Riusciremo mai a ripagare il debito?

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Il debito pubblico del nostro paese, come abbiamo visto nei precedenti articoli, è di circa 2.386,2 miliari di Euro, equivalente a 93.000 € a famiglia: rappresenta circa il 135% del Prodotto Interno Lordo, ovvero del totale dei redditi prodotti in un anno nel paese.

Ciò significa che occorrerebbe il prodotto di un anno e tre mesi per ripagare il debito: come se una famiglia che incassa 50.000 € di stipendi in un anno, avesse un debito di 70.000 €, o un’azienda che fattura un milione all’anno avesse debiti per 1,34 milioni. Sono livelli che nessuno potrebbe sostenere, forse neanche nel breve o brevissimo periodo, ma certamente non nel medio. Allora perché lo Stato italiano va avanti da tempo in questa situazione? E soprattutto: riuscirà mai a liberarsi da questo enorme macigno?

Dei motivi storici della formazione del debito abbiamo parlato ripetutamente: attraverso i disavanzi di bilancio, che si sono susseguiti e stratificati nel tempo senza una strategia efficace di rimborso. I tioli del debito pubblico, nei quali è incorporata la maggior parte della posizione debitoria hanno generalmente una scadenza ben precisa, che va da 1 mese (BOT) a 10, 15 e più anni; esistono poi anche titoli cosiddetti perpetual, per i quali non è previsto il rimborso.

Naturalmente il Governo cerca di scaglionare in modo efficiente le scadenze in modo che i rimborsi possano essere ben gestiti, ma ogni mese vanno emessi nuovi titoli col cui ricavato in parte si estinguono quelli scaduti e in parte si fronteggiano i fabbisogni di cassa correnti.

Oltre a questo, c’è il peso degli interessi che – a un costo medio del 4% – incidono sui conti per circa 100 miliardi di Euro all’anno. Ogni punto di diminuzione dello spread vale circa 24 miliardi di interessi passivi risparmiati da parte dello Stato, ovvero l’importo del gigantesco aumento dell’IVA che si paventa quest’anno.

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Ma il vero problema è quello del rimborso. E’ evidente che il primo passo è quello di ridurre l’entità del debito, e invece abbiamo visto che continua a crescere. Per ridurlo occorre impostare (e poi realizzare) un piano di rientro, che si ponga un obiettivo realizzabile e individui le modalità per conseguirlo.

 

Il debito possiamo estinguerlo sostanzialmente in tre modi:

  • Vendendo le attività, ovvero il patrimonio di cui si dispone (come facevano i vecchi proprietari fondiari che per pagare le tasse o reperire risorse finanziarie cedevano poco a poco le proprietà fino ad azzerarle);
  • Attraverso gli avanzi finanziari che vengono destinati al rimborso;
  • In modo violento attraverso la svalutazione o la cancellazione del debito, oppure con elevata e persistente inflazione che riduce il valore reale delle attività e passività, realizzando una redistribuzione della ricchezza a danno dei creditori e a vantaggio dei debitori.

 

L’ultimo caso si verifica solo in casi straordinari e passa attraverso il fallimento dello Stato (come è capitato in Argentina alcuni anni orsono) oppure in seguito ad eventi storicamente devastanti, come in Germania durante la Repubblica di Weimar.

Il bilancio dello Stato italiano è strutturalmente in disavanzo, per cui anche la seconda opzione è in pratica impercorribile: per cui resta solo la prima.

Per uno Stato vendere le proprie attività significa in pratica privatizzare le imprese pubbliche e/o alienare gli immobili: sono entrambe modalità più volte tentate in passato, sempre con scarso successo.

La stagione delle privatizzazioni è stata quella degli anni ’90, quando vennero poste sul mercato le migliori e più redditizie imprese pubbliche: banche, aziende di comunicazione, società di gestione della rete elettrica, del gas e dell’acqua. Il processo, a posteriori, si è rivelato una vera cuccagna per chi ne ha saputo approfittare, riuscendo ad acquisire asset importanti e profittevoli quali Telecom, Autostrade, Borsa Italiana, Credito Italiano, BNL, le Casse di Risparmio e tanti altri.

Il processo di privatizzazione è in realtà molto complesso: si deve assicurare la trasparenza delle procedure e si deve ottenere il massimo valore possibile, cosa difficile quando il mercato è imperfetto e viziato da opacità. A maggior ragione quando si tratta di attività in qualche modo strategiche come l’elettricità o le comunicazioni, nelle quali lo Stato ha voluto mantenere quanto meno un potere di veto sulla gestione aziendale.

Nel caso dell’Enel, ad esempio, è stata mantenuta una quota (la cosiddetta golden share) che attribuisce poteri particolari al socio pubblico, ma che – rendendo non contendibile l’azienda – ne diminuisce il valore di mercato. Nel caso di Telecom, invece, è stata promossa e agevolata la costituzione di un gruppo di azionisti graditi (il cosiddetto “nocciolino duro”) che ne rilevassero il controllo di fatto: anche in questo caso il valore ottenibile con la vendita è inferiore a quello teorico.

Stessi problemi si sono presentati per la vendita di immobili. Spesso sono stati fatti tentativi di alienare immobili pubblici quali caserme, ospedali e edifici dismessi, aree e grandi contenitori urbani: tuttavia avendo sempre vincoli di destinazione molto stringenti, non è facile trovare acquirenti che possano mettere a reddito questi asset, motivo per cui le procedure sono andate spesso deserte.

Risulta quindi evidente che è molto difficile, se non impossibile, ridurre il debito pubblico, a meno di eventi straordinari non augurabili. Il massimo che si potrebbe ottenere è, in primo luogo, di avere almeno il pareggio del bilancio corrente, quindi evitare nuovi disavanzi correnti impedendo almeno una ulteriore crescita. Potrebbe poi essere impostato un piano di dismissioni di durata di almeno 4/5 anni che riuscisse a riportare il rapporto debito/PIL almeno al 100%, pur nella consapevolezza, per quanto abbiamo detto sopra, che si tratta di un processo lungo e difficile.

 

 

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Il super debito dello Stato italiano

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Fra i parametri di finanza pubblica previsti dal Trattato di Maastricht del 1992, era compreso quello dell’indebitamento degli Stati membri, secondo il quale non deve essere superato il 60% del rapporto fra debito pubblico e PIL. Tale rapporto può non essere soddisfatto, a condizione però che il valore si riduca in misura significativa e si avvicini alla soglia indicata con ritmo adeguato.

Fra tutti i parametri, il rapporto debito/PIL è sicuramente il più disatteso, non solo dall’Italia ma anche da altri Stati (fra i più disallineati Francia, Olanda e Belgio), e proprio per questo è prevista una deroga così ampia da renderlo aggirabile con estrema facilità. Usando termini qualitativi e impalpabili quali “misura significativa” e “ritmo adeguato”, è evidente che viene lasciata alle autorità dell’Unione Europea la libertà di approvare anche situazioni decisamente fuori dai limiti. Del resto, rispetto a 27 anni fa quando venne sottoscritto il Trattato e i parametri entrarono in vigore, i mercati finanziari – grazie anche alle esperienze delle diverse crisi che si sono susseguite nel tempo – hanno progredito molto e i meccanismi di assorbimento sono sensibilmente migliorati, rendendo gestibili anche livelli di indebitamento più alti del passato.

Inoltre, e soprattutto, si sono intensificati i vincoli economici e istituzionali fra gli Stati a livello europeo e con l’introduzione dell’Euro è stato eliminato il fattore di rischio rappresentato dal cambio all’interno dell’UE.

