Pillole di Finanza: quando è meglio vendere o comprare?

Si pone spesso la domanda, rispetto ad un titolo che abbiamo in portafoglio e che ha avuto una buona performance tanto da incorporare una plusvalenza teorica, se e quando venderlo per “passare alla cassa” e portare a casa il guadagno. Oppure, rispetto a un titolo che ci piace e sta invece diminuendo di valore, se e quando comprare.

Intanto una premessa: in finanza si guadagna soprattutto COMPRANDO BENE. Quindi è necessaria massima attenzione soprattutto nella scelta dei titoli e nel timing (ovvero il momento) in cui effettuare l’acquisto.

Infatti talvolta vediamo un titolo, che pure ci piace ma che non abbiamo (ancora) in portafoglio, crescere in modo molto accentuato e – non volendo perdere ulteriori opportunità – saremmo tentati di comprarlo.

Quest’ultimo é il caso più rischioso, e quasi mai é consigliabile “salire sul treno in corsa”: troppe probabilità di farsi male entrando all’apice della quotazione. Quindi una prima indicazione é: evitiamo di mettersi in scia sugli acquisti con il rischio di restare col cerino acceso in mano al momento in cui il prezzo comincerà a diminuire.

Nei primi due casi sopra descritti, invece, non é certo facile fare la scelta giusta. Intanto, una volta scelto un titolo su cui investire, dobbiamo avere un’idea di quale sia il suo prezzo “normale” o “tendenziale”. In genere gli analisti definiscono un livello atteso considerato target, oppure un intervallo fra un valore minimo e un valore massimo, sulla base del valore che essi attribuisco all’azienda e ai flussi di cassa che quella società prevedibilmente realizzerà in futuro.

Se il prezzo di mercato è inferiore al target price, gli analisti dicono che quel titolo ha un potenziale di apprezzamento (upside) e ne consigliano l’acquisto con raccomandazione buy, in caso contrario prevedono un downside e la raccomandazione è sell.

Naturalmente le cose non sempre vanno come gli analisti prevedono, ammesso e non concesso che le loro valutazioni su un determinato titolo vadano almeno nella stessa direzione. Ma certamente se la maggior parte di essi consiglia l’acquisto e intravvede un buon upside, una volta verificato che i multipli (come descritti nella precedente pillola) siano ragionevolmente bassi  in relazione al settore di appartenenza, possiamo razionalmente procedere ad acquistare.

In merito alla vendita, un buon consiglio è quello di non lasciarsi ingolosire troppo da un andamento rialzista, nell’aspettativa che la plusvalenza possa crescere ancora. E’ buona regola darsi un obiettivo per ogni titolo che si acquista, coerente con l’obiettivo complessivo dell’asset allocation strategica, ma non necessariamente coincidente con esso: ad esempio considerare come obiettivo di apprezzamento un valore medio fra quelli indicati dagli analisti presi in considerazione. Inoltre è bene darsi una regola generale che ci consenta, anche in caso di rally rialzisti su un titolo in portafoglio, di portare comunque a casa un guadagno soddisfacente anche se il titolo continua a crescere: ad esempio vendere sempre quando abbiamo realizzato un utile del 20%. Saremo poi sempre in tempo a ricomprarcelo, più tardi, eventualmente anche ad un prezzo maggiore se le condizioni di mercato si sono nel frattempo modificate, ma avremo fatto l’utile esercizio di sottoporre quel titolo a una seconda valutazione.

A questo punto, rispetto a un titolo in utile, abbiamo indicazioni precise su quando vendere: se ad esempio un’azione X, che abbiamo comprato (prezzo di carico) a 100, ha un prezzo di mercato di 110 e un prezzo target medio 115, ogni prezzo di vendita compreso fra 115 e 120 può essere considerato un ottimo prezzo di vendita.

Analogamente, dobbiamo stabilire anche un livello massimo di perdita che possiamo ritenere accettabile, per evitare di farci travolgere da eventuali ed improvvise situazioni di crisi. Anche in questo caso, un ragionevole livello di stop loss può essere quello del 20%, per cui nel caso sfortunato di un crollo del nostro titolo, una volta che il prezzo dovesse arrivare a 80, è da vendere immediatamente.

Queste due  semplici regole, quella di vendere in modo quasi automatico una volta raggiunto un certo livello di plusvalenza  oppure una certa minusvalenza,  consentono di evitare quasi tutte le bolle speculative e di non restare con l’”uomo nero” in mano in caso di crolli imprevisti e violenti del mercato in generale o di un certo titolo in particolare.

 

 

 

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Pillole di Finanza: corsi e ricorsi

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Non c’è niente che abbia maggior successo, in finanza, delle suggestioni cabalistiche o di quelle basate sui corsi e ricorsi storici, spesso senza alcun evidente motivo razionale, ma sempre molto seguite, del tipo “non sarà vero ma ci credo”. Un po’ come gli oroscopi, cui pochi ammettono di credere ma che tutti leggono con curiosità.

Sell in may and go away: il vecchio adagio riferito alla borsa americana, ad esempio, è ancora uno dei più popolari nel nostro Circo Barnum della finanza. Poi magari succede, come in Italia nell’anno appena finito, che a maggio-giugno sarebbe invece convenuto comprare per vendere ora dopo il rally autunno-inverno.

La cabala, ma anche l’evidenza statistica, indicano che ora i portafogli azionari dovrebbero essere alleggeriti e le gradite plusvalenze di chi ha comprato, appunto, in primavera, realizzate. Nelle prossime settimane (o mesi) chi ci crede dovrebbe chiudersi in difesa e praticare un bel catenaccio. Alcuni parlano di “apocalisse finanziaria prossima ventura”, e comunque quasi tutti mettono in guardia dalla probabile inversione del ciclo, nonostante che i multipli di borsa e i fondamentali possano far prevedere ancora un’ulteriore possibile prolungamento della crescita dei mercati azionari.

Se stiamo alla cabala, non c’é dubbio che il 17 sia un numero che fin dall’antica Roma é stato ritenuto portatore di sventura (XVII sarebbe infatti  l’anagramma di vixi, ho vissuto, ovvero ero e non sono più).

Non solo, ma ciclicamente gli anni che terminano con il 7 si ricordano per eventi finanziari catastrofici o comunque infausti: il 1987 del crollo di Wall Street con il celebre venerdì nero, il 1997 con il quasi default della Russia, il 2007 con l’inizio della grande depressione mondiale originata dai subprime e  culminata col fallimento Lehman Brothers.

