Tassi e inflazione

Inflazione_italiana

 

Concludiamo questa breve serie di articoli tornando a parlare di una vecchia conoscenza: l’inflazione, di cui più volte ci siamo occupati in questo blog. Questa volta, proseguendo l’esame delle leve di intervento dei governi per incidere sull’economia, cerchiamo di capire il rapporto fra modifica dei tassi di interesse e controllo dell’inflazione.

Abbiamo detto più volte che in ambito europeo c’è un contrasto permanente fra la Germania, che ha come principale obiettivo la lotta all’inflazione e vorrebbe una politica monetaria rigorosa (ovvero tassi di interesse più alti) e i paesi mediterranei, in particolare l’Italia, che vorrebbero invece far crescere l’economia e spingono per avere tassi più contenuti. In tal modo si favorirebbero gli investimenti da parte del sistema produttivo e, per questa via, si aumenterebbe produzione e reddito.

Non è che i tedeschi siano cattivi (anche se molti lo pensano): forse sono solo troppo concentrati sui propri interessi e poco sensibili ai problemi degli altri, i cui sistemi non sono certo floridi e ricchi come quello germanico. Ma è vero anche che, se dovessimo tornare a livelli alti di inflazione come spesso abbiamo sperimentato in passato, sarebbe una brutta cosa per tutti. Alcuni hanno addirittura paragonato l’inflazione al cancro che divora i valori reali delle attività finanziarie e che si autoalimenta. All’estremo, ciò potrebbe portare alla disgregazione sociale, come successe proprio in Germania negli anni ‘30 quando il prezzo del pane aumentava dalla mattina alla sera di qualche milione di marchi, finché non arrivò Hitler con la deriva della follia nazista.

Ma se un livello troppo alto di inflazione è un pericolo per la tenuta dei nostri sistemi (e di sicuro rappresenta una forma di redistribuzione della ricchezza a danno di chi possiede attività finanziare e a favore di chi ha debiti), molti concordano oggi nel ritenere desiderabile e positivo un livello minimo – generalmente indicato nel 2% all’anno – che assicurerebbe un buon funzionamento e una crescita ordinata, rendendo disponibile i giusti livelli di liquidità e moneta che lubrificano correttamente l’economia.

Per questo le banche centrali tendono a gestire la quantità di moneta in modo da consentire un aumento fisiologico e controllato del livello dei prezzi che accompagni lo sviluppo del reddito.

Come si produce l’inflazione? Rispondere non è facile, e le possibili cause sono molte. Tipicamente però si riconducono a due categorie: inflazione da eccesso di liquidità e inflazione da costi.

 

Imperial Banknote Bank Note Currency Inflation

 

La prima si verifica quando c’è troppa moneta in circolazione rispetto ai beni acquistabili. Facciamo un esempio limite, che chiarirà il concetto. Supponiamo di essere in un sistema chiuso, che produce un solo tipo di bene, supponiamo il pane, e che ha raggiunto la massima capacità produttiva. In una situazione di equilibrio, supponiamo che si producano 1.000 chili di pane a 100 Euro al chilo e che la quantità di moneta nel nostro microcosmo sia 100.000 Euro. Se a un certo punto la quantità di moneta viene raddoppiata, avremo 200.000 Euro per comprare gli stessi 1.000 chili di pane: abbamo infatti ipotizzato che non sia possibile aumentare il livello di produzione. Gradualmente il prezzo del nostro pane si porterà a 200 Euro al chilo, perché chi detiene la moneta riverserà la sua domanda su quell’unico bene. Alla fine il prezzo (nominale) raddoppierà, ma il prezzo reale del pane sarà sempre lo stesso[2], perché sono sempre gli stessi 1.000 chili. Questa è inflazione da eccesso di liquidità: se mettiamo più mezzi di pagamento a disposizione dei consumatori, questi faranno crescere la domanda, ma si tratterà di una crescita “drogata” perché la produzione è sempre la stessa.

Nello stesso esempio, supponiamo che ci sia un solo produttore di pane e che il costo della sua materia prima aumenti del 10%. Potendo trasferire questo aumento di costo sul prezzo, anche il prezzo del pane aumenterà del 10%, e questa è inflazione da costi, come quella che si verificò negli anni Settanta in seguito al forte e generalizzato aumento del petrolio da parte dei paesi produttori.

Ci sono poi meccanismi che moltiplicano l’effetto dell’inflazione, come quello della scala mobile, che abbiamo sperimentato in Italia sempre negli anni Settanta, non a caso ricordati come gli anni della grande inflazione. Il meccanismo consisteva in una clausola di adeguamento automatico dei salari quando l’inflazione aumentava. Grazie alla forza delle organizzazioni sindacali, i lavoratori in quegli anni ottennero che i loro salari crescessero automaticamente di una certa percentuale (il 75%) dell’aumento rilevato dei prezzi al consumo. Se cioè si constata un aumento dei prezzi generalizzato del 10%, i salari crescono del 7,5%. Questo però determina un aumento dei costi di produzione, che in qualche misura vengono scaricati sui prezzi, e così il meccanismo si autoalimenta.

In conclusione, è vero che con una politica monetaria restrittiva, che tende a ridurre la quantità di moneta e quindi aumentare i tassi di interesse, la liquidità diminuisce e qundi anche la domanda diminuisce ostacolando l’inflazione; ma può anche succedere che le imprese riescano a trasferire sui prezzi di vendita questo che per loro rappresenta un fattore di costo e provochino in effetti un aumento dei prezzi, che è l’esatto contrario di quanto si voleva ottenere.

Come si vede, l’economia è una materia molto empirica e una scienza (ammesso che sia una scienza) non certo precisa: quello che succede lo si scopre solo a posteriori; molto spesso determinate azioni di politica economica producono effetti opposti a quelli desiderati.


[2] Si definisce nominale il valore corrente o prezzo di un beno, espresso nell’unità di moneta in circolazione, mentre reale è lo stesso valore depurato del tasso di inflazione. Se un bene costa 100 e l’inflazione è del 2%, l’anno dopo il suo prezzo nominale sarà 102 ma quello realòe sarà sempre 100 (102- 2% di 100).

La quercia del tasso

court-oak-2314686_1280.jpg

 

Proseguiamo il ragionamento iniziato nell’articolo precedente sulle leve che un governo può manovrare per stimolare la crescita economica e lo sviluppo e, in particolare, soffermiamoci sulla politica monetaria.

Ritroviamo, come protagonista, quel grazioso animaletto di cui abbiamo spesso parlato nei nostri articoli: il tasso (di interesse). In effetti la leva di cui le banche centrali dispongono, ovvero la quantità di moneta da immettere o da drenare dal sistema, ha l’unico scopo di modificare i tassi sul mercato. In particolare si ritiene che quando i tassi diminuiscono viene stimolata la crescita, mentre quando aumentano la produzione si riduce e tiene invece sotto controllo l’inflazione.

I presupposti del ragionamento sono sostanzialmente due:

  • Quando i tassi diminuiscono, le imprese aumentano gli investimenti e quindi contribuiscono, per questa via, all’aumento del reddito;
  • Quando i tassi diminuiscono significa che c’è un eccesso di moneta e quindi – a parità di offerta – l’aumento della domanda (di cui al punto precedente) si scarica unicamente sui prezzi, generando inflazione.

 

La realtà è però spesso più complessa della teoria: il tasso è un animale molto dispettoso che si diverte a fare scherzi. Può quindi benissimo accadere che la quantità di moneta aumenti, che i tassi diminuiscano, ma che il reddito non cresca (la cosiddetta “trappola della liquidità”); così come può accadere che i tassi aumentino ma che parimenti cresca anche l’inflazione, proprio come successe negli anni Settanta quando tassi a doppia cifra provocavano aumenti di costi che venivano integralmente trasferiti sui prezzi di vendita.

A questo punto al lettore medio, non specialista di economia, comincerà a girare la testa e si insinuerà il dubbio che l’economia è la scienza dove è possibile tutto e il contrario di tutto. Gli siamo nel cuore e, obiettivamente, non possiamo negare che abbia ragione. Ma andiamo con ordine, e vediamo come stanno le cose.

Per prima cosa, cerchiamo di capire chi guadagna e chi perde quando i tassi aumentano o diminuiscono.

