Il migliore dei mondi possibili

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Si può discutere se, parafrasando il filosofo tedesco del XVIII secolo Gottfried Wilhelm von Leibniz, un sistema economico in crescita sia sempre e comunque “il migliore dei mondi possibili”. Oppure se il PIL (il prodotto interno lordo) sia sempre e comunque una misura del benessere, ricordando la nota affermazione di Robert Kennedy secondo la quale il PIL  “misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Certo è comunque che quando il prodotto di una nazione cresce, anche la sua ricchezza aumenta; se c’è più produzione e più reddito, sicuramente aumentano le risorse a disposizione e il lavoro. Per questo il test più usato per valutare l’efficienza di un governo o il successo di un’amministrazione è proprio il PIL: se questo cresce da un anno all’altro, è opinione comune che quel governo abbia fatto un buon lavoro, se diminuisce che non abbia invece avuto successo.

Ad esempio, in tutti i giudizi sull’amministrazione Trump negli Stati Uniti viene riconosciuto che è stata artefice di una formidabile crescita dell’economia, una delle più prolungate e consistenti degli ultimi decenni. Poi magari si può discutere se sia un bene che l’America si sia progressivamente isolata, che abbia messo in discussione rapporti storici e consolidati come quelli con l’Europa, che abbia fermato il processo di distensione con la Cina e di apertura dei commerci internazionali, che abbia innalzato muri all’immigrazione, che abbia favorito il riemergere di tensioni interne e spinte conservatrici quando non reazionarie.

Ma non si può non riconoscere che la ricchezza complessiva sia aumentata e che la disoccupazione sia praticamente scomparsa. Naturalmente si tratta di indicatori statistici, per cui – accanto a categorie di produttori che hanno visto crescere i propri profitti – ci sono stati anche ampi settori che hanno subito le conseguenze delle scelte politiche dell’amministrazione Trump, come ad esempio i produttori di soia che hanno visto crollare i prezzi del loro prodotto perché si sono bloccati i flussi commerciali con la Cina, maggior importatore mondiale.

E’ interessante allora chiedersi quali sono state le leve che hanno permesso questo boom economico, e in generale cosa può fare un governo per stimolare l’economia.

La risposta è, allo stesso tempo, semplice da descrivere e difficile da attuare. Semplice da descrivere perché si tratta dei tradizionali strumenti di politica economica a cui un governo può ricorrere per far crescere il sistema, ovvero la politica fiscale e la politica monetaria.

Difficile da attuare, perché ogni misura che venga utilizzata, come ogni farmaco, ha una serie di controindicazioni ed effetti collaterali che possono renderla inefficace o, addirittura, renderla controproducente. Ed è per questo che, ad esempio, in Italia è estremamente complicato far crescere il sistema con le stesse modalità.

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I fattori di successo dell’amministrazione Trump sono sostanzialmente: una politica fiscale generosa, caratterizzata da consistenti riduzioni di tasse e forti investimenti pubblici e aumento di spesa statale; e una politica monetaria espansiva, con molta liquidità immessa nel sistema e tassi tenuti molto contenuti.

In estrema sintesi, il reddito è composto dalla domanda per beni di consumo, proveniente dalle famiglie, e da quella per beni di investimento, proveniente dalle imprese e dalla pubblica amministrazione. I consumi crescono se aumenta il reddito disponibile, e questo succede se si riducono le tasse; gli investimenti crescono se diminuiscono i tassi di interesse (perché diventa più conveniente finanziare l’innovazione o aumentare le scorte) e se c’è un programma di spesa pubblica che si traduce in maggiori risorse disponibili sul mercato.

In America tutte queste leve sono state attivate con successo, in Italia nessuna di esse può essere introdotta senza effetti negativi, a parte la politica monetaria che però viene stabilita dalla Banca Centrale Europea a Francoforte. E qui solo la presenza forte di un Presidente come Mario Draghi ha consentito di mantenere a lungo un’impostazione espansiva, nonostante la netta opposizione tedesca storicamente contraria al contenimento dei tassi di interesse. La Germania, che non ha problemi di crescita economica in quanto il suo sistema produttivo è strutturalmente forte, teme il risorgere di un’inflazione che i bassi tassi di interesse potrebbero favorire e che in passato ha destabilizzato la nazione: basti pensare alla Repubblica di Weimar e alla mostruosa inflazione che minò alle basi il sistema e spalancò la porta alla deriva nazista.

Il meccanismo della politica monetaria espansiva è quello, in sintesi, dell’aumento della liquidità attraverso l’immissione sul mercato di massicce quantità di moneta. Questa avviene attraverso l’acquisto di titoli da parte della banca centrale. Essendo così abbondante il denaro in mano agli operatori, estremizzando il concetto, i prezzi delle attività finanziarie tendono a salire, per la nota legge della domanda e dell’offerta. Se il prezzo delle obbligazioni aumenta, i tassi automaticamente diminuiscono.

 

Se, per semplicità, prendiamo in esame le obbligazioni a tasso fisso, un aumento del loro prezzo comporta infatti una corrispondente diminuzione del rendimento effettivo. Un Treasury bond a 10 anni da 100 $ che ha una cedola annuale di 2,5, è quotato 100 quando il tasso di interesse è del 2,5%. Ma se il suo prezzo sale a 105, restando la cedola sempre invariata a 2,5 $, il suo tasso di rendimento effettivo diventa il 2,38%.

Con l’enorme mole di acquisti fatti dalle banche centrali europea e americana, anche se ci fosse un tendenza di mercato a far aumentare i tassi, questa verrebbe contrastata ed i tassi non aumentano. E’ esattamente quello che è successo in dicembre quando la Federal Reserve, la banca centrale americana, ha dichiarato che avrebbe fatto cessare il programma di politica monetaria espansiva (denominato Quantitative Easing, ovvero “facilitazione monetaria”) e i mercati sono crollati, obbligando la stessa Fed a correggere il tiro poche settimane dopo, annunciando in pratica: “scusate, ci siamo sbagliati” e rinviando al futuro il ridimensionamento dell’intervento.

Proseguiremo ad occuparci dell’argomento nei prossimi articoli.

Cresce la popolazione, cresce il reddito

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Abbiamo visto nel precedente articolo come le teorie malthusiane attribuissero alla pressione demografica la causa della povertà e della fame nel mondo. Secondo l’economista inglese del Settecento e i suoi seguaci, infatti, le risorse disponibili nel mondo aumentano molto meno velocemente della popolazione e quindi si crea una forte tensione sui mercati.

Se non si apportano correttivi a questa tendenza o se non ci sono forti aumenti di produttività per effetto delle nuove tecnologie, il mondo ritrova un suo equilibrio solo attraverso carestie, guerre o epidemie.

Siccome oggi l’aumento demografico nelle società occidentali è essenzialmente dovuto ai flussi migratori, che irrobustiscono le statistiche e abbassano l’età media della popolazione, c’è chi potrebbe – con questi presupposti – concludere che il fenomeno dell’immigrazione sia alla base di tutti i mali.

Se guardiamo però la cosa da un diverso punto di vista, ovvero seguendo l’impostazione keynesiana, possiamo considerare che un forte incremento di popolazione in un qualunque sistema si traduce inevitabilmente in un aumento della domanda aggregata di beni e servizi. Queste persone avranno infatti inizialmente bisogno di generi di sopravvivenza quali cibo, vestiario, medicinali, abitazioni e così via; successivamente di istruzione, assistenza sanitaria, giustizia, servizi pubblici.

In ogni caso, dal momento in cui i migranti arrivano ai paesi di destinazione, e indipendentemente dalle procedure di acquisizione dei permessi di soggiorno, essi determinano un aumento di spesa pubblica se non altro per la gestione degli arrivi, le problematiche di ordine pubblico, le procedure di rimpatrio: è dunque ragionevole ritenere che il primo immediato effetto economico sia l’aumento della spesa pubblica.

Tutto ciò comporta l’aumento del reddito nazionale, definito proprio come somma della domanda aggregata: dovranno essere prodotte maggiori quantità di beni e servizi di consumo e la spesa pubblica si traduce in aumento di stipendi e costi del personale (forze dell’ordine, spese di giustizia, ecc.) e fornitura di generi di sopravvivenza. Ci dovrà quindi essere qualcuno, nel sistema, che produce quei beni per soddisfare la nuova domanda e ben presto queste aziende avranno a loro volta la necessità di investire in nuovi macchinari o nuovi prodotti e servizi, dando luogo all’aumento della domanda per investimenti. Attraverso il meccanismo del moltiplicatore del reddito, che abbiamo descritto in modo dettagliato nella serie sull’abc dell’economia (si veda a questo riguardo https://marcoparlangeli.com/2018/01/23/labc-delleconomia-consumo-e-consumismo/ ), si avrà un effetto finale di crescita molto superiore a quello del primo incremento che ha innestato il processo.

Via via che i nuovi arrivati si inseriscono nelle comunità di destinazione e riescono a trovare lavoro, almeno quelli che verranno regolarizzati (ma il fenomeno si verifica anche per chi resta come clandestino, pur sfuggendo alle statistiche ufficiali), percepiranno redditi da lavoro che danno luogo a ulteriore aumento della domanda aggregata: saranno quindi nuovi consumatori e contribuiranno a far crescere il reddito complessivo del paese.

Contrariamente dunque a quello che molti ritengono, i flussi di immigrazione non impoveriscono il sistema economico del Paese, ma anzi determinano un aumento della sua produzione e del suo reddito. Naturalmente, l’effetto complessivo dovrà tenere conto anche delle maggiori importazioni (parte dei nuovi prodotti domandati verranno acquistati dell’estero) e delle rimesse degli emigranti (il denaro che gli emigrati trasferiscono ai propri paesi di origine): con questi fenomeni, parte del nuovo reddito creato non viene mantenuto nel Paese di destinazione degli immigrati, ma viene trasferito all’estero.

