Cresce la popolazione, cresce il reddito

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Abbiamo visto nel precedente articolo come le teorie malthusiane attribuissero alla pressione demografica la causa della povertà e della fame nel mondo. Secondo l’economista inglese del Settecento e i suoi seguaci, infatti, le risorse disponibili nel mondo aumentano molto meno velocemente della popolazione e quindi si crea una forte tensione sui mercati.

Se non si apportano correttivi a questa tendenza o se non ci sono forti aumenti di produttività per effetto delle nuove tecnologie, il mondo ritrova un suo equilibrio solo attraverso carestie, guerre o epidemie.

Siccome oggi l’aumento demografico nelle società occidentali è essenzialmente dovuto ai flussi migratori, che irrobustiscono le statistiche e abbassano l’età media della popolazione, c’è chi potrebbe – con questi presupposti – concludere che il fenomeno dell’immigrazione sia alla base di tutti i mali.

Se guardiamo però la cosa da un diverso punto di vista, ovvero seguendo l’impostazione keynesiana, possiamo considerare che un forte incremento di popolazione in un qualunque sistema si traduce inevitabilmente in un aumento della domanda aggregata di beni e servizi. Queste persone avranno infatti inizialmente bisogno di generi di sopravvivenza quali cibo, vestiario, medicinali, abitazioni e così via; successivamente di istruzione, assistenza sanitaria, giustizia, servizi pubblici.

In ogni caso, dal momento in cui i migranti arrivano ai paesi di destinazione, e indipendentemente dalle procedure di acquisizione dei permessi di soggiorno, essi determinano un aumento di spesa pubblica se non altro per la gestione degli arrivi, le problematiche di ordine pubblico, le procedure di rimpatrio: è dunque ragionevole ritenere che il primo immediato effetto economico sia l’aumento della spesa pubblica.

Tutto ciò comporta l’aumento del reddito nazionale, definito proprio come somma della domanda aggregata: dovranno essere prodotte maggiori quantità di beni e servizi di consumo e la spesa pubblica si traduce in aumento di stipendi e costi del personale (forze dell’ordine, spese di giustizia, ecc.) e fornitura di generi di sopravvivenza. Ci dovrà quindi essere qualcuno, nel sistema, che produce quei beni per soddisfare la nuova domanda e ben presto queste aziende avranno a loro volta la necessità di investire in nuovi macchinari o nuovi prodotti e servizi, dando luogo all’aumento della domanda per investimenti. Attraverso il meccanismo del moltiplicatore del reddito, che abbiamo descritto in modo dettagliato nella serie sull’abc dell’economia (si veda a questo riguardo https://marcoparlangeli.com/2018/01/23/labc-delleconomia-consumo-e-consumismo/ ), si avrà un effetto finale di crescita molto superiore a quello del primo incremento che ha innestato il processo.

Via via che i nuovi arrivati si inseriscono nelle comunità di destinazione e riescono a trovare lavoro, almeno quelli che verranno regolarizzati (ma il fenomeno si verifica anche per chi resta come clandestino, pur sfuggendo alle statistiche ufficiali), percepiranno redditi da lavoro che danno luogo a ulteriore aumento della domanda aggregata: saranno quindi nuovi consumatori e contribuiranno a far crescere il reddito complessivo del paese.

Contrariamente dunque a quello che molti ritengono, i flussi di immigrazione non impoveriscono il sistema economico del Paese, ma anzi determinano un aumento della sua produzione e del suo reddito. Naturalmente, l’effetto complessivo dovrà tenere conto anche delle maggiori importazioni (parte dei nuovi prodotti domandati verranno acquistati dell’estero) e delle rimesse degli emigranti (il denaro che gli emigrati trasferiscono ai propri paesi di origine): con questi fenomeni, parte del nuovo reddito creato non viene mantenuto nel Paese di destinazione degli immigrati, ma viene trasferito all’estero.

Tuttavia un effetto espansivo importante si avrà anche sui mercati finanziari, nella misura in cui i nuovi arrivati riusciranno – una volta soddisfatte le esigenze di consumo primario legate alla sopravvivenza – a risparmiare parte del reddito percepito e ricercheranno forme di impiego.

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Si pensi, a questo proposito, all’importanza che sta assumendo, anche nei Paesi occidentali, il fenomeno della cosiddetta “finanza islamica”: molte banche e gestori del risparmio si stanno attrezzando per offrire prodotti che siano considerati rispondenti ai dettami della religione musulmana (cosiddetti halal), nella quale si riconosce la netta maggioranza delle popolazioni immigrate dai paesi poveri.

Questa comprende i grandi flussi finanziari originati direttamente dai Paesi islamici, in gran parte provenienti dai proventi del petrolio, che vengono investiti dai fondi sovrani nei più svariati asset dei paesi occidentali, fino al controllo o alla partecipazione importante in molte aziende anche strategiche. Ma anche in molte aree urbane ad elevata immigrazione, le banche cercano di acquisire nuova clientela e nuovi flussi di risparmio inserendo negli sportelli personale in grado di parlare arabo o delle stesse etnie degli immigrati, esponendo cartelli e comunicazioni nelle loro lingue, allestendo corner di accoglienza dedicati.

Si tratta di nuovi segmenti di mercato da non trascurare, soprattutto in una fase storica in cui è sempre più difficile acquisire e fidelizzare nuova clientela.

Lo stesso sta avvenendo nella grande distribuzione, dove sempre più punti vendita espongono prodotti rivolti alle popolazioni neo insediate, come ad esempio nei grandi centri urbani in Germania, i cui supermercati hanno ormai generalmente ampi reparti di prodotti turchi, storicamente presenti in gran numero.

Ma l’effetto più immediato dei flussi migratori è quello che si determina sul mercato del lavoro. Poiché scopo principale di chi si mette in cammino è proprio quello di cercare lavoro: certamente infatti gli immigrati si presenteranno come forza lavoro disponibile, soprattutto per le mansioni meno qualificate e più faticose, nella fascia bassa delle retribuzioni.

Nella misura in cui per alcuni di questi lavori non si riesce a reperire mano d’opera, ciò aiuterà l’assetto produttivo soprattutto in prossimità della piena occupazione. Per questo nelle zone in fase di sviluppo e con elevata intensità di lavoro, i flussi migratori sono molto graditi dalle aziende.

Dove invece c’è disoccupazione diffusa, è ragionevole attendersi che un massiccio ingresso sul mercato tenda a favorire un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, in quanto i migranti saranno disposti a lavorare a minor costo e con minori garanzie, molto spesso creando anche le condizioni per il “lavoro nero”, quello non denunciato e non legale.

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Il Genio piemontese

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Non si può parlare di agroalimentare in Italia e di eccellenza nel cibo e nel vino senza raccontare l’incredibile esperienza di Oscar Farinetti, il creatore di Eataly, e le iniziative di divulgazione e formazione originate da Carlo (detto Carlin) Petrini, a partire dal Gambero Rosso e Slow Food.

 

Dopo Sicilia e Toscana, il nostro viaggio nell’Italia del futuro si ferma in Piemonte, altra formidabile espressione di quelli che abbiamo indicato come i due pilastri dell’economia italiana prossima ventura: agricoltura e turismo.

 

Tre regioni che possono rappresentare la base di uno sviluppo duraturo e sostenibile, incentrato sui punti di forza del nostro territorio. Tre tipologie di offerte di prodotti molto diverse, come diverse sono le tradizioni, le culture, le modalità di coltivazione e le attrazioni turistiche. Centro, Nord e Sud: come dire che l’eccellenza nel nostro paese è anche geograficamente ben distribuita e la potenzialità di sviluppo si estende in tutta la penisola.

Questa storia in terra sabauda inizia a metà anni ’80 con le intuizioni di Carlin Petrini, e le idee che vedono la luce negli ambienti della sinistra piemontese che fanno riferimento all’ARCI e al Manifesto.

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Nasce qui infatti l’”ARCI Gola”, sezione del popolare sodalizio ricreativo-culturale che darà vita al movimento “Slow Food” in polemica contrapposizione alla fast life e al modello di vita basato sul consumo veloce e frenetico[1].

L’intuizione di Carlin Petrini era sicuramente innovativa ma anche geniale: si doveva recuperare l’aspetto culturale del nostro cibo tradizionale, ribellandoci al consumo veloce e inconsapevole per poter esercitare un vero e proprio “diritto al piacere”. Oggi si direbbe: meno global e più local.

Da questo principio sono nate diverse iniziative di successo, dal Salone del Gusto a Torino all’Università degli studi di scienze gastronomiche a Pollenzo, sempre nell’alveo della valorizzazione dei prodotti del nostro territorio.

Il Gambero Rosso nacque nel dicembre 1986 come inserto di otto pagine del quotidiano comunista “Il Manifesto”, finalizzato a proporre un’idea di cibo più vicina alla classe operaia e alla cultura di sinistra, che avrebbe dovuto riappropriarsi del diritto a perseguire il piacere e il gusto, tradizionalmente riservato alle classi agiate[2]. Col tempo è poi divenuto una delle più autorevoli e seguite guide sui ristoranti e i vini d’Italia, una collana editoriale e un’emittente televisiva.

