostanza che per guadagnare di più occorre assumere rischi maggiori. Purtroppo non esistono in finanza (e non solo) strumenti in grado di realizzare entrambi gli obiettivi.

 

Lo vedremo meglio nel prossimo articolo.

 

 

Non solo TAV

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La recente vicenda della TAV, incentrata sull’opportunità o meno di realizzare la rete ferroviaria ad alta velocità nel tratto Torino – Lione, è stata una delle cause della caduta del “governo del cambiamento” in Italia ed ha da tempo assunto un rilievo importante del dibattito politico nazionale, condizionata anche dalla vivace e a tratti violenta protesta degli ambientalisti.

Questi ultimi, sostenuti dal partito di maggioranza relativa della coalizione governativa, si oppongono alla realizzazione dell’infrastruttura che, a loro avviso, danneggerebbe in modo irreversibile l’ecosistema della Val di Susa. I favorevoli, fra i quali l’altro partito al potere, ritengono invece che si tratti di un’opera che migliora le comunicazioni del paese, inserendolo nel circuito che collega in modo rapido ed efficiente le maggiori e più sviluppate aree europee; ed è inoltre un modo per rilanciare gli investimenti pubblici e, per questa via, la crescita economica.

Il governo, dopo aver commissionato un’indagine costi-benefici sul progetto (dalla quale emergeva peraltro la non convenienza a procedere nell’opera), ha ritenuto che sarebbero stati maggiori i costi per abbandonare il progetto – già avviato da tempo – che non quelli per completarlo e si è schierato per il sì nel Consiglio dei Ministri che ha preceduto la crisi di governo.

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A parte la questione specifica della TAV, che ha avuto fra l’altro il merito di contribuire a porre fine alla sconclusionata e dannosa coalizione al potere, quello che colpisce nella vicenda è l’errato approccio di metodo al problema degli investimenti pubblici. Se avessimo basato in passato le valutazioni di questo tipo solo ai risultati di analisi costi-benefici, oggi saremmo un paese ancora più arretrato e senza infrastrutture. Non ci sarebbe stato il miracolo economico degli anni Sessanta, non avremmo una rete autostradale né un sistema di trasporti e comunicazioni, né aeroporti e neanche ospedali o scuole. Sarebbero stati realizzati solo i progetti di investimento profittevoli, e questo avrebbero potuto benissimo farlo i privati, senza necessità di far intervenire lo Stato.

Se l’obiettivo fosse quello di risparmiare risorse pubbliche, basterebbe non fare niente per raggiungerlo. Se l’obiettivo fosse quello di conseguire il profitto, si dovrebbero imporre canoni di concessione e tariffe talmente elevati da poter coprire tutti i costi dell’opera pubblica, ma questo renderebbe non economico utilizzarla e certamente il paese non crescerebbe mai.

Che ci debba essere attenzione alla spesa, senza sprechi e ricercando la massima efficacia nell’utilizzo delle risorse, è fuor di dubbio. Come pure è altrettanto certo che debbano essere valutati i benefici economici diretti di ogni opera pubblica e il periodo di tempo entro il quale il costo dell’investimento verrà recuperato (il cosiddetto break-even point), se non altro per avere un’idea dell’effetto dell’opera sui conti pubblici. Ma escludere a priori la realizzazione di infrastrutture sulla base di un mero ragionamento contabile è un errore di metodo che rivela la totale mancanza di visione strategica e di un’idea di sviluppo.

C’è un interessante ramo della macroeconomia definito “economia del benessere”, teorizzato da grandi studiosi del passato quali Walras e Pareto e reso sistematico nel trattato “The economics of welfare” dall’inglese Arthur Cecil Pigou nel 1932, che si occupa fra l’altro di valutazioni orientate alle politiche pubbliche per stimarne gli effetti sul benessere della collettività[1].

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Quando si valutano le politiche economiche è necessario tenere conto anche degli effetti indiretti sul benessere della collettività, le cosiddette esternalità[2], che possono essere positive o negative e che non si prestano per loro natura a misurazioni esatte.

Classico esempio di esternalità negativa è quello di uno stabilimento industriale che diffonde nell’ambiente rumori o odori molesti che, non avendo alcun costo per l’azienda, tuttavia provocano negatività e peggioramento complessivo del benessere nella collettività. Se questi costi fossero misurabili, e addebitabili in qualche modo all’azienda, le valutazioni di convenienza dello stabilimento sarebbero drasticamente diverse.

Lo stesso, al contrario, nel caso di esternalità positive, come quelle di cui ci occupiamo in questo articolo. Possiamo fare, a questo proposito, l’esempio del tunnel di Moena. Questa splendida cittadina alpina era attraversata dalla strada statale dolomitica che intasava il delicato equilibrio del centro storico passando proprio in mezzo alla piazza principale. Qualche anno fa è stato costruito un tunnel che ha deviato tutto il traffico dal centro, liberando così la città dall’assedio delle auto. Il tunnel (scavato all’interno della montagna) è stato sicuramente molto costoso anche se non molto lungo, ed è indubitabile che il benessere dei cittadini e dei turisti è molto migliorato.

Siccome è gratuito, se la realizzazione fosse stata sottoposta all’esame costi-benefici certamente non sarebbe mai stato fatto.  Eppure l’economia della comunità certamente ne ha avuto un impatto positivo, ancorché non misurabile: in primo luogo i lavori per il tunnel, con gli investimenti necessari e i salari pagati, hanno incrementato il Pil della zona. Ma soprattutto i turisti vengono più volentieri, spendono di più, si fermano più a lungo nei tavolini di bar e ristoranti della piazza, non più immersi negli scarichi inquinanti, ma liberi per godersi con calma il paesaggio.

Identiche considerazioni potremmo fare per quasi tutte le opere di infrastrutturazione di un paese, in cui è necessario che la politica vera, quella che ha a cuore le condizioni di vita e lo sviluppo delle comunità, non ragioni in modo ottusamente ragionieristico, ma si faccia carico di progetti a lungo termine che migliorino il benessere delle generazioni attuali e soprattutto di quelle future.