 

Quando i tassi aumentano:

  • si avvantaggiano coloro che possiedono attività finanziarie (titoli, depositi, quote di fondi comuni, polizze vita) a rendimento variabile, perché il loro patrimonio produce più interessi;
  • sono penalizzati coloro che possiedono attività finanziarie a tasso fisso (ad esempio BTP) perché le cedole che incassano diventano inferiori a quelle che si possono ottenere da nuovi investimenti: ciò significa che il prezzo dei titoli che hanno in portafoglio diminuisce, e così pure il valore del loro patrimonio finanziario;
  • le imprese sono disincentivate ad investire perché – a parità di resa dei nuovi investimenti – i prestiti bancari necessari per finanziarli costeranno più cari, e anche il costo del capitale richiesto dagli azionisti sarà più alto;
  • il PIL tendenzialmente diminuisce perché, per effetto di quanto detto al punto precedente, diminuirà la domanda per beni di investimento;
  • inoltre saranno più onerosi anche i crediti al consumo e alle famiglie, scoraggiando così gli acquisti di beni durevoli e quindi facendo contrarre anche questa componente della domanda;
  • se diminuisce la domanda complessiva, essendoci meno liquidità e moneta nel sistema, diminuiranno anche le tensioni sui prezzi e l’inflazione dovrebbe parimenti diminuire;
  • la valuta nazionale (nel nostro caso l’Euro) aumenterà di valore rispetto alle altre valute, perché gli investitori esteri saranno attratti dai maggiori rendimenti ottenibili e saranno portare ad aumentare gli investimenti nel paese;
  • d’altra parte, se diminuisce il reddito è molto probabile che diminuiscano anche le importazioni (poiché si ritiene che esse siano proporzionali al reddito stesso) e per questa via dovrebbe migliorare la bilancia commerciale con l’estero;
  • la pubblica amministrazione dovrà pagare maggiori interessi ai possessori di titoli del debito pubblico, e quindi il suo bilancio peggiorerà vedendo crescere le uscite;
  • le banche faranno pagare di più i prestiti concessi alle imprese, ma dovrebbero aumentare anche gli interessi corrisposti ai depositanti; in realtà, come è noto, le banche sono rapidissime ad aumentare i tassi per loro attivi e molto più lente a rivedere quelli passivi, per cui in genere l’effetto sui loro profitti è considerato positivo.

 

Ovviamente nel caso  di una diminuzione dei tassi le conseguenze saranno prevedibilmente contrarie e speculari a quelle sopra riportate.

Alcune delle dinamiche descritte sono pressoché automatiche (come la riduzione dei prezzi delle obbligazioni o l’aumento degli interessi sul debito pubblico), altre sono invece molto più incerte perché dipendono dalle decisioni dei soggetti che intervengono nel ciclo economico, che spesso non sono né prevedibili né razionali, e dalla situazione di partenza del sistema economico (piena occupazione o larga disoccupazione; completo utilizzo della capacità produttiva delle imprese; esistenza di meccanismi di scala mobile e così via).

euro-1353420_1280.jpg

 

Per questo possono accadere fenomeni che in pratica neutralizzano gli efetti attesi. Il più noto è la “trappola della liquidità”, che si verifica quando le imprese, nonostante il calo dei tassi di interesse e la disponibilità delle banche a concedere prestiti, non aumentano la loro richiesta di credito bancario e non effettuano nuovi investimenti: come si dice in gergo “il cavallo non beve”. Questo spiega perché, oltre un certo limite, le riduzioni dei tassi non hanno alcun effetto sul reddito, come è accaduto ad esempio in Giappone nell’ultimo decennio, dove – nonostanti tassi che sono praticamente zero – il PIL non riesce ad aumentare.

Le imprese possono avere molti motivi per non voler investire, a prescindere dal basso costo di acquisizione delle risorse necessarie. Se reputano che non ci sia nuova domanda per i loro prodotti, se sono già in piena capacità produttiva e non giudicano conveniente aprire nuove linee di prodotto; se la tassazione è troppo alta o più semplicemente se non hanno abbastanza fiducia nel futuro. In effetti le aspettative giocano un ruolo fondamentale in tutte le dinamiche economiche e in tutti i comportamenti.

Anche per quanto riguarda l’inflazione, molto spesso non è possibile prevedere o determinare gli effetti che si possono verificare. Di questo parleremo nel prossimo articolo.

Rifacendoci quindi al noto scritto di Achille Campanile, se ci aspettiamo che il tasso vada a riposarsi sotto un folto e frondoso albero (quello sacro a Zeus), sarà grande la nostra sorpresa nel trovarlo invece ai piedi di un tronco secco e corroso.

 

Il migliore dei mondi possibili

migliore_1

 

Si può discutere se, parafrasando il filosofo tedesco del XVIII secolo Gottfried Wilhelm von Leibniz, un sistema economico in crescita sia sempre e comunque “il migliore dei mondi possibili”. Oppure se il PIL (il prodotto interno lordo) sia sempre e comunque una misura del benessere, ricordando la nota affermazione di Robert Kennedy secondo la quale il PIL  “misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Certo è comunque che quando il prodotto di una nazione cresce, anche la sua ricchezza aumenta; se c’è più produzione e più reddito, sicuramente aumentano le risorse a disposizione e il lavoro. Per questo il test più usato per valutare l’efficienza di un governo o il successo di un’amministrazione è proprio il PIL: se questo cresce da un anno all’altro, è opinione comune che quel governo abbia fatto un buon lavoro, se diminuisce che non abbia invece avuto successo.

Ad esempio, in tutti i giudizi sull’amministrazione Trump negli Stati Uniti viene riconosciuto che è stata artefice di una formidabile crescita dell’economia, una delle più prolungate e consistenti degli ultimi decenni. Poi magari si può discutere se sia un bene che l’America si sia progressivamente isolata, che abbia messo in discussione rapporti storici e consolidati come quelli con l’Europa, che abbia fermato il processo di distensione con la Cina e di apertura dei commerci internazionali, che abbia innalzato muri all’immigrazione, che abbia favorito il riemergere di tensioni interne e spinte conservatrici quando non reazionarie.

Ma non si può non riconoscere che la ricchezza complessiva sia aumentata e che la disoccupazione sia praticamente scomparsa. Naturalmente si tratta di indicatori statistici, per cui – accanto a categorie di produttori che hanno visto crescere i propri profitti – ci sono stati anche ampi settori che hanno subito le conseguenze delle scelte politiche dell’amministrazione Trump, come ad esempio i produttori di soia che hanno visto crollare i prezzi del loro prodotto perché si sono bloccati i flussi commerciali con la Cina, maggior importatore mondiale.

E’ interessante allora chiedersi quali sono state le leve che hanno permesso questo boom economico, e in generale cosa può fare un governo per stimolare l’economia.

La risposta è, allo stesso tempo, semplice da descrivere e difficile da attuare. Semplice da descrivere perché si tratta dei tradizionali strumenti di politica economica a cui un governo può ricorrere per far crescere il sistema, ovvero la politica fiscale e la politica monetaria.

Difficile da attuare, perché ogni misura che venga utilizzata, come ogni farmaco, ha una serie di controindicazioni ed effetti collaterali che possono renderla inefficace o, addirittura, renderla controproducente. Ed è per questo che, ad esempio, in Italia è estremamente complicato far crescere il sistema con le stesse modalità.

1200px-Trump,_Pentagon_leaders_honor_9-11_victims_(37027198861)

 

I fattori di successo dell’amministrazione Trump sono sostanzialmente: una politica fiscale generosa, caratterizzata da consistenti riduzioni di tasse e forti investimenti pubblici e aumento di spesa statale; e una politica monetaria espansiva, con molta liquidità immessa nel sistema e tassi tenuti molto contenuti.

In estrema sintesi, il reddito è composto dalla domanda per beni di consumo, proveniente dalle famiglie, e da quella per beni di investimento, proveniente dalle imprese e dalla pubblica amministrazione. I consumi crescono se aumenta il reddito disponibile, e questo succede se si riducono le tasse; gli investimenti crescono se diminuiscono i tassi di interesse (perché diventa più conveniente finanziare l’innovazione o aumentare le scorte) e se c’è un programma di spesa pubblica che si traduce in maggiori risorse disponibili sul mercato.

