Pillole di Finanza: l’importanza dell’informazione in finanza

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In finanza, come in molti altri campi della vita, l’informazione è tutto.

Chi si occupa di investire le proprie risorse o di reperire mezzi finanziari sa bene che molte delle decisioni e dei risultati delle proprie scelte dipendono dalle informazioni di cui dispone, da quelle che vengono diffuse, dalle modalità e dai tempi con cui gli eventi vengono comunicati.

Un’informazione sbagliata, un dato o un evento non comunicato o comunicato male, la diffusione di elementi o notizie false possono pregiudicare il buon esito di un investimento e, talvolta, integrare gli estremi di veri e propri reati.

 

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E allora: al punto di vista del risparmiatore medio, come difendersi dal flusso informativo che rischia di travolgerci? Nessuna notizia è forse meglio di troppe notizie?

No, e vediamo perché.

Investire significa puntare su un’azienda, su un progetto imprenditoriale, su una storia di sviluppo e crescita. Per far questo è bene sapere qual è lo stato di salute dell’azienda, il suo business plan, il suo percorso strategico. Non che ogni investitore debba essere esperto di finanza aziendale o di gestione d’impresa ovviamente, ma è necessario che abbia la percezione, formata e rafforzata da consulenti ed opinionisti in cui ha fiducia, di trovarsi davanti ad una realtà solida, ben strutturata, con buone idee e buone prospettive.

Per questo le autorità di mercato (per l’Italia la Consob) rendono obbligatoria, in modo paritario nei confronti di tutti i destinatari, la diffusione almeno trimestrale dei dati gestionali dei vari titoli (fatturato, costi, reddito prodotto). Non solo ma è obbligatoria la tempestiva e corretta diffusione presso il pubblico di notizie di eventi che possono influenzare il mercato come ad esempio operazioni di fusione allo studio, importanti contratti o cause legali.

Abbiamo visto in precedenti “pillole” come possa incidere sulla quotazione dei titoli delle società coinvolte l’indiscrezione in merito a un probabile merger (fusione) o bid (offerta o scalata).

In alcuni casi accade che notizie false siano diffuse con il preciso intento di indurre gli investitori a comprare una determinata azione, facendone salire il prezzo, o venderla, facendolo crollare. E ciò normalmente da parte di chi, rispettivamente, vuole vendere oppure acquistare quei titoli e trarre quindi un profitto dal comportamento degli investitori indotto dalla notizia falsa. Tale condotta configura il reato di aggiotaggio (art. 2637 c.c.), di cui oggi si sente parlare molto spesso.

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In altri casi invece bisogna tener conto del fatto che l’informazione non è libera ed obiettiva ma, in qualche modo, guidata da un interesse non esplicito e tuttavia influente. È il caso della cosiddetta “pubblicità occulta” che la stampa o la televisione possono diffondere attraverso articoli che presentano un’azienda in modo positivo al fine di ottenere da quell’azienda inserzioni o contratti favorevoli. Si tratta certamente di una fattispecie meno grave rispetto all’aggiotaggio perché spesso si realizza mediante meri articoli qualitativi e non di notizie puntuali, con ampio uso di superlativi e foto accattivanti. Quando fra l’oggetto dell’articolo e chi lo pubblica esiste un legame societario diretto o indiretto, chi scrive è obbligato ad esplicitarlo; talvolta questo legame non c’è e tuttavia la rappresentazione che viene data è influenzata da motivi diversi rispetto alla valutazione obiettiva.

Il consiglio è quello di selezionare le informazioni; scegliere le fonti dando credito solo a quelle sicure; cercare conferme in consulenti di fiducia o in altre fonti; preferire le informazioni numeriche, più difficilmente ritoccabili rispetto a quelle qualitative, se non scrivendo dati falsi; non decidere in base ad un solo articolo o ad una sola informazione ma ricercare le medesime notizie anche in fonti diverse.

Un giornale può avere una notizia in esclusiva, ma di solito, se la notizia è davvero importante e fondata, nell’arco di qualche giorno, viene ripresa e rilanciata da altre fonti e dalla stessa azienda al centro dell’attenzione. La Consob infatti, quando escono notizie importanti, chiede sempre conferma alle società. Se anche siamo colpiti da un’informazione o dalla dritta di uno dei tanti bene informati, buona regola è aspettare qualche giorno prima di buttarsi e nel frattempo cercare conferme altrove.

Infine, un ultimo ma fondamentale consiglio: farsi preventivamente un’idea in modo autonomo su paesi, settori, aziende ed individuare un paniere di oggetti eligible e un paniere di oggetti da evitare: il trasferimento di un titolo da un paniere all’altro deve infatti essere sempre ben motivato e ponderato.

E, comunque, diffidare sempre di squilli di tromba e di toni trionfali: meglio perdere un buon affare che trovarsi invischiati in acquisti sbagliati.

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Pillole di Finanza: quando i soldi non bastano. Il mutuo

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Proseguiamo a parlare di chi è alla ricerca di mezzi finanziari per acquistare un immobile e decide di indebitarsi attraverso l’accensione di un mutuo, impegnandosi a restituire gradualmente la somma ricevuta ed a pagare i dovuti interessi concedendo inoltre l’immobile da comprare in garanzia alla banca in favore della quale costituisce ipoteca.

