Pensione: Diritto o Privilegio?

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Trascorrere una vecchiaia serena, senza l’assillo di dover reperire le risorse per garantirsi un’esistenza dignitosa dopo una vita di lavoro è con tutta evidenza un diritto e una conquista di civiltà. Talvolta però, nell’Italia di oggi, sembra invece un privilegio e un miraggio, che ben difficilmente i giovani di oggi potranno ottenere.

In parte ciò è dovuto certamente all’evoluzione demografica degli ultimi decenni, che ha visto progressivamente diminuire la quota di popolazione attiva e produttiva e aumentare quella inattiva, sia disoccupata che pensionata. Gioca tuttavia un ruolo importante anche la distorsione di un sistema che dovrà passare dal calcolo della pensione col metodo retributivo a quello contribuivo[1] cercando di ridurre al minimo i disagi e i diritti acquisiti, ma anche di assicurare sostenibilità finanziaria. Infine – ed è il problema senz’altro più grave – molto è dovuto anche alla disoccupazione giovanile che rende difficile per i ragazzi trovare un lavoro stabile e continuativo che consenta il regolare versamento dei contributi necessari per costituire la pensione.

L’ingiustizia viene percepita in modo ancora più forte vedendo privilegi quali le “pensioni d’oro” di cui godono i parlamentari che hanno magari esercitato l’ufficio parlamentare per una sola legislatura, oppure – anche se in via di esaurimento – i “pensionati baby” che nel settore pubblico hanno ottenuto trattamenti di tutto rispetto già all’età di cinquant’anni o poco più.

Le dissennate gestioni della previdenza pubblica degli ultimi decenni del secolo hanno assicurato voti e seggi alla classe politica di allora, ma hanno contribuito a raggiungere un livello altissimo e oggi insostenibile del debito pubblico (che ha ovviamente assorbito, fra l’altro, anche i disavanzi del sistema pensionistico).

Soprattutto la “gestione allegra” delle casse dello Stato, con la quale è stato assicurato il consenso, ha concesso una serie di privilegi – ma anche di diritti del tutto legittimi dal punto di vista dei percipienti – che è molto difficile, se non impossibile, azzerare oggi senza ledere princìpi costituzionali attraverso la retroattività.

Passare infatti dal sistema retributivo (in cui i lavoratori di oggi, attraverso i loro contributi, pagano le pensioni di oggi) a quello contributivo (in cui ciascuno accumula la propria pensione) è pressoché impossibile senza colpire duramente chi alla fin fine ha solo fatto ciò che le leggi del tempo consentivano, e in parte imponevano, magari decidendo in modo irreversibile di lasciare il lavoro perché poteva contare su una determinata pensione.

Se costituissimo oggi un sistema pensionistico ex-novo con modalità contributive, come hanno fatto i fondi pensione complementari a partire dalla riforma del 1993, potremmo farlo in condizioni di equilibrio. Ma dover assicurare il flusso di pensioni in essere praticamente senza finanziamento implica la formazione di un disavanzo che qualcuno deve coprire.

Tale passaggio venne effettuato nel Cile di Pinochet – sotto la guida dei “Chicago boys”, gli economisti dell’entourage reaganiano del tempo – attraverso la semplice eliminazione dei diritti con una nuova legge, contando sul fatto che il consenso non era necessario e l’ordine pubblico veniva garantito con metodi dittatoriali. Nelle democrazie questo passaggio è invece molto complicato e richiede decenni di tempo, saggezza e gradualità, oltre che un ambiente economico in crescita con popolazione attiva e reddito che aumentano di anno in anno.

In Italia, a partire dal governo Dini, si è tentato un “atterraggio morbido” attraverso sistemi misti con i quali si sono dovuti superare i gap generazionali che inevitabilmente creavano, allungando sempre di più l’età della pensione in modo tale da far crescere la quota di popolazione che paga i contributi e limitare quella che riscuote le pensioni.

Oggi di fatto si va in pensione a 68 anni e i meccanismi di anticipazione sono ostacolati al massimo. Fino alla recente esperienza della “legge Fornero” con la quale vennero eliminati i benefici già previsti per molti che avevano già lasciato il lavoro, creando il fenomeno dei cosiddetti “esodati”.

 

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E’ vero che le condizioni di vita sono oggi generalmente migliorate e che alla soglia dei 70 anni molti sono ancora in buona salute e in grado di lavorare. Ma questo comporta un notevole ostacolo al turnover nei posti di lavoro e all’ingresso dei giovani, approfondendo il divario fra chi lavora, o gode di tutti i privilegi e i giusti diritti garantiti, e chi non lavora o entrerà al lavoro sempre più tardi, rendendo così la pensione un vero e proprio miraggio.

Anche le innovazioni normative, quale ad esempio la previdenza complementare, hanno sicuramente migliorato il sistema, offrendo possibilità e soluzioni nuove con opportuni incentivi fiscali, ma solo per coloro che già potevano contare su una pensione. Si possono stipulare polizze assicurative a contributo previdenziale, ma come si fa a pagare i premi se non si ha reddito? Anche opzioni che un tempo consentivano di anticipare l’età della pensione, quale il riscatto degli anni di laurea, sono di fatto precluse a chi non lavora o è appena entrato nel mondo del lavoro con redditi troppo bassi.

Un tempo la vita scorreva su binari magari noiosi e prevedibili, ma tutto sommato rassicuranti: il lavoro, la carriera, la pensione. Oggi tutto questo è per molti un vero miraggio.

 


[1] La differenza fra i due metodi di calcolo della pensione è stata ampiamente descritta nel precedente articolo (si veda     https://marcoparlangeli.com/2020/02/12/pensione-paradiso/).

L’amico del Giaguaro

 

Continuiamo a parlare di consulenti e consulenza, cercando di completare il ragionamento iniziato la scorsa settimana. Avevamo parlato del problema che rappresenta sicuramente uno degli aspetti più critici del rapporto con la clientela, ovvero dei potenziali conflitti di interessi fra consulenti e investitori.

Il tema centrale è quello dell’effettiva indipendenza del consulente, molto difficile da riscontrare anche quando il professionista si definisce egli stesso “indipendente”: è infatti facile intuire che il funzionario di banca che ci segue nel rapporto abbia come primario interesse quello della banca che gli paga lo stipendio, molto più di quello del cliente. Quando i due interessi entrano in contrapposizione, è scontato indovinare chi avrà la peggio. Altrettanto facile quando il consulente è dichiaratamente esponente o monomandatario di una specifica casa di produzione o di una società di gestione.

È esattamente ciò che avviene quando entriamo in un negozio: è ragionevole attendersi dall’altra parte qualcuno che voglia venderci uno dei prodotti che ha in bottega, anche se si rende conto che non ne abbiamo bisogno e che in commercio ne esistono di migliori e/o a minor prezzo..

Finché si tratta di uno smartphone o di una camicia, il danno che un consiglio sbagliato può provocare è tutto sommato contenuto: al massimo compreremmo qualcosa che non ci soddisfa, che abbiamo pagato un po’ di più o di cui non abbiamo bisogno. Ma se investiamo male i nostri risparmi, corriamo il rischio di polverizzare o ridimensionare severamente il nostro patrimonio: provare a citofonare ai danneggiati dai vari prodotti spazzatura, dai Tango bond, a Cirio Parmalat, e su su per un sentiero pressoché interminabile di scandali finanziari!

