Star Wars: la guerra tecnologica e commerciale tra USA e Cina

China USA.jpg

 

Così come l’era di Ronald Reagan è ricordata per la guerra degli scudi spaziali con l’ex Unione Sovietica, quella di Donald Trump verrà ricordata per la guerra commerciale, ma soprattutto tecnologica, con la Cina. In entrambi i casi si tratta di conflitti molto aspri, con ingenti impieghi di risorse finanziarie e senza (o con molto limitati) aspetti militari.

C’è tuttavia una differenza fondamentale: mentre Reagan vinse la sua guerra e riuscì a dare una spallata decisiva al regime sovietico, Trump (o il suo successore, nel caso probabile che la durata ecceda il suo mandato) è destianto a perderla. Vediamo perché.

Partiamo dalla “proposta indecente” del biondo Presidente al Celeste Impero di un paio di settimane fa: Trump ha offerto la sua disponibilità a rinunciare a un buon numero di dazi doganali in cambio della rinuncia dei cinesi alla proprietà intellettuale di una trentina di aziende tecnologiche asiatiche, come noto in quel paese di emanazione pubblica. Gli asiatici hanno respinto la proposta al mittente e il motivo è semplice: nella tecnologia quantistica e nel 5G, le vere frontiere del futuro, i cinesi sono se non anni luce certamente molto molto avanti rispetto agli americani, ed essendo i centri di ricerca concentrati in enti pubblici, i benefici in termini strategici ed economici non si fermeranno agli azionisti delle società private di telecom, ma verranno immediatamente acquisiti dallo Stato.

Senza alcuna pretesa di essere esaustivi, anche perché questo blog non è specializzato – ahimè – in scienza e tecnologia, può valere la pena spendere qualche parola sui temi accennati, chiedendo venia fin d’ora per le inevitabili semplificazioni e, forse, inesattezze[1].

La rete cellulare 5G[2], acronimo di quinta generazione, sarà 100 volte più potente dell’attuale 4G, perché consentirà la connessione “senza soluzione di continuità”, rendendo possibili attività quali le produzioni gestite totalmente da robot in movimento, le operazioni chirurgiche a distanza e la guida di automobili senza conduttore.

Questo tipo di connessione in continuo sarà resa possibile da una rete di ripetitori di dimensioni più limitate degli attuali ma molto estesa e ramificata sul territorio, in modo tale da raggiungere con segnale forte anche le località più sperdute e inaccessibili. Questo richiede però, in primo luogo, una colossale opera di infrastrutturazione del territorio che si presenta molto costosa e tecnicamente complicata.

In questo processo la Cina è molto avanti, sia per le enormi risorse che ha stanziato sul progetto, sia per le minori rigidità burocratiche e amministrative che esso comporta, e che rendono al contrario molto problematico procedere nella stessa direzione per gli Stati Uniti e per tutti i paesi occidentali. Nel mondo capitalista, infatti, i privati difficilmente possono disporre delle risorse necessarie trattandosi di una vera e propria barriera all’accesso. Inoltre, nel “nostro mondo”, si passa da una serie di steps sempre lunghi e complessi: l’asta per le frequenze radio, l’affitto di beni immobili per installarvi i ripetitori, la costruzione delle torri; mentre in Cina – dove tutto appartiene allo Stato – una volta lanciato il progetto, tutti remano nella stessa direzione.

Non solo: anche dal punto di vista della ricerca siamo molto indietro, almeno a detta degli scienziati. Un dato eclatante è quello del personale di Huawei, il gigante telecom cinese: su 190.000 dipendenti, ben 90.000 hanno un PhD, ovvero un dottorato di ricerca e tutti questi sono assegnati alla ricerca e sviluppo. Ecco allora che sulla tecnologia quantistica, l’unica in grado di superare i limiti fisici del sistema binario su cui sono basati tutti i computer che conosciamo, i cinesi sono molto più avanti di tutti.

 

5G.jpeg

 

La tecnologia quantistica è infatti ingrado di superare la logica binaria, secondo la quale il bit può avere valore 0 o 1, perchè consente al qbit (l’unità di misura base nel mondo dei quanti) di avere allo stesso tempo valore 0 e 1. E inoltre i cinesi hanno stanno realizzando un microprocessore (il Kirin 990) in grado di lavorare sia in ambiente 4G che in ambiente 5G, cosa che consentirà di aggredire fin d’ora il mercato con gli smartphone del futuro, anche in attesa della necessaria infrastrutturazione di cui abbiamo parlato sopra.

Questi microprocessori di nuova generazione utilizzeranno un nuovo sistema informativo denominato Harmony OS (HOS), che sostituirà Android. E così si capisce che la misura ritorsiva di impedire a Huawei di avvalersi di forniture USA, fra le quali appunto Android, ha fatto multo rumore ma pochi danni.

Entro il corrente anno la Cina avrà più 5G di qualsiasi altro posto sul pianeta ed entro la fine dell’anno prossimo avrà 100 milioni di connessioni 5G. Con la potenza di calcolo resa possibile da questa tecnologia, i vantaggi nei settori strategici, quali l’intelligenza artificiale, l’industria aerospaziale e quella militare saranno enormi e pressoché incolmabili.

Rispetto a questo, i dazi doganali imposti da Trump sulle esportazioni asiatiche negli USA saranno alla fine poco più di una puntura di spillo, anche perché i cinesi si stanno attrezzando in modo sistematico, come loro costume, per sostiture il mercato interno (di dimensioni infinite) a quello americano.

Ecco perché è facile prevedere che la guerra commerciale in corso ha già un vincitore annunciato e che la fortuna di Trump è il fatto che non sarà ancora finita quando – fra circa un anno – scadrà il suo mandato alla Casa Bianca e si aprirà la corsa per il mandato successivo.

 


[1] Un ringraziamento particolare al dott. Paolo Panerai che nella sua prestigiosa rubrica “Orsi e Tori” di Milano Finanza del 14/9/2019 ha trattato in modo magistrale questi problemi.

[2] Argomento trattato da Stu Woo su “Wall Street Journal”, riportato integralmente nel numero di Milano Finanza del 14/9/2019.

Annunci

Limiti e vincoli per i conti pubblici

IVA

 

Abbiamo detto nel precedente articolo che il deficit pubblico (la differenza fra spese e entrate dello Stato) deve essere contenuto entro il 3% del PIL (prodotto interno lordo) e che lo stock di debito non può tendenzialmente eccedere il 60% dello stesso PIL.

A parte l’entità delle percentuali, definita a suo tempo (nel 1992 a Maastricht) da tutti i paesi membri della (allora) Comunità Economica Europea sulla base di considerazioni economiche e politiche oggi forse anche superate, è innegabile che deficit e debito pubblico debbano essere contenuti entro limiti che ne consentano l’ordinata gestione in rapporto al PIL del paese.

Se prendiamo una qualunque azienda che operi nel mercato economico, la stessa non può infatti registrare continue e crescenti perdite di bilancio o aumento senza controllo del debito poiché è in primo luogo necessario che perdite e debiti siano sostenibili in relazione al fatturato dell’azienda stessa. Non esistono certamente percentuali che garantiscono automaticamente l’accettabilità dello squilibrio, ma è evidente che il volume d’affari debba poter riuscire a riequilibrare i conti in un periodo ragionevole; ed è altrettanto chiaro che le banche, per poter concedere un aumento del debito, dovranno convincersi che l’impresa affidata abbia la capacità di rimborsarlo e di pagarne i relativi interessi.

Non è diverso il caso di uno Stato sovrano: affiché i nuovi titoli del debito pubblico emessi, sia per il nuovo deficit che per rimpiazzare quelli scaduti, possano essere collocati presso gli investitori, questi ultimi devono aver fiducia nel buon andamento futuro di quel paese e devono essere ragionevolmente certi che quei titoli vengano rimborsati e gli interessi pagati. Nessun investitore affiderebbe le proprie risorse ad un’entità con i conti fuori controllo e sull’orlo del fallimento.

