L’ABC dell’economia: equilibrio

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Se esistesse una lista di parole magiche per l’economia, certamente la parola “equilibrio” ne farebbe parte. Ricordo che con i miei colleghi studenti ridevamo di un nostro professore di macroeconomia all’Università che chiudeva le dimostrazioni con una frase – con spiccato accento romanesco – del tipo: “… a questo punto il sistema sta in equilibrio, le aspettative si verificano, ‘a ggente è soddisfatta e tutto va bene.”

In effetti tutta la teoria economica, sia a livello macro che aziendale, è basata su funzioni di natura comportamentale di domanda e offerta che a un certo punto si incontrano e definiscono i valori rilevanti di mercato (prezzi, tassi, occupazione, salari, addirittura il benessere…).

Le funzioni, a loro volta, sono il risultato dell’osservazione empirica e statistica di due fenomeni dei quali emerge il collegamento, come in molti dei casi che abbiamo visto: reddito e consumo, risparmio e investimento, reddito e importazioni, e così via.

Si dice ad esempio che il consumo è funzione del reddito, volendo significare che la spesa per beni di consumo varia a seconda del variare del reddito: aumenta al suo aumentare e diminuisce al suo diminuire; ma l’aumento è a ritmo decrescente, ovvero molto accentuato per livelli bassi di reddito e via via meno deciso a livelli più alti.

In termini matematici, gli economisti esprimono il concetto con la seguente espressione:

C = f(Y)

Una volta identificato il tipo di collegamento fra le due grandezze, dato un certo livello di reddito, è facile trovare il corrispondente livello del consumo.

La funzione è ottenuta come interpolazione (ovvero congiunzione) di tutte le coppie di reddito e consumo rilevate dalla statistica.

Equilibrio

Non è difficile trovare anche la spiegazione comportamentale al fenomeno registrato: quanto più elevato è il reddito, tanto maggiore sarà la spesa per consumi.

Quello che non convince, in questo mondo di perfette corrispondenze statistiche e matematiche, è in primo luogo il fattore tempo, e in secondo luogo la corretta interpretazione del rapporto causa-effetto.

Nel primo caso, infatti, non è chiaro in quanto tempo la correlazione si manifesta: ammesso pure che a un aumento di reddito corrisponda un aumento di consumo, non è affatto indifferente sapere se tale fenomeno si manifesta dopo un giorno, un mese, un anno o dieci anni.

Se il mio stipendio aumenta di 100 Euro al mese, è ragionevole supporre che anche la mia spesa per consumi aumenti, mettiamo di 50 Euro. Ma in alcuni casi questo può avvenire contestualmente, in altri qualche giorno dopo l’accredito del nuovo stipendio, in altri ancora solo mesi più tardi. Oppure, addirittura, anche prima di percepire il nuovo livello di stipendio: non appena l’azienda lo comunica, e nei casi estremi non appena sentono parlare di aumenti, alcuni corrono subito a spendere.

In secondo luogo non è chiaro quale sia la causa e quale l’effetto: è il mio nuovo reddito che produce una maggiore spesa per consumi, oppure è la decisione di consumare di più che fa aumentare il reddito, magari di coloro che lavorano in quelle aziende che producono i beni che io vado a comprare?

Inoltre, in economia, assumiamo sempre che i soggetti (e i mercati) si comportino in maniera razionale, ma sappiamo bene che spesso ciò non avviene. E questo forse è anche il bello della vita.

Da tutto ciò consegue che, seppure a un certo punto si determina una situazione di equilibrio, questa sia tutt’altro che stabile, o magari sia solo il frutto di errate valutazioni che alla fine si compensano.

Il consiglio è quindi di prendere sempre con le molle le certezze degli economisti, e talvolta di praticare un sano scetticismo. Di certo non possiamo aspettarci che anche se in equilibrio, una situazione possa durare in eterno, o che a determinati eventi le reazioni che si verificano siano sempre quelle coerenti con le funzioni matematiche.

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In un mondo come quello attuale, interconnesso e in continua evoluzione, basta poco per vedere grandi sconvolgimenti,reazioni inattese o inspiegabili, addirittura “cigni neri”[1]

Quante volte abbiamo scommesso su un titolo perché il suo prezzo è molto sceso sul mercato ed è da tempo sotto il suo livello “normale” o “atteso” o “di equilibrio”, e il titolo continua invece a scendere? Esattamente come quando giochiamo al lotto un numero che non esce da molti turni. La statistica, la logica e l’esperienza ci dicono che quel titolo salirà o che quel numero uscirà, e prima o poi magari succede davvero.

Ma talvolta dovrà passare molta acqua sotto i ponti, o addirittura scopriremo di avere davanti un bel cigno nero. In ogni caso il rischio di farsi male ci sarà sempre.

Molto meglio considerare l’equilibrio dei mercati e del sistema come una situazione da libri di testo, utile come punto di riferimento tendenziale ma non sempre vera in assoluto.


[1] “Il cigno nero” è il titolo di un saggio di grande successo di Nassim Nicholas Taleb, uscito nel 2007, nel quale viene teorizzata e analizzata l’esistenza e l’incombenza degli eventi improbabili, se non ritenuti impossibili, nella vita reale.

Le buone azioni: come scegliere i titoli azionari da comprare

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Nelle scorse settimane abbiamo cercato di capire se, dopo i rally degli ultimi mesi, sia ancora il caso di mantenere i propri investimenti in azioni (in particolare italiane), oppure sia meglio realizzare le plusvalenze ed uscire, del tutto o in parte, dal comparto: della serie “prendi i soldi e scappa”.

Non possiamo a questo punto fare a meno di un piccolo moto di autocompiacimento: il primo articolo di warning è uscito su questo blog proprio all’inizio della settimana borsistica che è poi risultata la peggiore degli ultimi anni. Dobbiamo però ribadire che la nostra opinione era, e resta, quella di non uscire dal mercato, ma al massimo di ridimensionare esposizione e rischi, prendendo profitto dove è possibile.

I motivi di tale orientamento sono stati ampiamente illustrati nei due articoli precedenti e non è il caso di ripeterli. Può essere invece utile fare un piccolo passo indietro per rispondere alla domanda: quali sono i titoli azionari su cui investire? Domanda che logicamente si pone su un piano temporale antecedente alla scelta che abbiamo discusso.