Ben più insidioso riconoscere, da parte dell’investitore, il conflitto di interessi nel rapporto con un consulente “indipendente” che, almeno teoricamente, dovrebbe invece poterci proporre in modo obiettivo tutta la gamma di strumenti acquistabili. Il fatto è che molto spesso, per non dire sempre, anche lui ha convenienza a favorire la vendita di alcuni prodotti a danno di altri, perché su quelli riceve dal produttore storni di commissioni, bonus o altri incentivi. Con l’entrata in vigore di MiFID 2[1] la trasparenza ha in verità fatto un bel passo avanti, obbligando – almeno teoricamente – gli intermediari a esplicitare l’importo effettivo di commissioni e fees addebitate al cliente, non più in termini incomprensibili di confronto percentuale con indici e algoritmi, ma in quantità di Euro che sono transitati dalle tasche dell’investitore alle loro.

Se la Direttiva fosse compiutamente applicata, ogni cliente – apprendendo che il suo “consulente di fiducia” ha guadagnato dal suo rapporto, ad esempio, 1.500 €[2] quando magari lui ha avuto un rendimento negativo – avrebbe un formidabile strumento in più per capire quanto vale e quanto costa il servizio di consulenza a cui ricorre.

Purtroppo banche e intermediari finanziari ne sanno una più del diavolo e questo tipo di obbligo, grazie anche alle potenti lobbies messe in campo, non è ancora pienamente operativo. Certo è che il sentiment comune nei confronti degli enti creditizi non è mai stato negativo come oggi, nonostante gli enormi sforzi e investimenti in pubblicità dei gruppi maggiori. Tanto che verrebbe da chiedersi: perché non utilizzano le risorse spese in pubblicità nel miglioramento dei processi e dei rapporti con la clientela?

Per questo siamo fermamente convinti che la figura di un advisor veramente indipendente, oltre che competente e qualificato, sarebbe di grande aiuto per guidare il risparmiatore verso scelte ottimali, in relazione ai propri obiettivi.

Quali caratteristiche dovrebbe avere il consulente ideale? Che tipo di supporto dovrebbe fornire? E come dovrebbe farsi pagare?

Innanzitutto – a nostro avviso – non dovrebbe avere alcun rapporto diretto con i flussi di denaro del cliente: dovrebbe limitarsi a indicare quello che il cliente dovrebbe fare, lasciandolo poi libero di decidere se seguire oppure no i suoi consigli e di scegliersi l’intermediario attraverso il quale effettuare le transazioni, in questo caso con l’unico obiettivo di minimizzarne i costi.

Il consulente ideale dovrebbe – come un buon medico di famiglia – conoscere la storia del cliente, la sua situazione reddituale, le attività e passività che compongono il suo bilancio, ma anche la sua propensione al rischio, all’innovazione, il livello di massima perdita sostenibile, ma soprattutto i suoi obiettivi personali, a medio e lungo termine. Dovrebbe – sulla base di questi elementi e della sua lettura del mercato – definire l’asset allocation strategica e monitorarla sistematicamente, fornendo indicazioni sulla sua implementazione, nonché sulla tattica di breve-medio periodo e sulla periodica revisione della strategia, quando necessario.

Sarebbe necessario inoltre che lo stesso fornisca una serie di segnali e indicazioni, lasciando poi al cliente la libertà e l’onere di metterli in pratica oppure no. E dovrebbe, infine, addebitare al cliente solo una percentuale del guadagno ottenuto, almeno in via teorica, soprassedendo se il cliente perde.

Tutto questo è talmente evidente da far sembrare inutile sottolinearlo: ma esiste oggi un consulente che abbia queste caratteristiche? In tutta franchezza, noi non lo abbiamo ancora trovato.

Più che consulenti ideali, finora, abbiamo incontrato “amici del giaguaro”[3].

 


[1] La direttiva MiFID o Markets in financial instruments directive (2004/39/EC) ha disciplinato dal 31 gennaio 2007 al 2 gennaio 2018 i mercati finanziari dell’Unione europea. Dal 3 gennaio 2018 è entrata in vigore in tutta l’Unione la nuova direttiva MiFID II (2014/65/EU) che, insieme alla MiFIR o Markets in financial instruments regulation (regolamento EU n. 600/2014) ha preso il posto delle precedente regolamentazione europea. Spetta ai singoli Stati componenti l’Unione il recepimento delle nuove regole UE, con l’adattamento della disciplina nazionale. (dal sito www.consob.it)

[2] Facciamo un’ipotesi di spesa complessiva (commissioni di ingresso, di continuing, sulle negoziazioni, di consulenza, ecc. ) media dell’1,50% su un patrimonio di 100.000, ma l’onere effettivo è certamente superiore.

[3] La scherzosa locuzione è un’espressione figurata per indicare una persona che dovrebbe essere dalla nostra parte e che, invece, sembra parteggiare per l’avversario o che comunque solleva troppe obiezioni quando la si mette al corrente di un progetto.  L’espressione ha tratto origine dalla battuta conclusiva di una barzelletta che racconta di un tizio che ha deciso di andare a caccia di giaguari e lo annuncia a un suo amico. Quest’ultimo allora comincia a porgli molte obiezioni ricordandogli tutti i problemi cui potrebbe andare incontro; alla fine l’altro sbotta e dice: “Ma tu sei amico mio o del giaguaro?”.

La battuta fu ripresa per dare il titolo a un varietà televisivo dei primi anni ’60 del secolo scorso condotta da Corrado (L’amico del giaguaro) e che a sua volta faceva riferimento all’omonimo film del 1958 interpretato, fra gli altri, da Walter Chiari (tratto da https://www.albanesi.it/frasi-celebri-modi-dire/amico-del-giaguaro.htm ).

I Dieci Comandamenti

Dopo la pausa natalizia, torniamo a parlare di mercati. Come abbiamo scritto nell’ultimo articolo dell’anno scorso, gli investimenti continuano a darci soddisfazione e anche il nuovo ventennio tutto sommato è iniziato sotto il segno della buona salute. Quale miglior momento dunque per puntualizzare alcune raccomandazioni di buon senso che aiutino l’investitore razionale e prudente ad evitare bruschi risvegli e perdite dolorose.

La nostra strenna ai lettori, ai quali siamo grati della costanza e della fedeltà che sarà presto premiata con una nuova veste del blog, è un decalogo di comportamento, la cui osservanza garantirà di restare sempre a galla, anche nei momenti di caduta del mercato che purtroppo arriveranno.