L’enorme successo di questo filone, e il business che ne è successivamente originato, hanno poi portato alcuni a criticare questo atteggiamento, visto come strumentale ad uno sfruttamento commerciale e totalmente privatistico dell’idea, ben lontana dagli aspetti politici e ideali degli inizi[3]. Esempi di questa deriva vengono riscontrati in situazioni come l’Expo di Milano, la crescita esponenziale della grande distribuzione organizzata (GDO) – nell’ambito della quale un ruolo primario è svolto dalle cooperative che fanno diretto riferimento alla sinistra – o il progetto FICO di Bologna ideato e gestito da Farinetti.

In questo contesto nasce nel 2004 il progetto Eataly, con il primo punto vendita allestito a Torino, nello stabilimento ex Carpano, ceduto in comodato dall’amministrazione comunale a Farinetti con l’impegno a ristrutturare e rimettere in sesto un edificio storico ma ormai fatiscente e in disuso.

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L’idea vincente di Oscar fu quella di creare un circuito integrato dell’eccellenza gastronomica, dai produttori di materie prime – molti dei quali col tempo sono poi stati acquisiti dal gruppo Eataly – alla realizzazione del prodotto finito, a cura di cuochi selezionati che preparassero direttamente e davanti al cliente i piatti per il consumo.

L’obiettivo di Farinetti era quello di offrire la migliore carne, il miglior pesce, la miglior verdura e così via nei ristoranti della carne, del pesce, della verdura. Chi voleva poteva consumare direttamente i prodotti, oppure poteva portarseli via o acquistare le materie prime.

Eliminando il passaggio del commercio all’ingrosso, i prezzi – pur elevati perché alla fine la qualità si paga sempre – non avrebbero incorporato componenti improprie, quali appunto il costo della distribuzione, ma anche l’immagine, la pubblicità. Al prodotto molto reclamizzato, si preferiva quello a chilometro zero; all’azienda famosa l’eccellenza locale; alle grandi quantità la costante selezione qualitativa.

Fu da subito un successo straordinario: già il primo anno le assunzioni di personale furono il doppio di quelle preventivate e il fatturato consentì il break even, ovvero il punto di equilibrio fra costi e ricavi, fin dai primi mesi.

Eataly divenne ben presto un caso di scuola, creando un segmento di mercato di assoluto rilievo proprio nella valorizzazione di uno dei nostri tradizionali punti di forza: l’agricoltura di qualità, l’eccellenza del cibo e del vino, la valorizzazione del territorio e delle tradizioni.

Da quel momento, il gruppo di Farinetti ha intrapreso una crescita formidabile, dapprima con l’apertura di numerosi altri punti vendita in Italia e all’estero, poi acquistando direttamente i migliori produttori (acque in bottiglia, pastifici, aziende vitivinicole, caseifici, salumifici e così via).

Bisogna dire che Oscar Farinetti è un genio, né più né meno. La sua capacità imprenditoriale, il fiuto per il business, l’abilità di mantenere una vasta e forte rete di relazioni istituzionali, sono certo talenti e doti non comuni. Ma il fatto di aver avuto successo valorizzando le nostre tradizionali e antiche produzioni agricole e gastronomiche testimoniano l’enorme potenzialità di sviluppo che ha il paese in questo campo.

 


[1]La velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda allo stesso virus: la “Fast-Life”, che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case, ci rinchiude a nutrirci nei “Fast-Food”.  Ma l’uomo sapiens deve recuperare la sua saggezza e liberarsi dalla velocità che può ridurlo ad una specie in via d’estinzione.  Perciò contro la follia universale della “Fast-Life”, bisogna scegliere la difesa del tranquillo piacere materiale…” dal Manifesto dello Slow Food, apparso sulla newsletter Rosmarino nel novembre 1987, è firmata dagli storici 13 padri fondatori: Folco Portinari, Carlo Petrini, Stefano Bonilli, Valentino Parlato, Gerardo Chiaromonte, Dario Fo, Francesco Guccini, Gina Lagorio, Enrico Menduni, Antonio Porta, Ermete Realacci, Gianni Sassi, Sergio Staino.

[2] Si veda anche: Stefano Bonilli e Carlo Petrini, quando la rivoluzione passò per la cucina, il manifesto, 4 agosto 2014

[3] Wolf Bukowski La danza delle mozzarelle. Slow Food, Eataly, Coop e la loro narrazione, Edizioni Alegre, Roma 2015

Il futuro del nostro Paese

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Nella nostra ultima mini-serie abbiamo parlato del futuro del lavoro al tempo di Internet e abbiamo visto come la tecnologia, insieme ai cambiamenti socio-economici, ha cambiato qualità e quantità, ma soprattutto il concetto stesso del lavoro.

Proviamo ora ad allargare lo sguardo all’economia del nostro Paese nel suo complesso, per cercare di capire che direzione sta prendendo e che tipo di futuro dobbiamo aspettarci per la prossima generazione. Naturalmente, secondo l’impostazione di questo blog, esamineremo la questione soprattutto dal punto di vista economico, ma non rinunceremo ad accennare anche ad altri aspetti rilevanti.

L’Italia dei nostri nonni era un paese povero e sostanzialmente agricolo; l’Italia dei nostri genitori era un paese che stava uscendo dalla povertà post-bellica e si stava attrezzando per diventare industriale; l’Italia nella quale siamo cresciuti (e in cui ancora siamo) è diventata un paese ricco e industrializzato, fra i primi 7/8 paesi del mondo.

La domanda adesso è: come sarà allora l’Italia di domani? Azzardiamo: ancora ricco – anche se con ampie e diffuse sacche di povertà – ma non più prevalentemente manifatturiero. Sarà un paese il cui sviluppo dovrà ruotare intorno all’agricoltura e al turismo. Una sorta di ciclo che torna alle origini, nei corsi e ricorsi della storia economica.

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Se questo è vero, la generazione dei nostri figli dovrà quindi attrezzarsi per trarre profitto dalle ricchezze del nostro patrimonio: terra fertile e arte millenaria, con tutto quello che può discenderne, e quindi enogastronomia, ristorazione e ospitalità di alto livello e, per estensione, formazione professionale e istruzione superiore.

La manifattura, invece, avrà probabilmente un futuro più problematico: siamo tradizionalmente un paese povero di materie prime, che generalmente vengono importate e in cui il costo del lavoro è relativamente alto. Il nostro punto di forza è quello della creatività, del design, del “bello”. La produzione verrà concentrata e delocalizzata in zone del mondo in cui ci sono materie prime e lavoro ampiamente disponibili e a basso costo: da noi resterà la fase dell’ideazione, della progettazione, della gestione commerciale e finanziaria. E’ questo, del resto, il canone di quanto è scritto su ogni iPhone: designed in California, assembled in China.

Dunque siamo pronti per questo “ritorno alle radici”? I nostri ragazzi si stanno preparando per un futuro meno industriale? E’ quello che cercheremo di scoprire nella serie che prende avvio con questo articolo. Anche in questo caso azzardiamo: sono molto più pronti di quello che crediamo, come dimostrano le molte iniziative che si vedono in giro per il Paese.

Iniziative legate al turismo, alla ristorazione di qualità, all’agricoltura a chilometro zero sono molto più frequenti e diffuse di quanto si possa credere, in modo particolare nell’Italia del Sud, dove la carenza pressoché totale di posti di lavoro tradizionali ha stimolato la creatività e l’inventiva soprattutto dei giovani. In città fino a pochi anni fa simbolo di degrado e abbandono, come Napoli e Palermo, si assiste oggi al ritorno di ragazzi che erano andati altrove a cercare lavoro ed alla ferma volontà manifestata dagli stessi di restare ed anzi sviluppare nuove attività.

I modelli di successo quali Eataly di Oscar Farinetti o Grom per i gelati hanno fatto da battistrada per la nascita di start-up e iniziative quasi sempre legate al territorio e alle eccellenze presenti.

 

Si prenda ad esempio la centralissima Via Maqueda a Palermo: negli ultimi anni sono sorti – in fondi e locali per lungo tempo abbandonati e trascurati – nuove attività commerciali legate alle eccellenze del territorio e non solo all’abbigliamento made in USA omogeneo, alla telefonia, al fast food o alla chincaglieria asiatica.

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Oppure, ancora a Palermo, le ristrutturazioni con finalità ricettiva quali hotel, bed and breakfast, resort e residence in cui capita di soggiornare in location ricche di storia e suggestioni, ma belle come una rivista di arredamento e design: ad esempio il vecchio teatro Bellini, all’ombra della Martorana in una delle piazze più belle del mondo.

Sempre in Sicilia, in posti ancora alla periferia del mondo, sono nati e sopravvivono progetti come il “Farm Cultural Park” di Favara, in provincia di Agrigento, del quale ci occuperemo in uno degli articoli della serie.

O ancora in Toscana, dove un’azienda vitivinicola che sembrava avviata ad un lento e dignitoso declino si è trasformata, nelle sapienti e infaticabili mani dell’enologo Niccolò Simonelli, in un’eccellenza qualitativa dove sperimentazione e rispetto delle radici hanno portato ad un prodotto di nicchia esportato in tutto il mondo.