Più degno di fede é però l’andamento storico dell’indice S&P 500, il paniere formato dalle 500 maggiori società quotate USA e indicatore principe del mercato azionario statunitense e, per estensione, mondiale.

Ebbene, il grafico di questo indice mostra chiaramente che periodi di crescita intensa che durano 4/5 anni sono seguiti da 2/3 anni di crollo. Dal 1996 e 1997 (anno di minimo, come si diceva sopra) fino alle torri gemelle nel 2001, l’indice é cresciuto di circa il 110%. Dopo essersi dimezzato, dal 2002 lo S&P 500 é tornato a crescere fino al 2007 di un altro 121%. Con la grande crisi il crollo è arrivato al 55% e infine dal 2009 a tutto il 2016 l’impennata é stata di quasi il 300%. Se gli scricchiolii che si sono avvertiti nell’anno da poco concluso (rallentamento della crescita in Cina, flussi calanti del commercio mondiale, correzioni anche importanti dei mercati avvenute nella prima parte dell’anno) sono le prime avvisaglie di una nuova imminente crisi, allora i timori possono non essere ingiustificati.

É vero che l’inflazione può (e dovrebbe) ancora crescere, e che le previsioni sugli utili aziendali non sono così preoccupanti, ma ridimensionare a questo punto la componente azionaria dei portafogli a vantaggio della liquidità o – al limite – di obbligazioni a tasso variabile potrebbe essere un comportamento prudente e razionale per evitare brutte sorprese. Come dire: meglio aver paura che buscarne.

Scalate ostili, OPA et similia

E’ notizia di qualche settimana fa la scalata dei francesi di Vivendi a Mediaset, azienda quotata italiana e gigante delle comunicazioni. La cosa ha suscitato interesse e scalpore, e sui media nazionali – non sempre completamente neutrali sul tema – è stata descritta come un assalto da parte dell’invasore straniero che viene a depredare il paese di uno dei suoi asset più importanti.

La scalata (bid) é in realtà un’operazione connaturata al sistema di mercato, incentrato sulla borsa. Ciò che da noi la rende inusuale  é piuttosto il fatto che in genere si é preferito, in casi analoghi del passato, aggirare il mercato e ricercare operazioni “amichevoli” attraverso accordi diretti con gli azionisti di maggioranza.

Questo tipo di operazioni sono forse più eleganti e anche meno dispendiose per gli scalatori, ma certamente meno “amichevoli” nei confronti degli azionisti di minoranza. La legge che rende obbligatoria l’offerta pubblica di acquisto (OPA) al raggiungimento della soglia di partecipazione del 30% serve proprio a tutelare questi ultimi, in genere definiti come “parco buoi”, e come tali normalmente trattati nel nostro mercato. Vediamo di che si tratta, mantenendoci sulla sostanza e lasciando da parte i tecnicismi giuridici ed economici.

Il mercato delle azioni (la borsa) ha una duplice funzione:

  • per le società serve a reperire capitali di rischio e a limitare le risorse da impiegare da parte del soggetto economico (l’imprenditore);
  • per i risparmiatori serve a trovare forme di impiego del loro denaro che siano prontamente liquidabili all’occorrenza e contando (oltre che sul dividendo) soprattutto su un aumento di valore nel tempo dell’azienda.

 

Un’azienda brillante e di successo consegue redditi, e distribuisce profitti agli azionisti, ma principalmente aumenta di valore, ovvero tende a incorporare nel prezzo delle proprie azioni i flussi di cassa futuri che andrà a distribuire. Non solo: dal punto di vista di un’azienda concorrente o di una che opera nello stesso settore o in settori analoghi magari all’estero, il valore di quella società può essere anche maggiore, nella convinzione che una fusione fra le due realtà possa generare sinergie individualmente non realizzabili. Oppure che il cambio di management renda l’oggetto del desiderio (target) ancora più redditizio.

Abbiamo detto in un precedente articolo che il prezzo di un’azione rappresenta il valore che il mercato attribuisce in un certo momento a quella società, ovvero la sua capitalizzazione di borsa (valore totale delle azioni emesse). Se supponiamo che una Società X abbia dieci milioni di azioni in circolazione e ciascuna azione é quotata 10 Euro, significa che il mercato “valuta” quella società 100 milioni. Se un concorrente estero, supponiamo Y, é convinto che fondendo X ed Y, il valore della nuova realtà sia 150 milioni oltre al valore corrente di Y, egli sarà disposto a pagare quelle azioni fino a 15 Euro l’una.

Come può muoversi allora il nostro Y (lo “scalatore” o raider) per acquisire il controllo di X (lo “scalato” o target), ammesso che abbia le risorse necessarie (o sia in grado di procurarsele, ad esempio attraverso il debito o un aumento di capitale)?

Il metodo “amichevole” consiste nell’accordarsi con gli azionisti di maggioranza di X, che per semplicità supponiamo controllino la società al 60% (in realtà basta molto meno per avere il controllo di una società quotata), ovvero possiedano 6 milioni di azioni delle 10 totali. Poiché il pacchetto attribuirebbe ai compratori la disponibilità dell’azienda, in teoria essi potrebbero offrire fino a 110 milioni di Euro per quel pacchetto (cioè 150 meno il prezzo delle altre azioni), che come abbiamo visto in borsa ne vale 60. Ciò significa che Y potrebbe pagare ai soci di maggioranza di X ben 18,3 Euro ad azione, contro i 10 della quotazione ufficiale.

Se le cose andassero così, per Y nessun problema (paga quanto sarebbe stata disposta a spendere comunque, e ogni Euro in meno che riesce a scontare ai venditori è minor costo), per i soci di maggioranza ci sarebbe un maxi guadagno, mentre i soci di minoranza (i detentori del residuo 40% del capitale di X) verrebbero in sostanza ingiustamente privati di un utile che avevano contribuito a generare con il loro investimento iniziale.

Per evitare questa asimmetria, la legge dispone che, al raggiungimento della soglia del 30% di partecipazione, lo “scalatore” debba obbligatoriamente comprare alla media degli ultimi prezzi pagati anche tutte le altre azioni che gli venissero offerte. Nel nostro caso, gli azionisti di minoranza potrebbero quindi consegnare i lori titoli all’offerente ricavando 18,3 Euro ad azione anziché i 10 che il mercato quotava prima della scalata.