Una volta si riteneva (erroneamente) che il mutuo fosse l’operazione più sicura per la banca, in quanto se il debitore non pagava, l’istituto avrebbe potuto sempre rivalersi sull’immobile, escutendo l’ipoteca per venderlo all’asta e rientrare così in possesso dell’importo prestato.

L’esperienza ha dimostrato invece che quando le cose vanno male, il valore degli immobili diminuisce rapidamente e le vendite forzate, specie in momenti di crisi generalizzata, difficilmente consentono di recuperare tutto.

In passato infatti, veniva concessa a mutuo se non l’intera somma necessaria a comprare la case, almeno una percentuale molto alta, fino all’80 o al 90%. Specie quando la valutazione del bene è stata generosa, o in momenti di alti prezzi sul mercato, questo esponeva spesso le banche al rischio di perdite. Per tale motivo oggi difficilmente viene mutuato più del 65-70% del valore della casa, ma più spesso la percentuale di finanziamento non supera il 50%.

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Ciò significa, intanto, che chi vuole comprare un immobile, deve disporre all’incirca di almeno il 40/50% del costo ipotizzato, comprendendovi naturalmente anche i costi accessori quali spese notarili, agenzia immobiliare, assicurazioni, eventuali lavori di ristrutturazione ed utenze.

Inoltre, come per i prestiti personali, anche nel caso del mutuo è necessario non avere precedenti negativi segnalati e disporre di un reddito mensile ragionevolmente superiore alla rata. Quindi, prima di impegnarsi nell’acquisto della casa, è necessario verificare di possedere tali requisiti, altrimenti si potrebbe poi non essere in grado di perfezionare l’acquisto e magari perdere la caparra versata.

Esistono molti siti o programmi che, a seconda del tasso e della durata, calcolano la rata corrispondente ad un certo prestito: per questo il primo esame di fattibilità può e deve essere fatto dallo stesso acquirente.

Ad esempio, se abbiamo individuato una casa che ci interessa e che costa 200.000 euro, dobbiamo intanto averne disponibili la metà. Andiamo poi a vedere quanto all’incirca dovremo pagare di rata: sul mercato per tale tipo di mutuo (prima casa) le migliori offerte prevedono oggi una rata mensile di circa 900€ per la scadenza di 10 anni e di circa 640€ per la scadenza 15 anni (il tasso fisso è circa l’1,50/1,80%, corrispondente ad un TAEG – per la definizione si veda la pillola della scorsa settimana – del 2/2,10%).

Ciò significa che, posto che abbiamo 100.000€ liquidi disponibili, se il nostro stipendio medio è di 2.000€ al mese, sicuramente dovremo orientarci per un mutuo a 15 anni. Già con uno stipendio di 1.500€ invece, ammesso che la banca conceda il mutuo, avremmo davanti 15 anni non facili in cui oltre un terzo dello stipendio dovremo girarlo alla banca. Ma se abbiamo un reddito inferiore a 1.500€ al mese, certamente quella non è la casa per noi. Tutto questo poi senza considerare la stabilità di tale reddito per i 15 anni successivi: è per questo che molte giovani coppie oggi non riescono purtroppo a mettere su casa di proprietà nonostante che i tassi di interesse siano al minimo storico e che magari abbiano anche un buono stipendio.

 

Una volta fatte queste preventive verifiche, potremmo avventurarci nel percorso di acquisto della prima casa.

Per la scelta della banca più conveniente, anche in questo caso basta utilizzare i portali che mettono a confronto ed esplicitano le diverse offerte presenti sul mercato e valutare in termini di TAEG.

Nel caso della prima casa, va tenuto presente che una parte della quota interessi può essere annualmente detratta e quindi recuperata in sede di dichiarazione dei redditi, mentre nel caso di mutui per altre finalità, e a maggior ragione nel caso dei prestiti personali, non è possibile detrarre alcunché.

E a questo punto non resta che pagare le rate…

Pillole di Finanza: quando i soldi non bastano. Il credito al consumo

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Fino ad ora nelle nostre pillole ci siamo occupati di temi che riguardano i risparmiatori ed abbiamo cercato di dare qualche indicazione per chi vuole investire in modo razionale ed efficiente il proprio denaro.

Oggi parliamo invece dell’”altra metà del cielo”, ovvero di coloro che sono alla ricerca di mezzi finanziari per effettuare un acquisto per il quale non dispongono della somma necessaria e decidono di indebitarsi, impegnandosi a restituire gradualmente la somma ricevuta ed a pagare i dovuti interessi.

Le tipologie di prestito a cui si può ricorrere sono tradizionalmente due: il credito al consumo (normalmente sotto forma di prestito personale, ma anche come scoperto di conto o disponibilità di spesa con carta di credito) ed il mutuo. Non parliamo infatti in questa sede di chi ha necessità di finanziamento per svolgere un’attività professionale, come un commerciante, un artigiano o un agricoltore, ma di chi è interessato ad acquistare un bene di consumo durevole (elettrodomestico, automobile, arredamento, ecc.) o un immobile.

