LA VARIABILE MERCATO

Altra variabile critica per il successo di una start-up é chiaramente il mercato, inteso come il luogo (fisico o virtuale) in cui si scambiano merci e servizi con denaro.

Possiamo avere l’idea più bella del mondo, ma se nessuno é disposto a pagare un prezzo che ne renda remunerativa la produzione, essa non darà mai luogo alla nascita di un’impresa. Viceversa, se intercettiamo un segmento di domanda forte su un oggetto inutile e brutto (potremmo fare tanti esempi), e quindi se esistono persone disposte a pagare il giusto corrispettivo, allora può avere senso produrlo e venderlo.

In alcuni casi, il mercato può non esistere ancora, ma si ritiene di poterlo attivare in quanto il nostro prodotto o servizio andrà a soddisfare bisogni latenti oppure a creare nuovi bisogni. Questa é l’ipotesi più rischiosa ma anche potenzialmente più redditizia, perché essendo i soli – almeno per un certo periodo – a vendere un determinato prodotto, potremmo avere un ruolo decisivo sul mercato, fino ad imporre il prezzo.

Un caso di scuola é quello del ‘Gatorade’, una bevanda nata a tavolino dallo studio attento dei gusti e dei comportamenti dei consumatori da parte dell’azienda produttrice. La miscela é stata talmente indovinata che, supportata da una campagna promozionale mirata, ha consentito di realizzare un enorme successo.

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Viceversa, quando si entra in un mercato già consolidato, dovremmo proporre un minor prezzo (e allora il nostro fattore di successo si sposterà sulla capacità di produrre a costi più bassi) oppure una migliore qualità. Tipico esempio del primo caso, le compagnie di volo low cost che, entrando in un mercato maturo e declinante come quello del traffico aereo, lo hanno completamente rivitalizzato, di fatto creando un mercato del tutto nuovo. Ritengo che la nascita e l’enorme sviluppo di questo mercato abbia rappresentato un elemento di reale cambiamento nelle abitudini e nella vita delle società occidentali, rendendo possibile a grandi masse di popolazione muoversi e viaggiare.

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Un esempio invece di un nuovo mercato generato da uno vecchio agendo sulla qualità, é tutto il complesso mondo che ruota intorno all’agricoltura e all’alimentare genuino e controllato, dal “chilometro zero” al biologico, dallo slow food alla tutela dell’origine. Si é ritenuto, a ragione, che il consumatore sarebbe stato disposto a pagare di più per avere un prodotto controllato e sicuro. A parte le trovate di marketing (come le farine kamut), in cui la diversità é più fatta percepite che reale, si é aperto un nuovo interessante mercato in cui peraltro i nostri cibi e le nostre bevande sono senz’altro valorizzate.

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In questo contesto, il concetto di ‘mercato’ é quello di cui abbiamo discusso, in termini più generali, in un precedente articolo. L’altro concetto chiave, come si é visto, é quello di ‘prezzo remunerativo’. Il prezzo, dal punto di vista dell’impresa, deve esse tale da remunerare tutti i fattori produttivi impiegati, e generare quindi un adeguato valore aggiunto. In un mercato ‘perfetto’ il prezzo si forma con l’incontro di domanda e offerta. Ma mentre per chi compra é relativamente facile adeguare il prezzo che si é disposti a pagare, per chi vende é necessario rispettare il vincolo del costo di produzione.

Non é sostenibile a lungo la posizione dell’azienda che, pur di stare sul mercato, venda sottocosto, ovvero non riesca a remunerare tutti i fattori produttivi. É qui opportuno ribadire quanto si era già detto parlando di valore aggiunto: se un fattore viene remunerato meno di quanto dovuto (anche questo alla fine é un prezzo di mercato), la posizione dell’azienda é precaria. Si può forse rinunciare al profitto per i primi tempi, ma non possiamo sottopagare i dipendenti o non onorare le scadenze del mutuo.

Allora il concetto di ‘prezzo remunerativo’ ci porta a definire quello di break-even. Il break-even é considerato il livello di produzione e vendite che consente di coprire tutti i costi, fissi e variabili. Non si tratta ancora di un punto di equilibrio, in quanto a questo livello non tutti i fattori produttivi e gli stakeholder sono adeguatamente remunerati: il profitto sicuramente no, ad esempio. Si tratta comunque di un primo indicatore della capacità dell’azienda di stare sul mercato.

Come si vede, il break-even dipende dai due fattori quantità (venduta) e prezzo. Sono due fattori inscindibili: vendere a un prezzo molto alto pochissimi prodotti copre magari i costi variabili ma non quelli fissi, e al contrario vendere anche molti prodotti ma a un prezzo troppo basso rischia di non coprire i costi variabili. Il prezzo non dipende come si diceva all’inizio solo dall’azienda, ma in via prioritaria dai clienti: é sempre la domanda che orienta il mercato, a parte il caso di situazioni di monopolio o oligopolio.

Quindi, se un prodotto o un servizio non riscuote la disponibilità del cliente a pagare almeno un certo prezzo, quel business dovrà essere abbandonato dall’azienda, salvo eccezioni particolari che devono comunque essere temporanee.

Un chiaro esempio di questa affermazione é quello che é successo nell’energia rinnovabile: il prezzo veniva tenuto artificialmente basso da contributi statali e comunitari, per incentivarne l’uso. Una volta finiti i contributi, la domanda di impianti fotovoltaici è drasticamente caduta: al maggior prezzo così determinatosi sul mercato, molti non erano più disponibili a comprare.

Come avrebbe detto il mitico Humphrey, “E’ il mercato, bellezza, e non ci puoi fare niente”

 

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LA VARIABILE TEMPO E GLI ALTRI FATTORI DI SUCCESSO

Fra le diverse variabili che possono sancire il successo o l’insuccesso di una start-up, un elemento chiave è senza dubbio il tempo. Quante volte un’idea splendida é arrivata quando ancora il momento non era giusto ed è quindi miseramente naufragata, oppure quando altri l’avevano già sfruttata? Se pensiamo alla vicenda di Leonardo da Vinci, non possiamo fare a meno di stupirci di quante invenzioni la sua fertile mente aveva partorito con secoli di anticipo sul resto dell’umanità: la più formidabile é sicuramente l’aeroplano, che avrebbe reso possibile il sogno dell’uomo di volare.

E su questo Massimo Troisi e Roberto Benigni, nel celebre film “Non ci resta che piangere” (1984), avevano basato la loro geniale favola del viaggio a ritroso nella storia, nel vano tentativo di fermare la scoperta dell’America

Certamente se al tempo di Leonardo qualcuno avesse provato a mettere in produzione una delle sue fantastiche invenzioni, da un punto di vista commerciale sarebbe stato un vero e proprio flop: non c’erano ancora le strutture per utilizzi su larga scala, le materie prime necessarie al funzionamento ma, soprattutto, non esisteva né un mercato pronto a recepire i nuovi prodotti né una domanda da attivare.

L’IDEA NON E’ MAI BUONA O CATTIVA IN SE’

Questo vale per ogni idea di business: l’idea non è mai buona o cattiva in sé, ma giusta o meno in relazione alle due variabili del tempo, di cui ci occupiamo oggi, e dello spazio, ovvero del mercato, di cui parleremo nel prossimo articolo. L’idea di successo deve quindi essere presentata e venduta al momento giusto nel mercato giusto: a dirlo sembra facile, ma in realtà la combinazione vincente dei tre fattori – idea, tempo, mercato – è estremamente rara e la sua probabilità di verificarsi è una misura, ancora solo parziale per la verità, del rischio di impresa nella start-up.