 


[1] Dal sito dell’Enciclopedia Treccani:    www.treccani.it/enciclopedia/economia-del-benessere/

[2] In economia, gli effetti (detti anche effetti esterni o economia esterna) che l’attività di un’unità economica (individuo, impresa ecc.) esercita, al di fuori delle transazioni di mercato, sulla produzione o sul benessere di altre unità, cfr: http://www.treccani.it/enciclopedia/esternalita/

Che fare in tempi di turbolenza?

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Abbiamo visto nel precedente articolo come i mercati siano oggi molto spesso in balìa di esternazioni, più o meno pertinenti, da parte di esponenti politici o rappresentanti di organismi istituzionali, con il risultato di amplificare oltre misura le oscillazioni dei prezzi, già di per sé soggette a grande instabilità.

Cosa può fare in questi casi un risparmiatore per tutelare i suoi investimenti? Dare consigli non è certo facile, ma possiamo provare a fornire qualche raccomandazione di buon senso.

La prima raccomandazione è quella di comprare bene, ovvero scegliere titoli emessi da soggetti affidabili, siano essi stati sovrani o società private, di cui si abbia una corretta percezione del rischio. Nel caso di azioni, o di titoli obbligazionari corporate – ovvero emessi da grandi imprese private – occorre farsi un’idea di quello che può essere un valore corretto del titolo, il cosiddetto target price[1], e – una volta definita una strategia globale del portafoglio – comprarlo quando il prezzo di mercato è inferiore a tale valore. Meglio sempre non aver fretta e non fare forzature; meglio non comprare che comprare male.

Se poi il mercato scende , la prima cosa da chiedersi è se si tratta di fibrillazione momentanea – dovuta alle improvvide dichiarazioni di qualcuno – oppure se è l’inizio di una vera e propria crisi. La risposta non è facile, ma da essa dipende la strategia che l’investitore razionale deve mettere in atto.

Se si tratta di un calo contingente e dovuto alla volatilità del momento, conviene tenere i titoli in portafoglio, e anzi incrementare l’investimento approfittando del momentaneo calo di prezzo. Se invece si tratta dell’inizio di un prolungato e strutturale periodo di crolli, meglio vendere subito finché si è in tempo, limitando le perdite.

Come si vede, l’instabilità provoca una situazione di forte rischio: sbagliando diagnosi si può andare incontro a veri e propri disastri; e in un tempo come l’attuale in cui i mercati si muovono anche del 5/6% in una settimana, il rischio di fare valutazioni errate aumenta.

Nella fase attuale gli analisti più autorevoli sostengono che non ci sono i presupposti per l’inizio di un crollo in larga scala e generalizzato come avvenne nel 2007.  Le ragioni di questa valutazione stanno soprattutto nella grande liquidità che c’è oggi nel sistema, nell’atteggiamento delle banche centrali, pronte ad utilizzare tutti gli strumenti disponibili (whatever it takes, tutto quello che è necessario, come disse tempo fa Mario Draghi) per sostenere le economie e i mercati, nell’andamento tutto sommato ancora positivo del sistema USA e nei multipli delle quotazioni che non hanno ancora raggiunto i livelli massimi.

D’altra parte è anche vero che gli economisti sono noti per non indovinare mai le previsioni, anche se bravissimi a spiegare cosa è successo. Quindi è bene non prendere per oro colato tutto quello che dicono. Nel 2007 nessuno aveva previsto la portata della crisi epocale che colpì in modo violento ed indistinto tutti i mercati, a parte Nouriel Roubini, che già nel 2006 al Fondo Monetario Internazionale aveva messo in guardia contro l’avvicinarsi del disastro. Su tale, isolata, previsione azzeccata, l’economista di origine iraniana ha poi fondato la sua fortuna sia come docente, sia come investitore.

La sensazione è che dopo qualche anno di crescita costante, prima o poi ci debba essere un’inversione del ciclo e i prezzi tornino a scendere. E’ probabile che l’anno in corso sia ancora un anno positivo, o quanto meno si mantenga sugli attuali livelli medi, perché certamente l’attuale presidente USA non vorrà presentarsi agli elettori con l’economia stagnante, tassi alti e prezzi degli strumenti finanziari in calo generalizzato. Ma è abbastanza prevedibile che dopo i prossimi 3 o 4 mesi il lungo momento magico si esaurisca e si entri in una fase di recessione, dapprima negli USA e poi, a cascata, nel resto del mondo. Alla fine i tassi dovranno aumentare, e le politiche espansive delle banche centrali dovranno in qualche modo essere contenute.

Se questo succederà, è prevedibile che i prezzi di azioni e obbligazioni inizino una discesa che potrebbe essere anche piuttosto rapida, per cui il consiglio è di farsi trovare, in questa eventualità, con un portafoglio più liquido possibile. Ciò vuol dire rinunciare a qualche possibile profitto per evitare brutte sorprese.

 


[1] Il target price, prezzo “bersaglio”, è il prezzo che l’analista ritiene sia quello a cui un determinato titolo tende ad allinearsi nel medio periodo, rappresentativo del valore corretto della società. In genere è calcolato attraverso l’utilizzo di diverse tecniche di valutazione aziandale, applicate ai numeri e alle informazioni pubblicamente disponibili

Un mondo di flussi e stock

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Una lettrice ci ha chiesto di fornire qualche utile indicazione per seguire i conti di casa, sulla scorta di quanto tempo fa dicemmo in merito al monitoraggio del portafoglio.

A prima vista, tenere memoria delle spese (e delle entrate) di una famiglia è un esercizio facile: basta annotare i soldi che escono (magari con criterio di omogeneità per tipi di spesa) e confrontare, tempo per tempo, i totali periodici.

Ad esempio, se si utilizza il mese come periodo temporale di riferimento, dovremmo registrare sotto la voce “alimentari” oppure “telefono” – e così via – tutti i pagamenti effettuati a quel titolo nel mese, sia per contanti sia attraverso la carta di credito sia con addebito in conto. Poi potremo confrontare, da un mese all’altro, i totali e vedere se abbiamo speso di più o di meno e, ad esempio, quanto paghiamo in un anno per quel tipo di spesa.

