Il migliore dei mondi possibili

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Si può discutere se, parafrasando il filosofo tedesco del XVIII secolo Gottfried Wilhelm von Leibniz, un sistema economico in crescita sia sempre e comunque “il migliore dei mondi possibili”. Oppure se il PIL (il prodotto interno lordo) sia sempre e comunque una misura del benessere, ricordando la nota affermazione di Robert Kennedy secondo la quale il PIL  “misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Certo è comunque che quando il prodotto di una nazione cresce, anche la sua ricchezza aumenta; se c’è più produzione e più reddito, sicuramente aumentano le risorse a disposizione e il lavoro. Per questo il test più usato per valutare l’efficienza di un governo o il successo di un’amministrazione è proprio il PIL: se questo cresce da un anno all’altro, è opinione comune che quel governo abbia fatto un buon lavoro, se diminuisce che non abbia invece avuto successo.

Ad esempio, in tutti i giudizi sull’amministrazione Trump negli Stati Uniti viene riconosciuto che è stata artefice di una formidabile crescita dell’economia, una delle più prolungate e consistenti degli ultimi decenni. Poi magari si può discutere se sia un bene che l’America si sia progressivamente isolata, che abbia messo in discussione rapporti storici e consolidati come quelli con l’Europa, che abbia fermato il processo di distensione con la Cina e di apertura dei commerci internazionali, che abbia innalzato muri all’immigrazione, che abbia favorito il riemergere di tensioni interne e spinte conservatrici quando non reazionarie.

Ma non si può non riconoscere che la ricchezza complessiva sia aumentata e che la disoccupazione sia praticamente scomparsa. Naturalmente si tratta di indicatori statistici, per cui – accanto a categorie di produttori che hanno visto crescere i propri profitti – ci sono stati anche ampi settori che hanno subito le conseguenze delle scelte politiche dell’amministrazione Trump, come ad esempio i produttori di soia che hanno visto crollare i prezzi del loro prodotto perché si sono bloccati i flussi commerciali con la Cina, maggior importatore mondiale.

E’ interessante allora chiedersi quali sono state le leve che hanno permesso questo boom economico, e in generale cosa può fare un governo per stimolare l’economia.

La risposta è, allo stesso tempo, semplice da descrivere e difficile da attuare. Semplice da descrivere perché si tratta dei tradizionali strumenti di politica economica a cui un governo può ricorrere per far crescere il sistema, ovvero la politica fiscale e la politica monetaria.

Difficile da attuare, perché ogni misura che venga utilizzata, come ogni farmaco, ha una serie di controindicazioni ed effetti collaterali che possono renderla inefficace o, addirittura, renderla controproducente. Ed è per questo che, ad esempio, in Italia è estremamente complicato far crescere il sistema con le stesse modalità.

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I fattori di successo dell’amministrazione Trump sono sostanzialmente: una politica fiscale generosa, caratterizzata da consistenti riduzioni di tasse e forti investimenti pubblici e aumento di spesa statale; e una politica monetaria espansiva, con molta liquidità immessa nel sistema e tassi tenuti molto contenuti.

In estrema sintesi, il reddito è composto dalla domanda per beni di consumo, proveniente dalle famiglie, e da quella per beni di investimento, proveniente dalle imprese e dalla pubblica amministrazione. I consumi crescono se aumenta il reddito disponibile, e questo succede se si riducono le tasse; gli investimenti crescono se diminuiscono i tassi di interesse (perché diventa più conveniente finanziare l’innovazione o aumentare le scorte) e se c’è un programma di spesa pubblica che si traduce in maggiori risorse disponibili sul mercato.

In America tutte queste leve sono state attivate con successo, in Italia nessuna di esse può essere introdotta senza effetti negativi, a parte la politica monetaria che però viene stabilita dalla Banca Centrale Europea a Francoforte. E qui solo la presenza forte di un Presidente come Mario Draghi ha consentito di mantenere a lungo un’impostazione espansiva, nonostante la netta opposizione tedesca storicamente contraria al contenimento dei tassi di interesse. La Germania, che non ha problemi di crescita economica in quanto il suo sistema produttivo è strutturalmente forte, teme il risorgere di un’inflazione che i bassi tassi di interesse potrebbero favorire e che in passato ha destabilizzato la nazione: basti pensare alla Repubblica di Weimar e alla mostruosa inflazione che minò alle basi il sistema e spalancò la porta alla deriva nazista.

Il meccanismo della politica monetaria espansiva è quello, in sintesi, dell’aumento della liquidità attraverso l’immissione sul mercato di massicce quantità di moneta. Questa avviene attraverso l’acquisto di titoli da parte della banca centrale. Essendo così abbondante il denaro in mano agli operatori, estremizzando il concetto, i prezzi delle attività finanziarie tendono a salire, per la nota legge della domanda e dell’offerta. Se il prezzo delle obbligazioni aumenta, i tassi automaticamente diminuiscono.

 

Se, per semplicità, prendiamo in esame le obbligazioni a tasso fisso, un aumento del loro prezzo comporta infatti una corrispondente diminuzione del rendimento effettivo. Un Treasury bond a 10 anni da 100 $ che ha una cedola annuale di 2,5, è quotato 100 quando il tasso di interesse è del 2,5%. Ma se il suo prezzo sale a 105, restando la cedola sempre invariata a 2,5 $, il suo tasso di rendimento effettivo diventa il 2,38%.

Con l’enorme mole di acquisti fatti dalle banche centrali europea e americana, anche se ci fosse un tendenza di mercato a far aumentare i tassi, questa verrebbe contrastata ed i tassi non aumentano. E’ esattamente quello che è successo in dicembre quando la Federal Reserve, la banca centrale americana, ha dichiarato che avrebbe fatto cessare il programma di politica monetaria espansiva (denominato Quantitative Easing, ovvero “facilitazione monetaria”) e i mercati sono crollati, obbligando la stessa Fed a correggere il tiro poche settimane dopo, annunciando in pratica: “scusate, ci siamo sbagliati” e rinviando al futuro il ridimensionamento dell’intervento.

Proseguiremo ad occuparci dell’argomento nei prossimi articoli.

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Cosa succederà nei mercati nel 2019?

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Certamente nel 2019 non sarà “tre volte Natale e festa tutto il giorno”, come cantava Lucio Dalla nel 2002 nella bellissima L’anno che verrà, ma qualche trasformazione è comunque ragionevole attendersela. Cerchiamo di capire cosa accadrà nell’anno da poco iniziato sui mercati finanziari o, meglio, cosa prevedono che accada gli analisti più accreditati al fine di dare indicazioni ragionevoli per investire al meglio il nostro risparmio.

Sarà una rassegna molto sintetica e necessariamente generica e cercheremo, volutamente, di evitare dettagli e tecnicismi, limitandoci a segnalare i macrotrends nei diversi segmenti di mercato.