In ogni caso, livelli di debito pari o superiori al prodotto lordo di un anno sono oggettivamente molto elevati e richiedono forte attenzione: la situazione diventa infatti critica quando, oltre all’alto indebitamento, sussiste anche un deficit significativo, sempre in rapporto al PIL, esattamente come nel caso dell’Italia. In tale ipotesi, finanziare il disavanzo significa far aumentare ancora il debito e questo – in presenza di un mercato stagnante – può creare difficoltà di collocamento dei titoli.

In Italia il debito complessivo della pubblica amministrazione era pari al 132,2% del PIL nel 2018, ed è stimato al 134,1% per l’anno in corso e al 135,5% per l’anno prossimo. Come si vede, quindi, non solo siamo ben oltre il 60%, ma neanche in riduzione e meno che mai in avvicinamento al 60%. In valore assoluto, il debito pubblico italiano a fine giugno ha raggiunto il livello record di 2.386,2 miliari di Euro, corrispondente a 93.000 € a famiglia. Un importo enorme, una cifra difficile da concepire e comprendere anche dal solo punto di vista numerico. Praticamente impossibile da rimborsare, almeno per qualche generazione, se non attraverso misure violente, quali la cancellazione e la svalutazione, che renderebbero però impossibile acquisire nuove risorse per pagare le spese, anche quelle correnti.

E’ la situazione che si è verificata qualche anno fa in Argentina e ha portato al fallimento dello stato attraverso la dichiarazione di insolvenza e che è stata sfiorata anche dalla Grecia, la quale ha però potuto evitare il crac grazie all’intervento dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, i quali hanno però preteso manovre economiche “lacrime e sangue”.

 

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Questo debito è rappresentato ed incorporato, per la maggior parte, nei titoli pubblici quali Buoni Poliennali del Tesoro e Certificati di Credito del Tesoro (o altre tipologie di analoghi strumenti), oltre ai Buoni Ordinari del Tesoro che hanno scadenze entro i 12 mesi e che dovrebbero fronteggiare solo temporanei squilibri di tesoreria.

Oltre a ciò, il debito comprende anche le posizioni debitorie a vario titolo degli enti pubblici e degli enti locali, concesse da istituzioni creditizie nazionali o comunitarie.

I titoli pubblici sono posseduti per la maggior parte da privati residenti, che vi investono una quota del loro risparmio, e da banche italiane, per le quali rappresentano una forma di impiego alternativa ai prestiti alle imprese. Si può senz’altro dire che il debito dello Stato è controllato da privati o enti nazionali e questo è un elemento di relativa tranquillità per la sua gestione.

Le banche, a loro volta, possono utilizzare BTP e CCT come garanzia per ottenere prestiti dalla Banca Centrale Europea, la quale – a sua volta – può sottoscrivere direttamente, in generale sul mercato aperto e quasi mai all’emissione, questi titoli e mantenerli nel proprio portafoglio. Quando ciò succede, la BCE immette liquidità nel sistema e quindi aumenta la quantità di moneta in circolazione, favorendo la diminuzione dei tassi di interesse e, per questa via, dando impulso alla crescita dell’economia.

Fino a poco tempo fa – e, seppure in misura ridotta esiste ancora – era in corso un preciso programma della BCE di acquistare ogni mese quantitativi crescenti di titoli pubblici, proprio al fine di aumentare la liquidità e favorire la crescita. Questo programma era denominato quantitative easing, ovvero “facilitazione quantitativa” e ha caratterizzato negli ultimi anni in senso espansivo la politica monetaria nell’Eurozona, in analogia a quanto ha fatto la Federal Reserve negli Stati Uniti.

Naturalmente, quando le banche centrali vendono titoli di Stati detenuti in portafoglio o non rinnovano titoli giunti a scadenza e rimborsati, si verifica l’effetto opposto, ovvero la diminuzione della quantità di moneta e la restrizione monetaria, con tendenziale aumento dei tassi di interesse.

 

Vedremo nel prossimo articolo quali possono essere le modalità per rimborsare parzialmente, o almeno ridurre l’entità, dell’ingente debito pubblico del nostro Paese.

 

 

 

Il vero salasso sono le indirette

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Dopo la rapida carrellata sulle imposte dirette, concludiamo la nostra miniserie parlando dell’altro grande ramo della fiscalità sulle persone fisiche: le imposte indirette, ovvero quelle che gravano sui consumi. Da esse deriva poco meno della metà del gettito, e sono indipendenti dal reddito o dal patrimonio di chi deve pagarle, ma sono unicamente commisurate ai consumi.

Quelle di gran lunga più importanti sono due: l’Imposta sul Valore Aggiunto (IVA) e le accise sui carburanti. Esse colpiscono nella stessa misura ricchi e poveri, nullatenenti e grandi proprietari, disoccupati e manager.

Per avere un’idea dell’ordine di grandezza, possiamo dire che su un gettito complessivo, ovvero un’entrata tributaria, per il 2018 di € 463,3 miliardi, 247,6 derivano dalle imposte dirette e 215,7 da quelle indirette. Fra queste, l’IVA produce per le casse dell’erario 133,4 (quindi oltre un quarto del totale) e l’accisa sui carburanti 25,5.

L’IVA è senz’altro l’imposta più onerosa per i consumatori. Vediamo a grandi linee come funziona.

L’imposta è calcolata sul valore aggiunto di ogni prodotto, ovvero sull’incremento di valore che il prodotto incorpora ad ogni passaggio da un soggetto all’altro, a partire dalla materia prima fino al prezzo di vendita finale. Il meccanismo sembra complicato (e ineffetti lo è), ma a rifletterci bene ha una logica razionale.

Occorre innanzitutto partire dal concetto di “valore aggiunto”, basilare in economia. Di questo ci siamo occupati diffusamente in passato.

In sintesi si tratta del valore che ogni stadio di lavorazione – effettuato dalle aziende che intervengono nella produzione e nello scambio del prodotto – stratifica sul valore iniziale delle materie prime. Se ipotizziamo un prodotto con un costo delle materie prime pari a 10 €, un costo di lavorazione di 90€ (e quindi un costo all’ingrosso di 100 €) e un prezzo finale di 200 €, il suo valore aggiunto complessivo, pari a 190 €, è composto così:

 

  • 90 € realizzato dall’impresa che lo produce e
  • 100 € dai diversi passaggi commerciali.

 

In sostanza, il valore aggiunto finale è dato dalla differenza fra prezzo di vendita e costo delle materie prime (200 – 10 = 190 €). Se abbiamo un’IVA al 22%, il consumatore finale pagherà per quel prodotto 244 €, di cui idealmente 200 al venditore e 44 al fisco sotto foma di IVA.

Se ipotizziamo che tutte le materie prime siano di provenienza nazionale (l’importazione introduce qualche elemento di complicazione, ma il ragionamento non cambia), 44 € è il valore che l’eriario riceve per quel prodotto. Il commerciante che incassa 244 €, avrà un debito verso il fisco per l’IVA incassata di 44 €, ma avrà d’altra parte anche un credito pari all’IVA pagata al produttore, pari al 22% di 100 €, in quanto aveva pagato al produttore 122 €.

Al momento del pagamento, il commerciante dovrà quindi versare allo Stato 22 €, che è appunto pari all’imposta sul valore che egli ha aggiunto al prodotto ( = 200 – 100, ovvero prezzo di vendita meno costo di acquisto).