Non c’è dubbio infatti che una gestione proficua del portafoglio si costruisce comprando bene: se scegliamo buoni titoli e gestiamo con intelligenza (e un po’ di fortuna) il momento dell’ingresso – il cosiddetto timing – è molto probabile che, anche in caso di crollo generalizzato del mercato azionario, riusciremo a restarne indenni o solo leggermente danneggiati. Salvo che non ci dovessimo trovare nella situazione di dover liquidare in fretta l’investimento, situazione che è sempre da evitare per il risparmiatore accorto attraverso il mantenimento di una congrua riserva di liquidità.

Come scegliere dunque “le buone azioni” nel mare magnum di possibilità di acquisto che i mercati ci presentano?

Vediamo di definire un percorso razionale, dando per scontato che il comparto azionario sia già stato individuato nella nostra asset allocation e che quindi abbiamo già deciso quanto investire in azioni.

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I nostri lettori ricorderanno che l’ultima fase del processo, quella dell’implementazione, consiste nella scelta di quali titoli (o strumenti) acquistare e quando fare l’investimento. Due decisioni che influenzeranno in modo decisivo la performance del nostro portafoglio.

Intanto dobbiamo individuare il settore produttivo e l’area geografica che riteniamo suscettibili delle migliori performance. E questa non può che essere una valutazione sui fondamentali dell’economia, mediata dalle convinzioni personali.

Successivamente, il primo nodo da sciogliere è relativo alla tipologia di strumento: meglio una quota di fondo comune o un ETF[1]oppure meglio cimentarsi nel cherry picking, ovvero nella scelta dei singoli titoli proprio come quando si scelgono le ciliegie migliori?

Nel primo caso si tratta di strumenti più “impersonali” ovvero tendenzialmente svincolati dalle decisioni individuali perché delegati a gestori professionali (nel caso dei fondi comuni) oppure rivolte a strumenti sintetici (indici) che replicano l’andamento indici o parametri.

In entrambi i casi ci sono comunque scelte da fare:

  • Per il fondo quale prodotto, è necessario valutare sulla base del track record del gestore (serie storica dei risultati passati) e dello stile di gestione (più o meno aggressivo, long/short[2], specializzato o meno[3]), nonché sull’eventuale comparto da scegliere;
  • Per l’ETF, sulla base della solidità dell’emittente e delle modalità di costruzione dell’indice (settoriale, generale, long/short, con o senza leva[4])

 

Una volta fatte queste scelte preliminari, tuttavia, possiamo tranquillamente disinteressarci del nostro investimento, salvo verificarne periodicamente l’andamento, avendolo delegato, rispettivamente, a gestori professionisti oppure ad un algoritmo meccanico.

Questo tipo di scelta è consigliabile a chi non ha una conoscenza specifica del mercato azionario e preferisce affidarsi ad esperti oppure alla statistica. A fronte di questa maggiore comodità, e minore rischio, vanno messi in conto i costi commissionali da riconoscere ai gestori o agli emittenti degli ETF, anche se spesso abilmente camuffati e difficili da quantificare.

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La seconda opzione, il cherry picking, è invece più rischiosa e richiede maggiori conoscenze, ma anche indiscutibilmente più divertente.

Di questo parleremo nel prossimo articolo, col quale si concluderà questa breve ma intensa incursione nel variopinto mondo delle borse.

 

 


[1] L’ETF (Exchange traded fund) è una particolare tipologia di fondo di investimento, quotato in Borsa, che ha come obiettivo di rendimento quello di replicare l’indice al quale si riferisce (benchmark) attraverso una gestione totalmente passiva. In altre parole è costituito da un algoritmo la cui quotazione  riflette l’andamento del benchmark: sale quando l’indice sale e viceversa.

[2] L’opzione long/short è quella che consente ad alcuni gestori di puntare sia sul rialzo dei titoli (posizione long) che sul loro ribasso (posizione short). In questo secondo caso lo stile di gestione è più aggressivo e comporta un rischio più elevato, ma dà la possibilità di guadagnare anche nelle fasi di calo dei mercati

[3] Un fondo azionario è specializzato quando investe solo in alcuni settori merceologici o in alcune aree geografiche o in determinate tipologie di imprese (ad esempio piccole e medie)

[4] La leva finanziaria consiste nella possibilità di investire anche risorse prese a prestito, anziché i soli mezzi propri, operando a leva, e quindi ricorrendo al debito, si aumenta la possibilità di ottenere buone performance ma aumenta anche il livello di rischio in quanto con la performance vanno coperti anche gli interessi sul debito

La lotta di classe fra operai e consumatori: il caso Walmart

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Abbiamo visto nel precedente articolo come il colosso statunitense Amazon eserciti una forma di potere e di pressione enorme nei confronti delle comunità in cui si insedia, al punto da emanare, come detto, una sorta di “atipico” bando per le pubbliche amministrazioni, sulla cui evoluzione sarà interessante tenersi aggiornati.

Vediamo oggi un caso un po’ diverso, ma di impatto se possibile ancora maggiore sui meccanismi alla base dei rapporti sociali ed economici del mondo post-industriale: si tratta del gigante della grande distribuzione Walmart, probabilmente la più grande azienda del mondo, sicuramente quella con il maggior fatturato.

La sua influenza sulla vita quotidiana, le abitudini e l’economia della popolazione è così forte che è stato coniato il termine “effetto Walmart[1] per significare il condizionamento operato dalla multinazionale non solo su dipendenti, clienti, fornitori, ma anche sulle comunità in cui è insediata ed in quelle esterne.

 

Solo un quarto di secolo fa tuttavia, Walmart era una delle tante catene di supermercati, presente in 9 stati degli USA, e quindi certamente importante, ma non molto diversa da tutte le altre. Oggi ha circa 260 milioni di clienti; 11.600 punti vendita in 28 paesi di tutto il mondo; 2,2 milioni di dipendenti e fattura quasi 500 miliardi di dollari all’anno. Dimensioni che si fatica perfino a comprendere in una realtà come quella italiana: più simili a quelle di uno stato che di una singola azienda.

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Dimensioni che forse neanche il fondatore Sam Walton poteva concepire quando nel 1962 dette vita alla società a Betonville, in Arkansas, un borgo con 36.000 anime.

Sarebbe interessante ripercorrere le fasi e le modalità della crescita iperbolica, che continua anche oggi al ritmo di 1.000 nuove location all’anno: una storia da manuale tipicamente americana, a base di dedizione al lavoro, sconfinato ottimismo, mission aziendale chiara e determinazione ferrea.