  1. Seguire sempre una strategia che tenga conto della nostra situazione finanziaria, economica e patrimoniale, della propensione al rischio e individui obiettivi chiari, misurabili e realizzabili. L’asset allocation strategica, ovvero la ripartizione ideale del portafoglio per categorie di strumenti finanziari, deve indicare la direzione di marcia da non abbandonare mai.
  2. Comprare con giudizio e senza fretta: si guadagna solo se si acquista bene, senza farsi prendere dalla frenesia del click o dalla paura di perdere le occasioni. I titoli non scappano, meglio perdere un possibile guadagno che trovarsi inchiodati da un investimento fatto male.
  3. Per comprare seguire sempre la regola del tre: dobbiamo trovare almeno tre fonti diverse e attendibili che ci consiglino l’acquisto, siano report degli analisti, articoli di giornale, consigli dei consulenti o voci intercettate: se non esistono nel mondo almeno tre pareri favorevoli, probabilmente stiamo prendendo un abbaglio.
  4. Per ogni investimento darsi un limite massimo di perdita che siamo disposti a tollerare e, se si arriva a quel punto, non esitare a uscire. Si può usare la tecnica dello stop loss oppure, meglio, il monitoraggio costante. Non è facile vendere un titolo e incassare una perdita, e all’inizio è doloroso, ma da qui si deve passare: non esiste una storia di investimenti senza perdite e il meglio che si può fare è contenerle entro limiti accettabili prestabiliti.
  5. Quando siamo al 20% di guadagno, vendere senza indugio. Si può anche fissare un limite inferiore, ma è bene imporsi una disciplina di comportamento che ci porti a realizzare i guadagni quando hanno raggiunto il nostro obiettivo. Se poi il titolo continua a salire, si potrà sempre ricomprare ma dovremo valutare la nuova situazione alla luce della nostra asset allocation strategica e dei nuovi parametri che la maggiore quotazione esprime.
  6. Farsi sempre un’idea precisa e personale di dove mettiamo i nostri soldi: anche se abbiamo tante indicazioni, dobbiamo fare uno sforzo per analizzare senza pregiudizi la nostra idea di investimento: evitiamo la sindrome del “pacco postale” e l’adesione inconsapevole a indicazioni esterne, che generalmente sono mosse da obiettivi diversi dall’interesse dell’investitore.
  7. Monitoriamo, anche con l’aiuto di un consulente, almeno mensilmente il risultato del nostro portafoglio e confrontiamolo con gli obiettivi strategici che ci eravamo proposti, per capire a che punto del percorso siamo. Se anziché avvicinarsi alla meta ce ne allontaniamo, dobbiamo capire perché: si tratta di un movimento temporaneo destinato a rientrare oppure avevamo sbagliato previsioni o ci eravamo posti obiettivi irrealizzabili? In questo caso, valutiamo di modificare la strategia.
  8. Teniamoci sempre informati di quello che succede nel mondo, e in particolare sui mercati in cui operiamo. Pur senza dover rincorrere tutte le notizie, tuttavia è bene avere un’idea di come si sta muovendo l’universo in cui abbiamo investito, o pensiamo di investire, i nostri risparmi; è utile quindi seguire gli avvenimenti non solo di natura economica, ma di attualità e politica (pensiamo ai recenti fatti in Iran che hanno determinato forti, anche se temporanee, conseguenze sui mercati).
  9. Teniamoci al giusto livello di diversificazione: qualche investimento decorrelato – ovvero che ha andamento non collegato agli altri – è prudente, ma troppa frammentazione produce solo aumento di costi e riduce la probabilità di fare buoni risultati se – come speriamo – le nostre analisi sono giuste e la nostra strategia è premiante.
  10. Facciamo singoli investimenti di importo minimo significativo, almeno 10.000 Euro l’uno, meglio se 20.000: per stake inferiori non potremmo avere risultati apprezzabili soprattutto se il nostro stile di investimento è attivo e dinamico. In questo caso infatti saremo portati a liquidare posizioni con guadagni contenuti, anche del 3 o 4 per cento, col solo risultato di arricchire gli intermediari.

Si tratta di dieci regolette di facile comprensione, anche se non sempre di immediata attuazione, che dovrebbero diventare una modalità automatica di comportamento. La loro osservanza garantisce di non incorrere in perdite devastanti e di realizzare buoni risultati con i nostri investimenti.

I corni del dilemma: le buone azioni di fine anno

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Come abbiamo visto la scorsa settimana, il mercato azionario italiano è cresciuto di quasi il 30% dall’inizio dell’anno, sulla scia del forte trend rialzista che ormai da molto tempo sta interessando il mercato USA. I vecchi operatori dei borsini (i locali delle banche dove si seguivano in diretta le contrattazioni) erano soliti affermare che il trend è tuo amico (trend is your friend) e, in casi come questo, si facevano portare volentieri dalla corrente per partecipare alla festa e mettere fieno in cascina.

Tuttavia fra le tante incertezze che ci circondano, una certezza possiamo averla: prima o poi la pacchia finisce e l’investitore prudente deve evitare di trovarsi a quel momento con il portafoglio totalmente investito, per non essere travolto dall’inversione di tendenza che molto probabilmente sarà intensa e repentina. Inoltre è altrettanto probabile che il prossimo anno, in cui ci saranno le elezioni presidenziali negli Stati Uniti, i mercati vedranno una grande instabilità legata ai possibili esiti dell’importante tornata elettorale, per cui non è da ritenere verosimile che il rally possa continuare, almeno a questi ritmi, oltre la metà del 2020.

E’ chiaro che 6/8 mesi sono comunque molti nell’ottica di un investitore e che la gestione sbagliata di questo periodo può fare molto male sia – nella migliore delle ipotesi – come opportunità di guadagno non sfruttate sia soprattutto se rischiasse di essere travolto dal crollo prossimo venturo.

Infatti una serie di fattori, molto importanti, possono influenzare in modo significativo l’andamento dei mercati e comunque sono portatori di instabilità: dall’ingresso nell’agone del nuovo Presidente della BCE Christine Lagarde dopo l’era di Mario Draghi, all’evoluzione della lunga diatriba sui dazi commerciali fra USA e Cina; dall’ancora incerto sviluppo della Brexit (che ha da tempo compiuto i tre anni) alla capacità di tenuta del governo italiano per tutta la legislatura.

Riuscirà il governatore della Federal Reserve americana a resistere alle pressioni sempre più forti del Presidente uscente Trump per far diminuire i tassi?  E come si presenteranno le trimestrali delle società quotate nel nostro paese in una fase congiunturale di netto rallentamento? Piazza Affari avrà ancora benzina nel serbatoio per correre dopo un aumento del 30% in dieci mesi?

Considerando che mancano circa 5 settimane di mercati aperti da qui alla fine dell’anno e che in questo periodo molti operatori e gestori faranno di tutto per tenere i prezzi al massimo livello possibile al fine di presentare bilanci positivi e incassare i bonus legati alle performance, è ragionevole ritenere che l’attesa inversione di tendenza almeno fino all’anno nuovo non debba verificarsi.

Naturalmente si tratta di un’impostazione di breve o brevissimo periodo, di natura esclusivamente speculativa e finalizzata a lucrare, in chiave tattica, redditi aggiuntivi rispetto a quelli definiti come obiettivi di rendimento del portafoglio. E’ un classico punto di vista da trader, più che dell’investitore: chi ha comunque investito sulla base di una strategia ben precisa (individuando correttamente la propria asset allocation) e di una valutazione sulla gestione economica delle aziende quotate, potrà tranquillamente continuare su questa strada, non facendosi prendere ora dalla frenesia di partecipare al banchetto o, al momento del crollo, dalla depressione che arriverà.

Nella logica dell’investitore entrare ora su un titolo è invece abbastanza difficile, perché i prezzi, in rapporto agli utili societari, sono in genere molto alti, anche se continuano a crescere. Il consiglio è quindi quello di portare a casa, se possibile, le plusvalenze teoriche emerse. In tal caso, è vero che non si guadagnerà più se il corso dell’azione dovesse aumentare ancora, ma è anche vero che in caso di crollo improvviso ci saremmo cautelati. Se e quando il crollo avverrà, mantenendo comunque la fiducia in quel particolare titolo, potremmo ricomprarlo a un prezzo più basso e ci ritroveremmo nella stessa situazione di partenza ma con un bell’utile in saccoccia.

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Dal punto di vista del trader, invece, si potrebbe pensare a incursioni rapide su alcuni titoli particolari al momento in cui i prezzi dovessero scendere del 2 o 3 per cento in una singola giornata oppure oltre un certo livello soglia, per poi rivendere al rimbalzo successivo, quando si arrivi a una plusvalenza ritenuta accettabile. In questo caso si deve costruire un elenco (la cosiddetta watchlist), di titoli graditi, da monitorare giorno per giorno. Il concetto dovrebbe essere quello che, se anche nel breve termine non si riesce a chiudere quella operazione e il titolo continuasse a scendere, avremmo sempre effettuato un investimento che ha senso; al limite incasseremmo i dividendi al prossimo stacco.