Le due tipologie menzionate, il prestito personale ed il mutuo, sono diverse per molti aspetti, quali il costo, le garanzie, la durata, la procedura amministrativa e l’istruttoria, il regime fiscale; sono tuttavia simili per struttura tecnica. In entrambi i casi si tratta infatti di ricevere una certa somma di denaro in prestito al momento di perfezionare l’acquisto e di restituirla a rate periodiche, tutte in genere di uguale importo, fino alla scadenza che varia da 2/3 anni (prestito) fino a 15/20 (mutuo) a seconda del bene che si acquista.

 

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Iniziamo adesso ad esaminare il prestito personale, la prossima settimana parleremo invece del mutuo.

Questa particolare operazione bancaria venne introdotta in Italia dal Monte dei Paschi di Siena negli anni ’50 del secolo scorso sulla scorta di esempi molto diffusi all’estero. L’importo mutuato veniva accreditato in conto corrente ed al cliente era consegnato un blocchetto in cui ad ogni foglio corrispondeva una rata. Ogni mese il correntista si presentava allo sportello e, col pagamento della rata, il cassiere staccava il foglio corrispondente alla rata pagata e quietanzava la matrice.

Oggi questa operazione viene fatta da tutte le banche, oltre che da molte società finanziarie spesso costituite o gestite dalle stesse aziende che producono o distribuiscono i beni durevoli (auto, mobili, ecc.) al fine di incentivarne la vendita.

Sono operazioni normalmente veloci e molto standardizzate, con istruttorie semplificate: in genere la banca o la società verifica che non ci siano iscrizioni pregiudizievoli (protesti, segnalazioni di insolvenza in centrale rischi, fallimenti) e acquisisce la busta paga o la dichiarazione dei redditi del cliente. Viene verificato poi che il reddito medio disponibile mensile sia coerente con la rata del prestito (per la scadenza prevista), si fa un sommario esame della situazione patrimoniale del richiedente e, se non ci sono controindicazioni, eroga la somma nell’arco di 2/3 giorni.

Il problema a questo punto è: come scegliere fra le diverse offerte di prestiti presenti sul mercato?

Oggi è piuttosto semplice: in Internet molti portali effettuano confronti fra i diversi prodotti, basta inserire finalità, importo richiesto e durata e si ricava l’offerta più conveniente. La legge impone che sia esplicitato il Tasso Annuo Effettivo Globale (TAEG), ovvero l’unica grandezza omogenea che considera tutte le voci di costo: interessi, commissioni di istruttoria, spese, modalità di pagamento della rata.

Siccome le variabili sono molte ed i calcoli finanziari non sono immediati, il TAEG è l’unico parametro da valutare per pagare meno possibile. Il consiglio è comunque quello di chiedere sempre, e valutare, anche l’offerta della propria banca, specie se con essa intratteniamo un rapporto da molti anni. La banca conosce bene (o dovrebbe conoscere bene) i suoli clienti, i loro movimenti del conto, gli esborsi e gli introiti mensili e può fare un’offerta calibrata. Inoltre dovrebbe avere minori formalità per l’istruttoria e procedere in tempi rapidi.

Si deve tenere presente poi che tutti coloro che svolgono l’attività del credito al consumo partecipano alle segnalazioni della CRIF, la “Centrale Rischi Finanziaria”, una sorta di centrale rischi per il solo credito al consumo nella quale vengono rilevati i prestiti accesi da ciascuna persona, gli eventuali ritardi nel pagamento delle rate e le insolvenze. Per cui, nel valutare la sostenibilità della rata, la banca o la società considererà anche gli altri prestiti (e mutui) in essere, come pure generalmente sarà molto cauta nel concedere prestiti ha chi ha segnalazioni di morosità o insolvenze.

Pillole di Finanza: il Risiko

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Si sente spesso parlare di “risiko bancario”: vediamo di capire di che si tratta, non solo in relazione alle banche ma ad ogni tipo di società quotata in borsa. E soprattutto cerchiamo di capire come comportarsi con le azioni delle società interessate.

Innanzitutto per “risiko bancario” si intende il processo di fusioni e acquisizioni che ha interessato il settore delle banche italiane a partire dagli anni 90.

Il primo concetto da esaminare è quello di premio o sconto, intesi con riferimento al valore di borsa (o quotazione) di un certo titolo. In un mercato teoricamente perfetto, la quotazione di borsa esprime il valore di una società ovvero il valore ad oggi di tutti i redditi futuri che il possesso di quel titolo determinerà.

Se una certa società quotata in borsa, che chiameremo per semplificare Alfa Spa, ha in circolazione 100 milioni di azioni e il loro prezzo sul mercato è di 10 euro l’una, si dice che la capitalizzazione di borsa di quella società è 1 miliardo di euro (ovvero il numero delle azioni -100 milioni- moltiplicato per il prezzo di ognuna -10 euro). Ebbene nel mercato perfetto, che esiste solo sui libri di scuola, si assume che la somma di tutti i denari che saranno distribuiti ai soci di Alfa a qualunque titolo, da oggi al momento in cui la società cesserà di esistere, attualizzata a oggi (ovvero scontata, cioè diminuita dell’interesse “a ritroso” anno per anno fino ad oggi al tasso prevedibile di sconto per le rispettive scadenze) sia appunto 1 miliardo.