L’altra parte di questa misura, anche questa fattore sicuramente non banale, è data dalla correttezza delle previsioni e delle assunzioni nel business plan strategico.

Quindi una start-up (o un nuovo prodotto) avranno successo se:

  • Il timing del lancio è indovinato;
  • Il mercato scelto è quello giusto;
  • Le previsioni di costi e ricavi sono corrette ed effettivamente rispettate, per cui il business genera ricchezza e non la distrugge (si veda quello che si è detto parlando di valore aggiunto).

Il guaio è che la verifica del rispetto di queste tre condizioni si può avere solo a posteriori, ovvero una volta avviata l’iniziativa. E talvolta, quando se ne ha consapevolezza, è troppo tardi per fermare il business o limitare le perdite.

Occorre allora dotarsi di strumenti che consentano di monitorare, nel durante, l’andamento della start-up o del prodotto: il complesso di questi strumenti – per quanto riguarda l’attendibilità delle previsioni di costi e ricavi – rappresenta il controllo di gestione. Esistono inoltre tecniche di sondaggio e specialisti nelle ricerche di mercato che aiutano a farsi un’idea preventiva tanto sulla tempistica del lancio che sul tipo di mercato scelto, attraverso interviste a campioni di popolazione, analisi di casi simili di successi o insuccessi, test con prototipi, ecc.

Queste tre regole, solo apparentemente ovvie, sono in realtà la base per avviare un’attività di successo. Quante iniziative, anche interessanti o geniali, sono miseramente fallite perché non rispettavano una di queste tre regole? Ciò significa, in altre parole, che anche se abbiamo un’idea che può essere buona, prima di avventurarsi nell’impresa occorre fare queste verifiche, altrimenti si parte già con il piede sbagliato.

Se è vero che il punto di partenza di una “business idea” di successo sta nell’intuizione e nella creatività dell’imprenditore, altrettanto vero è che l’imprenditore da solo, senza un rigoroso ed accurato esame di timing, mercati e possibili processi produttivi, ben difficilmente potrà far nascere un’iniziativa economica che possa durare nel tempo. Se infatti è relativamente facile accendere una fiammata o un fuoco di paglia, ben più difficile è mettere in piedi un’iniziativa che possa durare, e anzi rafforzarsi e consolidarsi nel tempo.

Dunque, ricapitolando: la prima spinta per costituire una start-up o lanciare un nuovo prodotto o entrare in un mercato deve provenire dagli animal sprits di keynesiana memoria: secondo l’economista inglese, questi sono infatti un insieme di forze e motivazioni, tra cui l’intuizione personale e l’ottimismo, che spingono l’imprenditore a ricercare il successo.

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 I TRE PERSONAGGI

La spinta imprenditoriale è però condizione necessaria ma non sufficiente per il successo della start-up: essa va, come abbiamo detto, verificata in termini di timing (se il tempo necessario a produrre il bene o prestare il servizio è sufficiente per presentarsi sul mercato), di mercato (se il mercato in cui vogliamo operare è recettivo per il nostro bene o servizio ed è quindi disposto a recepirlo a prezzo remunerativo) e di produzione (se i ricavi che si ritiene di realizzare sono sufficienti a coprire la remunerazione di tutti i fattori produttivi impiegati).

Difficile che una persona sia capace da sola di fare tutte queste cose: accanto al “creativo”, ovvero colui che lancia l’idea, ci deve essere il “commerciale”, ovvero colui che ne verifica la vendibilità, ed anche l’ “organizzatore”, ovvero colui che guida il processo produttivo. La compagine ideale, per un’impresa di piccole o medie dimensioni, è quindi quella composta in prima battuta da queste tre figure professionali, tutte indispensabili alla buona riuscita dell’iniziativa.

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Se uno o più di questi personaggi non sono disponibili, occorrerà reperire la relativa capacità sul mercato arruolando uno specialista come dipendente o facendolo entrare in società. Se più soci si occupano della medesima funzione, abbiamo un primo problema organizzativo: sarà molto difficile farli convivere salvo che non si riescano a delimitare molto bene i rispettivi ambiti (ad esempio, mercati nazionali ed esteri, linee produttive diverse, processo produttivo frazionabile).

Una volta superate con successo queste verifiche e fasi iniziali, siamo ancora al tempo t° della storia della start-up: vedremo nei prossimi articoli qual è il processo razionale per mettere in piedi un’impresa che abbia senso economico. Come si vede, i macrotrends che abbiamo esaminato negli articoli precedenti cominciano ora a prendere corpo e diventare elementi di giudizio per la costituzione e il governo dell’impresa.

 

Copertina: Credit MASSIMO NUCCI 2016 – Fotografo in Siena

IL VALORE AGGIUNTO COME CONCETTO GUIDA

Ai tempi in cui “uno spettro si aggirava per l’Europa”, ma anche più recentemente quando studiavo all’Università, si diceva che i fattori produttivi fossero tre: terra, lavoro e capitale. Il concetto di fattore produttivo é molto strettamente collegato a quello di impresa. Se definiamo l’impresa come l’attività di combinare e organizzare i mezzi a disposizione dell’imprenditore al fine di produrre beni o prestare servizi, si capisce in effetti quale e quanto rilievo abbiano i fattori, ovvero quei mezzi da combinare e organizzare ai fini della produzione.

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DAI FATTORI AGLI “STAKEHOLDERS”

In realtà è facile rendersi conto, anche soltanto intuitivamente, che i fattori produttivi sono sicuramente di più rispetto a quelli che tradizionalmente si insegnano all’Università. In particolare oggi è più corretto parlare di stakeholders, anziché di fattori produttivi.  Con questo concetto si intende ogni categoria di persone che hanno un interesse diretto o indiretto nell’attività dell’azienda, dunque non più e non solo gli azionisti (shareholders), ma ad esempio anche i lavoratori, i clienti, i fornitori, la pubblica amministrazione, le banche e gli altri finanziatori, le organizzazioni sindacali dei lavoratori e degli imprenditori, e così via. Il focus è quindi passato dalle cose o attività alle persone: chi non si rende conto di questo, e pensa all’impresa come un luogo unicamente finalizzato a produrre profitto, si pone subito fuori mercato.

Se vogliamo quindi avviare con successo una start-up, dobbiamo considerare non solo il business plan (ovvero la previsione di quanto guadagnerà l’imprenditore) ma anche e soprattutto il complesso dei rapporti che andremo a stabilire e le conseguenze dell’attività produttiva.

Se ad esempio pensiamo a un’industria siderurgica, come possono essere l’Ilva di Taranto o la Thyssenkrupp, è evidente come il complesso dei fattori ambientali sia un fattore altrettanto se non più decisivo del processo di produzione e vendita. In questo caso lo stakeholder decisivo è senz’altro la comunità locale, interessata dall’inquinamento ambientale che gli stabilimenti possono causare (quello che un tempo si chiamava “esternalità negativa”).

Oppure pensiamo alle imprese sociali, nelle quali per definizione un capitale da remunerare non c’è: in quel caso il soggetto chiave sono i lavoratori, o anche gli utenti dei servizi prestati.

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DAL PROFITTO AL VALORE AGGIUNTO COME MISURA DEL SUCCESSO

Se restiamo alla dinamica dei fattori, dobbiamo riconoscere che almeno due nuovi fattori produttivi intervengono pesantemente nella vita dell’azienda: la pubblica amministrazione e l’attività imprenditoriale, che ora è logicamente distinta dalla proprietà del capitale. Nella media e grande azienda, infatti, il capitale è in mano agli azionisti, mentre l’attività imprenditoriale è svolta dai managers: azionisti e managers tendono dunque oggi ad essere sempre più spesso soggetti diversi.