Possiamo discutere se il limite giusto del deficit sia il 3% del PIL e non il 4 o 5 o magari il 2% e se quello del debito sia il 60%, e non il 50 o il 70% dello stesso PIL, ma non si può dubitare che un qualche rapporto corretto fra queste grandezze ci debba essere e debba essere mantenuto nel tempo, altrimenti nessuno sottoscriverà più i titoli del debito pubblico e lo stato andrà in default, ovvero fallirà. Non è tanto l’Europa a imporre limiti alla crescita del disavanzo e dell’indebitamento, quanto la necessità di dover poi collocare i Buoni del Tesoro per reperire le risorse necessarie.

Secondo i dati OCSE relativi al primo trimestre di quest’anno, il rapporto deficit/PIL dovrebbe passare dal 2,1% del 2018 al 2,4% del 2019 al 2,9% del 2020, e quindi entro i limiti di Maastricht. Solo che questi rapporti considerano, fra le entrate, il ricavo dell’aumento dell’IVA che ammonta a 23,1 miliardi di Euro per il 2020 (passando l’imposta dall’attuale 22 al 25,2%) e a 28,7 per il 2021 (quando l’aliquota IVA dovrebbe passare dal  25,2 al 26,5%). Senza questo aumento monstre, il rapporto andrebbe al 3,3-3,4%, ed è per questo che la Commissione UE ha imposto questa misura drastica, che si applicherà in modo automatico in assenza di misure diverse.

Rispetto alle previsioni contenute nella legge di bilancio dello scorso anno, il PIL è diminuito dall’1 allo 0,1% per l’anno in corso e dall’1,1 allo 0,7% per il 2020. Ciò significa che, a parità di tutto il resto, il rapporto deficit/PIL è destinato a crescere rispetto alle previsioni, sia perché si riduce il denominatore (il PIL, appunto), sia perché – riducendosi il gettito fiscale perché con minori redditi si pagano meno tasse – aumenta il numeratore.

D’altra parte, con la nuova maggioranza di Governo, una serie di spese messe in bilancio e fortemente volute dalla precedente coalizione gialloverde “del cambiamento” possono essere ridimensionate (come l’applicazione di quota 100 per le pensioni) o evitate (come la flat tax). Inoltre la riduzione dello spread[1] di oltre un punto percentuale sui titoli del debito pubblico dovuta al maggior favore riservato dai mercati all’attuale compagine governativa rispetto comporterà un notevole risparmio sull’esborso per interessi.

Secondo alcuni analisti – ma è doveroso prendere le stime con prudenza – l’effetto combinato di questi scostamenti rispetto a quanto previsto nella legge di bilancio 2019, dovrebbe portare il rapporto tendenziale deficit/PIL dall’atteso 2,4% a circa l’1,7%, consentendo un certo margine di manovra al nuovo Ministro dell’Economia.

Se si vuole evitare l’aumento dell’IVA, occorre quindi partire dal gettito che si prevedeva per questa misura, ovvero 23,1 miliardi di Euro, oltre ai circa 4 miliardi di spese considerate “indifferibili”, per un totale di risorse da reperire intorno a 27 miliardi.

La maggior vicinanza all’Europa che questo Governo, almeno nelle intenzioni, dichiara e il suo favorevole accoglimento da parte delle istituzioni comunitarie potrebbero inoltre far ottenere una maggiore flessibilità da parte dei supervisori, in termini di un rapporto (anche se di poco) superiore al 3% e della possibilità di escludere dal computo della spesa almeno parte degli investimenti pubblici.

E’ stato calcolato che, fra il risparmio dovuto alla revisione delle politiche economiche rispetto alla maggioranza M5S-Lega (come si diceva sopra) e i maggiori margini consentiti dall’UE, ci potrebbe essere un recupero di risorse di 7/8 miliardi di Euro, parte dei quali andrebbero a finanziare misure di spesa già enunciate quali la riduzione del cuneo fiscale e il reddito minimo. Pur con tutte le cautele del caso, possiamo quindi attenderci una manovra che dovrebbe atterrare fra i 25 e i 30 miliardi di Euro, certamente molto impegnativa, ma forse più gestibile di quella paventata fino a pochi mesi fa, che partiva da 35 miliardi.

Di modesto impatto sui conti, invece, anche se di notevole effetto mediatico, la riduzione del numero dei parlamentari (che dovrebbe portare, a regime, un risparmio di circa 550 milioni all’anno) e la revisione del “Decreto Sicurezza”, per il quale le maggiori spese per l’accoglienza dei richiedenti asilo dovrebbero essere almeno in parte poste a carico dell’UE.

Del debito pubblico parleremo invece nel prossimo articolo.

 


[1] Con il termine spread si intende la differenza, sui titoli pubblici di pari scadenza, fra il tasso di interesse dei Buoni del Tesoro Poliennali dello stato italiano e quello dei Bund tedeschi. Se ad esempio il rendimento effettivo lordo dei BTp a 5 anni  è lo 0,40% e quello dei Bund sempre a 5 anni è -0,80%, lo spread  pari a 1,20%, ovvero 120 punti base, che rappresentano il maggior costo che lo stato italiano deve sostenere per la sua maggior rischiosità.

La manovra prossima ventura

eu-budget.jpg

 

Come sempre, il vero banco di prova del nuovo Governo sarà la manovra economica. Neanche il tempo di accendere i motori, che la macchina giallorossa dovrà destreggiarsi fra gli ostacoli del bilancio e dei vincoli dell’Unione Europea. Il calendario è impietoso: entro il 27 settembre dovrà essere approvato il DEF (Documento di Economia e Finanza) per il 2020 ed entro il 15 ottobre presentata la Legge di Bilancio, sempre per il 2020, da emanare entro la fine dell’anno.

Nel primo vengono riepilogati gli obiettivi di lungo periodo e tutte le misure di politica economica e finanziaria decise dal Governo; con la seconda (detta anche Legge di Stabilità, in precedenza Legge Finanziaria) l’esecutivo ha la facoltà di introdurre innovazioni normative in materia di entrate e di spesa, fissando anche il conseguente tetto dell’indebitamento dello Stato per l’anno successivo.

In relazione ad esso, la Costituzione prevede all’art. 81 comma secondo che lo stesso ricorso all’indebitamento sia consentito esclusivamente previa autorizzazione delle Camere a maggioranza assoluta dei componenti.

Nella legge finanziaria devono essere specificati, fra l’altro: il saldo netto da finanziare, ovvero il disavanzo pubblico tra spese e entrate finali e il saldo del ricorso al mercato, ossia il deficit complessivo da coprire mediante prestiti.

Naturalmente la vita di un organismo, sia esso lo Stato, una società, un ente, non si ferma quando cambiano gli amministratori: ci sono vincoli pregressi, impegni di spesa, trascinamenti che costituiscono altrettante ipoteche sulla nuova gestione e da cui non si può prescindere. E nel caso dell’Italia, paese cronicamente afflitto da debolezza finanziaria e squilibrio dei conti pubblici, il nuovo Governo già si trova a dover coprire i “buchi” del passato e rispettare i parametri comunitari.