A sua volta il produttore contabilizzerà il debito di 22 € verso l’erario, ma anche il credito di 2,2 relativo all’IVA pagata al momento dell’acquisto delle materie prime. Nella sua dichiarazione IVA emergerà quindi un saldo da pagare pari a 19,8. I 2,2 € sulle materie prime verranno infine incassati, e riversati allo Stato, da parte di chi ha fornito le materie prime.

Alla fine dei salmi, lo Stato avrà incassato i suoi 44 €, che saranno restati tutti a carico del consumatore finale e ciascuno dei soggetti ne avrà versata direttamente un parte pari al 22% del valore che ha “aggiunto” al prodotto. Questo comporta che ogni azienda, sia essa di produzione o commerciale, dovrà avere una specifica contabilità (la “contabilità IVA”) che registri l’IVA a debito incassata dal cliente e quella a credito pagata al fornitore, restando obbligato a versarne il saldo.

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Questo nel presupposto che tutta l’IVA pagata sia detraibile, e non sempre è così, e che ovviamente tutti i passaggi vengano registrati e fatturati. Se infatti ci fosse un passaggio “al nero”, ovvero non registrato, il soggetto non pagherebbe allo Stato  l’IVA che ha incassato dal cliente e avrebbe commesso un’evasione, facilmente rilevabile dall’incrocio dei dati da parte del fisco. A maggior ragione si avrebbe evasione, in questo caso non solo di IVA ma anche delle imposte sul reddito, se nessun passaggio fosse registrato. Questo è il motivo per cui il fisco controlla che le fatture, o gli scontrini fiscali, vengano regolarmente emessi per ogni vendita.

Altro onere particolarmente pesante per il consumatore sono le accise sui carburanti, in realtà non una sola imposta ma numerose che si sono via via stratificate nel tempo, che si aggiungono all’IVA. Si può stimare che il fisco incassi circa il 65% del prezzo della benzina, ovvero che a fronte di un costo alla pompa di 1,5 €, ben 0,975 siano di imposte e solo 0,525 siano per il prodotto.

Questo spiega perché il costo della benzina non riflette completamente l’andamento del prezzo del petrolio. Se infatti il prezzo del carburante si dimezzasse, passando da 0,525 a 0,2625 € al litro, e il carico fiscale unitario restasse invariato, il prezzo alla pompa diminuirebbe solo del 17,5%, passando a 1,2375. C’è da dire che il fisco in genere cerca di stabilizzare quanto più possibile il prezzo alla pompa, per evitare effetti sull’inflazione, e quindi molte delle oscillazioni temporanee vengono assorbite da variazioni di segno opposto del carico fiscale. L’effetto finale sul gettito è controllato (e in genere pari a quello ipotizzato nella legge di bilancio), ma vengono evitate oscillazioni giornaliere che emergerebbero se il prezzo del carburante riflettesse integralmente le variazioni della materia prima: il greggio infatti, quotato sul mercato delle materie prime o commodities, subisce variazioni anche significative da un giorno all’altro, e si muove con molta rapidità.

Al termine di questa breve e necessariamente approssimativa carrellata, risulta chiaro perché – rispetto ai dati ufficiali – la sensazione del consumatore è di subire una pressione fiscale eccessiva e sempre crescente. Se infatti il rapporto complessivo fra gettito e PIL nel nostro paese è di circa il 40%, l’incidenza sul consumatore dell’onere tributario è ben superiore: si stima intorno al 62%. Anche in assenza di reddito o di patrimonio, ciascuno di noi – ogni volta che fa un acquisto o fa il pieno di benzina – deve pagare somme notevoli di imposte. Il reddito disponibile, quello che serve per i consumi e quindi per alimentare la domanda, è ben inferiore a quello teorico ed è per questo che, tornando a quanto abbiamo detto all’inizio della miniserie, ogni forza politica proclama l’intenzione di ridurre il peso fiscali.

 

I risultati sono sotto gli occhi di tutti.

 

 

 

 

Cosa succede nel Bel Paese?

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La scorsa settimana abbiamo esaminato, seppur in modo molto sintetico, le tendenze dello scenario economico in America, in Cina e in Europa, finalizzate ad acquisire utili indicazioni per la gestione del nostro portafoglio. Riepilogando, a costo di sfidare l’eccessiva semplificazione:

semaforo verde per azionario USA, azionario mercati asiatici ed emergenti, azionario Europa (ma con giudizio) e obbligazionario Europa;

semaforo rosso: obbligazionario USA, dollaro

e, in ogni caso, cinture allacciate per la volatilità che si annuncia sempre sostenuta.

Se restringiamo il focus al nostro paese, vediamo una situazione oggettivamente non positiva, nonostante le frequenti rassicurazioni del Governo, che sembrano sempre più un “dovere d’ufficio” che non una rappresentazione corretta della situazione. Parlare di crescita dell’economia italiana e basare su stime in aumento anche la legge di bilancio per il 2019, ci pare eccessivamente ottimista.

Se il prodotto interno lordo andrà peggio del previsto, infatti, ciò potrà dar luogo a tre possibili conseguenze: un aumento del debito pubblico; la necessità di far crescere le entrate (ovvero le imposte) oltre le previsioni; la necessità di ridurre ulteriormente le spese – o, naturalmente, una combinazione dei tre effetti.

A parte la prima strada, che incontrerebbe la decisa opposizione dell’Europa ma anche difficoltà sui mercati per ricercare chi possa finanziare il maggior debito, negli altri casi sarà indispensabile porre mano a una manovra di bilancio aggiuntiva, eventualità che fino ad ora il Governo ha decisamente escluso.

Con tutta la buona volontà, è veramente difficile pensare che – contrariamente a quanto prevedono tutte le agenzie nazionali e sovranazionali di analisi economica ad eccezione di quelle governative – il reddito nazionale possa crescere nel corso del 2019. Anzi, siccome dopo due trimestri consecutivi di risultato negativo, tecnicamente si parla di recessione, possiamo dire a ragione di trovarci di nuovo in un periodo di recessione.

Inutile nascondere il fatto che in questo momento l’Italia rappresenta l’anello debole della catena economica continentale, forse più ancora di paesi storicamente deboli quali Portogallo, Grecia, Irlanda e Spagna. Il sistema produttivo, dopo la lunghissima ed estenuante crisi iniziata nel 2007, è in fase di faticosa ripresa e soprattutto le aziende esportatrici hanno ricominciato a produrre utili, dopo che molte di esse sono state espulse dal sistema non avendo resistito alla prolungata recessione.

Il punto strutturalmente debole è rappresentato dal settore pubblico e, in particolare, dall’enorme zavorra rappresentata dal debito pubblico, eccessivamente alto rispetto al reddito, ovvero alla capacità del paese di ripagarlo. Questo rende impossibile mettere mano a politiche fiscali o di bilancio espansive, in grado di sostenere e stimolare l’economia: entrambe le tipologie di politica economica comportano infatti aumento del deficit di bilancio, e quindi dell’indebitamento.

Per crescere da solo, in assenza di stimoli, il nostro sistema non ha risorse sufficienti, né ci possiamo aspettare interventi pubblici espansivi. La stessa politica degli investimenti, secondo le intenzioni del Governo “del cambiamento” è destinata a segnare un punto di arresto, se non di vero e proprio arretramento.

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Tutto questo comporterà probabilmente un aumento dello spread e il relativo calo del valore dei titoli pubblici. Sottoscrivere oggi titoli del debito pubblico italiano espone al ragionevole rischio di vederne ridurre il valore: ed è per questo rischio che gli investitori richiedono una remunerazione più elevata, al fine di compensare appunto il maggior rischio.