Tuttavia un effetto espansivo importante si avrà anche sui mercati finanziari, nella misura in cui i nuovi arrivati riusciranno – una volta soddisfatte le esigenze di consumo primario legate alla sopravvivenza – a risparmiare parte del reddito percepito e ricercheranno forme di impiego.

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Si pensi, a questo proposito, all’importanza che sta assumendo, anche nei Paesi occidentali, il fenomeno della cosiddetta “finanza islamica”: molte banche e gestori del risparmio si stanno attrezzando per offrire prodotti che siano considerati rispondenti ai dettami della religione musulmana (cosiddetti halal), nella quale si riconosce la netta maggioranza delle popolazioni immigrate dai paesi poveri.

Questa comprende i grandi flussi finanziari originati direttamente dai Paesi islamici, in gran parte provenienti dai proventi del petrolio, che vengono investiti dai fondi sovrani nei più svariati asset dei paesi occidentali, fino al controllo o alla partecipazione importante in molte aziende anche strategiche. Ma anche in molte aree urbane ad elevata immigrazione, le banche cercano di acquisire nuova clientela e nuovi flussi di risparmio inserendo negli sportelli personale in grado di parlare arabo o delle stesse etnie degli immigrati, esponendo cartelli e comunicazioni nelle loro lingue, allestendo corner di accoglienza dedicati.

Si tratta di nuovi segmenti di mercato da non trascurare, soprattutto in una fase storica in cui è sempre più difficile acquisire e fidelizzare nuova clientela.

Lo stesso sta avvenendo nella grande distribuzione, dove sempre più punti vendita espongono prodotti rivolti alle popolazioni neo insediate, come ad esempio nei grandi centri urbani in Germania, i cui supermercati hanno ormai generalmente ampi reparti di prodotti turchi, storicamente presenti in gran numero.

Ma l’effetto più immediato dei flussi migratori è quello che si determina sul mercato del lavoro. Poiché scopo principale di chi si mette in cammino è proprio quello di cercare lavoro: certamente infatti gli immigrati si presenteranno come forza lavoro disponibile, soprattutto per le mansioni meno qualificate e più faticose, nella fascia bassa delle retribuzioni.

Nella misura in cui per alcuni di questi lavori non si riesce a reperire mano d’opera, ciò aiuterà l’assetto produttivo soprattutto in prossimità della piena occupazione. Per questo nelle zone in fase di sviluppo e con elevata intensità di lavoro, i flussi migratori sono molto graditi dalle aziende.

Dove invece c’è disoccupazione diffusa, è ragionevole attendersi che un massiccio ingresso sul mercato tenda a favorire un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, in quanto i migranti saranno disposti a lavorare a minor costo e con minori garanzie, molto spesso creando anche le condizioni per il “lavoro nero”, quello non denunciato e non legale.

Il Genio piemontese

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Non si può parlare di agroalimentare in Italia e di eccellenza nel cibo e nel vino senza raccontare l’incredibile esperienza di Oscar Farinetti, il creatore di Eataly, e le iniziative di divulgazione e formazione originate da Carlo (detto Carlin) Petrini, a partire dal Gambero Rosso e Slow Food.

 

Dopo Sicilia e Toscana, il nostro viaggio nell’Italia del futuro si ferma in Piemonte, altra formidabile espressione di quelli che abbiamo indicato come i due pilastri dell’economia italiana prossima ventura: agricoltura e turismo.

 

Tre regioni che possono rappresentare la base di uno sviluppo duraturo e sostenibile, incentrato sui punti di forza del nostro territorio. Tre tipologie di offerte di prodotti molto diverse, come diverse sono le tradizioni, le culture, le modalità di coltivazione e le attrazioni turistiche. Centro, Nord e Sud: come dire che l’eccellenza nel nostro paese è anche geograficamente ben distribuita e la potenzialità di sviluppo si estende in tutta la penisola.

Questa storia in terra sabauda inizia a metà anni ’80 con le intuizioni di Carlin Petrini, e le idee che vedono la luce negli ambienti della sinistra piemontese che fanno riferimento all’ARCI e al Manifesto.

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Nasce qui infatti l’”ARCI Gola”, sezione del popolare sodalizio ricreativo-culturale che darà vita al movimento “Slow Food” in polemica contrapposizione alla fast life e al modello di vita basato sul consumo veloce e frenetico[1].

L’intuizione di Carlin Petrini era sicuramente innovativa ma anche geniale: si doveva recuperare l’aspetto culturale del nostro cibo tradizionale, ribellandoci al consumo veloce e inconsapevole per poter esercitare un vero e proprio “diritto al piacere”. Oggi si direbbe: meno global e più local.

Da questo principio sono nate diverse iniziative di successo, dal Salone del Gusto a Torino all’Università degli studi di scienze gastronomiche a Pollenzo, sempre nell’alveo della valorizzazione dei prodotti del nostro territorio.

Il Gambero Rosso nacque nel dicembre 1986 come inserto di otto pagine del quotidiano comunista “Il Manifesto”, finalizzato a proporre un’idea di cibo più vicina alla classe operaia e alla cultura di sinistra, che avrebbe dovuto riappropriarsi del diritto a perseguire il piacere e il gusto, tradizionalmente riservato alle classi agiate[2]. Col tempo è poi divenuto una delle più autorevoli e seguite guide sui ristoranti e i vini d’Italia, una collana editoriale e un’emittente televisiva.

L’enorme successo di questo filone, e il business che ne è successivamente originato, hanno poi portato alcuni a criticare questo atteggiamento, visto come strumentale ad uno sfruttamento commerciale e totalmente privatistico dell’idea, ben lontana dagli aspetti politici e ideali degli inizi[3]. Esempi di questa deriva vengono riscontrati in situazioni come l’Expo di Milano, la crescita esponenziale della grande distribuzione organizzata (GDO) – nell’ambito della quale un ruolo primario è svolto dalle cooperative che fanno diretto riferimento alla sinistra – o il progetto FICO di Bologna ideato e gestito da Farinetti.

In questo contesto nasce nel 2004 il progetto Eataly, con il primo punto vendita allestito a Torino, nello stabilimento ex Carpano, ceduto in comodato dall’amministrazione comunale a Farinetti con l’impegno a ristrutturare e rimettere in sesto un edificio storico ma ormai fatiscente e in disuso.

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L’idea vincente di Oscar fu quella di creare un circuito integrato dell’eccellenza gastronomica, dai produttori di materie prime – molti dei quali col tempo sono poi stati acquisiti dal gruppo Eataly – alla realizzazione del prodotto finito, a cura di cuochi selezionati che preparassero direttamente e davanti al cliente i piatti per il consumo.

L’obiettivo di Farinetti era quello di offrire la migliore carne, il miglior pesce, la miglior verdura e così via nei ristoranti della carne, del pesce, della verdura. Chi voleva poteva consumare direttamente i prodotti, oppure poteva portarseli via o acquistare le materie prime.

Eliminando il passaggio del commercio all’ingrosso, i prezzi – pur elevati perché alla fine la qualità si paga sempre – non avrebbero incorporato componenti improprie, quali appunto il costo della distribuzione, ma anche l’immagine, la pubblicità. Al prodotto molto reclamizzato, si preferiva quello a chilometro zero; all’azienda famosa l’eccellenza locale; alle grandi quantità la costante selezione qualitativa.

Fu da subito un successo straordinario: già il primo anno le assunzioni di personale furono il doppio di quelle preventivate e il fatturato consentì il break even, ovvero il punto di equilibrio fra costi e ricavi, fin dai primi mesi.

Eataly divenne ben presto un caso di scuola, creando un segmento di mercato di assoluto rilievo proprio nella valorizzazione di uno dei nostri tradizionali punti di forza: l’agricoltura di qualità, l’eccellenza del cibo e del vino, la valorizzazione del territorio e delle tradizioni.

Da quel momento, il gruppo di Farinetti ha intrapreso una crescita formidabile, dapprima con l’apertura di numerosi altri punti vendita in Italia e all’estero, poi acquistando direttamente i migliori produttori (acque in bottiglia, pastifici, aziende vitivinicole, caseifici, salumifici e così via).

Bisogna dire che Oscar Farinetti è un genio, né più né meno. La sua capacità imprenditoriale, il fiuto per il business, l’abilità di mantenere una vasta e forte rete di relazioni istituzionali, sono certo talenti e doti non comuni. Ma il fatto di aver avuto successo valorizzando le nostre tradizionali e antiche produzioni agricole e gastronomiche testimoniano l’enorme potenzialità di sviluppo che ha il paese in questo campo.

 


[1]La velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda allo stesso virus: la “Fast-Life”, che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case, ci rinchiude a nutrirci nei “Fast-Food”.  Ma l’uomo sapiens deve recuperare la sua saggezza e liberarsi dalla velocità che può ridurlo ad una specie in via d’estinzione.  Perciò contro la follia universale della “Fast-Life”, bisogna scegliere la difesa del tranquillo piacere materiale…” dal Manifesto dello Slow Food, apparso sulla newsletter Rosmarino nel novembre 1987, è firmata dagli storici 13 padri fondatori: Folco Portinari, Carlo Petrini, Stefano Bonilli, Valentino Parlato, Gerardo Chiaromonte, Dario Fo, Francesco Guccini, Gina Lagorio, Enrico Menduni, Antonio Porta, Ermete Realacci, Gianni Sassi, Sergio Staino.