Va in ogni caso tenuto presente qual è il livello di rischio che si intende correre, ovvero il limite massimo di perdita ritenuto sostenibile, per poi uscire anche in stop loss se le cose dovessero mettersi male.

Viceversa, estremamente rischioso è impostare una strategia short su alcuni titoli o sugli indici di borsa, ovvero vendere allo scoperto e a termine al fine di lucrare sul crollo che si prevede alle porte. Questa strategia è molto pericolosa, ed espone a perdite potenzialmente illimitate se invece il mercato continua a crescere, tanto più se si utilizza la leva finanziaria che amplifica, come noto, sia i guadagni che le perdite.

Un’altra ipotesi operativa da prendere in considerazione può essere quella degli strumenti derivati. Se vogliamo sterilizzare gli utili teorici fino a questo momento emersi senza tuttavia vendere i titoli, potremmo acquistare un certificato (i cosiddetti ETC o ETF) il cui valore aumenta al diminuire dell’indice di borsa, o dell’andamento di un particolare titolo. Si tratta di titoli che utilizzano una determinata leva finanziaria e il cui costo di acquisto può essere considerato una sorta di premio assicurativo. Con opportuni calcoli, è possibile determinare quale ammontare del certificato sottoscrivere a fronte di un determinato utile da plusvalenza che si vuole congelare. Da quel momento in avanti, se i calcoli sono corretti, qualunque cosa succeda il nostro utile teorico non sarà più in discussione; ovviamente però si rinuncerà a eventuali ulteriori guadagni se i nostri titoli dovessero continuare a crescere.

In sostanza, se il mercato crescerà si guadagnerà con il portafoglio, ma si perderà sul derivato; se invece si verificherà il temuto crollo, il derivato si apprezzerà nella stessa misura della minusvalenza sui titoli.

Pur essendo una soluzione interessante, si tratta tuttavia di strumenti che richiedono un certo grado di conoscenza teorica e un’attitudine ad operare sui mercati, per cui sono più adatti a investitori esperti. E inoltre si tratta di strumenti caratterizzati da una certa opacità, specie in merito ai costi caricati da chi li produce e da chi li commercializza. Sono loro che, in ultima analisi, guadagnano con ogni situazione di mercato.

 

 

 

 

 

 

 

 

Non solo TAV

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La recente vicenda della TAV, incentrata sull’opportunità o meno di realizzare la rete ferroviaria ad alta velocità nel tratto Torino – Lione, è stata una delle cause della caduta del “governo del cambiamento” in Italia ed ha da tempo assunto un rilievo importante del dibattito politico nazionale, condizionata anche dalla vivace e a tratti violenta protesta degli ambientalisti.

Questi ultimi, sostenuti dal partito di maggioranza relativa della coalizione governativa, si oppongono alla realizzazione dell’infrastruttura che, a loro avviso, danneggerebbe in modo irreversibile l’ecosistema della Val di Susa. I favorevoli, fra i quali l’altro partito al potere, ritengono invece che si tratti di un’opera che migliora le comunicazioni del paese, inserendolo nel circuito che collega in modo rapido ed efficiente le maggiori e più sviluppate aree europee; ed è inoltre un modo per rilanciare gli investimenti pubblici e, per questa via, la crescita economica.

Il governo, dopo aver commissionato un’indagine costi-benefici sul progetto (dalla quale emergeva peraltro la non convenienza a procedere nell’opera), ha ritenuto che sarebbero stati maggiori i costi per abbandonare il progetto – già avviato da tempo – che non quelli per completarlo e si è schierato per il sì nel Consiglio dei Ministri che ha preceduto la crisi di governo.

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A parte la questione specifica della TAV, che ha avuto fra l’altro il merito di contribuire a porre fine alla sconclusionata e dannosa coalizione al potere, quello che colpisce nella vicenda è l’errato approccio di metodo al problema degli investimenti pubblici. Se avessimo basato in passato le valutazioni di questo tipo solo ai risultati di analisi costi-benefici, oggi saremmo un paese ancora più arretrato e senza infrastrutture. Non ci sarebbe stato il miracolo economico degli anni Sessanta, non avremmo una rete autostradale né un sistema di trasporti e comunicazioni, né aeroporti e neanche ospedali o scuole. Sarebbero stati realizzati solo i progetti di investimento profittevoli, e questo avrebbero potuto benissimo farlo i privati, senza necessità di far intervenire lo Stato.

Se l’obiettivo fosse quello di risparmiare risorse pubbliche, basterebbe non fare niente per raggiungerlo. Se l’obiettivo fosse quello di conseguire il profitto, si dovrebbero imporre canoni di concessione e tariffe talmente elevati da poter coprire tutti i costi dell’opera pubblica, ma questo renderebbe non economico utilizzarla e certamente il paese non crescerebbe mai.

Che ci debba essere attenzione alla spesa, senza sprechi e ricercando la massima efficacia nell’utilizzo delle risorse, è fuor di dubbio. Come pure è altrettanto certo che debbano essere valutati i benefici economici diretti di ogni opera pubblica e il periodo di tempo entro il quale il costo dell’investimento verrà recuperato (il cosiddetto break-even point), se non altro per avere un’idea dell’effetto dell’opera sui conti pubblici. Ma escludere a priori la realizzazione di infrastrutture sulla base di un mero ragionamento contabile è un errore di metodo che rivela la totale mancanza di visione strategica e di un’idea di sviluppo.

C’è un interessante ramo della macroeconomia definito “economia del benessere”, teorizzato da grandi studiosi del passato quali Walras e Pareto e reso sistematico nel trattato “The economics of welfare” dall’inglese Arthur Cecil Pigou nel 1932, che si occupa fra l’altro di valutazioni orientate alle politiche pubbliche per stimarne gli effetti sul benessere della collettività[1].

A.C._Pigou

 

Quando si valutano le politiche economiche è necessario tenere conto anche degli effetti indiretti sul benessere della collettività, le cosiddette esternalità[2], che possono essere positive o negative e che non si prestano per loro natura a misurazioni esatte.

Classico esempio di esternalità negativa è quello di uno stabilimento industriale che diffonde nell’ambiente rumori o odori molesti che, non avendo alcun costo per l’azienda, tuttavia provocano negatività e peggioramento complessivo del benessere nella collettività. Se questi costi fossero misurabili, e addebitabili in qualche modo all’azienda, le valutazioni di convenienza dello stabilimento sarebbero drasticamente diverse.

Lo stesso, al contrario, nel caso di esternalità positive, come quelle di cui ci occupiamo in questo articolo. Possiamo fare, a questo proposito, l’esempio del tunnel di Moena. Questa splendida cittadina alpina era attraversata dalla strada statale dolomitica che intasava il delicato equilibrio del centro storico passando proprio in mezzo alla piazza principale. Qualche anno fa è stato costruito un tunnel che ha deviato tutto il traffico dal centro, liberando così la città dall’assedio delle auto. Il tunnel (scavato all’interno della montagna) è stato sicuramente molto costoso anche se non molto lungo, ed è indubitabile che il benessere dei cittadini e dei turisti è molto migliorato.

Siccome è gratuito, se la realizzazione fosse stata sottoposta all’esame costi-benefici certamente non sarebbe mai stato fatto.  Eppure l’economia della comunità certamente ne ha avuto un impatto positivo, ancorché non misurabile: in primo luogo i lavori per il tunnel, con gli investimenti necessari e i salari pagati, hanno incrementato il Pil della zona. Ma soprattutto i turisti vengono più volentieri, spendono di più, si fermano più a lungo nei tavolini di bar e ristoranti della piazza, non più immersi negli scarichi inquinanti, ma liberi per godersi con calma il paesaggio.