Purtroppo però le cose non sono così facili e ciò nonostante la famiglia sia un’azienda di erogazione e non di produzione (come l’impresa): ha cioè lo scopo di erogare beni e servizi ai propri membri e non di produrli o commerciarli. Per le imprese – che danno luogo a costi e ricavi – la contabilità è ben più complessa e infatti è necessaria la partita doppia; mentre per le famiglie, che hanno solo entrate e uscite, va benissimo la cosiddetta partita semplice.

Senza volerci addentrare troppo nella teoria ragionieristica, basti qui dire che la partita doppia è un metodo di contabilizzazione basato sulla doppia scrittura di ogni evento, una volta in dare e una volta in avere, in conti diversi. E’ finalizzata a calcolare l’utile di esercizio attraverso il conto economico, e il valore del patrimonio netto attraverso la situazione patrimoniale.

Per una famiglia, invece, le cose sono (solo apparentemente) più semplici, ma è necessario determinare, alla fine di ogni periodo di riferimento (anno o mese) la consistenza del patrimonio e l’avanzo o disavanzo di cassa. Per capire bene questo passaggio, è indispensabile aver chiaro un concetto base: la distinzione fra flussi e stock.

In genere si fa riferimento alle similitudini geografiche: il flusso è la quantità d’acqua che in un intervallo di tempo scorre nel fiume; lo stock è una montagna, alta e immobile (anche se col tempo si accresce o si riduce). Le entrate e le uscite sono flussi, mentre il patrimonio netto, i debiti, i titoli e il saldo del conto corrente sono stock.

Il debito si misura in un intervallo di tempo; lo stock è una fotografia scattata in un preciso istante. Fra le due categorie ci sono ovviamente rapporti stretti: il flusso netto di soldi in un mese fa aumentare lo stock di patrimonio, un disavanzo fa crescere i debiti o diminuire lo stesso patrimonio.

Non tutte le entrate o uscite sono spese o introiti: in alcuni casi sono solo spostamenti fra attività e passività. Ad esempio, se preleviamo 250€ al bancomat, non si tratta né di spese né di introiti, ma semplicemente di trasformazione di una parte del patrimonio da saldo di conto corrente in contanti; lo stesso se carichiamo una carta prepagata con addebito in conto. Così come se paghiamo una rata di mutuo, non tutto è spesa, ma solo la parte relativa agli interessi: la quota capitale, infatti, altro non è che il rimborso di parte di un debito, e quindi la riduzione di un tipo di attività patrimoniale e, allo stesso tempo, del debito residuo del mutuo.

Allo stesso tempo, tutti i movimenti relativi ai titoli (acquisto e vendita) sono semplici spostamenti da una forma di impiego del patrimonio (il saldo di conto corrente) in un’altra (i titoli, appunto). Se invece riscuotiamo una cedola, o registriamo una plusvalenza, allora avremmo effettivamente un introito.

Una corretta forma di registrazione dei conti di casa non può prescindere dalla separata individuazione delle grandezze-flusso e di quelle stock. Altrimenti non riusciremo a capire se spendiamo di più o di meno e se il patrimonio aumenta o diminuisce.

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Il meccanismo di registrazione, supponendo il mese come periodo di riferimento, deve quindi calcolare: il valore iniziale del patrimonio (PF0) e il suo valore finale (PF1); il saldo fra introiti e spese nel periodo (se positivo avanzo finanziario, AF; se negativo disavanzo finanziario, DF), in modo che sia verificata la relazione:

PF1 = PF0 + AF     oppure, alternativamente, PF1 = PF0 – DF

Parliamo in questo caso, semplificando, di patrimonio finanziario, intendendo quella parte di patrimonio che ha una rappresentazione in denaro (come la cassa, i titoli, i debiti, i crediti e così via). Non consideriamo, per semplicità, il patrimonio reale, costituito invece dai beni diversi, quali ad esempio case, automobili, mobili, barche, e così via. Una volta capito il meccanismo, sarà poi facile implementarlo con la parte reale, tenendo presente che ad ogni fine periodo esso andrebbe correttamente valutato, così come facciamo con i titoli che fanno invece parte della componente finanziaria.

Solo avendo chiara la distinzione fra flussi e stock è possibile registrare correttamente i conti di casa e capire se ci stiamo arricchendo o impoverendo e che cosa origina tale mutamento. Dovremmo quindi, giorno per giorno, annotare tutti i movimenti di denaro che non sono semplici trasferimenti fra elementi del patrimonio, ma vere e proprie spese o introiti. E alla fine del mese, sommare le varie registrazioni e valutare le componenti finanziarie del patrimonio.

La quadratura si avrà se l’incremento del patrimonio è uguale all’avanzo finanziario del mese più la plusvalenza teorica degli investimenti finanziari (in sostanza l’aumento o la diminuzione del valore dei titoli) verificatasi nel mese stesso. Se c’è una differenza, molto probabilmente abbiamo sbagliato i conti oppure ci siamo dimenticati di registrare qualcosa.

 

Nel prossimo articolo entreremo nel vivo del procedimento.

Puntare, mirare, fuoco!

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Una volta definita la short list dei titoli nel mirino con le indicazioni che abbiamo dato nel precedente articolo, basta concentrarsi su quelli prescelti, seguendone l’andamento. Rispetto ai valori correnti, per ogni titolo occorre dunque individuare il livello minimo di profitto che ci proponiamo (nel nostro caso, avevamo detto il 5%) e la perdita massima che siamo disposti ad accettare, calcolando i relativi prezzi di uscita nei due casi.

I concetti di take profit (TP) e stop loss (SL) sono molto importanti in finanza: per ogni investimento bisogna aver presente il livello al quale, secondo la nostra strategia, si deve vendere o perché si è conseguito l’utile che ci eravamo proposti o, al contrario, perché siamo arrivati alla massima perdita sostenibile. Nel primo caso, favorevole, anche se la quotazione sta crescendo e ci piacerebbe arrotondare il guadagno, può infatti succedere che una brusca inversione di tendenza faccia scivolare il prezzo sotto quel livello, vanificando la possibilità di guadagno. Nel secondo caso, negativo, quando un titolo inizia a scendere, è molto pericoloso tenerlo oltre il livello di SL sperando in un recupero, perché potrebbe crollare ancora (e in genere succede), amplificando la perdita.