Inoltre il mercato azionario, grazie al forte rimbalzo dei primi mesi dell’anno, ha raggiunto valori di P/E (il rapporto fra prezzo del titolo azionario e utili, di cui spesso ci siamo occupati) molto elevati.

Il suggerimento è quindi quello di ridurre l’esposizione all’Italia, vendendo ove possibile i titoli in portafoglio (approfittando del buon momento della borsa) e sicuramente non investendovi nuove risorse.

Naturalmente, anche in questo caso, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio: esistono aziende quotate in buona salute, con i conti a posto e operanti in settori quanto meno stabili. Al prezzo giusto, tali titoli possono essere dunque acquistati, specie in vista della distribuzione dei dividendi prevista in maggio/giugno a valere sugli utili di bilancio dell’anno passato. A tale proposito, è oggi possibile sapere se, quando e in quale misura le società esaminate hanno in programma di distribuire dividendi.

E’ comunque sempre necessario tenersi pronti ad affrontare la probabile elevata volatilità del mercato, con prezzi che si possono muovere anche del 4/5% in un giorno, in una direzione o nell’altra. Soprattutto, non ci si deve far prendere dal panico se la borsa dovesse prendere un deciso piano inclinato, originato da un crollo di fiducia sul sistema nel suo complesso che, quando si verifica, trascina tutto con sé.

Se anzi c’è un titolo o un settore sul quale abbiamo una prospettiva di lungo periodo stabile o in crescita, potremmo approfittare di questi momenti di calo per fare acquisti o incrementare la posizione.

Al di fuori di questo, meglio non investire in questo momento sul nostro paese.

L’ombra della sera sulle terre di Maremma

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Concludiamo la miniserie sulle eccellenze del nostro Paese con un’incursione in Maremma, per raccontare la storia di un sogno inseguito con costanza e determinazione da Carlo Sarti, dagli studi di agraria fino all’apertura di un’enoteca ristorante in centro a Grosseto.

Lo studio della terra ed i primi lavoretti nei ristoranti della zona lo hanno convinto fin da ragazzo delle potenzialità dei nostri prodotti e dello spazio che c’era per una proposta di qualità. Un locale piccolo, materia prima eccellente, piatti della tradizione lavorati con creatività e passione, vini di primo livello da abbinare in modo sapiente, musica jazz dal vivo, mostre di fotografia e pittura, il tutto a prezzi ragionevoli. Nacque così il “Fufluns”, parola che nel linguaggio degli antichi etruschi – quelli dell’ombra della sera – indicava appunto il vino, a testimonianza di qualcosa che in questi luoghi veniva realizzata da secoli.

L’idea era ambiziosa, non tanto per il progetto in sé del quale Carlo era convinto, quanto per la location: se fosse stato a Roma o a Milano, o anche solo a Firenze, nessun dubbio che potesse avere successo. Ma in una città piccola, senza turismo se non quello che d’estate arrivava di riflesso dal mare vicino, senza studenti universitari che movimentassero le notti e tutto sommato senza una cultura eno-gastronomica diffusa nonostante la tradizione e le materie prime, il rischio del flop era notevole.

Dopo un buon decollo ed una prima stagione soddisfacente anche per l’effetto-novità, in un contesto ambientale tuttavia statico e molto legato alle abitudini, oltre che in un sistema economico e istituzionale che ostacola l’iniziativa con costi e burocrazia, le cose si sono fatte difficili. Resta però invariato il valore della proposta: investire sulla qualità è importante, trasmettere conoscenza e passione è fattore di crescita culturale.

Abbiamo chiesto a Carlo di raccontarci la sua storia, che ci è parsa significativa e meritevole di uno spazio in questo viaggio nell’eccellenza.

 


 

Ce la possiamo fare a crescere affidandosi solo all’agricoltura e al turismo, pur sapendo che l’agricoltura è tradizionalmente poco redditizia e che anche il turismo ha conosciuto crisi e battute d’arresto?

Partiamo da un presupposto: siamo fortunati a vivere in un ambiente come il nostro e con il patrimonio artistico e culturale che abbiamo. Se guardiamo alla realtà maremmana, il problema è che forse non siamo bravi a “vendere” quello che abbiamo, a trasformare in business questa grande ricchezza. Forse la colpa è di noi imprenditori che non siamo capaci a sfruttare commercialmente questa ricchezza.

Cosa c’è alla base di questa tua scelta di qualità?

Io vengo dal mondo dell’agricoltura, che conosco bene per aver esercitato la professione di perito agrario per vent’anni. Ho fatto questa scelta a 50 , proprio perché conoscevo bene i nostri prodotti, l’enologia, la zootecnia, i grani e sono stato guidato dalla grande passione. Già a 14 anni facevo il garzone in un ristorante di Sorano, ho fatto tante stagioni e ho potuto apprezzare il lavoro in cucina della mamma, delle zie, delle donne del posto, tutte grandissime cuoche. Unire questa passione al corso di studi è venuto quasi automatico.

Qual era la tua idea quando hai aperto il locale?

Avevo in mente un cliente tipo di circa quarant’anni, professionista, di buon livello culturale con grande passione per il buon cibo e il vino. L’idea portante era quella di proporre soprattutto vini meno conosciuti, non necessariamente di aziende famose, e avere la possibilità di ragionare sul vino, parlarci sopra, raccontarlo. Stare insieme e godere insieme, crescendo e imparando.

C’è stato un piatto o un vino che ti hanno dato particolare soddisfazione?

Fra i piatti direi il cosciotto d’agnello, che abbiamo proposto disossato e farcito con mortadella e cavolo nero, la guancia brasata e l’ossobuco che è stato il piatto più gettonato durante l’estate. Piatti della tradizione, interpretati a modo nostro, non pesanti ma gustosi.

Per il vino, quelli proposti dall’azienda Carlotto, in Alto Adige nella Piana di Mazzon: solo vini rossi, fra tutti il Lagrain, grande eleganza e finezza.

Piatti di territorio e vini di tutta Italia, cose nuove ma tradizionali.

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Oggi è possibile mangiare bene senza spendere troppo?

E’ la mia scommessa, ne sono assolutamente convinto. Metto estrema attenzione nella scelta: rifornirsi direttamente alla fonte, conoscere i prodotti che lavoro, fino ad arrivare all’animale che li ha generati. E anche nel vino si possono trovare oggetti di livello senza svenarsi.

Non basta avere un buon prodotto, bisogna anche saperlo vendere.

Sta tutto qui il problema. La Maremma può essere un polo turistico fantastico, non ci manca niente: la nostra DOC confina con Montalcino. Forse ci manca la capacità, o anche un input politico.

Se pensiamo a 50 anni fa, la nostra ospitalità e offerta turistica era mediamente scadente o inesistente. Se immaginiamo di spostarci in avanti di 50 anni, come vedi questo territorio, secondo te cosa succederà?

Ho paura che succederà poco o niente, perché dipende sempre dalle persone. Spero che qualcosa possa cambiare, ma dipenderà dalle nuove generazioni. Io forse sono un romantico, ma sono convinto che anche nell’era digitale e ipertecnologica avrà ancora un senso parlare di ambiente, agricoltura, qualità. Dobbiamo imparare, formare le persone, andare a scuola, investire sulla cultura.