Questi vincoli vennero istituiti con il Trattato di Maastricht, oggi Trattato sull’Unione Europea sottoscritto anche dall’Italia il 7 febbraio 1992. Alcuni di questi obiettivi riguardano la finanza pubblica, noti appunto come parametri di Maastricht, ribaditi successivamente nel patto di stabilità e crescita e ulteriormente ridefiniti nel patto di bilancio europeo (fiscal compact):

 

  • il 3% per il rapporto fra disavanzo pubblico, previsto o effettivo, e prodotto interno lordo (PIL);
  • il 60% del rapporto fra debito pubblico e PIL (può non essere soddisfatto, a condizione però che il valore si riduca in misura significativa e si avvicini alla soglia indicata con ritmo adeguato);
  • il tasso medio di inflazione che non può superare di oltre 1,5 punti percentuali quello dei tre Stati membri che, durante l’anno precedente a quello in esame, hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi;
  • il tasso d’interesse nominale a lungo termine che non deve eccedere di oltre 2 punti percentuali quello dei tre Stati membri che hanno conseguito i migliori risultati in termini di stabilità dei prezzi.

 

A parte gli ultimi due, che riflettono l’epoca in cui vennero introdotti e che possiamo considerare non più attuali o rilevanti (l’inflazione è ormai stabilmente inferiore rispetto agli anni 90 e i tassi di interesse vengono guidati dalla Banca Centrale Europea), il vero parametro difficile da rispettare è il primo, sul quale si giocano quasi sempre le compatibilità finanziarie dei Governi.

Si tratta, come abbiamo detto, del rapporto fra deficit pubblico (differenza fra le spese e le entrate dello Stato) e prodotto interno lordo (totale dei redditi conseguiti nell’anno all’interno del territorio nazionale). Non entriamo nel dettaglio e nelle diverse configurazioni di deficit (primario, tendenziale, ecc.), ma cerchiamo di comprendere il significato dei termini e il “razionale” del vincolo. Così come non vorremmo entrare nel turbine dei numeri e delle cifre, ma dare un’idea del compito che attende il nuovo Governo.

Il deficit o disavanzo è l’eccedenza, nell’anno di riferimento (che è quello successivo all’approvazione della legge), delle spese pubbliche rispetto alle entrate. Le prime riguardano gli stipendi pagati ai dipendenti pubblici e gli esborsi per ogni tipo di acquisto di beni, siano essi di consumo o di investimento, e servizi a vario titolo. Le seconde sono rappresentate in primo luogo da imposte e tasse riscosse (il cosiddetto gettito fiscale) e da ogni altra forma di introito. Questa differenza va ovviamente coperta, ovvero devono essere reperiti mezzi finanziari che consentano di fronteggiare le spese in eccedenza sulle entrate, altrimenti lo Stato non potrebbe pagare gli stipendi pubblici o gli acquisti. Ciò viene fatto, normalmente, con il ricorso al debito, ovvero con l’emissione di titoli del debito pubblico (BOT, CCT, BTP) con il cui ricavato si provvede a coprire il fabbisogno.

Spesso si confonde il deficit col debito, ma dalle definizioni date sopra la differenza è evidente: il deficit è un flusso (riferito a un periodo, in questo caso l’anno); il debito è uno stock (riferito a un momento, in questo caso la fine dell’anno). Il debito si incrementa ogni anno per effetto del nuovo deficit e si riduce con i rimborsi dei titoli giunti a scadenza; naturalmente esso genera interessi passivi che vanno a incrementare le spese e quindi concorrono a generare nuovo deficit. Quanto maggiore è il tasso di interesse pagato sui titoli pubblici, tanto maggiore sarà quindi la pressione sui conti pubblici.

Nel prossimo articolo cercheremo di capire perchè è importante che il deficit sia mantenuto entro limiti ragionevoli rispetto al PIL e perché il debito pubblico non può crescere all’infinito, oltre a dare un’idea dell’entità della prossima, ormai imminente, manovra economica.

Conti e Bis-Conti

conte

Non è possibile prevedere se l’avvocato degli Italiani riuscirà nell’impresa di creare una nuova e finora inedita coalizione con il Partito Democratico, né tanto meno quale sarà l’assetto e il programma dell’esecutivo. Gli elementi di perplessità certo non mancano, a partire dalla capacità di tenuta di un accordo fra forze politiche apparse molto distanti, quasi inconciliabili sui temi più importanti e dalla figura stessa del premier, fino a ieri garante del governo del cambiamento, a forte trazione leghista: una volta si sarebbe detto, non senza diffidenza, “uomo per tutte le stagioni”.

Tuttavia si deve ritenere che, nell’interesse del paese ma anche per ragionevolezza istituzionale, sia giusto concedere alla nuova compagine la possibilità di provarci e di essere valutata sui fatti e non sulle intenzioni.

In primo luogo, a parte le boutade polemiche delle forze di opposizione, non è affatto vero che si tratti di un governo-truffa o illegittimo, perché da noi le elezioni legislative si fanno ogni 5 anni e se c’è una possibilità di evitare lo scioglimento anticipato delle Camere, è giusto e anzi doveroso che il Presidente della Repubblica la persegua con convinzione, come del resto hanno sempre fatto i Capi di Stato nella storia del nostro paese.

E’ probabilmente vero che, se si votasse oggi, il risultato sarebbe diverso da quello dello scorso anno, dopo la prova fallimentare dell’attuale governo. Ma questo accade sempre: dopo un anno, è difficile che nessuno cambi idea, sia fra gli elettori sia fra gli eletti, e se dovessimo ogni volta tornare alle urne, sarebbe un sondaggio permanente con la conseguente impossibilità di governare. Per questo la nostra Costituzione prevede meccanismi di tutela e salvaguardia della legislatura, perlopiù affidati al Presidente della Repubblica.

Né abbiamo un sistema in cui il Governo è eletto direttamente dai cittadini, i quali invece votano per i rappresentanti in Parlamento, che poi votano o meno la fiducia ai Governi proposti.

Quindi, ammesso (e non concesso) che Conte riesca a formare un nuovo esecutivo con il Partito Democratico, si tratterebbe di un Governo non solo formalmente ma anche sostanzialmente del tutto legittimo e con obiettivo di durata pari a fine legislatura.

In ogni caso, proviamo a individuare quali potrebbero essere i punti qualificanti di un Governo davvero nuovo, che sia il Conte bis, un’altra opzione che potrebbe uscire dal cilindro di Mattarella o quello conseguente a eventuali nuove elezioni. Alla fine, quello che conta sono le cose da fare e non le persone o gli schieramenti.

Del discorso di accettazione dell’incarico da parte di Giuseppe Conte, due aspetti sono particolarmente condivisibili: il primario richiamo all’istruzione e la riaffermazione del vincolo di appartenenza all’Unione Europea. Se a questi due temi aggiungiamo la necessità di promuovere un vasto e importante programma di investimenti pubblici, si delinea un programma di governo già impegnativo, concreto e positivo. Inutile spendere parole su concetti reboanti e di alto profilo ma difficilmente realizzabili nell’orizzonte temporale della legislatura, come siamo abituati a sentire in tutte le occasioni del passato.

europe-2239718_1280.png

Parlare di equità fiscale, di riduzione delle tasse, di lotta all’evasione, di giustizia sociale e così via, può senz’altro incontrare favore e condivisione ma inevitabilmente espone al rischio di fallimento e all’impossibilità di valutare l’operato dell’esecutivo nell’arco di tre anni. Molto meglio un sano pragmatismo, pochi indirizzi strategici ma chiari e con steps intermedi misurabili e realizzabili nell’ambito dei vincoli di bilancio presenti.

Tre grandi temi: istruzione, Europa e investimenti pubblici. Declinazione di obiettivi qualitativi e quantitativi e dei tempi e modalità di conseguimento. Poche cose ma chiare e realizzabili, anziché la solita cortina fumogena su grandi questioni che richiederebbero un’affinità di ideali e una comunanza di vedute e background culturali che non esistono fra le forze in campo. Non esistono fra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle come non esistevano fra quest’ultimo e la Lega di Salvini.