Per evitare brutte sorprese, è indispensabile agire con prudenza e praticare una costante autodisciplina.

Supponiamo, ad esempio, di aver inserito nella nostra lista il titolo ENI, blue chip del settore energetico nazionale, peraltro un titolo di grande solidità e valore, e che la sua quotazione corrente sia 14,5. Il nostro pacchetto obiettivo (avevamo stabilito singoli investimenti nell’ordine di € 20,000) sarà quindi di 1350 azioni, il TP intorno a 15,25, con un guadagno lordo di € 1.012,5 e, se consideriamo accettabile una perdita massima di € 1,500, lo SL sarà intorno a 13,4.

Ciò significa che se entriamo oggi a 14,5, la nostra strategia ci indica di uscire in utile a 15,25 oppure in perdita a 13,4. Se nel corso dell’investimento il titolo staccasse un dividendo di 1 € per azione, naturalmente i due livelli si modificherebbero rispettivamente in 14,25 (quando viene pagato il dividendo, il prezzo del titolo in genere scende) e 12,4, rendendo tutto più semplice. Stessa cosa se riuscissimo ad entrare, grazie ad un buon timing di ingresso, a un livello inferiore a quello corrente.

Se andiamo a vedere gli indici di borsa sul titolo ENI, troviamo P/E a 12,68 e P/BV a 1,03, livelli che in prima approssimazione possiamo considerare accettabili per entrare. Se guadiamo i grafici a 3 e 6 mesi, vediamo che la performance è stata rispettivamente di – 2,9% e – 4,8%; che negli ultimi due mesi il titolo ha subito una discreta flessione e che nell’ultimo anno il valore minimo è stato 13,4 e il massimo oltre 16. Sono tutti elementi favorevoli per un possibile ingresso. Un esame un po’ più approfondito dovrebbe comprendere anche la valutazione dei target price ovvero dei prezzi “equi” secondo il parere degli analisti, ma questo ricede l’accesso a informazioni non immediatamente reperibili, salvo sottoscrivere abbonamenti a qualche società di informazione (tipo Bloomberg o Reuters) o appoggiarsi a un consulente.

Una volta verificato che siamo in “zona acquisto”, non resta che attendere il momento giusto. Con un po’ di pazienza, dovremmo aspettare una flessione temporanea del pezzo, in modo da guadagnare almeno qualche altro decimale nell’entry point, ovvero nel prezzo di acquisto.

Se tutte le condizioni di cui sopra sono verificate, faremo un investimento ben calibrato e ponderato, coerente con la nostra strategia e con gli elementi di giudizio disponibili in quel momento; se le nostre valutazioni sono corrette, molto probabilmente riusciremo a portare a casa il profitto che volevamo. Se invece le cose dovessero mettersi male, dobbiamo essere pronti a vendere quando il prezzo dovesse raggiungere il livello di SL.

Per seguire in modo efficace tutti i nostri investimenti, è necessario tenere a portata di mano tutte le informazioni raccolte in fase di analisi, per confrontarle con la performance effettiva. A questo punto un buon foglio elettronico (spreadsheet) è pressoché indispensabile: il programma più utilizzato è in genere Excel, facile da usare e di grande versatilità.

Il nostro consiglio è di costruirne uno calibrato sulle proprie esigenze. Ad esempio, per un portafoglio medio con 7/8 categorie di strumenti finanziari e più rapporti bancari, potremmo fare tanti fogli quanti sono i dossier, e in ciascun foglio i singoli titoli raggruppati per asset class. In un foglio iniziale “desktop” potrebbero poi essere riepilogati sia i saldi delle banche che quelli delle categorie di titoli, così da avere sott’occhio, ad ogni aggiornamento, il valore di mercato complessivo e la plusvalenza o minusvalenza rispetto al costo d’acquisto.

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Per ogni titolo dovrebbe essere riportato il costo, il valore di mercato e la conseguente plus/minusvalenza, nonché i livelli di take profit e stop loss inizialmente definiti.

Un’utile implementazione potrebbe essere quella di riportare nel desktop anche l’asset allocation strategica e il conseguente scostamento rispetto a quella effettiva.

In sintesi, il nostro file di Excel “patrimonio finanziario” dovrebbe avere i seguenti fogli:

DESKTOP, BANCA X, BANCA Y, BANCA Z, etc.

In ogni foglio, i titoli dovrebbero essere riportati con tutte le informazioni specifiche raccolte:

CODICE ISIN, DENOMINAZIONE, QUANTITÀ, PREZZO DI CARICO, VALUTA DI ACQUISTO, CONTROVALORE DI ACQUISTO, PREZZO DI MERCATO, PLUS/MINUSVALENZA, TAKE PROFIT, STOP LOSS, CATEGORIA.

In quest’ultima cella, quella delle asset class, dovrebbe essere indicato il numero corrispondente, come ad esempio:

 

  • Liquidità
  • Azioni Italia
  • Azioni Estero
  • Obbligazioni Italia 1-3 anni
  • Obbligazioni Italia > 3 anni tasso fisso
  • Obbligazioni Italia > 3 anni tasso variabile
  • Obbligazioni Estero 1-3 anni
  • Obbligazioni Estero > 3 anni tasso fisso
  • Obbligazioni Estero > 3 anni tasso variabile
  • Polizze vita …

e così via.

Con uno strumento del genere, da aggiornare ogni due o tre giorni, o al massimo ogni settimana attraverso i valori che ogni banca rende consultabili online sulle proprie piattaforme di home banking, avremo la possibilità di valutare come sta andando il portafoglio e, in caso, prendere per tempo le necessarie contromisure evitando brutte sorprese. Se riusciamo a mantenere una disciplina costante e ci atteniamo alla nostra asset allocation, potremo sempre limitare le eventuali perdite all’entità che avevamo considerato sostenibile e, salvo andamenti imprevisti del mercato, riusciremo a realizzare i nostri obiettivi di rendimento.