 

Dalla Sicilia un manifesto dell’integrazione

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Il 2018 è stato un anno magico per Palermo, con ben due manifestazioni culturali e decine di eventi ed esposizioni, che l’hanno consacrata capitale dell’integrazione e dell’accoglienza. La città si è presentata nella sua veste migliore, proponendo un’offerta culturale degna di una capitale europea e i flussi turistici l’hanno ampiamente premiata, mostrando incrementi significativi.

La prima delle due manifestazioni è stata “Manifesta12”, la dodicesima edizione della biennale itinerante nata nei primi anni ’90 in risposta al cambiamento politico, economico e culturale avviatosi alla fine della guerra fredda e con le conseguenti iniziative volte a facilitare l’integrazione sociale in Europa[1] .

 

In tale ambito, da giugno a novembre sono stati organizzati numerosi eventi, dibattiti e mostre; soprattutto sono stati restituiti alla fruibilità dei visitatori una serie di palazzi e luoghi che erano da tempo chiusi e inutilizzati, fra cui i locali del prestigioso Palazzo Forcella De Seta.

L’altra manifestazione è collegata a Palermo capitale della cultura italiana, anche in questo caso intesa non solo come cultura artistica tradizionale, ma come capitale di una concezione al plurale della nozione di cultura che comprenda la cultura della pace, dell’accoglienza, della legalità, d’impresa, dell’innovazione, dei giovani, ambientale, della solidarietà, della diversità.

 

Per quanto riguarda il discorso che avevamo avviato con l’articolo della scorsa settimana, questi eventi – grazie ai quali sono affluite dall’esterno consistenti risorse finanziarie – hanno consentito, come spesso succede in casi analoghi, di restaurare e restituire alla comunità siti e palazzi da tempo chiusi o utilizzati solo parzialmente.

In tal modo, il beneficio economico è duplice: da un lato attira visitatori che spendono e portano ricchezza, come pure sponsor e pubblicità; dall’altro aumenta la dotazione patrimoniale (il “capitale” in questo caso) della città, disponibile per l’utilizzo in futuro.

Senza contare che il suo aspetto si trasforma radicalmente: invece di palazzi vecchi e fatiscenti, il panorama urbano presenta edifici restaurati e tappezzati da manifesti e locandine, con gente in fila e persone che vi lavorano. E soprattutto molti giovani, per il tipo di eventi culturali proposti, che rendono vitale e dinamica la città fino a tarda notte.

Fra gli edifici restituiti alla città, particolarmente significativo il Palazzo Forcella De Seta, costruito dai Marchesi Forcella in stile neogotico intorno alla metà del XIX secolo, al di sopra delle mura cittadine, sui resti del bastione Vega e sulla porta dei Greci, affacciato sulla strada Colonna (attuale Foro Italico) con splendida vista sul mare.

La “Grande Galleria”, con due file di finestre a sesto acuto e colonne sovrapposte negli angoli, decorata su ispirazione dell’ Alhambra di Granada, è stata utilizzata come sede di un’esposizione sulle migrazioni e sulle tradizioni dei popoli caraibici, fra le quali quelle legate alla benedizione del sale.

Parallelamente a questa si apre una seconda galleria, rivestita di marmi e mosaici che richiamano le decorazioni dei palazzi normanni e con iscrizioni in greco. Anche questa sala è stata impiegata per presentare fotografie e proiettare video sempre inerenti diversi aspetti a contenuto sociale, in primo luogo relativi alle migrazioni, ma non solo.

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Il colpo d’occhio di sale da poco restaurate, con allestimenti fotografici e decorazioni arabeggianti affacciate sul mare, è veramente straordinario, come già abbiamo detto in passato per un altro edificio vicino, Palazzo Butera, anch’esso inserito nel circuito Manifesta12 (si veda il nostro articolo del 16/5/2017 “Palazzo Butera: da Palermo un progetto di apertura e accoglienza)

Come Palazzo Butera, anche Palazzo Forcella De Seta si affaccia su mare di Palermo e incorpora la porta di accesso alla città. In un certo senso entrambi rappresentano un biglietto da visita nei confronti dei naviganti che vi approdano: il messaggio ideale di accoglienza e integrazione arriva in tal modo forte e chiaro.

Non abbiamo i dati numerici sulla partecipazione ai diversi eventi del 2018 di Palermo, ma di certo il flusso di turisti è stato molto intenso e tutta la città ne ha beneficiato e si è trasformata. Come dicevamo nell’articolo iniziale di questa mini-serie, ad esempio la centralissima Via Maqueda si è mostrata in una veste godibile e molto coerente con la sua tradizione, con le nuove attività commerciali legate alle eccellenze del territorio e non solo all’abbigliamento made in USA omogeneo, alla telefonia, al fast food o alla chincaglieria asiatica.

Ci sono casi di successo in cui città un tempo industriali poi cadute in declino sono state riconvertite in luoghi in cui la cultura è il principale fattore produttivo. Bilbao ne è un esempio mirabile ed è ora diventata anche meta turistica di tutto rispetto. Altro esempio, di natura completamente diversa, è Cambridge, nel Regno Unito. Da villaggio accademico blasonato, attraverso la creazione del parco scientifico e tecnologico, è diventata incubatore di start-up e nuove imprese e da qualche decennio è entrata in una nuova fase di sviluppo.

Niente vieta che anche Palermo, come Napoli o altre località in Piemonte e Toscana, riesca a intraprendere questo percorso di eccellenza.

 


[1] Dal sito web ufficiale  http://m12.manifesta.org/cose-manifesta/?lang=it, che così prosegue: Sin dall’inizio, Manifesta si è costantemente evoluta in una piattaforma per il dialogo tra arte e società in Europa, invitando la comunità culturale e artistica a produrre nuove esperienze creative con il contesto in cui si svolge. Manifesta è un progetto culturale site-specific che reinterpreta i rapporti tra cultura e società attraverso un dialogo continuo con l’ambito sociale

Vissi d’Arte

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La nostra mini-serie sul futuro dell’Italia prosegue oggi parlando dell’altra gamba dell’eccellenza del nostro Paese: si tratta del turismo, che vive della valorizzazione del patrimonio artistico e culturale.

Siamo partiti dall’idea che il possibile sviluppo del nostro Paese dovrà essere incentrato sulle due direttrici dell’agricoltura e del turismo, con tutte le attività connesse. Abbiamo parlato della prima, l’agricoltura, e di alcune eccellenze in Sicilia, Toscana e Piemonte legate soprattutto all’enogastronomia.

In molti casi è stato naturale il passaggio al business turistico, dando vita ad iniziative che si sono trasformate con successo, tanto da far parlare di un vero e proprio filone, quello del turismo legato alla valorizzazione e alla scoperta del cibo di territorio. Da qui sono nati, solo per citare alcuni esempi, Vinitaly a Verona, il Salone del Gusto a Torino o Eurochocolate a Perugia.

 

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Non si tratta di una semplice riedizione delle sagre paesane nelle quali si poteva gustare a basso prezzo la specialità locale, spesso in piedi e circondati da folle chiassose e fumi pestiferi. Eventi, questi, animati in genere dalle donne, vere professioniste della cucina tradizionale che lavoravano a beneficio di associazioni o pro-loco.

E’ piuttosto un percorso culturale che punta a considerare la tradizione e il cibo come espressione di un territorio, della sua storia e delle eccellenze che produce. Il target a cui si rivolge è composto da persone di età adulta, cultura elevata e buon livello di reddito: persone a cui piace vivere bene e spendere.