Quello che però vogliamo qui sottolineare è la natura sociale dell’effetto Walmart. La ricerca ossessiva del contenimento dei costi per essere in grado di “garantire al consumatore ogni giorno il prezzo più basso” (come recita la mission dell’azienda) ha portato il gruppo a pratiche sostanzialmente vessatorie nei confronti di dipendenti e fornitori, sfruttando la sua forte posizione commerciale.

 

Anche se i dipendenti vengono graziosamente ma in modo farisaico definiti “associates” e i fornitori “partners”, Walmart di fatto strizza entrambi come limoni, fino al punto di rottura ed oltre.

 

Nei confronti dei fornitori, produttori di ogni dimensione in ogni parte del mondo, naturalmente Walmart rappresenta un cliente di primaria importanza, in grado non solo di fare ordini molto consistenti e pagare puntualmente ma di contribuire all’immagine stessa dell’azienda che può vantare nel proprio portafoglio un nome così altisonante. Infatti annoverare Walmart fra i propri clienti è, per qualsiasi azienda, una patente di serietà, affidabilità e qualità che certamente giova al suo buon nome.

Per molte imprese infatti, il gigante della distribuzione USA è uno dei principali clienti, talvolta addirittura l’unico. Anche grandi gruppi si sono attrezzati per servire Walmart in modo dedicato ed esclusivo: è il caso di Procter & Gamble ha una divisione in cui lavorano 250 persone che si occupa solo di gestire il rapporto con Walmart.

L’ovvia conseguenza è che la trattativa con i fornitori non è un normale negoziato commerciale, ma diventa alla fine una vera e propria imposizione sia in termini di prezzo che di condizioni di vendita. Infatti, ad esempio, Walmart obbliga i fornitori a consegnare la merce direttamente ai suoi punti vendita anziché a pochi centri logistici come succede in genere, ribaltando così integralmente il costo della distribuzione e del trasporto sui fornitori stessi.

Ha fatto scuola poi l’obbligo imposto di fornire la merce senza confezioni esterne e imballaggi, in modo da poterla collocare direttamente sugli scaffali risparmiando costo del materiale e del lavoro. I due cent risparmiati in media per ogni dollaro acquistato vengono ripartiti a metà col fornitore stesso

Nonostante tali imposizioni, la dinamica del rapporto fra Walmart e i suoi fornitori può tuttavia ancora dirsi una componente fisiologica, seppure inusuale, di un accordo commerciale, nel quale una parte guadagna (Walmart) e l’altra perde.

 

 

Quello che rischia davvero di influire sui meccanismi sociali, e che testimonia un radicale cambiamento della società postindustriale, è invece il rapporto con i dipendenti.

 

Il gruppo statunitense è stato infatti accusato di comportamenti vessatori nei confronti dei lavoratori, paventando una situazione di sfruttamento massiccio della mano d’opera. Questo ovviamente al fine di consentire prezzi di vendita in continua riduzione ed attrarre, per tale via, un numero sempre maggiore di clienti.

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Dal punto di vista dell’azienda si tratta di una politica di forte contenimento dei costi di produzione e di ricerca di maggiore produttività. Dal punto di vista dei dipendenti significa invece barattare la sicurezza del posto di lavoro, in una grande azienda in continua espansione, con l’accettazione di condizioni penalizzanti in termini di orari, salari, flessibilità e la rinuncia a molte delle garanzie faticosamente ottenute da generazioni di lavoratori.

Dal punto di vista sociale, invece, non può che prendersi atto che la lotta di classe che abbiamo conosciuto dai tempi della rivoluzione industriale ha ormai cambiato radicalmente i connotati: non più operai contro padroni, ma dipendenti contro consumatori.

Ciò che assume valore non è tanto il contributo alla produzione quanto il contributo al consumo. Le persone valgono e sono degne di tutela sociale in quanto consumano, spendono e fanno girare il sistema. Non è più questione di ricchi e poveri (operai poveri e padroni ricchi, come in passato), in quanto i consumatori possono essere anche più poveri dei dipendenti di una grande azienda, che tutto sommato hanno almeno lavoro stabile e retribuzione assicurata, anche se in calo.

Nella scala sociale la vera fonte di ricchezza è il cliente che spende e non il dipendente che costa. I clienti non sono mai abbastanza e si fa di tutto per incrementarne il numero; di dipendenti invece c’è ampia offerta. Coerentemente, l’immagine aziendale è tutta proiettata a presentare un soggetto attento all’ambiente, impegnato nella filantropia e in linea con i principi di Corporate social responsibility[2] che i clienti mostrano sempre di apprezzare.

Un po’ paradossale che si risparmi sulle condizioni di lavoro e di vita dei dipendenti all’interno dell’azienda per spendere in beneficienza e a favore dell’ambiente esterno. In quanto dipendente Walmart, un ipotetico quanto sconosciuto John Smith è vessato e sfruttato, ma in quanto cittadino e potenziale consumatore è corteggiato e ricercato.

Inutile chiedersi se questa tendenza sia per la società indice di progresso oppure di barbaro arretramento, oltre al fatto che sembra molto difficile capire dove potremo arrivare: occorre piuttosto fare i conti con la nuova realtà e, per quanto possibile, attrezzarsi.

 


[1] Charles Fishman, “The Wal-Mart effect. How an Out of Town Superstore became a Superpower”, Penguin Books, London 2006.

[2] Con il termine Corporate Social Responsibility (CSR), in italiano “responsabilità sociale d’impresa”, si intende il complesso delle politiche aziendali, delle misure intraprese e dei rapporti attivati da parte delle grandi, piccole e medie imprese per gestire efficacemente le problematiche d’impatto sociale ed etico al loro interno e nelle zone di attività.

Libero scambio e protezionismo

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Nella settimana che ha visto l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, uno degli argomenti più dibattuti é stato certamente quello sulla forma di mercato: libero scambio o protezionismo? O meglio: dopo aver esaltato, dai banchi di scuola a quelli dei governi occidentali, le virtù dell’apertura dei mercati, c’e la concreta possibilità che si voglia invece tornare all’oscurantismo protezionistico?

Il tema non é solo accademico e virtuale, é invece molto concreto e reale, con importanti conseguenze sui mercati finanziari, sul lavoro delle imprese, sui consumatori e sullo Stato.

Se la circolazione delle merci è limitata, quella del denaro lo diventa in misura ancora maggiore, per cui il protezionismo economico produce, con effetto leva, quello finanziario.

La limitazione al libero scambio di merci e servizi origina ovviamente mercati chiusi che possono funzionare se un sistema è tendenzialmente autosufficiente, ovvero se al suo interno si trovano tutti i beni di cui la comunità necessita e se non esistono surplus di beni che il mercato interno non è in grado di assorbire. In caso contrario, i beni che si devono acquisire dall’esterno come minimo costeranno più cari e i beni da esportare troveranno enormi difficoltà ad essere venduti.