[2] Si veda anche: Stefano Bonilli e Carlo Petrini, quando la rivoluzione passò per la cucina, il manifesto, 4 agosto 2014

[3] Wolf Bukowski La danza delle mozzarelle. Slow Food, Eataly, Coop e la loro narrazione, Edizioni Alegre, Roma 2015

Il futuro del nostro Paese

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Nella nostra ultima mini-serie abbiamo parlato del futuro del lavoro al tempo di Internet e abbiamo visto come la tecnologia, insieme ai cambiamenti socio-economici, ha cambiato qualità e quantità, ma soprattutto il concetto stesso del lavoro.

Proviamo ora ad allargare lo sguardo all’economia del nostro Paese nel suo complesso, per cercare di capire che direzione sta prendendo e che tipo di futuro dobbiamo aspettarci per la prossima generazione. Naturalmente, secondo l’impostazione di questo blog, esamineremo la questione soprattutto dal punto di vista economico, ma non rinunceremo ad accennare anche ad altri aspetti rilevanti.

L’Italia dei nostri nonni era un paese povero e sostanzialmente agricolo; l’Italia dei nostri genitori era un paese che stava uscendo dalla povertà post-bellica e si stava attrezzando per diventare industriale; l’Italia nella quale siamo cresciuti (e in cui ancora siamo) è diventata un paese ricco e industrializzato, fra i primi 7/8 paesi del mondo.

La domanda adesso è: come sarà allora l’Italia di domani? Azzardiamo: ancora ricco – anche se con ampie e diffuse sacche di povertà – ma non più prevalentemente manifatturiero. Sarà un paese il cui sviluppo dovrà ruotare intorno all’agricoltura e al turismo. Una sorta di ciclo che torna alle origini, nei corsi e ricorsi della storia economica.

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Se questo è vero, la generazione dei nostri figli dovrà quindi attrezzarsi per trarre profitto dalle ricchezze del nostro patrimonio: terra fertile e arte millenaria, con tutto quello che può discenderne, e quindi enogastronomia, ristorazione e ospitalità di alto livello e, per estensione, formazione professionale e istruzione superiore.

La manifattura, invece, avrà probabilmente un futuro più problematico: siamo tradizionalmente un paese povero di materie prime, che generalmente vengono importate e in cui il costo del lavoro è relativamente alto. Il nostro punto di forza è quello della creatività, del design, del “bello”. La produzione verrà concentrata e delocalizzata in zone del mondo in cui ci sono materie prime e lavoro ampiamente disponibili e a basso costo: da noi resterà la fase dell’ideazione, della progettazione, della gestione commerciale e finanziaria. E’ questo, del resto, il canone di quanto è scritto su ogni iPhone: designed in California, assembled in China.

Dunque siamo pronti per questo “ritorno alle radici”? I nostri ragazzi si stanno preparando per un futuro meno industriale? E’ quello che cercheremo di scoprire nella serie che prende avvio con questo articolo. Anche in questo caso azzardiamo: sono molto più pronti di quello che crediamo, come dimostrano le molte iniziative che si vedono in giro per il Paese.

Iniziative legate al turismo, alla ristorazione di qualità, all’agricoltura a chilometro zero sono molto più frequenti e diffuse di quanto si possa credere, in modo particolare nell’Italia del Sud, dove la carenza pressoché totale di posti di lavoro tradizionali ha stimolato la creatività e l’inventiva soprattutto dei giovani. In città fino a pochi anni fa simbolo di degrado e abbandono, come Napoli e Palermo, si assiste oggi al ritorno di ragazzi che erano andati altrove a cercare lavoro ed alla ferma volontà manifestata dagli stessi di restare ed anzi sviluppare nuove attività.

I modelli di successo quali Eataly di Oscar Farinetti o Grom per i gelati hanno fatto da battistrada per la nascita di start-up e iniziative quasi sempre legate al territorio e alle eccellenze presenti.

 

Si prenda ad esempio la centralissima Via Maqueda a Palermo: negli ultimi anni sono sorti – in fondi e locali per lungo tempo abbandonati e trascurati – nuove attività commerciali legate alle eccellenze del territorio e non solo all’abbigliamento made in USA omogeneo, alla telefonia, al fast food o alla chincaglieria asiatica.

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Oppure, ancora a Palermo, le ristrutturazioni con finalità ricettiva quali hotel, bed and breakfast, resort e residence in cui capita di soggiornare in location ricche di storia e suggestioni, ma belle come una rivista di arredamento e design: ad esempio il vecchio teatro Bellini, all’ombra della Martorana in una delle piazze più belle del mondo.

Sempre in Sicilia, in posti ancora alla periferia del mondo, sono nati e sopravvivono progetti come il “Farm Cultural Park” di Favara, in provincia di Agrigento, del quale ci occuperemo in uno degli articoli della serie.

O ancora in Toscana, dove un’azienda vitivinicola che sembrava avviata ad un lento e dignitoso declino si è trasformata, nelle sapienti e infaticabili mani dell’enologo Niccolò Simonelli, in un’eccellenza qualitativa dove sperimentazione e rispetto delle radici hanno portato ad un prodotto di nicchia esportato in tutto il mondo.

O ancora a Grosseto, con l’offerta da parte di Carlo Sarti di una ristorazione di vera eccellenza con radici nella tradizione e nella ricerca di nuove armonie gustative che consentano di far conoscere le migliori proposte enologiche in circolazione.

Crescere, migliorare, imparare, diffondere, ricercare, studiare, ma anche vendere e fare profitto, organizzare in modo razionale, gestire con efficienza. Queste le direttrici per l’Italia del futuro.

Sarà un viaggio nelle eccellenze, nelle storie di successo, ma anche nelle proposte, nelle sfide, nelle idee. Ci sarà da divertirsi e, come sempre, anche da imparare.

 

Buona lettura, dunque!

 

Reddito di cittadinanza: cos’è, a cosa serve, ma soprattutto…si può fare in Italia?

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Un attento lettore di questo blog ci ha chiesto di parlare del reddito di cittadinanza, sicuramente l’argomento più discusso – insieme alla questione dei migranti – di questa stagione politica e dell’esperienza del “governo del cambiamento”. Lo facciamo volentieri cercando di rispondere alle tre domande: che cosa è; a cosa serve e se può essere applicabile con successo nell’Italia di oggi.

Iniziamo col dire che la definizione “reddito di cittadinanza” è impropria, meglio sarebbe parlare di “reddito minimo garantito”, una misura peraltro diffusa e ampiamente sperimentata in molti paesi, compresi alcuni dell’Unione Europea.

Secondo quanto riportato nel “Contratto per il governo del cambiamento” (il programma di governo sottoscritto dai leader dei due partiti della maggioranza) e quanto contenuto nella proposta di legge del Movimento 5 stelle, si tratta di uno strumento di sostegno economico rivolto alle famiglie italiane che si trovano in condizioni economiche disagiate, con un reddito inferiore alla cosiddetta “soglia di povertà”. Tale soglia è stata individuata in 780 € mensili per una famiglia di una sola persona e in livelli diversi a seconda del numero e delle situazioni familiari. Ad esempio, per un nucleo di due persone con due figli a carico tale limite è di 1.640 €.

Ciò significa che, nelle intenzioni dei proponenti, ogni famiglia italiana che percepisce un reddito complessivo inferiore a tale soglia dovrebbe poter percepire un’integrazione economica, da parte dello Stato, di quanto necessario per raggiungere tale livello minimo.

Sono quindi previsti specifici requisiti, oltre a quello della cittadinanza italiana, per poter beneficiare del contributo del reddito minimo garantito; al contrario il reddito di cittadinanza è quello che viene erogato a chiunque, ricco o povero, con lavoro o senza, indipendentemente dalle condizioni in cui si trova

E’ diverso anche dai sussidi di disoccupazione, che vengono erogati a chi ha perso il lavoro, categoria nella quale rientra il “reddito di inclusione” (ReI)[1], già introdotto dal governo Gentiloni e tuttora in vigore.

L’obiettivo dichiarato della misura di sostegno proposta è quello di reinserire (i cittadini) nella vita sociale e lavorativa del Paese. Garantisce la dignità̀ dell’individuo e funge da volano per esprimere le potenzialità lavorative del nostro Paese, favorendo la crescita occupazionale ed economica.[2]

Si tratta dunque di una duplice finalità: da un lato contrastare la povertà, disuguaglianza e esclusione sociale, garantendo ai nuclei familiari che presentano un reddito inferiore alla soglia di povertà, la possibilità di beneficiare di un’integrazione salariale. Dall’altro di favorire la crescita economica del Paese, stimolando la domanda (di beni di consumo da parte delle classi sociali meno abbienti) e, per questa via, il prodotto interno lordo.

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La prima risposta da dare è quindi se una misura del genere, ipotizzando che si possa introdurre ed attuare con successo, è idonea, necessaria o sufficiente per realizzare questi due obiettivi.

In merito al sostegno economico, sicuramente il reddito di cittadinanza va nella direzione giusta, facendo sì che tutti i cittadini si collochino al di sopra della soglia di povertà. Se la soglia fosse correttamente individuata e se la misura potesse essere effettivamente erogabile a tutti i soggetti indigenti, certamente sarebbe di per sé necessaria e sufficiente a realizzare l’obiettivo.

Molto più discutibile l’idoneità del reddito di cittadinanza per la finalità di stimolo alla crescita economica del Paese. E, come vedremo, ancora più discutibile la probabilità che esso abbia successo nell’Italia di oggi.