O ancora a Grosseto, con l’offerta da parte di Carlo Sarti di una ristorazione di vera eccellenza con radici nella tradizione e nella ricerca di nuove armonie gustative che consentano di far conoscere le migliori proposte enologiche in circolazione.

Crescere, migliorare, imparare, diffondere, ricercare, studiare, ma anche vendere e fare profitto, organizzare in modo razionale, gestire con efficienza. Queste le direttrici per l’Italia del futuro.

Sarà un viaggio nelle eccellenze, nelle storie di successo, ma anche nelle proposte, nelle sfide, nelle idee. Ci sarà da divertirsi e, come sempre, anche da imparare.

 

Buona lettura, dunque!

 

Reddito di cittadinanza: cos’è, a cosa serve, ma soprattutto…si può fare in Italia?

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Un attento lettore di questo blog ci ha chiesto di parlare del reddito di cittadinanza, sicuramente l’argomento più discusso – insieme alla questione dei migranti – di questa stagione politica e dell’esperienza del “governo del cambiamento”. Lo facciamo volentieri cercando di rispondere alle tre domande: che cosa è; a cosa serve e se può essere applicabile con successo nell’Italia di oggi.

Iniziamo col dire che la definizione “reddito di cittadinanza” è impropria, meglio sarebbe parlare di “reddito minimo garantito”, una misura peraltro diffusa e ampiamente sperimentata in molti paesi, compresi alcuni dell’Unione Europea.

Secondo quanto riportato nel “Contratto per il governo del cambiamento” (il programma di governo sottoscritto dai leader dei due partiti della maggioranza) e quanto contenuto nella proposta di legge del Movimento 5 stelle, si tratta di uno strumento di sostegno economico rivolto alle famiglie italiane che si trovano in condizioni economiche disagiate, con un reddito inferiore alla cosiddetta “soglia di povertà”. Tale soglia è stata individuata in 780 € mensili per una famiglia di una sola persona e in livelli diversi a seconda del numero e delle situazioni familiari. Ad esempio, per un nucleo di due persone con due figli a carico tale limite è di 1.640 €.

Ciò significa che, nelle intenzioni dei proponenti, ogni famiglia italiana che percepisce un reddito complessivo inferiore a tale soglia dovrebbe poter percepire un’integrazione economica, da parte dello Stato, di quanto necessario per raggiungere tale livello minimo.

Sono quindi previsti specifici requisiti, oltre a quello della cittadinanza italiana, per poter beneficiare del contributo del reddito minimo garantito; al contrario il reddito di cittadinanza è quello che viene erogato a chiunque, ricco o povero, con lavoro o senza, indipendentemente dalle condizioni in cui si trova

E’ diverso anche dai sussidi di disoccupazione, che vengono erogati a chi ha perso il lavoro, categoria nella quale rientra il “reddito di inclusione” (ReI)[1], già introdotto dal governo Gentiloni e tuttora in vigore.

L’obiettivo dichiarato della misura di sostegno proposta è quello di reinserire (i cittadini) nella vita sociale e lavorativa del Paese. Garantisce la dignità̀ dell’individuo e funge da volano per esprimere le potenzialità lavorative del nostro Paese, favorendo la crescita occupazionale ed economica.[2]

Si tratta dunque di una duplice finalità: da un lato contrastare la povertà, disuguaglianza e esclusione sociale, garantendo ai nuclei familiari che presentano un reddito inferiore alla soglia di povertà, la possibilità di beneficiare di un’integrazione salariale. Dall’altro di favorire la crescita economica del Paese, stimolando la domanda (di beni di consumo da parte delle classi sociali meno abbienti) e, per questa via, il prodotto interno lordo.

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La prima risposta da dare è quindi se una misura del genere, ipotizzando che si possa introdurre ed attuare con successo, è idonea, necessaria o sufficiente per realizzare questi due obiettivi.

In merito al sostegno economico, sicuramente il reddito di cittadinanza va nella direzione giusta, facendo sì che tutti i cittadini si collochino al di sopra della soglia di povertà. Se la soglia fosse correttamente individuata e se la misura potesse essere effettivamente erogabile a tutti i soggetti indigenti, certamente sarebbe di per sé necessaria e sufficiente a realizzare l’obiettivo.

Molto più discutibile l’idoneità del reddito di cittadinanza per la finalità di stimolo alla crescita economica del Paese. E, come vedremo, ancora più discutibile la probabilità che esso abbia successo nell’Italia di oggi.

Lo stimolo al PIL è infatti molto probabile, ma non certo, e certamente – a parità di risorse – esistono strumenti molto più efficaci per far crescere l’economia. Il reddito di cittadinanza fa infatti aumentare il PIL nella misura in cui si trasforma in aumento della domanda di beni di consumo. In altri termini, se un cittadino riceve 100 € a questo titolo, il PIL aumenta solo se li spende tutti per acquistare beni di consumo (attraverso il meccanismo del cosiddetto “moltiplicatore del reddito”[3]).

Se invece di questi 100 € una parte vengono risparmiati (cosa improbabile visto che siamo al livello di povertà) oppure impiegati per rimborsare debiti o trasferiti ad altri, tale parte non concorre a innescare l’aumento di reddito. Ben più efficace sarebbe l’effetto di un aumento diretto di una componente del reddito, ad esempio la spesa pubblica. L’aumento della spesa pubblica, infatti, rappresenta in teoria economica lo strumento più efficace per far crescere il reddito.

In secondo luogo, il reddito di cittadinanza rappresenta un forte disincentivo a ricercare attivamente il lavoro. Se lo Stato assicura comunque il reddito minimo per la soglia di povertà, chi guadagna meno di tale reddito è incentivato a non lavorare o, almeno, a non ricercare attivamente il lavoro, e farsi mantenere dallo Stato.

Per contrastare tale effetto negativo, la proposta di legge prevede infatti alcune misure che comportano la cessazione del contributo al verificarsi di taluni eventi, quali ad esempio il rifiuto per tre volte di un’offerta di lavoro. Questo tipo di correttivi funzionerebbero però solo se i centri per l’impiego fossero efficienti (sarebbe una bella novità, purtroppo improbabile) o si riuscissero ad evitare abusi e indebite applicazioni.

L’ultimo aspetto è quello di vedere se nell’Italia di oggi la misura del reddito di cittadinanza può avere successo. E qui i dubbi sono più che legittimi. Intanto dovremmo assicurare, come si diceva sopra, che l’applicazione pratica sia corretta: cosa già difficile in generale, pressoché impossibile in Italia. Pensiamo alla difficoltà di impedire l’accesso a chi ha redditi formalmente inferiori alla soglia di povertà, ma in realtà superiori. Chi percepisce redditi “in nero”, ovvero non dichiarati, avrebbe il duplice illecito vantaggio di non pagare le tasse e di incassare il reddito di cittadinanza.

Soprattutto c’è un problema di compatibilità economica con i conti dello Stato. Per un paese con il debito pubblico al livello del nostro e con un deficit che ben difficilmente potrà attestarsi al di sotto del 2,4% del PIL, introdurre il reddito di cittadinanza come proposto è semplicemente impensabile senza aprire un fronte di forte contrasto con l’Unione Europea.

Del resto, questa eventualità è ben presente ai proponenti, che ne fanno una bandiera politica. Il costo addizionale per garantire il reddito di cittadinanza nei termini proposti, è stato calcolato in 17 miliardi di Euro, sicuramente non reperibili nelle pieghe del bilancio pubblico. A maggior ragione se, oltre a questa, si vorranno introdurre altre misure pure previste e inserite nel “contratto di governo”, quali la flat tax e l’abolizione della riforma “Fornero” sulle pensioni.

 


[1] Reddito di Inclusione (REI) è una misura nazionale di contrasto alla povertà. Il REI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una carta di pagamento elettronica (Carta REI) e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa volto al superamento della condizione di povertà (cfr https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=51585)

[2] “Contratto per il governo del cambiamento” (scaricabile, fra l’altro, da

http://download.repubblica.it/pdf/2018/politica/contratto_governo.pdf), pag. 34

[3] Il moltiplicatore del reddito è un meccanismo tipico della teoria keynesiana, che abbiamo descritto ampiamente in diverse occasioni negli articoli del blog, da ultimo nella serie “L’ABC dell’economia”. Si tratta del processo attraverso il quale una data variazione di una componente del reddito aggregato (consumo, investimenti, spesa pubblica) produce un aumento del PIL complessivo superiore a quello iniziale della componente che ha innescato il processo stesso. L’aumento complessivo è pari all’aumento iniziale moltiplicato per un fattore (il moltiplicatore, appunto) che è funzione della propensione al consumo.

Il lavoro per l’uomo o l’uomo per il lavoro?

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Si conclude con questa settimana la mini-serie sul lavoro al tempo di Internet. Lungi da noi l’idea di fare il riassunto delle puntate precedenti o, peggio ancora, quella di trarre delle conclusioni e una sintesi degli aspetti trattati e dei contributi presentati. Sia perché i diversi interventi che abbiamo ospitato sono già notazioni sintetiche e riassuntive, sia perché sappiamo che su temi come questo sarebbe presuntuoso, oltre che inutile, trarre delle conclusioni.