Sarebbe un ottimo Governo quello che riuscisse a fare qualche piccolo ma significativo passo avanti in materia di scuola, inegrazione europea e qualificazione della spesa pubblica, oltre alla gestione, oggettivamente problematica dei vincoli di bilancio, che rappresenta sicuramente il tavolo più impegnativo nell’agenda della prossima coalizione governativa, qualunque essa sia. Tre questioni che

darebbero impulso allo sviluppo del reddito, sarebbero ampiamente compatibili con le risorse a disposizione, andrebbero finalmente incontro alle generazioni future e consoliderebbero la nostra posizione nel contesto dell’Unione Europea, senza la quale non andiamo da nessuna parte.

Non dimentichiamo che dovranno essere reperiti almeno 30 miliardi di Euro con la manovra economica per il 2020, solo per rispettare gli impegni presi: 24 per evitare l’aumento dell’IVA, 3 per il fabbisogno corrente e altri 3 per bilanciare l’eccessivo ottimismo delle previsioni in materia di PIL e gettito fiscale fatte lo scorso anno, nonché i mancati introiti dalle privatizzazioni messe in bilancio ma non realizzate.

A meno che non si voglia (come sarebbe auspicabile) tornare indietro su almeno alcune delle misure populiste del precedente Governo, quali il reddito di cittadinanza – improbabile perché fortemente voluta proprio dal partito di maggioranza – quota 100 e flat tax, peraltro ancora solo abbozzate.

 

Non solo TAV

1200px-Avanzamento_progetto_e_lavori_TAV_Torino-Lione.png

 

La recente vicenda della TAV, incentrata sull’opportunità o meno di realizzare la rete ferroviaria ad alta velocità nel tratto Torino – Lione, è stata una delle cause della caduta del “governo del cambiamento” in Italia ed ha da tempo assunto un rilievo importante del dibattito politico nazionale, condizionata anche dalla vivace e a tratti violenta protesta degli ambientalisti.

Questi ultimi, sostenuti dal partito di maggioranza relativa della coalizione governativa, si oppongono alla realizzazione dell’infrastruttura che, a loro avviso, danneggerebbe in modo irreversibile l’ecosistema della Val di Susa. I favorevoli, fra i quali l’altro partito al potere, ritengono invece che si tratti di un’opera che migliora le comunicazioni del paese, inserendolo nel circuito che collega in modo rapido ed efficiente le maggiori e più sviluppate aree europee; ed è inoltre un modo per rilanciare gli investimenti pubblici e, per questa via, la crescita economica.

Il governo, dopo aver commissionato un’indagine costi-benefici sul progetto (dalla quale emergeva peraltro la non convenienza a procedere nell’opera), ha ritenuto che sarebbero stati maggiori i costi per abbandonare il progetto – già avviato da tempo – che non quelli per completarlo e si è schierato per il sì nel Consiglio dei Ministri che ha preceduto la crisi di governo.

Frecciarossa_1000_at_InnoTrans_2014

 

A parte la questione specifica della TAV, che ha avuto fra l’altro il merito di contribuire a porre fine alla sconclusionata e dannosa coalizione al potere, quello che colpisce nella vicenda è l’errato approccio di metodo al problema degli investimenti pubblici. Se avessimo basato in passato le valutazioni di questo tipo solo ai risultati di analisi costi-benefici, oggi saremmo un paese ancora più arretrato e senza infrastrutture. Non ci sarebbe stato il miracolo economico degli anni Sessanta, non avremmo una rete autostradale né un sistema di trasporti e comunicazioni, né aeroporti e neanche ospedali o scuole. Sarebbero stati realizzati solo i progetti di investimento profittevoli, e questo avrebbero potuto benissimo farlo i privati, senza necessità di far intervenire lo Stato.

Se l’obiettivo fosse quello di risparmiare risorse pubbliche, basterebbe non fare niente per raggiungerlo. Se l’obiettivo fosse quello di conseguire il profitto, si dovrebbero imporre canoni di concessione e tariffe talmente elevati da poter coprire tutti i costi dell’opera pubblica, ma questo renderebbe non economico utilizzarla e certamente il paese non crescerebbe mai.

Che ci debba essere attenzione alla spesa, senza sprechi e ricercando la massima efficacia nell’utilizzo delle risorse, è fuor di dubbio. Come pure è altrettanto certo che debbano essere valutati i benefici economici diretti di ogni opera pubblica e il periodo di tempo entro il quale il costo dell’investimento verrà recuperato (il cosiddetto break-even point), se non altro per avere un’idea dell’effetto dell’opera sui conti pubblici. Ma escludere a priori la realizzazione di infrastrutture sulla base di un mero ragionamento contabile è un errore di metodo che rivela la totale mancanza di visione strategica e di un’idea di sviluppo.

C’è un interessante ramo della macroeconomia definito “economia del benessere”, teorizzato da grandi studiosi del passato quali Walras e Pareto e reso sistematico nel trattato “The economics of welfare” dall’inglese Arthur Cecil Pigou nel 1932, che si occupa fra l’altro di valutazioni orientate alle politiche pubbliche per stimarne gli effetti sul benessere della collettività[1].

A.C._Pigou

 

Quando si valutano le politiche economiche è necessario tenere conto anche degli effetti indiretti sul benessere della collettività, le cosiddette esternalità[2], che possono essere positive o negative e che non si prestano per loro natura a misurazioni esatte.

Classico esempio di esternalità negativa è quello di uno stabilimento industriale che diffonde nell’ambiente rumori o odori molesti che, non avendo alcun costo per l’azienda, tuttavia provocano negatività e peggioramento complessivo del benessere nella collettività. Se questi costi fossero misurabili, e addebitabili in qualche modo all’azienda, le valutazioni di convenienza dello stabilimento sarebbero drasticamente diverse.

Lo stesso, al contrario, nel caso di esternalità positive, come quelle di cui ci occupiamo in questo articolo. Possiamo fare, a questo proposito, l’esempio del tunnel di Moena. Questa splendida cittadina alpina era attraversata dalla strada statale dolomitica che intasava il delicato equilibrio del centro storico passando proprio in mezzo alla piazza principale. Qualche anno fa è stato costruito un tunnel che ha deviato tutto il traffico dal centro, liberando così la città dall’assedio delle auto. Il tunnel (scavato all’interno della montagna) è stato sicuramente molto costoso anche se non molto lungo, ed è indubitabile che il benessere dei cittadini e dei turisti è molto migliorato.

Siccome è gratuito, se la realizzazione fosse stata sottoposta all’esame costi-benefici certamente non sarebbe mai stato fatto.  Eppure l’economia della comunità certamente ne ha avuto un impatto positivo, ancorché non misurabile: in primo luogo i lavori per il tunnel, con gli investimenti necessari e i salari pagati, hanno incrementato il Pil della zona. Ma soprattutto i turisti vengono più volentieri, spendono di più, si fermano più a lungo nei tavolini di bar e ristoranti della piazza, non più immersi negli scarichi inquinanti, ma liberi per godersi con calma il paesaggio.

Identiche considerazioni potremmo fare per quasi tutte le opere di infrastrutturazione di un paese, in cui è necessario che la politica vera, quella che ha a cuore le condizioni di vita e lo sviluppo delle comunità, non ragioni in modo ottusamente ragionieristico, ma si faccia carico di progetti a lungo termine che migliorino il benessere delle generazioni attuali e soprattutto di quelle future.

 


[1] Dal sito dell’Enciclopedia Treccani:    www.treccani.it/enciclopedia/economia-del-benessere/

[2] In economia, gli effetti (detti anche effetti esterni o economia esterna) che l’attività di un’unità economica (individuo, impresa ecc.) esercita, al di fuori delle transazioni di mercato, sulla produzione o sul benessere di altre unità, cfr: http://www.treccani.it/enciclopedia/esternalita/

Togliamo i social network ai politici!

trump-2372132_960_720.jpg

 

Dare consigli sugli investimenti non è certo un esercizio facile in questi tempi di grande instabilità e incertezza, tuttavia cercheremo di analizzare, sia pure sinteticamente, la situazione dei mercati per formare qualche plausibile ipotesi di scenario.

