Progressività e Piattezza: la Flat Tax

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Se tutti pagassimo di tasse la stessa percentuale sul  reddito, che in termine tecnico si chiama “aliquota”, saremmo in una situazione di perfetta tax flat, ovvero “tassa piatta”, uno degli obiettivi dell’attuale compagine governativa italiana. Coloro che hanno redditi più elevati sarebbero dunque più avvantaggiati rispetto al nostro sistema fiscale attuale, nel quale la Costituzione prevede, come abbiamo visto nell’articolo precedente, la progressività dell’imposizione.

Le attuali aliquote delle imposte sul reddito (definite da un sistema progressivo “a scaglioni”, ovvero a intervalli), vanno infatti dal 23% per lo scaglione più basso, fino a 15.000 Euro, al 43% di quello più alto. Ciò significa che chi ha un reddito annuo di 10.000 € pagherà 2.300 € di IRPEF, mentre chi ha un reddito di un milione di Euro all’anno ne pagherà 423.170.

In sostanza, quindi, chi ha il reddito più basso ne pagherà il 23% al fisco, chi ha quello più alto, nel nostro caso, ne pagherà oltre il 42%. Il presupposto alla base della norma costituzionale consiste nel fatto che per i meno abbienti le imposte sono più onerose, ovvero che una stessa percentuale può risultare nel primo caso insostenibile e nel secondo caso molto meno pesante.

I lettori più attenti avranno notato che il 43% di 1.000.000 è in realtà pari a 430.000, mentre l’importo che abbiamo indicato è inferiore. Il motivo sta nel fatto che il metodo previsto nel nostro sistema è quello della progressività per scaglioni, ovvero vengono indicati cinque intervalli di reddito[1] ad ognuno dei quali si applicherà un’imposta pari a quella dello scaglione precedente più la percentuale calcolata sulla parte residua. Nel nostro caso, ad esempio, lo scaglione di reddito precedente è quello che arriva fino a 75.000 €, con aliquota del 41%, e che al massimo prevede un’imposta di € 25.420. Tale imposta va aumentata del 43% della parte residua (ovvero di 1.000.000 – 75.000), pari a 925.000, cioè di € 397.750, giungendo così all’importo dovuto di 423.170 €.

La ratio della progressività sta nel fatto che il peso delle imposte per il cittadino è tanto meno gravoso quanto più alto è il suo reddito. Nel nostro esempio, il primo contribuente resterà con 7.700 € di reddito disponibile, mentre il secondo con 576.830 €: pur avendo pagato aliquote diverse, il peso sostenuto per il carico tributario è in generale da considerarsi equo.

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Se avessimo invece un’aliquota unica, appunto flat (piatta), mettiamo pure per ipotesi al livello della minore, il 23%, il cittadino più ricco pagherebbe solo 230.000 €, restando con un reddito disponibile di 770.000: come si vede, una soluzione senz’altro a lui più favorevole. Lo sarebbe anche se l’aliquota unica fosse intermedia, diciamo del 30 o 35%, e lo sarebbe ancora di più se volessimo applicare un’aliquota che mantenesse il gettito invariato, come dovrebbe essere per non peggiorare, a parità di tutto il resto, il bilancio dello Stato. La misura sarebbe quindi una vera e propria redistribuzione del reddito dalle classi a minor reddito a quelle più abbienti.

Se invece si volesse lasciare invariato il peso fiscale per i più poveri, una manovra del genere dovrebbe essere compensata da minori spese oppure da un aumento del deficit, il disavanzo fra entrate e uscite pubbliche. Questo è uno dei motivi della diatriba fra il Governo italiano e la Commissione UE.

Naturalmente si tratta di scelte politiche legittime, una volta che siano passate al vaglio degli elettori. La scelta di favorire un ceto sociale rispetto ad un altro rientra pienamente nell’indirizzo politico e, anzi, la fiscalità è ormai l’unica leva di politica economica che gli stati nazionali dell’Unione ancora hanno a disposizione, essendo quella monetaria concentrata a Francoforte. Per questo l’unificazione fiscale sarà l’ultimo vero passo dell’unità europea, se mai ci arriveremo.

Ciò che non si può fare, in un sistema aperto, è ignorare i vincoli di bilancio. Non è l’Unione Europea che lo impone, ma le regole elementari di amministrazione. Non si può espandere il deficit all’infinito, ma solo nella misura in cui sia possibile trovare qualcuno che lo finanzi: tipicamente esso comporta infatti l’aumento del debito, a condizione che ci sia chi acquista i titoli del nostro debito. Ma per far questo, si deve dimostrare di avere i conti in ordine: chi concederebbe nuovo credito a un soggetto fortemente indebitato e in dissesto?

Legittimo, e anzi giusto, proporsi di ridurre il peso del fisco per i contribuenti. Occorre però indicare anche come far fronte al conseguente fabbisogno che se ne originerebbe. Inoltre, nel nostro sistema, l’abolizione della progressività delle imposte sul reddito richiederebbe una modifica della Costituzione, cosa non impossibile ma neanche scontata.

La flat tax, come tutte gli altri strumenti di alleggerimento dell’onere tributario, ha la sua ragion d’essere nel fatto che, aumentando il reddito disponibile per i cittadini, questi sarebbero portati ad aumentare la loro domanda di beni di consumo e di investimento, dando avvio a un circuito virtuoso di incremento del reddito attraverso il meccanismo del moltiplicatore[2].

Ci si dovrebbe chiedere, però, quale misura di beneficio fiscale sia più idonea a rendere massimo questo effetto: una riduzione di tasse per i redditi più alti, per quelli più bassi, oppure per le imprese. Normalmente sono i meno abbienti che hanno una maggiore propensione a consumare, per cui si può ritenere che una stessa riduzione di imposte per i redditi più bassi abbia un effetto moltiplicativo maggiore sui consumi, e sia quindi più efficace; mentre una riduzione di imposte per le imprese porti soprattutto a maggiori investimenti, e quindi all’aumento di domanda per beni di investimento.

In realtà si tratta sempre di enunciazioni teoriche, perché è comunque possibile che le risorse addizionali acquisite vengano invece impiegate per ridurre debiti preesistenti. E’ solo a posteriori che si può valutare la reale efficacia di una misura di agevolazione fiscale.

Nel prossimo articolo parleremo ancora di imposte dirette, e in particolare del sistema delle ritenute d’acconto e delle detrazioni, dopo di che ci occuperemo di quelle indirette, che vengono applicate non nel momento della produzione di ricchezza ma in quello della sua spesa o consumo.

La storia continua…

 

 

 

 

 

 

 


[1] I vigenti scaglioni di reddito, con le relative aliquote, per l’IRPEF sono i seguenti: fino a € 15.000 23%; da 15.001 a 28.000 28%; da 28.001 a 55.000 38%; da 55.001 a 75.000 41%; oltre 75.000 43%.

[2] Si veda, al proposito, il nostro articolo https://marcoparlangeli.com/2018/01/23/labc-delleconomia-consumo-e-consumismo/ del 23/1/2018, nel quale abbiamo di cercare in modo dettagliato il meccanismo del moltiplicatore keynesiano.

Torniamo a parlare dei fondamentali

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Molto spesso parlando di finanza e investimenti, si usano concetti – come ad esempio azioni e obbligazioni – il cui significato e la cui portata si danno per scontati, come se tutti coloro che leggono o che ascoltano li conoscessero alla perfezione. Talvolta, diamo per scontato anche noi stessi di conoscerli bene ma magari non ci rendiamo conto di trascurare alcuni aspetti che invece possono risultare decisivi.