Presuntuoso perché siamo consapevoli di aver semplicemente posto delle domande, sollevato questioni su cui riflettere e non avevamo intenzione di proporre soluzioni, compito ingrato e mission impossible che, in ogni caso, resta funzione della politica. Inutile perché il mondo del lavoro, specchio di una società in continua e vorticosa evoluzione, cambia alla velocità della luce e non esistono soluzioni buone per tutte le stagioni. Quello che vale oggi, l’anno prossimo è già obsoleto e il punto di arrivo di oggi non può che essere la partenza di domani.

In realtà, più che una serie conclusa vorremmo considerarla un cantiere sempre aperto, un terreno di confronto su cui torneremo spesso, anche con contributi esterni che stavolta non è stato possibile ospitare.

Vorremmo piuttosto concentrarci adesso sulle persone e sul loro rapporto diretto col lavoro. Lasciamo da parte per un momento gli aspetti sociali ed economici, per vedere come vivono il lavoro gli uomini e le donne di oggi, come si rapportano ad un’attività che occupa – quando va bene – un terzo del loro tempo in età adulta e quando va male – non per loro libera scelta – molto di più o molto di meno.

Così come iniziammo con una rievocazione biblica quando ricordammo che secondo le Scritture il lavoro è la punizione per l’uomo che aveva commesso il peccato originale (“lavorerai col sudore della fronte”), così partiamo oggi da un passo evangelico di Marco (Mc 2, 23-26).

 

«Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato». Così diceva Cristo ai farisei che, scandalizzati, gli indicavano i braccianti che osavano lavorare di sabato, il giorno dedicato al Signore, durante il quale ogni attività lavorativa doveva essere sospesa per consentire la preghiera e l’ascolto delle Scritture.

Con questo non vorremmo entrare nella diatriba, che pare un po’ oziosa se non sterile, sul lavoro di domenica, questione che oggi è tanto di moda e che, fortunatamente, non sempre riesce a distogliere l’attenzione dei media da temi ben più seri e spinosi.

Il monito di Cristo voleva in realtà significare che nessuna consuetudine, tradizione o attività può essere tanto importante e decisiva da ritenere che l’uomo vi si debba adattare, quando questo implicherebbe la necessità di mettere in discussione la natura, i valori e le attitudini dell’uomo stesso. Per questo ci pare una buona metafora del rapporto fra l’uomo e il lavoro.

Rapporto che deve essere sempre “di mezzo a fine” e non viceversa: il lavoro è uno strumento, utile per procurarsi i mezzi di sostentamento e la riconoscibilità e dignità sociale, ma pur sempre uno strumento. Se diventa un fine, ovvero lo scopo ultimo (e talvolta unico) dell’esistenza, allora c’è un problema: meglio fermarsi a riflettere e, se possibile, cambiare impostazione piuttosto che farsi travolgere.

Se viviamo per lavorare e non lavoriamo per vivere, finiremo per regalare la nostra esistenza stessa a qualcuno o qualcosa al di fuori di noi e ci renderemo conto, quando ormai sarà tardi, di averla sprecata. Un epilogo non molto diverso da quello degli schiavi nell’antica Grecia di cui ci ha parlato Domenico De Masi nell’intervista che abbiamo pubblicato.

Se la nostra giornata è fatta di 10-12 ore di lavoro, sulle 16 mediamente disponibili dopo aver dormito, è facile capire che – una volta impiegate le 3/4 ore indispensabili per mangiare e per la cura del corpo – rimane troppo poco tempo per fare qualcosa di diverso.

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Un manager che vive in ufficio o comunque lavorando fino alla sera tardi, magari avendo iniziato di prima mattina, e trascura famiglia, affetti, occasioni di svago, lettura, studio, non solo si accorgerà di avere sprecato la sua vita e il suo talento, ma molto probabilmente sarà anche meno efficace e produttivo nel lavoro stesso, perché avrà vissuto in una “campana di vetro” che gradualmente ma inesorabilmente lo isola dal mondo reale.

Forse anche per questo ci si stupisce quando si scopre che negli Stati Uniti, paese simbolo del capitalismo e spesso modello per tutto l’Occidente, i manager difficilmente lavorano oltre le 5 o le 6 del pomeriggio. Così come, ma questo è un altro discorso, difficilmente usano i cellulari in modo continuativo e compulsivo come facciamo noi.

E se si trascurano famiglia o affetti, certamente anche la performance lavorativa prima o poi ne risentirà. “La mucca felice fa più latte” dicevano i saggi ed è difficile essere felici in un mondo arido di sentimenti e scoperte. E non dimentichiamo mai che occorre sempre studiare, aggiornarsi ed essere informati: se non si studia, ci sarà sempre qualcuno che studia per noi.

Il problema è ben più sottile della necessità di lavorare molto per guadagnare abbastanza o per non perdere il posto, situazioni che possono capitare ma devono essere limitate a periodi di tempo circoscritti e non essere regola di vita.

Da un lato c’è il piacere di svolgere un’attività che realizza le aspirazioni e talvolta diverte, la soddisfazione per un lavoro ben fatto e per l’apprezzamento di colleghi e superiori, la voglia di tenersi stretto quello per cui si è lottato per anni.

Dall’altro la spinta per il successo, per l’avanzamento di carriera (a cui tengono anche quelli che dicono di no) e per la realizzazione professionale, la visibilità sociale e la considerazione di un ambiente di cui vogliamo sentirci a pieno titolo parte integrante.

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Nemici subdoli e insidiosi, ai quali non possiamo sacrificare l’esistenza. Pericoli tanto più incombenti quanto più ammantati da sensazioni piacevoli e da considerazione sociale. Basta poco perché il castello crolli: un passo falso, un errore di valutazione, una serie di insuccessi, un periodo storto e l’obiettivo unico su cui abbiamo puntato svanisce lasciando un forte senso di vuoto e di rimpianto.

Non esistono formule magiche, valide per tutti e in ogni momento della storia. Basta averne serena consapevolezza e mantenere una giusta dose di disincanto, con autoironia ed equilibrio. E questo vale qualunque sia il lavoro che abbiamo davanti, da quelli più tradizionali a quelli più innovativi.

E soprattutto è fondamentale non rendere il lavoro l’unica ragione della vita, ma coltivare interessi, passioni, affetti, studio.

Perché il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro.

 

Cosa faranno un miliardo di persone in più? Intervista a Domenico de Masi

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Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista al sociologo Domenico De Masi sull’analisi e le prospettive del lavoro nell’epoca digitale.

La prima puntata è stata pubblicata l’11 settembre, e la prossima settimana ci sarà la terza e ultima.

Buona lettura, dunque!


 

Il tuo cavallo di battaglia è l’ozio creativo: il tempo che si recupera lavorando meno lo dovremmo impiegare in attività ad alto contenuto sociale e culturale, come i cittadini di Atene al tempo di Aristotele. Abbiamo visto la scorsa settimana che in Germania dal 1° gennaio prossimo i metallurgici faranno 28 ore settimanali, contro le nostre 40. E in più si fanno 28 ore, in caso di bisogno, per assistenza familiare o per condividere i lavori domestici: alla fine se uno deve lavorare meno per poi impiegare il tempo recuperato stando a casa a fare i lavori domestici, forse non ha fatto un grande guadagno. O no?

Dipende dal tipo di lavoro: se l’alternativa è lavorare in miniera, forse è meglio fare i lavori domestici…

Cominciamo proprio dalla Grecia. In Atene – fra il 430 e il 380 circa avanti Cristo – c’erano 40.000 cittadini maschi e liberi. Le loro mogli o figlie erano libere ma non cittadine. Cittadino vuol dire che aveva il diritto di votare in assemblea.

Poi c’erano 20.000 meteci, stranieri, gli “extracomunitari”. Questi potevano fare solo due mestieri: il commercio e l’artigianato, attività che comportavano una certa fatica fisica.

Infine c’erano circa 100.000 schiavi, a cui si deve pensare come agli elettrodomestici. Lo schiavo era totalmente consapevole che dal “giorno della schiavitù” (quello in cui diventava schiavo) non aveva più l’anima. Era un instrumentum vocale. Gli strumenti e attrezzi da lavoro erano infatti divisi in tre categorie: quelli non vocali (l’aratro, il martello), quelli semi-vocali (l’asino, il cavallo, il cane) e quelli vocali (gli schiavi).

Cosa facevano quei 40.000 cittadini? Passavano i primi 20 anni a formarsi: ad Atene non c’era un singolo cittadino analfabeta. La formazione includeva non solo la scuola (pensa al Liceo di Aristotele o l’Accademia di Platone), ma soprattutto la partecipazione alle attività culturali, che comprendevano, con pari importanza, in primo luogo il teatro e l’atletica. Un cittadino di 30 anni aveva assistito ad almeno 400 rappresentazioni teatrali.

Le piéces teatrali erano scritte da autori del calibro di Sofocle o Euripide. Il teatro trasmetteva tutto: attraverso i miti si insegnava l’etica, come comportarsi con il padre e con la madre, con i cittadini, rispetto alla legge, all’amore ecc.