L’anno passato è stato caratterizzato da una grande, e per certi aspetti inattesa, crescita dell’economia statunitense, che ha visto aumentare, insieme al reddito nazionale e all’occupazione, in primo luogo il mercato azionario. Ciò è attribuibile in larga misura agli sgravi fiscali adottati dall’Amministrazione Trump, anche se in alcuni periodi sono prevalsi i timori legati all’inasprimento dei rapporti commerciali con la Cina.

Il mercato azionario USA si è mantenuto molto sostenuto fino all’ultimo trimestre dell’anno, quando – il 3 ottobre 2018 – un’improvvida dichiarazione di Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve (la banca centrale americana, di seguito Fed), annunciò un’accelerazione della politica monetaria restrittiva, con l’intenzione di inasprire l’aumento dei tassi già deciso. Rispetto al livello massimo di tutti i tempi, raggiunto proprio quello stesso giorno, la borsa di New York iniziò da quel momento a precipitare e a farsi prendere dal panico. La discesa continuò fino alla vigilia di Natale, quando la Fed iniziò a mandare segnali opposti lasciando intendere che la linea sui tassi non era poi così rigida. Confortato dai dati rassicuranti sull’inflazione e dalla ripresa del negoziato tra Cina e Stati Uniti sulle politiche commerciali, il mercato ha iniziato quindi a riprendersi, acquistando velocità e sicurezza.

Verrebbe da riflettere su un sistema in cui il più importante mercato finanziario del mondo è così sensibile alle dichiarazioni di una singola persona, sia essa il Presidente degli Stati Uniti o della Fed. Ma tant’è, hic Rhodus hic saltus.

Ora dunque il mercato azionario USA appare abbastanza equilibrato e sembra che sia stata raggiunta una buona sintonia di intenti fra la Banca Centrale e la Casa Bianca: questo fa prevedere un periodo di relativa stabilità dei corsi.

Da un lato le azioni hanno raggiunto quotazioni inimmaginabili, con multipli elevatissimi dopo un così lungo periodo di crescita e si teme un rincaro dei costi di produzione e del costo del lavoro, fattori che penalizzerebbero il mercato. Dall’altro i risultati dell’esercizio 2018 sono stati generalmente superiori a quanto ci si aspettava (e altrettanto positivi si prevede che siano anche nel primo trimestre del 2019) e il clima delle relazioni con la Cina e i partner europei degli Stati Uniti è migliorato, fattori questi che portano a invece prevedere una crescita.

 

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Tutto ciò induce ad aspettarsi un 2019 in sostanziale equilibrio, anche se la volatilità si manterrà elevata, mentre per il 2020 gli analisti si attendono un netto peggioramento delle condizioni economiche.

A questo va aggiunto l’andamento del dollaro rispetto all’euro, che dall’attuale livello di 1,13 è previsto in crescita per tutto il primo trimestre fino a 1,10 (stiamo parlando del rapporto euro/dollaro che, quando aumenta, evidenzia un rafforzamento dell’euro e quando invece diminuisce un rafforzamento del dollaro) per poi ridiscendere a 1,20 per la fine dell’anno in corso.

Ciò significa che probabilmente investire oggi in azioni USA, al di là dei buoni dividendi che si incasserebbero, non porterebbe grandi guadagni perché il poco che si potrebbe realizzare dall’aumento di valore delle azioni (ammesso e non concesso, come si diceva sopra, che i corsi aumentino) lo perderemmo con un’evoluzione penalizzante del cambio.

Sul mercato azionario europeo pesano le incertezze in merito alla chiusura della vertenza sulla Brexit (il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione) e alle elezioni che in primavera andranno a definire il nuovo equilibrio politico del Parlamento Europeo, nel quale il peso dei movimenti anti-europeisti e sovranisti soprattutto in Italia, Austria e Olanda è un’effettiva spada di Damocle. Sul sistema economico continentale peserà inoltre il problema dei dazi doganali USA sul settore automobilistico, potenzialmente molto negativi. In Italia, nonostante l’insperato andamento positivo nei mesi di gennaio e febbraio, le incertezze sono ancora maggiori e la cautela è d’obbligo per evitare di scottarsi come è successo nel 2018.

Pressoché unanimi sono invece gli analisti nel prevedere una crescita dei paesi emergenti e in particolare di quelli asiatici, incluso il Giappone che dovrebbe continuare il percorso di uscita da una crisi profonda ormai ultradecennale.

Altrettanto concordi sono i pareri in merito al probabile apprezzamento, fra le commodities, di oro e petrolio, date le quotazioni particolarmente depresse che stanno registrando in queste settimane.

I mercati obbligazionari, sia da noi che dall’altra parte dell’Atlantico, dovranno comunque fare i conti con gli attesi aumenti dei tassi che le banche centrali stanno perseguendo un po’ dappertutto. Quando i tassi aumentano, i valori delle obbligazioni diminuiscono, per un effetto meramente matematico. Essendo i tassi in crescita, l’attesa è che i prezzi dei titoli obbligazionari, soprattutto quelli a tasso fisso, debbano scendere. Per questo, chi vuole investire in questo tipo di strumenti, dovrà tendenzialmente privilegiare quelli a tasso variabile e aspettare ad acquistare il tasso fisso una volta che i paventati aumenti dei tassi saranno avvenuti.

Per chi si cimenta con le valute, oltre a quanto si è detto del dollaro, sarà utile tenere d’occhio l’andamento della sterlina inglese e del franco svizzero. La prima, nel caso in cui si verifichi una Brexit “morbida” ovvero relativamente ordinata e senza scossoni – scenario che sembra prevalere fra gli analisti nonostante l’acceso dibattito in corso nel Parlamento inglese-, dovrebbe verosimilmente apprezzarsi sia rispetto all’euro che al dollaro.

Il franco svizzero, al contrario, è previsto in calo rispetto all’euro a causa dell’aumento dei tassi in Eurozona di cui abbiamo parlato sopra.

Dunque, riepilogando: azioni USA almeno per quest’anno ancora da tenere; azioni europee e italiane da maneggiare con cura ma da scegliere in modo selettivo; obbligazioni da evitare a meno che siano a tasso variabile; e per le valute: il dollaro in crescita fino a fine mese e poi in flessione per la fine dell’anno, sterlina con buone potenzialità se la Brexit sarà “morbida” e franco svizzero in flessione.

MIGRANTI: PROBLEMA O RISORSA?

 

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Abbiamo visto nei precedenti articoli come l’immigrazione sia un aspetto centrale della società occidentale di oggi, probabilmente il più importante, destinato a cambiarne i suoi connotati strutturali. L’invasione di moltitudini povere e affamate dalla periferia del mondo può essere vissuta come una minaccia ai fondamentali socio-culturali delle nostre comunità, oppure come una risorsa economica in grado di sopperire all’invecchiamento della popolazione. Può piacere o non piacere, ma l’impressione è che sia molto difficile, se non velleitario, opporsi a una tendenza che dà tutta l’impressione di essere epocale.

L’”invasione” dei migranti può essere percepita come un problema da risolvere innalzando muri e barriere, nel (vano) tentativo di mantenere integri e incontaminati i valori alla base del contratto sociale; oppure rappresentare il terreno ideale per mettere in pratica i principi di solidarietà e di altruismo di matrice religiosa oppure terzomondista.