Lo stimolo al PIL è infatti molto probabile, ma non certo, e certamente – a parità di risorse – esistono strumenti molto più efficaci per far crescere l’economia. Il reddito di cittadinanza fa infatti aumentare il PIL nella misura in cui si trasforma in aumento della domanda di beni di consumo. In altri termini, se un cittadino riceve 100 € a questo titolo, il PIL aumenta solo se li spende tutti per acquistare beni di consumo (attraverso il meccanismo del cosiddetto “moltiplicatore del reddito”[3]).

Se invece di questi 100 € una parte vengono risparmiati (cosa improbabile visto che siamo al livello di povertà) oppure impiegati per rimborsare debiti o trasferiti ad altri, tale parte non concorre a innescare l’aumento di reddito. Ben più efficace sarebbe l’effetto di un aumento diretto di una componente del reddito, ad esempio la spesa pubblica. L’aumento della spesa pubblica, infatti, rappresenta in teoria economica lo strumento più efficace per far crescere il reddito.

In secondo luogo, il reddito di cittadinanza rappresenta un forte disincentivo a ricercare attivamente il lavoro. Se lo Stato assicura comunque il reddito minimo per la soglia di povertà, chi guadagna meno di tale reddito è incentivato a non lavorare o, almeno, a non ricercare attivamente il lavoro, e farsi mantenere dallo Stato.

Per contrastare tale effetto negativo, la proposta di legge prevede infatti alcune misure che comportano la cessazione del contributo al verificarsi di taluni eventi, quali ad esempio il rifiuto per tre volte di un’offerta di lavoro. Questo tipo di correttivi funzionerebbero però solo se i centri per l’impiego fossero efficienti (sarebbe una bella novità, purtroppo improbabile) o si riuscissero ad evitare abusi e indebite applicazioni.

L’ultimo aspetto è quello di vedere se nell’Italia di oggi la misura del reddito di cittadinanza può avere successo. E qui i dubbi sono più che legittimi. Intanto dovremmo assicurare, come si diceva sopra, che l’applicazione pratica sia corretta: cosa già difficile in generale, pressoché impossibile in Italia. Pensiamo alla difficoltà di impedire l’accesso a chi ha redditi formalmente inferiori alla soglia di povertà, ma in realtà superiori. Chi percepisce redditi “in nero”, ovvero non dichiarati, avrebbe il duplice illecito vantaggio di non pagare le tasse e di incassare il reddito di cittadinanza.

Soprattutto c’è un problema di compatibilità economica con i conti dello Stato. Per un paese con il debito pubblico al livello del nostro e con un deficit che ben difficilmente potrà attestarsi al di sotto del 2,4% del PIL, introdurre il reddito di cittadinanza come proposto è semplicemente impensabile senza aprire un fronte di forte contrasto con l’Unione Europea.

Del resto, questa eventualità è ben presente ai proponenti, che ne fanno una bandiera politica. Il costo addizionale per garantire il reddito di cittadinanza nei termini proposti, è stato calcolato in 17 miliardi di Euro, sicuramente non reperibili nelle pieghe del bilancio pubblico. A maggior ragione se, oltre a questa, si vorranno introdurre altre misure pure previste e inserite nel “contratto di governo”, quali la flat tax e l’abolizione della riforma “Fornero” sulle pensioni.

 


[1] Reddito di Inclusione (REI) è una misura nazionale di contrasto alla povertà. Il REI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una carta di pagamento elettronica (Carta REI) e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa volto al superamento della condizione di povertà (cfr https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=51585)

[2] “Contratto per il governo del cambiamento” (scaricabile, fra l’altro, da

http://download.repubblica.it/pdf/2018/politica/contratto_governo.pdf), pag. 34

[3] Il moltiplicatore del reddito è un meccanismo tipico della teoria keynesiana, che abbiamo descritto ampiamente in diverse occasioni negli articoli del blog, da ultimo nella serie “L’ABC dell’economia”. Si tratta del processo attraverso il quale una data variazione di una componente del reddito aggregato (consumo, investimenti, spesa pubblica) produce un aumento del PIL complessivo superiore a quello iniziale della componente che ha innescato il processo stesso. L’aumento complessivo è pari all’aumento iniziale moltiplicato per un fattore (il moltiplicatore, appunto) che è funzione della propensione al consumo.

Il lavoro per l’uomo o l’uomo per il lavoro?

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Si conclude con questa settimana la mini-serie sul lavoro al tempo di Internet. Lungi da noi l’idea di fare il riassunto delle puntate precedenti o, peggio ancora, quella di trarre delle conclusioni e una sintesi degli aspetti trattati e dei contributi presentati. Sia perché i diversi interventi che abbiamo ospitato sono già notazioni sintetiche e riassuntive, sia perché sappiamo che su temi come questo sarebbe presuntuoso, oltre che inutile, trarre delle conclusioni.

Presuntuoso perché siamo consapevoli di aver semplicemente posto delle domande, sollevato questioni su cui riflettere e non avevamo intenzione di proporre soluzioni, compito ingrato e mission impossible che, in ogni caso, resta funzione della politica. Inutile perché il mondo del lavoro, specchio di una società in continua e vorticosa evoluzione, cambia alla velocità della luce e non esistono soluzioni buone per tutte le stagioni. Quello che vale oggi, l’anno prossimo è già obsoleto e il punto di arrivo di oggi non può che essere la partenza di domani.

In realtà, più che una serie conclusa vorremmo considerarla un cantiere sempre aperto, un terreno di confronto su cui torneremo spesso, anche con contributi esterni che stavolta non è stato possibile ospitare.

Vorremmo piuttosto concentrarci adesso sulle persone e sul loro rapporto diretto col lavoro. Lasciamo da parte per un momento gli aspetti sociali ed economici, per vedere come vivono il lavoro gli uomini e le donne di oggi, come si rapportano ad un’attività che occupa – quando va bene – un terzo del loro tempo in età adulta e quando va male – non per loro libera scelta – molto di più o molto di meno.

Così come iniziammo con una rievocazione biblica quando ricordammo che secondo le Scritture il lavoro è la punizione per l’uomo che aveva commesso il peccato originale (“lavorerai col sudore della fronte”), così partiamo oggi da un passo evangelico di Marco (Mc 2, 23-26).

 

«Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato». Così diceva Cristo ai farisei che, scandalizzati, gli indicavano i braccianti che osavano lavorare di sabato, il giorno dedicato al Signore, durante il quale ogni attività lavorativa doveva essere sospesa per consentire la preghiera e l’ascolto delle Scritture.

Con questo non vorremmo entrare nella diatriba, che pare un po’ oziosa se non sterile, sul lavoro di domenica, questione che oggi è tanto di moda e che, fortunatamente, non sempre riesce a distogliere l’attenzione dei media da temi ben più seri e spinosi.

Il monito di Cristo voleva in realtà significare che nessuna consuetudine, tradizione o attività può essere tanto importante e decisiva da ritenere che l’uomo vi si debba adattare, quando questo implicherebbe la necessità di mettere in discussione la natura, i valori e le attitudini dell’uomo stesso. Per questo ci pare una buona metafora del rapporto fra l’uomo e il lavoro.

Rapporto che deve essere sempre “di mezzo a fine” e non viceversa: il lavoro è uno strumento, utile per procurarsi i mezzi di sostentamento e la riconoscibilità e dignità sociale, ma pur sempre uno strumento. Se diventa un fine, ovvero lo scopo ultimo (e talvolta unico) dell’esistenza, allora c’è un problema: meglio fermarsi a riflettere e, se possibile, cambiare impostazione piuttosto che farsi travolgere.

Se viviamo per lavorare e non lavoriamo per vivere, finiremo per regalare la nostra esistenza stessa a qualcuno o qualcosa al di fuori di noi e ci renderemo conto, quando ormai sarà tardi, di averla sprecata. Un epilogo non molto diverso da quello degli schiavi nell’antica Grecia di cui ci ha parlato Domenico De Masi nell’intervista che abbiamo pubblicato.

Se la nostra giornata è fatta di 10-12 ore di lavoro, sulle 16 mediamente disponibili dopo aver dormito, è facile capire che – una volta impiegate le 3/4 ore indispensabili per mangiare e per la cura del corpo – rimane troppo poco tempo per fare qualcosa di diverso.

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Un manager che vive in ufficio o comunque lavorando fino alla sera tardi, magari avendo iniziato di prima mattina, e trascura famiglia, affetti, occasioni di svago, lettura, studio, non solo si accorgerà di avere sprecato la sua vita e il suo talento, ma molto probabilmente sarà anche meno efficace e produttivo nel lavoro stesso, perché avrà vissuto in una “campana di vetro” che gradualmente ma inesorabilmente lo isola dal mondo reale.

Forse anche per questo ci si stupisce quando si scopre che negli Stati Uniti, paese simbolo del capitalismo e spesso modello per tutto l’Occidente, i manager difficilmente lavorano oltre le 5 o le 6 del pomeriggio. Così come, ma questo è un altro discorso, difficilmente usano i cellulari in modo continuativo e compulsivo come facciamo noi.

E se si trascurano famiglia o affetti, certamente anche la performance lavorativa prima o poi ne risentirà. “La mucca felice fa più latte” dicevano i saggi ed è difficile essere felici in un mondo arido di sentimenti e scoperte. E non dimentichiamo mai che occorre sempre studiare, aggiornarsi ed essere informati: se non si studia, ci sarà sempre qualcuno che studia per noi.

Il problema è ben più sottile della necessità di lavorare molto per guadagnare abbastanza o per non perdere il posto, situazioni che possono capitare ma devono essere limitate a periodi di tempo circoscritti e non essere regola di vita.