Il primo aspetto che vorremmo sottolineare è la forte sensibilità alla politica, o meglio alle dichiarazioni dei leader politici più influenti e delle autorità monetarie. Non si tratta ovviamente di una novità, ma quello che oggi colpisce è la rapidità delle reazioni a semplici esternazioni sui social network, in particolare per quanto riguarda il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ormai abituato a formulare pensieri e intenzioni su Twitter.

Un tempo ciò avveniva magari con interviste sui media, o meglio con atti ufficiali, che però impiegavano qualche tempo – fosse pure solo poche ore – a raggiungere la massa dgli operatori. In questo tempo c’era la possibilità di correggere il tiro, smentire (spesso anche il vero), spiegare e approfondire. Gli effetti venivano così in qualche modo mediati e attenuati, anche se ovviamente a lungo andare quello che doveva succedere succedeva.

Se Trump si sveglia un po’ nervoso, magari infastidito dalla difficoltà dei negoziati economici con la Cina, twitta che l’America imporrà nuovi dazi per 300 miliardi di dollari sulle merci cinesi. Neanche il tempo di inviare il messaggio, che i mercati cominciano a scendere, prefigurando cali delle esportazioni USA in settori quali le materie agricole, i prodotti energetici, la meccanica; e parallelamente aumenti dei costi dei prodotti importati dall’Asia quali materie prime e tecnologia. E’ successo qualche giorno fa: meno 2 per cento nelle borse USA e, a cascata, in quelle europee e asiatiche.

Poi i negoziati riprendono e Trump twitta che, tutto sommato, alla fine un accordo si troverà e che i cinesi non sono poi così cattivi. E il mercato reagisce in modo opposto. Alla fine, magari, gli indici tornano dov’erano, ma molti investitori avranno sicuramente perso e altrettanti speculatori guadagnato, mentre la situazione dei fondamentali economici non è ovviamente cambiata rispetto a qualche giorno prima.

Lo stesso accade con le avventate dichiarazioni degli esponenti della Federal Reserve (la banca centrale USA) sulla politica dei tassi: ogni volta che paventano un aumento, questo viene immediatamente scontato dai mercati e i prezzi delle azioni e delle obbligazioni subiscono drastiche diminuzioni. Poi, visto il danno (inutile) provocato, magari gli stessi esponenti rilasciano dichiarazioni opposte (i tassi aumenteranno, ma non subito e non tanto), e i mercati si riprendono. Simili scenari sono successi anche per quanto riguarda la storia infinita della Brexit, e si potrebbe continuare.

Se l’obiettivo dei politici è quello di far parlare di sé e provocare attenzione, certo in questo modo viene facilmente centrato. Ma la buona amministrazione è un’altra cosa, fatta di scelte ponderate, razionali, negoziate con le opposizioni e sostenute da ampio consenso.

Tutto questo ci porta a dire che, dal punto di vista dell’economia e non solo, sarebbe molto meglio che ai politici e a chi occupa posizioni di rilievo istituzionale venisse interdetto l’uso dei social network, e che quello che devono, o vogliono, comunicare al mercato e al pubblico indistinto, debbano dirlo attraverso i canali che la legge mette loro a disposizione. Per i mercati è di tutta evidenza la necessità che non ci debbano esere turbative al regolare funzionamento; peraltro esistono proprio fattispecie di reato che consistono nell’aggiotaggio[1]  e nella manipolazione di mercato[2], in base alle quali viene punito chi diffonda notizie false o relative ad operazioni simulate (ovvero non esistenti), atte a provocare alterazioni sensibili dei prezzi degli strumenti finanziari quotati.

Senza entrare nell’ipotesi di aggiotaggio, che prevede un profitto illecito ed un beneficio personale per chi lo commette, è purtroppo frequente il caso di dichiarazioni, anche rese in buona fede, e pensieri personali che hanno comunque l’effetto di turbare il mercato.

Politics-social-media-feat.png

 

Si pensi al caso del tragico crollo del ponte Morandi a Genova: qualche esponente governativo dichiarò che occorreva togliere la concessione alla società che gestiva (e che ancora gestisce) le autostrade, colpevole – a suo parere – di non aver fatto i necessari interventi di manutenzione e consolidamento sull’infrastruttura. A parte la valutazione sulla colpa, che spetta sempre ad un giudice al termine di un procedimento articolato e complesso, è evidente che si trattava di un’opinione personale, tanto che ad oggi le concessioni sono sempre pienamente in vigore. Nel frattempo però il titolo della società è crollato in borsa, e il suo valore non è ancora stato recuperato. Nessuno mette in dubbio che l’esponente in parola potesse attivarsi per togliere (in modo legittimo e nei tempi previsti dalla legge) la concessione, ma perché affermare “a caldo” una cosa così grave?

Tutto sommato impedire ai politici l’utilizzo di esternazioni immediate, soprattutto a mezzo dei social network, è anche nel loro interesse, per evitare dichiarazioni di cui si potrebbero pentire, una volta esaminate con calma ed equilibrio, anche se poi non vengono neanche smentite, perché come è noto “la smentita è una notizia data due volte”. Per riscuotere un effimero consenso, spesso si provocano vere e proprie turbative di mercato.

Cosa può fare in questi casi un risparmiatore per tutelare i suoi investimenti? Nel prossimo articolo proveremo a dare qualche consiglio di buon senso.

 

 


[1][1] Il reato di aggiotaggio bancario avviene quando coloro che rappresentano una Società o un’Azienda agiscono nel tentativo di volgere a proprio favore il prezzo di mercato di strumenti finanziari quotati. Tale reato si compie attraverso la divulgazione di dati o informazioni irreali, fuorvianti e non veritiere che finiscono per alterare il mercato finanziario determinando un rialzo o un abbassamento dei prezzi attraverso il quale si realizza un  beneficio illecito penalmente perseguibile.

[2] Reato compiuto da colui che diffonde notizie false oppure pone in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonee a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari

Come selezionare la classe dirigente

the-leader

 

Abbiamo visto nel precedente articolo quanto sia importante per uno Stato potersi affidare a leader politici con visione strategica, esperienza e carisma. Il caso della Gran Bretagna, in negativo, è eclatante: una delle nazioni più potenti della terra, negli ultimi 20 anni, ha inanellato una serie impressionante di flop politici e istituzionali, nonostante abbia potuto contare su un sistema economico robusto in grado di resistere alla profonda crisi del 2007, sapendosi rinnovare e crescere.

Oggi si trova nella posizione ridicola di aver promosso, senza ragioni plausibili, un referendum sull’opportunità di rimanere nell’Unione Europea oppure uscirne, evento mai successo prima e regolamentato dai Trattati Europei – art. 50 TUE -, ma non nella legislazione interna inglese. Avendo il popolo deciso di uscire, il governo è impantanato da mesi in un negoziato sfiancante con Bruxelles, ha riscosso una sonora sconfitta per ben due volte in Parlamento e a tutt’oggi non è dato sapere se e come la faccenda verrà risolta, nell’incombenza di una tornata elettorale a cui non ha ormai titolo per partecipare. Neanche fra le fila dell’opposizione sembra potersi intravedere uno statista in grado di raccogliere il testimone della sfida e portare il Regno Unito fuori dallo stato di impasse.

Tutto questo rende a nostro avviso evidente come esista un chiaro problema di selezione della classe dirigente politica, non molto diverso da quanto ogni azienda si trova ad affrontare quotidianamente. A ben vedere ogni organismo che riesce a sopravvivere per lungo tempo deve essere in grado di scegliere in modo efficace il proprio leader, ovvero deve avere un sistema di selezione dei dirigenti che consenta di porre al proprio vertice il migliore fra quelli disponibili, oltre che un meccanismo di rimozione e turnover per chi si dimostrasse inadeguato.