Seguendo il suggerimento di alcuni lettori, crediamo sia utile per tutti tornare quindi ai fondamentali, cercando di capire bene cosa significano i termini che usiamo e che implicazioni essi possono avere. L’idea è quella di fare una sorta di “dizionario”, magari non completo o “ultra tecnico”, ma certo rigoroso e utile, di rapida e agevole consultazione.

Iniziamo dai due termini sicuramente più usati in finanza: azioni e obbligazioni e tutti quelli ad essi connessi, in primo luogo mercato azionario e obbligazionario.

Investire delle somme significa rendere disponibili quelle somme per altri soggetti. In un sistema aperto, infatti, chi dispone di risorse finanziarie in eccesso rispetto al suo fabbisogno, ha la possibilità di prestarle o comunque metterle a disposizione di altri soggetti, in modo da ottenere una remunerazione che andrà ad aumentare il suo reddito.

D’altra parte, esistono soggetti che hanno necessità di somme di denaro superiori a quelle che possiedono e che hanno l’opportunità di impiegarle in attività produttive che (almeno in via teorica) possano rendere più di quanto costi acquisire il denaro a prestito. Questi soggetti sono tipicamente le imprese, il cui fabbisogno di risorse, per investire in macchinari o per acquistare merci e materie prime, eccede, all’inizio del ciclo produttivo, le disponibilità liquide. Una volta che il ciclo sia terminato e il prodotto sia stato venduto, le risorse acquisite dall’azienda potranno essere restituite agli investitori.

E’ evidente come, per il sistema, il circuito risparmio-investimento sia un fattore formidabile di crescita, rendendo possibile – se tutto va come previsto – a ciascun player (risparmiatore, impresa, Stato) di guadagnare: una classica situazione win-win. Il risparmiatore ha infatti la possibilità di aumentare il suo reddito tornando in possesso delle risorse quando ne avrà bisogno, l’impresa di fare investimenti la cui utilità futura consentirà di ripagare e rimborsare le somme che le sono state affidate, la Pubblica Amministrazione vedrà il reddito complessivo del paese crescere, e con esso le tasse e le imposte che andrà a incassare.

Se fosse sempre così, sarebbe una vera pacchia. Purtroppo però in molti casi l’imprenditore non riesce a portare a termine con profitto i propri progetti e può capitare che si trovi nell’impossibilità di rimborsare i prestiti e anche di non pagare gli interessi o remunerare il capitale. In tal caso, l’effetto è diametralmente opposto e quasi tutti perdono: l’impresa che fallisce e il risparmiatore che vede volatizzarsi il proprio denaro.

Il punto chiave è allora quello di individuare correttamente, da parte del risparmiatore, coloro che sono meritevoli di ricevere risorse. Su questo punto torneremo in seguito.

Gli strumenti attraverso i quali i privati risparmiatori possono mettere a disposizione delle imprese risorse finanziarie sono sostanzialmente due: azioni e obbligazioni. Si tratta di due strumenti molto diversi, con caratteristiche e mercati ben distinti.

Iniziamo dall’obbligazione. Si tratta né più e né meno di un prestito, con il quale chi acquista il titolo (il risparmiatore o investitore, detto anche sottoscrittore) mette a disposizione del beneficiario (il prestatario o debitore, detto anche emittente in quanto è il soggetto che emette il titolo) una certa somma che deve essere restituita, entro la data di scadenza, e sulla quale devono essere pagati gli interessi.

Le caratteristiche tecniche delle obbligazioni possono essere le più disparate. In generale esse prevedono che il capitale venga restituito integralmente alla data di scadenza e che a intervalli di tempo prestabilito vengano pagati gli interessi, anch’essi predeterminati (in caso di taso fisso) oppure determinabili (se a tasso variabile).

Il prestito si materializza quindi in un titolo di credito, che il sottoscrittore può tenere in portafoglio fino alla scadenza, incassando via via gli interessi, oppure anche vendere sul mercato prima della scadenza, come vedremo.

Una volta le obbligazioni erano delle bellissime pergamene, come banconote ma molto più grandi (se ne possono vedere negli archivi storici delle banche), in cui veniva riportato il nome e il logo dell’emittente e le caratteristiche del prestito. Ciascun titolo equivaleva a un certo valore nominale, ovvero valore facciale, del prestito. Ad esempio, se veniva emesso un prestito obbligazionario di dieci miliardi di lire (supponiamo a 5 anni, al tasso fisso del 5% pagabile in rate semestrali e rimborso in unica soluzione a scadenza), venivano stampate 10.000 cartelle da un milione l’una. Ogni cartella aveva attaccati (con linee tratteggiate) tanti tagliandini, le cosiddette cedole, quante erano le scadenze degli interessi: nel nostro caso quindi il titolo aveva dieci cedole da lire 25.000 l’una.

Chi sottoscriveva il prestito per un valore nominale di un milione, ad esempio, riceveva una cartella completa. Alle scadenze degli interessi si presentava in banca, o alla sede dell’emittente, staccava una cedola e incassava gli interessi. Dopo 5 anni riportava il titolo all’emittente e riceveva in rimborso il milione che aveva investito inizialmente.

 

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Durante la vita del prestito, il sottoscrittore poteva tenere il titolo in casa oppure in una cassetta di sicurezza in banca. Se il nostro risparmiatore del secolo scorso avesse però avuto bisogno del suo milione prima della scadenza, poteva chiedere all’emittente, o più spesso alla banca, di ricomprarglielo pagando una commissione. Generalmente, se si trattava di emittenti solidi e si era in periodi normali, questi soggetti facevano di tutto per accontentarlo, perché questo consentiva di collocare più facilmente i titoli.

Ci si accorse quindi che era conveniente per tutti creare un vero e proprio mercato delle obbligazioni, che è stato in effetti all’origine di quello odierno, in cui i titoli sono completamente dematerializzati e si trasferiscono online con un semplice clic del mouse.

Lo vedremo meglio nel prossimo articolo.

 

 

Risparmio fai da te?

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Come abbiamo detto in uno dei precedenti articoli, l’anno da poco finito è stato per i risparmiatori il peggiore dal 1901. Solo chi avesse avuto la preveggenza di investire una parte notevole del proprio patrimonio in azioni americane, probabilmente, è riuscito a non perdere il proprio denaro.

Ancora peggio sarebbe mediamente andata a chi avesse affidato tutte le proprie risorse a uno o più gestori professionali (a parte le poche eccezioni che sempre esistono in questi casi): solo il 10% dei fondi di diritto italiano ha battuto il proprio benchmark, ovvero il parametro di riferimento e confronto per la categoria a cui appartiene. Risultato: a novembre 2018 (ultimo periodo di dati disponibile) la raccolta complessiva dei fondi è diminuita di oltre 4 miliardi di Euro, ovvero molti sottoscrittori hanno disinvestito le proprie quote ancorché in netta perdita.

Il meccanismo del benchmark, in casi come questo, è veramente infernale e, ça va sans dire, penalizzante per il risparmiatore.   Il benchmark è infatti un indice che sintetizza il rendimento medio di una determinata categoria di strumenti finanziari in un certo periodo. Ad esempio, se il nostro fondo è un obbligazionario in Italia, il suo benchmark (che peraltro è stato il fondo stesso a scegliere) sarà costruito in modo da rappresentare, a fine periodo, la performance media del mercato obbligazionario nel nostro Paese.