Da un lato c’è il piacere di svolgere un’attività che realizza le aspirazioni e talvolta diverte, la soddisfazione per un lavoro ben fatto e per l’apprezzamento di colleghi e superiori, la voglia di tenersi stretto quello per cui si è lottato per anni.

Dall’altro la spinta per il successo, per l’avanzamento di carriera (a cui tengono anche quelli che dicono di no) e per la realizzazione professionale, la visibilità sociale e la considerazione di un ambiente di cui vogliamo sentirci a pieno titolo parte integrante.

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Nemici subdoli e insidiosi, ai quali non possiamo sacrificare l’esistenza. Pericoli tanto più incombenti quanto più ammantati da sensazioni piacevoli e da considerazione sociale. Basta poco perché il castello crolli: un passo falso, un errore di valutazione, una serie di insuccessi, un periodo storto e l’obiettivo unico su cui abbiamo puntato svanisce lasciando un forte senso di vuoto e di rimpianto.

Non esistono formule magiche, valide per tutti e in ogni momento della storia. Basta averne serena consapevolezza e mantenere una giusta dose di disincanto, con autoironia ed equilibrio. E questo vale qualunque sia il lavoro che abbiamo davanti, da quelli più tradizionali a quelli più innovativi.

E soprattutto è fondamentale non rendere il lavoro l’unica ragione della vita, ma coltivare interessi, passioni, affetti, studio.

Perché il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro.

 

Cosa faranno un miliardo di persone in più? Intervista a Domenico de Masi (Terza Parte)

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Pubblichiamo la terza e ultima parte dell’intervista al sociologo Domenico De Masi sull’analisi e le prospettive del lavoro nell’epoca digitale.

La prima puntata è stata pubblicata l’11 settembre, la seconda il 18 settembre.

Buona lettura, dunque.

 


 

Il tuo recente libro Lavorare gratis lavorare tutti comincia dal constatare il senso comune di quasi vergogna di chi ha perso il lavoro, come se avesse perso il motivo di stare nella società. Stiamo andando verso un mondo in cui ci dovremo vergognare tutti perché il lavoro non ci sarà per nessuno?

Anche qui vediamo i dati.

Quando sono in aula ho davanti a me 200 ragazzi di vent’anni. Ognuno di loro male che vada vivrà 80 anni. 60 anni di lavoro sono 530.000 ore circa. Cosa farà in questi 60 anni? Immaginiamo che il nostro studente si laurei a 25 anni, che trovi lavoro immediatamente e che lavori fino a 65 anni ininterrottamente: 40 anni di lavoro, per 1,800 ore l’anno. Immaginiamo che faccia il manager, per cui lavorerà anche di più: 2.000 ore all’anno per 40 anni sono 80.000 ore. 530.000 ore di vita, di cui 80.000 le trascorrerà a lavorare. Il suo trisavolo viveva 350.000 ore e ne lavorava 150.000, già qui c’è un’enorme differenza. Al nostro giovane restano 450.000 ore. Se passa 8/9 ore a giorno per dormire e la cura del corpo (quello che gli inglesi definiscono care), per 220.000 ore, gli resetano ancora 230.000 ore di totale non lavoro e non care.

Nel 1930 Keynes fece una bellissima conferenza a Madrid, intitolata “Prospettive per i nostri nipoti”. Si mise nei panni di un giovane che avesse 20 anni nel 2030. Per evitare disoccupazione di massa, che può diventare violenta, il maestro profetizzò che si sarebbe dovuti arrivare a 15 ore settimanali. A quel punto il problema non sarà la produzione, e neppure il consumo: Sarà cosa fare del tempo libero.  L’unica salvezza sarà la cultura, con la quale si dovranno riempire le 230.000 ore (ma saranno certamente anche di più).

O si torna al mondo dei Greci, e questo Keynes non lo dice, o si diventa un mondo di ebeti, che non sa che fare dalla mattina alla sera.

 

In uno dei tuoi libri, tu dicevi che è proprio dell’uomo resistere a questo cambiamento: anche se non ne abbiamo bisogno, continuiamo a vivere coi tempi e i ritmi della società industriale. Otto ore di ufficio, alla stessa ora, d’agosto al mare tutti insieme e così via.

In realtà questo con molta lentezza sta cambiando, al contrario di quello che pensavo. Il telelavoro oggi si è diffuso e sviluppato. Il mio primo libro sul telelavoro è di metà anni 90, sembrava un’utopia. Oggi l’INPS, non l’IBM, ha 3.000 persone in telelavoro. Se vai in treno, senti tutti che stanno telefonando per lavoro: non è anche questo vero e proprio telelavoro?

Ha stravinto sul piano reale, anche se non ancora su quello formale.

I mutamenti culturali sono lenti, occorre cambiare la testa e ci vuole tempo, ma i mutamenti ci sono perché le tecnologie sono talmente pervasive e migliorative che si impongono.

Cosa succederà quando, fra pochi anni, noi saremo un miliardo in più e il lavoro sarà molto meno? Il modello di vita che abbiamo è pensato sulla fabbrica.

 

Allora se tu dovessi riscrivere l’articolo 1 della Costituzione?

Questo si può capire perché all’epoca era sacrosanto contrapporre l’idea del lavoro all’idea fascista.

Oggi, se 80.000 ore di lavoro su 530.000 di vita sono 1/7, quell’articolo suonerebbe così: l’Italia è una Repubblica democratica fondata su un settimo della vita.

Probabilmente non c’è più una cosa su cui fonda un paese, Potrebbe fondarsi sulla felicità, ovvero sulla minima infelicità.

Oggi si continua a parlare di “centralità del lavoro”, ma non è più così: lo studente, il disoccupato, il pensionato, messi insieme fanno la maggioranza del paese. In più, quelle che lavorano davvero, le casalinghe, non vengono considerate lavoratrici.

 

Una battuta su quello di cui ti stai occupando ora, il turismo, se vogliamo un’attività tradizionale, Questa tua esperienza come si può applicare al turismo? Ci dà qualche spunto interessante per chi vuole avviare un’imprenditoria turistica di livello?

Intanto il turismo non è affatto tradizionale, ma è una forma recentissima di attività umana. E’ nata con il treno. Fino ad allora le erranze umane erano dovute a grandi alluvioni, ai militari o alle migrazioni per mancanza di lavoro. Erano tutte coatte; l’unica forma non coatta era la villeggiatura. Era quella del nobile che aveva una seconda casa, non distante dalla prima. Si andava per il fresco, ma soprattutto, essendo l’epoca post-mietitura, per riscuotere quanto dovuto dai mezzadri.

La forma che vi si può avvicinare era il grand tour del ‘700, assimilabile all’attuale Erasmus: il giovane Goethe o Stendhal, arrivata una certa età, facevano un viaggio per formazione in Italia o in Grecia. Per apprendere la cultura latina e la cultura greca.

Il turismo è nato cento anni dopo l’industria. Il turismo è quasi inspiegabile: perché un miliardo di persone si mette in viaggio, senza avere la seconda casa, spesso per stare peggio che a casa e spendendo di più?

Ci sono molte teorie. Fin quando avevi la catena di montaggio, non potevi mandare in vacanza a scaglioni. Così nacque il concetto di ferie, La prima fu la Francia, ma siamo già alla fine dell’800, a normare le ferie.

 

Si potrebbe assumere che l’uomo abbia una connotazione nomade nel proprio bagaglio cromosomico.

E’ una delle possibili spiegazioni. Ma il turismo per la massa non ha nessuna delle caratteristiche del nomadismo o del viaggio secondo Chatwin. Pensa alle navi da crociera immense, in cui si soggiorna in “appartamenti” piccolissimi e rumorosi. Eppure si paga, mentre in fabbrica sei pagato.

E’ un mistero.

 


 

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DOMENICO DE MASI, Nato in Molise nel 1939, cresciuto in Campania e in Umbria, è oggi probabilmente il più autorevole sociologo italiano, soprattutto nel campo del lavoro. Professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove è stato preside della facoltà di Scienze della comunicazione, De Masi è autore di numerose pubblicazioni di successo e immancabile ospite di trasmissioni televisive e giornali quando si parla di lavoro.

Fra i suoi saggi più noti, “L’ozio creativo” del 2000 nel quale teorizza la valorizzazione del tempo “liberato” dal lavoro come ritorno a un’organizzazione di vita in cui, grazie al progresso, l’uomo può dedicarsi a coltivare arte, cultura, affetti e conoscenze.

 

Nella biografia pubblicata sul suo sito http://www.domenicodemasi.it si legge che:

si è dedicato prevalentemente allo studio e all’insegnamento.

 Ha viaggiato molto ma i centri principali del suo lavoro sono stati
Milano, Sassari, Napoli e Roma.

 In Brasile – dove ha la cittadinanza onoraria di Rio de Janeiro –
ha tenuto conferenze in quasi tutte le grandi città.

 La sua biografia è suddivisa in paragrafi corrispondenti ai vari segmenti di vita: la famiglia e gli studi; i campi di attività; il periodo napoletano, milanese e romano; l’insegnamento a Sassari, Napoli e Roma; la scuola e poi la società S3.Studium; gli altri impegni professionali e civili; i viaggi in Brasile e in molti altri paesi del mondo; i riconoscimenti ricevuti.

 

 

 

 

 

 

Cosa faranno un miliardo di persone in più? Intervista a Domenico de Masi

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Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista al sociologo Domenico De Masi sull’analisi e le prospettive del lavoro nell’epoca digitale.

La prima puntata è stata pubblicata l’11 settembre, e la prossima settimana ci sarà la terza e ultima.

Buona lettura, dunque!