 

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Come si vede, gli aspetti prevalenti, o almeno più pressanti, sono di natura sociale e culturale, e continueremo a parlarne nei prossimi articoli sul blog, ivi inclusi quelli di ordine pubblico connessi all’accoglienza e disciplina degli sbarchi, alle normative e regolamenti sui permessi di soggiorno, alle leggi sull’attribuzione della cittadinanza e a quelle che disciplinano l’impiego di lavoratori extra-comunitari.

In questo articolo e nel successivo, vorremmo cercare di fare invece una panoramica puramente economica, riepilogando le conseguenze che il fenomeno riveste a livello delle diverse funzioni primarie di produzione, consumo, risparmio, della spesa pubblica, del mercato del lavoro e dei mercati finanziari in generale. Esaminiamo dunque la sola parte che ha incidenza “numerica”, prescindendo da ogni altra considerazione ideologica, culturale e politica.

Del resto, molte delle potenze occidentali capitaliste si sono sviluppate a partire, e soprattutto grazie, al contributo degli immigrati che in alcuni casi, come in America nel XIX e XX secolo, hanno avuto un impatto non meno imponente di quello di oggi.

Gli Stati Uniti hanno costruito la loro fortuna economica proprio sugli immigrati, che provenivano inizialmente dalla vecchia Europa, sulla scia dei Pilgrim Fathers approdati nel 1620 con la nave Mayflower in Massachusetts.

 

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In seguito correnti di immigrazione consistenti sono arrivate dall’America Centrale e dal Sud America, e più di recente dall’Asia. Analogo andamento quello dell’Australia, della Nuova Zelanda, del Sud Africa e così via, destinazione di consistenti flussi di gente misera e disperata soprattutto dall’Europa anglo-sassone.

Se si pensa a cosa erano quei territori e gli abitanti indigeni prima dei massicci afflussi di queste popolazioni straniere, è difficile non parlare di “colonizzazione”.  Usi, costumi, tradizioni, credenze religiose diverse da quelle autoctone si sono rapidamente affermate e sono divenute prevalenti.

Ben pochi rimpiangono oggi il mondo degli indigeni nativi, che pure un vasto movimento di opinione si propone di preservare dall’estinzione; oggi però la situazione è ben diversa, diametralmente opposta: gli immigrati arrivano in comunità già ricche di storia e culturalmente consolidate.

Le correnti di immigrazione nel mondo occidentale sono tendenzialmente la causa della (quando esistente) crescita demografica delle nostre comunità. Popolazioni giovani e molto prolifiche, nonostante le misere condizioni economiche, si inseriscono in un contesto di popolazione in calo quantitativo e che sta rapidamente invecchiando.

Il rapporto fra cicli demografici e sviluppo economico, che passa attraverso la disponibilità e lo sfruttamento delle risorse disponibili, è alla base della teoria demografica malthusiana, dal nome del fondatore Thomas Malthus, economista britannico del Settecento. Tale teoria ha poi conosciuto, negli anni ’70 del secolo scorso, nuova popolarità dando origine alla corrente di pensiero del “neo-malthusianesimo”, chiaramente ispirata alle idee del fondatore, aggiornate sulla scia della crisi petrolifera di quegli anni.

Malthus attribuiva principalmente alla pressione demografica la diffusione della povertà e della fame nel mondo, cioè in sostanza allo stretto rapporto esistente tra popolazione e risorse naturali disponibili sul pianeta. Secondo il teorico settecentesco, l’aumento della popolazione procede in progressione geometrica, mentre quello delle risorse in semplice progressione aritmetica , per cui, in assenza di correttivi, la crescita demografica è un fattore fortemente destabilizzante e foriero di crisi.

I correttivi possono essere il controllo delle nascite, oppure eventi tragici quali carestie, guerre, epidemie.

Una delle obiezioni alla teoria di Malthus era che si sarebbero dovuti anche considerare i progressi tecnologici e l’aumento della produttività dei fattori nel tempo, grazie alla quale la quantità di risorse disponibili può comunque essere notevolmente incrementata nel tempo. L’esempio più eclatante è proprio quello del petrolio: contrariamente ai timori degli anni dell’austerity, abbiamo imparato che molte fonti energetiche possono essere utilizzate in alternativa all’oro nero, che la resa dei pozzi petroliferi è molto migliorata e il consumo energetico è stato sensibilmente ottimizzato in impianti e macchinari.

Come vedremo meglio nel prossimo articolo, non sempre l’aumento demografico è un fattore negativo da un punto di vista economico: per la teoria keynesiana, infatti, l’aumento della domanda aggregata (naturale conseguenza dell’aumento della popolazione) è esso stesso aumento del reddito.

 

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(1) La progressione geometrica è una serie di numeri in cui il rapporto fra ogni elemento e quello che lo precede è costante (ad esempio 2, 4, 8, 16, 32, 64 dove il rapporto costante, detto ragione della progressione, è pari a 2). La progressione aritmetica è una serie di numeri in cui la differenza fra ogni elemento e quello che lo precede è costante (ad esempio 2, 4, 6, 8, 10, 12 dove il rapporto costante, detto ragione della progressione, è pari a 2). Come si vede, la prima è molto più rapida della seconda (il sesto numero è 64, mentre nel secondo caso è 12).

Outlook sui mercati nel 2019

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Dedichiamo l’articolo di Natale di quest’anno ad uno sguardo, sia pure a volo d’uccello, ai mercati finanziari per cercare di capire cosa può fare il nostro investitore prudente e razionale nell’anno che viene. Sono più i rischi o le opportunità? Siamo al termine di un lungo ciclo espansivo o all’inizio di una nuova grande depressione?

A queste domande cerchiamo di rispondere con i (non poco preoccupanti, in verità) dati di fatto e con qualche ragionamento.

Come ben sanno gli investitori, a parte i fortunati o i bravissimi che hanno puntato le loro fiches sull’azionario dell’India e sul dollaro, quasi tutti i mercati nel 2018 hanno subito perdite, in molti casi anche molto pesanti. Per una strana congiunzione astrale, era da oltre un secolo, per la precisione dal 1901, che tutte le asset class non presentavano andamenti in flessione ed ovviamente siamo tutti qui a chiedercene il motivo.

Il bello è che lo scorso anno, di questi tempi, quando la situazione era totalmente opposta ovvero quando tutte le classi erano in crescita, a nessuno veniva in mente di chiedersi il perché e la cosa sembrava totalmente naturale.

Grazie alle politiche restrittive delle banche centrali, in primo luogo Federal Reserve e BCE, i tassi base (sulle medie e lunghe scadenze) sono aumentati. Anche il premio al rischio e il costo del credito sono cresciuti e questo ha contribuito a far crollare i prezzi di tutte le obbligazioni.

Le azioni, dal canto loro, avevano raggiunto valori fuori da ogni logica dopo mesi di crescita sostenuta e con i dati degli andamenti economici (fatturato e utile delle imprese) in flessione: lo spillo ha iniziato a bucare la bolla.