Per quanto riguarda i consumatori, naturalmente pagheranno più cari i loro consumi, essendo questa la naturale contropartita del vantaggio competitivo concesso alle imprese nazionali. Ci saranno poi una serie di prodotti che saranno per loro del tutto inaccessibili: quelli realizzati da imprese straniere.

Infine la pubblica amministrazione dovrà organizzarsi per la riscossione delle imposte doganali, da un lato, e riequilibrare con la fiscalità la distorsione del carico a vantaggio delle imprese e a scapito delle famiglie dall’altro.

Per quanto detto fin qui, sembra che le uniche  a trarre profitto dai mercati protetti siano le imprese, che, essendo libere dalla pressione della concorrenza, possono permettersi di imporre prezzi più alti e di tenere livelli di produttività inferiori. Ma occorre fare una serie di distinguo.

In primo luogo, le aziende favorite dal protezionismo sono quelle meno efficienti e che hanno solo un mercato interno. Le alte ne sono invece danneggiate perché si trovano preclusi mercati dove potrebbero collocare i loro prodotti a condizioni remunerative. Non solo, ma la pressione al ribasso sui salari (inevitabile in un mercato del lavoro parimenti chiuso: se vuoi lavorare puoi farlo solo qui e alle mie condizioni) trova un limite nella capacità dei lavoratori di acquistare prodotti a prezzi crescenti. Il punto non è tanto la preoccupazione per le condizioni dei lavoratori (alle quali le imprese sono in genere poco sensibili), quanto il fatto che essi, alla fine, costituiscono l’unico mercato di riferimento delle imprese protette: se i consumatori non hanno soldi per comprare, certamente le imprese non vendono. Se dovessimo fare un bilancio di vantaggi e svantaggi dei due sistemi a confronto, è difficile affermare la superiorità del protezionismo. Può avere un senso solo come misura di emergenza, per un periodo di tempo limitato, in chiave difensiva per il sistema produttivo di un certo paese. Nel lungo periodo, inevitabilmente, i nodi vengono al pettine.

Perché allora Trump ha messo nel suo programma l’adozione di misure protezionistiche? Credo che le ragioni siano essenzialmente due :

 

  1. La cambiale messa all’incasso dall’industria che ha dato il suo sostegno per l’elezione e che teme la concorrenza, soprattutto asiatica;
  2. Il complesso problema dei flussi migratori.

 

Sul primo aspetto, c’è poco da aggiungere  a quanto detto sopra. Solo il fatto che la dinamica delle valute (in modo particolare l’andamento del dollaro), è un tema molto sensibile per i detentori, prevalentemente asiatici, dei titoli del debito pubblico americano. Sul secondo, le motivazioni reali sembrano più di natura ideologica o emotiva che non economica. I migranti rappresentano un grande problema delle società occidentali di oggi. I flussi incontrollati sicuramente pongono problemi di ordine pubblico, di assistenza e servizi per un numero molto elevato di persone.

Ma possono rappresentare anche una notevole opportunità sia come forza lavoro in un sistema che da tempo si trova in massima occupazione, sia come mercato addizionale interno.

E d’altra parte, la ricchezza degli Stati Uniti nella storia è stata costruita proprio grazie alla tradizionale accoglienza e integrazione offerta agli immigrati, in un paese in cui non esiste, salvo quello dei pellerossa, nessun ceppo etnico autoctono. Ogni americano è anche qualcos’altro: italiano, irlandese, greco, cinese e così via.

Del resto, la Statua della Libertà, la prima visione che ha dell’America chi la raggiunge dal mare, accoglie i visitatori con le parole del noto sonetto di Emma Lazarus incise sul piedistallo::

 

“Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifuti miserabili della vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste, e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata

Pillole di Finanza: lascia o raddoppia

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Buona regola in finanza é quella di realizzare i guadagni di un investimento quando l’utile raggiunge una certa soglia obiettivo generale che l’investitore può proporsi. Ad esempio, se tale soglia fosse del 20%, ogni volta che un qualunque titolo in portafoglio supera di quella soglia il costo di acquisto, conviene senz’altro passare alla cassa e mettere in tasca il profitto.

Lo stesso, indicativamente, quando l’investimento raggiunge il livello target (bersaglio) sulla base del quale avevamo deciso di acquistare proprio quel titolo. Ad esempio, se un’azione ha un prezzo di 15€ e in base alle nostre valutazioni o alle stime degli analisti e si prevede che in un certo periodo di tempo (diciamo un anno) quell’azione arrivi a 17€ – ovvero abbia un potenziale di apprezzamento (upside) del 13% – al momento in cui la quotazione raggiunge i 17€, sarebbe buona cosa vendere.

Quindi, nel nostro caso, se compriamo un titolo a 15€ e dopo soli due mesi il titolo sale a 17€, la prima opzione razionale é vendere, per evitare che successive oscillazioni negative del prezzo, anche se temporanee, allontanino il nostro obiettivo. Se tuttavia in quel momento decidiamo di mantenerlo ancora in portafoglio perché il mercato sta salendo e vogliamo strappare qualche Euro in più  di utile inatteso e il titolo arriva a 18€ (+ 20%), portandoci anche oltre le nostre aspettative iniziali, il consiglio é di rompere gli indugi e portarsi a casa i 3 Eurini, senza saper né leggere né scrivere.

Se poi, nonostante il guadagno già fatto, quel titolo cresce ancora di valore, niente vieta di prendere ancora in considerazione l’eventuale riacquisto, ma la nuova valutazione di investimento va fatta a partire dal nuovo prezzo di mercato di 18€, perché a questi livelli gli elementi di giudizio si sono sensibilmente modificati. E comunque in genere non é mai un buon acquisto quello fatto in costanza di una crescita sostenuta, così come non é mai una buona vendita quella fatta quando un titolo é in caduta libera. In finanza si usa dire “non cercare mai di afferrare un coltello che sta cadendo”.

Questa semplice norma di comportamento rende certamente molto difficile, se non impossibile, fare il “colpo della vita”, ovvero realizzare guadagni stellari su un singolo asset. Del resto, la logica del colpo della vita, che é una logica tipica dell’azzardo e non dell’investitore razionale, non é quella che deve ispirare il lettore di questo blog.