C’erano quindi 40.000 cittadini iperformati, al punto che si riteneva che uno valesse l’altro a tutti gli effetti. Tutte le cariche, tranne quelle militari, erano a sorteggio, e duravano 1 anno. Siccome le cariche erano tante, ogni greco, arrivato a 50 anni, aveva esercitato certamente almeno 4 o 5 volte delle cariche. Queste cariche erano considerate politiche, ovvero riguardavano la polis, per farla funzionare (l’acqua, la scuola, l’immondizia, ecc.).

Come viveva un cittadino, uno dei 40.000? La mattina usciva e andava nell’agorà, la piazza. Lì faceva lobbying, né più né meno. Si discuteva dei problemi della città. Intorno alle 10 si spostavano nella plia, una piazza a gradoni circolari con 23.000 posti, che era il quorum, ovvero il numero minimo legale senza aver raggiunto il quale l’assemblea non poteva iniziare.

Cominciavano a discutere sulla base di un ordine del giorno che era stato affisso il giorno prima. Tutti i cittadini potevano prendere la parola alzando la mano, e si doveva votare entro un’ora dalla proposizione del problema. Si interrompeva all’imbrunire, che impediva di contare le mani, e si continuava il giorno dopo.

L’assemblea si teneva una volta la settimana, ma poteva durare anche due o tre giorni.

Negli altri giorni i cittadini svolgevano gli incarichi per i quali erano stati nominati, e avevano un anno di tempo. Si faceva anche il confronto: quando cessava dalla funzione, doveva rendere conto di cosa aveva fatto.

Se avesse dovuto lavorare, ovviamente non avrebbe potuto svolgere queste attività. Infatti il lavoro era considerato sordido, come diceva Cicerone. Questo era possibile anche perché non c’era consumismo: la casa di Pericle o di Socrate era più o meno uguale alle altre. Non c’erano lussi, se non quello del teatro e della cultura.

Il lavoro era una cosa totalmente politica, che non aveva nulla a che fare con la nostra visione di lavoro. Questa cosa prosegue anche con i Romani, che ci aggiungono la guerra, la conquista.

Il concetto di lavoro resta questo, praticamente fino al ‘700, con pochissime eccezioni. Fra queste San Benedetto, che equipara addirittura il lavoro alla preghiera e che nella sua regola stabilisce che non si è buon monaco se non si fanno lavori manuali.

Per i Greci il lavoro ti toglie tempo per maturare, per pensare, per essere cittadino a tempo pieno e per essere totalmente inserito nella gestione della cosa pubblica.

Nel ‘700/’800 tre personaggi riabilitano il lavoro: Locke come filosofo, Smith come economista e Marx come politologo. Per la prima volta il lavoro è tutto: la misura del valore delle cose. Marx va oltre, dice che il lavoro è l’essenza dell’uomo. Il mondo cambia continuamente perché l’essere umano lavora.

Da quel momento comincia un’epoca di circa 200 anni in cui il lavoro è la categoria assorbente di tutto.

 

Del resto la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro.

E questo è il punto di arrivo, ma anche il punto in cui comincia la flessione del concetto di lavoro. La società industriale si baricentra sulla produzione di beni materiali: ciò che conta è quanti beni produci e di che qualità. Il punto centrale è la produzione di massa, dando per scontato che c’è un numero crescente di individui che può accedere al consumo, e che bisogna produrre per consumare e consumare per produrre.

Quando questo avviene, tre modelli di società si propongono: uno è quello liberale, dove tutto è merce (compreso il lavoro); poi c’è l’idea della Chiesa secondo la quale il lavoro è importante perché consente di espiare il peccato originale, e infine c’è l’idea di Marx secondo la quale il lavoro è importante perché consente di estrinsecare l’essenza creativa dell’uomo.

Sono le tre posizioni sul lavoro che abbiamo ereditato dalla società industriale. L’economia si sposta dallo studio della terra a quello della trasformazione, cioè dell’industria. Non conta tanto quante mele ho fatto, ma quante mele riesco a trasformare in marmellata.

Quando ereditiamo tutto questo, nella metà del ‘900, ci rendiamo conto solo parzialmente del fatto che stanno mutando profondamente le cose. Il primo mutamento del lavoro avviene in modo violento, con tre rivoluzioni, quella americana, quella inglese e quella francese, tutte e tre originate dall’illuminismo.

La nuova rivoluzione avviene invece per una serie di fattori che costringono la società a diventare post-industriale: il progresso tecnologico, lo sviluppo organizzativo (impariamo a organizzare i fattori in modo più efficiente), la globalizzazione, la diffusione dei mass media e la scolarizzazione di massa. Questi fattori, messi insieme, con il detonatore della seconda guerra mondiale, ci restituiscono una società completamente trasformata.

Dopo la guerra il baricentro della società si sposta alla produzione di beni immateriali: i servizi, l’informazione, i simboli, i valori, l’estetica. Il primo libro su questo è di Alain Touraine nel 1959, il secondo è di Daniel Bellet, e siamo nel 1973. Il terzo è un mio libro. Era estremamente difficile far accettare la consapevolezza che il lavoro aveva perso la sua centralità; per questo fui accusato di tradimento della sinistra.

Con l’avvento della società industriale, comincia a esserci bisogno di sempre meno gente. La macchina richiede comunque l’intervento da parte dell’uomo che la costruisca, la macchina digitale richiede molto meno personale per essere costruita e ne sostituisce molto di più.

La seconda cosa è che si divide il mondo del lavoro in tre fette: una è produzione di idee (tipica del “primo mondo”), che sviluppa formazione e brevetti; un secondo mondo produce le cose delle idee e un terzo mondo dove si producono materie prime e mano d’opera a basso costo (situazione perfettamente rappresentata dalla scritta presente su ogni prodotto Apple: designed in California assembled in China).

La terza cosa è che dentro la fabbrica cambia il mix dei lavoratori; ai tempi di Marx su 100 lavoratori 94 erano operai, oggi solo 33 sono operai.

Quarta modifica: si riducono gli addetti all’agricoltura e all’industria, e aumentano molto quelli del terziario (in Italia sono il 70%). C’è anche un quaternario (laboratori di ricerca, creativi, designer, ecc,) che produce simboli e valori, e diventa la parte più grossa.

Si tratta di una trasformazione epocale. Il lavoro è completamente modificato, più sostituibile da macchine digitali.

La prossima trasformazione, quella che sta per avvenire, è l’intervento dell’intelligenza artificiale.

Mentre le macchine meccaniche hanno sostituito l’operaio, mentre il robot ha sostituito l’operaio specializzato e il computer ha sostituito l’impiegato, l’intelligenza artificiale sostituisce il livello alto: il creativo, il manager , il medico, l’avvocato.

E‘ una rivoluzione epocale come lo fu a suo tempo l’avvento del microprocessore.

Il mondo si trasforma: puoi puntare su piccoli guadagni in grande numero, e quindi puntare su grandi volumi, su numeri pressoché infiniti di clienti. Comincia così la serie della gigeconomy.

 

E quindi, dopo aver abbandonato la terra e il lavoro, della  triade classica dei fattori produttivi, a questo punto resta solo il capitale…

No, a questo punto resta il cervello. Il problema è che oggi bastano pochissime persone che pensino. E anche pochissime per produrre, perché la produzione sarà tutta meccanica.

Sulla carta non c’è alternativa che andare verso un castello con un team di superuomini che producono e pretendono di appropriarsi del prodotto creato e la massa di persone. Il creativo non ha neanche più bisogno di consumatori.

Nel momento in cui questo numero si restringe, e in cui 15 Università producono tutti i brevetti e centinaia di robot li realizzano, il problema non è più la produzione ma la distribuzione: con quali criteri si distribuisce la ricchezza prodotta?

Mentre il comunismo sapeva distribuire ma non sapeva produrre, noi sappiamo produrre ma non distribuire. 8 persone hanno oggi la ricchezza di 3 miliardi e seicentomila persone. Siccome 8 persone non potranno mai consumare 3,6 miliardi di mutande, di scarpe, non si capisce che produci a fare, per vendere a chi?


 

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DOMENICO DE MASI, Nato in Molise nel 1939, cresciuto in Campania e in Umbria, è oggi probabilmente il più autorevole sociologo italiano, soprattutto nel campo del lavoro. Professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove è stato preside della facoltà di Scienze della comunicazione, De Masi è autore di numerose pubblicazioni di successo e immancabile ospite di trasmissioni televisive e giornali quando si parla di lavoro.

Fra i suoi saggi più noti, “L’ozio creativo” del 2000 nel quale teorizza la valorizzazione del tempo “liberato” dal lavoro come ritorno a un’organizzazione di vita in cui, grazie al progresso, l’uomo può dedicarsi a coltivare arte, cultura, affetti e conoscenze.

Nella biografia pubblicata sul suo sito http://www.domenicodemasi.it si legge che:

si è dedicato prevalentemente allo studio e all’insegnamento.

 Ha viaggiato molto ma i centri principali del suo lavoro sono stati
Milano, Sassari, Napoli e Roma.

 In Brasile – dove ha la cittadinanza onoraria di Rio de Janeiro –
ha tenuto conferenze in quasi tutte le grandi città.