Identiche considerazioni potremmo fare per quasi tutte le opere di infrastrutturazione di un paese, in cui è necessario che la politica vera, quella che ha a cuore le condizioni di vita e lo sviluppo delle comunità, non ragioni in modo ottusamente ragionieristico, ma si faccia carico di progetti a lungo termine che migliorino il benessere delle generazioni attuali e soprattutto di quelle future.

 


[1] Dal sito dell’Enciclopedia Treccani:    www.treccani.it/enciclopedia/economia-del-benessere/

[2] In economia, gli effetti (detti anche effetti esterni o economia esterna) che l’attività di un’unità economica (individuo, impresa ecc.) esercita, al di fuori delle transazioni di mercato, sulla produzione o sul benessere di altre unità, cfr: http://www.treccani.it/enciclopedia/esternalita/

Che fare in tempi di turbolenza?

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Abbiamo visto nel precedente articolo come i mercati siano oggi molto spesso in balìa di esternazioni, più o meno pertinenti, da parte di esponenti politici o rappresentanti di organismi istituzionali, con il risultato di amplificare oltre misura le oscillazioni dei prezzi, già di per sé soggette a grande instabilità.

Cosa può fare in questi casi un risparmiatore per tutelare i suoi investimenti? Dare consigli non è certo facile, ma possiamo provare a fornire qualche raccomandazione di buon senso.

La prima raccomandazione è quella di comprare bene, ovvero scegliere titoli emessi da soggetti affidabili, siano essi stati sovrani o società private, di cui si abbia una corretta percezione del rischio. Nel caso di azioni, o di titoli obbligazionari corporate – ovvero emessi da grandi imprese private – occorre farsi un’idea di quello che può essere un valore corretto del titolo, il cosiddetto target price[1], e – una volta definita una strategia globale del portafoglio – comprarlo quando il prezzo di mercato è inferiore a tale valore. Meglio sempre non aver fretta e non fare forzature; meglio non comprare che comprare male.

Se poi il mercato scende , la prima cosa da chiedersi è se si tratta di fibrillazione momentanea – dovuta alle improvvide dichiarazioni di qualcuno – oppure se è l’inizio di una vera e propria crisi. La risposta non è facile, ma da essa dipende la strategia che l’investitore razionale deve mettere in atto.

Se si tratta di un calo contingente e dovuto alla volatilità del momento, conviene tenere i titoli in portafoglio, e anzi incrementare l’investimento approfittando del momentaneo calo di prezzo. Se invece si tratta dell’inizio di un prolungato e strutturale periodo di crolli, meglio vendere subito finché si è in tempo, limitando le perdite.

Come si vede, l’instabilità provoca una situazione di forte rischio: sbagliando diagnosi si può andare incontro a veri e propri disastri; e in un tempo come l’attuale in cui i mercati si muovono anche del 5/6% in una settimana, il rischio di fare valutazioni errate aumenta.

Nella fase attuale gli analisti più autorevoli sostengono che non ci sono i presupposti per l’inizio di un crollo in larga scala e generalizzato come avvenne nel 2007.  Le ragioni di questa valutazione stanno soprattutto nella grande liquidità che c’è oggi nel sistema, nell’atteggiamento delle banche centrali, pronte ad utilizzare tutti gli strumenti disponibili (whatever it takes, tutto quello che è necessario, come disse tempo fa Mario Draghi) per sostenere le economie e i mercati, nell’andamento tutto sommato ancora positivo del sistema USA e nei multipli delle quotazioni che non hanno ancora raggiunto i livelli massimi.

D’altra parte è anche vero che gli economisti sono noti per non indovinare mai le previsioni, anche se bravissimi a spiegare cosa è successo. Quindi è bene non prendere per oro colato tutto quello che dicono. Nel 2007 nessuno aveva previsto la portata della crisi epocale che colpì in modo violento ed indistinto tutti i mercati, a parte Nouriel Roubini, che già nel 2006 al Fondo Monetario Internazionale aveva messo in guardia contro l’avvicinarsi del disastro. Su tale, isolata, previsione azzeccata, l’economista di origine iraniana ha poi fondato la sua fortuna sia come docente, sia come investitore.

La sensazione è che dopo qualche anno di crescita costante, prima o poi ci debba essere un’inversione del ciclo e i prezzi tornino a scendere. E’ probabile che l’anno in corso sia ancora un anno positivo, o quanto meno si mantenga sugli attuali livelli medi, perché certamente l’attuale presidente USA non vorrà presentarsi agli elettori con l’economia stagnante, tassi alti e prezzi degli strumenti finanziari in calo generalizzato. Ma è abbastanza prevedibile che dopo i prossimi 3 o 4 mesi il lungo momento magico si esaurisca e si entri in una fase di recessione, dapprima negli USA e poi, a cascata, nel resto del mondo. Alla fine i tassi dovranno aumentare, e le politiche espansive delle banche centrali dovranno in qualche modo essere contenute.

Se questo succederà, è prevedibile che i prezzi di azioni e obbligazioni inizino una discesa che potrebbe essere anche piuttosto rapida, per cui il consiglio è di farsi trovare, in questa eventualità, con un portafoglio più liquido possibile. Ciò vuol dire rinunciare a qualche possibile profitto per evitare brutte sorprese.

 


[1] Il target price, prezzo “bersaglio”, è il prezzo che l’analista ritiene sia quello a cui un determinato titolo tende ad allinearsi nel medio periodo, rappresentativo del valore corretto della società. In genere è calcolato attraverso l’utilizzo di diverse tecniche di valutazione aziandale, applicate ai numeri e alle informazioni pubblicamente disponibili

Un mondo di flussi e stock

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Una lettrice ci ha chiesto di fornire qualche utile indicazione per seguire i conti di casa, sulla scorta di quanto tempo fa dicemmo in merito al monitoraggio del portafoglio.

A prima vista, tenere memoria delle spese (e delle entrate) di una famiglia è un esercizio facile: basta annotare i soldi che escono (magari con criterio di omogeneità per tipi di spesa) e confrontare, tempo per tempo, i totali periodici.

Ad esempio, se si utilizza il mese come periodo temporale di riferimento, dovremmo registrare sotto la voce “alimentari” oppure “telefono” – e così via – tutti i pagamenti effettuati a quel titolo nel mese, sia per contanti sia attraverso la carta di credito sia con addebito in conto. Poi potremo confrontare, da un mese all’altro, i totali e vedere se abbiamo speso di più o di meno e, ad esempio, quanto paghiamo in un anno per quel tipo di spesa.

Purtroppo però le cose non sono così facili e ciò nonostante la famiglia sia un’azienda di erogazione e non di produzione (come l’impresa): ha cioè lo scopo di erogare beni e servizi ai propri membri e non di produrli o commerciarli. Per le imprese – che danno luogo a costi e ricavi – la contabilità è ben più complessa e infatti è necessaria la partita doppia; mentre per le famiglie, che hanno solo entrate e uscite, va benissimo la cosiddetta partita semplice.

Senza volerci addentrare troppo nella teoria ragionieristica, basti qui dire che la partita doppia è un metodo di contabilizzazione basato sulla doppia scrittura di ogni evento, una volta in dare e una volta in avere, in conti diversi. E’ finalizzata a calcolare l’utile di esercizio attraverso il conto economico, e il valore del patrimonio netto attraverso la situazione patrimoniale.

Per una famiglia, invece, le cose sono (solo apparentemente) più semplici, ma è necessario determinare, alla fine di ogni periodo di riferimento (anno o mese) la consistenza del patrimonio e l’avanzo o disavanzo di cassa. Per capire bene questo passaggio, è indispensabile aver chiaro un concetto base: la distinzione fra flussi e stock.