Ovviamente l’esempio che abbiamo fatto è solo teorico, perché chi dispone della maggioranza assoluta di una società è al riparo da ogni scalata, salvo l’offerta di un prezzo talmente alto da non poter essere rifiutato. Ma poiché le società quotate di grandi dimensioni si possono controllare anche col 30% o anche meno di partecipazione (ed è per questo che il limite di OPA scatta a questa soglia), in tal caso si trovano contrapposti i due blocchi della maggioranza preesistente e degli scalatori, che in genere sono pressoché equivalenti in termini di partecipazione. E’ proprio qui che scatta l’ostilità.

A ben vedere, quindi, quanto più la scalata è “ostile” tanto più gli azionisti di minoranza possono guadagnare dal loro titolo. Viceversa, se un’operazione fosse fatta totalmente fuori borsa, in modo amichevole fra gli “scalatori” e gli “scalati”, il parco buoi neanche se ne accorgerebbe.

In questi casi poi le operazioni sovente si complicano perché sono ammesse e disciplinate “controopa”, ovvero offerte pubbliche concorrenti con prezzo al rialzo, e divieti per la società target di effettuare operazioni straordinarie in corso di OPA.

Ma la sostanza del discorso non cambia: solo con operazioni di mercato trasparenti si può estendere il beneficio della scalata anche agli azionisti di minoranza.

Poiché l’obbligo di OPA scatta alla soglia del 30%, e dato che questo tipo di scalata è molto onerosa, in genere chi vuole acquisire il controllo di un’azienda si ferma al 29,9% (è appunto il caso di Vivendi), e a quel punto l’operazione viene allo scoperto e il corso del titolo si allinea al presumibile prezzo di offerta.

Per rastrellare le azioni fino a quel punto, i raider (scalatori) accorti frazionano gli acquisti in un intervallo di tempo sufficientemente lungo perché non si producano aumenti improvvisi del prezzo non altrimenti spiegabili. Se trapelasse la loro intenzione in questa fase, molti operatori attenti potrebbero dar corso ad acquisti in borsa, col risultato che il prezzo dell’azione lievita fino a raggiungere, in casi estremi, il livello obiettivo, superato il quale l’acquisizione non risulta più conveniente.

Per questo è fondamentale, per il successo dell’operazione, un rigido controllo delle informazioni per evitare fughe di notizie che potrebbero pregiudicare l’esito del bid.

 

Pillole di Finanza: gli indici delle azioni

 

Quando vogliamo scegliere un titolo azionario in cui investire, dopo avere esaminato andamento e prospettive del settore, è utile farsi un’idea del ‘valore equo’ del titolo (quello che gli analisti definiscono target price), ovvero del valore che può rappresentare un prezzo di equilibrio rispetto all’andamento dell’azienda. Vediamo di spiegarci meglio.

La teoria ritiene che il corso di un’azione (il prezzo esposto sul listino)  debba tendere verso il valore dell’azienda. Ovvero, sempre in teoria, debba prima o poi riflettere il valore attuale dei dividendi futuri che verranno distribuiti.

Senza addentrarci troppo in tecnicismi, cerchiamo di capire se il prezzo in un certo momento può riflettere o meno il valore effettivo: se se ne discosta  In genere a questo proposito si considerano due indici, entrambi riportati dagli analisti: il price to earnings (P/E, rapporto fra prezzo e utili) e il price to book value (P/BV, prezzo su valore di libro).

Il primo é un indice che rapporta il corso del titolo agli utili di bilancio di quella società in un certo esercizio (in genere quello in corso e quello successivo) ed esprime il numero di anni in cui il prezzo  del titolo viene ripagato dagli utili conseguiti dalla società. Quindi, ad esempio, un rapporto P/E di 10 significa che occorrono 10 anni affinché la somma degli utili lordi generati dalla gestione aziendale sia uguale al corso del titolo.

Il secondo indice esprime invece un rapporto fra valore di mercato e patrimonio netto della società: quanto più é maggiore di 1, tanto maggiore é l’”avviamento” dell’azienda, quanto piú é vicino a 0 tanto meno il valore della società comprende almeno il valore contabile del capitale proprio.

A questi indici non deve essere attribuito un valore assoluto, quanto piuttosto un termine di confronto con le altre aziende dello stesso settore. Se il valore medio del P/E di un certo settore é 10, e il nostro titolo presenta 15, molto probabilmente si tratterà di un titolo sopravvalutato e quindi più caro della media. Lo stesso se, a fronte di un P/BV medio ad esempio di 1,50, abbiamo un titolo che presenta 2. In entrambi i casi, a parità di altre circostanze, é ragionevole aspettarsi che i prezzi possano allinearsi a quelli medi di settore, e quindi diminuire.

Un ultimo indice interessante é il cosiddetto dividend yield (rapporto percentuale fra dividendo e prezzo ed esprime la redditività per il solo effetto del dividendo lordo. Un titolo quotato 10 che distribuirà un dividendo di 1 per azione, ha una redditività lorda del dividendo del 10%. Il dividendo dipende sia dai risultati gestionali (l’utile conseguito), sia dalle politiche di bilancio della società in merito alla ripartizione dell’utile fra dividendo e riserve. Il titolo di una società che  distribuisce pochi dividendi ma fa molti utili utili, sicuramente aumenterà di valore nel tempo. Dato un certo livello di utile, la preferenza fra reddito immediato (dividendo) e reddito differito varia da investitore a investitore.

Volendo trarre una conclusione, molto approssimativa ma certamente non sbagliata, di quanto abbiamo detto, possiamo intanto ribadire che è bene investire in società che si ritengono solide e in sviluppo. Se così é, le oscillazioni del titolo dovrebbero essere riassorbite e se il mercato funziona possiamo aspettarci un incremento di valore. É quindi consigliabile farsi un’idea delle prospettive del settore e della singola azienda prima di impiegarci denaro, e non lasciarsi ingannare da movimenti puramente speculativi, che prima o poi sono destinati a sgonfiarsi.

Leggera e digitale è tutta un’altra banca!