Più o meno tutte le materie prime – a partire da oro e argento – hanno avuto prezzi in discesa ripida, in alcuni casi (come caffè, petrolio e soia) hanno raggiunto i minimi decennali. E tutte hanno visto incrementare la volatilità e l’instabilità, come nel caso del gas naturale che ha “regalato” un picco di oltre il 20% in un giorno. Roba mai vista, che ha fatto scomparire molti piccoli trader dal mercato sotto i colpi dei margin call[1].

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Stessa sorte per chi si dilettava di forex trading online[2]: grafici in fibrillazione con movimenti giornalieri in escursione anche del 10%.

La volatilità dei mercati è stata poi accentuata dall’instabilità innescata dagli eventi di politica estera delle maggiori potenze e dalle tensioni fra Stati.

La maggiore è stata quella originata dall’imposizione di dazi doganali, per la verità più annunciata che effettivamente realizzata, da parte degli Stati Uniti sui prodotti importati dalla Cina. Un certo peso hanno avuto, a inizio anno, anche i venti di guerra fra USA e Corea del Nord, per non parlare della Brexit e dei rapporti spesso tesi di Washington con il gigante russo.

Non sono mancate crisi regionali, come quella Ucraina e la Turchia, da tempo appesantita dalla deriva totalitaria.

Infine i problemi interni della Francia, con la rivolta dei gilet gialli, e dell’Italia, con il braccio di ferro con l’Unione Europea sulla legge di bilancio e le spinte sovraniste della coalizione al governo del paese.

Tutti elementi negativi per la buona salute dei mercati, ma quasi sempre più a livello di minaccia e di sentiment che non di effettiva causalità. Vedendo dall’alto, era come se i diversi attori si divertissero a danzare sul ciglio di un burrone, dove bastava che uno cadesse per trascinare anche gli altri. Poi le crisi rientravano e si tirava un sospiro di sollievo fino alle successive. Ma ogni volta che i mercati scendevano, il crollo era brusco e intenso e alla ripartenza il recupero era sempre molto parziale.

La logica dell’investitore, in questo tipo di mercati, non era più quella di comprare sui ribassi per rivendere nei rialzi, ma di cercare di tornare in linea di galleggiamento e restare liquidi. Per questo, al primo cenno di crescita, il mercato veniva intasato dalle vendite e il titolo si fermava o tornava a scendere di nuovo.

In una situazione del genere, il consiglio per chi si trova con titoli in perdita, è quello di seguire molto attentamente l’andamento dei mercati e, appena possibile, vendere anche in pareggio o con piccole perdite. Se si è comprato con raziocinio (titoli di società che producono e guadagnano con la loro attività), prima o poi il prezzo si allineerà all’effettivo valore e intanto si possono incassare cedole e dividendi.

Chi invece dispone di liquidità, per il momento farà bene ad aspettare ancora prima di fare nuovi acquisti e non lasciarsi tentare da prezzi a saldo. Perché, come diceva Groucho Marx, quando siamo arrivati al fondo, si può sempre iniziare a scavare.

 


 

[1] Nel trading online si acquistano e vendono perlopiù strumenti derivati (futures, opzioni e simili) bloccando solo parte delle quantità movimentate, ovvero ricorrendo alla leva. Quando l’operazione diventa negativa e la perdita supera un determinato ammontare, la banca richiede un’integrazione del margine (cioè ulteriore versamento di denaro) o la chiusura dell’operazione stessa, rendendo la perdita definitiva. In quest’ultimo caso, peraltro, si accelera quello stesso movimento di mercato che aveva provocato la perdita: se i titoli stavano scendendo, la loro vendita provoca ulteriori cali in un circolo vizioso.

[2] Il forex trading è la compravendita con finalità speculativa di valute estere: In genere si opera su coppie di derivati (futures), comprandone una e vendendone un’altra in modo da guadagnare se quella comprata aumenta e quella venduta diminuisce.

IL LAVORO NELL’ERA DI INTERNET E POST-INDUSTRIALE

Contributo di Manlio Lo Presti (*)

Come abbiamo fatto diverse volte il passato, quando si trattano argomenti complessi o che hanno diverse chiavi di lettura, ospitiamo alcuni contributi esterni che possono aiutare il lettore a farsi un’idea più articolata e circostanziata.
Lo facciamo anche in questa mini-serie sul lavoro, con gli interventi di Manlio Lo Presti, studioso di problemi socio-economici in quanto protagonista di attività sindacale per decenni nel settore creditizio, di Claudio Delli Bovi, giovane ingegnere elettronico che lavora a uno dei progetti più interessanti e “futuribili” di Amazon; e con un’intervista a Domenico De Masi, affermato sociologo presente continuamente nei più diffusi mass-media e a lungo insegnante universitario e preside di Sociologia.
Questi contributi esterni verranno alternati con i consueti articoli del blog sia sullo stesso tema del lavoro, sia su altri argomenti dei quali usualmente ci occupiamo, dalla finanza all’economia. La mini-serie ci accompagnerà in tutto il corso dell’estate.
Cominciamo questa settimana con Manlio Lo Presti, che ci regala la sua lettura dell’evoluzione (o meglio, in questo caso, dell’involuzione) del fenomeno lavoro sul tessuto economico della nostra società.

Buona lettura, dunque.

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Il concetto di lavoro è molto cambiato nell’era di internet e post-industriale
di Manlio Lo Presti

 

In un sistema che si ispira ai principi democratici, il lavoro è la risultante dei rapporti di forza fra le parti sociali coinvolte (Governo, Organizzazioni sindacali, Organizzazione dei datori di lavoro).

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Lo Stato agisce da equilibratore affinché il confronto negoziale fra le parti appena accennate non scivoli in un conflitto sociale che possa pregiudicare la “tenuta sociale del Paese”.
I rapporti di forza sono altresì determinati dalla variabile tecnologica che ad ogni sua innovazione, spariglia le carte in tavola rendendo vano il paziente e non facile lavoro di cooperazione e di negoziazione. Gli economisti hanno chiamato questo fenomeno “progresso tecnico”: un fattore che da sempre distrugge professionalità per crearne altre.
Il progresso tecnico espande le proprie possibilità oltre i confini nazionali tradizionali, confini che cerca di eliminare per realizzare appieno la sua funzionalità a livello planetario.

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Molte volte sentiamo parlare che le nuove tecnologie producono nuovo lavoro, ma il numero degli addetti è sempre inferiore al numero di occupazioni precedentemente eliminate dai nuovi processi produttivi. Insomma, non esiste un rimpiazzo alla pari. La differenza in eccesso che fine fa dunque?
La massa di espulsi dai nuovi cicli produttivi va ad incrementare le legioni di disoccupati da crisi economica che costituiscono un problema umano rilevante ma anche una miccia per rivolte sociali, precarietà e diseguaglianza.
Tre requisiti che conducono alla fine della tenuta sociale di un sistema-Paese. Il “lavoro”, come attività economico-tecnica per la creazione e/o produzione di beni e di servizi, è un concetto piuttosto recente nella storia umana. Per le sue ricadute spesso disastrose sulle strutture sociali e sui sistemi-Paese, il progresso tecnico è un fattore di caos il cui potenziale innovativo produce vantaggi che sono inferiori ai costi umani che provoca. (http://www.bpp.it/Apulia/html/archivio/2005/III/art/R05III014.htm ).