Un’ora sola

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Nel precedente articolo abbiamo visto cosa è opportuno fare in un periodo come questo, supponendo che il nostro investitore razionale abbia fino a qui seguito (e non crediamo che se ne sia pentito…) i consigli di questo blog. Abbiamo infatti suggerito di impiegare il tempo che usualmente dedicava al suo portafoglio per approfondire nuovi strumenti, rivedere la strategia e valutare opportunità diverse.

Anche in questi momenti, però, è indispensabile continuare a seguire gli investimenti in essere e, quindi, l’attività di monitoraggio è bene che prosegua con la stessa, se non superiore, attenzione.

Ma come deve essere impostata una corretta attività di monitoraggio e scouting da chi dispone di non più di una mezz’ora, massimo un’ora, al giorno?

Un ottimo testo, di cui consiglio senz’altro la lettura (Pietro Di Lorenzo “Il tempo è denaro”, Hoepli 2018) redatto da chi ha fatto con successo del trading e dell’educazione finanziaria la propria attività principale, fornisce modalità efficienti di gestire un portafoglio per ogni passo di tempo che può esserci dedicato. Così, chi ha solo un paio d’ore a trimestre potrà trovare l’approccio migliore, come chi ha poche ore al mese o alla settimana potrà trovare le forme di impiego più consone. Importante è operare con buon senso, prudenza e un minimo di applicazione.

Vogliamo qui invece esaminare questo aspetto da un diverso punto di vista, partendo dall’assunto che, per ogni portafoglio di media entità e complessità, è necessario investire quotidianamente una piccola parte del proprio tempo, anche se ci si appoggia a consulenti specializzati e di fiducia.

L’obiettivo è di fornire indicazioni forse banali o semplicistiche, ma certamente utili in chiave di estrema concretezza. Se riusciamo a seguire queste semplici operazioni, alla portata di tutti e a costo zero (salvo il tempo dedicato), è quasi certo che non solo riusciremo ad evitare perdite devastanti e spoliative, ma saremo in grado di limitare eventuali minusvalenze entro livelli di sacrificio stabiliti a priori e quindi sostenibili.

Le attività da seguire, in questa logica, sono dunque sostanzialmente due: il controllo del portafoglio esistente e la ricerca di nuovi investimenti, quest’ultima – come si è detto più volte – dopo aver definito la strategia tramite una seria asset allocation.

Per asset allocation si intende il processo di definizione strategica della più efficiente ripartizione del proprio patrimonio fra le diverse tipologie di strumenti finanziari (asset class), in modo da ottenere la percentuale – o meglio l’intervallo di percentuali – di azioni, di obbligazioni, di polizze, e così via.  Tutto questo sulla base della propria situazione patrimoniale, reddituale e finanziaria, della propensione al rischio, degli obiettivi di medio e lungo periodo e delle informazioni reperibili.

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Partiamo dalla seconda attività e supponiamo di dover trovare circa € 100,000 di titoli azionari da comprare; il metodo sarà evidentemente lo stesso anche per le altre tipologie di strumenti finanziari.

Prima di tutto dobbiamo tener presente il nostro obiettivo di rendimento, che discende dall’asset allocation. Supponiamo che il nostro tableau de bord indichi un tasso lordo del 5% all’anno per le azioni. Ciò significa che dal nostro patrimonio di € 100,000 dovremmo ricavare € 5,000 in un anno tra dividendi e guadagni in conto capitale.

Normalmente è bene diversificare l’investimento, in modo da non rischiare tutta la posta su un’unica puntata. Supponiamo di ricercare 5 stakes (pacchetti) da circa € 20,000 l’uno. Mediamente ogni singolo pacchetto dovrebbe quindi rendere € 1,000 all’anno. Sarebbe bene, per diversificare ulteriormente il rischio, investire in cinque diversi settori produttivi o comunque tipologie diverse. Ad esempio, in questo periodo una scelta razionale di settori potrebbe essere: tecnologico, energia, farmaceutico, considerando anche l’azionario Europa e quello USA.

Supponendo di limitarci ai primi tre sul mercato italiano, un ulteriore elemento di prudenza potrebbe essere quello di inserire sia blue chips (le società più importanti, a maggiore capitalizzazione), sia titoli di imprese minori (le cosidette small caps). Questi ultimi da noi sono quotato nel mercato “Star” o nell’AIM, due comparti specifici del listino di Borsa Italiana, nei quali sono trattate appunto società di piccola dimensione o start-up.

A questo punto, il campo di indagine è circoscritto e si tratta di vedere, settore per settore, come stanno andando le società e quali hanno maggiori spazi di potenziale crescita (il cosiddetto upside). Per fare questo occorre semplicemente fare un prospetto in cui riportare, per ogni titolo, una serie di informazioni che possono facilmente essere tratte dai più diffusi giornali economici o siti specializzati.

Senza necessariamente spendere una fortuna, semplicemente leggendo grafici e prospetti del “Sole 24 Ore”, di “Milano Finanza” (in particolare l’edizione del sabato), o del sito di Borsa Italiana e Consob, per restare ai più diffusi ed autorevoli, possiamo vedere l’andamento delle società che abbiamo individuato e i principali indici, fra i quali P/E e P/BV, di cui abbiamo ampiamente parlato in precedenti articoli (si veda in particolare https://marcoparlangeli.com/2018/02/20/in-carrozza-scelta-dei-singoli-titoli-e-timing/).

È anche opportuno guardare il grafico delle quotazioni (in genere si usano, in questa fase, i grafici a 3 e 6 mesi), per evitare di entrare in un titolo che è cresciuto molto negli ultimi tempi e il cui prezzo è vicino ai massimi.

Nella nostra short list, che potremmo compilare su un qualunque foglio elettronico (ma va bene anche un semplice foglio protocollo), potremmo anche utilizzare il semaforo (rosso: stare alla larga; verde: acquistabile; giallo: seguire con attenzione) oppure le faccine, con le diverse espressioni, in modo da evidenziare le opzioni interessanti.