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Nel primo decennio del nuovo secolo il sistema bancario italiano è profondamente cambiato e  difficilmente tornerà a essere quello che abbiamo conosciuto in passato. Le banche di media dimensione sono scomparse. I dati (si vedano i grafici in pagina) dicono che nel 2000 in Italia c’erano tre grandi gruppi – Unicredit, Intesa e San Paolo – con una capitalizzazione superiore ai venti miliardi di euro, esistevano poi altre 8 banche di medie dimensioni comprese fra i cinque e i venti miliardi (Banca Fideuram, Banca Commerciale Italiana, Bipop-Carire, Monte dei Paschi di Siena, Rolo Banca 1473 e Mediobanca), e infine le realtà minori, le cosiddette” banche del territorio” o “della comunità locale”. Già alla fine del 2011 la situazione è cambiata radicalmente: i due campioni nazionali (Intesa San Paolo e Unicredit), con rispettivamente venti e dodici miliardi di capitalizzazione, hanno scavato un profondo divario con gli altri istituti. A parte Mediobanca, che fa un mestiere diverso e comunque capitalizza meno di quattro miliardi, tutte le altre sono sensibilmente sotto i tre miliardi. E i numeri di oggi sono ancora più marcati. Le differenze di sistema sono due: come detto, sono sostanzialmente spariti i players intermedi, che si attestavano in una fascia di capitalizzazione fra i cinque e i dieci miliardi; si è inoltre assistito a una  generalizzata riduzione dei valori di borsa di tutti quanti gli istituti di credito, nonostante gli aumenti di capitale lanciati. Un trend, questo, che riflette l’andamento dell’intero mercato borsistico ma nel settore bancario il crollo, conseguente alla crisi, è stato indubbiamente molto più accentuato.

Fra il 2001 e il 2011 il mercato italiano è radicalmente cambiato per una serie di fattori concomitanti, che vanno dal modo diverso di utilizzare i servizi bancari da parte dei clienti, alle nuove tecnologie, alla competitività sempre più marcata, ai più stringenti requisiti di vigilanza introdotti soprattutto dopo la grande crisi

La generalizzata perdita di valore degli istituti di credito in Borsa ha a che vedere con la radicale trasformazione dell’industria bancaria: sono crollati gli argini rassicuranti del quasi-monopolio o dell’oligopolio che garantivano margini di redditività ampi e stabili. Parallelamente, sono aumentati i rischi dell’attività creditizia e le crisi aziendali che hanno reso i portafogli prestiti delle banche vulnerabili. Conseguentemente si sono resi più stringenti i requisiti patrimoniali che l’autorità europea di vigilanza impone alle banche: ciò comporta la necessità di aumentare il fabbisogno di capitale a parità di volume d’affari e quindi veder crollare i parametri che misurano la redditività.

Il vecchio assetto basato sulla rete di filiali, sull’operatività tradizionale, sulle progressioni di carriera lente e rassicuranti, sugli utili fatti soprattutto con l’intermediazione creditizia ha lasciato il passo a un nuovo modello di business più leggero e aggressivo, in linea con la multimedialità e la tecnologia digitale, a bassa intensità di lavoro e con margini di redditività molto più modesti. Oggi gli utenti possono facilmente confrontare la convenienza delle operazioni fra i diversi istituti attraverso i siti web. Le banche meno trasparenti vengono penalizzate subito dalla clientela online, quelle più trasparenti sono obbligate a comprimere i margini per essere competitive. Le filiali sono considerate un costo e non più un asset aziendale.

Le banche italiane, forse perché poco stimolate a introdurre miglioramenti e nuove tecnologie da una concorrenza ancora solo all’inizio e dalla difficoltà di penetrazione delle banche estere nel nostro mercato, hanno senz’altro scontato un notevole ritardo nell’abbracciare la rivoluzione digitale che si andava diffondendo a macchia d’olio negli altri paesi.

Gli utili tradizionali da intermediazione si sono drasticamente ridotti, anche per effetto delle pesanti rettifiche e svalutazioni di crediti causate dal peggioramento dell’affidabilità creditizia della clientela (la crisi si fa sentire a tutti i livelli), per cui si ricercano fonti di profitto da nuove attività, dalla vendita di nuovi prodotti, dall’allargamento dei volumi che possa compensare le diminuzioni dei margini.

Di conseguenza i modelli di business sono cambiati: mentre prima si puntava ai volumi e alle basi patrimoniali (normale in regime di quasi monopolio), ora si fa attenzione ai margini sulle singole operazioni. In questo contesto le banche che sopravvivono e mantengono un seppur precario equilibrio sono quelle molto grandi, che possono recuperare gli enormi costi di investimento in tecnologia grazie alle economie di scala consentite dalla dimensione. Oppure quelle molto piccole, che riescono a penetrare negli anfratti di mercato e a raggiungere la clientela tradizionale, per quanto in via di estinzione, o quella che punta sul rapporto personale e sulla fiducia.

Se si pensa al problema delle banche too big to fail (troppo grandi per fallire)delle cosiddette banche sistemiche, ci si rende conto da un lato del paradosso, solo apparente, della dimensione minima per assicurare la sopravvivenza e la redditività delle banche viste come aziende in competizione sul mercato dei capitali, dall’altro del passaggio stretto in cui i nuovi banchieri si trovano a dover guidare questi colossi.

Come sarà allora la banca del futuro? O per meglio dire, esisterà ancora la banca (almeno quella che abbiamo conosciuto finora)?

Non occorre avere poteri divinatori per prevedere che il trend di consolidamento e polarizzazione continuerà e che il nuovo modello di business si imporrà sul mercato: banca leggera e digitale, meno intermediazione, meno personale, meno immobilizzazioni materiali e più servizi, più distribuzione.

Resta da vedere se si tratta ancora di “banca” o di qualcos’altro, e soprattutto come questa nuova realtà saprà destreggiarsi fra lo Scilla delle pressanti richieste di capitale provenienti dalle autorità di vigilanza (Basilea IV et similia), proprio quando la redditività diminuisce e il premio al rischio cresce, e il Cariddi della crisi di mercato che continua a colpire le aziende clienti, i consumi e gli investimenti.

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Market cap in €mil al 30/12/2011

 

(*)  Articolo pubblicato su “Pagina99” di venerdì 23/12/2016 pag. 26

Pillole di Finanza: scegliere le azioni da comprare

 

Se nonostante la consapevolezza dei rischi insiti nell’investimento, decidiamo comunque di acquistare azioni, quali sono le valutazioni da fare e gli elementi di giudizio da considerare per una scelta razionale?

È opportuno premettere che questo aspetto viene valutato dal punto di vista dell’investitore, e non dello speculatore, per il quale l’obiettivo non é impiegare in modo efficiente il risparmio ma conseguire utili da trading in pratica facendo delle scommesse.