In genere si fa riferimento alle similitudini geografiche: il flusso è la quantità d’acqua che in un intervallo di tempo scorre nel fiume; lo stock è una montagna, alta e immobile (anche se col tempo si accresce o si riduce). Le entrate e le uscite sono flussi, mentre il patrimonio netto, i debiti, i titoli e il saldo del conto corrente sono stock.

Il debito si misura in un intervallo di tempo; lo stock è una fotografia scattata in un preciso istante. Fra le due categorie ci sono ovviamente rapporti stretti: il flusso netto di soldi in un mese fa aumentare lo stock di patrimonio, un disavanzo fa crescere i debiti o diminuire lo stesso patrimonio.

Non tutte le entrate o uscite sono spese o introiti: in alcuni casi sono solo spostamenti fra attività e passività. Ad esempio, se preleviamo 250€ al bancomat, non si tratta né di spese né di introiti, ma semplicemente di trasformazione di una parte del patrimonio da saldo di conto corrente in contanti; lo stesso se carichiamo una carta prepagata con addebito in conto. Così come se paghiamo una rata di mutuo, non tutto è spesa, ma solo la parte relativa agli interessi: la quota capitale, infatti, altro non è che il rimborso di parte di un debito, e quindi la riduzione di un tipo di attività patrimoniale e, allo stesso tempo, del debito residuo del mutuo.

Allo stesso tempo, tutti i movimenti relativi ai titoli (acquisto e vendita) sono semplici spostamenti da una forma di impiego del patrimonio (il saldo di conto corrente) in un’altra (i titoli, appunto). Se invece riscuotiamo una cedola, o registriamo una plusvalenza, allora avremmo effettivamente un introito.

Una corretta forma di registrazione dei conti di casa non può prescindere dalla separata individuazione delle grandezze-flusso e di quelle stock. Altrimenti non riusciremo a capire se spendiamo di più o di meno e se il patrimonio aumenta o diminuisce.

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Il meccanismo di registrazione, supponendo il mese come periodo di riferimento, deve quindi calcolare: il valore iniziale del patrimonio (PF0) e il suo valore finale (PF1); il saldo fra introiti e spese nel periodo (se positivo avanzo finanziario, AF; se negativo disavanzo finanziario, DF), in modo che sia verificata la relazione:

PF1 = PF0 + AF     oppure, alternativamente, PF1 = PF0 – DF

Parliamo in questo caso, semplificando, di patrimonio finanziario, intendendo quella parte di patrimonio che ha una rappresentazione in denaro (come la cassa, i titoli, i debiti, i crediti e così via). Non consideriamo, per semplicità, il patrimonio reale, costituito invece dai beni diversi, quali ad esempio case, automobili, mobili, barche, e così via. Una volta capito il meccanismo, sarà poi facile implementarlo con la parte reale, tenendo presente che ad ogni fine periodo esso andrebbe correttamente valutato, così come facciamo con i titoli che fanno invece parte della componente finanziaria.

Solo avendo chiara la distinzione fra flussi e stock è possibile registrare correttamente i conti di casa e capire se ci stiamo arricchendo o impoverendo e che cosa origina tale mutamento. Dovremmo quindi, giorno per giorno, annotare tutti i movimenti di denaro che non sono semplici trasferimenti fra elementi del patrimonio, ma vere e proprie spese o introiti. E alla fine del mese, sommare le varie registrazioni e valutare le componenti finanziarie del patrimonio.

La quadratura si avrà se l’incremento del patrimonio è uguale all’avanzo finanziario del mese più la plusvalenza teorica degli investimenti finanziari (in sostanza l’aumento o la diminuzione del valore dei titoli) verificatasi nel mese stesso. Se c’è una differenza, molto probabilmente abbiamo sbagliato i conti oppure ci siamo dimenticati di registrare qualcosa.

 

Nel prossimo articolo entreremo nel vivo del procedimento.

Puntare, mirare, fuoco!

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Una volta definita la short list dei titoli nel mirino con le indicazioni che abbiamo dato nel precedente articolo, basta concentrarsi su quelli prescelti, seguendone l’andamento. Rispetto ai valori correnti, per ogni titolo occorre dunque individuare il livello minimo di profitto che ci proponiamo (nel nostro caso, avevamo detto il 5%) e la perdita massima che siamo disposti ad accettare, calcolando i relativi prezzi di uscita nei due casi.

I concetti di take profit (TP) e stop loss (SL) sono molto importanti in finanza: per ogni investimento bisogna aver presente il livello al quale, secondo la nostra strategia, si deve vendere o perché si è conseguito l’utile che ci eravamo proposti o, al contrario, perché siamo arrivati alla massima perdita sostenibile. Nel primo caso, favorevole, anche se la quotazione sta crescendo e ci piacerebbe arrotondare il guadagno, può infatti succedere che una brusca inversione di tendenza faccia scivolare il prezzo sotto quel livello, vanificando la possibilità di guadagno. Nel secondo caso, negativo, quando un titolo inizia a scendere, è molto pericoloso tenerlo oltre il livello di SL sperando in un recupero, perché potrebbe crollare ancora (e in genere succede), amplificando la perdita.

Per evitare brutte sorprese, è indispensabile agire con prudenza e praticare una costante autodisciplina.

Supponiamo, ad esempio, di aver inserito nella nostra lista il titolo ENI, blue chip del settore energetico nazionale, peraltro un titolo di grande solidità e valore, e che la sua quotazione corrente sia 14,5. Il nostro pacchetto obiettivo (avevamo stabilito singoli investimenti nell’ordine di € 20,000) sarà quindi di 1350 azioni, il TP intorno a 15,25, con un guadagno lordo di € 1.012,5 e, se consideriamo accettabile una perdita massima di € 1,500, lo SL sarà intorno a 13,4.

Ciò significa che se entriamo oggi a 14,5, la nostra strategia ci indica di uscire in utile a 15,25 oppure in perdita a 13,4. Se nel corso dell’investimento il titolo staccasse un dividendo di 1 € per azione, naturalmente i due livelli si modificherebbero rispettivamente in 14,25 (quando viene pagato il dividendo, il prezzo del titolo in genere scende) e 12,4, rendendo tutto più semplice. Stessa cosa se riuscissimo ad entrare, grazie ad un buon timing di ingresso, a un livello inferiore a quello corrente.

Se andiamo a vedere gli indici di borsa sul titolo ENI, troviamo P/E a 12,68 e P/BV a 1,03, livelli che in prima approssimazione possiamo considerare accettabili per entrare. Se guadiamo i grafici a 3 e 6 mesi, vediamo che la performance è stata rispettivamente di – 2,9% e – 4,8%; che negli ultimi due mesi il titolo ha subito una discreta flessione e che nell’ultimo anno il valore minimo è stato 13,4 e il massimo oltre 16. Sono tutti elementi favorevoli per un possibile ingresso. Un esame un po’ più approfondito dovrebbe comprendere anche la valutazione dei target price ovvero dei prezzi “equi” secondo il parere degli analisti, ma questo ricede l’accesso a informazioni non immediatamente reperibili, salvo sottoscrivere abbonamenti a qualche società di informazione (tipo Bloomberg o Reuters) o appoggiarsi a un consulente.

Una volta verificato che siamo in “zona acquisto”, non resta che attendere il momento giusto. Con un po’ di pazienza, dovremmo aspettare una flessione temporanea del pezzo, in modo da guadagnare almeno qualche altro decimale nell’entry point, ovvero nel prezzo di acquisto.

Se tutte le condizioni di cui sopra sono verificate, faremo un investimento ben calibrato e ponderato, coerente con la nostra strategia e con gli elementi di giudizio disponibili in quel momento; se le nostre valutazioni sono corrette, molto probabilmente riusciremo a portare a casa il profitto che volevamo. Se invece le cose dovessero mettersi male, dobbiamo essere pronti a vendere quando il prezzo dovesse raggiungere il livello di SL.