 

Fatto questo, siamo già a buon punto! Vedremo nel prossimo articolo come e quando effettuare gli acquisti e come fare per monitorare i titoli in portafoglio.

 

L’ozio creativo del risparmiatore

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Abbiamo a più riprese suggerito ai nostri lettori di mantenersi il più possibile liquidi in questo periodo, al fine di evitare le diminuzioni di valore dei titoli (soprattutto azionari, ma anche delle obbligazioni a tasso fisso) che potrebbero conseguire all’atteso peggioramento dei mercati.

Dopo la corsa dei primi mesi dell’anno, che ha consentito a molti di recuperare almeno buona parte delle perdite subite nel terribile 2018, è infatti molto probabile che il trend venga invertito, alcuni prevedono anche pesantemente. In realtà i multipli, ovvero gli indici che misurano il rapporto fra prezzo di borsa e andamento economico della società, non sono del tutto fuori fase e potrebbero teoricamente consentire almeno un altro periodo di stabilità. E anche i dati trimestrali sono stati in generale in linea con le aspettative e non deludenti.

Tuttavia molti segnali inducono alla prudenza e molti analisti mettono in guardia dal pericolo di una nuova crisi. E sappiamo per esperienza che quando si cominciano a sentire i primi scricchiolii, spesso la valanga è improvvisa e potente.

Anche se abbiamo in portafoglio titoli di buona qualità, relativi ad aziende solide che fanno buoni prodotti ed hanno prospettive di sviluppo, tuttavia se la loro quotazione di borsa dovesse crollare trascinata dal mercato, converrebbe sempre trovarsi liquidi, ovvero con cash disponibile, per poterseli ricomprare a prezzo più basso.

Ora dunque che i mercati hanno iniziato a dare i primi segnali di debolezza, cosa deve fare il nostro investitore razionale: prendersi qualche mese di vacanza e disinteressarsi del portafoglio? Oppure impiegare utilmente in modo proficuo questo tempo in cui il giunco deve chinarsi fino a che la piena non è passata?

Premesso che farsi una bella vacanza, per chi ne ha la possibilità, è sempre un’ottima idea, il nostro consiglio è quello di impiegare il tempo di inattività forzata per studiare e ricercare nuove opportunità in modo da farsi trovare pronti alla fine del ciclo, quando comunque – in modo più o meno rapido – il ciclo si invertirà e le quotazioni torneranno a salire. A quel punto, un buon timing di ingresso potrà farci guadagnare tempo prezioso per entrare in un investimento prima degli altri e, quindi, a prezzi più bassi. Inoltre sarà possibile approfondire e valutare strumenti o settori produttivi che fino ad ora non abbiamo avuto il tempo o la possibilità di studiare adeguatamente.

Si tratta di applicare, sostanzialmente, la teoria aristotelica dell’ozio creativo, che suggerisce di liberarsi dalle incombenze e dalle preoccupazioni per nutrire lo spirito e la mente con arte, poesia, letteratura, teatro. L’ozio non è quindi un momento di vuoto, ma uno stato di crescita e di realizzazione del benessere. Ben lontano dal concetto negativo che i romani gli avrebbero poi attribuito parlando di negotium, ovvero di attività commerciali e operose che si contrapponevano, appunto, all’ozio (neg-otium).

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Ciò che bisogna innanzitutto evitare, in periodi di crisi e di crollo dei mercati, è farsi ingolosire da prezzi bassi su titoli che ci piacciono. Gli esperti consigliano sempre di aspettare un chiaro segnale di inversione: anche se un prezzo ha raggiunto un livello interessante, conviene aspettare che si consolidi prima di entrare, ovvero che si mantenga per qualche giorno e inizi a crescere. Altrimenti rischiamo di vederlo scendere di nuovo. In borsa si dice, a questo proposito, “mai cercare di afferrare un coltello che sta cadendo”.

Altra cosa che è molto consigliabile fare, in questi momenti, è la revisione dell’asset allocation. Come abbiamo spesso detto, il processo razionale di investimento inizia individuando la migliore ripartizione del portafoglio fra diverse tipologie di strumenti finanziari. Ciascun investitore, in base ai propri obiettivi di medio e lungo periodo, alla propria situazione patrimoniale e reddituale, alla propensione al rischio e alle informazioni di cui dispone, dovrebbe definire un suo mix ideale fra azioni, obbligazioni, liquidità, polizze e altri titoli. A questo mix dovrebbe poi tendere con le scelte di investimento considerandolo come modello o benchmark. Periodicamente, attraverso verifiche e fine tuning, dovrebbe implementare in chiave tattica questo mix, in modo da avvantaggiarsi delle oscillazioni di breve periodo, attraverso la cosiddetta asset allocation tattica,  da affiancare a quella strategica.

Proprio nei momenti di svolta dei fondamentali (previsioni sull’andamento del reddito, dei tassi, delle valute e così via) è necessario rivedere la propria strategia, modificando il mix obiettivo di strumenti finanziari.

Inoltre è consigliabile utilizzare questo periodo per approfondire alcuni strumenti che potrebbero avere un andamento anticiclico (ovvero i cui prezzi aumentano quando tutti gli altri diminuiscono. Un tipico esempio sono alcune commodities, ad esempio l’oro. Nei momenti di crisi, è naturale accumulare metallo prezioso, il cui valore pensiamo possa resistere alle spallate dell’inflazione (questo è sicuro) o del crollo dei prezzi generalizzato (e già questo è meno sicuro).

Per gli investitori più azzardati, più propensi a rischiare, potrebbe anche essere valutato qualche strumento derivato che cresce al diminuire degli indici di borsa (i cosiddetti derivati short). Salvo che non si abbiano informazioni attendibili e attitudine a questi tipi di investimento, il nostro consiglio è però quello di stare alla larga, perché improvvise riprese del mercato potrebbero fare molto male, tanto più quanto i prodotti sono “a leva”, ovvero hanno un valore che aumenta un certo numero di volte per ogni punto di riduzione dell’indice.