Pensiamo agli Stati Uniti, che nei momenti più critici della storia sono riusciti a eleggere alla carica presidenziale personaggi che si sono rivelati statisti di livello e che hanno saputo guidare con mano ferma e acume strategico il paese, in modo talvolta inaspettato. Ronald Reagan, ad esempio, quando venne eletto nel 1981 – nel momento più difficile della guerra fredda – destò non poche perplessità: come avrebbe potuto un ex attore settantenne gestire la difficile situazione e reggere il confronto con la temibile potenza sovietica?

Ebbene, la storia ha dimostrato che proprio Reagan è stato l’artefice principale del crollo del regime comunista, insieme all’altro grande personaggio di quegli anni, papa Giovanni Paolo II, il polacco Karol Wojtyla, altro incredibile prodotto della selezione di leader di un organismo plurisecolare: la Chiesa Cattolica.

Se la Chiesa ha potuto sopravvivere da oltre duemila anni nonostante crisi, persecuzioni, derive e deviazioni, è proprio grazie alla capacità (i fedeli ritengono che sia l’intervento divino sotto forma di Provvidenza) di affidarsi, tempo per tempo a leader di grande carisma, visione strategica, determinazione. L’esempio della Chiesa è infatti oggi studiato dalle scuole di management come sistema di selezione di eccellenza nel lungo periodo.

Scegliere un leader è l’operazione più importante e delicata per la sopravvivenza di un organismo politico, sociale o economico. Se questo è evidente nel caso di aziende o grandi corporations, altrettanto importante è per uno Stato o una comunità. La storia è certamente fatta di ideali, di contesti economici, di relazioni, ma soprattutto di leader: ogni ideale cammina sulle gambe di un grande uomo o una grande donna.

Mao Tse Tung, Fidel Castro, Nelson Mandela, Martin Luther King, John F. Kennedy, De Gaulle, Gandhi, Ben Gurion, Arafat, in ordine totalmente casuale e per limitarsi al secolo scorso, sono esempi di leadership di successo, in cui solidi ideali, visione strategica, capacità organizzativa e efficace selezione di collaboratori hanno consentito la realizzazione di grandi imprese.

Alcune di queste doti sono naturali, fanno parte del patrimonio genetico e costituiscono lo speciale talento di cui i leader dispongono. Ma in tutti i casi è necessario sviluppare e allenare queste doti, renderle idonee all’esercizio del potere. Un sistema efficiente parte infatti dalla formazione e dall’acquisizione di esperienza, la quale è un vero e proprio asset per chi voglia essere un leader.

leader1

Ci vuole studio, esercizio, applicazione graduale e progressiva, capacità di costruire un network e un sistema di relazioni. Altrimenti il talento inaridisce e resta sterile.

Confrontando la classe politica di oggi nel nostro paese con quella delle generazioni precedenti, il divario risulta evidente: oggi sarebbe impensabile realizzare, ad esempio, il miracolo economico o portare il nostro paese fra le potenze mondiali se ci dovessimo affidare ai leader politici attuali. I partiti del secolo scorso, organizzazioni pesantemente messe in discussione e sostanzialmente scomparse, organizzavano vere e proprie scuole di formazione per i propri quadri (ad esempio quella del Partito Comunista alle Frattocchie), dove i giovani aspiranti leader studiavano i fondamenti teorici dell’ideologia ma anche elementi di organizzazione e amministrazione, entravano in contatto con i dirigenti affermati, potevano costituire il loro sistema di relazioni.

Dopo questa prima fase, iniziavano la loro carriera negli organismi locali (sezioni di partito, consigli comunali, enti pubblici o amministrazioni locali) dove gradualmente avanzavano nella scala gerarchica, poi assumevano via via responsabilità maggiori in consessi più importanti. Solo quelli che si affermavano al termine di questo percorso emergevano al livello di leader di partito.

Forse non c’è da essere nostalgici dei partiti, vista la deriva degli anni Novanta, ma certo il sistema di oggi, basato – quando va bene – su capacità di gestione aziendale e, quando va male, sulla prossimità col capo carismatico o su un sondaggio in Internet, pone molte perplessità in merito alla possibilità di individuare dirigenti capaci ed esperti.

Già il semplicistico sillogismo “chi è bravo a gestire un’azienda è anche bravo ad amministrare una comunità” è molto contestabile. Per gestire un’azienda non è sempre necessario avere il consenso dei destinatari delle decisioni, basta quello dei proprietari. Il decisionismo, che non coincide con la capacità decisionale, è originato dal potere di cui si dispone e normalmente è alimentato dai buoni risultati. I quali risultati si valutano non in funzione dell’interesse generale, ma del profitto per l’azionista o del valore creato.

E francamente risulta difficile aspettarsi qualcosa di buono con questi presupposti.

 

 

 

 

 

False evidenze, bugie e pregiudizi: un contributo di Filippo Miraglia

LE_Eithne_Operation_Triton

 

La mini-serie sull’immigrazione prosegue questa settimana con il contributo di un dirigente nazionale dell’Arci, una delle organizzazioni che più si sono impegnate nell’attività di accoglienza per i migranti, cercando di compensare la cronica insufficienza dell’intervento delle autorità statali e comunitarie, tanto da configurare una vera e propria situazione di sostituzione, anziché – come dovrebbe essere – di sussidiarietà. 

La vicenda umana e professionale di Miraglia è tutta incentrata sull’antirazzismo e al servizio dei diritti delle minoranze e dei disperati che arrivano nel nostro paese, per i quali col nuovo governo sarà anche “finita la pacchia”, ma che certo grandi motivi di soddisfazione non devono aver avuto neanche in passato.

Si tratta di un’impostazione ideale da puro “civil servant”, che parte da premesse diverse da quelle solidaristiche religiose ma arriva alle stesse conclusioni di impegno per la costruzione di un mondo migliore, inclusivo e aperto.

Il contributo di Miraglia ci accompagnerà per questa settimana e la prossima e rappresenta un punto di vista originale e pregnante che, insieme a quanto pubblicato con gli altri interventi, può contribuire a fornirci un quadro il più possibile completo su quello che, a tutti gli effetti, è il fenomeno più rilevante della nostra civiltà di oggi.

Buona lettura, dunque!

 


 

 

Il dibattito pubblico sull’immigrazione da anni è terreno di battaglia politica per la conquista del consenso e non solo con l’approssimarsi di appuntamenti elettorali.

Questa forte politicizzazione ha fatto sì che, progressivamente, si siano consolidate quelle che potremmo chiamare “false evidenze”, cioè verità presunte, non supportate da dati reali, che tanti, quasi tutti, danno per scontate e che non necessitano di alcuna dimostrazione.

La legislazione sull’immigrazione è stata ed è oggetto, oramai da più di vent’anni, di continui interventi che rendono instabile la condizione giuridica dello straniero (con un ruolo sempre più discrezionale della pubblica amministrazione) e che, soprattutto, si caratterizzano per una crescente riduzione dei diritti degli stranieri. Un riformismo dal segno meno, che alimenta l’idea che negare diritti agli stranieri contribuisca a migliorare la condizione degli italiani.

Gli esempi, più recenti sono la legge Orlando Minniti, del precedente governo di centro sinistra, che per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana ha cancellato alcune importanti garanzie giurisdizionali per una sola categoria di persone, i richiedenti asilo, e la Salvini più recente, che – tra le altre cose – ha cancellato il titolo di soggiorno per ragioni umanitarie.