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Il fondo di cui abbiamo sottoscritto le quote, contando sugli strabilianti redimenti degli anni passati, confronterà alla fine di ogni periodo la sua performance con quell’indice. Se l’avrà superato, il gestore sarà stato bravo e avrà diritto a commissioni supplementari (le cosiddette success fee); in caso contrario le sue statistiche peggioreranno, ma a rimetterci sarà solo il cliente.

A parte i dubbi legittimi su come è costruito il benchmark (non è possibile pensare a una media del tutto asettica, ma verosimilmente vedrà maggiormente pesati quelli statisticamente più efficienti qual è il soggetto della frase?), il bello è che nel 2018 tutti i benchmark hanno avuto segno negativo.

Se il fondo avrà fatto meglio del benchmark, ma non abbastanza da realizzare un risultato positivo, l’ignaro risparmiatore si troverà “cornuto e mazziato”: non solo avrà subito una perdita patrimoniale, ma dovrà anche pagare le commissioni variabili di successo al gestore. E comunque quest’anno per molti gestori il problema non si è neanche posto: come dicevamo all’inizio molti di loro hanno raggiunto performance addirittura peggiori del loro benchmark.

A parte i pochi casi di eccellenza, spesso legati ad intuizioni particolari dei gestori che magari hanno puntato con successo su un particolare titolo o una particolare valuta, il panorama è davvero sconsolante. E con l’entrata in vigore della normativa MiFid II[1], i risparmiatori ne verranno compiutamente informati.

Col rendiconto del 2018, che dovrebbe essere inviato in febbraio, i gestori saranno infatti obbligati ad esporre in chiaro quanti Euro hanno addebitato a titolo di commissioni e oneri vari al cliente. Non più solo in termini percentuali, incomprensibili e ben camuffabili, ma direttamente in Euro. E così, per molti, scoprire che a fronte di un patrimonio di 100.000 Euro affidato in gestione, il fondo – dopo aver perso magari il 5 o 6% di valore – ne ha prelevati a vario titolo circa 10 o 12.000, certamente non sarà piacevole.

Che fare allora? Abbandonare del tutto il risparmio gestito e dedicarsi al “fai da te”? Naturalmente no, c’è sempre un giusto spazio per professionisti della finanza ed è ragionevole ritenere che chi opera sistematicamente sui mercati possa in generale essere di grande aiuto al risparmiatore, come pure un buon supporto può venire dalla consulenza e dalla promozione finanziaria, specie se le nuove norme verranno applicate in modo compiuto e non solo formale.

Certo è che i consigli in questa fase sono particolarmente complicati. Da un lato le scottature dei mercati ancora bruciano e le perdite del 2018 verranno implacabilmente evidenziate nei rendiconti che banche e gestori stanno inviando ai clienti. Non solo: dall’economia reale e dai dati previsionali non ci sono motivi di grandi aspettative.

Dall’altro, però, chi ha investito in titoli di buona qualità e non ha ceduto alla tentazione di disfarsene quando le quotazioni precipitavano, continuerà a percepire regolarmente le cedole delle obbligazioni e i dividendi delle azioni e da qui a pochi mesi qualche piccola soddisfazione dovrebbe fare timido capolino. Il 2019 è cominciato in modo positivo, qualche segno positivo c’è stato, anche se l’impressione è che si tratti di un piccolo fuoco di paglia.

Piedi per terra, dunque: manteniamoci almeno per un po’ ancora liquidi, in attesa che i timidi segnali di inversione si consolidino e magari pronti a fare qualche acquisto a saldo.

Continuiamo ad affidare parte dei nostri risparmi ai gestori, ma in modo più selettivo e guardando con attenzione e senza sconti cosa hanno fatto in passato, cambiando cavallo quando quello su cui siamo non ci convince del tutto.

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Sulle prospettive dei singoli settori e sulle asset class torneremo nei prossimi articoli.

La diversificazione continua a essere un’ottima idea: del resto se un anno terribile come quello passato non si era visto dal 1901, anche solo per un mero calcolo delle probabilità, è ragionevole attendersi che l’anno prossimo sia migliore.

Com’è scritto all’inizio della pagina che state leggendo, infatti, il meglio deve ancora venire.

 

 


[1] Normativa europea entrata in vigore il 3/1/18 che disciplina i servizi di investimento con l’obiettivo di tutelare i risparmiatori ed assicurare condizioni di trasparenza e correttezza

Outlook sui mercati nel 2019

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Dedichiamo l’articolo di Natale di quest’anno ad uno sguardo, sia pure a volo d’uccello, ai mercati finanziari per cercare di capire cosa può fare il nostro investitore prudente e razionale nell’anno che viene. Sono più i rischi o le opportunità? Siamo al termine di un lungo ciclo espansivo o all’inizio di una nuova grande depressione?

A queste domande cerchiamo di rispondere con i (non poco preoccupanti, in verità) dati di fatto e con qualche ragionamento.

Come ben sanno gli investitori, a parte i fortunati o i bravissimi che hanno puntato le loro fiches sull’azionario dell’India e sul dollaro, quasi tutti i mercati nel 2018 hanno subito perdite, in molti casi anche molto pesanti. Per una strana congiunzione astrale, era da oltre un secolo, per la precisione dal 1901, che tutte le asset class non presentavano andamenti in flessione ed ovviamente siamo tutti qui a chiedercene il motivo.

Il bello è che lo scorso anno, di questi tempi, quando la situazione era totalmente opposta ovvero quando tutte le classi erano in crescita, a nessuno veniva in mente di chiedersi il perché e la cosa sembrava totalmente naturale.

Grazie alle politiche restrittive delle banche centrali, in primo luogo Federal Reserve e BCE, i tassi base (sulle medie e lunghe scadenze) sono aumentati. Anche il premio al rischio e il costo del credito sono cresciuti e questo ha contribuito a far crollare i prezzi di tutte le obbligazioni.

Le azioni, dal canto loro, avevano raggiunto valori fuori da ogni logica dopo mesi di crescita sostenuta e con i dati degli andamenti economici (fatturato e utile delle imprese) in flessione: lo spillo ha iniziato a bucare la bolla.

Più o meno tutte le materie prime – a partire da oro e argento – hanno avuto prezzi in discesa ripida, in alcuni casi (come caffè, petrolio e soia) hanno raggiunto i minimi decennali. E tutte hanno visto incrementare la volatilità e l’instabilità, come nel caso del gas naturale che ha “regalato” un picco di oltre il 20% in un giorno. Roba mai vista, che ha fatto scomparire molti piccoli trader dal mercato sotto i colpi dei margin call[1].

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Stessa sorte per chi si dilettava di forex trading online[2]: grafici in fibrillazione con movimenti giornalieri in escursione anche del 10%.

La volatilità dei mercati è stata poi accentuata dall’instabilità innescata dagli eventi di politica estera delle maggiori potenze e dalle tensioni fra Stati.

La maggiore è stata quella originata dall’imposizione di dazi doganali, per la verità più annunciata che effettivamente realizzata, da parte degli Stati Uniti sui prodotti importati dalla Cina. Un certo peso hanno avuto, a inizio anno, anche i venti di guerra fra USA e Corea del Nord, per non parlare della Brexit e dei rapporti spesso tesi di Washington con il gigante russo.

Non sono mancate crisi regionali, come quella Ucraina e la Turchia, da tempo appesantita dalla deriva totalitaria.