Volendo schematizzare, allora, avremo:

 

FATTORE PRODUTTIVO REMUNERAZIONE
TERRA RENDITA
LAVORO SALARIO
CAPITALE INTERESSE O RENDITA FINANZIARIA
PUBBLICA AMMINISTRAZIONE IMPOSTE
ATTIVITA’ IMPRENDITORIALE PROFITTO (BONUS)

 

Possiamo vedere come scopo dell’azienda sia non (solo) massimizzare il profitto o la rendita del capitale, ma massimizzare la somma delle remunerazioni dei fattori, ovvero il valore aggiunto.

Chi progettasse oggi di avviare una start-up dovrebbe quindi porsi come obiettivo proprio questo valore: lo schema classico di business plan è  solo una parte della strumentazione necessaria. Se ad esempio riuscissimo ad avere in soli due anni un ritorno del 10% sul capitale investito inizialmente, a prima vista potrebbe sembrare un buon risultato (e sicuramente è un buon punto di partenza). Ma se questo fosse ottenuto a scapito degli altri fattori (ad esempio tenendo bassi i salari o non pagando le imposte o non remunerando i manager) , sicuramente andremmo poco lontano.

Allora, prima regola per una start-up: massimizzare il valore aggiunto in un arco di tempo accettabile.

PUNTO CENTRALE E’ LA PERSONA

Il passaggio dal profitto al valore aggiunto, così come il passaggio dai fattori produttivi alla logica degli stakeholder rappresenta un punto cruciale: anche nella vita dell’azienda il punto centrale é l’uomo, nelle sue diverse funzioni sociali (proprietario/dipendente; produttore/consumatore; membro della comunità locale, ecc.), e non più le cose materiali o i risultati dell’attività (capitale, processo produttivo, fatturato). La misura dell’efficienza di un’azienda, vista come organismo complesso, é il valore aggiunto e non solo il ritorno sul capitale investito. Solo producendo valore aggiunto l’azienda remunera in modo adeguato tutti i suoi stakeholder e si pone in grado di sopravvivere e prosperare nel tempo; se si limitasse a perseguire solo il profitto, avrebbe un orizzonte temporale necessariamente limitato nel tempo, e alla prima difficoltà – quando i profitti diminuiscono o si trasformano in perdite – uscirebbe dal mercato.

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Ma che cos’è e come si calcola il valore aggiunto? L’espressione é oggi di uso comune e significato intuitivo. Ma nel caso dell’impresa, essa rappresenta un concetto ben preciso e misurabile. Si tratta dell’incremento di valore che le materie prime incorporano in seguito all’attività di trasformazione subita per effetto della produzione. Se pensiamo ad un caso elementare, il fornaio, é evidente che il valore (ovvero il costo) di farina, acqua e lievito é inferiore al valore (ovvero il fatturato più l’incremento delle scorte) del pane e dei suoi derivati prodotti e venduti. La differenza fra queste due grandezze é proprio il valore aggiunto, ovvero l’incremento di valore stratificato sulle materie prime grazie alla produzione. Questo valore, ovviamente, non é tutto e solo profitto per il fornaio, ma é il “canestro” di risorse che serve per remunerare anche tutti gli altri fattori produttivi (deve quindi comprendere i salari, gli interessi per i finanziatori, il consumo o ammortamento dei macchinari, le imposte, e così via).

É evidente che può esistere un’azienda che – magari per un breve periodo – non realizza profitto ma non certo un’azienda che non realizza sempre valore aggiunto, perché in quel caso significa che la sua attività, anziché produrre valore e quindi ricchezza, lo distrugge.

A livello di sistema-nazione il concetto é lo stesso: il prodotto interno lordo non é altro che il valore aggiunto realizzato in un paese, ovvero la differenza fra il valore di tutte le attività svolte al suo interno e il valore delle importazioni (quello acquisito dall’esterno del sistema).

Senza entrare nel dettaglio tecnico, il calcolo del valore aggiunto si può fare per differenza (fra il valore della produzione e il costo delle materie prime) oppure come somma della remunerazione dei fattori.

Il fattore umano (parte seconda): Il capitale umano

…. L’assicurazione del SUV di Massimiliano ha pattuito con la famiglia del ciclista un risarcimento di € 218.976. Importi come questo vengono calcolati valutando parametri specifici: l’aspettativa di vita di una persona, la sua potenzialità di guadagno, la quantità e la qualità dei suoi legami affettivi. I periti assicurativi lo chiamano il capitale umano.

Dai titoli di coda del film “IL CAPITALE UMANO” di Paolo Virzì, Italia 2013

 


 

Questa citazione, tratta dai titoli di coda del film “Il Capitale Umano” del geniale regista livornese Paolo Virzì (Italia, 2013) ci introduce ad un’altra accezione del “capitale umano” della quale quale occorre indubbiamente tener conto nella valutazione dell’investimento. Si tratta del concetto assicurativo di “capitale umano” che, mai come nel tragico incidente provocato da uno dei protagonisti del film di Virzì (il Massimiliano della citazione appunto), viene ad essere sottolineato.

Il regista secondo me ha però voluto ricordarlo in modo paradossale, alla fine della sua bellissima storia, proprio per dirci che questo concetto non può funzionare o quanto meno che, così concepito, ci lascia del tutto insoddisfatti. Si possono valutare con un numero, cui corrisponde una certa quantità di denaro, tutte le storie, i sentimenti, le paure, le speranze, le relazioni che costituiscono la vita di una persona? Può la complessità dell’essere umano essere ridotta a mera stima economica? La stessa vicenda qui raccontata, insieme ai fatti che ne sono causa ed effetto, viene presentata nel film tre volte, attraverso il punto di vista e la narrazione di tre diversi personaggi. Ne vengono fuori tre valutazioni molto diverse ed è logico che sia così.

Dei tre fattori produttivi classici, terra, lavoro e capitale, quello veramente indispensabile è il lavoro, il “fattore umano”. Si può ben pensare ad un’attività economica senza terra (oggi sono la netta maggioranza) e al limite senza capitale (le imprese “leggere” molto diffuse in tempi di internet), ma non si può concepire produzione o scambio senza l’apporto decisivo dell’uomo: idee, intuizioni, capacità tecnica, genio artistico, lavoro fisico o intellettuale.

Il capitale umano è un concetto quindi non riducibile a un numero o a una somma di denaro, anche se – in quanto capitale – entra a pieno diritto nel patrimonio aziendale. Per apprezzarne pienamente l’importanza, bisogna dunque essere capaci di considerare la componente immateriale che, per sua natura, mal si presta ad una espressione numerica.

Una buona definizione del concetto la troviamo nel “Dizionario di Economia e Finanza” Treccani:

 Insieme di capacità, competenze, conoscenze, abilità professionali e relazionali possedute in genere dall’individuo, acquisite non solo mediante l’istruzione scolastica, ma anche attraverso un lungo apprendimento o esperienza sul posto di lavoro e quindi non facilmente sostituibili in quanto intrinsecamente elaborate dal soggetto che le ha acquisite. Pur non potendo essere misurate univocamente, le componenti del c. u. determinano tuttavia la qualità della prestazione erogata dal detentore, concorrendo ad aumentare la produttività di un’impresa e a qualificarla, influenzandone i risultati.

 

Una prima fondamentale regola per la gestione di un’impresa esistente e per la costituzione di una start-up è quindi l’assoluta centralità del fattore umano: anche nelle attività per loro natura “capital intensive”, il vero fattore di successo è il ruolo delle persone.