La prima scelta dell’investitore riguarda il settore produttivo in cui l’azienda opera: é naturale orientarsi in un settore che riteniamo si debba sviluppare e crescere nel nostro orizzonte di investimento (il periodo di tempo in cui prevediamo di restare investiti nel titolo). Gli elementi di giudizio su cui farsi un’idea sono ovviamente le previsioni macroeconomiche della stampa e degli istituti di ricerca specializzati. Ma alla base di tutto deve esserci una convinzione personale, magari basata sull’intuito o sulla particolare inclinazione.

Se riteniamo ad esempio (come io ritengo) che il prezzo del petrolio debba aumentare, possiamo puntare su titoli del settore petrolifero o energetico, che vedranno crescere  i profitti al crescere del prezzo della materia prima.

Se crediamo che lo stato aumenterà le spese in materia sanitaria (ad esempio per una politica di estensione della copertura alle fasce di popolazione meno abbienti, come nel caso dell’Obamacare negli USA), é assai probabile che il settore farmaceutico aumenterà i profitti e che la ricerca scientifica possa contare su maggiori fondi. Allora potremmo puntare sui titoli del biomedicale e del settore biotecnologico.

Si potrebbero fare numerosi esempi, anche per quanto riguarda le previsioni negative e conseguenti decisioni di vendere.

Una volta scelto il settore o i settori produttivi in cui investire, andiamo a vedere le aziende quotate che compongono quel settore. In Italia, avendo un listino non molto numeroso, questa operazione la possiamo fare tranquillamente a mano o con un foglio elettronico, sulla base delle informazioni ampiamente reperibili nei siti e sui giornali più autorevoli.

Un primo esercizio é quello di vedere se il titolo sia cresciuto o calato in relazione al proprio settore. Se ad esempio prendiamo in esame i segmenti 3, 6 e 12 mesi – quelli più significativi – possiamo utilmente esaminare l’andamento del titolo e confrontarlo con quello medio del settore.

In genere si preferiscono titoli che hanno corso meno, nel caso di un settore in crescita, e che quindi potremmo considerare “sottovalutati”, nell’assunzione che abbiano un maggiore margine di crescita ancora da esplorare. É preferibile quindi evitare titoli che abbiano corso molto nell’ultimo periodo: l’operazione di “salire su un treno in corsa” é infatti considerata pericolosa. L’investitore accorto compra infatti tipicamente nelle fasi basse del ciclo e vende in quelle alte.

Nella prossima pillola vedremo quali sono gli indici da prendere in considerazione quando si esamina un titolo azionario con l’obiettivo di decidere se acquistarlo o meno sul mercato.

Pillole di Finanza: le buone azioni

È vero che le azioni sono molto più rischiose delle obbligazioni? E cosa bisogna guardare se decidiamo di comprarle? Questo l’argomento che iniziamo a trattare nella pillola di oggi.

Il primo punto ha una risposta abbastanza semplice: sí, le azioni sono rischiose, e normalmente incorporano un rischio maggiore rispetto alle obbligazioni dello stesso emittente.

Questo é vero in via del tutto generale, ma non significa che le obbligazioni siano prive di rischio. Anzi, oggi si tende a ridimensionare il rischio  equity (cioè connesso con strumenti di capitale, e quindi con le azioni) rispetto al rischio debito (cioè quello incorporato in strumenti di debito, tipicamente le obbligazioni).

Negli ultimi tempi i mercati obbligazionari si sono dimostrati molto volatili, sia a causa dei tassi che dell’affidabilità degli emittenti. E inoltre, essendo mercati più “sottili” (ovvero con relativamente pochi quantitativi trattati), bastano pochi ordini in acquisto o vendita per provocare notevoli oscillazioni dei prezzi.

Sul punto torneremo in modo più approfondito in una delle prossime pillole, ora concentriamoci sulle azioni.

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Le azioni sono le parti ideali in cui é suddiviso il capitale sociale di un’azienda. Chi ne é proprietario, é quindi, proporzionalmente, proprietario dell’azienda. La proprietà consente di esercitare due tipi di diritti: diritti societari e diritti patrimoniali. I primi riguardano la possibilità di prendere parte alle assemblee societarie (per l’ammissione alle quali é infatti richiesto un biglietto che viene rilasciato a chi dimostri il possesso delle azioni); i secondi il diritto a ricevere pro-quota i dividendi deliberati, il diritto a esercitare l’opzione in caso di aumenti di capitale e il diritto al riparto pro-quota del netto residuo in caso di liquidazione.

In pratica, ciò che interessa gli investitori, sono solo due aspetti:

  • il dividendo;
  • la possibilità di negoziare il titolo sul mercato quando vogliamo venderlo.

Questi due aspetti sono in realtà correlati e discendono (a parte fenomeni speculativi o politiche di bilancio anomale) dalla circostanza che la società emittente realizzi buoni risultati economici nella sua attività produttiva.

Infatti, se la società é redditizia, avrà bilanci in utile che consentiranno di distribuire dividendi (al netto della parte di utile accantonata per rafforzare il capitale). E inoltre, siccome il prezzo delle azioni (in un mercato perfetto) rappresenta il valore attuale dei flussi di reddito futuri (ovvero il valore ad oggi del totale dei dividendi che verranno distribuiti negli anni a venire), tanto migliori sono le prospettive aziendali tanto maggiori saranno gli utili attesi e quindi il suo prezzo. Se il prezzo sale, significa che molti investitori vogliono comprare quel titolo, e allora chi lo possiede potrà venderlo realizzando un guadagno.

Se il prezzo invece scende, non necessariamente si dovrà subire la perdita per cassa: se riteniamo che la diminuzione sia temporanea, possiamo mantenere il titolo in portafoglio nella speranza o nell’aspettativa che torni a crescere e la perdita non si verifichi.

Quindi, per rispondere alla prima domanda, il rischio connesso a un investimento in azioni si concretizza nella possibilità di non ricevere i dividendi e nella eventualità che il valore di mercato del titolo si riduca, fino al l’impossibilità di vendere le azioni quando la società si trova in default (ovvero in stato fallimentare, nell’impossibilità di onorare le proprie obbligazioni).

Il primo suggerimento, elementare, é dunque quello di investire in società solide, con buone prospettive di reddito e di sviluppo, e in settori produttivi in crescita.

 

Vedremo nella prossima pillola quali sono gli indicatori da valutare nelle decisioni di acquisto di azioni.