Rispetto ai 10 euro che l’azione Alfa vale in borsa, si parla dunque di premio per indicare il sovrappiù che l’azionista richiede per cedere le sue azioni a un terzo se la società viene indicata come possibile preda; si parla invece di sconto per indicare il minor valore che un azionista subisce in relazione ad un’offerta di acquisto lanciata su un’altra società.

Tipico evento societario che influenza il prezzo (price sensitive) è appunto quello che origina il risiko, ovvero l’acquisizione di una società da parte di un’altra più grande, come nel caso di Atlantia S.p.A. che ha confermato di avere in corso l’acquisto di Abertis S.A., oppure di Vivendi S.A. che ha invece tentato senza successo di acquisire Mediaset S.p.A. Si tratta di operazioni cosiddette di fusione e acquisizione (merger and acquisition).

 

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Perché dunque una società dovrebbe comprarne un’altra? Evidentemente perché i suoi manager pensano che le due realtà unite, mettendo insieme le forze, potranno realizzare sinergie di costo e di ricavo e, così, esprimere un valore superiore a quello delle due entità separate. Quindi, nel caso della nostra società Alfa Spa, chi pensasse di acquisirla – supponiamo la Beta Spa – ritiene che integrata nella stessa Beta, Alfa S.p.A. potrebbe valere ben più di 1 miliardo, ovvero più della sua capitalizzazione di borsa se considerata singolarmente: il futuro acquirente è quindi disposto a pagare agli azionisti di Alfa un premio rispetto ai 10 euro per azione che esprime il mercato.

Per fare ciò, Beta deve però reperire mezzi finanziari adeguati, i quali a loro volta hanno un costo, e deve comunque esporsi per pagare il valore di Alfa S.p.A. più di quanto lo stesso vale in Borsa (se infatti un’azione di Alfa sul mercato borsistico vale 10, Beta deve essere in grado di pagarla, ad esempio, 12).

Questo però normalmente non piace agli azionisti di minoranza di Beta S.p.A., che hanno un orizzonte di investimento breve e, saputa la notizia, probabilmente tenderanno a vendere le azioni Beta, determinandone una diminuzione di prezzo.

Se poi le valutazioni industriali di chi lancia l’offerta saranno confermate, nel tempo il valore di Alfa S.p.A. (ora incorporata in Beta S.p.A.)aumenterà: è per questo che operazioni del genere sono definite “strategiche” e vengono sostenute dagli azionisti stabili.

 

Dunque, per restare al caso ipotizzato, quando il risparmiatore medio viene a sapere che Beta Spa sta preparando un’offerta su Alfa Spa, normalmente vende azioni Beta e compra azioni Alfa. E’ per questo che le azioni Atlantia S.p.A. hanno subito un calo quando la notizia è uscita, al contrario delle azioni della spagnola Abertis che sono invece cresciute ed è sempre per questo motivo che il titolo Mediaset S.p.A. si è impennato appena si è diffusa la notizia dell’offerta dei francesi di Vivendi.

In questo sistema è evidente dunque l’importanza della corretta informazione che deve essere paritetica per tutti gli investitori: chi avesse infatti la “dritta giusta” potrebbe avvantaggiarsi a danno degli altri che non hanno questa informazione. Se poi l’informazione stessa si rivelasse sbagliata (la cosiddetta “bufala”), ne subirebbe invece un danno.

Pillole di Finanza: e quindi uscimmo a veder le stelle

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La Borsa non è solo Mib30, blue-chip o grandi società e public company ad azionariato diffuso, ma sempre più, in Italia, il luogo in cui è possibile valorizzare le eccellenze produttive del nostro paese, le aziende medie di nicchia e di vera e propria eccellenza.

Stiamo parlando del segmento STAR (acronimo di “Segmento Titoli Alti Requisiti”), creato nel 2001 e che attualmente comprende circa 70 titoli con capitalizzazione, ovvero valore di borsa data dal corso del titolo per il numero di azioni emesse, compresa fra 40 milioni e 1 miliardo di Euro.

Le caratteristiche che le società devono avere per essere ammesse a questo comparto sono:

  • Trasparenza per quanto riguarda le comunicazioni sociali e i dati di bilancio;
  • Alta liquidità, essendo richiesto che i titoli in circolazione al di fuori dei pacchetti di controllo siano almeno pari al 35% del totale;
  • Corporate governance, che deve essere coerente ai maggiori standard internazionali.

Queste caratteristiche assicurano di avere di fronte società serie, ben strutturate, trasparenti e governate secondo regole corrette. Ne consegue che l’investimento nel segmento STAR di Borsa Italiana è un’ottima opzione di investimento anche per piccoli risparmiatori: dall’inizio dell’anno l’indice FTSE STAR ha espresso una performance del 21,18%, certamente non facile da reperire altrove.

Si tratta in genere di vere e proprie realtà di eccellenza nei rispettivi settori produttivi, dalla meccanica ai trasporti all’alimentare al fashion, al finanziario.