 

In ultima analisi, anche quando non ci sono acquisti da fare, è comunque bene mantenersi informati e dedicare al mercato almeno quella mezz’oretta al giorno che sarebbe opportuno spenderci per seguire i propri investimenti.

 

 

I fondamentali: rischi e prerogative dell’investimento azionario

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Le azioni sono comunemente considerate il tipico investimento a rischio, quello in cui è possibile non solo non ricevere alcuna remunerazione, ma perfino perdere tutto il capitale. Generalmente sotto questo profilo, le azioni vengono contrapposte all’investimento in obbligazioni, soprattutto ai titoli di stato. Come abbiamo visto, però, neanche gli investimenti obbligazionari sono esenti da rischio: del resto abbiamo sempre ripetuto che non esiste in natura l’investimento completamente sicuro.

L’esperienza della recente crisi dei mercati finanziari ci ha infatti dimostrato che, in caso di crollo generalizzato, nessun comparto si salva, ma certamente le azioni sono le prime a soffrire quando l’economia va in crisi. Se il valore di riferimento di un’azione è uguale al flusso dei redditi futuri che produce, attualizzato ad oggi con un certo tasso di interesse, è evidente che una drastica prospettiva di recessione generalizzata non può che rendere più precario quel valore.

Nonostante questo, è bene non demonizzare l’investimento azionario in termini di rischio. Se investiamo in società consolidate, ben inserite sul mercato, che hanno dimostrato di saper resistere brillantemente ai momenti di difficoltà del sistema, e non avremo bisogno di disinvestire prima dell’orizzonte temporale stabilito, sottoscrivere azioni può darci molte soddisfazioni. In caso di momenti di mercato debole, basta infatti tenere i titoli in attesa della ripresa delle quotazioni e, nel frattempo, incassare i dividendi.

Perciò una quota intorno al 20/30 per cento del proprio portafoglio investito in azioni è normalmente raccomandabile, perché consente di non essere troppo esposti alle fluttuazioni del mercato e, allo stesso tempo, di avvantaggiarsi di eventuali fiammate dei listini in generale o di quel titolo in particolare.

Al contrario, se il nostro titolo ha subito perdite che possiamo considerare definitive e non recuperabili, meglio uscire dall’investimento, sia pure in perdita. Ciò può accadere, ad esempio, nel caso in cui il settore sia interessato da una modifica strutturale della fiscalità (ad esempio una nuova tassa) o del mercato, come nel caso dell’introduzione di dazi doganali in paesi in cui si esporta, come le misure paventate recentemente dal governo USA sui prodotti cinesi.

Diverso è il caso delle vere e proprie truffe, quando vengono diffusi dati di bilancio falsi o manipolati per occultare perdite o eventi penalizzanti: ben difficile difendersi da questi rischi, se non contando sull’operato delle autorità di vigilanza (la Consob per la borsa, la Banca d’Italia per il sistema bancario, e così via).

Al di fuori di questi casi particolari, l’investimento in azioni è quello che nel tempo si è maggiormente rivalutato e ha garantito il maggiore rendimento. Il problema, semmai, è quello della scelta delle azioni (cosiddetto cherry picking). Per questo una buona soluzione è quella di affidarsi a gestori professionali, sottoscrivendo magari quote di un fondo azionario, oppure prendere titoli sintetici che riflettano in modo pressoché automatico l’andamento di alcuni indici rappresentativi. Esistono, ad esempio, i cosiddetti ETF (Exchange trading funds), che riflettono indici borsistici, quali il FTSE Mib per il mercato italiano, aumentando quando la borsa sale e diminuendo quando scende.

Una particolarità delle azioni è il caso degli aumenti di capitale. Se la società decide di chiedere ai soci un aumento di capitale, al fine di non farli diluire (ovvero far diminuire la loro percentuale di partecipazione), viene ad essi attribuito un diritto di opzione. Solo chi possiede il diritto può sottoscrivere le nuove azioni; se poi non intende esercitarlo può vendere i diritti sul mercato fino alla data del lancio dell’aumento.

Normalmente quando c’è un aumento di capitale il corso delle azioni diminuisce. Ciò è dovuto al fatto che, a parità di utile, la società dovrà pagare dividendi a un maggior numero di azioni e, quindi, il dividendo unitario con molta probabilità diminuirà. Al contrario, la società può porre in essere operazioni che riducono il numero di azioni in circolazione (il cosiddetto buy back): entro determinati limiti, è consentito acquistare sul mercato azioni proprie. In tal modo il valore della singola azione crescerà. Questo succede quando ad esempio i mezzi propri della società sono considerati esuberanti rispetto al fabbisogno, oppure si vuole sostenere il corso del titolo.

Un’ultima considerazione riguarda le prerogative di governance, ovvero di partecipazione al governo societario. Ogni azione attribuisce il diritto di partecipare e votare nelle assemblee sia ordinarie (quelle in cui si approva il bilancio e si nominano gli organi amministrativi) sia straordinarie (quelle in cui vengono modificati elementi strutturali e statutari quali il capitale).

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Naturalmente il piccolo azionista avrà ben poca possibilità di incidere sui destini aziendali, che saranno invece determinati dai soci di maggioranza. E’ però innegabile che partecipare, almeno una volta all’anno, all’assemblea della società in cui si è investito e incontrarne i top manager eserciti sempre un certo fascino. Molti hanno criticato questi meccanismi di governo societario come retaggi di un sistema passato e ormai obsoleto, obbligando il management a una maratona molto spesso inutile da un punto di vista pratico.

Tuttavia possono capitare alcune decisioni per le quali la maggioranza non è scontata ed anche pochi voti possono fare la differenza, soprattutto in caso di aumenti di capitale o fusioni. In quel caso esistono vere e proprie agenzie che si occupano di racimolare biglietti di ammissione per indirizzare le decisioni in un senso o nell’altro. Ciò accade nel caso di public company, le società a controllo diffuso in cui non esistono azionisti di maggioranza ma sono i manager che controllano i voti in assemblea.