 Sicuramente però la regola del 20% ci consente di portare a casa sempre un buon guadagno e di non ritrovarsi con un pugno di mosche in caso di fiammate sporadiche e spesso irripetibili di un singolo titolo.

Il messaggio quindi é: quando decidiamo di acquistare un titolo, definiamo per quel titolo un obiettivo di rendimento nell’arco del nostro orizzonte temporale (normalmente, e per semplicità, diciamo un anno) e comunque un obiettivo generale massimo (ad esempio il 20%).  Se anche prima della scadenza l’obiettivo del titolo é raggiunto, la prima opzione é vendere; in ogni caso se in qualunque momento un titolo raggiunge l’obiettivo generale massimo,  vendiamo serenamente e portiamo a casa l’utile.

Che poi, anche nel senso inverso di massima perdita sostenibile su un singolo asset, é la base delle tecniche di stop-gain e stop-loss che gli investitori professionali impostano in modo automatico.

Pillole di Finanza: quando è meglio vendere o comprare?

Si pone spesso la domanda, rispetto ad un titolo che abbiamo in portafoglio e che ha avuto una buona performance tanto da incorporare una plusvalenza teorica, se e quando venderlo per “passare alla cassa” e portare a casa il guadagno. Oppure, rispetto a un titolo che ci piace e sta invece diminuendo di valore, se e quando comprare.

Intanto una premessa: in finanza si guadagna soprattutto COMPRANDO BENE. Quindi è necessaria massima attenzione soprattutto nella scelta dei titoli e nel timing (ovvero il momento) in cui effettuare l’acquisto.

Infatti talvolta vediamo un titolo, che pure ci piace ma che non abbiamo (ancora) in portafoglio, crescere in modo molto accentuato e – non volendo perdere ulteriori opportunità – saremmo tentati di comprarlo.

Quest’ultimo é il caso più rischioso, e quasi mai é consigliabile “salire sul treno in corsa”: troppe probabilità di farsi male entrando all’apice della quotazione. Quindi una prima indicazione é: evitiamo di mettersi in scia sugli acquisti con il rischio di restare col cerino acceso in mano al momento in cui il prezzo comincerà a diminuire.

Nei primi due casi sopra descritti, invece, non é certo facile fare la scelta giusta. Intanto, una volta scelto un titolo su cui investire, dobbiamo avere un’idea di quale sia il suo prezzo “normale” o “tendenziale”. In genere gli analisti definiscono un livello atteso considerato target, oppure un intervallo fra un valore minimo e un valore massimo, sulla base del valore che essi attribuisco all’azienda e ai flussi di cassa che quella società prevedibilmente realizzerà in futuro.

Se il prezzo di mercato è inferiore al target price, gli analisti dicono che quel titolo ha un potenziale di apprezzamento (upside) e ne consigliano l’acquisto con raccomandazione buy, in caso contrario prevedono un downside e la raccomandazione è sell.

Naturalmente le cose non sempre vanno come gli analisti prevedono, ammesso e non concesso che le loro valutazioni su un determinato titolo vadano almeno nella stessa direzione. Ma certamente se la maggior parte di essi consiglia l’acquisto e intravvede un buon upside, una volta verificato che i multipli (come descritti nella precedente pillola) siano ragionevolmente bassi  in relazione al settore di appartenenza, possiamo razionalmente procedere ad acquistare.

In merito alla vendita, un buon consiglio è quello di non lasciarsi ingolosire troppo da un andamento rialzista, nell’aspettativa che la plusvalenza possa crescere ancora. E’ buona regola darsi un obiettivo per ogni titolo che si acquista, coerente con l’obiettivo complessivo dell’asset allocation strategica, ma non necessariamente coincidente con esso: ad esempio considerare come obiettivo di apprezzamento un valore medio fra quelli indicati dagli analisti presi in considerazione. Inoltre è bene darsi una regola generale che ci consenta, anche in caso di rally rialzisti su un titolo in portafoglio, di portare comunque a casa un guadagno soddisfacente anche se il titolo continua a crescere: ad esempio vendere sempre quando abbiamo realizzato un utile del 20%. Saremo poi sempre in tempo a ricomprarcelo, più tardi, eventualmente anche ad un prezzo maggiore se le condizioni di mercato si sono nel frattempo modificate, ma avremo fatto l’utile esercizio di sottoporre quel titolo a una seconda valutazione.

A questo punto, rispetto a un titolo in utile, abbiamo indicazioni precise su quando vendere: se ad esempio un’azione X, che abbiamo comprato (prezzo di carico) a 100, ha un prezzo di mercato di 110 e un prezzo target medio 115, ogni prezzo di vendita compreso fra 115 e 120 può essere considerato un ottimo prezzo di vendita.

Analogamente, dobbiamo stabilire anche un livello massimo di perdita che possiamo ritenere accettabile, per evitare di farci travolgere da eventuali ed improvvise situazioni di crisi. Anche in questo caso, un ragionevole livello di stop loss può essere quello del 20%, per cui nel caso sfortunato di un crollo del nostro titolo, una volta che il prezzo dovesse arrivare a 80, è da vendere immediatamente.

Queste due  semplici regole, quella di vendere in modo quasi automatico una volta raggiunto un certo livello di plusvalenza  oppure una certa minusvalenza,  consentono di evitare quasi tutte le bolle speculative e di non restare con l’”uomo nero” in mano in caso di crolli imprevisti e violenti del mercato in generale o di un certo titolo in particolare.

 

 

 

Pillole di Finanza: corsi e ricorsi

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Non c’è niente che abbia maggior successo, in finanza, delle suggestioni cabalistiche o di quelle basate sui corsi e ricorsi storici, spesso senza alcun evidente motivo razionale, ma sempre molto seguite, del tipo “non sarà vero ma ci credo”. Un po’ come gli oroscopi, cui pochi ammettono di credere ma che tutti leggono con curiosità.

Sell in may and go away: il vecchio adagio riferito alla borsa americana, ad esempio, è ancora uno dei più popolari nel nostro Circo Barnum della finanza. Poi magari succede, come in Italia nell’anno appena finito, che a maggio-giugno sarebbe invece convenuto comprare per vendere ora dopo il rally autunno-inverno.

La cabala, ma anche l’evidenza statistica, indicano che ora i portafogli azionari dovrebbero essere alleggeriti e le gradite plusvalenze di chi ha comprato, appunto, in primavera, realizzate. Nelle prossime settimane (o mesi) chi ci crede dovrebbe chiudersi in difesa e praticare un bel catenaccio. Alcuni parlano di “apocalisse finanziaria prossima ventura”, e comunque quasi tutti mettono in guardia dalla probabile inversione del ciclo, nonostante che i multipli di borsa e i fondamentali possano far prevedere ancora un’ulteriore possibile prolungamento della crescita dei mercati azionari.