Allo stesso modo si qualifica il turismo culturale che consiste nello spostamento finalizzato a vedere una mostra, visitare un sito archeologico o un museo, partecipare a un convegno, ma anche a un concerto, un’esibizione teatrale o operistica ed altre attività simili.

In alcuni casi si creano delle vere e proprie mode, che attirano code infinite ed ampio interesse mediatico. È quanto avvenuto, ad esempio, per i bronzi di Riace oppure per le mostre monografiche organizzate da operatori di successo quali “Linea d’Ombra”.

Molti puristi affetti da snobismo accademico criticano queste iniziative sostenendo che si tratta di operazioni commerciali che poco hanno di culturale e molto di consumistico. In parte è sicuramente vero, resta però il fatto che molta gente è disposta a muoversi e ad impiegare tempo e soldi per vedere i quadri degli impressionisti o ascoltare le musiche di Stefano Bollani, oppure a visitare i diversi luoghi in cui si svolgono manifestazioni monografiche o a tema e, così facendo, alimenta produzione e reddito e comunque alla fine qualcosa impara. Oppure, semplicemente, riesce a trarre soddisfazione e divertimento dalla fruizione dell’arte.

Il nostro patrimonio artistico e culturale è così ampio e ricco che potrebbe offrire enormi occasioni di sviluppo del turismo culturale. Si tratta di vedere se l’arte e la cultura possono essere sufficienti a garantire un adeguato ritorno economico o quanto meno un equilibrio a livello generale. E’ possibile, dunque, “vivere d’arte”, parafrasando la nota aria pucciniana?

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Non è facile rispondere a questa domanda né esiste un’unica risposta. In primo luogo si deve considerare la comunità nel suo complesso: è evidente che se si riesce ad attirare un consistente flusso di visitatori in una determinata zona, i privati che hanno attività commerciali in quella zona ne saranno avvantaggiati, così come tutti coloro che possono trovare un’occupazione diretta nella gestione o nell’organizzazione delle visite.

A livello pubblico, bisogna però valutare che ci sono costi che gravano sulla collettività, in primo luogo per la manutenzione e il restauro dei beni artistici. Quando sono necessari interventi importanti (si pensi all’allestimento di un sito archeologico e all’attività di scoperta, studio e messa in sicurezza dei reperti per renderli visitabili), è ben difficile che il solo biglietto di ingresso possa coprirne il costo per intero.

Non solo: i lavori spesso durano anni e i flussi di reddito arrivano solo dopo molto tempo e solo una volta che i lavori stessi sono terminati. C’è quindi un gap temporale fra fabbisogno finanziario per rendere possibile l’attività culturale e rientro attraverso i flussi dei visitatori. Si tratta di veri e propri investimenti, per i quali sono necessarie risorse e capacità progettuali, non sempre presenti in loco.

Occorrono amministrazioni pubbliche non solo efficienti, ma soprattutto motivate e stabili, perché i benefici di progetti così impegnativi in genere arrivano solo dopo molti anni, quando il loro mandato elettorale sarà terminato. Quindi dovranno essere così illuminate da impiegare risorse di cui la collettività beneficerà solo in futuro, l’esatto contrario di quanto ha fatto la politica finora.

La politica dei beni culturali richiede lungimiranza e investimenti cospicui. Dei due fattori, peraltro necessari ma non sufficienti per assicurare il sentiero di sviluppo di cui abbiamo parlato, paradossalmente il più difficile da mettere in campo è proprio il primo.

Alla fine, infatti, le risorse possono essere reperite attraverso forme di sponsorizzazione da parte di privati (come è successo per il restauro del Colosseo da parte del gruppo Tod’s) o project-finance[1]. In entrambi i casi si tratta di individuare fonti di reddito che rendano sostenibile e conveniente l’operazione dal punto di vista del privato che investe capitali ed energie nell’iniziative: per questo si parlava di capacità progettuale.

La lungimiranza della classe politica – e qui parliamo soprattutto delle amministrazioni pubbliche locali – è invece più complicata perché comporta visione strategica di lungo periodo: significa avere un’idea chiara di quale potrà essere il futuro delle comunità governate e riuscire a catalizzare consenso su questa idea. Molto più facile gestire il potere con elemosina, prebende e slogan roboanti.

Nel prossimo articolo parleremo dunque di iniziative che hanno consentito il recupero e la valorizzazione del patrimonio artistico, cominciando dalla Sicilia.

 


[1] Il project finance o finanza di progetto è una tecnica di finanziamento di un progetto in cui il rimborso e il costo del finanziamento stesso sono garantiti dai flussi di cassa previsti dalla attività di gestione o esercizio dell’opera, che in genere è  un’iniziativa complessa a lungo termine relativa a un bene o un’area pubblica. La caratteristica principale del project financing è rappresentata dal coinvolgimento dei soggetti privati nella realizzazione, nella gestione e soprattutto nell’accollo totale o parziale dei costi di opere pubbliche, o opere di pubblica utilità, in vista di entrate economiche future.

Il Genio piemontese

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Non si può parlare di agroalimentare in Italia e di eccellenza nel cibo e nel vino senza raccontare l’incredibile esperienza di Oscar Farinetti, il creatore di Eataly, e le iniziative di divulgazione e formazione originate da Carlo (detto Carlin) Petrini, a partire dal Gambero Rosso e Slow Food.

 

Dopo Sicilia e Toscana, il nostro viaggio nell’Italia del futuro si ferma in Piemonte, altra formidabile espressione di quelli che abbiamo indicato come i due pilastri dell’economia italiana prossima ventura: agricoltura e turismo.

 

Tre regioni che possono rappresentare la base di uno sviluppo duraturo e sostenibile, incentrato sui punti di forza del nostro territorio. Tre tipologie di offerte di prodotti molto diverse, come diverse sono le tradizioni, le culture, le modalità di coltivazione e le attrazioni turistiche. Centro, Nord e Sud: come dire che l’eccellenza nel nostro paese è anche geograficamente ben distribuita e la potenzialità di sviluppo si estende in tutta la penisola.

Questa storia in terra sabauda inizia a metà anni ’80 con le intuizioni di Carlin Petrini, e le idee che vedono la luce negli ambienti della sinistra piemontese che fanno riferimento all’ARCI e al Manifesto.

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Nasce qui infatti l’”ARCI Gola”, sezione del popolare sodalizio ricreativo-culturale che darà vita al movimento “Slow Food” in polemica contrapposizione alla fast life e al modello di vita basato sul consumo veloce e frenetico[1].

L’intuizione di Carlin Petrini era sicuramente innovativa ma anche geniale: si doveva recuperare l’aspetto culturale del nostro cibo tradizionale, ribellandoci al consumo veloce e inconsapevole per poter esercitare un vero e proprio “diritto al piacere”. Oggi si direbbe: meno global e più local.

Da questo principio sono nate diverse iniziative di successo, dal Salone del Gusto a Torino all’Università degli studi di scienze gastronomiche a Pollenzo, sempre nell’alveo della valorizzazione dei prodotti del nostro territorio.

Il Gambero Rosso nacque nel dicembre 1986 come inserto di otto pagine del quotidiano comunista “Il Manifesto”, finalizzato a proporre un’idea di cibo più vicina alla classe operaia e alla cultura di sinistra, che avrebbe dovuto riappropriarsi del diritto a perseguire il piacere e il gusto, tradizionalmente riservato alle classi agiate[2]. Col tempo è poi divenuto una delle più autorevoli e seguite guide sui ristoranti e i vini d’Italia, una collana editoriale e un’emittente televisiva.