 La sua biografia è suddivisa in paragrafi corrispondenti ai vari segmenti di vita: la famiglia e gli studi; i campi di attività; il periodo napoletano, milanese e romano; l’insegnamento a Sassari, Napoli e Roma; la scuola e poi la società S3.Studium; gli altri impegni professionali e civili; i viaggi in Brasile e in molti altri paesi del mondo; i riconoscimenti ricevuti.

GLOBALIZZAZIONE E LAVORO (1)

Gli effetti della società aperta sul lavoro

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Con l’avvento e l’inarrestabile diffusione dell’era di Internet, la società è divenuta interconnessa e, paradossalmente, ci siamo trovati in un mondo più piccolo. Con un click è oggi possibile dialogare da un capo all’altro del mondo, organizzare un viaggio esplorando località mai viste senza muoversi da casa, commerciare e muovere flussi di denaro restando fermi, lavorare in team a migliaia di chilometri di distanza.

Questa enorme apertura può esaltare o impaurire: ha infatti aspetti indubbiamente positivi ma anche elementi su cui porre attenzione e da trattare con sana diffidenza. Certamente il villaggio globale ha potenzialità enormi, ma in termini di qualità della vita non è tutto oro quello che luccica. In primo luogo in tema di lavoro.

Nel precedente articolo Manlio Lo Presti ha esaminato gli effetti sull’occupazione del progresso tecnico e, almeno da un punto di vista quantitativo (i posti di lavoro creati quasi mai compensano quelli distrutti), è difficile dargli torto. Un tema che riprenderemo questo, sotto il profilo macroeconomico: la parte di risorse destinata al fattore lavoro aumenta o diminuisce nell’era di Internet? E il rapporto classico fra occupazione e reddito (nel senso che all’aumentare del reddito aumenta anche l’occupazione) è ancora attuale o è da “rottamare” anch’esso?

Vediamo ora, invece, cosa comporta l’apertura dei mercati sul lavoro. Se Internet abbatte le barriere doganali e i confini degli Stati intensificando la competizione a tutti i livelli, cosa succede al lavoro? Il lavoro in un singolo mercato, ad esempio in Italia, ne risulta avvantaggiato o penalizzato? E le misure di protezione doganale o le barriere all’entrata lo favoriscono o lo minacciano?

idraulico

Tempo fa in Francia si diffuse il tormentone dell’”idraulico polacco”: fra i transalpini si era infatti diffuso il timore che l’apertura del mercato, conseguente alla libera circolazione di uomini e merci all’interno dell’Unione Europea, avrebbe portato all’invasione di mano d’opera a basso costo e non qualificata dai paesi dell’Est, penalizzando i lavoratori francesi.

A distanza di anni, quanto può dirsi giustificato quel timore? A nostro avviso molto poco. Vediamo, a grandi linee, cosa è successo.

L’apertura del mercato comunitario è stata indiscutibilmente un toccasana per i paesi dell’Est Europa. In primo luogo proprio la Polonia, che ha segnato incrementi di reddito a doppia cifra dai primi anni duemila, ma anche Romania, Slovenia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Croazia, Slovacchia (unica rimasta al palo l’Ungheria) hanno vissuto un periodo storico di grande crescita. Tutti paesi che, un tempo appartenenti al blocco comunista, partivano da una consistente arretratezza economica e hanno avviato una stagione di intenso sviluppo.

In effetti la possibilità di trovare impiego in aree ricche e sviluppate non come immigrati ma come cittadini a pieno titolo, ha molto aumentato i flussi di mano d’opera da Est a Ovest dell’Europa, soprattutto nei settori a più bassa specializzazione.

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E sicuramente questo può aver penalizzato alcuni lavoratori indigeni, soprattutto in una prima fase.

Tuttavia il fenomeno è stato limitato da una serie di circostanze: in primo luogo il fatto che l’applicazione di contratti collettivi e l’imposizione degli oneri sociali è uguale fra lavoratori nazionali e comunitari. Per cui un operaio romeno costa al datore di lavoro più o meno quanto un italiano, ovviamente escludendo gli impieghi “in nero”, ovvero non regolari.

In secondo luogo, è ragionevole pensare che gli immigrati (e qui il discorso vale anche per gli extra-comunitari) vengono ingaggiati dove il lavoro c’è e dove spesso la domanda di mano d’opera non è coperta dai locali, in particolare nei settori meno ambiti e dequalificati (ad esempio quello delle badanti o dei lavori agricoli più pesanti).

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In generale, non riteniamo che l’apertura dei mercati abbia tolto posti di lavoro ai locali a vantaggio degli stranieri, almeno per quanto riguarda i livelli più bassi. Diverso il discorso per le funzioni più qualificate, per i manager e per la ricerca. Qui la questione dovrebbe essere approfondita, perché l’apertura delle frontiere qualche disequilibrio l’ha effettivamente indotto.

Il ragionamento va però esteso in questo caso alla qualità della vita: meglio farsi curare da un bravo medico indiano o da uno scarso italiano? Meglio far amministrare la propria azienda da un bravo manager francese o da un modesto caporeparto nazionale? Meglio dirottare i fondi della ricerca ingaggiando un brillante laureato israeliano o uno studente nazionale che ha ottenuto il titolo di studio a fatica? Meglio far progettare un ponte a un geniale ingegnere cingalese o a un raccomandato indigeno?

Ognuno può dare la propria risposta, ma non si può non rilevare che i Paesi più progrediti sono quelli che hanno aperto le proprie frontiere dando opportunità a chi lo meritava, indipendentemente dal suo passaporto.

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In effetti, tornando all’Unione Europea, gli anni successivi all’istituzione del mercato comune sono stati quelli di maggiore sviluppo per tutti i paesi, in primo luogo proprio per i più industrializzati come Germania e Francia.

Fin qui abbiamo palato soprattutto di apertura dei mercati in termini generali, nel prossimo articolo ci focalizzeremo sulle conseguenze della globalizzazione indotta da Internet e dal progresso tecnologico. E’ comunque fin d’ora abbastanza evidente che un mondo aperto, interconnesso, in cui vige la libertà di circolazione di persone, beni e servizi, ha molte più opportunità di sviluppo e crescita che non un mondo autarchico, chiuso in se stesso e impermeabile dall’esterno

Dal sapere al lavoro: il caso Cambridge

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Continuando il nostro viaggio alla scoperta di casi di successo di piccole città che hanno saputo realizzare modelli di sviluppo sostenibili e duraturi nell’era post-industriale e tecnologica, dopo Bilbao andiamo a Cambridge, in Inghilterra.

Si tratta di un caso completamente diverso dal precedente: qui non c’era una situazione di declino e un’economia da ricostruire, ma un centro di eccellenza del sapere, una delle Università più prestigiose del mondo, attorno alla quale si era formata nel tempo una comunità di poco più di 100.000 persone.

Una città che si è sempre identificata col suo ateneo, o per meglio dire un’università-città, in cui tradizionalmente il lavoro era esclusivamente connesso alla presenza del college, in via diretta (insegnanti, impiegati, dipendenti) o come indotto (accoglienza, alloggi, fornitori).

 

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Pur essendo antichissima, di origini romane, e l’Università risalendo al 1284, Cambridge ha ottenuto lo status di città solo nel 1951: in passato era semplicemente un complesso di edifici e abitanti che gravitavano intorno all’ateneo. Anzi, a suo tempo venne costruita distante e tenuta mal collegata con Londra per evitare ai suoi studenti le distrazioni della metropoli.

Una vera e propria turris eburnea, una cittadella del sapere, impermeabile ai problemi del lavoro e alle tensioni sociali del mondo reale. Del resto, Cambridge è sempre stata un centro di eccellenza: l’ateneo è il secondo più vecchio del Regno Unito (dopo Oxford) e il quarto in Europa.

Oggi la University of Cambridge ospita quasi 20.000 studenti e più di 5000 fra ricercatori e professori. Offre corsi di laurea in numerose discipline, che spaziano dalle arti alla scienza, ed è articolata in una struttura collegiale. Nel 2005 è risultata seconda nella classifica accademica delle università mondiali e nel 2011 la prima all’interno del continente europeo. Cambridge detiene il record di vincitori di premi Nobel, 89.

Ma oltre a questo, a partire dagli anni 70 Cambridge è diventata anche un incubatore di nuove imprese, start-up tecnologiche, tanto che l’area circostante, denominata Silicon Fen in analogia alla Silicon Valley. Ospita alcune migliaia di imprese ad alta tecnologia, perlopiù piccole o micro, e un numero imprecisato ne sono sorte, si sono sviluppate e trasferite altrove.

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Artefice della creazione e del successo di questo modello di sviluppo è il parco scientifico e tecnologico, il Cambridge science park, sorto nel 1970 al fine di “avvantaggiarsi al massimo dalla concentrazione di expertise scientifica, attrezzature e biblioteche e incrementare il feedback dall’industria alla comunità scientifica di Cambridge”. Così recitava il report del Mott Committee, la commissione speciale istituita dall’ateneo – sotto la presidenza di Sir Nevill Mott, professore di fisica sperimentale – per rispondere a una sollecitazione del governo laburista del 1964.