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È vero che le quotazioni sono cresciute molto ed in alcuni casi moltissimo, assicurando ottimi guadagni a chi ci ha creduto, e che non sarà certo facile replicare i brillanti risultati degli scorsi mesi. Ma è altrettanto vero che in generale si tratta di società che realizzano buoni profitti e si sviluppano in modo costante.

Inoltre i flussi di investimento nel comparto saranno garantiti dai PIR (Piani Individuali Risparmio), il nuovo strumento introdotto dalla Legge di Stabilità, del quale credo che torneremo molto presto a parlare, perché rischia di diventare un caso di vero successo.

Si tratta di un contenitore fiscale che offre al risparmiatore – solo persona fisica – la totale esenzione da imposte del risparmio conferito a patto che l’investimento venga mantenuto per almeno 5 anni ed entro un massimale di 30.000 Euro l’anno per 5 anni (che porta l’entità massima per ogni risparmiatore a 150.000 Euro).

Ne sono già stati lanciati 18 dalle maggiori SGR, altri 9 sono sulla rampa di lancio; a breve entreranno nel mercato anche gli intermediari, in primo luogo le banche, e la diffusione dello strumento crescerà in modo rapido. La relazione tecnica alla stessa legge prevede una raccolta per il 2017 di 1,8 miliardi di Euro, destinata ad arrivare a 5,4 nel 2021, per un totale di raccolta nei 5 anni di 18 miliardi, un importo di tutto rilievo. Importo di cui, dovendo essere indirizzato a piccole e medie imprese, non è difficile prevedere l’ingresso fra l’altro proprio nel segmento STAR di Borsa Italiana.

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Finalmente, come avrebbe detto il sommo poeta, anche il piccolo risparmiatore italiano, dopo anni di vacche magre, potrà “uscire a riveder le stelle”.

Pillole di Finanza: e le valute?

Cerchiamo di fare un passo in avanti rispetto all’impostazione di base di un buon portafoglio di investimento: valutiamo se può convenire, o almeno avere un senso, impiegare parte delle proprie risorse in valuta estera.

Ai tempi della lira, tipica valuta debole, era pressoché indispensabile – al fine di difendere il valore del portafoglio – tenere investita una parte delle proprie disponibilità in valute forti, in primo luogo il dollaro USA, ma anche franco svizzero, marco tedesco, sterlina inglese. La lira era infatti periodicamente soggetta a svalutazioni anche consistenti, per effetto proprio della sua debolezza. La svalutazione era vista con estremo favore da parte delle imprese esportatrici, in quanto i prezzi di beni e servizi prodotti in Italia potevano essere venduti all’estero a prezzi più bassi in termini di valuta locale.

Dal punto di vista della ricchezza, però, tutti i beni e gli asset patrimoniali espressi in lire, ogni volta che questa veniva svalutata, vedevano ridursi il loro valore espresso in valuta forte. A prima vista, per chi svolge un’attività nella sola valuta di riferimento, questo effetto potrebbe sembrare irrilevante, ma non è così.

A lungo andare, un patrimonio espresso totalmente in una divisa (termine sinonimo di “valuta”) che si svaluta in modo sistematico, tende inevitabilmente a depauperarsi. Il paese si impoverisce e diventa più facilmente “acquistabile” da chi detiene valute forti. Proprio per mantenere il valore dei propri beni, chi al tempo della lira non aveva fiducia nello stato e nell’assetto istituzionale italiano, li trasformava in valuta forte (ad esempio dollari o franchi svizzeri) oppure in beni rifugio (ad esempio oro, il cui valore in lire infatti cresceva nel tempo).

Oggi l’Euro ha superato questi problemi, annoverandosi di diritto fra le valute forti. Se guardiamo infatti al valore di un Euro in termini di dollari o di oro, notiamo che nei sedici anni di vigenza della moneta unica grandi variazioni monodirezionali non ci sono state. Il cambio col dollaro e la quotazione dell’oro sono infatti soggetti a oscillazioni, anche importanti, ma queste oscillazioni non vanno in un’unica direzione: talvolta l’Euro si deprezza, ma altre volte il suo valore aumenta.

E già questo, in termini di mantenimento del valore del portafoglio, rende meno pressante la necessità di diversificare il patrimonio con impieghi in valuta rappresentando così una delle principali ragioni che mi portano a ritenere che un’eventuale uscita dall’Euro per l’Italia sarebbe un disastro.

Bisogna poi distinguere fra chi per la propria attività lavorativa  e personale è totalmente euro-based, ovvero ha solo flussi in Euro, sia in entrata che in uscita, e chi invece riceve o deve fare pagamenti anche in altre valute: ad esempio chi importa o commercia comunque con l’estero (qui inteso extra UE), chi ha beni o persone importanti all’estero. Potrebbe essere il caso, ad esempio, di chi ha acquistato una casa a Miami oppure a Cape Town, di chi ha figli che studiano in USA, di chi viaggia sistematicamente in Asia o Africa. In questi ultimi casi tenere una parte di risorse investite in valuta diversa dall’Euro è senz’altro utile, magari sotto semplice forma di conto corrente valutario che consente di risparmiare i costi di conversione.