 

Pillole di Finanza: il dopo Trump tra petrolio e tassi

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Se nel mondo globalizzato  un battito d’ali in India si sente anche da noi, figuriamoci l’elezione di un nuovo presidente come Donald Trump, che governerà per almeno 4 anni la maggiore potenza economica del pianeta. Premesso che non succederanno rivoluzioni e che, come ha detto Obama, il sole sorgerà ancora, tuttavia è lecito e ragionevole attendersi alcuni effetti sulle variabili macroeconomiche che avranno conseguenze anche sui portafogli delle famiglie italiane. Cerchiamo di capire quali, e come conviene comportarsi nelle scelte di investimento, in una logica di asset al location strategica.

 

PROGRAMMA ELETTORALE: FISCO, CRESCITA E DEBITO USA

Se il neoeletto presidente rispetterà gli impegni presi con gli elettori, gli obiettivi della sua politica saranno: focus sul mercato interno e freno alle importazioni, riduzione della pressione fiscale, forti investimenti infrastrutturali.

Ammesso e non concesso che Trump faccia tutto quello che ha detto, e che abbia successo (cosa probabile in quanto eserciterà un notevole controllo anche sul Congresso), il debito pubblico USA è destinato a crescere. E ammesso che gli investitori mondiali, in primo luogo i cinesi, continuino a essere disposti a  finanziarlo – ovvero acquistino ancora a piene mani i Treasury Bonds che il governo dovrà emettere per raccogliere le necessarie risorse – i tassi dovranno aumentare, per invogliare i potenziali acquirenti a comprare questi titoli.

D’altra parte, un aumento dei tassi era già atteso anche prima e a prescindere da Trump, e anzi la Fed (la banca centrale americana) ha forse aspettato anche troppo rispetto alle previsioni. L’economia USA sta infatti viaggiando a ritmi sostenuti, il prodotto interno lordo cresce, il paese si trova in sostanziale piena occupazione e i tassi hanno da poco abbandonato i livelli minimi degli ultimi decenni. Le previsioni per l’inflazione sono infatti di moderato ma deciso aumento.

Come era facile prevedere, il dollaro ha imboccato la strada del rafforzamento (si veda la nostra pillola del 20/11) e già ora si trova ai massimi rispetto all’euro. Tuttavia ritengo che già nella prima parte del mandato di Trump il livello di parità fra le due valute (1 $ per 1 €) sia un traguardo ipotizzabile.

 

PETROLIO E RAPPORTI USA/RUSSIA

Il primo messaggio di rallegramenti è arrivato al biondo tycoon da parte dello zar Vladimir Vladimirovic Putin, che ha visto chiudersi con sollievo l’era Obama, in cui il premio Nobel per la pace ha in realtà insidiato l’orso russo su diversi fronti, il più delicato dei quali proprio in Europa, l’Ucraina. I rapporti fra le due superpotenze sono stati molto tesi, in alcuni casi hanno sfiorato la crisi.

Trump sicuramente ridurrà l’attivismo militare USA all’estero, e questo migliorerà i rapporti fra i due paesi. Le sanzioni alla Russia hanno i giorni contati, e forse proprio questa sarà una delle prime mosse del nuovo governo di Washington, con sollievo – più che dei Russi – soprattutto delle imprese europee che potranno tornare a vendere merci e servizi ad est.

D’altra parte, nonostante la recente ripresa e la già notevole strada percorsa, il prezzo del petrolio continuerà a crescere perché la crescente domanda USA  e asiatica e il prevedibile esaurimento delle scorte ne sosterranno la tendenza.

Gli effetti combinati di questi fenomeni dovrebbero produrre un interessante aumento del rublo rispetto all’euro: come avevamo già detto in uno dei primi articoli di questo blog, la moneta russa è destinata a crescere ancora. Da quando suggerimmo di comprare i rubli (cfr. articolo del 24/5/2016), questa valuta è aumentata di quasi il 6%, e credo che nel medio termine la tendenza continui, anche se con oscillazioni e volatilità.

 

CHE FARE?

Se le premesse sopra sintetizzate sono vere, le conseguenti valutazioni da fare per un asset allocation strategica sono:

  • Mantenere una parte del proprio portafoglio in dollari e, se la propensione al rischio lo consente, valutare un chip in rubli russi;
  • Non acquistare in questa fase azioni USA, che sono già notevolmente apprezzate, e preferire quelle europee;
  • Mantenersi liquidi fino all’inizio dell’aumento dei tassi USA per poi comprare obbligazioni governative o corporate USA (o quote di fondi se vogliamo limitare il rischio di cambio), preferibilmente a tasso variabile o correlate all’inflazione;
  • Per quanto riguarda i settori, tenere d’occhio i settori legati all’energia, alle infrastrutture, ai grandi lavori, preferibili in questa fase rispetto ai farmaceutici e ciclici.

 

 

 

Referendum: che succederà al portafoglio?

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Nell’articolo pubblicato il 5 luglio (Brexit: calma e gesso) eravamo stati facili profeti nel prevedere un rapido assestamento dei mercati dopo le sbandate iniziali.

Quando Barack Obama apprese l’esito delle votazioni che incoronavano Donald Trump prossimo presidente degli Stati Uniti, disse: “Domani il sole sorgerà ancora”. E in effetti, dopo le prime reazioni peraltro prevedibili, tutti hanno cominciato a fare i conti con la nuova realtà e i mercati si sono gradualmente riportati in equilibrio.

Così ora, in vista del referendum di domenica 4 dicembre, non sembra di scorgere all’orizzonte eventi nefasti o irreversibili a seconda dell’esito, sia esso sì o no. Cosa dobbiamo attenderci sui mercati lunedì 5 e nei prossimi giorni e mesi?

Intanto dobbiamo distinguere effetti a breve termine da effetti nel medio periodo. Esaminiamo qui solamente le prevedibili reazioni degli investitori ai diversi risultati: se chi ha, o programma di avere, capitali investiti nel nostro Paese ritiene che la situazione si possa deteriorare, che aumenti l’instabilità o peggiorino i fondamentali del sistema, venderà (o rinuncerà a investire) i propri asset, ad esempio azioni di imprese italiane o obbligazioni governative o corporate, contribuendo così alla diminuzione dei loro prezzi di mercato.

Se riterrà invece che la situazione resti sostanzialmente invariata, continuerà a valutare indipendentemente dal rischio paese e, se dovesse aspettarsi che possa esserci un miglioramento, comprerà titoli italiani facendone aumentare i prezzi.

All’investitore interessa poco il sistema elettorale o l’abolizione del CNEL: ciò che vuole sapere è cosa succederà al valore delle aziende in cui ha investito e alla loro capacità di generare profitti.