L’idea del parco scientifico nacque negli anni 50 in USA, dove venne realizzato per la prima volta dall’Università di Stanford. A partire proprio dagli anni 70 ne nacquero molti un po’ dappertutto, come progetti delle università più avanzate e “visionarie”.

Parchi di eccellenza sono quelli costituiti in Canada e in Israele: in particolare in quest’ultimo caso, lo Stato interviene direttamente finanziando per due terzi i progetti. Con risorse molto contenute, lo Stato riesce così a diventare proprietario delle nuove iniziative, che possono talvolta assumere dimensioni economiche anche molto rilevanti, oltre a incorporare la titolarità dei brevetti.

Il progetto di un parco scientifico è la migliore sintesi di sapere, sfruttamento economico dei brevetti, sviluppo sostenibile. Ha impatto ambientale normalmente minimo ed è suscettibile di attrarre molte altre iniziative analoghe, attivando un vero e proprio circolo virtuoso.

Si tratta di imprese ad elevata tecnologia, e quindi assolutamente proiettate nel futuro, “leggere” in quanto – almeno nella fase di sviluppo delle business idea e dei prototipi –  non necessitano di grandi dotazioni di capitale e soprattutto in grado di attivare una dinamica di crescita molto forte.

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Il concetto è quello di predisporre un ambiente idoneo e facilitatore per la nascita e l’insediamento di nuove iniziative imprenditoriali ad alta tecnologia, in modo tale che lo start-upper possa concentrarsi sui soli aspetti della ricerca e non essere distratto da problematiche amministrative, finanziarie, legali, ecc.

Il parco costituisce quindi un vero e proprio incubatore d’impresa, in cui le nuove iniziative si insediano e vi trascorrono i primi anni di vita, tipicamente fino al brevetto o alla realizzazione del prototipo, per poi insediare definitivamente l’impresa altrove, generalmente non molto lontano.

Viene fornita anche la possibilità di reperire finanziamenti attraverso il coinvolgimento di venture capital o business angels, società specializzate nel sostenere iniziative nuove e quindi ovviamente preparate ad un elevato grado di fallimenti.

Caratteristica delle start-up è infatti quella di presentare un notevole rischio trattandosi di iniziative nuove e molto spesso in ambiti con track record limitatissimo o inesistente.

Concludendo questo breve excursus, possiamo sicuramente affermare che se la società post-industriale e il mondo di internet hanno creato molte situazioni critiche e fatto crollare numerose imprese, tuttavia modelli nuovi e sostenibili di sviluppo economico sono possibili anche per città medio-piccole.

I requisiti sono però quelli di avere una solida e progressiva visione strategica e di saper catalizzare tutte le energie disponibili in loco, in modo da renderle coese e unitariamente impegnate in vista dell’obiettivo di migliorare la qualità della vita per le loro generazioni future.

 

La lotta di classe fra operai e consumatori: il caso Walmart

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Abbiamo visto nel precedente articolo come il colosso statunitense Amazon eserciti una forma di potere e di pressione enorme nei confronti delle comunità in cui si insedia, al punto da emanare, come detto, una sorta di “atipico” bando per le pubbliche amministrazioni, sulla cui evoluzione sarà interessante tenersi aggiornati.

Vediamo oggi un caso un po’ diverso, ma di impatto se possibile ancora maggiore sui meccanismi alla base dei rapporti sociali ed economici del mondo post-industriale: si tratta del gigante della grande distribuzione Walmart, probabilmente la più grande azienda del mondo, sicuramente quella con il maggior fatturato.

La sua influenza sulla vita quotidiana, le abitudini e l’economia della popolazione è così forte che è stato coniato il termine “effetto Walmart[1] per significare il condizionamento operato dalla multinazionale non solo su dipendenti, clienti, fornitori, ma anche sulle comunità in cui è insediata ed in quelle esterne.

 

Solo un quarto di secolo fa tuttavia, Walmart era una delle tante catene di supermercati, presente in 9 stati degli USA, e quindi certamente importante, ma non molto diversa da tutte le altre. Oggi ha circa 260 milioni di clienti; 11.600 punti vendita in 28 paesi di tutto il mondo; 2,2 milioni di dipendenti e fattura quasi 500 miliardi di dollari all’anno. Dimensioni che si fatica perfino a comprendere in una realtà come quella italiana: più simili a quelle di uno stato che di una singola azienda.

Walton's_Five_and_Dime_store,_Bentonville,_Arkansas

Dimensioni che forse neanche il fondatore Sam Walton poteva concepire quando nel 1962 dette vita alla società a Betonville, in Arkansas, un borgo con 36.000 anime.

Sarebbe interessante ripercorrere le fasi e le modalità della crescita iperbolica, che continua anche oggi al ritmo di 1.000 nuove location all’anno: una storia da manuale tipicamente americana, a base di dedizione al lavoro, sconfinato ottimismo, mission aziendale chiara e determinazione ferrea.

Quello che però vogliamo qui sottolineare è la natura sociale dell’effetto Walmart. La ricerca ossessiva del contenimento dei costi per essere in grado di “garantire al consumatore ogni giorno il prezzo più basso” (come recita la mission dell’azienda) ha portato il gruppo a pratiche sostanzialmente vessatorie nei confronti di dipendenti e fornitori, sfruttando la sua forte posizione commerciale.

 

Anche se i dipendenti vengono graziosamente ma in modo farisaico definiti “associates” e i fornitori “partners”, Walmart di fatto strizza entrambi come limoni, fino al punto di rottura ed oltre.

 

Nei confronti dei fornitori, produttori di ogni dimensione in ogni parte del mondo, naturalmente Walmart rappresenta un cliente di primaria importanza, in grado non solo di fare ordini molto consistenti e pagare puntualmente ma di contribuire all’immagine stessa dell’azienda che può vantare nel proprio portafoglio un nome così altisonante. Infatti annoverare Walmart fra i propri clienti è, per qualsiasi azienda, una patente di serietà, affidabilità e qualità che certamente giova al suo buon nome.

Per molte imprese infatti, il gigante della distribuzione USA è uno dei principali clienti, talvolta addirittura l’unico. Anche grandi gruppi si sono attrezzati per servire Walmart in modo dedicato ed esclusivo: è il caso di Procter & Gamble ha una divisione in cui lavorano 250 persone che si occupa solo di gestire il rapporto con Walmart.

L’ovvia conseguenza è che la trattativa con i fornitori non è un normale negoziato commerciale, ma diventa alla fine una vera e propria imposizione sia in termini di prezzo che di condizioni di vendita. Infatti, ad esempio, Walmart obbliga i fornitori a consegnare la merce direttamente ai suoi punti vendita anziché a pochi centri logistici come succede in genere, ribaltando così integralmente il costo della distribuzione e del trasporto sui fornitori stessi.

Ha fatto scuola poi l’obbligo imposto di fornire la merce senza confezioni esterne e imballaggi, in modo da poterla collocare direttamente sugli scaffali risparmiando costo del materiale e del lavoro. I due cent risparmiati in media per ogni dollaro acquistato vengono ripartiti a metà col fornitore stesso

Nonostante tali imposizioni, la dinamica del rapporto fra Walmart e i suoi fornitori può tuttavia ancora dirsi una componente fisiologica, seppure inusuale, di un accordo commerciale, nel quale una parte guadagna (Walmart) e l’altra perde.

 

 

Quello che rischia davvero di influire sui meccanismi sociali, e che testimonia un radicale cambiamento della società postindustriale, è invece il rapporto con i dipendenti.

 

Il gruppo statunitense è stato infatti accusato di comportamenti vessatori nei confronti dei lavoratori, paventando una situazione di sfruttamento massiccio della mano d’opera. Questo ovviamente al fine di consentire prezzi di vendita in continua riduzione ed attrarre, per tale via, un numero sempre maggiore di clienti.

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Dal punto di vista dell’azienda si tratta di una politica di forte contenimento dei costi di produzione e di ricerca di maggiore produttività. Dal punto di vista dei dipendenti significa invece barattare la sicurezza del posto di lavoro, in una grande azienda in continua espansione, con l’accettazione di condizioni penalizzanti in termini di orari, salari, flessibilità e la rinuncia a molte delle garanzie faticosamente ottenute da generazioni di lavoratori.

Dal punto di vista sociale, invece, non può che prendersi atto che la lotta di classe che abbiamo conosciuto dai tempi della rivoluzione industriale ha ormai cambiato radicalmente i connotati: non più operai contro padroni, ma dipendenti contro consumatori.

Ciò che assume valore non è tanto il contributo alla produzione quanto il contributo al consumo. Le persone valgono e sono degne di tutela sociale in quanto consumano, spendono e fanno girare il sistema. Non è più questione di ricchi e poveri (operai poveri e padroni ricchi, come in passato), in quanto i consumatori possono essere anche più poveri dei dipendenti di una grande azienda, che tutto sommato hanno almeno lavoro stabile e retribuzione assicurata, anche se in calo.

Nella scala sociale la vera fonte di ricchezza è il cliente che spende e non il dipendente che costa. I clienti non sono mai abbastanza e si fa di tutto per incrementarne il numero; di dipendenti invece c’è ampia offerta. Coerentemente, l’immagine aziendale è tutta proiettata a presentare un soggetto attento all’ambiente, impegnato nella filantropia e in linea con i principi di Corporate social responsibility[2] che i clienti mostrano sempre di apprezzare.