Solo nella misura in cui riusciamo a produrre un bene o prestare un servizio:

  • Che non esiste (ancora) sul mercato e di cui c’è o ci sarà domanda;
  • Di qualità migliore e almeno allo stesso prezzo rispetto a quelli esistenti;
  • Di prezzo inferiore e almeno a parità di livello qualitativo

 

potremo avere allora un’impresa di successo. Se nessuna di queste condizioni è soddisfatta, molto meglio lasciar perdere.

Ora, come si vede, ciascuna di queste condizioni è basata su idee, intuizioni, creatività, capacità organizzativa, capacità lavorativa, in poche parole sul fattore umano.

Questi elementi – almeno alcuni di essi – possiamo certo acquisirli o imparandoli o attraendo le persone che ne sono dotate. Ma, ancora una volta, la possibilità di assicurarseli non sarà solo una questione di prezzo (il costo del personale) ma la risultante di fattori ambientali, carisma, ideali, sentimenti.

Ai tempi d’oro del basket senese, quando la squadra locale vinceva sempre, succedeva spesso che squadre dotate di mezzi economici anche molto superiori – come la squadra di Milano – portassero via i giocatori migliori. Questi però, che a Siena giocavano benissimo, nella nuova squadra avevano prestazioni molto deludenti. I nuovi che venivano a Siena al loro posto erano invece molto spesso sorprese positive e si imponevano ben presto, fino a diventare a loro volta richiesti da altre squadre, e così via. Tornando a quanto si diceva all’inizio: qual era il reale valore di questi giocatori? Quello che esprimevano a Siena o quello dimostrato a Milano?

 

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E ancora, sempre mutuando dal basket, che valore dare alla stella del basket argentino Emanuel “Manu” Ginóbili (Bahía Blanca, 28 luglio 1977) se immaginiamo che la squadra argentina sia un’azienda il cui fatturato è il colore del metallo, in particolare l’oro, vinto ai campionati mondiali?

Ce lo spiega Federico Buffa, noto giornalista e commentatore televisivo di basket, nel video di presentazione di un suo libro.

In questo video, si parla anche di “valore del gruppo”, concetto ben noto a chi segue gli sport di squadra, ma anche a chi si occupa di organizzazione del lavoro in azienda. Se non è giusto attribuire un numero al capitale umano, ancora più sbagliato è pensare che mettere insieme due persone equivalga ad avere un capitale pari alla somma del loro valore.

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Nella serie “I bastardi di Pizzofalcone” lo scrittore napoletano Maurizio De Giovanni (Napoli, 31 marzo 1958), uno dei miei preferiti, racconta di come un gruppo di poliziotti di cui tutti volevano liberarsi, disadattati e più o meno in crisi, senza arte né parte, vadano a formare una squadra efficientissima, geniale e in grado di risolvere i casi più complicati. Allo stesso modo in azienda, a maggior ragione se si tratta start-up, il valore del gruppo, ovviamente inteso in senso non numerico, deve essere sempre superiore alla somma del valore dei singoli.

Il Fattore Umano – le variabili demografiche

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Fino ad ora abbiamo parlato di molti fattori che influenzano o sono suscettibili di influenzare le scelte di investimento o le decisioni imprenditoriali e aziendali. Abbiamo tuttavia solo sfiorato quello che in realtà è l’elemento più importante di tutti: il fattore umano. Ora, se è di tutta evidenza la sua rilevanza nell’attività di impresa e ancor di più, se possibile, nel caso in cui si voglia dar vita a una start-up, esso può, e vedremo in che modo, incidere in maniera significativa anche sulle decisioni di investimento.
Come al solito, per il metodo che ci siamo dati, seguiamo in parallelo i due punti di vista: quello delle tendenze macro (i megatrends) e quello più di dettaglio e particolare (mini o micro trends). Sotto il primo profilo, quello di cui ci occupiamo in questo articolo, esamineremo dunque le variabili demografiche.
La dinamica dell’invecchiamento della popolazione, i tassi di crescita dello sviluppo e dell’istruzione, i flussi di persone che migrano da sud a nord sono tutti aspetti decisivi in entrambe le scelte: in cosa possiamo investire con successo il patrimonio? Come organizziamo l’attività produttiva? In quale settore o mercato lanciamo una nuova iniziativa imprenditoriale?
Nella storia dell’uomo, almeno fino alla rivoluzione industriale, i cicli economici avevano durate molto lunghe ed erano in gran parte originati, e a loro volta determinavano, crolli o esplosioni demografiche. Il ciclo domanda-lavoro-prodotto-uomo-consumo-domanda aveva un punto di rottura proprio negli eventi epocali demografici: carestie, epidemie, disastri naturali, guerre. Questi eventi determinavano uno shock nel sistema produttivo quasi integralmente basato sul settore primario, costituito cioè da agricoltura e estrazione di minerali.
Meno popolazione significava meno braccia nei campi e in miniera, minor produzione di derrate e metalli, prezzi in crescita, difficoltà di sopravvivenza, ulteriore calo di popolazione: poi gradualmente, finito l’evento tragico, il ciclo si invertiva fino al successivo punto di rottura.
Non molto diversa la dinamica nel periodo industriale, salvo un sensibile accorciamento dei cicli perché – come insegnava Keynes – un aumento della domanda innesca un meccanismo moltiplicativo sul reddito. Al settore primario si affiancava e si sovrapponeva il settore secondario (quello della trasformazione) e la produttività del lavoro (quante unità di prodotto, quanti dollari di fatturato per ogni dipendente) diventava un elemento chiave. Meno persone potevano realizzare la stessa quantità di prodotto grazie all’aiuto delle macchine e la dinamica demografica veniva, almeno fino a un certo punto, compensata con la produttività. Ma questo valeva solo in termini quantitativi: sappiamo che le grandi industrie attraevano forza lavoro e di questa avevano bisogno. Allo stesso tempo la domanda, e quindi lo sviluppo e la crescita, si concentravano nelle aree industrializzate.
In epoca post-industriale il settore prevalente tende invece ad essere il terziario, quello dei servizi. Le variabili demografiche sono ancora importanti, ma stavolta in senso qualitativo: conta l’età media della popolazione, il livello culturale, i cambiamenti di abitudini e preferenze, la qualità della vita, l’efficienza del mercato e così via. La produzione tende a spostarsi dove la forza lavoro costa meno, la domanda si sposta dai prodotti di sussistenza (cibo, assistenza medica, riscaldamento) alla soddisfazione di bisogni diversi: culturali, estetici, di realizzazione, di status, di relazione, di sicurezza.
Queste tre fasi che hanno caratterizzato il ciclo economico dell’Occidente negli ultimi secoli oggi coesistono nel mondo, le troviamo in luoghi diversi ma contemporaneamente e, siccome le informazioni circolano, la popolazione si sposta da un luogo all’altro: non è però la produzione a richiamare le masse, ma la ricchezza. Nella fase industriale le persone andavano dove erano le fabbriche e quindi il lavoro; oggi vanno dove è la ricchezza. L’obiettivo non è lavorare, ma stare bene o, comunque, meglio di come si sta.
Quali sono i megatrends demografici del mondo occidentale dunque?