In America tutte queste leve sono state attivate con successo, in Italia nessuna di esse può essere introdotta senza effetti negativi, a parte la politica monetaria che però viene stabilita dalla Banca Centrale Europea a Francoforte. E qui solo la presenza forte di un Presidente come Mario Draghi ha consentito di mantenere a lungo un’impostazione espansiva, nonostante la netta opposizione tedesca storicamente contraria al contenimento dei tassi di interesse. La Germania, che non ha problemi di crescita economica in quanto il suo sistema produttivo è strutturalmente forte, teme il risorgere di un’inflazione che i bassi tassi di interesse potrebbero favorire e che in passato ha destabilizzato la nazione: basti pensare alla Repubblica di Weimar e alla mostruosa inflazione che minò alle basi il sistema e spalancò la porta alla deriva nazista.

Il meccanismo della politica monetaria espansiva è quello, in sintesi, dell’aumento della liquidità attraverso l’immissione sul mercato di massicce quantità di moneta. Questa avviene attraverso l’acquisto di titoli da parte della banca centrale. Essendo così abbondante il denaro in mano agli operatori, estremizzando il concetto, i prezzi delle attività finanziarie tendono a salire, per la nota legge della domanda e dell’offerta. Se il prezzo delle obbligazioni aumenta, i tassi automaticamente diminuiscono.

 

Se, per semplicità, prendiamo in esame le obbligazioni a tasso fisso, un aumento del loro prezzo comporta infatti una corrispondente diminuzione del rendimento effettivo. Un Treasury bond a 10 anni da 100 $ che ha una cedola annuale di 2,5, è quotato 100 quando il tasso di interesse è del 2,5%. Ma se il suo prezzo sale a 105, restando la cedola sempre invariata a 2,5 $, il suo tasso di rendimento effettivo diventa il 2,38%.

Con l’enorme mole di acquisti fatti dalle banche centrali europea e americana, anche se ci fosse un tendenza di mercato a far aumentare i tassi, questa verrebbe contrastata ed i tassi non aumentano. E’ esattamente quello che è successo in dicembre quando la Federal Reserve, la banca centrale americana, ha dichiarato che avrebbe fatto cessare il programma di politica monetaria espansiva (denominato Quantitative Easing, ovvero “facilitazione monetaria”) e i mercati sono crollati, obbligando la stessa Fed a correggere il tiro poche settimane dopo, annunciando in pratica: “scusate, ci siamo sbagliati” e rinviando al futuro il ridimensionamento dell’intervento.

Proseguiremo ad occuparci dell’argomento nei prossimi articoli.

DEBITO PUBBLICO E AGENZIE DI RATING: Gli esami non finiscono mai

Proseguiamo il discorso avviato nel precedente articolo. Eravamo arrivati a spiegare come il disavanzo e il debito pubblico – per essere sostenibili – debbano essere coerenti col Prodotto Interno Lordo (PIL) di uno Stato, allo stesso modo in cui, per una famiglia o un’impresa, deficit e indebitamento devono restare proporzionati al livello di fatturato o di redditi complessivi disponibili.

E’ infatti dal fatturato o dal totale dei redditi – concetti equivalenti a quello di PIL per uno Stato – che dovranno provenire le risorse necessarie a rimborsare i debiti e a pagarne gli interessi.

Prima ancora delle istituzioni europee (delle quali ci occuperemo più avanti), sono infatti gli investitori che finanziano lo Stato, sottoscrivendone i titoli del debito pubblico, a richiedere che il disavanzo rappresenti una quota ragionevole del PIL e che il debito ne possa essere in qualche modo garantito.

 

BTP

 

Come abbiamo visto, gli investitori sono coloro che sottoscrivono i titoli pubblici: per coprire il fabbisogno lo Stato emette infatti Buoni del Tesoro (in Italia BOT, BTP, CCT; in Usa Treasury Bonds, in Germania Bunds e così via) e questi vengono acquistati da banche e risparmiatori che sono alla ricerca di impieghi remunerativi per le loro risorse.
Per gli investitori si tratta quindi di vere e proprie operazioni di prestito e, come tali, sono basate sulla valutazione di affidabilità del soggetto finanziato. Questa valutazione è fatta da agenzie specializzate e indipendenti, le cosiddette “agenzie di rating”: Moody’s; Standard & Poor (S&P); Fitch; etc.

1280px-Standard&Poors.svg

Ognuna di queste agenzie ha una sua graduatoria in cui ogni livello di affidabilità è indicato da una sigla. Il grado di massima affidabilità è per tutte la tripla AAA (dove in questo momento sono collocate Germania, Svizzera, Canada, Australia, Svezia e Danimarca), poi ciascuna agenzia ha gradazioni e sigle diverse. Generalmente, quando l’affidabilità aumenta e le condizioni economico-finanziari e patrimoniali del soggetto esaminato migliorano, si effettua il cosiddetto upgrade, ovvero il passaggio al gradino (in gergo, noch) superiore. In caso contrario si dà invece luogo al downgrade.

Ad esempio, per S&P, il Regno Unito si trova in categoria AA (per quanto riguarda la valutazione a lungo termine ). Se le sue condizioni migliorassero, verrebbe “promosso” al livello AA+, quello a cui appartengono gli Stati Uniti; se invece dovessero peggiorare, si ritroverebbe in AA-, in compagnia di Repubblica Ceca ed Estonia e, in caso di ulteriore discesa, in A+ dove è collocata la Cina.

I vari “gradini” sono a loro volta raggruppati per livello di affidabilità: da prime (massima sicurezza del capitale) che comprende solo la tripla A; a high grade (rating alto, qualità più che buona) che comprende la doppia A; a investment grade (rating medio, qualità media e medio bassa) che comprende da singola A a tripla B, dove è collocata l’Italia.

Al di sotto dell’investment grade, si entra in area speculativa, ovvero ad alto rischio per il capitale che venisse impiegato in titoli emessi dai Paesi che vi rientrano. L’Italia si trova pertanto al limite inferiore della categoria che le agenzie ritengono meritevole di affidamento: un downgrade andrebbe quindi a collocare il nostro Paese nel novero dei paesi inaffidabili, quelli considerati dalle agenzie ad alto rischio con la conseguenza di classificare i titoli del nostro debito pubblico come speculativi.

 

dowNGRADE

 

Se ciò accadesse, avremmo due effetti negativi pressoché immediati: il tasso di interesse sui titoli pubblici aumenterebbe (per remunerare i sottoscrittori a fronte del maggior livello di rischio), ma soprattutto una serie di investitori importanti, fra cui tutti quelli istituzionali , non potrebbero più sottoscrivere i nostri Buoni del Tesoro.

Fra le regole di investimento di questi soggetti, è infatti normalmente contenuta quella che vieta di effettuare investimenti speculativi, per evitare di mettere a rischio i capitali che tali fondi gestiscono per conto terzi. Ciò significa che le nuove emissioni di titoli del debito pubblico, necessarie per finanziare il deficit, troverebbero molta difficoltà ad essere collocate e, soprattutto, sarebbero molto più costose per l’emittente, dovendo presentare tassi di interesse più alti (con il risultato di aumentare la spesa per interessi e lo stesso deficit).

Per le banche, inoltre, sarebbe molto più complicato sottoscrivere i titoli del debito pubblico di un emittente sub-investment grade (ovvero con rating inferiore al mimino di affidabilità. Ciò perché tali titoli non potrebbero essere né ceduti alla banca centrale, quando questa effettua operazioni di acquisto sul mercato per espandere la quantità di moneta in circolazione, né dati in garanzia dei prestiti ai quali le banche stesse possono ricorrere presso la BCE.

E’ quindi evidente quanto sia rischiosa per l’Italia l’eventualità di un peggioramento del rating: renderebbe più difficile finanziare il nuovo debito (e quindi sostenere il maggior livello di disavanzo) e innescherebbe un circolo vizioso da cui sarebbe molto difficile uscire.

Al di là dell’entità numerica del rapporto deficit/PIL (2,4% invece di 2 o 1,5%), è naturale che dovrebbe comunque trattarsi di un livello considerato sostenibile dagli investitori e, in primo luogo, dalle agenzie di rating.