La mia opinione è però che anche chi non ha o non prevede di avere flussi in valuta, dovrebbe valutare di impiegare una parte del proprio portafoglio (mai superiore al 20%) in altre valute sia per esigenze difensive che per sfruttare buone opportunità di guadagno.

In particolare le esigenze difensive sono evidenti laddove, impiegando in valute forti (dollaro, franco svizzero, ecc,) ci si cautela contro un difficile ma non impossibile deprezzamento dell’Euro.

Ma l’investimento in divisa, ad esempio in forma di obbligazioni, può anche consentire di impiegare a tassi di interesse più alti, qualora i tassi di quelle divise siano superiori ai tassi Euro, come accade per il dollaro. Infatti ciascuna divisa ha propri tassi di interesse, in quanto dà vita ad un mercato finanziario diverso.

E soprattutto potrebbe darci qualche soddisfazione se quella valuta si apprezza, anche solo temporaneamente, rispetto all’Euro. Ad esempio, chi avesse seguito la nostra indicazione di maggio dell’anno scorso di acquistare rubli in previsione di un aumento del prezzo di petrolio, investendo 100 €, avrebbe ottenuto 7.500 Rubli circa, essendo all’epoca il cambio del rublo 75. Quei 7.500 Rubli varrebbero oggi 123 €, quindi in meno di un anno avremmo guadagnato il 23%, certamente un risultato non disprezzabile.

 

 

 

Pillole di Finanza: i tassi

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Come argomento per la ventesima pillola scelgo ancora una volta i tassi di interesse. Questi numerini rivestono una grande importanza in finanza, sono senz’altro la grandezza se non più rilevante certamente la più citata, anche se da tempo la loro capacità di muovere le leve economiche si è molto ridimensionata.

Una volta il mondo era certamente più semplice: abbiamo imparato dai modelli economici che quando l’economia rallentava, la banca centrale riduceva i tassi, le imprese aumentavano i loro investimenti (perché in banca spendevano meno per finanziarli), le famiglie facevano più mutui per la casa e più prestiti per le auto, così la domanda cresceva e l’economia tornava a crescere. Non solo: coi tassi inferiori la valuta nazionale (nel nostro caso la lira) si deprezzava perché gli stranieri compravano meno titoli italiani (che con tassi inferiori rendevano meno) e così le aziende esportavano più facilmente. E infine lo Stato spendeva meno di interessi sui BOT e BTP e si poteva permettere di aumentare la spesa pubblica che a sua volta faceva crescere la produzione.

In caso di surriscaldamento e inflazione troppo alta, il meccanismo era simmetrico, innescato da un aumento dei tassi che faceva diminuire la domanda e così pure la pressione sui prezzi.

Tutto bello, tutto facile, tutto sotto controllo.

Poi ci siamo accorti della “trappola della liquidità”, ovvero di quel livello dei tassi al di sotto del quale non si verifica nessun aumento di domanda. E’ il caso del Giappone di oggi dove i tassi sono negativi ma la ripresa è ancora lontana. Si diceva che in questo caso “il cavallo non beve”: nonostante il basso costo del credito le imprese (il cavallo) non prendono denaro a prestito, ovvero non si abbeverano alla fonte dello sviluppo anche se ha acqua abbondante e fresca (credito a basso costo).

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Poi in Europa è arrivata la BCE e la leva dei tassi si è trasferita da Roma a Francoforte, e il circolo virtuoso risulta molto difficile da attivare.

Ma per chi investe in titoli, i tassi sono ancora importanti, perché misurano il rendimento dei titoli che si comprano, oppure, visto da un’altra prospettiva, quello a cui si rinuncia se si investe in titoli che non pagano interesse, come le azioni (che pagano dividendi) o come i beni rifugio (che non pagano niente ma possono accrescere il proprio valore).

Il meccanismo da tenere bene a mente è quello che riguarda le obbligazioni, in particolare quelle a tasso fisso: quando i tassi aumentano, il loro valore scende, e viceversa. Siccome questi titoli pagano una cedola che rimane fissa, quando i tassi aumentano tenendo quei titoli si guadagna meno di quanto il mercato in quel momento esprime, e gli investitori tendono a venderli, facendone diminuire il prezzo.

Se un titolo è quotato 100 e paga una cedola di 3, il suo rendimento è il 3% annuo lordo. Se i tassi aumentano al 4%, quello stesso titolo, per poter rendere il 4% ovvero il nuovo tasso, deve essere pagato 75 in quanto chi lo compra a quel prezzo, con la cedola di 3, ottiene appunto il 4%. La relazione è quindi:

rendimento del titolo = cedola / prezzo

Che vuol dire anche

Prezzo = cedola / rendimento.

Naturalmente la relazione effettiva non è mai uguale a quella teorica, come accadrebbe se vivessimo in un mercato perfetto, ma il trend è comunque sempre rispettato.

Siccome si prevede che i tassi aumentino, chi vuol investire in titoli a reddito fisso dovrà quindi aspettare dopo l’aumento, perché potrà comprare quegli stessi titoli a un prezzo più basso. Se li compra ora, si espone al cosiddetto “rischio tasso”, ovvero il suo portafoglio subirà una diminuzione di valore.