Infine i problemi interni della Francia, con la rivolta dei gilet gialli, e dell’Italia, con il braccio di ferro con l’Unione Europea sulla legge di bilancio e le spinte sovraniste della coalizione al governo del paese.

Tutti elementi negativi per la buona salute dei mercati, ma quasi sempre più a livello di minaccia e di sentiment che non di effettiva causalità. Vedendo dall’alto, era come se i diversi attori si divertissero a danzare sul ciglio di un burrone, dove bastava che uno cadesse per trascinare anche gli altri. Poi le crisi rientravano e si tirava un sospiro di sollievo fino alle successive. Ma ogni volta che i mercati scendevano, il crollo era brusco e intenso e alla ripartenza il recupero era sempre molto parziale.

La logica dell’investitore, in questo tipo di mercati, non era più quella di comprare sui ribassi per rivendere nei rialzi, ma di cercare di tornare in linea di galleggiamento e restare liquidi. Per questo, al primo cenno di crescita, il mercato veniva intasato dalle vendite e il titolo si fermava o tornava a scendere di nuovo.

In una situazione del genere, il consiglio per chi si trova con titoli in perdita, è quello di seguire molto attentamente l’andamento dei mercati e, appena possibile, vendere anche in pareggio o con piccole perdite. Se si è comprato con raziocinio (titoli di società che producono e guadagnano con la loro attività), prima o poi il prezzo si allineerà all’effettivo valore e intanto si possono incassare cedole e dividendi.

Chi invece dispone di liquidità, per il momento farà bene ad aspettare ancora prima di fare nuovi acquisti e non lasciarsi tentare da prezzi a saldo. Perché, come diceva Groucho Marx, quando siamo arrivati al fondo, si può sempre iniziare a scavare.

 


 

[1] Nel trading online si acquistano e vendono perlopiù strumenti derivati (futures, opzioni e simili) bloccando solo parte delle quantità movimentate, ovvero ricorrendo alla leva. Quando l’operazione diventa negativa e la perdita supera un determinato ammontare, la banca richiede un’integrazione del margine (cioè ulteriore versamento di denaro) o la chiusura dell’operazione stessa, rendendo la perdita definitiva. In quest’ultimo caso, peraltro, si accelera quello stesso movimento di mercato che aveva provocato la perdita: se i titoli stavano scendendo, la loro vendita provoca ulteriori cali in un circolo vizioso.

[2] Il forex trading è la compravendita con finalità speculativa di valute estere: In genere si opera su coppie di derivati (futures), comprandone una e vendendone un’altra in modo da guadagnare se quella comprata aumenta e quella venduta diminuisce.

Vissi d’Arte

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La nostra mini-serie sul futuro dell’Italia prosegue oggi parlando dell’altra gamba dell’eccellenza del nostro Paese: si tratta del turismo, che vive della valorizzazione del patrimonio artistico e culturale.

Siamo partiti dall’idea che il possibile sviluppo del nostro Paese dovrà essere incentrato sulle due direttrici dell’agricoltura e del turismo, con tutte le attività connesse. Abbiamo parlato della prima, l’agricoltura, e di alcune eccellenze in Sicilia, Toscana e Piemonte legate soprattutto all’enogastronomia.

In molti casi è stato naturale il passaggio al business turistico, dando vita ad iniziative che si sono trasformate con successo, tanto da far parlare di un vero e proprio filone, quello del turismo legato alla valorizzazione e alla scoperta del cibo di territorio. Da qui sono nati, solo per citare alcuni esempi, Vinitaly a Verona, il Salone del Gusto a Torino o Eurochocolate a Perugia.

 

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Non si tratta di una semplice riedizione delle sagre paesane nelle quali si poteva gustare a basso prezzo la specialità locale, spesso in piedi e circondati da folle chiassose e fumi pestiferi. Eventi, questi, animati in genere dalle donne, vere professioniste della cucina tradizionale che lavoravano a beneficio di associazioni o pro-loco.

E’ piuttosto un percorso culturale che punta a considerare la tradizione e il cibo come espressione di un territorio, della sua storia e delle eccellenze che produce. Il target a cui si rivolge è composto da persone di età adulta, cultura elevata e buon livello di reddito: persone a cui piace vivere bene e spendere.

Allo stesso modo si qualifica il turismo culturale che consiste nello spostamento finalizzato a vedere una mostra, visitare un sito archeologico o un museo, partecipare a un convegno, ma anche a un concerto, un’esibizione teatrale o operistica ed altre attività simili.

In alcuni casi si creano delle vere e proprie mode, che attirano code infinite ed ampio interesse mediatico. È quanto avvenuto, ad esempio, per i bronzi di Riace oppure per le mostre monografiche organizzate da operatori di successo quali “Linea d’Ombra”.

Molti puristi affetti da snobismo accademico criticano queste iniziative sostenendo che si tratta di operazioni commerciali che poco hanno di culturale e molto di consumistico. In parte è sicuramente vero, resta però il fatto che molta gente è disposta a muoversi e ad impiegare tempo e soldi per vedere i quadri degli impressionisti o ascoltare le musiche di Stefano Bollani, oppure a visitare i diversi luoghi in cui si svolgono manifestazioni monografiche o a tema e, così facendo, alimenta produzione e reddito e comunque alla fine qualcosa impara. Oppure, semplicemente, riesce a trarre soddisfazione e divertimento dalla fruizione dell’arte.

Il nostro patrimonio artistico e culturale è così ampio e ricco che potrebbe offrire enormi occasioni di sviluppo del turismo culturale. Si tratta di vedere se l’arte e la cultura possono essere sufficienti a garantire un adeguato ritorno economico o quanto meno un equilibrio a livello generale. E’ possibile, dunque, “vivere d’arte”, parafrasando la nota aria pucciniana?

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Non è facile rispondere a questa domanda né esiste un’unica risposta. In primo luogo si deve considerare la comunità nel suo complesso: è evidente che se si riesce ad attirare un consistente flusso di visitatori in una determinata zona, i privati che hanno attività commerciali in quella zona ne saranno avvantaggiati, così come tutti coloro che possono trovare un’occupazione diretta nella gestione o nell’organizzazione delle visite.

A livello pubblico, bisogna però valutare che ci sono costi che gravano sulla collettività, in primo luogo per la manutenzione e il restauro dei beni artistici. Quando sono necessari interventi importanti (si pensi all’allestimento di un sito archeologico e all’attività di scoperta, studio e messa in sicurezza dei reperti per renderli visitabili), è ben difficile che il solo biglietto di ingresso possa coprirne il costo per intero.

Non solo: i lavori spesso durano anni e i flussi di reddito arrivano solo dopo molto tempo e solo una volta che i lavori stessi sono terminati. C’è quindi un gap temporale fra fabbisogno finanziario per rendere possibile l’attività culturale e rientro attraverso i flussi dei visitatori. Si tratta di veri e propri investimenti, per i quali sono necessarie risorse e capacità progettuali, non sempre presenti in loco.

Occorrono amministrazioni pubbliche non solo efficienti, ma soprattutto motivate e stabili, perché i benefici di progetti così impegnativi in genere arrivano solo dopo molti anni, quando il loro mandato elettorale sarà terminato. Quindi dovranno essere così illuminate da impiegare risorse di cui la collettività beneficerà solo in futuro, l’esatto contrario di quanto ha fatto la politica finora.

La politica dei beni culturali richiede lungimiranza e investimenti cospicui. Dei due fattori, peraltro necessari ma non sufficienti per assicurare il sentiero di sviluppo di cui abbiamo parlato, paradossalmente il più difficile da mettere in campo è proprio il primo.