Il rapporto deficit/PIL era previsto per il 2019 dal Governo Gentiloni doversi attestare all’1,6%, mentre con il DEF della compagine governativa in carica si indica un rapporto obiettivo del 2,4%, in aumento di circa il 50%. Lo stesso DEF indica valori target per il 2020 e il 2021 rispettivamente del 2,1 e dell’1,8%, che sono però considerati eccessivamente ottimisti dagli analisti, in quanto sovrastimerebbero la crescita del PIL (denominatore del rapporto).

Ma cosa c’entra il reddito di cittadinanza con tutto questo? Ebbene da quanto abbiamo detto poco sopra, si comprende come tale misura governativa, concorrendo (insieme alle altre misure proposte dal Governo) ad aumentare – e non di poco – il deficit pubblico, potrebbe risultare insostenibile per i conti pubblici nazionali o, quanto meno, determinare conseguenze fortemente penalizzanti rispetto alle valutazioni degli investitori e delle agenzie di rating.

Si capisce, quindi, con quanta apprensione si stia guardando alle prossime scadenze del 26 ottobre (revisione del rating di S&P) e di fine mese (revisione da parte di Moody’s): in vista di un downgrade, più che probabile, i titoli pubblici italiani stanno crollando.

 

Moodys_logo_blue

 

L’Unione Europea, dal canto suo, deve ovviamente vigilare per assicurare nell’area euro le migliori condizioni di stabilità e d’altra parte, con gli accordi di Maastricht del 1992, i Paesi aderenti si erano obbligati al rispetto di una serie di parametri, fra i quali, appunto, il tendenziale pareggio di bilancio, ovvero il mantenimento del famoso deficit uguale a zero.

Erano certamente previste, negli accordi, deroghe a tale principio, purché non venisse superato in nessun caso il 3% e fosse rispettato un percorso di allineamento virtuoso, obiettivo che, come si è visto, l’Italia ha di fatto disatteso, pur restando, di poco, entro il limite massimo.

Debiti e Deficit

wallet-3406959_1280

 

Un paio di lettori ci hanno “bacchettato” perché il precedente articolo del blog, quello sul reddito di cittadinanza, risultava un po’ ostico e poco comprensibile ai non addetti ai lavori. In effetti talvolta alcuni concetti vengono dati per scontati, ritenendo che la frequenza con cui vengono usati su stampa e media ne dimostri una diffusa padronanza.

In particolare, il passaggio “incriminato”, peraltro fondamentale per la tesi esposta nell’articolo, è il penultimo capoverso, che riportiamo di seguito:

Soprattutto c’è un problema di compatibilità economica con i conti dello Stato. Per un paese con il debito pubblico al livello del nostro e con un deficit che ben difficilmente potrà attestarsi al di sotto del 2,4% del PIL, introdurre il reddito di cittadinanza come proposto è semplicemente impensabile senza aprire un fronte di forte contrasto con l’Unione Europea.

 

Rileggendolo, dobbiamo riconoscere che in effetti questa frase contiene diversi concetti che vanno spiegati: il debito pubblico, il deficit, il rapporto deficit/PIL e perché questo può diventare un fronte di contrasto con l’Unione Europea. Proviamo allora a chiarire tutti questi concetti, in questo e nel prossimo articolo, ricorrendo all’analogia con situazioni ben note, come quelle dei conti di famiglia o di una piccola impresa.

Partiamo dai due concetti di deficit e debito, e dalla definizione di PIL (Prodotto Interno Lordo). Di quest’ultimo abbiamo spesso parlato in precedenti articoli, e possiamo definirlo come la misura dell’attività produttiva dei residenti di un Paese in un dato periodo[1].

Se fossimo un’azienda, potremmo considerare il PIL come il fatturato; oppure, se fossimo una famiglia, come il complesso dei redditi di cui disponiamo, e che a vario titolo entrano in casa nel periodo in esame.

E’ per questo che parliamo di compatibilità dei conti: sia nel caso di un’azienda che in quello di una famiglia l’entità dei debiti o quella delle spese non possono prescindere rispettivamente dal fatturato o dal reddito di cui si dispone. Se un’azienda avesse un fatturato di 100.000 € in un anno, mantenere in quell’anno costi complessivi per un ammontare molto superiore sarebbe sicuramente da evitare. Beninteso, potrebbe capitare ma dovrebbe ragionevolmente trattarsi di un evento straordinario, e non essere la regola.

family-2923690_1280

 

Così come in una famiglia in cui entrano 50.000 € all’anno, come si potrebbe spenderne nello stesso anno, diciamo, 100.000? Certo, potrebbe capitare, ma anche in questo caso dovrebbe trattarsi di eventi eccezionali.

Cosa succede se ci troviamo a sostenere costi superiori ai ricavi, oppure uscite maggiori delle entrate? Dovremmo naturalmente chiedere in prestito quanto ci manca per coprire il fabbisogno, ovvero fare (o accrescere, se già presenti) debiti.

Anche il livello del debito non potrà però essere indipendente dal reddito disponibile: sia per un’azienda che per una famiglia, ci dovrà essere infatti una ragionevole corrispondenza fra livello del fatturato e ammontare del debito contratto. Il motivo è evidente: il debito, alla sua scadenza, dovrà essere rimborsato e gli interessi che nel tempo maturano dovranno essere pagati. Ed è ovvio che le risorse per adempiere a queste obbligazioni dovranno arrivare dal cash-flow aziendale, e quindi dal suo fatturato, oppure dai redditi che entrano in famiglia.

Nessuna banca o ente finanziatore concederebbe un prestito a chi non dispone di un reddito sufficiente a pagare la rata mensile. Ad esempio se viene richiesto un prestito personale di 20.000€ da rimborsare in 5 anni (supponiamo per l’acquisto di un’auto) al tasso del 5%, la rata mensile sarà di 377€. La banca, fra gli altri elementi di giudizio che valuta per approvare l’operazione, verificherà che il richiedente abbia un reddito di almeno 1.800/1.900€ al mese, ovvero tale per cui la rata ne impegni circa un quinto.

Per questo, in operazioni della specie per dipendenti pubblici, si parla di “cessione del quinto”: il quinto dello stipendio viene “congelato” (e formalmente ceduto) per garantire il rimborso del prestito.

Analogamente, anche se in modo più complesso, per quanto riguarda i fidi, ovvero i prestiti, alle aziende. Per ottenere credito, esse devono dimostrare di avere un flusso di ricavi, e quindi un fatturato, che consenta loro il regolare rimborso.

Si tratta di considerazioni di puro buon senso, non certo di aspetti tecnici astratti e particolari.

Lo stesso per quanto riguarda i conti dello Stato: il deficit altro non è che la differenza fra la spesa pubblica e le entrate. La prima è l’esborso della Pubblica Amministrazione per beni e servizi (stipendi, forniture, spese correnti diverse) e investimenti (opere pubbliche, infrastrutture, ecc.). Le seconde sono prevalentemente rappresentate dal gettito tributario, ovvero dalle tasse e imposte riscosse.

Se c’è un deficit, significa che lo Stato spende più di quanto incassa. E questo, come abbiamo visto per le famiglie e per le imprese, può accadere solo ricorrendo al debito, che in questo caso si chiama appunto debito pubblico. Ma il debito viene concesso solo se c’è corrispondenza e coerenza con il reddito (in questo caso il PIL).

sassi-1785913_1280

 

Chi è che concede il debito agli Stati? Naturalmente chi sottoscrive i titoli del debito pubblico, ovvero in primo luogo le banche (Banca Centrale e banche commerciali) e chiunque sottoscriva a titolo di investimento i Buoni del Tesoro.

Per sottoscrivere titoli di un certo emittente, le banche – ma anche gli investitori privati, soprattutto quelli “istituzionali”[2] – ne valutano l’affidabilità, ovvero la sua capacità di rimborsare il debito. E l’affidabilità viene misurata dalle cosiddette “agenzie di rating”, che sono analisti professionali e indipendenti che attribuiscono ad ogni soggetto esaminato una misura del merito creditizio.

Del processo e degli effetti del rating, dei parametri imposti dall’Europa e dei problemi che il nostro paese si troverà ad affrontare nelle prossime settimane, parleremo nel prossimo articolo.