 

Il tuo cavallo di battaglia è l’ozio creativo: il tempo che si recupera lavorando meno lo dovremmo impiegare in attività ad alto contenuto sociale e culturale, come i cittadini di Atene al tempo di Aristotele. Abbiamo visto la scorsa settimana che in Germania dal 1° gennaio prossimo i metallurgici faranno 28 ore settimanali, contro le nostre 40. E in più si fanno 28 ore, in caso di bisogno, per assistenza familiare o per condividere i lavori domestici: alla fine se uno deve lavorare meno per poi impiegare il tempo recuperato stando a casa a fare i lavori domestici, forse non ha fatto un grande guadagno. O no?

Dipende dal tipo di lavoro: se l’alternativa è lavorare in miniera, forse è meglio fare i lavori domestici…

Cominciamo proprio dalla Grecia. In Atene – fra il 430 e il 380 circa avanti Cristo – c’erano 40.000 cittadini maschi e liberi. Le loro mogli o figlie erano libere ma non cittadine. Cittadino vuol dire che aveva il diritto di votare in assemblea.

Poi c’erano 20.000 meteci, stranieri, gli “extracomunitari”. Questi potevano fare solo due mestieri: il commercio e l’artigianato, attività che comportavano una certa fatica fisica.

Infine c’erano circa 100.000 schiavi, a cui si deve pensare come agli elettrodomestici. Lo schiavo era totalmente consapevole che dal “giorno della schiavitù” (quello in cui diventava schiavo) non aveva più l’anima. Era un instrumentum vocale. Gli strumenti e attrezzi da lavoro erano infatti divisi in tre categorie: quelli non vocali (l’aratro, il martello), quelli semi-vocali (l’asino, il cavallo, il cane) e quelli vocali (gli schiavi).

Cosa facevano quei 40.000 cittadini? Passavano i primi 20 anni a formarsi: ad Atene non c’era un singolo cittadino analfabeta. La formazione includeva non solo la scuola (pensa al Liceo di Aristotele o l’Accademia di Platone), ma soprattutto la partecipazione alle attività culturali, che comprendevano, con pari importanza, in primo luogo il teatro e l’atletica. Un cittadino di 30 anni aveva assistito ad almeno 400 rappresentazioni teatrali.

Le piéces teatrali erano scritte da autori del calibro di Sofocle o Euripide. Il teatro trasmetteva tutto: attraverso i miti si insegnava l’etica, come comportarsi con il padre e con la madre, con i cittadini, rispetto alla legge, all’amore ecc.

C’erano quindi 40.000 cittadini iperformati, al punto che si riteneva che uno valesse l’altro a tutti gli effetti. Tutte le cariche, tranne quelle militari, erano a sorteggio, e duravano 1 anno. Siccome le cariche erano tante, ogni greco, arrivato a 50 anni, aveva esercitato certamente almeno 4 o 5 volte delle cariche. Queste cariche erano considerate politiche, ovvero riguardavano la polis, per farla funzionare (l’acqua, la scuola, l’immondizia, ecc.).

Come viveva un cittadino, uno dei 40.000? La mattina usciva e andava nell’agorà, la piazza. Lì faceva lobbying, né più né meno. Si discuteva dei problemi della città. Intorno alle 10 si spostavano nella plia, una piazza a gradoni circolari con 23.000 posti, che era il quorum, ovvero il numero minimo legale senza aver raggiunto il quale l’assemblea non poteva iniziare.

Cominciavano a discutere sulla base di un ordine del giorno che era stato affisso il giorno prima. Tutti i cittadini potevano prendere la parola alzando la mano, e si doveva votare entro un’ora dalla proposizione del problema. Si interrompeva all’imbrunire, che impediva di contare le mani, e si continuava il giorno dopo.

L’assemblea si teneva una volta la settimana, ma poteva durare anche due o tre giorni.

Negli altri giorni i cittadini svolgevano gli incarichi per i quali erano stati nominati, e avevano un anno di tempo. Si faceva anche il confronto: quando cessava dalla funzione, doveva rendere conto di cosa aveva fatto.

Se avesse dovuto lavorare, ovviamente non avrebbe potuto svolgere queste attività. Infatti il lavoro era considerato sordido, come diceva Cicerone. Questo era possibile anche perché non c’era consumismo: la casa di Pericle o di Socrate era più o meno uguale alle altre. Non c’erano lussi, se non quello del teatro e della cultura.

Il lavoro era una cosa totalmente politica, che non aveva nulla a che fare con la nostra visione di lavoro. Questa cosa prosegue anche con i Romani, che ci aggiungono la guerra, la conquista.

Il concetto di lavoro resta questo, praticamente fino al ‘700, con pochissime eccezioni. Fra queste San Benedetto, che equipara addirittura il lavoro alla preghiera e che nella sua regola stabilisce che non si è buon monaco se non si fanno lavori manuali.

Per i Greci il lavoro ti toglie tempo per maturare, per pensare, per essere cittadino a tempo pieno e per essere totalmente inserito nella gestione della cosa pubblica.

Nel ‘700/’800 tre personaggi riabilitano il lavoro: Locke come filosofo, Smith come economista e Marx come politologo. Per la prima volta il lavoro è tutto: la misura del valore delle cose. Marx va oltre, dice che il lavoro è l’essenza dell’uomo. Il mondo cambia continuamente perché l’essere umano lavora.

Da quel momento comincia un’epoca di circa 200 anni in cui il lavoro è la categoria assorbente di tutto.

 

Del resto la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro.

E questo è il punto di arrivo, ma anche il punto in cui comincia la flessione del concetto di lavoro. La società industriale si baricentra sulla produzione di beni materiali: ciò che conta è quanti beni produci e di che qualità. Il punto centrale è la produzione di massa, dando per scontato che c’è un numero crescente di individui che può accedere al consumo, e che bisogna produrre per consumare e consumare per produrre.

Quando questo avviene, tre modelli di società si propongono: uno è quello liberale, dove tutto è merce (compreso il lavoro); poi c’è l’idea della Chiesa secondo la quale il lavoro è importante perché consente di espiare il peccato originale, e infine c’è l’idea di Marx secondo la quale il lavoro è importante perché consente di estrinsecare l’essenza creativa dell’uomo.

Sono le tre posizioni sul lavoro che abbiamo ereditato dalla società industriale. L’economia si sposta dallo studio della terra a quello della trasformazione, cioè dell’industria. Non conta tanto quante mele ho fatto, ma quante mele riesco a trasformare in marmellata.

Quando ereditiamo tutto questo, nella metà del ‘900, ci rendiamo conto solo parzialmente del fatto che stanno mutando profondamente le cose. Il primo mutamento del lavoro avviene in modo violento, con tre rivoluzioni, quella americana, quella inglese e quella francese, tutte e tre originate dall’illuminismo.

La nuova rivoluzione avviene invece per una serie di fattori che costringono la società a diventare post-industriale: il progresso tecnologico, lo sviluppo organizzativo (impariamo a organizzare i fattori in modo più efficiente), la globalizzazione, la diffusione dei mass media e la scolarizzazione di massa. Questi fattori, messi insieme, con il detonatore della seconda guerra mondiale, ci restituiscono una società completamente trasformata.

Dopo la guerra il baricentro della società si sposta alla produzione di beni immateriali: i servizi, l’informazione, i simboli, i valori, l’estetica. Il primo libro su questo è di Alain Touraine nel 1959, il secondo è di Daniel Bellet, e siamo nel 1973. Il terzo è un mio libro. Era estremamente difficile far accettare la consapevolezza che il lavoro aveva perso la sua centralità; per questo fui accusato di tradimento della sinistra.

Con l’avvento della società industriale, comincia a esserci bisogno di sempre meno gente. La macchina richiede comunque l’intervento da parte dell’uomo che la costruisca, la macchina digitale richiede molto meno personale per essere costruita e ne sostituisce molto di più.

La seconda cosa è che si divide il mondo del lavoro in tre fette: una è produzione di idee (tipica del “primo mondo”), che sviluppa formazione e brevetti; un secondo mondo produce le cose delle idee e un terzo mondo dove si producono materie prime e mano d’opera a basso costo (situazione perfettamente rappresentata dalla scritta presente su ogni prodotto Apple: designed in California assembled in China).

La terza cosa è che dentro la fabbrica cambia il mix dei lavoratori; ai tempi di Marx su 100 lavoratori 94 erano operai, oggi solo 33 sono operai.

Quarta modifica: si riducono gli addetti all’agricoltura e all’industria, e aumentano molto quelli del terziario (in Italia sono il 70%). C’è anche un quaternario (laboratori di ricerca, creativi, designer, ecc,) che produce simboli e valori, e diventa la parte più grossa.

Si tratta di una trasformazione epocale. Il lavoro è completamente modificato, più sostituibile da macchine digitali.

La prossima trasformazione, quella che sta per avvenire, è l’intervento dell’intelligenza artificiale.

Mentre le macchine meccaniche hanno sostituito l’operaio, mentre il robot ha sostituito l’operaio specializzato e il computer ha sostituito l’impiegato, l’intelligenza artificiale sostituisce il livello alto: il creativo, il manager , il medico, l’avvocato.

E‘ una rivoluzione epocale come lo fu a suo tempo l’avvento del microprocessore.

Il mondo si trasforma: puoi puntare su piccoli guadagni in grande numero, e quindi puntare su grandi volumi, su numeri pressoché infiniti di clienti. Comincia così la serie della gigeconomy.

 

E quindi, dopo aver abbandonato la terra e il lavoro, della  triade classica dei fattori produttivi, a questo punto resta solo il capitale…

No, a questo punto resta il cervello. Il problema è che oggi bastano pochissime persone che pensino. E anche pochissime per produrre, perché la produzione sarà tutta meccanica.