Inoltre, è sempre positivo obbligare colui che amministra un’azienda a rendere conto del proprio operato, rispondendo anche a domande che possono essere scomode o insidiose. Sempre che questo non degeneri in vere e proprie azioni di disturbo o boicottaggio.

I fondamentali: le azioni

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Riprendiamo a parlare dei fondamentali nella scelta degli strumenti finanziari, dopo aver esaminato nei precedenti articoli le obbligazioni. Come abbiamo visto, le obbligazioni sono strumenti di debito, ovvero rappresentano un prestito che il sottoscrittore, acquistando il titolo, concede all’emittente.

Quest’ultimo è generalmente un’impresa, che ha bisogno di risorse finanziarie per poter gestire o sviluppare la propria attività produttiva. Oltre che a titolo di debito, le risorse possono essere acquisite a titolo di capitale, e in tal caso avremo le azioni, oppure le quote di capitale in caso che la forma sociale sia diversa dalla società per azioni.

Se le finalità dei soggetti sono analoghe, ben diverse sono le caratteristiche tecniche e le prerogative degli strumenti. Mentre con le obbligazioni si acquisisce il diritto a farsi restituire la somma trasferita a una determinata scadenza e ad incassare gli interessi, con le azioni si acquisisce, pro quota, la proprietà dell’azienda. Chi sottoscrive un’azione diventa socio a tutti gli effetti e ha il diritto, in proporzione alla quota di capitale che le sue azioni rappresentano, di ricevere una parte dei profitti generati con l’attività aziendale (i dividendi) e di partecipare al governo aziendale (la cosiddetta “governance” societaria). Non c’è niente di garantito: se la società non ha utili, l’azionista non riceve alcun reddito. Tuttavia, nel caso più frequente di titoli quotati, essendo le azioni scambiate in un mercato regolamentato, esse possono essere vendute in qualsiasi momento, al prezzo che il mercato esprime in quel dato periodo storico.

Se l’azienda va bene e produce reddito e il mercato funziona regolarmente, è ragionevole pensare che le sue azioni aumentino di valore; in caso contrario le vedremo diminuire. La teoria economica afferma che, in un mercato perfettamente efficiente, il valore delle azioni è pari alla somma dei redditi futuri attualizzati (ovvero scontati, per riportarli al momento iniziale) a un certo tasso di interesse. Il concetto è interessante, e conviene spenderci qualche parola.

Scontare una somma, in finanza, significa determinare oggi il valore di quella somma che entrerà in un momento futuro. Se dobbiamo ricevere 1.000 € fra un anno, quanto vale oggi questo credito? Si tratta di calcolarne il “valore attuale”, che sarà dato dal valore a scadenza diviso per un fattore che riflette il tasso di interesse vigente. Se ad esempio il tasso corrente fosse il 5%, quella somma vale oggi 952,38 €: infatti, investendo oggi quella stessa somma al 5% per un anno, avremmo esattamente i 1.000 €. Senza addentrarci troppo negli aspetti tecnici, possiamo affermare con sicurezza che quanto maggiore è il tasso di interesse, tanto minore è il valore attuale: questo è il motivo per cui si dice che quando i tassi aumentano i prezzi delle azioni tendono a diminuire.

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Una società quotata è inoltre obbligata a rendere pubbliche una serie di informazioni dettagliate sulla propria gestione; queste informazioni servono ai cosiddetti “analisti di mercato” per individuare un valore “normale” del titolo, il “target price” (valore “bersaglio”). Se questo è superiore al valore corrente, essi prevedono un apprezzamento del titolo, ovvero una sua crescita; se è inferiore un deprezzamento. Nel primo caso raccomanderanno di comprare (“buy”), nel secondo di vendere (“sell”); ovviamente nel caso in cui il prezzo di mercato rifletta all’incirca il valore attribuito la raccomandazione sarà di tenerlo (“hold”).

Normalmente le valutazioni degli analisti non coincidono: uno degli elementi di valutazione più seguiti è proprio la distribuzione, nei diversi giudizi, delle raccomandazioni “buy” o “sell”. Se ad esempio tutti gli analisti che seguono un determinato titolo lo classificano “buy” significa che è molto probabile che quel titolo sia sottovalutato e quindi cresca.

Naturalmente non tutto è così semplice, perché oltre all’andamento aziendale influiscono sulla quotazione del titolo una serie di fattori difficilmente stimabili o prevedibili, quali la speculazione o eventi straordinari. Se ad esempio ci fosse un tentativo di acquisizione della società da parte di un investitore, quel titolo vedrà impennarsi le proprie quotazioni ed averlo acquistato si potrebbe rivelare un ottimo affare.  Chi infatti vuole comprare una società (come per qualunque altro oggetto) è disposto ad offrire un prezzo maggiore di quello che il mercato esprime, riconoscendo un potenziale valore non ancora espresso. Tale maggior valore, in caso di acquisizione da parte di una società concorrente, potrà derivare anche dalle eventuali sinergie che le due aziende integrate potrebbero sviluppare.

Un’informazione del genere è quindi decisiva e la legge impone che il mercato ne venga informato nello stesso momento: l’inosservanza di tale obbligo porta al reato di “insider trading”, ovvero utilizzo illegittimo di informazioni riservate, severamente punito dalla normativa societaria.

Riepilogando quello che abbiamo visto finora, possiamo dire che un’azione rappresenta un titolo di capitale e che consente due canali di reddito: il dividendo (una quota dell’utile di bilancio distribuita agli azionisti) e il guadagno in conto capitale, quando il suo prezzo di mercato aumenta rispetto al costo di acquisto. Quest’ultimo si verifica quando la gestione, sia attuale che prospettica della società, è redditizia; quando i tassi di interesse diminuiscono e quando c’è un interesse diffuso o specifico degli investitori a comprare quel titolo, come nel caso di un tentativo di acquisizione.

 

Vedremo nel prossimo articolo quali sono i fattori di rischio dell’investimento azionario e quali le prerogative di “governance”, ovvero di governo societario, che esso comporta.