Per le scuole economiche liberiste, il lavoro umano è uno degli strumenti della produzione. Per i datori di lavoro produttori di beni e servizi, il lavoro è soggetto ad una selezione brutale e darwiniana come quella in atto per le macchine, alla ricerca della combinazione “ottima” che crei profitto. Per la politica, il lavoro è un elemento di consenso che porta incremento elettorale. Per i sindacati, la massima occupazione allarga il numero degli iscritti e la loro contribuzione.

Per la Costituzione è fondamento della tenuta sociale e identitaria di un popolo (l’ex giudice G. Colombo aggiunse un’altra sfumatura semantica alla parola). Per il cittadino, il lavoro è il fondamento della propria autonomia economica, del riconoscimento sociale, della propria capacità di essere utile e capace di creare valore.

L’evoluzione tecnetronica, di cui internet è il punto di partenza, sta travolgendo questi differenziati punti di vista del lavoro che diventa una attività a ciclo continuo senza rispettare orari, festività, nazioni, lingue. Il lavoro sta diventando sempre più una attività orientata al cottimo, con reclutamento degli operatori sempre più in stile “caporalato” della chiamata diretta e dove il singolo non ha difese di fronte alla struttura titanica che dovrebbe assumerlo. Il futuro del lavoro- se non cambia qualcosa – è tutto qui!
Manlio Lo Presti
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MANLIO LO PRESTI, nato a Messina nel 1954, ha avuto svariate esperienze professionali. Ha lavorato in Agip Petroli per poi approdare al mondo delle banche dove ha prestato servizio per 37 anni percorrendo tutti i gradi fino ad un livello medio alto. È stato dirigente sindacale nel mondo creditizio con incarichi sempre più impegnativi e ha avuto esperienze di formazione professionale come docente, anche fuori dal perimetro creditizio. Spinto da irrefrenabile curiosità che lo fa sentire un eterno apprendista, si è interessato da sempre alle tematiche della filosofia, della storia, del pensiero economico e del pensiero politico ed è, non solo per questo, un accanito lettore in tutte le condizioni e latitudini. Ritiene che i mezzi informatici e la Rete fossero ulteriori veicoli di conoscenza e di scambio di informazioni, come pure un efficace mezzo di confronto delle proprie idee con quelle degli altri: è da tempo presente nella Rete con il sito http://www.dettiescritti.com

FARE E DISFARE E’ TUTTO UN LAVORARE

Il lavoro al tempo di Internet

Dopo aver tanto discettato di moneta e finanza, torniamo a parlare di quello che è veramente il fulcro dell’economia ed il punto centrale di tutte le analisi socio-politiche e ambientali: l’uomo. Più in particolare, ci concentreremo sull’attività più storicamente e culturalmente connaturata all’uomo, ovvero il lavoro.

 

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Difficile non pensare, per chi ha una formazione cattolica, che il concetto di lavoro nasce come punizione per l’uomo, resosi colpevole di fronte a Dio per aver commesso il peccato originale. Dal paradiso terrestre alla fabbrica e all’ufficio: questo il percorso che il genere umano ha dovuto intraprendere per aver mangiato il frutto proibito.

 

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Oggi il lavoro è considerato la base del “contratto sociale”, il complesso di regole e consuetudini che assicura la pacifica e fruttuosa convivenza di tutte le persone. In Italia, il lavoro potrebbe definirsi addirittura il fondamento costituzionale della Repubblica se si considera che l’art. 1 della Costituzione recita L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Pensare che il nostro Paese sia fondato su un’attività – il lavoro appunto – che esclude il 30 per cento dei giovani dà un’idea della precarietà e forse anche del paradosso della situazione italiana.

Il lavoro che oggi ancora faticosamente resiste è quello legato ad un mondo in via di rapida obsolescenza: attività agricola, manifatturiera o commerciale; contratti a tempo indeterminato; regole chiare; garanzia per le parti più deboli. Molto di tutto questo – formatosi nel corso della storia, fino al punto di massimo sviluppo con lo Statuto dei Lavoratori del 1970, è stato spazzato via dalla grande crisi iniziata nel 2007, ma la vera rivoluzione è stato l’avvento della società digitalizzata.

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Intere categorie di lavoro sono state di fatto cancellate dall’avvento dell’era informatica. Molti, se non tutti, dei lavori di natura ripetitiva e a basso contenuto creativo, sono scomparsi o stanno scomparendo, sia perché intere aree di business sono ormai fuori mercato, sia perché procedure e macchine automatiche sono spesso in grado di svolgere gli stessi lavori con maggiore precisione e senza lamentarsi della fatica e dell’alienazione, né lottare per i propri diritti.

Gli esempi al riguardo non mancano. Così come l’avvento dei frigoriferi decretò la fine di un nobile mestiere quale il commercio e trasporto del ghiaccio, nell’era digitale il servizio postale tradizionale, al quale venivano affidate le missive e le comunicazioni, è stato sostanzialmente sostituito dalla posta elettronica.

Inoltre, nella catena di montaggio di qualunque fabbrica, gli operai addetti a lavorazioni faticose e ripetitive sono in gran parte, e quasi ovunque, rimpiazzati da macchine automatiche.
manuf_1Allo stesso tempo, molti lavori sono stato creati, spinti dalle nuove possibilità offerte dalla tecnologia e dai nuovi bisogni che si sono affermati. Per non andare troppo lontano, proviamo a fare un esercizio di fantasia, immaginando tornare indietro alla fine del secolo scorso (neanche una generazione prima) e di dover spiegare a una persona mediamente informata quale fosse il business di giganti del mercato quali Apple, Facebook o Google. Oppure se conoscessero mestieri quali l’influencer, il facilitatore di affari o il video-designer.

In fondo, si potrebbe dire, questa è la storia di sempre per il genere umano: mestieri che scompaiono, mestieri che nascono, ricchi che diventano poveri e nuove fortune che si creano dal nulla.

In realtà questa volta è diverso: inutile chiedersi se sia migliore o peggiore, ma decisamente e irreversibilmente diverso.

Intanto perché il rapporto di sostituzione fra lavori che scompaiono e nuovi lavori non è mai 1 a 1 e, conseguentemente, si distruggono sempre molti più posti di lavoro di quanti non ne vengano creati.

Poi perché è cambiato il peso del fattore-lavoro nel sistema economico: dai tempi di Marx, secondo il quale il valore delle cose era dato dal lavoro che esse incorporavano nel processo produttivo, molta acqua è passata sotto i ponti.