 
La popolazione invecchia perché migliorano le condizioni di vita e gli eventi catastrofici, pur presenti, sono meno devastanti sul sistema economico

 

• Il livello culturale cresce e una serie di nuovi bisogni si afferma: conoscenza, arte, viaggi

 
• Le masse si spostano da sud a nord alla ricerca di ricchezza

 
• I cicli demografici si sono accorciati: mentre prima il tempo di una generazione era mediamente 25 anni, oggi è molto più breve, quindi coesistono molte più generazioni di una volta, ognuna delle quali interviene sul mercato prima come compratore e, solo in misura minore, come produttore/forza lavoro

 

Dobbiamo allora tenere presente, anche se ad alcuni potrà non piacere, la lezione della Walmart, l’azienda che gestisce supermercati e punti vendita al dettaglio in tutti gli Stati Uniti: da quando, il 2 luglio 1962, Sam Walton fondò l’azienda a Betonville, cittadina di circa 40.000 abitanti in Arkansas, l’azienda che gestisce supermercati e punti vendita al dettaglio è la più grande multinazionale del mondo con 2 milioni e mezzo di dipendenti e quasi 500 miliardi di dollari di fatturato di cui due terzi negli Stati Uniti.
L’intuizione del fondatore fu che nel commercio il soggetto prevalente è il consumatore, per cui il suo obiettivo è stato quello di abbattere, grazie anche alle dimensioni e alle economie di scala, il costo dei prodotti comprimendo al massimo i salari e il costo del lavoro. Lavoratori sottopagati e consumatori soddisfatti: questa la ricetta del successo. Il fattore umano rilevante è il cliente, non il lavoratore; anche perché a sua volta il lavoratore è cliente e potrà avvantaggiarsi dei prezzi dei prodotti più bassi.
Per gli investitori, la lezione che possiamo trarre da questi megatrends demografici è quindi: mettete nel vostro portafoglio strategico titoli sensibili alla domanda di persone anziane, colte e ricche e alla domanda dei newcomers (i neo arrivati).
Per gli imprenditori attuali o potenziali: pensiamo a beni o servizi che siano utili a soddisfare bisogni evoluti, prepariamoci a sostituire o affiancare lo Stato in una serie di funzioni che in prospettiva non potrà più svolgere, dal welfare all’istruzione, dalla sanità ai servizi pubblici. Questo è un messaggio forte anche per il non-profit, che ritengo possa avere un ruolo importante nel futuro.


 

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Le idee sono tutelate?

IDEA

Altro aspetto decisivo è il grado di tutela che un determinato sistema garantisce a chi brevetta soluzioni tecnologiche innovative, o registra marchi per distinguere i propri prodotti sul mercato.

Non basta avere ottime idee e relative soluzioni tecnologiche, bisogna anche difenderle da chi, senza alcun merito, potrebbe appropriarsene per trarne profitto: come inventore del telefono è universalmente riconosciuto il fiorentino Antonio Meucci, che nel 1871 dimostrò il funzionamento del suo “telettrofono”, anche se sembra che il primato spetti al valdostano Innocenzo Manzetti, che sei anni prima fece conoscere alla comunità scientifica il suo “télégraphe parlant”. Chi però riuscì a sfruttare commercialmente l’invenzione fu Mr. Alexander Graham Bell, ingegnere, scienziato e inventore nato a Edimburgo ma naturalizzato americano. Meucci infatti depositò solo un brevetto provvisorio rinnovato fino al 1873 e, non disponendo dei 200 dollari necessari per il brevetto definitivo, dovette accontentarsi della gloria. Risultato: le bollette telefoniche vennero riscosse dalla Bell (ancora oggi importante società americana delle telecomunicazioni) anziché dalla Meucci Spa.

La normativa deve essere ben conosciuta ed interpretata, il grado di tutela non deve essere affidato al caso. Altrimenti può succedere come nel caso del cubo di Rubik, per il quale venne correttamente depositato il marchio (e infatti nessuno può vendere qualcosa che si chiami in quel modo) ma la tutela non copriva il procedimento alla base del gioco (per cui chiunque può vendere oggetti che svolgano la medesima funzione, purché con marchio diverso).

Altro esempio, sul versante filantropico, fu quello di Albert Bruce Sabin, scienziato polacco naturalizzato USA, che ho avuto la fortuna e l’onore di conoscere personalmente quando venne a Siena invitato dalla Sclavo (al tempo una delle più importanti aziende farmaceutiche italiane, oggi acquisita da Glaxo) ad un convegno. Sabin non volle brevettare il suo vaccino contro la poliomielite, rinunciando allo sfruttamento commerciale da parte delle industrie farmaceutiche, e facendo sì che il  prezzo contenuto di tale farmaco garantisse una più vasta diffusione della cura. “Tanti insistevano che brevettassi il vaccino, ma non ho voluto. È il mio regalo a tutti i bambini del mondo”.

Non avendo la vocazione filantropica di Sabin, l’homo oeconomicus medio dovrà cercare di tutelare le proprie opere di ingegno.

Una prima serie di tutele per la segretezza deve essere predisposta all’interno dell’azienda, attraverso una serie di accorgimenti e dotazioni che impediscano ai terzi non autorizzati di accedere ai software, ai documenti, ai database aziendali. La parte più importante dipende però dal sistema delle tutele legali vigenti nell’ordinamento.

Il patrimonio aziendale comprende certamente, oltre alle dotazioni fisiche (capitale,macchinari, merci, ecc.) anche i due elementi più importanti: il capitale umano e il capitale delle idee. Delle risorse umane torneremo a parlare presto, ed é del tutto evidente la loro rilevanza, mentre il capitale delle idee comprende tutti i beni immateriali senza i quali l’attività produttiva non può esistere. Si tratta del know-how, delle invenzioni, dei processi produttivi, del complesso delle relazioni, delle informazioni, dei marchi, del design e, in generale, di tutto quello che se venisse sottratto all’azienda procurerebbe un danno ingente alla sua attività.

Così come giustamente si adottano tutti gli accorgimenti per evitare intrusioni nell’ambiente fisico (sorveglianza, antifurti, accessi limitati, ecc.), nello stesso modo é indispensabile difendere il capitale delle idee. In primo luogo il sistema informativo e i tutti i database aziendali devono essere inaccessibili e immodificabili da parte di chi non è autorizzato, dotandosi di sistemi firewall o similari.

Chi pensasse di avviare una start-up senza pensare ai sistemi informativi e alle dotazioni informatiche, partirebbe subito col piede sbagliato.

Fondamentale é anche il grado di tutela per le opere di ingegno che l’ordinamento in cui si opera fornisce. In Europa abbiamo legislazioni nazionali armonizzate ad una normativa europea sicuramente avanzata ed efficiente (European Patent Convention – EPC), per cui possiamo ritenere che una volta depositata la domanda di brevetto, l’attività entro il territorio dell’Unione Europea sia sufficientemente tutelata, oltre tutto ad un costo per depositare il relativo brevetto abbastanza  contenuto, dell’ordine di 40.000 Euro per singolo brevetto in relazione ai più importanti mercati in Europa (Francia, UK, Germania, Italia).

Naturalmente i costi aumentano quando si voglia estendere il brevetto ad altri mercati, in primo luogo a quelli nord americani ed asiatici. Conviene però, come anche il caso di Meucci che abbiamo visto all’inizio ci insegna, fare uno sforzo per garantirsi il massimo della copertura, anche se inizialmente non si pensa (o magari si spera) di poter vendere anche oltreoceano. La globalizzazione ha infatti avvicinato molto i mercati e soprattutto nei rapporti via Internet può capitare di avere controparti con sedi anche molto lontane (ad esempio mi sono molto sorpreso quando le statistiche hanno rilevato lettori di questo blog anche dal Sudafrica e dalla Cina).