Tra le false evidenze la più usata è quella che fa riferimento all’arrivo in Italia e in Europa di un numero enorme, intollerabile, di persone che chiedono asilo.

asi_2

 

Negli ultimi anni, non certo a causa delle cosiddette primavere arabe (2011), ma soprattutto a causa di guerre, conflitti interni, persecuzioni e violenze diffuse, il numero di persone costrette a lasciare le loro case è aumentato in maniera esponenziale.

Nel 2018, i dati ancora non sono disponibili, se il trend degli ultimi anni è confermato, arriveremo certamente a un numero vicino ai 70 milioni di uomini e donne in cerca di protezione.

Se 70 milioni sono l’1% della popolazione mondiale, l’UE, anche senza considerare le enormi diseguaglianze economiche e quindi anche le disparità in merito alla capacità di spesa tra i Paesi occidentali e, ad esempio, quelli dell’Africa e del Medio Oriente, l’UE, con i suoi 500 milioni di abitanti, 7% circa della popolazione del Pianeta, dovrebbe dare accoglienza al 7% di questi 70 milioni, ossia a circa 5 milioni di profughi.

Nell’UE il numero di 5 milioni è stato leggermente superato in 10 anni, cioè negli anni che vanno dal 2008 al 2017. Quindi al momento l’UE non corrisponde neanche al 10% della risposta di accoglienza che spetterebbe sulla base della sua popolazione, se calcoliamo la media degli accolti ogni anno negli ultimi 10 anni.

Molto di più di noi fanno Paesi poverissimi e piccolissimi come il Libano e la Giordania, per non parlare del Kenia e della Turchia.

Eppure ovunque, anche in interventi che sembrano orientati a favore dei diritti degli stranieri, leggiamo parole e concetti che danno per scontato che il flusso di persone arrivato in Europa e in Italia negli ultimi anni sia enormemente superiore a quel che possiamo sopportare.

Se poi si considera il nostro Paese, che rappresenta il 12% della popolazione UE (60 milioni su 500), dei 5 milioni circa di persone che spetterebbero all’UE ogni anno, l’Italia dovrebbe accoglierne ameno 600 mila (12% di 5 milioni).

Siamo molto lontani da questi numeri e l’Italia, nel decennio 2008 – 2017, ha accolto circa 540 mila persone. In dieci anni, non in un solo anno, come dovrebbe spettarci se ci fosse un’equa ripartizione a livello mondiale.

Per riportare alle sue giuste dimensioni il nostro ruolo e il fenomeno degli arrivi di stranieri in Italia, si potrebbe paragonare il numero di richiedenti asilo accolti dall’Italia in 10 anni, 540 mila circa, con i 650 mila stranieri regolarizzati in un solo giorno nel 2002 dal governo Berlusconi, a seguito dell’entrata in vigore della nota legge Bossi Fini: in un giorno più persone irregolari regolarizzate che quanti richiedenti asilo sono stati accolti in 10 anni!

Nel prossimo articolo esamineremo più nel dettaglio i meccanismi e l’organizzazione dell’accoglienza.

Filippo Miraglia (*)

 

Miraglia.jpg

 

 

 

 

 

 

 

 


(*) Filippo Miraglia, 54 anni, vive in provincia di Rimini con la moglie Monia e tre figli maschi. Laureato in fisica, ha insegnato per oltre un decennio nelle scuole secondarie superiori. Nel 1993 inizia il suo impegno nell’Arci a Pistoia, dopo alcuni anni di militanza nell’associazione Nero e non solo, che in quell’anno confluisce nell’Arci. In Nero e non solo inizia a occuparsi della difesa dei diritti dei migranti, impegno che proseguirà nell’Arci, diventando nel 2004 responsabile nazionale immigrazione dell’associazione.

Militante antirazzista e per i diritti delle minoranze e delle persone di origine straniera fin dalla seconda metà degli anni ottanta, ha contribuito alla promozione di diverse campagne contro il razzismo e in favore dei migranti, fra cui la campagna L’Italia sono anch’io.

Attualmente lavora a Roma come responsabile immigrazione dell’ARCI e dal 2016 è anche presidente di ARCS, la ONG dell’ARCI che si occupa di cooperazione e solidarietà internazionale.

 

ABC dell’economia: la politica monetaria

bankpig

 

Il concetto stesso di moneta è oggi radicalmente cambiato, come pure la sua funzione.

Per quanto riguarda le funzioni, possiamo affermare che oggi – pur mantenendo lo strumento monetario le prerogative originarie che abbiamo menzionato all’inizio della serie – il ruolo principale della moneta è quello di rappresentare lo strumento più diffuso di politica economica, ovvero dell’intervento dello Stato sull’economia.

Il soggetto autorizzato all’emissione monetaria (nell’Unione Europea la BCE che ha sede a Francoforte) può modulare la quantità di moneta in circolazione e influire così sul livello dei tassi di interesse. Quanto maggiore è la quantità di moneta nel sistema, tanto minori tendono ad essere i tassi di interesse.

Si parla per questo di “politica monetaria espansiva” quando la Banca Centrale aumenta la quantità di moneta favorendo una riduzione dei tassi: si incentiva così l’investimento e, per questa via, il reddito (tutti concetti che abbiamo già visto all’inizio della nostra serie “L’ABC dell’economia”).

Analogamente si parla di “politica monetaria restrittiva” quando la moneta viene drenata dal sistema e i tassi di interesse tendono a salire, con effetto di contenimento dello sviluppo. In questo caso lo scopo dell’intervento è generalmente quello di controllare e limitare l’inflazione e anche di migliorare i conti con l’estero: tassi più alti attirano gli investitori esteri e la valuta si rafforza, scoraggiando le importazioni.

Seattle_-_1015_2nd_Avenue_01

 

Gli strumenti di politica monetaria sono numerosi, con diverso grado di complessità e di efficacia. Quello al quale le banche centrali oggi ricorrono più spesso è il cosiddetto “intervento sul mercato aperto”, consistente nell’acquisto o vendita di titoli di Stato sul mercato secondario. Tali operazioni vengono fatte in contropartita diretta delle banche dei diversi paesi, le quali svolgono dunque una funzione di interfaccia e di trasmissione della politica monetaria. Ma devono anche assicurare che la liquidità fresca, da loro intercettata, riesca ad affluire al mondo della produzione sotto forma di credito bancario, cosa che in verità non sempre è avvenuta con la dovuta fluidità.

Quando la Banca Centrale compra titoli pubblici, immette dunque moneta nel sistema (il corrispettivo dei titoli acquistati) e, quando vende, toglie invece liquidità. La modalità con cui è stata affrontata e vinta la forte crisi innescata nel 2007 con la vicenda dei mutui subprime (di cui abbiamo parlato in un precedente articolo) e con il fallimento di Lehman Brothers è stata proprio questa: consistenti, prolungati e crescenti acquisti di titoli pubblici, il cosiddetto quantitative easing, attraverso il quale enormi flussi di liquidità sono stati forniti ai sistemi economici per agevolarne la ripresa.

Un ultimo accenno, per quanto riguarda i temi strettamente connessi con la moneta, è la definizione dell’”aggregato”. Si distinguono infatti oggi quattro configurazioni concettuali del termine “moneta”, che possono essere rappresentati da una struttura a cerchi concentrici: da un nucleo che costituisce il circolante ad uno più ampio denominato M1, ad uno più ampio ancora denominato M2 fino a quello più esterno, denominato M3, in modo che ciascuno inglobi quello o quelli inferiori.

  • Il circolante o numerario indica la somma della moneta cartacea (banconote) e di quella divisionaria (“gli spiccioli”) in circolazione;
  • M1 indica il circolante più l’ammontare dei depositi in conto corrente bancari e postali;
  • M2 indica M1 più l’ammontare dei depositi a risparmio (bancari o postali);
  • M3 indica M2 più l’ammontare dei titoli a breve termine del debito pubblico del Paese.