Oggi i giganti del mercato borsistico mondiale e le maggiori società per fatturato hanno relativamente pochi dipendenti: per gestire il volume d’affari di soggetti quali Uber o AirB&B sono necessarie poche persone e la produttività del lavoro è stratosferica. La più grande azienda di trasporto di persone (Uber) e di ricettività locativa (AirB&B) non possiedono né un’automobile né un albergo.

I giganti di una volta (Ford, General Motors, Wallmart) avevano un esercito di dipendenti. Le maggiori aziende erano tutte fortemente labour intensive, ovvero ad alta intensità di lavoro.

Poi è stata la volta di aziende capital intensive, ovvero ad alta intensità di capitale: era il caso della grande industria manifatturiera, per quanto riguarda il capitale tecnico, ma anche dell’industria finanziaria, in termini di capitale economico.

Oggi una delle maggiori società del mondo per volume d’affari, la Apple, è nata in un garage dall’idea geniale di un visionario; ed un’altra, Facebook, in un college universitario americano dalla creatività di uno studente che voleva creare un luogo virtuale di incontro con i colleghi. lavoro_2

 

Ne consegue che i connotati del lavoro, oggi, sono ben diversi da quelli di qualche decennio fa e, ancor più, da quelli del dopoguerra quando venne scritta la nostra Carta Costituzionale.

Dunque ha ancora senso parlare oggi di una società “fondata sul lavoro”? Ed esiste ancora una classe operaia stile “Cipputi” alienata dal lavoro e sottomessa alla tirannia padronale?

A queste, e ad una serie di altre domande, cercheremo di rispondere nei prossimi articoli del blog, con l’aiuto di Manlio Lo Presti, blogger e opinionista affermato con un passato di impegno attivo nel sindacato, e di Domenico De Masi, il sociologo del lavoro più conosciuto in Italia, teorizzatore del cosiddetto “ozio creativo”.

Ci farebbe piacere che i lettori partecipassero alla discussione su questo argomento, proponendoci i loro punti di vista e le loro osservazioni, alle quali cercheremo di rispondere in modo chiaro e sintetico, perché quella del lavoro è senza dubbio la sfida del nostro futuro.

Buona lettura dunque!

 

Scalate ostili, OPA et similia

E’ notizia di qualche settimana fa la scalata dei francesi di Vivendi a Mediaset, azienda quotata italiana e gigante delle comunicazioni. La cosa ha suscitato interesse e scalpore, e sui media nazionali – non sempre completamente neutrali sul tema – è stata descritta come un assalto da parte dell’invasore straniero che viene a depredare il paese di uno dei suoi asset più importanti.

La scalata (bid) é in realtà un’operazione connaturata al sistema di mercato, incentrato sulla borsa. Ciò che da noi la rende inusuale  é piuttosto il fatto che in genere si é preferito, in casi analoghi del passato, aggirare il mercato e ricercare operazioni “amichevoli” attraverso accordi diretti con gli azionisti di maggioranza.

Questo tipo di operazioni sono forse più eleganti e anche meno dispendiose per gli scalatori, ma certamente meno “amichevoli” nei confronti degli azionisti di minoranza. La legge che rende obbligatoria l’offerta pubblica di acquisto (OPA) al raggiungimento della soglia di partecipazione del 30% serve proprio a tutelare questi ultimi, in genere definiti come “parco buoi”, e come tali normalmente trattati nel nostro mercato. Vediamo di che si tratta, mantenendoci sulla sostanza e lasciando da parte i tecnicismi giuridici ed economici.

Il mercato delle azioni (la borsa) ha una duplice funzione:

  • per le società serve a reperire capitali di rischio e a limitare le risorse da impiegare da parte del soggetto economico (l’imprenditore);
  • per i risparmiatori serve a trovare forme di impiego del loro denaro che siano prontamente liquidabili all’occorrenza e contando (oltre che sul dividendo) soprattutto su un aumento di valore nel tempo dell’azienda.

 

Un’azienda brillante e di successo consegue redditi, e distribuisce profitti agli azionisti, ma principalmente aumenta di valore, ovvero tende a incorporare nel prezzo delle proprie azioni i flussi di cassa futuri che andrà a distribuire. Non solo: dal punto di vista di un’azienda concorrente o di una che opera nello stesso settore o in settori analoghi magari all’estero, il valore di quella società può essere anche maggiore, nella convinzione che una fusione fra le due realtà possa generare sinergie individualmente non realizzabili. Oppure che il cambio di management renda l’oggetto del desiderio (target) ancora più redditizio.

Abbiamo detto in un precedente articolo che il prezzo di un’azione rappresenta il valore che il mercato attribuisce in un certo momento a quella società, ovvero la sua capitalizzazione di borsa (valore totale delle azioni emesse). Se supponiamo che una Società X abbia dieci milioni di azioni in circolazione e ciascuna azione é quotata 10 Euro, significa che il mercato “valuta” quella società 100 milioni. Se un concorrente estero, supponiamo Y, é convinto che fondendo X ed Y, il valore della nuova realtà sia 150 milioni oltre al valore corrente di Y, egli sarà disposto a pagare quelle azioni fino a 15 Euro l’una.

Come può muoversi allora il nostro Y (lo “scalatore” o raider) per acquisire il controllo di X (lo “scalato” o target), ammesso che abbia le risorse necessarie (o sia in grado di procurarsele, ad esempio attraverso il debito o un aumento di capitale)?

Il metodo “amichevole” consiste nell’accordarsi con gli azionisti di maggioranza di X, che per semplicità supponiamo controllino la società al 60% (in realtà basta molto meno per avere il controllo di una società quotata), ovvero possiedano 6 milioni di azioni delle 10 totali. Poiché il pacchetto attribuirebbe ai compratori la disponibilità dell’azienda, in teoria essi potrebbero offrire fino a 110 milioni di Euro per quel pacchetto (cioè 150 meno il prezzo delle altre azioni), che come abbiamo visto in borsa ne vale 60. Ciò significa che Y potrebbe pagare ai soci di maggioranza di X ben 18,3 Euro ad azione, contro i 10 della quotazione ufficiale.

Se le cose andassero così, per Y nessun problema (paga quanto sarebbe stata disposta a spendere comunque, e ogni Euro in meno che riesce a scontare ai venditori è minor costo), per i soci di maggioranza ci sarebbe un maxi guadagno, mentre i soci di minoranza (i detentori del residuo 40% del capitale di X) verrebbero in sostanza ingiustamente privati di un utile che avevano contribuito a generare con il loro investimento iniziale.

Per evitare questa asimmetria, la legge dispone che, al raggiungimento della soglia del 30% di partecipazione, lo “scalatore” debba obbligatoriamente comprare alla media degli ultimi prezzi pagati anche tutte le altre azioni che gli venissero offerte. Nel nostro caso, gli azionisti di minoranza potrebbero quindi consegnare i lori titoli all’offerente ricavando 18,3 Euro ad azione anziché i 10 che il mercato quotava prima della scalata.