Nonostante questo, è noto che un certo margine di rischio esiste comunque, sia perché c’è sempre purtroppo la possibilità di una sottrazione fraudolenta di opere di ingegno (basti pensare alle contraffazioni dei marchi di moda) sia perché in molti paesi la normativa è molto labile, e difficilmente attivabile da parte di soggetti esteri.

Anche in questo caso, chi pensa di dar vita ad una start-up per lavorare su una idea, invenzione o anche una creazione di design (caso classico l’industria del fashion), deve necessariamente tutelare la proprietà intellettuale:

  • attrezzandosi per difendere i propri processi o segreti industriali da possibili intrusioni e casi di spionaggio da parte di concorrenti senza scrupoli: ciò significa in primo luogo dotarsi di efficienti sistemi anti-intrusione nei software e nelle comunicazioni, ma anche vigilare su comportamenti illeciti
  • depositando i relativi brevetti in modo da essere coperti almeno in quei mercati in cui si pensa di poter operare: l’attuale sistema consente infatti di brevettare in diversi paesi, a costi tanto maggiori quanto più estesa è l’area geografica di protezione
  • Conviene ricordare che nel campo dei brevetti e/o marchi, il “fai da te” non è assolutamente consigliabile, per cui si consiglia di affidarsi a consulenti in proprietà industriale che potranno consigliare al meglio l’inventore

Il migliore dei mercati possibili

marketscoins

Abbiamo visto negli articoli precedenti alcune tendenze di lungo periodo (trends) che potremmo considerare consolidate. Per ora restiamo in ambito mega (o macro) trends, ovvero stiamo guardando il quadro complessivo. Come si è detto nell’incipit, l’obiettivo è però quello di calare queste considerazioni a livello più operativo, ovvero micro, per capire se nelle decisioni economiche rilevanti (risparmio, investimento, lavoro, avvio di start-up, impresa) è possibile far tesoro delle osservazioni. Partiamo cioè dal generale per arrivare al particulare di guicciardiniana memoria.

Proseguendo nella ricerca di altri fattori rilevanti, esaminiamo ora l’efficienza dei mercati e l’influenza che le sue distorsioni causano sulle decisioni imprenditoriali.

IL NOSTRO E’ IL MIGLIORE DEI MERCATI  POSSIBILI?

Detta così, tutti quanti siamo portati a credere che la risposta non possa che essere negativa, e in effetti vedremo che è proprio così. Ma la cosa non è da liquidare in modo sbrigativo. Vediamo perché.

L’efficienza dei mercati è in un certo senso il problema dei problemi, perché potremmo anche mettere in piedi la più strepitosa delle start-up, ma se ci troviamo in un mercato che non funziona,  bene che vada otterremmo solo in parte i riconoscimenti che meritiamo, male che vada resteremmo una vox clamans in deserto (ecco spiegato perché le start-up di maggior successo decollano nei mercati più efficienti e progrediti). Stesso discorso per i nostri investimenti: se individuiamo il miglior titolo da prendere, ma questo è trattato in un mercato che non consente di vendere, comprare o scambiare velocemente e senza costi, faremmo un buco nell’acqua.

La teoria economica, del resto, presuppone sempre l’efficienza dei mercati e la razionalità degli operatori, e la correttezza delle conclusioni a cui giunge è strettamente subordinata all’esistenza di questi due elementi. Per cui, non esistendo efficienza e razionalità, ci troveremmo costretti a navigare a vista.

Un mercato è efficiente quando funziona alla perfezione. Se vogliamo comprare un chilo di carne, un aeroplano o un titolo, e siamo disposti a spendere una determinata somma, giudichiamo il mercato efficiente quando ne usciamo con il chilo di carne, l’aeroplano o il titolo in mano avendo speso esattamente quanto volevamo, ovviamente mediato dal resto della domanda e dell’’offerta. Non ci sono ritardi, costi di transazione, inconvenienti o tasse anomale e non conosciute. Se abbiamo una contestazione, viene risolta subito facendone pagare il costo a chi ha causato il motivo della contestazione stessa.

Come ben sappiamo, non è sempre così nei nostri mercati. Alcune distorsioni sono fisiologiche e ben difficilmente eliminabili anche nei contesti più efficienti: l’esistenza dei costi di transazione; le posizioni monopolistiche o oligopolistiche grazie alle quali un singolo (o pochi) venditore o compratore è talmente forte da condizionare gli scambi; i tempi della giustizia civile; la fiscalità; la rigidità del mercato del lavoro.

Dobbiamo valutare qual è il grado di efficienza del  mercato nel quale vogliamo operare, inteso in senso sia geografico che merceologico. Le distorsioni presenti fino a che punto possono danneggiare (o favorire) l’attività che vogliamo intraprendere?

Ricordiamo in primo luogo sempre la lezione cinese del wei ji: ad ogni situazione di crisi o pericolo corrisponde un’opportunità:

危机

L’ideogramma in mandarino è composto di due parti: wēi () significa approssimativamente “pericolo, pericoloso; mettere in pericolo, rappresentare un pericolo; periglioso; precipitoso, precario; alto; paura, timoroso” () nell’interpretazione più diffusa significa “opportunità”.

In un diverso contesto, è quello che si intende con la locuzione latina vox media (‘voce intermedia’, parola a metà strada): indica un termine (verbo, sostantivo, aggettivo) che di per sé esprime un significato neutrale, equidistante tra negativo e positivo, e che va quindi di volta in volta ricavato dal contesto. Infatti dall’originario valore intermedio di ciascun termine, si possono sviluppare due poli semantici, positivo e negativo, compresenti anche se in proporzioni diverse: come nel latino fortuna, che ha un significato intermedio fra buona e cattiva sorte, potendo indicare alternativamente entrambi i concetti a seconda del contesto in cui è inserito.

Questo mi porta a un’ulteriore considerazione: il mercato in sé non è né buono né cattivo: è uno strumento a disposizione degli operatori per rendere possibile l’incontro fra domanda e offerta. Non è né giusto né ingiusto, può solo essere efficiente o inefficiente. Non ha le capacità taumaturgiche che i liberisti gli attribuivano, né la diabolicità che gli hanno imputato marxisti e pauperisti: il mercato è per l’uomo, e non l’uomo per il mercato.

Allora potremmo ben trasformare gli elementi di distorsione nel mercato in fattori di successo: come fanno i trader che sfruttano differenze momentanee di prezzi dei titoli in mercati diversi per fare arbitraggi in modo da trarre profitto dall’inefficienza.

Chi ha intenzione di dar vita ad una start-up dovrà quindi:

  • esaminare attentamente il mercato (dei fattori produttivi o dei prodotti) in cui dovrà operare
  • verificare l’esistenza o meno di posizioni monopolistiche
  • essere pronto a cambiare mercato qualora le distorsioni possano arrecare danno al proprio business e/o non sia possibile trasformarle in vantaggi

 

Più o meno sullo stesso piano si pone un altro aspetto di base che si deve considerare: la tutela delle idee, dei marchi, dei processi, delle opere. Sarà questo l’argomento del prossimo articolo.

Del petrolio, cigni neri e altre storie

Black_Swan-Cisne_Negro-St_Helens-Tasmania

 

Proseguendo nella ricerca dei trends, sia mega che mini (vedi precedente articolo), che ritengo siano da considerare assodati, credo che dobbiamo considerare anche il prezzo del petrolio, inteso in senso lato come costo dell’energia da fonti naturali, non rinnovabili, e di tutto quello che vi gira intorno.