Se stiamo alla cabala, non c’é dubbio che il 17 sia un numero che fin dall’antica Roma é stato ritenuto portatore di sventura (XVII sarebbe infatti  l’anagramma di vixi, ho vissuto, ovvero ero e non sono più).

Non solo, ma ciclicamente gli anni che terminano con il 7 si ricordano per eventi finanziari catastrofici o comunque infausti: il 1987 del crollo di Wall Street con il celebre venerdì nero, il 1997 con il quasi default della Russia, il 2007 con l’inizio della grande depressione mondiale originata dai subprime e  culminata col fallimento Lehman Brothers.

Più degno di fede é però l’andamento storico dell’indice S&P 500, il paniere formato dalle 500 maggiori società quotate USA e indicatore principe del mercato azionario statunitense e, per estensione, mondiale.

Ebbene, il grafico di questo indice mostra chiaramente che periodi di crescita intensa che durano 4/5 anni sono seguiti da 2/3 anni di crollo. Dal 1996 e 1997 (anno di minimo, come si diceva sopra) fino alle torri gemelle nel 2001, l’indice é cresciuto di circa il 110%. Dopo essersi dimezzato, dal 2002 lo S&P 500 é tornato a crescere fino al 2007 di un altro 121%. Con la grande crisi il crollo è arrivato al 55% e infine dal 2009 a tutto il 2016 l’impennata é stata di quasi il 300%. Se gli scricchiolii che si sono avvertiti nell’anno da poco concluso (rallentamento della crescita in Cina, flussi calanti del commercio mondiale, correzioni anche importanti dei mercati avvenute nella prima parte dell’anno) sono le prime avvisaglie di una nuova imminente crisi, allora i timori possono non essere ingiustificati.

É vero che l’inflazione può (e dovrebbe) ancora crescere, e che le previsioni sugli utili aziendali non sono così preoccupanti, ma ridimensionare a questo punto la componente azionaria dei portafogli a vantaggio della liquidità o – al limite – di obbligazioni a tasso variabile potrebbe essere un comportamento prudente e razionale per evitare brutte sorprese. Come dire: meglio aver paura che buscarne.

Scalate ostili, OPA et similia

E’ notizia di qualche settimana fa la scalata dei francesi di Vivendi a Mediaset, azienda quotata italiana e gigante delle comunicazioni. La cosa ha suscitato interesse e scalpore, e sui media nazionali – non sempre completamente neutrali sul tema – è stata descritta come un assalto da parte dell’invasore straniero che viene a depredare il paese di uno dei suoi asset più importanti.

La scalata (bid) é in realtà un’operazione connaturata al sistema di mercato, incentrato sulla borsa. Ciò che da noi la rende inusuale  é piuttosto il fatto che in genere si é preferito, in casi analoghi del passato, aggirare il mercato e ricercare operazioni “amichevoli” attraverso accordi diretti con gli azionisti di maggioranza.

Questo tipo di operazioni sono forse più eleganti e anche meno dispendiose per gli scalatori, ma certamente meno “amichevoli” nei confronti degli azionisti di minoranza. La legge che rende obbligatoria l’offerta pubblica di acquisto (OPA) al raggiungimento della soglia di partecipazione del 30% serve proprio a tutelare questi ultimi, in genere definiti come “parco buoi”, e come tali normalmente trattati nel nostro mercato. Vediamo di che si tratta, mantenendoci sulla sostanza e lasciando da parte i tecnicismi giuridici ed economici.

Il mercato delle azioni (la borsa) ha una duplice funzione:

  • per le società serve a reperire capitali di rischio e a limitare le risorse da impiegare da parte del soggetto economico (l’imprenditore);
  • per i risparmiatori serve a trovare forme di impiego del loro denaro che siano prontamente liquidabili all’occorrenza e contando (oltre che sul dividendo) soprattutto su un aumento di valore nel tempo dell’azienda.

 

Un’azienda brillante e di successo consegue redditi, e distribuisce profitti agli azionisti, ma principalmente aumenta di valore, ovvero tende a incorporare nel prezzo delle proprie azioni i flussi di cassa futuri che andrà a distribuire. Non solo: dal punto di vista di un’azienda concorrente o di una che opera nello stesso settore o in settori analoghi magari all’estero, il valore di quella società può essere anche maggiore, nella convinzione che una fusione fra le due realtà possa generare sinergie individualmente non realizzabili. Oppure che il cambio di management renda l’oggetto del desiderio (target) ancora più redditizio.

Abbiamo detto in un precedente articolo che il prezzo di un’azione rappresenta il valore che il mercato attribuisce in un certo momento a quella società, ovvero la sua capitalizzazione di borsa (valore totale delle azioni emesse). Se supponiamo che una Società X abbia dieci milioni di azioni in circolazione e ciascuna azione é quotata 10 Euro, significa che il mercato “valuta” quella società 100 milioni. Se un concorrente estero, supponiamo Y, é convinto che fondendo X ed Y, il valore della nuova realtà sia 150 milioni oltre al valore corrente di Y, egli sarà disposto a pagare quelle azioni fino a 15 Euro l’una.

Come può muoversi allora il nostro Y (lo “scalatore” o raider) per acquisire il controllo di X (lo “scalato” o target), ammesso che abbia le risorse necessarie (o sia in grado di procurarsele, ad esempio attraverso il debito o un aumento di capitale)?

Il metodo “amichevole” consiste nell’accordarsi con gli azionisti di maggioranza di X, che per semplicità supponiamo controllino la società al 60% (in realtà basta molto meno per avere il controllo di una società quotata), ovvero possiedano 6 milioni di azioni delle 10 totali. Poiché il pacchetto attribuirebbe ai compratori la disponibilità dell’azienda, in teoria essi potrebbero offrire fino a 110 milioni di Euro per quel pacchetto (cioè 150 meno il prezzo delle altre azioni), che come abbiamo visto in borsa ne vale 60. Ciò significa che Y potrebbe pagare ai soci di maggioranza di X ben 18,3 Euro ad azione, contro i 10 della quotazione ufficiale.

Se le cose andassero così, per Y nessun problema (paga quanto sarebbe stata disposta a spendere comunque, e ogni Euro in meno che riesce a scontare ai venditori è minor costo), per i soci di maggioranza ci sarebbe un maxi guadagno, mentre i soci di minoranza (i detentori del residuo 40% del capitale di X) verrebbero in sostanza ingiustamente privati di un utile che avevano contribuito a generare con il loro investimento iniziale.