Alla fine, infatti, le risorse possono essere reperite attraverso forme di sponsorizzazione da parte di privati (come è successo per il restauro del Colosseo da parte del gruppo Tod’s) o project-finance[1]. In entrambi i casi si tratta di individuare fonti di reddito che rendano sostenibile e conveniente l’operazione dal punto di vista del privato che investe capitali ed energie nell’iniziative: per questo si parlava di capacità progettuale.

La lungimiranza della classe politica – e qui parliamo soprattutto delle amministrazioni pubbliche locali – è invece più complicata perché comporta visione strategica di lungo periodo: significa avere un’idea chiara di quale potrà essere il futuro delle comunità governate e riuscire a catalizzare consenso su questa idea. Molto più facile gestire il potere con elemosina, prebende e slogan roboanti.

Nel prossimo articolo parleremo dunque di iniziative che hanno consentito il recupero e la valorizzazione del patrimonio artistico, cominciando dalla Sicilia.

 


[1] Il project finance o finanza di progetto è una tecnica di finanziamento di un progetto in cui il rimborso e il costo del finanziamento stesso sono garantiti dai flussi di cassa previsti dalla attività di gestione o esercizio dell’opera, che in genere è  un’iniziativa complessa a lungo termine relativa a un bene o un’area pubblica. La caratteristica principale del project financing è rappresentata dal coinvolgimento dei soggetti privati nella realizzazione, nella gestione e soprattutto nell’accollo totale o parziale dei costi di opere pubbliche, o opere di pubblica utilità, in vista di entrate economiche future.

Le buone azioni: come scegliere i titoli azionari da comprare

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Nelle scorse settimane abbiamo cercato di capire se, dopo i rally degli ultimi mesi, sia ancora il caso di mantenere i propri investimenti in azioni (in particolare italiane), oppure sia meglio realizzare le plusvalenze ed uscire, del tutto o in parte, dal comparto: della serie “prendi i soldi e scappa”.

Non possiamo a questo punto fare a meno di un piccolo moto di autocompiacimento: il primo articolo di warning è uscito su questo blog proprio all’inizio della settimana borsistica che è poi risultata la peggiore degli ultimi anni. Dobbiamo però ribadire che la nostra opinione era, e resta, quella di non uscire dal mercato, ma al massimo di ridimensionare esposizione e rischi, prendendo profitto dove è possibile.

I motivi di tale orientamento sono stati ampiamente illustrati nei due articoli precedenti e non è il caso di ripeterli. Può essere invece utile fare un piccolo passo indietro per rispondere alla domanda: quali sono i titoli azionari su cui investire? Domanda che logicamente si pone su un piano temporale antecedente alla scelta che abbiamo discusso.

Non c’è dubbio infatti che una gestione proficua del portafoglio si costruisce comprando bene: se scegliamo buoni titoli e gestiamo con intelligenza (e un po’ di fortuna) il momento dell’ingresso – il cosiddetto timing – è molto probabile che, anche in caso di crollo generalizzato del mercato azionario, riusciremo a restarne indenni o solo leggermente danneggiati. Salvo che non ci dovessimo trovare nella situazione di dover liquidare in fretta l’investimento, situazione che è sempre da evitare per il risparmiatore accorto attraverso il mantenimento di una congrua riserva di liquidità.

Come scegliere dunque “le buone azioni” nel mare magnum di possibilità di acquisto che i mercati ci presentano?

Vediamo di definire un percorso razionale, dando per scontato che il comparto azionario sia già stato individuato nella nostra asset allocation e che quindi abbiamo già deciso quanto investire in azioni.

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I nostri lettori ricorderanno che l’ultima fase del processo, quella dell’implementazione, consiste nella scelta di quali titoli (o strumenti) acquistare e quando fare l’investimento. Due decisioni che influenzeranno in modo decisivo la performance del nostro portafoglio.

Intanto dobbiamo individuare il settore produttivo e l’area geografica che riteniamo suscettibili delle migliori performance. E questa non può che essere una valutazione sui fondamentali dell’economia, mediata dalle convinzioni personali.

Successivamente, il primo nodo da sciogliere è relativo alla tipologia di strumento: meglio una quota di fondo comune o un ETF[1]oppure meglio cimentarsi nel cherry picking, ovvero nella scelta dei singoli titoli proprio come quando si scelgono le ciliegie migliori?

Nel primo caso si tratta di strumenti più “impersonali” ovvero tendenzialmente svincolati dalle decisioni individuali perché delegati a gestori professionali (nel caso dei fondi comuni) oppure rivolte a strumenti sintetici (indici) che replicano l’andamento indici o parametri.

In entrambi i casi ci sono comunque scelte da fare:

  • Per il fondo quale prodotto, è necessario valutare sulla base del track record del gestore (serie storica dei risultati passati) e dello stile di gestione (più o meno aggressivo, long/short[2], specializzato o meno[3]), nonché sull’eventuale comparto da scegliere;
  • Per l’ETF, sulla base della solidità dell’emittente e delle modalità di costruzione dell’indice (settoriale, generale, long/short, con o senza leva[4])

 

Una volta fatte queste scelte preliminari, tuttavia, possiamo tranquillamente disinteressarci del nostro investimento, salvo verificarne periodicamente l’andamento, avendolo delegato, rispettivamente, a gestori professionisti oppure ad un algoritmo meccanico.

Questo tipo di scelta è consigliabile a chi non ha una conoscenza specifica del mercato azionario e preferisce affidarsi ad esperti oppure alla statistica. A fronte di questa maggiore comodità, e minore rischio, vanno messi in conto i costi commissionali da riconoscere ai gestori o agli emittenti degli ETF, anche se spesso abilmente camuffati e difficili da quantificare.

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La seconda opzione, il cherry picking, è invece più rischiosa e richiede maggiori conoscenze, ma anche indiscutibilmente più divertente.

Di questo parleremo nel prossimo articolo, col quale si concluderà questa breve ma intensa incursione nel variopinto mondo delle borse.

 

 


[1] L’ETF (Exchange traded fund) è una particolare tipologia di fondo di investimento, quotato in Borsa, che ha come obiettivo di rendimento quello di replicare l’indice al quale si riferisce (benchmark) attraverso una gestione totalmente passiva. In altre parole è costituito da un algoritmo la cui quotazione  riflette l’andamento del benchmark: sale quando l’indice sale e viceversa.

[2] L’opzione long/short è quella che consente ad alcuni gestori di puntare sia sul rialzo dei titoli (posizione long) che sul loro ribasso (posizione short). In questo secondo caso lo stile di gestione è più aggressivo e comporta un rischio più elevato, ma dà la possibilità di guadagnare anche nelle fasi di calo dei mercati

[3] Un fondo azionario è specializzato quando investe solo in alcuni settori merceologici o in alcune aree geografiche o in determinate tipologie di imprese (ad esempio piccole e medie)

[4] La leva finanziaria consiste nella possibilità di investire anche risorse prese a prestito, anziché i soli mezzi propri, operando a leva, e quindi ricorrendo al debito, si aumenta la possibilità di ottenere buone performance ma aumenta anche il livello di rischio in quanto con la performance vanno coperti anche gli interessi sul debito

La lotta di classe fra operai e consumatori: il caso Walmart

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Abbiamo visto nel precedente articolo come il colosso statunitense Amazon eserciti una forma di potere e di pressione enorme nei confronti delle comunità in cui si insedia, al punto da emanare, come detto, una sorta di “atipico” bando per le pubbliche amministrazioni, sulla cui evoluzione sarà interessante tenersi aggiornati.