 

 

 


 

[1] Secondo il “Dizionario di Economia e Finanza Treccani” di Fedele De Novellis (2012) La nozione di ‘prodotto’ è riferita ai beni e servizi che hanno una valorizzazione in un processo di scambio; sono quindi escluse dal PIL le prestazioni a titolo gratuito o l’autoconsumo. Il termine ‘interno’ indica che tale variabile comprende le attività economiche svolte all’interno del Paese; sono dunque esclusi i beni e servizi prodotti dagli operatori nazionali, imprese e lavoratori all’estero, mentre sono inclusi i prodotti realizzati da operatori esteri all’interno del Paese. Escludendo la produzione all’interno del Paese da parte degli operatori esteri, e aggiungendo quella all’estero degli operatori nazionali, si ottiene il PNL (Prodotto Nazionale Lordo). Il termine ‘lordo’ indica che il valore della produzione è al lordo degli ammortamenti ( ammortamento), ovvero del deprezzamento dello stock di capitale fisico intervenuto nel periodo; questo comporta che, per non ridurre tale grandezza a disposizione del sistema, parte del prodotto deve essere destinata al suo reintegro. Sottraendo dal PIL gli ammortamenti, si ottiene il PIN (Prodotto Interno Netto).

[2] Per investitori istituzionali si intendono i fondi pensione, le compagnie di assicurazione, i fondi comuni di investimento e in generale tutti gli operatori che istituzionalmente gestiscono somme di denaro per conto di terzi sottoscrittori.

L’ABC dell’economia: equilibrio

 SATOR-AREPO-TENET-OPERA-ROTAS

Se esistesse una lista di parole magiche per l’economia, certamente la parola “equilibrio” ne farebbe parte. Ricordo che con i miei colleghi studenti ridevamo di un nostro professore di macroeconomia all’Università che chiudeva le dimostrazioni con una frase – con spiccato accento romanesco – del tipo: “… a questo punto il sistema sta in equilibrio, le aspettative si verificano, ‘a ggente è soddisfatta e tutto va bene.”

In effetti tutta la teoria economica, sia a livello macro che aziendale, è basata su funzioni di natura comportamentale di domanda e offerta che a un certo punto si incontrano e definiscono i valori rilevanti di mercato (prezzi, tassi, occupazione, salari, addirittura il benessere…).

Le funzioni, a loro volta, sono il risultato dell’osservazione empirica e statistica di due fenomeni dei quali emerge il collegamento, come in molti dei casi che abbiamo visto: reddito e consumo, risparmio e investimento, reddito e importazioni, e così via.

Si dice ad esempio che il consumo è funzione del reddito, volendo significare che la spesa per beni di consumo varia a seconda del variare del reddito: aumenta al suo aumentare e diminuisce al suo diminuire; ma l’aumento è a ritmo decrescente, ovvero molto accentuato per livelli bassi di reddito e via via meno deciso a livelli più alti.

In termini matematici, gli economisti esprimono il concetto con la seguente espressione:

C = f(Y)

Una volta identificato il tipo di collegamento fra le due grandezze, dato un certo livello di reddito, è facile trovare il corrispondente livello del consumo.

La funzione è ottenuta come interpolazione (ovvero congiunzione) di tutte le coppie di reddito e consumo rilevate dalla statistica.

Equilibrio

Non è difficile trovare anche la spiegazione comportamentale al fenomeno registrato: quanto più elevato è il reddito, tanto maggiore sarà la spesa per consumi.

Quello che non convince, in questo mondo di perfette corrispondenze statistiche e matematiche, è in primo luogo il fattore tempo, e in secondo luogo la corretta interpretazione del rapporto causa-effetto.

Nel primo caso, infatti, non è chiaro in quanto tempo la correlazione si manifesta: ammesso pure che a un aumento di reddito corrisponda un aumento di consumo, non è affatto indifferente sapere se tale fenomeno si manifesta dopo un giorno, un mese, un anno o dieci anni.

Se il mio stipendio aumenta di 100 Euro al mese, è ragionevole supporre che anche la mia spesa per consumi aumenti, mettiamo di 50 Euro. Ma in alcuni casi questo può avvenire contestualmente, in altri qualche giorno dopo l’accredito del nuovo stipendio, in altri ancora solo mesi più tardi. Oppure, addirittura, anche prima di percepire il nuovo livello di stipendio: non appena l’azienda lo comunica, e nei casi estremi non appena sentono parlare di aumenti, alcuni corrono subito a spendere.

In secondo luogo non è chiaro quale sia la causa e quale l’effetto: è il mio nuovo reddito che produce una maggiore spesa per consumi, oppure è la decisione di consumare di più che fa aumentare il reddito, magari di coloro che lavorano in quelle aziende che producono i beni che io vado a comprare?

Inoltre, in economia, assumiamo sempre che i soggetti (e i mercati) si comportino in maniera razionale, ma sappiamo bene che spesso ciò non avviene. E questo forse è anche il bello della vita.

Da tutto ciò consegue che, seppure a un certo punto si determina una situazione di equilibrio, questa sia tutt’altro che stabile, o magari sia solo il frutto di errate valutazioni che alla fine si compensano.

Il consiglio è quindi di prendere sempre con le molle le certezze degli economisti, e talvolta di praticare un sano scetticismo. Di certo non possiamo aspettarci che anche se in equilibrio, una situazione possa durare in eterno, o che a determinati eventi le reazioni che si verificano siano sempre quelle coerenti con le funzioni matematiche.

Animal Bird Black Swan

In un mondo come quello attuale, interconnesso e in continua evoluzione, basta poco per vedere grandi sconvolgimenti,reazioni inattese o inspiegabili, addirittura “cigni neri”[1]

Quante volte abbiamo scommesso su un titolo perché il suo prezzo è molto sceso sul mercato ed è da tempo sotto il suo livello “normale” o “atteso” o “di equilibrio”, e il titolo continua invece a scendere? Esattamente come quando giochiamo al lotto un numero che non esce da molti turni. La statistica, la logica e l’esperienza ci dicono che quel titolo salirà o che quel numero uscirà, e prima o poi magari succede davvero.

Ma talvolta dovrà passare molta acqua sotto i ponti, o addirittura scopriremo di avere davanti un bel cigno nero. In ogni caso il rischio di farsi male ci sarà sempre.

Molto meglio considerare l’equilibrio dei mercati e del sistema come una situazione da libri di testo, utile come punto di riferimento tendenziale ma non sempre vera in assoluto.


[1] “Il cigno nero” è il titolo di un saggio di grande successo di Nassim Nicholas Taleb, uscito nel 2007, nel quale viene teorizzata e analizzata l’esistenza e l’incombenza degli eventi improbabili, se non ritenuti impossibili, nella vita reale.

L’ABC dell’economia: consumo e consumismo

supermarket

Per chi non ha studiato o praticato l’economia, il concetto di “consumo” ha spesso una connotazione negativa. Da un punto di vista strettamente etimologico, infatti, la parola richiama l’idea di qualcosa che viene distrutto, di risorse che vengono usate e diventano non più disponibili, di materiali che si esauriscono con l’uso.

A differenza del risparmio che, come abbiamo visto nel precedente articolo, equivale all’investimento e consente di costruire o incrementare patrimonio e ricchezza, il consumo ha una connotazione insieme edonistica e distruttiva: soddisfa in via immediata un bisogno ma sottrae contemporaneamente risorse all’investimento ed alla formazione del capitale.

Official_Portrait_of_President_Reagan_1981

 

La vecchia favola della cicala e della formica insomma. Quando arriva l’inverno la cicala è destinata a soffrire – quasi una nemesi per lo sperpero estivo e il godimento sfrenato – mentre la formica vive il suo momento di gloria, potendo contare sulle riserve accumulate.

Il consumo alimenta i vizi, mentre il risparmio è indizio di virtù; il consumo distrugge, il risparmio costruisce; il consumo si esaurisce nell’hic et nunc, nel momento, il risparmio è proiettato al futuro.

Ancora peggio: dal consumo al consumismo è un attimo. Dall’impiego di risorse per la legittima soddisfazione dei bisogni al piacere, quasi all’ossessione compulsiva di comprare, il passo è breve.

Il consumismo è quasi la malattia infantile del capitalismo; la frenesia di possedere l’ultimo modello di dispositivo tecnologico o l’abito griffato all’ultimo grido è considerata – e oggettivamente non del tutto a torto – la manifestazione estrema del materialismo, a sua volta elemento distintivo delle civiltà occidentali.