Ovviamente l’esempio che abbiamo fatto è solo teorico, perché chi dispone della maggioranza assoluta di una società è al riparo da ogni scalata, salvo l’offerta di un prezzo talmente alto da non poter essere rifiutato. Ma poiché le società quotate di grandi dimensioni si possono controllare anche col 30% o anche meno di partecipazione (ed è per questo che il limite di OPA scatta a questa soglia), in tal caso si trovano contrapposti i due blocchi della maggioranza preesistente e degli scalatori, che in genere sono pressoché equivalenti in termini di partecipazione. E’ proprio qui che scatta l’ostilità.

A ben vedere, quindi, quanto più la scalata è “ostile” tanto più gli azionisti di minoranza possono guadagnare dal loro titolo. Viceversa, se un’operazione fosse fatta totalmente fuori borsa, in modo amichevole fra gli “scalatori” e gli “scalati”, il parco buoi neanche se ne accorgerebbe.

In questi casi poi le operazioni sovente si complicano perché sono ammesse e disciplinate “controopa”, ovvero offerte pubbliche concorrenti con prezzo al rialzo, e divieti per la società target di effettuare operazioni straordinarie in corso di OPA.

Ma la sostanza del discorso non cambia: solo con operazioni di mercato trasparenti si può estendere il beneficio della scalata anche agli azionisti di minoranza.

Poiché l’obbligo di OPA scatta alla soglia del 30%, e dato che questo tipo di scalata è molto onerosa, in genere chi vuole acquisire il controllo di un’azienda si ferma al 29,9% (è appunto il caso di Vivendi), e a quel punto l’operazione viene allo scoperto e il corso del titolo si allinea al presumibile prezzo di offerta.

Per rastrellare le azioni fino a quel punto, i raider (scalatori) accorti frazionano gli acquisti in un intervallo di tempo sufficientemente lungo perché non si producano aumenti improvvisi del prezzo non altrimenti spiegabili. Se trapelasse la loro intenzione in questa fase, molti operatori attenti potrebbero dar corso ad acquisti in borsa, col risultato che il prezzo dell’azione lievita fino a raggiungere, in casi estremi, il livello obiettivo, superato il quale l’acquisizione non risulta più conveniente.

Per questo è fondamentale, per il successo dell’operazione, un rigido controllo delle informazioni per evitare fughe di notizie che potrebbero pregiudicare l’esito del bid.

 

Il Fattore Umano – le variabili demografiche

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Fino ad ora abbiamo parlato di molti fattori che influenzano o sono suscettibili di influenzare le scelte di investimento o le decisioni imprenditoriali e aziendali. Abbiamo tuttavia solo sfiorato quello che in realtà è l’elemento più importante di tutti: il fattore umano. Ora, se è di tutta evidenza la sua rilevanza nell’attività di impresa e ancor di più, se possibile, nel caso in cui si voglia dar vita a una start-up, esso può, e vedremo in che modo, incidere in maniera significativa anche sulle decisioni di investimento.
Come al solito, per il metodo che ci siamo dati, seguiamo in parallelo i due punti di vista: quello delle tendenze macro (i megatrends) e quello più di dettaglio e particolare (mini o micro trends). Sotto il primo profilo, quello di cui ci occupiamo in questo articolo, esamineremo dunque le variabili demografiche.
La dinamica dell’invecchiamento della popolazione, i tassi di crescita dello sviluppo e dell’istruzione, i flussi di persone che migrano da sud a nord sono tutti aspetti decisivi in entrambe le scelte: in cosa possiamo investire con successo il patrimonio? Come organizziamo l’attività produttiva? In quale settore o mercato lanciamo una nuova iniziativa imprenditoriale?
Nella storia dell’uomo, almeno fino alla rivoluzione industriale, i cicli economici avevano durate molto lunghe ed erano in gran parte originati, e a loro volta determinavano, crolli o esplosioni demografiche. Il ciclo domanda-lavoro-prodotto-uomo-consumo-domanda aveva un punto di rottura proprio negli eventi epocali demografici: carestie, epidemie, disastri naturali, guerre. Questi eventi determinavano uno shock nel sistema produttivo quasi integralmente basato sul settore primario, costituito cioè da agricoltura e estrazione di minerali.
Meno popolazione significava meno braccia nei campi e in miniera, minor produzione di derrate e metalli, prezzi in crescita, difficoltà di sopravvivenza, ulteriore calo di popolazione: poi gradualmente, finito l’evento tragico, il ciclo si invertiva fino al successivo punto di rottura.
Non molto diversa la dinamica nel periodo industriale, salvo un sensibile accorciamento dei cicli perché – come insegnava Keynes – un aumento della domanda innesca un meccanismo moltiplicativo sul reddito. Al settore primario si affiancava e si sovrapponeva il settore secondario (quello della trasformazione) e la produttività del lavoro (quante unità di prodotto, quanti dollari di fatturato per ogni dipendente) diventava un elemento chiave. Meno persone potevano realizzare la stessa quantità di prodotto grazie all’aiuto delle macchine e la dinamica demografica veniva, almeno fino a un certo punto, compensata con la produttività. Ma questo valeva solo in termini quantitativi: sappiamo che le grandi industrie attraevano forza lavoro e di questa avevano bisogno. Allo stesso tempo la domanda, e quindi lo sviluppo e la crescita, si concentravano nelle aree industrializzate.
In epoca post-industriale il settore prevalente tende invece ad essere il terziario, quello dei servizi. Le variabili demografiche sono ancora importanti, ma stavolta in senso qualitativo: conta l’età media della popolazione, il livello culturale, i cambiamenti di abitudini e preferenze, la qualità della vita, l’efficienza del mercato e così via. La produzione tende a spostarsi dove la forza lavoro costa meno, la domanda si sposta dai prodotti di sussistenza (cibo, assistenza medica, riscaldamento) alla soddisfazione di bisogni diversi: culturali, estetici, di realizzazione, di status, di relazione, di sicurezza.
Queste tre fasi che hanno caratterizzato il ciclo economico dell’Occidente negli ultimi secoli oggi coesistono nel mondo, le troviamo in luoghi diversi ma contemporaneamente e, siccome le informazioni circolano, la popolazione si sposta da un luogo all’altro: non è però la produzione a richiamare le masse, ma la ricchezza. Nella fase industriale le persone andavano dove erano le fabbriche e quindi il lavoro; oggi vanno dove è la ricchezza. L’obiettivo non è lavorare, ma stare bene o, comunque, meglio di come si sta.
Quali sono i megatrends demografici del mondo occidentale dunque?