Come si vede, aumentando il grado di complessità, aumentano i soggetti depositari del diritto di emettere moneta: banca centrale, banche commerciali, poste, pubblica amministrazione. Ognuno di questi soggetti ha quindi un ruolo nella politica monetaria ed è importante che tutti collaborino nella direzione decisa dall’orientamento politico prevalente.

Tradizionalmente i partiti e le coalizioni governative “progressiste” o liberal (laburisti nel Regno Unito, socialdemocratici in Germania, socialisti in Spagna, democratici in USA e in Italia e così via) hanno sempre favorito una politica espansiva, il cui obiettivo principale fosse lo sviluppo del reddito e dell’occupazione, anche al costo di un peggioramento dei conti pubblici o di un certo livello di inflazione.

Viceversa le formazioni più conservatrici (tories, repubblicani, cristiano democratici, etc.) hanno sempre perseguito politiche di rigore e conti in ordine, inflazione sotto stretto controllo e forza relativa della valuta nazionale.

Le altre due leve tradizionali della politica economica, ovvero la spesa pubblica e il fisco, benché in teoria più immediate ed efficaci, sono invece sostanzialmente precluse al nostro Paese dagli stringenti vincoli di bilancio. Entrambi, infatti, sono suscettibili di peggiorare i conti pubblici, laddove l’Italia è al contrario impegnata da anni a rispettare parametri contabili di riequilibrio.

Manifesto_Banca_Italiana_di_Sconto

 

Al termine di questo focus sulla moneta, crediamo di aver fornito al lettore almeno le basi per capire l’origine, l’evoluzione e la funzione della moneta negli scambi, come riserva di valore e come strumento di politica economica.

Rispetto a quanto avevamo promesso all’inizio, manca ancora l’esame di come si sono sviluppati i derivati e della funzione creditizia: sono infatti questi gli argomenti che affronteremo nei prossimi articoli, dove protagonista del nostro racconto sarà proprio la banca.

 

 

 

Analisi di scenario: USA e mercati asiatici emergenti

Scenario

Prima di tornare ad occuparci dei fondamentali dell’economia, proviamo ad utilizzare quanto visto fino a questo punto della nostra mini-serie per fare un po’ di sana analisi di scenario, anche per vedere come i concetti che abbiamo incontrato possano avere un importante ed effettivo riscontro pratico per una lettura “ragionata” della realtà.

Nella definizione di un’efficace asset allocation strategica[1], un ruolo importante è rappresentato dalle previsioni sull’andamento futuro di grandezze quali la produzione, l’inflazione, i tassi di interesse, la disoccupazione e così via. Lo scenario che viene così prefigurato ci porterà a privilegiare, nelle scelte di investimento, alcune categorie di titoli o strumenti (le cosiddette asset class) rispetto ad altre e, in particolare, quelle che riteniamo suscettibili di aumentare di valore, in modo tale che il nostro portafoglio si apprezzi.

Proviamo allora a vedere cosa potrebbe succedere, a detta degli analisti, nei prossimi mesi e come converrebbe conseguentemente orientare i settori in cui impiegare il nostro risparmio.

 

Sulla scena mondiale si sono verificati recentemente due eventi rilevanti: la crisi nord-coreana e l’annuncio di imposizione di dazi doganali all’importazione di acciaio e alluminio da parte del Governo USA.

In entrambi i casi i mercati hanno inizialmente reagito in modo scomposto, entrando in una fase di forte volatilità e facendo temere il peggio.

I venti di guerra si sono poi, come prevedibile, sostanzialmente dissolti e si è avviato un percorso di cauto avvicinamento fra i paesi coinvolti, mentre i timori di una guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina sono tuttora diffusi e rischiano di mettere in discussione decenni di sviluppo commerciale.

 

Trump, sulla base del suo programma elettorale “America first”, ha voluto favorire – con l’imposizione dei dazi doganali – una importante componente del suo elettorato, l’industria manifatturiera su cui da tempo incombe la concorrenza asiatica. E infatti, dopo l’annuncio, i sondaggi hanno rilevato un notevole aumento della popolarità del Presidente soprattutto nel Midwest.

Trump

 

La reazione del gigante asiatico è stata mirata e chirurgica, annunciando a sua volta dazi doganali sui prodotti agricoli che andranno a penalizzare stati agricoli tutti “trumpiani” e dazi sulle auto e sugli aerei che colpiranno le realtà industriali che più minacciano l’espansione cinese nei settori di alta tecnologia delle auto elettriche e dell’industria aeronautica.

La sensazione è che Trump abbia segnato un successo tattico di breve periodo, più mediatico che effettivo, e soprattutto concentrato in alcuni settori, ma che a lungo andare sia la Cina ad avvantaggiarsi del conflitto, in modo più duraturo e generalizzato. E’ facile prevedere che la sfida sulla tecnologia a forte impatto industriale e militare, nonché tutta la partita sull’intelligenza artificiale, alla fine vedrà ancora affermarsi gli asiatici.

Non conviene sfidare i cinesi: mentre Trump ha da tenere a bada il composito fronte interno, pagando alcune cambiali a chi l’ha sostenuto in campagna elettorale ma danneggiando altri settori, gli asiatici possono contare su un solido consenso ed un sostegno compatto e generalizzato. Come spesso succede, chi inizia la guerra contando su una vittoria facile e veloce, molto spesso ne subisce gli effetti più negativi.

Tuttavia per gli americani il quadro globale rimane ben intonato, con una crescita che quest’anno sarà vicina al 3% e un’inflazione sopra il due e mezzo per cento: gli Stati Uniti sono dunque praticamente al livello di piena occupazione e la domanda resta sostenuta.

La politica fiscale ha d’altra parte ormai imboccato un deciso sentiero espansivo, come del resto era nei programmi Trump e, per evitare timori di surriscaldamento e inflazione eccessiva, è ragionevole attendersi che le autorità USA continueranno nella politica di restrizione monetaria già intrapresa.

I tassi quindi inevitabilmente saliranno, specie quelli a lunga scadenza e questo significa che i corsi dei titoli obbligazionari a lungo termine dovrebbero subire una flessione.

Una prima indicazione concreta sul portafoglio – in prima battuta per quanto riguarda il mercato USA – è quindi quella di preferire le azioni alle obbligazioni e, in quest’ultimo ambito, preferire il tasso variabile a quello fisso.

Per quanto riguarda i settori, quelli favoriti sono i finanziari, l’informatica (IT), l’energetico e le telecomunicazioni e buone prospettive vengono attribuite anche al comparto immobiliare.

Come abbiamo visto, le tensioni commerciali non avranno effetti significativi sui trend di sviluppo, salvo una più accentuata volatilità e instabilità soprattutto in USA.

Sui mercati asiatici e sugli emergenti non sono attesi effetti particolarmente negativi (la Cina crescerà intorno al 7% anche quest’anno) ed anzi ad avviso degli analisti la crescita dovrebbe mantenersi sostenuta: nei prossimi mesi questi mercati possono quindi rappresentare una buona destinazione alternativa agli investimenti finanziari, compresi gli impieghi in valuta locale. Anche qui, sempre meglio le azioni che il reddito fisso.

Oltre alla Cina, i paesi che vengono prospetticamente preferiti, sono Brasile e Russia, che sono in netta ripresa sulle recenti recessioni, oltre a Singapore e Regno Unito.

Nel prossimo articolo concluderemo questa sintetica analisi di scenario focalizzandoci sull’Europa e sulle indicazioni in merito alle diverse valute. Torneremo poi ad occuparci dei fondamentali dell’economia.

 


[1] Per asset allocation si intende è la distribuzione dei fondi disponibili fra le varie attività di investimento (asset class). Ogni portafoglio è una combinazione fra queste asset class. Ne abbiamo parlato a più riprese su questo blog, dedicandovi anche una specifica mini-serie