Tutto male allora? Non proprio.

Come sa bene ogni bravo studente del primo anno di economia, il consumo è il primo motore del sistema. La domanda per beni di consumo spinge la produzione di quei beni ed alimenta l’offerta delle aziende che li producono. Queste, per soddisfare le maggiori richieste della clientela, dovranno assumere personale e gli stipendi pagati andranno ad alimentare altra domanda.

Non solo: quelle stesse imprese dovranno aumentare la quantità di materie prime utilizzate e generare altra domanda; prima o poi dovranno mettere mano agli investimenti e, anche per questa via, stimolare la domanda.

La decisione di consumare – più precisamente di spendere per acquistare beni di consumo o servizi – fa partire un circolo virtuoso di crescita che spinge la produzione di beni di consumo, di beni di investimento, l’occupazione e, di nuovo, la possibilità di consumare ancora di più.

 

E’ il meccanismo che i keynesiani (i seguaci del noto economista britannico del secolo scorso John Maynard Keynes, l’inventore della macroeconomia) hanno chiamato “moltiplicatore del reddito”, molto più semplice di quanto sembri.

John_Maynard_Keynes

 

Per spiegare come questo sia stato il rimedio che ha consentito al mondo occidentale di superare la terribile crisi del 1929, occorre però fare un passo avanti sulla definizione di reddito.

Fino ad ora abbiamo considerato il reddito come semplice somma della domanda di beni e servizi di consumo e di quella per investimenti, come se il sistema fosse del tutto privato e senza scambi con l’estero. In realtà ci sono altre due componenti del reddito molto importanti: la spesa pubblica e le esportazioni o meglio la differenza fra esportazioni e importazioni.

Anche la Pubblica Amministrazione e l’estero sono due canali importanti di formazione del reddito, rispettivamente attraverso la spesa pubblica e gli acquisti effettuati da parte di residenti all’estero di beni e servizi prodotti all’interno del paese, questi ultimi ovviamente al netto delle risorse consegnate ai produttori stranieri per poter acquistare i loro prodotti.

L’espressione che avevamo visto nello scorso articolo:

Y (reddito) = C (consumo) +  I (investimento)

 

Può allora essere completata nella seguente:

 

Y (reddito) = C (consumo) +  I (investimento) + G (spesa pubblica) + X (esportazioni) – M (importazioni)

 

E’ infatti evidente che le risorse impiegate dallo Stato per pagare gli stipendi pubblici, per acquistare beni e servizi (spesa corrente) oppure per realizzare opere pubbliche e infrastrutture (investimenti pubblici) hanno l’effetto di aumentare il reddito del paese, ovvero la quantità di beni e servizi richiesti e prodotti.

Analogo effetto ha il saldo delle partite correnti, come viene definita la differenza fra esportazioni e importazioni in un determinato periodo di tempo.

Ai tempi della grande crisi, o almeno di quella che veniva così chiamata fino alla depressione epocale iniziata nel 2007 e dalla quale il nostro Paese sta uscendo solo ora e con gran difficoltà, si fece leva proprio sul meccanismo del moltiplicatore applicato alla spesa pubblica.

Il moltiplicatore consiste quindi nel fenomeno secondo il quale un dato aumento di una componente della domanda (nel nostro caso la spesa pubblica) determina un aumento più che proporzionale del reddito complessivo. Se ad esempio facciamo aumentare di dieci miliardi la spesa pubblica, il reddito complessivo aumenterà di ben oltre quei dieci miliardi. Infatti quelle risorse incrementali si trasformeranno immediatamente in stipendi per gli statali, che a loro volta col nuovo reddito andranno a fare nuovi acquisti per consumi, oppure in nuova domanda per acquisti o per opere pubbliche da parte della Pubblica Amministrazione.

A loro volta, le aziende che producono i beni oggetto della nuova domanda dovranno pagare maggiori stipendi e acquistare nuove materie prime e nuovi beni di investimento che andranno a incrementare il reddito complessivo del Paese.

Una volta avviata la macchina, il sistema complessivo si autoalimenta e siccome la via percorsa passa dai consumi, che a loro volta dipendono dal reddito, quanto maggiore è la propensione al consumo, tanto maggiore sarà l’effetto espansivo totale.

Abbiamo detto nell’articolo della scorsa settimana che la propensione al consumo è tanto maggiore quanto meno abbiente è il percettore del reddito e questo spiega il successo della manovra sulla spesa pubblica in una società divenuta povera e bisognosa quale era quella degli anni ‘30.

A tale proposito rimase celebre l’affermazione di Keynes che, ad un giornalista che gli chiedeva cosa avrebbe fatto per risanare l’economia se fosse stato al governo, rispose che avrebbe preso dei disoccupati, avrebbe fatto loro scavare delle buche e poi riempirle: in tal modo il prodotto nazionale lordo sarebbe aumentato.

L’ ABC dell’economia: consumo, risparmio, investimento

piggy-bank-970340_1280

Il reddito serve a soddisfare i bisogni: ogni singolo Euro percepito a qualunque titolo è destinato ad essere speso per le necessità immediate (consumo) oppure tenuto da parte per quelle future (risparmio), ovviamente quando non venga impiegato per rimborsare debiti fatti in precedenza. In quest’ultimo caso la soddisfazione dei bisogni è stata anticipata rispetto al momento in cui si sarebbe percepito il reddito.

A parte l’ipotesi del debito, quanto detto sopra viene normalmente rappresentato con l’espressione sintetica:

Y (reddito)= C (consumo)  +  S (risparmio)

Ovvero il reddito è la somma di consumo e risparmio. Questo vale sia per le famiglie, sia per le aziende, sia per gli Stati. Come si vede, il fondamento dell’economia è alla fine una semplice espressione aritmetica di addizione: gli economisti tutto sommato sono gente semplice…

Dal punto di vista della famiglia, il meccanismo economico è semplice: quando viene accreditato lo stipendio, oppure quando si incassano cedole o interessi su titoli, la somma può essere spesa per acquistare beni o servizi, oppure risparmiata per essere in grado di acquistare beni o servizi in futuro.

savings-2789112_1280

Se spendiamo, da un punto di vista economico non facciamo altro che alimentare la domanda per beni di consumo, ovvero ci presentiamo sul mercato (fisicamente o virtualmente) richiedendo un particolare tipo di bene o di servizio.

 

Se invece risparmiamo, le nostre risorse a livello di sistema – a parte quelle che eventualmente teniamo sotto forma di banconote – vengono trasferite al settore produttivo attraverso l’intervento degli intermediari finanziari.

Gli intermediari finanziari sono soggetti che professionalmente mettono in contatto chi ha risorse eccedenti le proprie necessità immediate con chi ha invece bisogno di reperire finanziamenti per svolgere la propria attività produttiva o commerciale. In genere si tratta delle imprese che devono fare i necessari investimenti oppure coprire il fabbisogno per la gestione corrente.

Abbiamo introdotto sopra il concetto di “domanda”: si tratta di un concetto chiave in economia, sul quale si sono basate anche molte teorie che hanno fatto scuola e continuano a farla. Il mercato è il luogo, fisico o virtuale, dove domanda e offerta si incontrano; chi richiede un bene o un servizio entra in contatto con chi lo offre e dal loro incontro si forma il prezzo.

 

Tradizionalmente si ritiene che se la domanda aumenta, ovvero se di un certo bene viene richiesta una maggiore quantità, il prezzo cresce perché alcuni dei richiedenti saranno disposti a pagarlo di più. Viceversa, se la domanda diminuisce, alcuni commercianti o produttori saranno disposti a praticare prezzi più bassi pur di vendere comunque.

Questa è, in estrema semplificazione, la “legge della domanda e dell’offerta”. Mentre l’offerta è determinata essenzialmente da aspetti tecnici inerenti la produzione (capacità produttiva, efficienza degli impianti, reperimento di materie prime, ecc.), la domanda guida il mercato a seconda del reddito e delle preferenze dei consumatori.