 

PREZZO DEL PETROLIO

Prima di spiegare se e perché il prezzo del petrolio salirà, come la maggior parte degli analisti oggi ritiene, occorre secondo me fare i conti con un’altra teoria, quella del “cigno nero”, dal saggio “The black swan” dell’ex trader (ma il libro non é un trattato di finanza) Nassim Nicholas Taleb, uscito nel 2007. Devo dire che questa é stata la lettura che più ha inciso sul mio approccio alla finanza e in generale, una di quelle che più mi ha colpito e che, da allora, ho sempre cercato di tenere presente nelle mie scelte di investimento.

‘Cigno nero’ é qualunque evento che sia molto raro, perciò stesso imprevedibile, e che possa causare effetti devastanti in un determinato contesto (mercato, epoca storica, luogo). Così come esistono pochissimi cigni neri, e anzi molti di noi (almeno io) credevano che neanche esistessero dato che sono rarissimi, ci sono eventi il cui verificarsi non é considerato possibile, in quanto ci basiamo sull’esperienza e sulla conoscenza diretta. Per questo li escludiamo dal novero delle possibilità e ci comportiamo come se non esistessero proprio. Quando poi si verificano, colgono tutti di sorpresa e provocano danni enormi. In finanza si potrebbero fare moltissimi esempi del genere (dai tassi negativi alla crisi durata 7/8 anni).

La cosa che più mi ha colpito é però che questa teoria mette in crisi tutti i modelli delle teorie economiche che abbiamo studiato, basati sull’approccio probabilistico: si parte dal concetto che si realizzerà l’evento più probabile, in un mondo di comportamento razionale, e ad esso si conformano i comportamenti. Se siamo lontani da un livello atteso, o ‘di equilibrio’, a parità di altre circostanze si tenderà ad avvicinarsi ad esso. Se una società riteniamo che valga 100, e la borsa la valuta oggi 50, pensiamo che il prezzo della sua azione più o meno raddoppierà, magari resta da vedere in quanto tempo.

Se incontriamo un cigno nero, le certezze o le probabilità crollano. Se fallisce una grande banca americana di quelle “too big to fail” (successe con Lehman Brothers nel 2007), tutto può diventare possibile. Allora bisogna fare i conti con la possibilità, seppure remota, che si verifichi un evento-cigno nero, e – qualunque sia la scelta che facciamo – far sì che, in quel caso, l’effetto non sia devastante.

Ma che c’entra il cigno nero col prezzo del petrolio? C’entra, c’entra. Perché é vero che ora il prezzo é basso, ma se continuasse a scendere fino al punto in cui é uguale al suo costo di estrazione (ovvero il prezzo del materiale é nullo)? Ovvero se si verificasse l’evento-cigno nero che il prezzo va a 0? Del resto non abbiamo i tassi negativi? Allora  chi   ha (anche figurativamente) accumulato petrolio sarebbe rovinato.

La produzione di petrolio – o meglio la quantità estratta – é in calo evidente. Si ritiene che in questo secondo decennio del XXI secolo tutti gli impianti mondiali esistenti abbiano raggiunto o raggiungano il loro picco produttivo. Da lì si può solo scendere. Esistono teorie specifiche al proposito, come la teoria del picco di Hubbert (in base alla quale venne prevista la prima crisi petrolifera del 1973), basata sull’osservazione empirica e sullo studio delle caratteristiche fisiche degli impianti, ma con una base teorica.

Perché se la produzione di petrolio si riduce il suo prezzo necessariamente aumenta? Potrebbe anche esserci, in teoria, un crollo di domanda che comunque non consente al prezzo di salire. Questo potrebbe ben essere un “cigno nero”, ma se questo accade, significa molto semplicemente che la produzione mondiale (al 40% alimentata dal petrolio) e il trasporto (al 90%) sono crollati, ovvero che tutta l’economia mondiale (a partire dall’agricoltura) in pratica non esiste più. Allora l’ultimo dei nostri problemi sarebbe veramente la concentrazione di petrolio nel portafoglio di investimento…

Nello scorso anno, in effetti, si sono raggiunte quotazioni del petrolio talmente basse da sospettare l’incombenza di un bel cigno nero epocale. Non credo che sia così, perché per ora hanno ancora inciso: il rallentamento delle economie dei paesi sviluppati (Europa, Usa, Giappone) dato dalla coda della grande crisi iniziata nel 2008; il conseguente accumulo di scorte presso i produttori; lo sviluppo di fonti energetiche alternative al petrolio;  il venire meno per ragioni politiche degli accordi di cartello fra paesi esportatori e il fabbisogno di risorse in alcuni di essi per ragioni militari.

Ma mi sembra che tutti questi fattori, in prospettiva di medio termine, siano destinati a essere riassorbiti e torni a prevalere la crescita della domanda legata allo sviluppo. In gran parte mi pare che abbia pesato, nel crollo dei mesi scorsi, la spinta speculativa originata dall’idea che l’economia cinese stesse rallentando. Potremmo considerare possibile un cigno nero nel crollo repentino della Cina?

In linea di principio non potrebbe escludersi, ma non mi pare che questi siano i prodromi di un crollo: é bastato l’annuncio di un rallentamento della crescita cinese (dal 7 al 6,50% all’anno) per innescare la falsa credenza che i cinesi smettessero di domandare petrolio. Ma stanno ancora crescendo a tassi che noi europei ci sogniamo.

L’Asia potrebbe invece essere alla vigilia di un’ulteriore e formidabile espansione produttiva, con l’India di Modi e il Giappone di Abe che, saldandosi sulla scia di un’inedita alleanza di matrice ideologico-politica, potrebbero rappresentare un contropotere continentale in grado di sfidare il gigante cinese. E allora gli affanni della vecchia Europa e degli Stati Uniti, ma anche la lentezza dell’Africa e le incertezze dell’America Latina potrebbero ben essere compensati dalla nuova domanda asiatica.

 

 

In conclusione, il prezzo del petrolio aumenterà in maniera sensibile in un qualunque momento della storia da oggi ai prossimi quattro anni. E  se questo, com’è probabile, non determinerà un ciclo inflazionistico come accadde negli ’70, vuol dire che aumenterà il suo prezzo reale, quindi sarà ancora più caro rispetto agli altri beni.

 

Quali le conclusioni? A mio avviso, seguendo gli,obiettivi del nostro blog, due indicazioni di comportamento:

  • per l’asset allocation di portafoglio aumentare l’investimento in titoli oil sensitive come azioni sensibili al prezzo del petrolio (petroliferi, estrattivi, energetici) o in valute come il rublo russo o di paesi emergenti produttori; oppure prendere esposizione in ETF o certificati basati sul prezzo del petrolio;
  • Per le start-up evitare di investire in settori ad alto assorbimento di energia, privilegiare gli affari nei paesi produttori (Russia, Venezuela, Nigeria),oppure acquistare oggi anche con future s il petrolio o l’energia di cui si avrà bisogno

 

 

Altri mega – micro trends? Ai prossimi articoli le risposte.

Mega e Mini Trends

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Quel che vale per il grande, vale anche per il piccolo…non sempre è vero, ma molto spesso sì.

Uno degli obiettivi del blog è quello di identificare le tendenze che, al di là di ogni ragionevole dubbio, possiamo ritenere verificate per il nostro sistema economico. Ci si trova infatti ad operare come soggetti razionali in un ambiente che, se non irrazionale, è quanto meno imprevedibile e incostante. Quello che possiamo fare, per orientare le nostre scelte economiche, sia di investimento che imprenditoriali, è allora quello di basarsi sui fatti.