Vediamo oggi un caso un po’ diverso, ma di impatto se possibile ancora maggiore sui meccanismi alla base dei rapporti sociali ed economici del mondo post-industriale: si tratta del gigante della grande distribuzione Walmart, probabilmente la più grande azienda del mondo, sicuramente quella con il maggior fatturato.

La sua influenza sulla vita quotidiana, le abitudini e l’economia della popolazione è così forte che è stato coniato il termine “effetto Walmart[1] per significare il condizionamento operato dalla multinazionale non solo su dipendenti, clienti, fornitori, ma anche sulle comunità in cui è insediata ed in quelle esterne.

 

Solo un quarto di secolo fa tuttavia, Walmart era una delle tante catene di supermercati, presente in 9 stati degli USA, e quindi certamente importante, ma non molto diversa da tutte le altre. Oggi ha circa 260 milioni di clienti; 11.600 punti vendita in 28 paesi di tutto il mondo; 2,2 milioni di dipendenti e fattura quasi 500 miliardi di dollari all’anno. Dimensioni che si fatica perfino a comprendere in una realtà come quella italiana: più simili a quelle di uno stato che di una singola azienda.

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Dimensioni che forse neanche il fondatore Sam Walton poteva concepire quando nel 1962 dette vita alla società a Betonville, in Arkansas, un borgo con 36.000 anime.

Sarebbe interessante ripercorrere le fasi e le modalità della crescita iperbolica, che continua anche oggi al ritmo di 1.000 nuove location all’anno: una storia da manuale tipicamente americana, a base di dedizione al lavoro, sconfinato ottimismo, mission aziendale chiara e determinazione ferrea.

Quello che però vogliamo qui sottolineare è la natura sociale dell’effetto Walmart. La ricerca ossessiva del contenimento dei costi per essere in grado di “garantire al consumatore ogni giorno il prezzo più basso” (come recita la mission dell’azienda) ha portato il gruppo a pratiche sostanzialmente vessatorie nei confronti di dipendenti e fornitori, sfruttando la sua forte posizione commerciale.

 

Anche se i dipendenti vengono graziosamente ma in modo farisaico definiti “associates” e i fornitori “partners”, Walmart di fatto strizza entrambi come limoni, fino al punto di rottura ed oltre.

 

Nei confronti dei fornitori, produttori di ogni dimensione in ogni parte del mondo, naturalmente Walmart rappresenta un cliente di primaria importanza, in grado non solo di fare ordini molto consistenti e pagare puntualmente ma di contribuire all’immagine stessa dell’azienda che può vantare nel proprio portafoglio un nome così altisonante. Infatti annoverare Walmart fra i propri clienti è, per qualsiasi azienda, una patente di serietà, affidabilità e qualità che certamente giova al suo buon nome.

Per molte imprese infatti, il gigante della distribuzione USA è uno dei principali clienti, talvolta addirittura l’unico. Anche grandi gruppi si sono attrezzati per servire Walmart in modo dedicato ed esclusivo: è il caso di Procter & Gamble ha una divisione in cui lavorano 250 persone che si occupa solo di gestire il rapporto con Walmart.

L’ovvia conseguenza è che la trattativa con i fornitori non è un normale negoziato commerciale, ma diventa alla fine una vera e propria imposizione sia in termini di prezzo che di condizioni di vendita. Infatti, ad esempio, Walmart obbliga i fornitori a consegnare la merce direttamente ai suoi punti vendita anziché a pochi centri logistici come succede in genere, ribaltando così integralmente il costo della distribuzione e del trasporto sui fornitori stessi.

Ha fatto scuola poi l’obbligo imposto di fornire la merce senza confezioni esterne e imballaggi, in modo da poterla collocare direttamente sugli scaffali risparmiando costo del materiale e del lavoro. I due cent risparmiati in media per ogni dollaro acquistato vengono ripartiti a metà col fornitore stesso

Nonostante tali imposizioni, la dinamica del rapporto fra Walmart e i suoi fornitori può tuttavia ancora dirsi una componente fisiologica, seppure inusuale, di un accordo commerciale, nel quale una parte guadagna (Walmart) e l’altra perde.

 

 

Quello che rischia davvero di influire sui meccanismi sociali, e che testimonia un radicale cambiamento della società postindustriale, è invece il rapporto con i dipendenti.

 

Il gruppo statunitense è stato infatti accusato di comportamenti vessatori nei confronti dei lavoratori, paventando una situazione di sfruttamento massiccio della mano d’opera. Questo ovviamente al fine di consentire prezzi di vendita in continua riduzione ed attrarre, per tale via, un numero sempre maggiore di clienti.

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Dal punto di vista dell’azienda si tratta di una politica di forte contenimento dei costi di produzione e di ricerca di maggiore produttività. Dal punto di vista dei dipendenti significa invece barattare la sicurezza del posto di lavoro, in una grande azienda in continua espansione, con l’accettazione di condizioni penalizzanti in termini di orari, salari, flessibilità e la rinuncia a molte delle garanzie faticosamente ottenute da generazioni di lavoratori.

Dal punto di vista sociale, invece, non può che prendersi atto che la lotta di classe che abbiamo conosciuto dai tempi della rivoluzione industriale ha ormai cambiato radicalmente i connotati: non più operai contro padroni, ma dipendenti contro consumatori.

Ciò che assume valore non è tanto il contributo alla produzione quanto il contributo al consumo. Le persone valgono e sono degne di tutela sociale in quanto consumano, spendono e fanno girare il sistema. Non è più questione di ricchi e poveri (operai poveri e padroni ricchi, come in passato), in quanto i consumatori possono essere anche più poveri dei dipendenti di una grande azienda, che tutto sommato hanno almeno lavoro stabile e retribuzione assicurata, anche se in calo.

Nella scala sociale la vera fonte di ricchezza è il cliente che spende e non il dipendente che costa. I clienti non sono mai abbastanza e si fa di tutto per incrementarne il numero; di dipendenti invece c’è ampia offerta. Coerentemente, l’immagine aziendale è tutta proiettata a presentare un soggetto attento all’ambiente, impegnato nella filantropia e in linea con i principi di Corporate social responsibility[2] che i clienti mostrano sempre di apprezzare.

Un po’ paradossale che si risparmi sulle condizioni di lavoro e di vita dei dipendenti all’interno dell’azienda per spendere in beneficienza e a favore dell’ambiente esterno. In quanto dipendente Walmart, un ipotetico quanto sconosciuto John Smith è vessato e sfruttato, ma in quanto cittadino e potenziale consumatore è corteggiato e ricercato.

Inutile chiedersi se questa tendenza sia per la società indice di progresso oppure di barbaro arretramento, oltre al fatto che sembra molto difficile capire dove potremo arrivare: occorre piuttosto fare i conti con la nuova realtà e, per quanto possibile, attrezzarsi.

 


[1] Charles Fishman, “The Wal-Mart effect. How an Out of Town Superstore became a Superpower”, Penguin Books, London 2006.

[2] Con il termine Corporate Social Responsibility (CSR), in italiano “responsabilità sociale d’impresa”, si intende il complesso delle politiche aziendali, delle misure intraprese e dei rapporti attivati da parte delle grandi, piccole e medie imprese per gestire efficacemente le problematiche d’impatto sociale ed etico al loro interno e nelle zone di attività.