L’enorme successo di questo filone, e il business che ne è successivamente originato, hanno poi portato alcuni a criticare questo atteggiamento, visto come strumentale ad uno sfruttamento commerciale e totalmente privatistico dell’idea, ben lontana dagli aspetti politici e ideali degli inizi[3]. Esempi di questa deriva vengono riscontrati in situazioni come l’Expo di Milano, la crescita esponenziale della grande distribuzione organizzata (GDO) – nell’ambito della quale un ruolo primario è svolto dalle cooperative che fanno diretto riferimento alla sinistra – o il progetto FICO di Bologna ideato e gestito da Farinetti.

In questo contesto nasce nel 2004 il progetto Eataly, con il primo punto vendita allestito a Torino, nello stabilimento ex Carpano, ceduto in comodato dall’amministrazione comunale a Farinetti con l’impegno a ristrutturare e rimettere in sesto un edificio storico ma ormai fatiscente e in disuso.

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L’idea vincente di Oscar fu quella di creare un circuito integrato dell’eccellenza gastronomica, dai produttori di materie prime – molti dei quali col tempo sono poi stati acquisiti dal gruppo Eataly – alla realizzazione del prodotto finito, a cura di cuochi selezionati che preparassero direttamente e davanti al cliente i piatti per il consumo.

L’obiettivo di Farinetti era quello di offrire la migliore carne, il miglior pesce, la miglior verdura e così via nei ristoranti della carne, del pesce, della verdura. Chi voleva poteva consumare direttamente i prodotti, oppure poteva portarseli via o acquistare le materie prime.

Eliminando il passaggio del commercio all’ingrosso, i prezzi – pur elevati perché alla fine la qualità si paga sempre – non avrebbero incorporato componenti improprie, quali appunto il costo della distribuzione, ma anche l’immagine, la pubblicità. Al prodotto molto reclamizzato, si preferiva quello a chilometro zero; all’azienda famosa l’eccellenza locale; alle grandi quantità la costante selezione qualitativa.

Fu da subito un successo straordinario: già il primo anno le assunzioni di personale furono il doppio di quelle preventivate e il fatturato consentì il break even, ovvero il punto di equilibrio fra costi e ricavi, fin dai primi mesi.

Eataly divenne ben presto un caso di scuola, creando un segmento di mercato di assoluto rilievo proprio nella valorizzazione di uno dei nostri tradizionali punti di forza: l’agricoltura di qualità, l’eccellenza del cibo e del vino, la valorizzazione del territorio e delle tradizioni.

Da quel momento, il gruppo di Farinetti ha intrapreso una crescita formidabile, dapprima con l’apertura di numerosi altri punti vendita in Italia e all’estero, poi acquistando direttamente i migliori produttori (acque in bottiglia, pastifici, aziende vitivinicole, caseifici, salumifici e così via).

Bisogna dire che Oscar Farinetti è un genio, né più né meno. La sua capacità imprenditoriale, il fiuto per il business, l’abilità di mantenere una vasta e forte rete di relazioni istituzionali, sono certo talenti e doti non comuni. Ma il fatto di aver avuto successo valorizzando le nostre tradizionali e antiche produzioni agricole e gastronomiche testimoniano l’enorme potenzialità di sviluppo che ha il paese in questo campo.

 


[1]La velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda allo stesso virus: la “Fast-Life”, che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case, ci rinchiude a nutrirci nei “Fast-Food”.  Ma l’uomo sapiens deve recuperare la sua saggezza e liberarsi dalla velocità che può ridurlo ad una specie in via d’estinzione.  Perciò contro la follia universale della “Fast-Life”, bisogna scegliere la difesa del tranquillo piacere materiale…” dal Manifesto dello Slow Food, apparso sulla newsletter Rosmarino nel novembre 1987, è firmata dagli storici 13 padri fondatori: Folco Portinari, Carlo Petrini, Stefano Bonilli, Valentino Parlato, Gerardo Chiaromonte, Dario Fo, Francesco Guccini, Gina Lagorio, Enrico Menduni, Antonio Porta, Ermete Realacci, Gianni Sassi, Sergio Staino.

[2] Si veda anche: Stefano Bonilli e Carlo Petrini, quando la rivoluzione passò per la cucina, il manifesto, 4 agosto 2014

[3] Wolf Bukowski La danza delle mozzarelle. Slow Food, Eataly, Coop e la loro narrazione, Edizioni Alegre, Roma 2015

Terra e Vino: ritorno alle origini

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Iniziamo il nostro viaggio nelle eccellenze con la Toscana, nel Chianti, e raccontiamo un’azienda con una storia lunga e importante. L’azienda è la “Bichi Borghesi” e ha sede nella splendida cornice di Scorgiano, fra Siena e Colle Val d’Elsa.

Un posto incantato, con un borgo che in passato ospitava e si identificava con la tenuta agricola, simbolo di aristocrazia terriera che traeva reddito dai vasti possedimenti fondiari – perlopiù coltivati a foraggi e cereali, ma con notevoli e importanti vigneti nel cuore del Chianti – e che viveva nell’elegante villa padronale.

La villa era – ed è tuttora – circondata da un parco di disegno ottocentesco con viali alberati, fontane e giardini, che la tengono isolata dalla strada. Nella facciata principale – su un giardino sobrio che introduce al parco – si trovano le “Scuderie”, ora adattate a locale di ospitalità e ristorazione per banchetti e matrimoni. Del resto, il borgo comprende anche una cappella recentemente restaurata. Sul retro i locali della cantina e i magazzini, ora arricchiti da zona degustazione.

Niccolò Simonelli, uno dei due fratelli che condividevano con la madre la proprietà e l’onere dell’azienda di famiglia, era negli anni Novanta un giovane agronomo libero professionista, continuamente in viaggio per lavoro, con poco tempo da dedicare alla campagna.

Niccolò si trovò davanti al bivio se raccogliere la sfida di riportare in equilibrio l’azienda e rilanciare la produzione oppure continuare con la sua attività, ormai consolidata. Naturalmente accettò il guanto e si gettò anima e corpo nell’impresa di dare nuova vita alla tenuta “Bichi Borghesi”.

Trasformare un’azienda cerealicola-foraggera di nobili tradizioni ma di scarsa o nulla redditività non era un compito facile, in un settore come l’agricoltura notoriamente caratterizzato da bassi profitti e alta intensità di capitale, aspetto questo molto rilevante in pieno Chiantishire. Nella zona del Chianti, infatti, i valori del real estate erano molto lievitati per la forte domanda, soprattutto da parte inglese e americana, ma recentemente anche russa.

Vendere tutto al magnate di turno e abbandonare la terra? Neanche per sogno. La cosa giusta da fare era focalizzare i punti di forza, svilupparli e irrobustirli, e limitare quelli di debolezza.

Il primo punto di forza era la qualità del prodotto vitivinicolo, pur in una fase in cui il Chianti non godeva di grande popolarità. Altro punto di forza la solidità patrimoniale, che non presentava debiti essendo il cespite di antica proprietà della famiglia.

I punti di debolezza erano invece la necessità di migliorare e diversificare l’offerta e soprattutto di ricercare nuovi sbocchi commerciali. Inoltre, erano necessari investimenti per ammodernare attrezzature e processi. E ancora lo scarso apporto reddituale della parte cerealicola-foraggera, che assorbiva energie e risorse senza apportare redditività.

Niccolò si è quindi concentrato sul vino, ingaggiando un enologo di esperienza e qualità, e sulla ricerca di nuovi mercati, soprattutto esteri, da affiancare alla clientela tradizionale, perlopiù locale. La vendita di “sfuso” avrebbe dovuto gradualmente ridursi per favorire, anche a livello di immagine, il prodotto di maggiore qualità.