Dobbiamo avere, secondo me, la capacità di distinguere ciò che è tendenza (nel senso di trend, andamento consolidato), da ciò che è meramente contingente. Platone avrebbe detto: quello che è sostanza da quello che è una semplice immagine proiettata sullo sfondo della caverna. Con in più la difficoltà che oggi il nostro quadrante è multidimensionale, le immagini si rimandano e si modificano l’una con l’altra e cambiano a grande velocità.

Se allora noi prendiamo le decisioni (che titolo compro, in che settore voglio aprire una start-up, mi finanzio a debito o con capitale, quando cedere l’impresa e a chi, e così via) basandoci su un “fantasma”, possiamo solo contare sulla nostra buona stella oppure su una serie di coincidenze.

Se invece scegliamo sulla base di una tendenza di lungo periodo, magari non faremo il “botto” ma eviteremo di trovarci fuori strada, o peggio ancora contromano in autostrada.

Cerchiamo allora di metterci d’accordo sui punti fissi, cominciando con questo intervento dal primo.

PREZZI E TASSI

Chi è cresciuto, come me negli anni 70, fatica ad accettare il fatto che l’inflazione ormai non esiste più. Ricordo la copertina di un giornale economico dei primi anni 80 che riportava a caratteri cubitali: “l’inflazione è morta”. Dentro di me dissi: “questi sono matti”, e invece avevano ragione. Allora ero giovane, ma se avessi preso alla lettera quell’intuizione, e mi fossi comportato di conseguenza, oggi sarei ricco.

I prezzi dunque, nelle economie occidentali sviluppate, sono destinati a rimanere fissi o a scendere ancora sotto l’obiettivo dichiarato del 2%. Scenari apocalittici di svalutazioni weimeriane, con il prezzo del pane che aumentava in poche ore di qualche milione di marchi, resteranno quindi un ricordo.

Se questo sia un bene o un male non saprei dire, e alla fine mi interessa anche poco. Quali siano i motivi che hanno condotto a questa situazione non è facile a dirsi: i tassi di sviluppo a doppia cifra sono pressoché impossibili da far tornare, la domanda di investimenti e consumi si è abbassata ovunque (o almeno la sua inclinazione), le svalutazioni competitive in area euro non esistono più per definizione, la dipendenza dai prezzi delle fonti energetiche è molto diminuita.

Il fatto che ci sia un obiettivo generalizzato nel riportare l’inflazione al 2% è esso stesso sorprendente, come se un certo livello di inflazione fosse connaturato al concetto di sviluppo. Pensiamo che fra gli obiettivi della politica monetaria europea, ovviamente proveniente dalla Germania, c’è ancora il perseguimento della stabilità dei prezzi.

Stesso discorso per quanto riguarda i tassi: sono ormai anni che i tassi rimangono zavorrati ai livelli più bassi. Addirittura stiamo facendo i conti con i tassi negativi (quelli di mercato monetario e a breve). Siamo da tempo in quella che una volta si chiamava trappola della liquidità: ulteriori riduzioni dei tassi non stimolano più gli investimenti e, per questa via, lo sviluppo. Si pensi al Giappone che da anni ha tassi nulli o negativi e nonostante questo la sua economia stenta a decollare. Per inciso, ciò significa anche che  la politica monetaria non dispone ormai quasi più della sua arma tradizionale di intervento per lo sviluppo: la leva dei tassi.

Per alcuni questo è un bene, per altri un male.

Tipicamente, è un bene per i debitori (attuali o potenziali): chi prende in prestito denaro, pagherà poco. Certamente è un male per i creditori e gli investitori: impiegando le proprie risorse, si ottengono redditi bassi.

E’ vero che se non c’è inflazione, i tassi reali almeno non diminuiscono come accadeva, invece negli 70: con tassi alti ,ma prezzi ancora più alti, la ricchezza si trasferisce dai creditori ai debitori. Con tassi del 15% e inflazione al 20%, il capitale in contanti perde ogni anno il 5% del suo valore. E lo stesso vale al contrario: basta chiedere a quelli che hanno contratto un mutuo sulla casa negli 70, che sono diventati tutti ricchi.

Ma certo il mestiere dell’investitore è oggi molto più complicato di una volta: oltre al rendimento diminuito, c’è da fare i conti con il rischio, che è invece tendenzialmente aumentato. Per questo si vedono oggi (non ancora in Italia, ma è solo questione di tempo) banche che falliscono, una cosa anche solo 30 anni fa impensabile. Il mestiere del debitore, da questo punto di vista, non è gran che cambiato: deve far rendere i soldi che prende più di quanto paga di interessi. Ovvero, deve avere un ritorno sul suo capitale investito superiore al tasso che paga. Avere rendimenti importanti non è mai stato facile, e non lo è neppure oggi, ma con tassi di interesse bassi la probabilità di aumentare i guadagni indebitandosi (quella che si chiama leva finanziaria) aumenta notevolmente. La situazione ideale per avviare una start-up in un settore a bassa intensità di capitale.

 

Ma su questo, e su gli altri mega e mini trends, torneremo coi prossimi articoli.

 

C’era bisogno di un nuovo blog?

 

I blog sono tanti, milioni di milioni….e allora c’era proprio bisogno di un nuovo blog?

Forse no, ma quando sono andato alla ricerca di un luogo dove si parlasse di impresa, di start-up, di innovazione con incursioni sistematiche e non scontate nel mondo della finanza, delle banche, dell’economia, ho trovato solo blog più o meno direttamente riconducibili ad aziende, magari ben strutturati ma chiaramente orientati a un profilo commerciale.

La mia idea era invece quella di un sito realmente indipendente ma non sprovveduto, in cui si parlasse con cognizione di causa, “da esperti” ma non da “vecchie lenze” che buttano ami con lo scopo di far abboccare qualche pesce da trasformare in cliente più o meno consapevole. Quelli che ho trovato, e che rispondono a questo profilo, erano desolatamente obsoleti, non aggiornati da anni e alla fine inutili. Magari sono stato semplicemente incapace di trovarli, come Diogene col lanternino, e allora questa può anche essere l’occasione per individuarli.

L’idea è quella di partire da una lettura indipendente della situazione dei mercati, individuare i trends in corso e quelli sulla rampa di lancio, cercare di capire cosa può muoversi nel mondo dell’impresa e della finanza, ma anche del non profit, del terzo settore, della filantropia.

Se vogliamo, la logica che ho in mente é quella del family office evoluto, il cui orizzonte di interesse spazia dall’asset allocation del portafoglio, al potenziale supporto a iniziative imprenditoriali innovative (molte idee, non necessariamente molto capitale), alla filantropia ‘progressiva’ dove l’ottica é quella dell’efficace allocazione delle risorse – e non del ‘dono’ fine a se stesso – anche se in ambito non profit.

Da qui mi piacerebbe iniziare da una lettura ragionata del nostro mondo, in chiave ‘strategist’, per capire se esiste una logica nell’apparente irrazionalità dei mercati di oggi,  e se tale logica ‘regge” anche al di fuori della finanza, nel mondo dell’economia reale. Se così é, vedere chi e come si é mosso in questa logica o si sta muovendo, per capire dove ragionevolmente può andare. Allora, posto che si guadagna anticipando le tendenze, forse potremmo condividere qualche buon input, sicuramente non scontato.

L’approccio e  il metodo non presentano quindi la rassicurante confidenza della statistica, ma forse consentono qualche margine di difesa in più dai ‘cigni neri’ che abbiamo imparato  a non considerare più così impossibili. L’esatto contrario del benchmarking e dei modelli quantitativi, che mi piacerebbe considerare come ‘strumenti di controllo’ piuttosto che linee guida.

 

Allora, che le danze comincino…