IL CAPITALE ETICO (1)

IL CAPITALE ETICO (1)
Logos, bene comune e interesse generale

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Sarebbe bello se la nostra quadrilogia potesse diventare una “pentalogia”, ovvero se dopo il capitale economico, il capitale sociale, il capitale umano e il capitale erotico, anche il capitale etico si potesse includere nel novero.

In questo articolo esaminiamo i fondamenti filosofici e storici del concetto, seppure in estrema sintesi, e la prossima settimana proveremo a fotografare “lo stato dell’arte”.

La sollecitazione è venuta da un attento lettore del blog, Marco Falletti, che in margine agli articoli sul capitale erotico, suggeriva di prendere in considerazione la dimensione etica del concetto di capitale, descrivendolo in questi termini:

Un insieme di correttezza, gentilezza, riservatezza, umiltà, parsimonia di parole, capacità di ascolto. Una sorta di propensione all’altro, di apertura, in netto contrasto con la tendenza alla separazione, alla affermazione di sé, classiche manifestazioni di quel “potere”. Dunque uno strano capitale umano, che porta ad unire, più che a dividere, che ti porta a vedere tali persone come montagne, che però non ti sovrastano, ti accolgono, ti abbracciano.

Proviamo dunque a vedere se è possibile concepire, accanto a quelle ricordate all’inizio, una tipologia etica del capitale.

Per sua natura, la dimensione etica si colloca fra quella intimamente personale, ove sono compresi il capitale umano e quello erotico, e quella sociale, incentrata sui rapporti della persona (che qui esaminiamo come soggetto economico) con l’ambiente che la circonda. “L’uomo è animale politico” (politikòn zôon), diceva Aristotele, e in quanto tale è portato per natura a unirsi ai propri simili per formare delle comunità; ovvero si esprime e agisce in un contesto di altre persone: la famiglia, la polis, lo Stato, in senso ampio il mercato.

 

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Lo stagirita affermava che caratteristica peculiare dell’uomo è di essere provvisto di logos (in greco: λόγος), che deriva dal greco λέγω (légο) e letteralmente significa scegliere, raccontare, enumerare, parlare, pensare. Questa parola è venuta poi nel tempo assumendo un significato sempre più complesso: i corrispondenti termini latini (ratio, oratio) si rifanno con il loro significato di calcolo, discorso a un concetto più esteso di stima, studio (come suffisso), apprezzamento, relazione, legame, proporzione, misura, ragion d’essere, causa, spiegazione, frase, enunciato, definizione, argomento, ragionamento, ragione, disegno (1) .

Attraverso il logos si stabilisce un rapporto e confronto con gli altri uomini, rendendo così naturale organizzarsi in comunità, e quindi dare vita allo Stato, che risponde ai bisogni naturali dell’individuo. Come afferma ancora Aristotele nelle primissime righe del Libro I della “Politica”, ogni Stato è una comunità (koinonia) e ogni comunità si costituisce in vista di un bene (2).

La sequenza logica del pensiero aristotelico su questo punto è pertanto:

RAGIONE → STATO → BENE COMUNE

Da qui, secondo me, conviene partire per verificare l’esistenza del capitale etico. In particolare, dal concetto di bene comune, che è alla base della dottrina cattolica, insieme a quello di solidarietà.

Senza entrare troppo sul terreno religioso, e limitandoci ai soli aspetti economici, possiamo definire il bene comune come uno specifico bene che è condiviso da tutti i membri di una specifica comunità: proprietà collettiva e uso civico. In quanto tale, si differenzia dal bene privato che è invece di proprietà individuale e di uso esclusivo.

Come si vede, in questi termini (interesse generale, proprietà collettiva) la teoria cristiana e quella marxista trovano un formidabile terreno di convergenza.

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Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae, scritta intorno al 1270, affermava che la legge non è che una prescrizione della ragione, in ordine al bene comune, affermando che il bene comune è anche il fine comune e che costituendosi la legge innanzitutto per riferimento al bene comune, qualsiasi altro precetto sopra un oggetto particolare non ha ragione di legge sino a quando non si riferisce al bene comune.

Dopo questo excursus filosofico, e per tornare sul terreno dell’attività economica, possiamo quindi stabilire che il profilo etico nasce dalla razionalità dell’uomo (quello che abbiamo definito logos o ratio) ed è orientato a perseguire il bene comune, ovvero l’interesse collettivo: tale interesse si pone su un piano diverso, forse superiore, rispetto a quello privato ed esclusivo.

Per assurdo, senza la dimensione etica o sociale, anche il capitale economico servirebbe a ben poco: è proprio l’attività economica che consente all’individuo di far crescere, valorizzare e godere il proprio capitale. Se un individuo possedesse una grande ricchezza ma si trovasse su un’isola deserta senza poterne uscire, il suo capitale sarebbe del tutto inutile.

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Mi è capitato di riflettere sull’etica in economia alla fine degli anni 80, in seguito a un convegno che si tenne a Bologna nell’aprile 1987 (3) e alla pubblicazione dell’enciclica Solicitudo rei socialis, emanata nel 1987 da Giovanni Paolo II, che anticipò solo di qualche anno le vicende di Tangentopoli.

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In quella stagione il tema dell’etica (o meglio della sua negazione) si pose con forza al centro del dibattito politico, rendendo evidente che un sistema incentrato su corruzione diffusa, perseguimento ossessivo dell’interesse privato e spregio quasi ostentato dei canoni della più elementare correttezza non avrebbe potuto mai sopravvivere e crescere.

A distanza di quasi un quarto di secolo, bisogna purtroppo constatare che i problemi emersi in quel contesto sono ben lungi dall’essere risolti e che i comportamenti illeciti non sono mai cessati, anzi hanno sempre trovato forme e strumenti nuovi per affermarsi.

Va anche detto che quella fase storica fu caratterizzata da sensazionalismo giustizialista e da manie di protagonismo mediatico da parte dei pubblici ministeri, che in poche occasioni riuscirono a veder confermate in giudizio le accuse.

Da allora, molta acqua è passata sotto i ponti ma per certi aspetti sembra che non sia successo niente. Per questo è lecito chiedersi se ha senso parlare di capitale etico e se questo concetto possa essere in qualche modo valorizzato. Lo vedremo nel prossimo articolo.

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(1) W. Cavini in Enciclopedia Garzanti di Filosofia, 1981, pag. 535

(2)  Aristotele, Politica, Libro I, 1252a

(3) “Danaro e coscienza cristiana”, i cui atti sono pubblicati da EDB, Centro Editoriale   Dehoniano, Bologna 1987

 

Libero scambio e protezionismo

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Nella settimana che ha visto l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, uno degli argomenti più dibattuti é stato certamente quello sulla forma di mercato: libero scambio o protezionismo? O meglio: dopo aver esaltato, dai banchi di scuola a quelli dei governi occidentali, le virtù dell’apertura dei mercati, c’e la concreta possibilità che si voglia invece tornare all’oscurantismo protezionistico?

Il tema non é solo accademico e virtuale, é invece molto concreto e reale, con importanti conseguenze sui mercati finanziari, sul lavoro delle imprese, sui consumatori e sullo Stato.

Se la circolazione delle merci è limitata, quella del denaro lo diventa in misura ancora maggiore, per cui il protezionismo economico produce, con effetto leva, quello finanziario.