Per evitare questa asimmetria, la legge dispone che, al raggiungimento della soglia del 30% di partecipazione, lo “scalatore” debba obbligatoriamente comprare alla media degli ultimi prezzi pagati anche tutte le altre azioni che gli venissero offerte. Nel nostro caso, gli azionisti di minoranza potrebbero quindi consegnare i lori titoli all’offerente ricavando 18,3 Euro ad azione anziché i 10 che il mercato quotava prima della scalata.

Ovviamente l’esempio che abbiamo fatto è solo teorico, perché chi dispone della maggioranza assoluta di una società è al riparo da ogni scalata, salvo l’offerta di un prezzo talmente alto da non poter essere rifiutato. Ma poiché le società quotate di grandi dimensioni si possono controllare anche col 30% o anche meno di partecipazione (ed è per questo che il limite di OPA scatta a questa soglia), in tal caso si trovano contrapposti i due blocchi della maggioranza preesistente e degli scalatori, che in genere sono pressoché equivalenti in termini di partecipazione. E’ proprio qui che scatta l’ostilità.

A ben vedere, quindi, quanto più la scalata è “ostile” tanto più gli azionisti di minoranza possono guadagnare dal loro titolo. Viceversa, se un’operazione fosse fatta totalmente fuori borsa, in modo amichevole fra gli “scalatori” e gli “scalati”, il parco buoi neanche se ne accorgerebbe.

In questi casi poi le operazioni sovente si complicano perché sono ammesse e disciplinate “controopa”, ovvero offerte pubbliche concorrenti con prezzo al rialzo, e divieti per la società target di effettuare operazioni straordinarie in corso di OPA.

Ma la sostanza del discorso non cambia: solo con operazioni di mercato trasparenti si può estendere il beneficio della scalata anche agli azionisti di minoranza.

Poiché l’obbligo di OPA scatta alla soglia del 30%, e dato che questo tipo di scalata è molto onerosa, in genere chi vuole acquisire il controllo di un’azienda si ferma al 29,9% (è appunto il caso di Vivendi), e a quel punto l’operazione viene allo scoperto e il corso del titolo si allinea al presumibile prezzo di offerta.

Per rastrellare le azioni fino a quel punto, i raider (scalatori) accorti frazionano gli acquisti in un intervallo di tempo sufficientemente lungo perché non si producano aumenti improvvisi del prezzo non altrimenti spiegabili. Se trapelasse la loro intenzione in questa fase, molti operatori attenti potrebbero dar corso ad acquisti in borsa, col risultato che il prezzo dell’azione lievita fino a raggiungere, in casi estremi, il livello obiettivo, superato il quale l’acquisizione non risulta più conveniente.

Per questo è fondamentale, per il successo dell’operazione, un rigido controllo delle informazioni per evitare fughe di notizie che potrebbero pregiudicare l’esito del bid.

 

Pillole di Finanza: gli indici delle azioni

 

Quando vogliamo scegliere un titolo azionario in cui investire, dopo avere esaminato andamento e prospettive del settore, è utile farsi un’idea del ‘valore equo’ del titolo (quello che gli analisti definiscono target price), ovvero del valore che può rappresentare un prezzo di equilibrio rispetto all’andamento dell’azienda. Vediamo di spiegarci meglio.

La teoria ritiene che il corso di un’azione (il prezzo esposto sul listino)  debba tendere verso il valore dell’azienda. Ovvero, sempre in teoria, debba prima o poi riflettere il valore attuale dei dividendi futuri che verranno distribuiti.

Senza addentrarci troppo in tecnicismi, cerchiamo di capire se il prezzo in un certo momento può riflettere o meno il valore effettivo: se se ne discosta  In genere a questo proposito si considerano due indici, entrambi riportati dagli analisti: il price to earnings (P/E, rapporto fra prezzo e utili) e il price to book value (P/BV, prezzo su valore di libro).

Il primo é un indice che rapporta il corso del titolo agli utili di bilancio di quella società in un certo esercizio (in genere quello in corso e quello successivo) ed esprime il numero di anni in cui il prezzo  del titolo viene ripagato dagli utili conseguiti dalla società. Quindi, ad esempio, un rapporto P/E di 10 significa che occorrono 10 anni affinché la somma degli utili lordi generati dalla gestione aziendale sia uguale al corso del titolo.

Il secondo indice esprime invece un rapporto fra valore di mercato e patrimonio netto della società: quanto più é maggiore di 1, tanto maggiore é l’”avviamento” dell’azienda, quanto piú é vicino a 0 tanto meno il valore della società comprende almeno il valore contabile del capitale proprio.

A questi indici non deve essere attribuito un valore assoluto, quanto piuttosto un termine di confronto con le altre aziende dello stesso settore. Se il valore medio del P/E di un certo settore é 10, e il nostro titolo presenta 15, molto probabilmente si tratterà di un titolo sopravvalutato e quindi più caro della media. Lo stesso se, a fronte di un P/BV medio ad esempio di 1,50, abbiamo un titolo che presenta 2. In entrambi i casi, a parità di altre circostanze, é ragionevole aspettarsi che i prezzi possano allinearsi a quelli medi di settore, e quindi diminuire.

Un ultimo indice interessante é il cosiddetto dividend yield (rapporto percentuale fra dividendo e prezzo ed esprime la redditività per il solo effetto del dividendo lordo. Un titolo quotato 10 che distribuirà un dividendo di 1 per azione, ha una redditività lorda del dividendo del 10%. Il dividendo dipende sia dai risultati gestionali (l’utile conseguito), sia dalle politiche di bilancio della società in merito alla ripartizione dell’utile fra dividendo e riserve. Il titolo di una società che  distribuisce pochi dividendi ma fa molti utili utili, sicuramente aumenterà di valore nel tempo. Dato un certo livello di utile, la preferenza fra reddito immediato (dividendo) e reddito differito varia da investitore a investitore.

Volendo trarre una conclusione, molto approssimativa ma certamente non sbagliata, di quanto abbiamo detto, possiamo intanto ribadire che è bene investire in società che si ritengono solide e in sviluppo. Se così é, le oscillazioni del titolo dovrebbero essere riassorbite e se il mercato funziona possiamo aspettarci un incremento di valore. É quindi consigliabile farsi un’idea delle prospettive del settore e della singola azienda prima di impiegarci denaro, e non lasciarsi ingannare da movimenti puramente speculativi, che prima o poi sono destinati a sgonfiarsi.