Per seguire in modo efficace tutti i nostri investimenti, è necessario tenere a portata di mano tutte le informazioni raccolte in fase di analisi, per confrontarle con la performance effettiva. A questo punto un buon foglio elettronico (spreadsheet) è pressoché indispensabile: il programma più utilizzato è in genere Excel, facile da usare e di grande versatilità.

Il nostro consiglio è di costruirne uno calibrato sulle proprie esigenze. Ad esempio, per un portafoglio medio con 7/8 categorie di strumenti finanziari e più rapporti bancari, potremmo fare tanti fogli quanti sono i dossier, e in ciascun foglio i singoli titoli raggruppati per asset class. In un foglio iniziale “desktop” potrebbero poi essere riepilogati sia i saldi delle banche che quelli delle categorie di titoli, così da avere sott’occhio, ad ogni aggiornamento, il valore di mercato complessivo e la plusvalenza o minusvalenza rispetto al costo d’acquisto.

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Per ogni titolo dovrebbe essere riportato il costo, il valore di mercato e la conseguente plus/minusvalenza, nonché i livelli di take profit e stop loss inizialmente definiti.

Un’utile implementazione potrebbe essere quella di riportare nel desktop anche l’asset allocation strategica e il conseguente scostamento rispetto a quella effettiva.

In sintesi, il nostro file di Excel “patrimonio finanziario” dovrebbe avere i seguenti fogli:

DESKTOP, BANCA X, BANCA Y, BANCA Z, etc.

In ogni foglio, i titoli dovrebbero essere riportati con tutte le informazioni specifiche raccolte:

CODICE ISIN, DENOMINAZIONE, QUANTITÀ, PREZZO DI CARICO, VALUTA DI ACQUISTO, CONTROVALORE DI ACQUISTO, PREZZO DI MERCATO, PLUS/MINUSVALENZA, TAKE PROFIT, STOP LOSS, CATEGORIA.

In quest’ultima cella, quella delle asset class, dovrebbe essere indicato il numero corrispondente, come ad esempio:

 

  • Liquidità
  • Azioni Italia
  • Azioni Estero
  • Obbligazioni Italia 1-3 anni
  • Obbligazioni Italia > 3 anni tasso fisso
  • Obbligazioni Italia > 3 anni tasso variabile
  • Obbligazioni Estero 1-3 anni
  • Obbligazioni Estero > 3 anni tasso fisso
  • Obbligazioni Estero > 3 anni tasso variabile
  • Polizze vita …

e così via.

Con uno strumento del genere, da aggiornare ogni due o tre giorni, o al massimo ogni settimana attraverso i valori che ogni banca rende consultabili online sulle proprie piattaforme di home banking, avremo la possibilità di valutare come sta andando il portafoglio e, in caso, prendere per tempo le necessarie contromisure evitando brutte sorprese. Se riusciamo a mantenere una disciplina costante e ci atteniamo alla nostra asset allocation, potremo sempre limitare le eventuali perdite all’entità che avevamo considerato sostenibile e, salvo andamenti imprevisti del mercato, riusciremo a realizzare i nostri obiettivi di rendimento.

Un’ora sola

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Nel precedente articolo abbiamo visto cosa è opportuno fare in un periodo come questo, supponendo che il nostro investitore razionale abbia fino a qui seguito (e non crediamo che se ne sia pentito…) i consigli di questo blog. Abbiamo infatti suggerito di impiegare il tempo che usualmente dedicava al suo portafoglio per approfondire nuovi strumenti, rivedere la strategia e valutare opportunità diverse.

Anche in questi momenti, però, è indispensabile continuare a seguire gli investimenti in essere e, quindi, l’attività di monitoraggio è bene che prosegua con la stessa, se non superiore, attenzione.

Ma come deve essere impostata una corretta attività di monitoraggio e scouting da chi dispone di non più di una mezz’ora, massimo un’ora, al giorno?

Un ottimo testo, di cui consiglio senz’altro la lettura (Pietro Di Lorenzo “Il tempo è denaro”, Hoepli 2018) redatto da chi ha fatto con successo del trading e dell’educazione finanziaria la propria attività principale, fornisce modalità efficienti di gestire un portafoglio per ogni passo di tempo che può esserci dedicato. Così, chi ha solo un paio d’ore a trimestre potrà trovare l’approccio migliore, come chi ha poche ore al mese o alla settimana potrà trovare le forme di impiego più consone. Importante è operare con buon senso, prudenza e un minimo di applicazione.

Vogliamo qui invece esaminare questo aspetto da un diverso punto di vista, partendo dall’assunto che, per ogni portafoglio di media entità e complessità, è necessario investire quotidianamente una piccola parte del proprio tempo, anche se ci si appoggia a consulenti specializzati e di fiducia.

L’obiettivo è di fornire indicazioni forse banali o semplicistiche, ma certamente utili in chiave di estrema concretezza. Se riusciamo a seguire queste semplici operazioni, alla portata di tutti e a costo zero (salvo il tempo dedicato), è quasi certo che non solo riusciremo ad evitare perdite devastanti e spoliative, ma saremo in grado di limitare eventuali minusvalenze entro livelli di sacrificio stabiliti a priori e quindi sostenibili.

Le attività da seguire, in questa logica, sono dunque sostanzialmente due: il controllo del portafoglio esistente e la ricerca di nuovi investimenti, quest’ultima – come si è detto più volte – dopo aver definito la strategia tramite una seria asset allocation.

Per asset allocation si intende il processo di definizione strategica della più efficiente ripartizione del proprio patrimonio fra le diverse tipologie di strumenti finanziari (asset class), in modo da ottenere la percentuale – o meglio l’intervallo di percentuali – di azioni, di obbligazioni, di polizze, e così via.  Tutto questo sulla base della propria situazione patrimoniale, reddituale e finanziaria, della propensione al rischio, degli obiettivi di medio e lungo periodo e delle informazioni reperibili.

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Partiamo dalla seconda attività e supponiamo di dover trovare circa € 100,000 di titoli azionari da comprare; il metodo sarà evidentemente lo stesso anche per le altre tipologie di strumenti finanziari.

Prima di tutto dobbiamo tener presente il nostro obiettivo di rendimento, che discende dall’asset allocation. Supponiamo che il nostro tableau de bord indichi un tasso lordo del 5% all’anno per le azioni. Ciò significa che dal nostro patrimonio di € 100,000 dovremmo ricavare € 5,000 in un anno tra dividendi e guadagni in conto capitale.

Normalmente è bene diversificare l’investimento, in modo da non rischiare tutta la posta su un’unica puntata. Supponiamo di ricercare 5 stakes (pacchetti) da circa € 20,000 l’uno. Mediamente ogni singolo pacchetto dovrebbe quindi rendere € 1,000 all’anno. Sarebbe bene, per diversificare ulteriormente il rischio, investire in cinque diversi settori produttivi o comunque tipologie diverse. Ad esempio, in questo periodo una scelta razionale di settori potrebbe essere: tecnologico, energia, farmaceutico, considerando anche l’azionario Europa e quello USA.

Supponendo di limitarci ai primi tre sul mercato italiano, un ulteriore elemento di prudenza potrebbe essere quello di inserire sia blue chips (le società più importanti, a maggiore capitalizzazione), sia titoli di imprese minori (le cosidette small caps). Questi ultimi da noi sono quotato nel mercato “Star” o nell’AIM, due comparti specifici del listino di Borsa Italiana, nei quali sono trattate appunto società di piccola dimensione o start-up.