Pillole di Finanza: sell in may and run away!

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Un detto molto popolare fra gli operatori di borsa negli Stati Uniti, che in lingua originale suona in rima, dice: vendi a maggio e scappa. È una di quelle indicazioni che non hanno una ragione finanziaria effettiva, ma che si basano sull’osservazione empirica e statistica. È stato infatti rilevato che il mercato azionario americano presenta con grande frequenza un picco stagionale in alto a Maggio, per poi discendere spesso repentinamente e in modo verticale fino all’estate. Solo ad Agosto i corsi ricominciano a risalire, per cui, appunto, il consiglio è di vendere in maggio ai massimi, per poi eventualmente tornare a comprare a fine estate.

Ne abbiamo parlato anche in altre pillole: siamo a metà strada fra analisi empirica e superstizione o cabala, della serie “non ci credo ma non si sa mai”. E poi sfidare le superstizioni non è mai facile.

Allora che fare? Se il detto valesse anche per l’Europa converrebbe ora fare gli ultimi acquisti in chiave tattica per poi vendere a maggio e incassare la plusvalenza.

Cerchiamo di ragionare.

Intanto stiamo parlando di azioni italiane, perché per quanto riguarda il mercato obbligazionario abbiamo davanti un pressoché certo aumento di tassi e restrizione monetaria da parte della banca centrale europea. Questo porterà i prezzi dei titoli a scendere, per cui meglio tenersi liquidi.

Per le azioni è diverso. In effetti può valere la pena fare qualche incursione in un mercato che sembra ancora intonato alla crescita e soprattutto caratterizzato da molta liquidità, ma seguendo alcuni accorgimenti di buon senso.

Innanzitutto è bene impiegare una parte non grande del proprio patrimonio, diciamo il 10/15 per cento, in modo da limitare il rischio.

Poi scegliendo i titoli in modo razionale, ovvero di aziende con business solidi e operanti in settori in trend positivo: a mio parere in questo momento i settori interessanti sono il farmaceutico, l’elettronico, il retail, l’energetico; quelli che a me ora non piacciono i finanziari e le Telecom. Naturalmente qui ogni opinione è lecita e parlando di previsioni nessuno possiede la verità assoluta.

Azienda solida significa almeno non troppo indebitata e in utile.

Poi dovremmo preferire quei titoli che non si trovano in trend di crescita verticale: da evitare quindi le azioni che sono cresciute di oltre il 10% nell’ultima settimana.

Infine scegliere titoli con rapporto prezzo/utili non molto alto, sia in assoluto sia in relazione al proprio settore. In assoluto, ad esempio, significa un rapporto inferiore almeno a 15. Ciò significa che il prezzo dell’azione equivale a meno di 15 annualità di utile lordo per azione (ovvero che l’azione si ripaga con gli utili in 15 anni), supposto che l’utile per l’anno in corso si mantenga su quel livello anche per gli anni a venire.

Se riusciamo a trovare titoli che soddisfino contemporaneamente queste condizioni, potremo tentare un acquisto, pronti a vendere se il prezzo supera del 10% il costo da noi pagato, e comunque a riconsiderare l’investimento a fine aprile.

Se il mercato si mantiene tonico, investendo ad esempio 20.000€ in questo tipo di incursione tattica, è ragionevole attendersi di portare a casa 1.000/1.500€ di plusvalenza lorda, quelle giuste per una bella vacanza.

Se le cose andassero male, avremmo comunque limitato il rischio e magari non avremmo guadagnato, ma avremo la possibilità di incassare i dividendi (se decidessimo di tenerli a maggio), in questo caso però mettendo in conto un calo dell’azione, fisiologico dopo lo stacco.

Pillole di Finanza: inflazione, che fare quando si prevede l’aumento

inflazione

Se la deflazione è il sintomo di un’economia che ristagna, è allora normale porsi un obiettivo di ragionevole incremento del livello generale dei prezzi che rappresenti un sistema che si sviluppa naturalmente e senza distorsioni. Tale livello “fisiologico” è generalmente indicato nel 2%, il livello da poco raggiunto in Eurozona.

Questo livello è considerato di equilibrio, ovvero non distorsivo. L’inflazione infatti produce anche un effetto di redistribuzione della ricchezza dai creditori, coloro che possiedono attività finanziarie in genere, ai debitori. Poiché crediti e debiti sono espressi in moneta, e sono al nominale, una riduzione del potere d’acquisto della moneta riduce di pari importo anche il valore reale dei crediti (titoli, depositi, contanti, ecc.) e dei debiti.

Non a caso il classico percorso di rientro dall’enorme debito pubblico di un paese è proprio la grande inflazione che ne polverizza il valore. Così come molti che hanno comprato casa con un mutuo a tasso fisso negli anni ’70, prima della forte inflazione di quel periodo, di fatto si sono ritrovati con il bene immobile rivalutato e il debito quasi azzerato, realizzando notevoli guadagni.

Al contrario di chi aveva tenuto il denaro in forma liquida o investito in titoli a tasso fisso, che ne ha subito un simmetrico danno.