Leggera e digitale è tutta un’altra banca!

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Nel primo decennio del nuovo secolo il sistema bancario italiano è profondamente cambiato e  difficilmente tornerà a essere quello che abbiamo conosciuto in passato. Le banche di media dimensione sono scomparse. I dati (si vedano i grafici in pagina) dicono che nel 2000 in Italia c’erano tre grandi gruppi – Unicredit, Intesa e San Paolo – con una capitalizzazione superiore ai venti miliardi di euro, esistevano poi altre 8 banche di medie dimensioni comprese fra i cinque e i venti miliardi (Banca Fideuram, Banca Commerciale Italiana, Bipop-Carire, Monte dei Paschi di Siena, Rolo Banca 1473 e Mediobanca), e infine le realtà minori, le cosiddette” banche del territorio” o “della comunità locale”. Già alla fine del 2011 la situazione è cambiata radicalmente: i due campioni nazionali (Intesa San Paolo e Unicredit), con rispettivamente venti e dodici miliardi di capitalizzazione, hanno scavato un profondo divario con gli altri istituti. A parte Mediobanca, che fa un mestiere diverso e comunque capitalizza meno di quattro miliardi, tutte le altre sono sensibilmente sotto i tre miliardi. E i numeri di oggi sono ancora più marcati. Le differenze di sistema sono due: come detto, sono sostanzialmente spariti i players intermedi, che si attestavano in una fascia di capitalizzazione fra i cinque e i dieci miliardi; si è inoltre assistito a una  generalizzata riduzione dei valori di borsa di tutti quanti gli istituti di credito, nonostante gli aumenti di capitale lanciati. Un trend, questo, che riflette l’andamento dell’intero mercato borsistico ma nel settore bancario il crollo, conseguente alla crisi, è stato indubbiamente molto più accentuato.

Fra il 2001 e il 2011 il mercato italiano è radicalmente cambiato per una serie di fattori concomitanti, che vanno dal modo diverso di utilizzare i servizi bancari da parte dei clienti, alle nuove tecnologie, alla competitività sempre più marcata, ai più stringenti requisiti di vigilanza introdotti soprattutto dopo la grande crisi

La generalizzata perdita di valore degli istituti di credito in Borsa ha a che vedere con la radicale trasformazione dell’industria bancaria: sono crollati gli argini rassicuranti del quasi-monopolio o dell’oligopolio che garantivano margini di redditività ampi e stabili. Parallelamente, sono aumentati i rischi dell’attività creditizia e le crisi aziendali che hanno reso i portafogli prestiti delle banche vulnerabili. Conseguentemente si sono resi più stringenti i requisiti patrimoniali che l’autorità europea di vigilanza impone alle banche: ciò comporta la necessità di aumentare il fabbisogno di capitale a parità di volume d’affari e quindi veder crollare i parametri che misurano la redditività.

Il vecchio assetto basato sulla rete di filiali, sull’operatività tradizionale, sulle progressioni di carriera lente e rassicuranti, sugli utili fatti soprattutto con l’intermediazione creditizia ha lasciato il passo a un nuovo modello di business più leggero e aggressivo, in linea con la multimedialità e la tecnologia digitale, a bassa intensità di lavoro e con margini di redditività molto più modesti. Oggi gli utenti possono facilmente confrontare la convenienza delle operazioni fra i diversi istituti attraverso i siti web. Le banche meno trasparenti vengono penalizzate subito dalla clientela online, quelle più trasparenti sono obbligate a comprimere i margini per essere competitive. Le filiali sono considerate un costo e non più un asset aziendale.

Le banche italiane, forse perché poco stimolate a introdurre miglioramenti e nuove tecnologie da una concorrenza ancora solo all’inizio e dalla difficoltà di penetrazione delle banche estere nel nostro mercato, hanno senz’altro scontato un notevole ritardo nell’abbracciare la rivoluzione digitale che si andava diffondendo a macchia d’olio negli altri paesi.

Gli utili tradizionali da intermediazione si sono drasticamente ridotti, anche per effetto delle pesanti rettifiche e svalutazioni di crediti causate dal peggioramento dell’affidabilità creditizia della clientela (la crisi si fa sentire a tutti i livelli), per cui si ricercano fonti di profitto da nuove attività, dalla vendita di nuovi prodotti, dall’allargamento dei volumi che possa compensare le diminuzioni dei margini.

Di conseguenza i modelli di business sono cambiati: mentre prima si puntava ai volumi e alle basi patrimoniali (normale in regime di quasi monopolio), ora si fa attenzione ai margini sulle singole operazioni. In questo contesto le banche che sopravvivono e mantengono un seppur precario equilibrio sono quelle molto grandi, che possono recuperare gli enormi costi di investimento in tecnologia grazie alle economie di scala consentite dalla dimensione. Oppure quelle molto piccole, che riescono a penetrare negli anfratti di mercato e a raggiungere la clientela tradizionale, per quanto in via di estinzione, o quella che punta sul rapporto personale e sulla fiducia.

Se si pensa al problema delle banche too big to fail (troppo grandi per fallire)delle cosiddette banche sistemiche, ci si rende conto da un lato del paradosso, solo apparente, della dimensione minima per assicurare la sopravvivenza e la redditività delle banche viste come aziende in competizione sul mercato dei capitali, dall’altro del passaggio stretto in cui i nuovi banchieri si trovano a dover guidare questi colossi.

Come sarà allora la banca del futuro? O per meglio dire, esisterà ancora la banca (almeno quella che abbiamo conosciuto finora)?

Non occorre avere poteri divinatori per prevedere che il trend di consolidamento e polarizzazione continuerà e che il nuovo modello di business si imporrà sul mercato: banca leggera e digitale, meno intermediazione, meno personale, meno immobilizzazioni materiali e più servizi, più distribuzione.

Resta da vedere se si tratta ancora di “banca” o di qualcos’altro, e soprattutto come questa nuova realtà saprà destreggiarsi fra lo Scilla delle pressanti richieste di capitale provenienti dalle autorità di vigilanza (Basilea IV et similia), proprio quando la redditività diminuisce e il premio al rischio cresce, e il Cariddi della crisi di mercato che continua a colpire le aziende clienti, i consumi e gli investimenti.

grafico-banche

Market cap in €mil al 30/12/2011

 

(*)  Articolo pubblicato su “Pagina99” di venerdì 23/12/2016 pag. 26