La limitazione al libero scambio di merci e servizi origina ovviamente mercati chiusi che possono funzionare se un sistema è tendenzialmente autosufficiente, ovvero se al suo interno si trovano tutti i beni di cui la comunità necessita e se non esistono surplus di beni che il mercato interno non è in grado di assorbire. In caso contrario, i beni che si devono acquisire dall’esterno come minimo costeranno più cari e i beni da esportare troveranno enormi difficoltà ad essere venduti.

Per quanto riguarda i consumatori, naturalmente pagheranno più cari i loro consumi, essendo questa la naturale contropartita del vantaggio competitivo concesso alle imprese nazionali. Ci saranno poi una serie di prodotti che saranno per loro del tutto inaccessibili: quelli realizzati da imprese straniere.

Infine la pubblica amministrazione dovrà organizzarsi per la riscossione delle imposte doganali, da un lato, e riequilibrare con la fiscalità la distorsione del carico a vantaggio delle imprese e a scapito delle famiglie dall’altro.

Per quanto detto fin qui, sembra che le uniche  a trarre profitto dai mercati protetti siano le imprese, che, essendo libere dalla pressione della concorrenza, possono permettersi di imporre prezzi più alti e di tenere livelli di produttività inferiori. Ma occorre fare una serie di distinguo.

In primo luogo, le aziende favorite dal protezionismo sono quelle meno efficienti e che hanno solo un mercato interno. Le alte ne sono invece danneggiate perché si trovano preclusi mercati dove potrebbero collocare i loro prodotti a condizioni remunerative. Non solo, ma la pressione al ribasso sui salari (inevitabile in un mercato del lavoro parimenti chiuso: se vuoi lavorare puoi farlo solo qui e alle mie condizioni) trova un limite nella capacità dei lavoratori di acquistare prodotti a prezzi crescenti. Il punto non è tanto la preoccupazione per le condizioni dei lavoratori (alle quali le imprese sono in genere poco sensibili), quanto il fatto che essi, alla fine, costituiscono l’unico mercato di riferimento delle imprese protette: se i consumatori non hanno soldi per comprare, certamente le imprese non vendono. Se dovessimo fare un bilancio di vantaggi e svantaggi dei due sistemi a confronto, è difficile affermare la superiorità del protezionismo. Può avere un senso solo come misura di emergenza, per un periodo di tempo limitato, in chiave difensiva per il sistema produttivo di un certo paese. Nel lungo periodo, inevitabilmente, i nodi vengono al pettine.

Perché allora Trump ha messo nel suo programma l’adozione di misure protezionistiche? Credo che le ragioni siano essenzialmente due :

 

  1. La cambiale messa all’incasso dall’industria che ha dato il suo sostegno per l’elezione e che teme la concorrenza, soprattutto asiatica;
  2. Il complesso problema dei flussi migratori.

 

Sul primo aspetto, c’è poco da aggiungere  a quanto detto sopra. Solo il fatto che la dinamica delle valute (in modo particolare l’andamento del dollaro), è un tema molto sensibile per i detentori, prevalentemente asiatici, dei titoli del debito pubblico americano. Sul secondo, le motivazioni reali sembrano più di natura ideologica o emotiva che non economica. I migranti rappresentano un grande problema delle società occidentali di oggi. I flussi incontrollati sicuramente pongono problemi di ordine pubblico, di assistenza e servizi per un numero molto elevato di persone.

Ma possono rappresentare anche una notevole opportunità sia come forza lavoro in un sistema che da tempo si trova in massima occupazione, sia come mercato addizionale interno.

E d’altra parte, la ricchezza degli Stati Uniti nella storia è stata costruita proprio grazie alla tradizionale accoglienza e integrazione offerta agli immigrati, in un paese in cui non esiste, salvo quello dei pellerossa, nessun ceppo etnico autoctono. Ogni americano è anche qualcos’altro: italiano, irlandese, greco, cinese e così via.

Del resto, la Statua della Libertà, la prima visione che ha dell’America chi la raggiunge dal mare, accoglie i visitatori con le parole del noto sonetto di Emma Lazarus incise sul piedistallo::

 

“Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifuti miserabili della vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste, e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata

Pillole di Finanza: lascia o raddoppia

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Buona regola in finanza é quella di realizzare i guadagni di un investimento quando l’utile raggiunge una certa soglia obiettivo generale che l’investitore può proporsi. Ad esempio, se tale soglia fosse del 20%, ogni volta che un qualunque titolo in portafoglio supera di quella soglia il costo di acquisto, conviene senz’altro passare alla cassa e mettere in tasca il profitto.

Lo stesso, indicativamente, quando l’investimento raggiunge il livello target (bersaglio) sulla base del quale avevamo deciso di acquistare proprio quel titolo. Ad esempio, se un’azione ha un prezzo di 15€ e in base alle nostre valutazioni o alle stime degli analisti e si prevede che in un certo periodo di tempo (diciamo un anno) quell’azione arrivi a 17€ – ovvero abbia un potenziale di apprezzamento (upside) del 13% – al momento in cui la quotazione raggiunge i 17€, sarebbe buona cosa vendere.

Quindi, nel nostro caso, se compriamo un titolo a 15€ e dopo soli due mesi il titolo sale a 17€, la prima opzione razionale é vendere, per evitare che successive oscillazioni negative del prezzo, anche se temporanee, allontanino il nostro obiettivo. Se tuttavia in quel momento decidiamo di mantenerlo ancora in portafoglio perché il mercato sta salendo e vogliamo strappare qualche Euro in più  di utile inatteso e il titolo arriva a 18€ (+ 20%), portandoci anche oltre le nostre aspettative iniziali, il consiglio é di rompere gli indugi e portarsi a casa i 3 Eurini, senza saper né leggere né scrivere.

Se poi, nonostante il guadagno già fatto, quel titolo cresce ancora di valore, niente vieta di prendere ancora in considerazione l’eventuale riacquisto, ma la nuova valutazione di investimento va fatta a partire dal nuovo prezzo di mercato di 18€, perché a questi livelli gli elementi di giudizio si sono sensibilmente modificati. E comunque in genere non é mai un buon acquisto quello fatto in costanza di una crescita sostenuta, così come non é mai una buona vendita quella fatta quando un titolo é in caduta libera. In finanza si usa dire “non cercare mai di afferrare un coltello che sta cadendo”.

Questa semplice norma di comportamento rende certamente molto difficile, se non impossibile, fare il “colpo della vita”, ovvero realizzare guadagni stellari su un singolo asset. Del resto, la logica del colpo della vita, che é una logica tipica dell’azzardo e non dell’investitore razionale, non é quella che deve ispirare il lettore di questo blog.

 Sicuramente però la regola del 20% ci consente di portare a casa sempre un buon guadagno e di non ritrovarsi con un pugno di mosche in caso di fiammate sporadiche e spesso irripetibili di un singolo titolo.

Il messaggio quindi é: quando decidiamo di acquistare un titolo, definiamo per quel titolo un obiettivo di rendimento nell’arco del nostro orizzonte temporale (normalmente, e per semplicità, diciamo un anno) e comunque un obiettivo generale massimo (ad esempio il 20%).  Se anche prima della scadenza l’obiettivo del titolo é raggiunto, la prima opzione é vendere; in ogni caso se in qualunque momento un titolo raggiunge l’obiettivo generale massimo,  vendiamo serenamente e portiamo a casa l’utile.

Che poi, anche nel senso inverso di massima perdita sostenibile su un singolo asset, é la base delle tecniche di stop-gain e stop-loss che gli investitori professionali impostano in modo automatico.