 

Maggiore è il reddito, maggiore sarà la domanda, ovvero la spesa per beni di consumo. E’ intuitivo che chi ha redditi più alti spende di più e quindi consuma di più. Si dice però che la propensione al consumo diminuisce al crescere del reddito: un milionario che abbia un reddito aggiuntivo di 1.000 Euro probabilmente spenderà di quel reddito meno di quanto spende un pensionato (al livello del minimo sociale) che si trovi a percepire la stessa somma. Questo perché inizialmente si dovranno soddisfare i bisogni primari e solo oltre una certa soglia, e a ritmi via via crescenti, ci potremmo permettere di risparmiare.

Il consumo è quindi uno dei motori di un sistema produttivo; l’altro è tipicamente l’investimento. Infatti la domanda aggregata è divisa in domanda per beni di consumo e domanda per beni di investimento.

supermarket-2158692_1280

 

Ci si rivolge al mercato per acquistare beni di consumo (siano essi necessari o voluttuari) e servizi di varia natura, ma anche per dotarsi di beni di investimento, attrezzature, macchinari, impianti, ovvero tutti quei beni che servono a produrne altri e che hanno una durata pluriennale.

Poiché il reddito altro non è che la domanda aggregata, ovvero la somma di tutti i beni e servizi che sono stati prodotti e scambiati in un certo periodo, possiamo esprimere la sua composizione – sempre in via di prima approssimazione – nella seguente espressione:

Y (reddito) = C (consumo) +  I (investimento)

 

Che è come dire che la domanda complessiva, e quindi il reddito, è dato dalla somma fra domanda di beni e servizi di consumo e domanda di beni di investimento.

Dal confronto fra le due espressioni riportate, emerge chiaramente che in una situazione di equilibrio

S (risparmio) = I (investimento)

 

Ovvero che il risparmio è uguale all’investimento. Ogni risorsa risparmiata, in altre parole, trova impiego in una forma di investimento; significa che quanto più un sistema economico riesce a risparmiare, tanto più è teoricamente in grado di far crescere, migliorare, rendere più efficiente e diversificare la sua capacità produttiva.

Un sistema ideale è dunque quello che “trasforma” ogni euro non consumato per la soddisfazione immediata dei bisogni in crescita della produzione, alimentando un circuito virtuoso di sviluppo. Risulta chiaro dunque il ruolo fondamentale delle banche e degli altri intermediari finanziari: ogni euro depositato in conto corrente o impiegato in altre forme viene “fatto lavorare” attraverso il finanziamento del sistema produttivo.

Abbiamo quindi individuato tre attività fondamentali dell’homo oeconomicus: il consumo, il risparmio, l’investimento. Ognuna di queste funzioni ha un ruolo chiave in economia ed influenza direttamente il reddito, ovvero – come abbiamo visto – la qualità della vita delle persone.

 

Ne parleremo nei prossimi articoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’A B C dell’economia: reddito e felicità

 

Robert Kennedy

 

Nel suo celebre “discorso sul prodotto interno lordo” del 1968, Robert Kennedy disse che

“il PIL misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Si riferiva naturalmente alla misura della felicità, che non può essere rilevata dal PIL. A prescindere da alcuni tentativi, francamente velleitari se non del tutto inutili, di individuare un indice che rappresenti il grado della felicità (chiamato “Felicità Interna Lorda”)[1], il PIL è un dato esclusivamente numerico che non riflette aspetti qualitativi.

Il PIL è la somma del valore in termini monetari di tutti i beni prodotti ed i servizi prestati in uno Stato in un certo intervallo di tempo. Quando si dice che il PIL in Italia del 2016 è stato pari a 1.680,5 miliardi di Euro, significa che  quello è il valore totale di tutti i beni e servizi prodotti e scambiati nel paese in quell’anno.

 

euros-billets-de-banque-1456099763Qt9

 

Tale misura serve a confrontare l’andamento della produzione nel tempo e nello spazio: ad esempio il PIL in Italia nel 2017 è aumentato dell’1,4% e (dati 2016) l’Italia è all’ottavo posto nella classifica dei paesi più industrializzati, prima del Brasile e dopo l’India.

Il concetto di “prodotto” equivale a “reddito”: ogni bene che viene prodotto e venduto incorpora il valore di tutti i fattori intervenuti nel processo: terra, lavoro, capitale, ma anche imposte ed organizzazione imprenditoriale. Per chi ha fornito questi fattori, il prodotto rappresenta dunque reddito, in quanto equivalente alla remunerazione ottenuta ed alle risorse acquisite.

Maggiore è il reddito, maggiore è la creazione di ricchezza per l’intero sistema. Più risorse sono a disposizione, più la gente è disposta a spendere per consumare ed investire. Questo crea necessità di aumentare la produzione dei maggior i beni e servizi richiesti e quindi più lavoro, più servizi pubblici, più occupazione.

L’aumento del reddito è quindi associato ad una situazione positiva per un sistema e ne determina lo sviluppo. Una situazione che naturalmente da sola non comporta – come diceva Kennedy nel discorso citato all’inizio – la felicità, ma che a parità di altre condizioni rende possibile un maggior benessere.

In primo luogo “felicità” è un concetto molto individuale, non generalizzabile. Non ha senso parlare di una “nazione felice”: piuttosto dovrebbe farsi riferimento ad una situazione di benessere diffuso che può costituire terreno fertile affinché le persone possano trovare la loro felicità.

declaration of ind USA

 

La Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio 1776 stabiliva a questo proposito che a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità come prerogativa inalienabile del cittadino. Si trattava di un principio costituzionale innovativo e rivoluzionario: le tavole della legge non imponevano solo obblighi e divieti ma, per la prima volta, stabilivano il diritto a ricercare la felicità.

Dal punto di vista dello Stato, questo comporta però l’obiettivo di ricercare le migliori condizioni sia materiali che di giustizia sociale affinché ciascuno possa perseguire il suo legittimo ed inviolabile diritto a ricercare la felicità.

E dal punto di vista delle condizioni materiali, non c’è alcun dubbio che l’ambiente più favorevole è quello in cui si sviluppa il reddito. Più risorse a disposizione, maggiori probabilità di soddisfare i propri bisogni. Ciò succede quando la produzione aumenta e la distribuzione del reddito avviene secondo criteri di equità e giustizia.

Produzione e distribuzione del reddito sono due concetti da tenere collegati: la crescita dell’uno non può essere disgiunta dal miglioramento dell’altro per avere uno stato efficiente ma anche giusto. L’aumento di produzione e di ricchezza senza una giusta distribuzione porta a concentrare le risorse in poche mani e, similmente, meccanismi di distribuzione assolutamente equi hanno poco senso se il reddito è inesistente.

 

Il viaggio nell’economia non poteva dunque che cominciare col concetto di reddito, che sta alla base dell’attività dell’homo oeconomicus.

 

Abbiamo parlato di reddito e ricchezza, ma è necessario fare una precisazione, in quanto i due termini sono concettualmente vicini ma non coincidenti.

Il reddito infatti è un flusso, mentre la ricchezza è uno stock.

Un flusso si misura in relazione ad un determinato periodo di tempo: si parla di reddito giornaliero, mensile, annuo. Uno stock invece fa riferimento ad un preciso istante: la sua valutazione è una fotografia scattata in un determinato momento.

Questa distinzione è fondamentale per comprendere i meccanismi fondamentali dell’economia. Il flusso misura, ad esempio, la quantità di acqua che esce da un rubinetto in un’ora (intervallo temporale); lo stock la quantità di acqua contenuta in un recipiente in un certo momento.

Flussi e stock sono intimamente e funzionalmente collegati, ma sono entità diverse: il flusso d’acqua in un’ora riempie il catino; la quantità di acqua contenuta nel recipiente è la risultante del flusso.

Il flusso è quindi un concetto dinamico, lo stock un concetto statico.

Il reddito (non consumato) va a incrementare o costituire la ricchezza di una persona, di un’azienda, di uno Stato. Esso si misura attraverso il conto economico, che espone il valore dei flussi di reddito (ovvero di costi e ricavi) in un anno. La ricchezza, e dunque il patrimonio, si valutano invece in un preciso momento, ad esempio alla fine dell’anno, attraverso lo stato patrimoniale, ovvero l’elenco degli elementi attivi (titoli, immobili, denaro, crediti…) e quello degli elementi passivi (debiti di ogni natura).