Siccome nell’immediato ben poco cambierà nei fondamentali del Paese, credo che si possa votare in tutta tranquillità senza il ricatto di probabili terremoti, che non ci saranno.

Ciò non vuol dire che non ci saranno oscillazioni o rimbalzi, anche forti, nei momenti immediatamente successivi all’esito, ma questa è materia per speculatori e non per investitori. Niente di male a “scommettere” su un determinato esito, comprando o vendendo di conseguenza, con l’obiettivo poi di azzerare le posizioni con profitto una volta che il tutto si sia normalizzato, ma qui siamo interessati piuttosto alla posizione di chi vuole investire consapevolmente le proprie risorse.

Un primo suggerimento per poter guadagnare sull’emotività del dopo referendum, è ovviamente quello di tenersi liquidi il più possibile per poter sfruttare eventuali buone occasioni di acquisto a saldo: se abbiamo nel radar un certo titolo, conviene aspettare a comprarlo dopo il referendum anziché prima, se riteniamo che l’effetto immediato sia un calo consistente ma transitorio. Certamente nel caso in cui uno o più titoli in portafoglio subiscano un crollo dopo il voto, conviene evitare di venderli subito, facendosi prendere dal panico, se a suo tempo vennero acquistati sulla base di una valutazione seria e di considerazioni motivate.

In ogni caso, bisogna mantenere la calma perché il 5 dicembre “il sole sorgerà ancora”.

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SE VINCE IL SI’

La conferma della riforma costituzionale promossa dal governo in carica sarà certamente interpretata come un segnale di stabilità della situazione politica e di continuazione del processo di riforme perseguito negli ultimi due anni. In questo scenario è dunque ragionevole attendersi nell’immediato un aumento dei prezzi degli asset del Paese poiché gli investitori amano muoversi in mercati stabili e in assenza di sconvolgimenti.

Inoltre coloro che avevano scommesso per il no, magari vendendo allo scoperto azioni, saranno costretti a ricoprirsi in perdita, ovvero ad acquistare quelle azioni che si erano impegnati a vendere, facendone aumentare ulteriormente i prezzi.

Alla fine, però, solo se il processo di riforme andrà avanti nel senso gradito e consentirà il miglioramento dei fondamentali, l’investitore sarà propenso a mantenere i titoli italiani in portafoglio ed anche a comprarne ancora.

Il sì ovviamente rafforza il governo e un governo stabile è sempre un elemento di giudizio positivo per chi deve investire, ma da solo non basta: ci deve essere anche un miglioramento effettivo dell’economia del paese e l’uscita dalla crisi, che dipenderanno da una serie di altri fattori.

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SE VINCE IL NO

In caso di vittoria del no, non c’è dubbio che la volatilità dei mercati aumenterà e che in prima battuta i prezzi diminuiranno anche di molto. Ma gli investitori non credono che in tal caso si vada ad elezioni anticipate, quanto piuttosto che si formi un nuovo governo, con o senza Renzi, governo di orientamento centrista e di natura più o meno tecnica, molto difficilmente a guida del Movimento 5 Stelle.

A differenza di Grecia e Regno Unito, col referendum non è in discussione la permanenza dell’Italia in Europa e questo è comunque un elemento rassicurante.

Potrebbe tuttavia rallentare, o arrestarsi, il processo di riforme che sono viste comunque con favore dagli investitori ed anzi ritenute indispensabili per ridurre il gap del paese rispetto alle “best practices”. Non si sa però cosa succederebbe dopo, se e come tale processo venga ripreso oppure rivisto e in ogni caso se ne parlerà nel 2018 con le prossime elezioni.

Inoltre molti titoli italiani si ritengono oggi sottovalutati, come se avessero già scontato sul prezzo eventuali scenari negativi. I titoli di stato hanno visto lo spread rispetto ai Bund tedeschi (differenza di tasso che riflette il maggiore rischio paese per l’Italia rispetto alla Germania) risalire fino a quasi 2 punti percentuali, con conseguente diminuzione dei corsi; le azioni hanno visto il loro indice MSCI Italy sottoperformare del 18% nell’ultimo anno rispetto all’indice europeo e addirittura del 38% negli ultimi 5 anni. Le valutazioni potrebbero quindi essere considerate molto attrattive dagli investitori.

 

Lo Stato famelico

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Al termine di questa mini-serie che ha come scopo quello di fornire gli strumenti più immediati per una costruzione e gestione razionali del portafoglio, non possiamo, purtroppo, fare a meno di parlare della tassazione sulle rendite finanziarie.

Prima che clicchiate sulla croce in alto a destra del vostro schermo, conoscendo quanto entusiasmo l’argomento suscita, lasciatemi dire che non farò né un trattato né un articolo tecnico, ma fornirò solo qualche sintetica notazione per poter dare, come al solito, i consigli di base.

Pertanto cercheremo di fare un riepilogo degli oneri che incombono su quell’investitore che cerca un impiego dei suoi risparmi che sia il più redditizio e sicuro possibile: lo Stato è infatti un socio famelico e ingombrante che non solo si prende, in generale, più di un quarto di tutti i proventi realizzati, ma non partecipa neanche al rischio di questa piccola ed elementare impresa. Se si guadagna, il fisco si prende il 26% e, se si perde, la perdita è tutta nostra.

Evitiamo, però, di trattare i casi particolari e limitiamoci alle situazioni più comuni. Il regime di tassazione è normalmente quello del risparmio amministrato, anche se è possibile scegliere quello della dichiarazione. Il primo è più semplice e non ci sono adempimenti particolari da fare (sono tutti a carico dell’intermediario, cioè della banca), mentre con il secondo tutti i redditi vengono riportati nella dichiarazione annuale e tassati in base all’aliquota complessiva.

Col risparmio amministrato si subisce una ritenuta a titolo d’imposta al momento in cui si percepisce il reddito. Questa è, generalmente, del 26%, fatta eccezione per i redditi derivanti da titoli di stato per i quali è del 12,50%. Ciò significa che la Pubblica Amministrazione potrà raccogliere denaro fra i risparmiatori, col quale coprire il debito pubblico, a condizioni più favorevoli rispetto agli altri emittenti

L’aliquota è, inoltre, uguale per qualunque importo di reddito: se percepiamo un dividendo da un’azione in portafoglio di 10.000 € lorde, la banca ce ne accrediterà solo 7.400, trattenendone 2.600 di ritenuta; se realizziamo un guadagno di capitale di 50.000 €, l’imposta sarà di 13.000 €, pari al 26%, e in conto vedremo solo 37.000 €. Nella dichiarazione dei redditi, invece, l’aliquota non è fissa, ma cresce al crescere del reddito, per cui, considerando che l’aliquota media è del 31,8 %, con un reddito di 10.000 € si pagherà un’imposta di 2.300 € e con un reddito di 50.000 € l’onere fiscale sarà di 15.920 €.