Dopo anni di ricerca e continuo miglioramento, diversificando e segmentando l’offerta con vini diversi, la qualità raggiunta si può definire a giusta ragione “eccellente”, sia dei vini più pregiati (DOCG e riserva) sia dell’IGP che sta lentamente conquistando un suo mercato.

Il girovagare per l’Europa, gli Stati Uniti e l’Asia, inclinazione che Niccolò aveva manifestato anche nella precedente vita da libero professionista, e la partecipazione intensiva a manifestazioni, eventi, fiere e simili ha portato ad esportare la quasi totalità della produzione.

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Inoltre, una piccola ma significativa attività di agriturismo, generalmente ma non solo, al servizio della clientela, ha consentito di conseguire introiti ulteriori, di entità modesta ma significativi. Sempre più frequenti le degustazioni a cui vengono invitati potenziali clienti da tutto il mondo, a cui viene offerta la possibilità di ammirare il formidabile contesto territoriale in cui nasce il Chianti Bichi Borghesi.

Un’attenta e prudente gestione finanziaria ha infine consentito di raggiungere un equilibrio economico che all’inizio poteva sembrare molto difficile da ottenere. Certo, la redditività è ancora bassa, ma questo è il limite di ogni produzione agricola.

Inoltre l’esposizione ai fenomeni meteorologici e alla stagionalità non sempre amica ha portato a dover affrontare problemi talvolta complessi.

 

Ma la soddisfazione di aver riportato l’azienda di famiglia al livello di sostenibilità e soprattutto di offrire un prodotto in alcuni casi davvero notevole ha ripagato Niccolò di tutti gli sforzi fatti.

 

La Sicilia: eccellenza diffusa

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In questa mini-serie parleremo di singoli casi di eccellenza per il nostro Paese nei settori strategici di agricoltura, turismo e terziario avanzato, settori che a nostro avviso saranno quelli trainanti per il futuro insieme a tutto quanto vi ruota intorno: dall’industria di trasformazione e conserviera, alla gastronomia ed alla viticoltura di alto livello, alla formazione accademica e ricerca scientifica, al fashion e design.

E’ opportuno premettere che l’idea della serie mi è venuta nel corso di un mio recente viaggio in Sicilia. Mano a mano che incontravo storie interessanti in questa logica, mi rendevo conto che questa regione, proprio nei settori trainanti che menzionavamo all’inizio, può diventare – e in alcuni casi è già diventata – un bacino di “eccellenza diffusa”.

Prendiamo ad esempio la gastronomia e la ristorazione. Esempi di ristoranti di altissimo livello e finanche stellati ci sono un po’ ovunque nel nostro Paese, ma molto spesso si tratta di veri e propri “fiori nel deserto”. Locali che sorgono in the middle of nothing, come direbbero gli americani, ma che bisogna raggiungere appositamente dopo aver impostato il navigatore e aver fatto diversi chilometri e che, una volta terminata la cena, abbandoniamo per tornare indietro senza neanche uno sguardo a cosa c’è intorno.

 

In Sicilia è diverso: ci si imbatte in un ristorante, una rapida occhiata per vedere che il locale sia gradevole e i prezzi giusti e possiamo stare sicuri che mangeremo bene, molto spesso benissimo, talvolta in modo sublime.

Questo può diventare il modulo di uno sviluppo futuro sostenibile: distretti enogastronomici e culturali che possano offrire turismo di alta qualità – fruizione di un patrimonio artistico che non ha uguali – ma anche ospitalità e accoglienza diffusa. Una riedizione dei vecchi cluster, o distretti economici, che hanno avuto anche in Italia un notevole successo negli scorsi decenni.

Il punto di forza dei distretti era quello di concentrare in un’unica area geografica una determinata produzione, come nel caso del tessile a Biella o a Prato, dell’oro a Vicenza o ad Arezzo, della pellicceria fra Pistoia e Lucca, dei calzaturifici e così via.

Questo aveva il vantaggio che in quell’area si poteva disporre delle migliori competenze professionali del settore, delle conoscenze e del network inerente quelle produzioni. D’altra parte, però, tutto il sistema era estremamente vulnerabile perché se quello specifico comparto produttivo andava in crisi, tutta quanta l’area ne risentiva. Nelle ipotesi più gravi, se la crisi era strutturale, si rischiava di veder crollare tutto il sistema, come è accaduto in molti casi.

Oggi, nel tempo della globalità e della connessione globale, l’intero Paese è sostanzialmente un unico grande distretto, questa volta non industriale – come abbiamo visto nel precedente articolo, il comparto manifatturiero è probabilmente arrivato a capolinea – ma agrituristico e culturale. E si tratta di due aspetti che non andranno mai in crisi, salvo mettere in discussione i fondamenti stessi della nostra civiltà.

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In questa logica, la Sicilia può rappresentare una formidabile punta di diamante. I prodotti agricoli di rinomata qualità e la tradizione dell’accoglienza, con il livello diffuso raggiunto dalla ristorazione – da un lato – e l’incredibile ricchezza del patrimonio storico artistico – dall’altro – rappresentano infatti la base sulla quale i progetti di una nuova imprenditorialità possono svilupparsi con successo.

Molte delle iniziative che abbiamo incontrato sono infatti il risultato della passione, della competenza e dell’attaccamento al territorio di una generazione che, invece di emigrare, ha preferito rischiare, mettersi alla prova e dare vita a start-up che hanno tutti i presupposti per avere successo.

Quello che manca è proprio l’infrastruttura pubblica, la rete di servizi e garanzie che uno Stato moderno dovrebbe fornire: proprio per questo i ragazzi che scommettono sulla Sicilia sono doppiamente meritevoli.

Se il progetto incredibile del Palazzo Butera, di cui abbiamo parlato nell’articolo dello scorso anno.

era il risultato di un enorme atto d’amore da parte di un intellettuale progredito e “visionario”, i progetti e le iniziative che abbiamo visto rappresentano la testimonianza di un’”eccellenza diffusa” che può davvero servire da prototipo di sviluppo per l’intero paese.

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Il simbolo di questo cambiamento può essere proprio la centralissima Via Maqueda di Palermo: molti nuovi negozi ed esercizi eleganti e raffinati, che non vendono (solo) prodotti globalizzati in franchising come elettronica di largo consumo, junk-food e abbigliamento di importazione, ma anche e soprattutto eccellenze locali in gastronomia, piccolo artigianato, cosmetici e così via.

Insomma, arancine invece di hamburger, coppole alla moda invece di jeans, essenze di zagara, enoteche, forni e pasticcerie invece di catene di profumerie o brand del lusso che si possono trovare a Roma o Milano come a New York, Mosca, Parigi o Varsavia.

Il tutto accompagnato da un’offerta culturale che attualmente fa del capoluogo siciliano una delle più vivaci città del nostro Paese, quest’anno particolarmente importante per la concomitanza dei tre eventi di “Palermo capitale italiana della cultura”, “Manifesta 12”, la mostra d’arte contemporanea itinerante, e le “Vie dei Tesori”, il grande festival che da fine settembre ai primi di novembre si svolge in tutta la Sicilia, aprendo al pubblico 400 luoghi di interesse artistico, storico e monumentale in gran parte chiusi e proponendo più di 200 passeggiate d’autore..

Ci sono dunque tutti gli ingredienti per costruire un futuro di successo!