A questo punto, il campo di indagine è circoscritto e si tratta di vedere, settore per settore, come stanno andando le società e quali hanno maggiori spazi di potenziale crescita (il cosiddetto upside). Per fare questo occorre semplicemente fare un prospetto in cui riportare, per ogni titolo, una serie di informazioni che possono facilmente essere tratte dai più diffusi giornali economici o siti specializzati.

Senza necessariamente spendere una fortuna, semplicemente leggendo grafici e prospetti del “Sole 24 Ore”, di “Milano Finanza” (in particolare l’edizione del sabato), o del sito di Borsa Italiana e Consob, per restare ai più diffusi ed autorevoli, possiamo vedere l’andamento delle società che abbiamo individuato e i principali indici, fra i quali P/E e P/BV, di cui abbiamo ampiamente parlato in precedenti articoli (si veda in particolare https://marcoparlangeli.com/2018/02/20/in-carrozza-scelta-dei-singoli-titoli-e-timing/).

È anche opportuno guardare il grafico delle quotazioni (in genere si usano, in questa fase, i grafici a 3 e 6 mesi), per evitare di entrare in un titolo che è cresciuto molto negli ultimi tempi e il cui prezzo è vicino ai massimi.

Nella nostra short list, che potremmo compilare su un qualunque foglio elettronico (ma va bene anche un semplice foglio protocollo), potremmo anche utilizzare il semaforo (rosso: stare alla larga; verde: acquistabile; giallo: seguire con attenzione) oppure le faccine, con le diverse espressioni, in modo da evidenziare le opzioni interessanti.

 

Fatto questo, siamo già a buon punto! Vedremo nel prossimo articolo come e quando effettuare gli acquisti e come fare per monitorare i titoli in portafoglio.

 

L’ozio creativo del risparmiatore

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Abbiamo a più riprese suggerito ai nostri lettori di mantenersi il più possibile liquidi in questo periodo, al fine di evitare le diminuzioni di valore dei titoli (soprattutto azionari, ma anche delle obbligazioni a tasso fisso) che potrebbero conseguire all’atteso peggioramento dei mercati.

Dopo la corsa dei primi mesi dell’anno, che ha consentito a molti di recuperare almeno buona parte delle perdite subite nel terribile 2018, è infatti molto probabile che il trend venga invertito, alcuni prevedono anche pesantemente. In realtà i multipli, ovvero gli indici che misurano il rapporto fra prezzo di borsa e andamento economico della società, non sono del tutto fuori fase e potrebbero teoricamente consentire almeno un altro periodo di stabilità. E anche i dati trimestrali sono stati in generale in linea con le aspettative e non deludenti.

Tuttavia molti segnali inducono alla prudenza e molti analisti mettono in guardia dal pericolo di una nuova crisi. E sappiamo per esperienza che quando si cominciano a sentire i primi scricchiolii, spesso la valanga è improvvisa e potente.

Anche se abbiamo in portafoglio titoli di buona qualità, relativi ad aziende solide che fanno buoni prodotti ed hanno prospettive di sviluppo, tuttavia se la loro quotazione di borsa dovesse crollare trascinata dal mercato, converrebbe sempre trovarsi liquidi, ovvero con cash disponibile, per poterseli ricomprare a prezzo più basso.

Ora dunque che i mercati hanno iniziato a dare i primi segnali di debolezza, cosa deve fare il nostro investitore razionale: prendersi qualche mese di vacanza e disinteressarsi del portafoglio? Oppure impiegare utilmente in modo proficuo questo tempo in cui il giunco deve chinarsi fino a che la piena non è passata?

Premesso che farsi una bella vacanza, per chi ne ha la possibilità, è sempre un’ottima idea, il nostro consiglio è quello di impiegare il tempo di inattività forzata per studiare e ricercare nuove opportunità in modo da farsi trovare pronti alla fine del ciclo, quando comunque – in modo più o meno rapido – il ciclo si invertirà e le quotazioni torneranno a salire. A quel punto, un buon timing di ingresso potrà farci guadagnare tempo prezioso per entrare in un investimento prima degli altri e, quindi, a prezzi più bassi. Inoltre sarà possibile approfondire e valutare strumenti o settori produttivi che fino ad ora non abbiamo avuto il tempo o la possibilità di studiare adeguatamente.

Si tratta di applicare, sostanzialmente, la teoria aristotelica dell’ozio creativo, che suggerisce di liberarsi dalle incombenze e dalle preoccupazioni per nutrire lo spirito e la mente con arte, poesia, letteratura, teatro. L’ozio non è quindi un momento di vuoto, ma uno stato di crescita e di realizzazione del benessere. Ben lontano dal concetto negativo che i romani gli avrebbero poi attribuito parlando di negotium, ovvero di attività commerciali e operose che si contrapponevano, appunto, all’ozio (neg-otium).

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Ciò che bisogna innanzitutto evitare, in periodi di crisi e di crollo dei mercati, è farsi ingolosire da prezzi bassi su titoli che ci piacciono. Gli esperti consigliano sempre di aspettare un chiaro segnale di inversione: anche se un prezzo ha raggiunto un livello interessante, conviene aspettare che si consolidi prima di entrare, ovvero che si mantenga per qualche giorno e inizi a crescere. Altrimenti rischiamo di vederlo scendere di nuovo. In borsa si dice, a questo proposito, “mai cercare di afferrare un coltello che sta cadendo”.

Altra cosa che è molto consigliabile fare, in questi momenti, è la revisione dell’asset allocation. Come abbiamo spesso detto, il processo razionale di investimento inizia individuando la migliore ripartizione del portafoglio fra diverse tipologie di strumenti finanziari. Ciascun investitore, in base ai propri obiettivi di medio e lungo periodo, alla propria situazione patrimoniale e reddituale, alla propensione al rischio e alle informazioni di cui dispone, dovrebbe definire un suo mix ideale fra azioni, obbligazioni, liquidità, polizze e altri titoli. A questo mix dovrebbe poi tendere con le scelte di investimento considerandolo come modello o benchmark. Periodicamente, attraverso verifiche e fine tuning, dovrebbe implementare in chiave tattica questo mix, in modo da avvantaggiarsi delle oscillazioni di breve periodo, attraverso la cosiddetta asset allocation tattica,  da affiancare a quella strategica.

Proprio nei momenti di svolta dei fondamentali (previsioni sull’andamento del reddito, dei tassi, delle valute e così via) è necessario rivedere la propria strategia, modificando il mix obiettivo di strumenti finanziari.

Inoltre è consigliabile utilizzare questo periodo per approfondire alcuni strumenti che potrebbero avere un andamento anticiclico (ovvero i cui prezzi aumentano quando tutti gli altri diminuiscono. Un tipico esempio sono alcune commodities, ad esempio l’oro. Nei momenti di crisi, è naturale accumulare metallo prezioso, il cui valore pensiamo possa resistere alle spallate dell’inflazione (questo è sicuro) o del crollo dei prezzi generalizzato (e già questo è meno sicuro).

Per gli investitori più azzardati, più propensi a rischiare, potrebbe anche essere valutato qualche strumento derivato che cresce al diminuire degli indici di borsa (i cosiddetti derivati short). Salvo che non si abbiano informazioni attendibili e attitudine a questi tipi di investimento, il nostro consiglio è però quello di stare alla larga, perché improvvise riprese del mercato potrebbero fare molto male, tanto più quanto i prodotti sono “a leva”, ovvero hanno un valore che aumenta un certo numero di volte per ogni punto di riduzione dell’indice.

 

In ultima analisi, anche quando non ci sono acquisti da fare, è comunque bene mantenersi informati e dedicare al mercato almeno quella mezz’oretta al giorno che sarebbe opportuno spenderci per seguire i propri investimenti.