Allo stesso modo, nella contabilità di uno Stato o di un’azienda, i concetti di deficit e debito sono diversi e distinti. Il debito pubblico è lo stock risultante da tutti i deficit, che sono i flussi delle uscite al netto delle entrate stratificatisi nel tempo.

Si tratta di una distinzione di estrema importanza nel mondo economico e ad essa faremo continuo riferimento nei prossimi articoli.

 


[1] Derek Bok The Politics of  Happiness: What Government Can Learn from the New Research on Wll-Being; Princeton University Press, 2010.

L’A B C dell’economia: economia e finanza

economy-money

 

Si fa spesso una grande confusione fra economia e finanza, come se i due termini i fossero sinonimi. Cominciamo allora col distinguere i due concetti.

Le funzioni economiche primarie dell’uomo sono da sempre la produzione e il consumo. Anzi, la principale è da sempre quella del consumo, legata alla soddisfazione dei bisogni. Prima per la sopravvivenza, poi per altre tipologie più evolute di necessità vitali, legati alla sfera emotiva e intellettuale.

Il consumo di beni liberamente disponibili in natura non è ancora una funzione economica: per combattere la fame bastava raccogliere i frutti da piante e alberi o cacciare gli animali e nutrirsi della loro carne, per soddisfare la sete bastava bere l’acqua che sgorgava dalle fonti.

 

Quando ci si rese conto che i terreni potevano essere coltivati e gli animali allevati, facendo sì che i prodotti potessero essere disponibili nel luogo e nel momento in cui servivano, iniziarono le prime funzioni produttive. Alcuni si specializzarono nelle forme primordiali di agricoltura, altri nella caccia agli animali, e i beni necessari alla sopravvivenza degli altri abitanti delle comunità primordiali potevano essere scambiati.

 

Cominciarono così a delinearsi le funzioni economiche di base: produzione e scambio da una parte e consumo dall’altra; per rendere possibile lo scambio nacque e si sviluppò la moneta. Inizialmente come strumento di misura del valore dei beni e riserva per rinviarne al futuro l’acquisizione, poi come vera e propria accumulazione di ricchezza e di mezzi da conservare per l’utilizzo successivo.

Ciò che non si spendeva per il consumo immediato, poteva così essere messo da parte per essere speso in un momento successivo: ecco la terza funzione economica, il risparmio.

greek money

Parte della moneta o della ricchezza che si possedeva poteva infine essere utilizzata per acquisire i primi rudimentali attrezzi per la coltivazione o strumenti che rendessero più produttiva la caccia. In questo caso si poteva parlare delle prime forme di investimento.

Se con un salto ideale ci spostiamo ai giorni nostri, non è difficile a questo punto focalizzare e comprendere le funzioni economiche di base e il circuito dell’economia reale. Si tratta di tutto quello che ha a che vedere con la produzione e lo scambio di beni e servizi, con il consumo – sempre di beni e servizi –  per la soddisfazione dei bisogni, con il risparmio per l’accumulazione delle risorse destinate al consumo futuro e con l’investimento per l’acquisizione di mezzi di produzione.

Tutte queste attività costituiscono la parte reale di un sistema economico (dal latino res, ovvero “cosa”) e anche se la misurazione delle grandezze rilevanti è fatta in termini monetari, ciò che compone questo circuito sono i beni e i servizi.

L’altra “faccia della luna” è invece quella finanziaria, dove a circolare non sono i beni ma solo la moneta e i suoi derivati o sostituti. Il circuito finanziario nasce quindi idealmente come accessorio o strumentale a quello economico, ma col tempo acquisisce una sua marcata individualità e indipendenza, e si sviluppa in forme e sostanze che sempre meno hanno a che vedere con le funzioni economiche da cui è originato.

La cosiddetta “bolla finanziaria” è proprio l’eccesso di separazione della finanza dall’economia: una situazione in cui i flussi monetari non hanno più alcuna relazione con consumo, risparmio, investimento, ma vivono e si alimentano in maniera del tutto autonoma.

 

Quando è scoppiata la crisi dei subprime nel 2007, gli strumenti finanziari interessati erano i mutui ipotecari (mortgages) delle famiglie americane, nati per finanziare l’acquisto delle case di residenza. Le banche ed agenzie che avevano concesso questi mutui, per poter disporre di risorse aggiuntive ed aumentare ancora il volume dei loro prestiti, cedevano i crediti rappresentati da questi mutui ad altri operatori, che subentravano quindi nei confronti delle famiglie indebitate come creditori ai quali dovevano essere pagate le rate.

money-house

Ma i passaggi di titolarità di questi mutui non si fermavano qui: potevano essercene due o tre, venivano costruiti portafogli di mutui (alcuni buoni, altri meno) che le società finanziarie specializzate cedevano sul mercato  trasformandoli in titoli di credito (ABS, asset backed securities, ovvero titoli con collaterale o garanzia di beni reali, in questo caso gli immobili), con l’operazione che tecnicamente è definita cartolarizzazione (securitization), ovvero trasformazione in titoli.

Sul mercato circolavano così titoli obbligazionari che – ormai molto alla lontana – incorporavano le iniziali operazioni di mutuo residenziale. A ogni passaggio il valore dei titoli si allontanava sempre di più dal mutuo originario, e le caratteristiche di solvibilità del prestito (valore dell’immobile a garanzia, percentuale finanziata, tasso di interesse, puntualità nel rimborso da parte dei debitori) tendevano ad annacquarsi nella statistica dei grandi numeri.

Se si considerava ‘fisiologica’ una percentuale di insolvenza del 30 per cento, ad esempio, tutte le agenzie finanziarie intervenute nella catena garantivano il regolare rimborso di interessi e capitale anche se, per ipotesi, il singolo mutuatario non pagava una rata. Al momento di valutare quel portafoglio, infatti, veniva fatto uno sconto sul valore per togliere proprio quella componente che si riteneva a rischio di default. Fintanto che gli insoluti restavano sotto quella soglia, il castello reggeva.

Quando successe che molti debitori avevano difficoltà a pagare le rate, e le insolvenze aumentavano a macchia d’olio, le banche detentrici dei mutui iniziarono a vendere le case a suo tempo ipotecate a garanzia del credito. Ma in una situazione di crisi, in cui era impossibile collocare sul mercato un così grande numero di abitazioni perché non c’erano risorse disponibili, l’unico risultato fu un crollo generalizzato dei prezzi, e quindi del valore delle garanzia stesse.

Si aggiunga che, sull’onda della precedente espansione, per aumentare il giro di affari, i mutui erano stati concessi per importi molto vicini, e talvolta superiori, al valore degli immobili ipotecati. Il risultato fu che molti dei titoli ABS non venivano onorati alla scadenza delle rate, e i possessori delle obbligazioni si trovarono a loro volta a veder polverizzato il valore del loro investimento, che avevano creduto pressoché sicuro in quanto garantito dagli immobili.

La catena dei fallimenti si sviluppò a grande velocità e travolse una gran parte delle istituzioni finanziarie coinvolte: le prime furono le agenzie governative USA Fannie Mae e Freddie Mac, specializzate proprio in concessione di mutui ipotecari, e a ruota finanziarie, compagnie di assicurazione, banche.

Il resto è storia: l’allontanamento della finanza dall’economia reale aveva fatto sì che non ci fosse ormai nessuna correlazione fra il circuito reale (l’acquisto della casa da parte delle famiglie) e quello finanziario (l’enorme sovrastruttura costruita sui mutui).

 

Analogamente funzionano le “bolle speculative” in borsa: quando il valore di un’azione si allontana dall’andamento economico della società che l’ha emessa, e il suo prezzo riflette più la domanda di investitori attratti dal continuo aumento che le prospettive di reddito dell’azienda, basta poco per riportare il tutto alla realtà.

È quello che successe con le prime dotcom: società nate sull’entusiasmo del fenomeno Internet, i cui titoli venivano richiesti a prezzi folli, totalmente decorrelati al valore effettivo delle aziende.

Per questo occorre essere estremamente cauti con i fenomeni finanziari che non hanno una base effettiva nella produzione e scambio di beni e servizi, ma danno l’illusione di poter crescere all’infinito sospinte dalla domanda di investitori avidi e creduloni. E il riferimento ai bitcoin e alle criptovalute, delle quali ci occuperemo prossimamente, è tutt’altro che casuale.