Sulla carta non c’è alternativa che andare verso un castello con un team di superuomini che producono e pretendono di appropriarsi del prodotto creato e la massa di persone. Il creativo non ha neanche più bisogno di consumatori.

Nel momento in cui questo numero si restringe, e in cui 15 Università producono tutti i brevetti e centinaia di robot li realizzano, il problema non è più la produzione ma la distribuzione: con quali criteri si distribuisce la ricchezza prodotta?

Mentre il comunismo sapeva distribuire ma non sapeva produrre, noi sappiamo produrre ma non distribuire. 8 persone hanno oggi la ricchezza di 3 miliardi e seicentomila persone. Siccome 8 persone non potranno mai consumare 3,6 miliardi di mutande, di scarpe, non si capisce che produci a fare, per vendere a chi?


 

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DOMENICO DE MASI, Nato in Molise nel 1939, cresciuto in Campania e in Umbria, è oggi probabilmente il più autorevole sociologo italiano, soprattutto nel campo del lavoro. Professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove è stato preside della facoltà di Scienze della comunicazione, De Masi è autore di numerose pubblicazioni di successo e immancabile ospite di trasmissioni televisive e giornali quando si parla di lavoro.

Fra i suoi saggi più noti, “L’ozio creativo” del 2000 nel quale teorizza la valorizzazione del tempo “liberato” dal lavoro come ritorno a un’organizzazione di vita in cui, grazie al progresso, l’uomo può dedicarsi a coltivare arte, cultura, affetti e conoscenze.

Nella biografia pubblicata sul suo sito http://www.domenicodemasi.it si legge che:

si è dedicato prevalentemente allo studio e all’insegnamento.

 Ha viaggiato molto ma i centri principali del suo lavoro sono stati
Milano, Sassari, Napoli e Roma.

 In Brasile – dove ha la cittadinanza onoraria di Rio de Janeiro –
ha tenuto conferenze in quasi tutte le grandi città.

 La sua biografia è suddivisa in paragrafi corrispondenti ai vari segmenti di vita: la famiglia e gli studi; i campi di attività; il periodo napoletano, milanese e romano; l’insegnamento a Sassari, Napoli e Roma; la scuola e poi la società S3.Studium; gli altri impegni professionali e civili; i viaggi in Brasile e in molti altri paesi del mondo; i riconoscimenti ricevuti.

COSA FARANNO UN MILIARDO DI PERSONE IN PIU’?

Siamo pronti per un futuro senza lavoro? (parte I)

Intervista a Domenico De Masi (*)
A cura di Marco Parlangeli

 

La mini-serie sul lavoro prosegue questa settimana con l’intervista a uno dei più celebri “maitres à penser” in materia di sociologia del lavoro.

Estremamente attento al progresso tecnologico e all’influenza che nel tempo ha avuto sul modo di lavorare dell’uomo, De Masi ha spesso assunto posizioni insolite, al limite della provocazione intellettuale, fra le quali quella presentata nell’ultimo saggio “Lavorare gratis lavorare tutti” (Rizzoli, 2017).

Nell’intervista che segue, abbiamo ripercorso a volo d’uccello le vicende dell’attività lavorativa dell’uomo nel corso della storia, esaminandone i riflessi sulla qualità della vita e cercando di capire dove stiamo andando.

Un regalo imperdibile per i lettori del blog, che ci accompagnerà per tre settimane durante questo mese di settembre. Le foto che corredano gli articoli sono di Ravello, incantevole località che domina la Costiera Amalfitana a cui De Masi è legato soprattutto per l’esaltante esperienza del Festiva, essendo stato Presidente della Fondazione di Ravello, organizzatrice, negli anni d’oro.

Buona lettura, dunque.

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In questa mini-serie abbiamo richiesto una serie di contributi esterni per affrontare i diversi aspetti del lavoro al tempo di Internet. In due parole, secondo te oggi si lavora di più o di meno rispetto alle altre epoche che abbiamo conosciuto, quella industriale e quella post-industriale? E si lavora meglio o peggio?

La cosa migliore è servirsi dei dati statistici.
1891: un anno importante perché viene emanata la Rerum novarum, prima enciclica sociale della Chiesa, 8 anni dopo la morte di Marx. Gli Italiani sono 30 milioni, e a causa degli orari di lavoro, che erano 10 ore al giorno per 6 giorni alla settimana, hanno lavorato 70 miliardi di ore.
Passano 100 anni, siamo al 1991. Siamo diventati 50 milioni, abbiamo lavorato 60 miliardi di ore: 10 miliardi di ore in meno, e abbiamo prodotto 13 volte di più.
Arriviamo al 2017. Siamo 60,5 milioni. Abbiamo lavorato
40 miliardi di ore, 30 in meno del 1891, e abbiamo prodotto 670 miliardi in più del 1891.
Gli esseri umani stanno imparando a produrre sempre più beni e servizi facendo ricorso a quantità sempre minori di lavoro umano.
Questo da un punto di vista macroeconomico, della Società. Ma dal punto di vista del lavoratore, visto che si lavora meno, possiamo dire che si lavora meglio? Certo che si produce di più, e questo va a vantaggio di chi il lavoro lo paga, ma dal punto di vista di chi lavora, della qualità del lavoro, si può dire che si lavora meglio?

Siccome occorre sempre meno lavoro, e quelli che vogliono lavorare sono sempre di più perché siamo più numerosi, è indispensabile prepararsi: nel 2030 saremo un miliardo in più, quindi bisogna preparare un miliardo di posti di lavoro in più rispetto ad oggi. Lavorano anche le donne (che prima non lavoravano), lavorano anche gli handicappati (che prima non lavoravano), le gravidanze sono meno numerose (meno permessi di maternità), ci si ammala molto meno (meno assenze per malattia): tutto questo comporta molto meno lavoro e molta più gente che vuole lavorare.

Di fronte a questa situazione, dal punto di vista sociologico, hai due modi reagire, idealmente contrapposti, la Germania e l’Italia. La Germania, mano a mano che vengono introdotte nuove tecnologie, ha ridotto l’orario di lavoro e si è accorta, riducendo l’orario di lavoro, che aumentava la produttività. L’Italia invece ha conservato dal 1923 40 ore di lavoro settimanali. Oggi la Germania ha in media 1400 ore di lavoro all’anno a testa con una produttività 20 volte superiore a quella italiana. L’Italia presenta invece 1800 ore all’anno (400 ore di lavoro all’anno in più pro capite). Se hai una torta e fai porzioni più grosse (400 ore in più), devi fare naturalmente meno porzioni.
La Germania ha un’occupazione del 79%, noi del 58%. Produciamo il 20% in meno e paghiamo il 20% in meno il lavoratore.
Il lavoratore italiano lavora di più, produce di meno e guadagna di meno. Sta meglio o peggio? Sta peggio, ovviamente. Non si è seguito il trend della tecnologia e della globalizzazione, si è fatto finta che la tecnologia non esistesse. Se abbiamo 100 persone in questa banca, introduciamo un computer che fa il lavoro di 10 persone, in Germania riducono a tutti l’orario del 10% e mantengono tutti occupati aumentando la produttività, in Italia licenziano 10 persone e ne tengono 90, mantenendo bassa la produttività e lavorando un numero maggiore di ore a testa.

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Da qui a lavorare gratis lavorare tutti, che è la “provocazione” del tuo libro, ce ne corre…

In quel libro mi sono posto la domanda: come si fa a ridurre l’orario di lavoro come in Germania? Dal 1° gennaio prossimo i metallurgici faranno 28 ore settimanali, contro le nostre 40. E in più si fanno 28 ore, in caso di bisogno, per assistenza familiare o per condividere i lavori domestici. Se pensi che i metallurgici sono quasi tutti maschi, questa è stata una legge di un’intelligenza straordinaria, perché induce anche i maschi a interessarsi delle attività familiari. Due vantaggi: riduci l’orario e aumenti l’occupazione e induci i maschi a interessarsi delle attività familiari.

Il problema in Italia è quindi come ridurre l’orario di lavoro. Chi è che non vuole ridurre l’orario di lavoro in Italia? Il lavoratore occupato. Il padre che lavora 10 ore di lavoro preferisce lui lavorare 10 ore al giorno e avere il figlio disoccupato, anziché lavorare 5 ore ciascuno. Il problema è quindi: come convincere i lavoratori occupati, o meglio i loro sindacati, a ridurre l’orario di lavoro.
Quando un lavoratore occupato vuole protestare, cosa fa? Sciopera, ovvero interrompe il lavoro. Se un disoccupato vuole protestare, cosa può fare? L’opposto, ovvero lavorare. Gratis, per interrompere la logica del lavoro. Per dimostrare agli occupati che bisogna ridurre l’orario di lavoro, altrimenti energie enormi restano inespresse.
Il problema enorme è la distribuzione della ricchezza, il suo addensamento. In Italia nel 2007, all’inizio della crisi, 10 famiglie avevano la ricchezza di 3 milioni di poveri; oggi, dopo 10 anni, di 6 milioni, ovvero è raddoppiata la loro ricchezza.
In questo senso la provocazione del mio libro.