Mentre per redditi più alti la convenienza del regime del risparmio amministrato è evidente, basti pensare che le aliquote più elevate sono del 43% rispetto al 26% della ritenuta a titolo di imposta sulla rendita finanziaria; per i redditi minori invece si paga qualcosa in più, ma si evita di dover andare dal commercialista per la dichiarazione dei redditi.

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La ritenuta del 26%, o del 12,50% in caso di titoli di stato o similari, si applica su ogni forma di rendita finanziaria: cedola, interessi, dividendi o plusvalenza realizzata.

Per quest’ultimo caso occorre però fare qualche ulteriore precisazione. Intanto la plusvalenza, o guadagno di capitale (capital gain), è data dalla differenza fra il ricavo proveniente dalla vendita di un determinato quantitativo di titoli ed il costo di acquisto degli stessi titoli a suo tempo sostenuto. Se, ad esempio, abbiamo acquistato 10.000 azioni Unicredit a 1,8 €, spendendo per il pacchetto 18.000 € e le abbiamo rivendute a 2,2 € incassando 22.000 €, avremo realizzato un capital gain di 4.000 €, sul quale la banca applicherà una ritenuta del 26%, pari a 1.040 €. Al momento della vendita ci verranno, quindi, accreditate 20.960 €, che portano il nostro profitto netto dell’operazione a 2,960 €. Avremo così esaurito tutti i nostri adempimenti fiscali e quel guadagno non dovremo inserirlo in dichiarazione.

Se, invece, fossimo stati meno fortunati e avessimo venduto i titoli a 1,7 €, avremmo ricavato solo 17.000 a fronte dei 18.000 inizialmente spesi ed avremmo quindi subìto una perdita di capitale (capital loss) o minusvalenza di 1.000 €. In quel caso avremmo la possibilità di compensare quella perdita, ovvero di portala in detrazione dell’imponibile sulle plusvalenze successive, purché realizzate entro i 4 anni.

Quindi, nell’esempio precedente, se avessimo avuto una minusvalenza pregressa di 1.000 €, la banca avrebbe calcolato l’imposta non su 4.000 € ma su 3.000, trattenendo solo 780 € anziché i 1.040 € effettivamente pagati.

Sembra un meccanismo complicato, ma si deve considerare che il 26% corrisponde circa a un quarto del reddito e ne rappresenta una componente importante.

La compensazione, cioè la possibilità di utilizzare una perdita a deconto delle imposte dovute sulle plusvalenze successive, avviene solo nell’ambito dello stesso intermediario, ovvero della stessa banca. Per cui, se avessimo dossier titoli in due o più banche, dovremmo valutare la consistenza delle minusvalenze detraibili in ogni dossier. Se realizziamo una plusvalenza in un dossier in cui non avevamo minusvalenze pregresse accantonate, pagheremo l’intera imposta del 26% anche se in un’altra banca avessimo minusvalenze (derivanti da precedenti operazioni chiuse in perdita presso quella banca) disponibili per la compensazione.

Inoltre, se dobbiamo liquidare per necessità alcuni titoli, conviene vendere quelli in utile nei dossier dove abbiamo minusvalenze accantonate, anche se non sono quelli che in altre circostanze avremmo scelto per la vendita. Al limite potremmo ricomprarli successivamente, ma intanto avremmo “affrancato”, ovvero liberato dalle tasse, la plusvalenza realizzata fino a quel momento.

Applicando lo stesso principio, possiamo dire che generalmente conviene realizzare i capital gain fino a concorrenza delle minusvalenze accantonate, anche se pensiamo che quei titoli aumentino ancora. Vanno ovviamente considerate le commissioni che la banca ci applica per ogni operazione di acquisto o vendita e bisogna tener presente che tali commissioni concorrono rispettivamente ad aumentare il prezzo di acquisto o diminuire il ricavo netto proveniente dalla vendita. Naturalmente queste commissioni e spese concorreranno al calcolo dell’imponibile, riducendolo.

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Le banche incidono dunque in molti modi sulla redditività di un portafoglio, oltre che con le commissioni calcolate in percentuale su ogni operazione (acquisto, vendita, stacco cedole, ecc.). Inoltre fanno pagare trimestralmente una percentuale del controvalore del dossier a titolo di spese amministrative, che saranno maggiori se si tratta di un rapporto di consulenza attiva o di vera e propria gestione patrimoniale, nel quale cioè è la banca, su mandato del cliente, a compiere tutte le operazioni che ritiene necessarie.

Infine sono previsti ulteriori oneri sull’investitore: l’imposta di bollo, applicata ogni trimestre in base alla consistenza del dossier e la tassazione sulle transazioni finanziarie, la cosiddetta “Tobin Tax”, che è pari allo 0,10% del controvalore di ogni operazione effettuata su titoli negoziati nei mercati regolamentati (ovvero le borse valori) ed è invece coincidente con lo 0,20% sugli altri titoli. Anche questa è una voce da considerare, soprattutto per operazioni di notevole entità quando i redditi sono bassi.

 


 

Con questo articolo termina la serie di consigli ai risparmiatori, iniziata il 13 settembre 2016 con il contributo “La scelta degli investimenti”, che aveva come obiettivo quello di fornire suggerimenti per un investimento consapevole ed efficiente. Chi avesse avuto la pazienza di seguirli e soprattutto l’accortezza di metterli in pratica, avrebbe già fatto progressi notevoli e potrebbe dormire sogni (relativamente) tranquilli.

Ci siamo occupati in questi mesi soprattutto di gestione strategica, lasciando invece le problematiche più specifiche della gestione tattica alla rubrica di pillole e Questions&Answers settimanale, che pubblicheremo a partire dal prossimo venerdì.

Ovviamente le risposte che verranno fornite alle vostre domande pubblicate sulla nostra rubrica saranno sempre relative ad argomenti di ordine generale; per gli aspetti specifici, che consentano di realizzare un programma di investimento tagliato ad arte sulle vostre esigenze specifiche, è indispensabile ricorrere alla consulenza specializzata.