Un po’ paradossale che si risparmi sulle condizioni di lavoro e di vita dei dipendenti all’interno dell’azienda per spendere in beneficienza e a favore dell’ambiente esterno. In quanto dipendente Walmart, un ipotetico quanto sconosciuto John Smith è vessato e sfruttato, ma in quanto cittadino e potenziale consumatore è corteggiato e ricercato.

Inutile chiedersi se questa tendenza sia per la società indice di progresso oppure di barbaro arretramento, oltre al fatto che sembra molto difficile capire dove potremo arrivare: occorre piuttosto fare i conti con la nuova realtà e, per quanto possibile, attrezzarsi.

 


[1] Charles Fishman, “The Wal-Mart effect. How an Out of Town Superstore became a Superpower”, Penguin Books, London 2006.

[2] Con il termine Corporate Social Responsibility (CSR), in italiano “responsabilità sociale d’impresa”, si intende il complesso delle politiche aziendali, delle misure intraprese e dei rapporti attivati da parte delle grandi, piccole e medie imprese per gestire efficacemente le problematiche d’impatto sociale ed etico al loro interno e nelle zone di attività.

Lavoro femminile e banche: non è più un lavoro per uomini!

Continuiamo questa settimana il nostro viaggio nel mondo del lavoro femminile qualificato per capire se e cosa cambia con l’economia digitale, la globalizzazione, la new economy.

Dopo l’incursione nel settore della tecnologia, le occasioni sprecate per il capitale umano femminile e le “infiltrate” che devono rinunciare alle prerogative femminili per lavorare e farsi strada, con il pregnante articolo di Chiara Falletti della scorsa settimana, è ora la volta delle banche, osservate da un’amica che le conosce molto bene dall’interno, Alessandra Orlando.

Come cambia il ruolo delle donne in banca e il loro accesso alle funzioni manageriali, cosa implica la loro sempre maggiore presenza nel mondo del credito, quali sono le loro retribuzioni: questo e altro nell’articolo di questa settimana, da non perdere.

La prossima settimana sarà la volta del ruolo femminile in finanza, delle problematiche di genere e dell’educazione finanziaria, con il contributo di Claudia Segre.

Buona lettura!


 

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In un Paese come l’Italia, in cui le donne in politica sono ancora una percentuale piuttosto bassa rispetto alla media europea, la finanza sembra essere invece in controtendenza rispetto al dato nazionale.

Una ricerca effettuata dal Sole 24 Ore, in collaborazione con le banche italiane, mette infatti in evidenza come le donne manager, nel mondo della finanza, ricoprano più spesso che in passato ruoli chiave.

I dati analizzati nel periodo successivo alla crisi sulla composizione dei Board delle banche italiane ha evidenziato come sia cresciuta l’incidenza della componente di genere femminile (in media dal 5% al 20% contro una media delle banche europee del 22%)

E in un momento in cui si parla sempre più frequentemente di contrazione degli sportelli bancari, reputati ridondanti ed inutili con la diffusione delle piattaforme digitali, l’occupazione femminile nelle banche italiane è sostanzialmente alla pari rispetto a quella maschile.

Ma come mai, un’attività per molti anni prettamente maschile (ricordiamo gli impiegati con le sopramaniche nere degli anni 50 e 60) è così decisamente virata al femminile?

Il lavoro bancario è ancora attrattivo o si è verificato un suo downgrade nella scala delle attività lavorative dotate di appeal?

Negli Stati Uniti il lavoro bancario è sempre stato sostanzialmente relegato ai margini della scala sociale, affidato in gran parte ad immigrati reclutabili con un basso salario.

In Europa lo status sociale del bancario ha mantenuto invece per molti anni una notevole solidità.

Ora questa solidità è venuta meno. Il lavoro in banca ha perso l’aura del posto fisso sicuro, la retribuzione si è mediamente abbassata, il lavoro si è fatto in gran parte ripetitivo, le pressioni commerciali sono aumentate, i conflitti con i clienti anche.

E, proprio in questo scenario, le donne sono state assunte copiosamente nei ranghi dei bancari italiani, dirigono spesso agenzie sopportandone oneri ed onori, fanno anche carriera, con retribuzioni sempre più basse rispetto ai colleghi uomini.

Il divario in busta paga nelle banche rimane del 20% secondo i dati raccolti dall’Osservatorio JobPricing, facendo proprio il lavoro del World Economic Forum, che da una decina d’anni pubblica una delle rilevazioni più complete e puntuali sul tema: il Global Gender Gap Report.

In questa classifica l’Italia si posiziona al 50° posto su 144 Paesi analizzati, con un indice di 0,725 (0 significa la totale disuguaglianza, 1 la totale uguaglianza tra i sessi); questo significa che l’Italia colma per il 72% circa le differenze di genere di qualsiasi tipo all’interno del proprio Paese.

Women Bank

Insomma le cose sono molto cambiate da vent’anni a questa parte e in particolare negli ultimi dieci anni. Se un tempo l’attività bancaria non era un’attività per donne, ora si è decisamente femminilizzata.

Ed è stata scoperta la grande attitudine delle donne per il problem solving, capacità ritenuta per molto tempo assente nel mondo femminile, secondo le analisi psicosociologiche che venivano somministrate nei corsi di formazione aziendale all’inizio degli anni 90.

Ed è aumentata notevolmente l’istruzione femminile. Nel nostro Paese ogni 100 uomini che si laureano ci sono ben 144 donne che fanno altrettanto e ciò corrisponde a un numero di donne laureate che ogni anno supera quello degli uomini di oltre 50.000 unità: una enormità.

Guardando gli atenei, solo alla Bocconi la partita finisce in parità, e bisogna andare nei politecnici per trovare più laureati che laureate, ma anche qui le donne stanno rimontando in fretta guadagnando rapidamente posizioni anche tra le materie scientifiche, da sempre territorio maschile.

Ma, tornando all’inizio: le donne sono numerose in banca perché sono più brave o perché il lavoro bancario è meno desiderato dagli uomini?

Forse la risposta sta a metà. Le donne sono riuscite a dimostrare maggiori regolarità e disciplina rispetto ai colleghi che sempre meno ambiscono al classico “posto in banca”. O meglio, è talvolta un “ripiego” in attesa di una posizione più ambita e non la prima scelta.

Le donne invece, caparbie e precise, si accaparrano postazioni nei sempre più rari sportelli aperti ma avanzano anche tra le figure che maneggiano la banca del futuro.

E in questo panorama vagamente desolato delle banche che tagliano posti di lavoro e filiali, convertendosi sempre più al digitale, quale futuro è ipotizzabile per le donne?

Se da una parte c’è la frammentazione del lavoro – spesso occorre lavorare in posti diversi tra mattina e pomeriggio – dall’altra c’è l’opportunità, o percepita tale, dello smart working,  il lavoro agile, che tanto attira le donne che lavorano perché fa pensare di riuscire a conciliare tempi di vita e tempi di lavoro, autentica araba fenice dell’universo di madri, figlie, mogli e compagne.

Salvo poi verificare che sono gli uomini che, molto più delle donne, colgono la possibilità di lavorare da casa, o dalla postazione lavorativa più a portata di mano in quel momento.

La digitalizzazione può offrire autentiche possibilità alle donne che lavorano in banca? Potenzialmente si, anche perché può perdere importanza  il fattore tempo nel rapporto di lavoro. Le donne sono sempre state nemiche del lavoro straordinario, incompatibile con le loro mille attività. Ed è invece sul tempo passato in banca che si sono molto spesso misurate le maggiori o minori  disponibilità nei confronti dell’azienda,  stabiliti aumenti economici, dispensati premi e superminimi.

La digitalizzazione, le nuove piattaforme informatiche, la possibilità di lavorare a distanza dal posto di lavoro, consegnano altre possibili modalità per “misurare” e valutare la prestazione lavorativa. Si  può provare a slegare la performance  da quanto tempo si dedica al lavoro cercando di spostarla sulla qualità della prestazione, sulla competenza e sulle capacità dimostrate.

Almeno potenzialmente, salvo anche qui verificare che il rischio che si misurino i “pezzi” lavorati continua a sussistere, mettendo in crisi la possibilità di un lavoro svolto in relativa tranquillità tra un colloquio con gli insegnanti, la preparazione della cena e un briefing aziendale .

Certo le donne hanno dalla loro la grande duttilità ed elasticità con cui sono abituate a gestire la propria vita e quella degli altri.

Mi piace immaginare che anche nella banca digitale sapranno trovare nuovi spazi e costruire nuove possibilità.

Riusciranno ad inventarsi un nuovo lavoro, a “misura di donna”?

 

 

ALESSANDRA ORLANDO (*)

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(*)

Alessandra lavora nelle banche da 37 anni e si è occupata di processi organizzativi, di consulenza legale e di erogazione del credito. Da quasi 20 anni è impegnata nella contrattazione e nelle ristrutturazioni aziendali. Vive tra Milano e il resto d’Italia.
Ha tre figli tra i 20 e i 30 anni alle prese con la costruzione del loro futuro.