Che fare dunque se si prevedesse un ritorno in grande stile dell’inflazione?

Il primo accorgimento è spostarsi dalle attività finanziarie (denaro, titoli) a quelle reali (immobili, metalli preziosi, e anche azioni in quanto rappresentative della proprietà di aziende), considerate in questo caso come “beni rifugio”.

Inoltre spostarsi dagli investimenti a tasso fisso a quelli a tasso variabile o indicizzato, che periodicamente viene adeguato ai nuovi livelli di mercato. Per chi si indebita, simmetricamente, preferire il tasso fisso a quello variabile: in tal modo l’onere reale del debito, a parità di quello nominale, tenderà a diminuire.

Al tempo delle valute nazionali, e quindi prima dell’Euro, quando un paese registrava nel tempo tassi di inflazione sistematicamente superiori agli altri, l’esito naturale era la svalutazione della moneta, come accadeva con la lira. Anzi, la svalutazione era proprio una modalità competitiva del paese in quanto in tal modo si favoriva l’esportazione verso paesi a moneta forte, tipicamente il dollaro e il marco tedesco, ma anche il franco svizzero e la sterlina.

Allo stesso modo oggi un mezzo per difendersi dall’inflazione può essere rappresentato dall’investire in valute forti, come il dollaro o il franco svizzero. Ma si deve tener presente che la dinamica dei tassi di cambio non dipende solo dalle inflazioni dei rispettivi paesi, ma da una serie di altre cause, fra le quali stabilità dei sistemi e tassi di interesse.

La vera domanda allora è: quanto crescerà l’inflazione nei prossimi anni? Naturalmente esistono le stime degli economisti, che però non sono sempre azzeccate (qualcuno dice quasi mai). Comunque fino a quando il trend rimarrà sui livelli attuali, il 2% o meno, sono da escludere effetti distorsivi rilevanti.

 

Pillole di Finanza: inflazione, la misurazione e i polli di Trilussa

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Esisteva in passato una teoria economica, che a un certo punto ebbe anche una discreta popolarità, in base alla quale si sosteneva che l’inflazione non esistesse, essendo l’aumento dei prezzi la semplice conseguenza dell’aumento di valore dei beni o servizi.

In effetti è difficile che dopo qualche anno un certo prodotto resti esattamente uguale, da un punto di vista qualitativo. Molto spesso viene migliorato, aggiornato o magari solo abbellito nella confezione o nell’immagine (ma anche questo è un incremento di valore, almeno di quello percepito). E pochi, dopo anni, tornerebbero a comprare prodotti obsoleti o anche solo passati di moda, allo stesso prezzo del prodotto nuovo.

Questo dimostra quanto sia difficile misurare l’inflazione, a partire dalla corretta individuazione del paniere di beni e servizi da osservare. L’ISTAT, l’Istituto Nazionale di Statistica, è il soggetto istituzionale incaricato, fra l’altro, della misurazione ufficiale dell’inflazione nel nostro paese. Ha individuato un paniere di beni e servizi che dovrebbe essere rappresentativo di un livello medio di consumi e i cui prezzi, monitorati mensilmente, servono appunto a capire come si muove questo fenomeno.

I panieri vengono ogni tanto aggiornati, alcuni beni non più rappresentativi vengono tolti e altri inseriti. Già questa è un’operazione soggettiva, anche se inevitabile, e incorpora anche l’evoluzione dei consumi e dello stile di vita che niente hanno a che vedere con i prezzi.

C’è poi il problema dei prezzi settoriali: a seconda dello stile di vita per alcuni può essere molto più importante il livello dei prezzi in un singolo settore che in tutti gli altri, e naturalmente la media non rende ragione delle singole parti, come nel famoso pollo di Trilussa per cui se uno digiuna e l’altro si mangia due polli, in media hanno mangiato un pollo a testa.

A parte tutto questo, l’inflazione specie in alcuni momenti della storia è un fenomeno di tutta evidenza. Se non altro, per confrontare due paesi diversi o due epoche diverse, a patto che i criteri di rilevamento siano omogenei.

Supponiamo quindi che i dati ufficiali siano anche quelli reali. Con una inflazione del 10% all’anno, in cinque anni il potere di acquisto della moneta si dimezza, ovvero con i 100 Euro di del primo anno, al quinto anno si possono acquistare solo la metà dei beni. Ciò significa che, a parità del valore nominale 100, corrisponde un valore reale della metà.

Esistono modi molto semplici di “sterilizzare” questo effetto dovuto alla svalutazione monetaria, in modo da vedere come si muovono i valori “reali”: nell’esempio di prima, se i salari restano uguali in termini nominali, il salario reale potere dei lavoratori si dimezza, come pure il loro potere d’acquisto.

Quando il reddito cresce, cresce anche la domanda e, a meno che non cresca anche l’offerta e la disponibilità di prodotti e servizi sul mercato nella stessa misura o in misura maggiore (cosa difficile nel lungo periodo  in quanto i beni resterebbero invenduti), i prezzi naturalmente tendono a crescere. Già questo dà una prima idea del perché quando i prezzi calano, e si ha deflazione, certamente siamo di fronte a un’economia stagnante o recessiva.