Primo di tre articoli (il prossimo uscirà martedì 18/9/2018)

 

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DOMENICO DE MASI, Nato in Molise nel 1939, cresciuto in Campania e in Umbria, è oggi probabilmente il più autorevole sociologo italiano, soprattutto nel campo del lavoro. Professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove è stato preside della facoltà di Scienze della comunicazione, De Masi è autore di numerose pubblicazioni di successo e immancabile ospite di trasmissioni televisive e giornali quando si parla di lavoro.
Fra i suoi saggi più noti, “L’ozio creativo” del 2000 nel quale teorizza la valorizzazione del tempo “liberato” dal lavoro come ritorno a un’organizzazione di vita in cui, grazie al progresso, l’uomo può dedicarsi a coltivare arte, cultura, affetti e conoscenze.

Nella biografia pubblicata sul suo sito http://www.domenicodemasi.it si legge che:
si è dedicato prevalentemente allo studio e all’insegnamento.
Ha viaggiato molto ma i centri principali del suo lavoro sono stati
Milano, Sassari, Napoli e Roma.
In Brasile – dove ha la cittadinanza onoraria di Rio de Janeiro –
ha tenuto conferenze in quasi tutte le grandi città.
La sua biografia è suddivisa in paragrafi corrispondenti ai vari segmenti di vita: la famiglia e gli studi; i campi di attività; il periodo napoletano, milanese e romano; l’insegnamento a Sassari, Napoli e Roma; la scuola e poi la società S3.Studium; gli altri impegni professionali e civili; i viaggi in Brasile e in molti altri paesi del mondo; i riconoscimenti ricevuti.

FATICA O VOCAZIONE?

Ciò che le macchine possono insegnarci sul lavoro del futuro, e sul nostro modo di percepirlo

Contributo di Claudio Delli Bovi (*)

La mini-serie sul lavoro prosegue questa settimana con il contributo di un giovane informatico, brillante neo-laureato che partecipa ad uno dei più importanti progetti attualmente in corso di realizzazione in Amazon: l’applicazione dell’intelligenza artificiale.

Dopo l’intervento di Manlio Lo Presti, che vedeva in primo piano le contraddizioni e le minacce del mondo iperconnesso e digitale sul lavoro, esaminiamo l’argomento da un punto di vista totalmente diverso, quasi opposto.

Ci si aspetterebbe un elogio a tutto campo delle “sorti magnifiche e progressive” a cui Internet sta destinando il lavoro, e invece scopriamo che alla fine sarà sempre e solo l’uomo la misura di tutte le cose.

Parafrasando il Vangelo di Marco (“il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”), verrebbe da dire: “non l’uomo per Internet, ma Internet per l’uomo”.

Riusciremo a cambiare il nostro approccio al lavoro in modo da dominare la tecnologia o ne risulteremo dominati? La domanda delle cento pistole…

Buona lettura, dunque.

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Praga, 1920. Karel Čapek, scrittore ceco pressoché esordiente, racconta nel suo dramma fantascientifico R.U.R. (Rossumovi univerzální roboti, “I robot universali di Rossum”) di prodigiosi automi di natura organica, creati con lo scopo di liberare l’umanità dal lavoro.

È la prima volta nella storia in cui viene usato il termine robot, coniato dalla parola robota che in ceco vuol dire appunto “lavoro forzato”. L’idea iniziale era di utilizzare il termine laboři, che tuttavia sembrò all’autore troppo artificioso e fu poi sostituito da roboti. Per quale motivo mi soffermo così tanto su questi termini? In primis perché non sono né un economista né un sociologo, ma mi occupo piuttosto di linguaggio e automazione; soprattutto, però, lo faccio perché vorrei iniziare la mia riflessione sul lavoro nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale partendo proprio dalla sua denominazione nella lingua.
In uno splendido articolo de “L’Indiscreto” Fabio Cantile analizza il senso del lavoro sulla base della distinzione tra l’etimo latino del termine, labor (“fatica, travaglio”), da cui poi si diramano le varianti ben note di “lavoro” nelle lingue romanze (travail, trabajo, trabalho), e il vocabolo tedesco Beruf. Beruf, che probabilmente è reso al meglio in italiano da un termine come “professione”, si lega strettamente a concetti come “chiamata” e “vocazione”, e assume tutto un altro colore rispetto a Werk, parola decisamente più neutra che condivide le radici con l’inglese work. Ciò che segnala Cantile è che, nella traduzione luterana della Bibbia, Beruf è molto spesso preferito a Werk per tradurre sia “lavoro” (ergon) che “lavoro faticoso” (ponos). Senza scadere in retoriche calviniste, questa distinzione lessicale finisce per marcare una differenza netta tra il concetto di lavoro come vocazione (divina o meno) e quello, marcatamente cattolico, di lavoro come punizione per l’uomo, colpevole di fronte a Dio per aver commesso il peccato originale. Come abbiamo letto nel primo articolo di questa mini-serie, è quest’ultimo concetto a collegarsi naturalmente con quello di “lavoro come contratto sociale” che ci è tanto caro.

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Con questa breve riflessione, il mio intento non è quello di ribattere alle visioni tragico-allarmiste che sembrano andare per la maggiore quando si parla di lavoro ai tempi dell’Intelligenza Artificiale; in tutta franchezza, neanche io ho mai trovato soddisfacenti le risposte del tipo “si creeranno nuovi lavori”, vere in parte ma decisamente sbrigative.

La mia tesi, se così vogliamo chiamarla, è che l’Intelligenza Artificiale ci stia piuttosto insegnando ad abbandonare il concetto di lavoro come labor e ad abbracciare quello di lavoro come Beruf. Che il nuovo millennio stia cambiando forma al lavoro, e che stia contestualmente stravolgendo i connotati alla figura del lavoratore a cui siamo abituati, è cosa nota. Tuttavia, non esaurirei la questione con la diversità di competenze richieste (che pure è un fattore importante —in questo decennio, non saper utilizzare il computer con disinvoltura si sta già pericolosamente avvicinando ad una condizione di quasi-analfabetismo).

Il lavoratore del futuro è una figura flessibile, dotata di una certa autonomia e alla ricerca continua di un percorso che massimizzi la sua crescita personale. Non solo: anche in grandi realtà aziendali, il dipendente è incoraggiato a “fare sua” la mansione che svolge (Beruf) e a “metterci la faccia” piuttosto che limitarsi a seguire pedissequamente ciò che il contratto stipulato col suo datore di lavoro mette nero su bianco. È questo il concetto di ownership che figura, anche con un ruolo abbastanza prominente, nei Principi di Leadership tanto orgogliosamente sbandierati da un’azienda come Amazon.

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Mi si potrà accusare di idealismo nel sostenere che tutti i lavori del futuro debbano diventare necessariamente “vocazioni”. In effetti si tratta di una visione, se non ingenua, certamente a lungo termine, mentre i sommovimenti al mondo del lavoro provocati dalla crescente automazione ci appaiono decisamente più vicini. La mia personale opinione a riguardo è che, mentre il lavoro come Beruf andrà affermandosi, il lavoro come labor si tramuterà (anzi, si sta già tramutando) in qualcosa di diverso prima di scomparire, legandosi indissolubilmente alla produzione di dati.

Quando si pensa al paradigma del Machine Learning (“apprendimento automatico”), tramite il quale le macchine “imparano dai propri errori” a svolgere un certo compito in maniera autonoma (senza cioè che un programmatore debba codificare esplicitamente per loro delle istruzioni da seguire), si può facilmente esserne intimoriti. Tuttavia, bisognerebbe tenere a mente che gli algoritmi di Machine Learning non generano mai conoscenza dal nulla, ma servono soltanto a farla emergere da dati raccolti o prodotti nel mondo reale, dove si presuppone che essa sia già presente in maniera latente. Un po’ come lo scultore che, secondo Michelangelo, non crea ma libera dalla pietra le figure che vi sono già imprigionate.

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Il punto è che la sorgente primaria di questi dati è, ancora e irrimediabilmente, l’uomo. In altre parole, con il Machine Learning che prende piede e permea la nostra vita quotidiana, diventa sempre più necessario produrre grandi quantità di dati in maniera sistematica, dai quali le macchine possano poi apprendere in autonomia. E, nella maggioranza dei casi, produrre e/o raccogliere dati si riduce ad un vero e proprio “lavoro di manovalanza” (labor, dunque).

Un esempio emblematico di questo fenomeno è già oggi fornito da Amazon Mechanical Turk, un servizio di crowdsourcing nato nel 2005 che coinvolge un grande numero di “intelligenze umane”, rigorosamente anonime e potenzialmente provenienti da tutto il mondo, e le coordina nel produrre dati dietro compenso, facendogli svolgere una serie di compiti molto semplici e ripetitivi (come assegnare etichette a delle foto, o scrivere le descrizioni di un prodotto). È ragionevole, e aggiungerei auspicabile, pensare che non sarà sempre così.

Nel breve e medio termine, però, disumanizzare delle mansioni che si ritengono “intelligenti” avrà ancora, paradossalmente, bisogno di un sostanziale intervento umano.
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photo_2018-08-25_08-16-23    CLAUDIO DELLI BOVI, nato a Siena, classe 1990, è un informatico specializzato nel campo dell’Intelligenza Artificiale. Ha studiato sia a Siena (Ingegneria Informatica) che a Roma (Intelligenza Artificiale e Robotica), dove ha poi conseguito un dottorato in Informatica all’università “La Sapienza”, occupandosi di varie tematiche connesse con l’Elaborazione del Linguaggio Naturale (Natural Language Processing) e la Linguistica Computazionale. Le sue pubblicazioni e attività accademiche sono raccolte qui: http://wwwusers.di.uniroma1.it/~dellibovi
Adesso Claudio è un ricercatore ad Amazon. Fa parte di un team di sviluppatori nato da pochi anni e in continua espansione, con l’obiettivo di lanciare l’assistente vocale di casa Amazon, Alexa, in vari paesi europei (incusa l’Italia).