 
La popolazione invecchia perché migliorano le condizioni di vita e gli eventi catastrofici, pur presenti, sono meno devastanti sul sistema economico

 

• Il livello culturale cresce e una serie di nuovi bisogni si afferma: conoscenza, arte, viaggi

 
• Le masse si spostano da sud a nord alla ricerca di ricchezza

 
• I cicli demografici si sono accorciati: mentre prima il tempo di una generazione era mediamente 25 anni, oggi è molto più breve, quindi coesistono molte più generazioni di una volta, ognuna delle quali interviene sul mercato prima come compratore e, solo in misura minore, come produttore/forza lavoro

 

Dobbiamo allora tenere presente, anche se ad alcuni potrà non piacere, la lezione della Walmart, l’azienda che gestisce supermercati e punti vendita al dettaglio in tutti gli Stati Uniti: da quando, il 2 luglio 1962, Sam Walton fondò l’azienda a Betonville, cittadina di circa 40.000 abitanti in Arkansas, l’azienda che gestisce supermercati e punti vendita al dettaglio è la più grande multinazionale del mondo con 2 milioni e mezzo di dipendenti e quasi 500 miliardi di dollari di fatturato di cui due terzi negli Stati Uniti.
L’intuizione del fondatore fu che nel commercio il soggetto prevalente è il consumatore, per cui il suo obiettivo è stato quello di abbattere, grazie anche alle dimensioni e alle economie di scala, il costo dei prodotti comprimendo al massimo i salari e il costo del lavoro. Lavoratori sottopagati e consumatori soddisfatti: questa la ricetta del successo. Il fattore umano rilevante è il cliente, non il lavoratore; anche perché a sua volta il lavoratore è cliente e potrà avvantaggiarsi dei prezzi dei prodotti più bassi.
Per gli investitori, la lezione che possiamo trarre da questi megatrends demografici è quindi: mettete nel vostro portafoglio strategico titoli sensibili alla domanda di persone anziane, colte e ricche e alla domanda dei newcomers (i neo arrivati).
Per gli imprenditori attuali o potenziali: pensiamo a beni o servizi che siano utili a soddisfare bisogni evoluti, prepariamoci a sostituire o affiancare lo Stato in una serie di funzioni che in prospettiva non potrà più svolgere, dal welfare all’istruzione, dalla sanità ai servizi pubblici. Questo è un messaggio forte anche per il non-profit, che ritengo possa avere un ruolo importante nel futuro.


 

Dopo 30 giorni dalla nascita di questo blog, ci tenevo a ringraziare di cuore le oltre 1200 persone che hanno visitato il mio blog e tutti coloro che si sono iscritti alla mia newsfeed lasciando il loro indirizzo mail. Numeri stimolanti ed importanti, che mi incoraggiano a proseguire con ancora più passione ed attenzione nei confronti dei temi che mi/vi interessano di più. A tal proposito, se avete dei consigli, suggerimenti o contributi per alimentare la discussione sugli ultimi articoli pubblicati, non esitate a contattarmi commentando, scrivendo oppure collegandovi al mio profilo LinkedIn!

Del petrolio, cigni neri e altre storie

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Proseguendo nella ricerca dei trends, sia mega che mini (vedi precedente articolo), che ritengo siano da considerare assodati, credo che dobbiamo considerare anche il prezzo del petrolio, inteso in senso lato come costo dell’energia da fonti naturali, non rinnovabili, e di tutto quello che vi gira intorno.

 

PREZZO DEL PETROLIO

Prima di spiegare se e perché il prezzo del petrolio salirà, come la maggior parte degli analisti oggi ritiene, occorre secondo me fare i conti con un’altra teoria, quella del “cigno nero”, dal saggio “The black swan” dell’ex trader (ma il libro non é un trattato di finanza) Nassim Nicholas Taleb, uscito nel 2007. Devo dire che questa é stata la lettura che più ha inciso sul mio approccio alla finanza e in generale, una di quelle che più mi ha colpito e che, da allora, ho sempre cercato di tenere presente nelle mie scelte di investimento.

‘Cigno nero’ é qualunque evento che sia molto raro, perciò stesso imprevedibile, e che possa causare effetti devastanti in un determinato contesto (mercato, epoca storica, luogo). Così come esistono pochissimi cigni neri, e anzi molti di noi (almeno io) credevano che neanche esistessero dato che sono rarissimi, ci sono eventi il cui verificarsi non é considerato possibile, in quanto ci basiamo sull’esperienza e sulla conoscenza diretta. Per questo li escludiamo dal novero delle possibilità e ci comportiamo come se non esistessero proprio. Quando poi si verificano, colgono tutti di sorpresa e provocano danni enormi. In finanza si potrebbero fare moltissimi esempi del genere (dai tassi negativi alla crisi durata 7/8 anni).

La cosa che più mi ha colpito é però che questa teoria mette in crisi tutti i modelli delle teorie economiche che abbiamo studiato, basati sull’approccio probabilistico: si parte dal concetto che si realizzerà l’evento più probabile, in un mondo di comportamento razionale, e ad esso si conformano i comportamenti. Se siamo lontani da un livello atteso, o ‘di equilibrio’, a parità di altre circostanze si tenderà ad avvicinarsi ad esso. Se una società riteniamo che valga 100, e la borsa la valuta oggi 50, pensiamo che il prezzo della sua azione più o meno raddoppierà, magari resta da vedere in quanto tempo.

Se incontriamo un cigno nero, le certezze o le probabilità crollano. Se fallisce una grande banca americana di quelle “too big to fail” (successe con Lehman Brothers nel 2007), tutto può diventare possibile. Allora bisogna fare i conti con la possibilità, seppure remota, che si verifichi un evento-cigno nero, e – qualunque sia la scelta che facciamo – far sì che, in quel caso, l’effetto non sia devastante.

Ma che c’entra il cigno nero col prezzo del petrolio? C’entra, c’entra. Perché é vero che ora il prezzo é basso, ma se continuasse a scendere fino al punto in cui é uguale al suo costo di estrazione (ovvero il prezzo del materiale é nullo)? Ovvero se si verificasse l’evento-cigno nero che il prezzo va a 0? Del resto non abbiamo i tassi negativi? Allora  chi   ha (anche figurativamente) accumulato petrolio sarebbe rovinato.

La produzione di petrolio – o meglio la quantità estratta – é in calo evidente. Si ritiene che in questo secondo decennio del XXI secolo tutti gli impianti mondiali esistenti abbiano raggiunto o raggiungano il loro picco produttivo. Da lì si può solo scendere. Esistono teorie specifiche al proposito, come la teoria del picco di Hubbert (in base alla quale venne prevista la prima crisi petrolifera del 1973), basata sull’osservazione empirica e sullo studio delle caratteristiche fisiche degli impianti, ma con una base teorica.

Perché se la produzione di petrolio si riduce il suo prezzo necessariamente aumenta? Potrebbe anche esserci, in teoria, un crollo di domanda che comunque non consente al prezzo di salire. Questo potrebbe ben essere un “cigno nero”, ma se questo accade, significa molto semplicemente che la produzione mondiale (al 40% alimentata dal petrolio) e il trasporto (al 90%) sono crollati, ovvero che tutta l’economia mondiale (a partire dall’agricoltura) in pratica non esiste più. Allora l’ultimo dei nostri problemi sarebbe veramente la concentrazione di petrolio nel portafoglio di investimento…

Nello scorso anno, in effetti, si sono raggiunte quotazioni del petrolio talmente basse da sospettare l’incombenza di un bel cigno nero epocale. Non credo che sia così, perché per ora hanno ancora inciso: il rallentamento delle economie dei paesi sviluppati (Europa, Usa, Giappone) dato dalla coda della grande crisi iniziata nel 2008; il conseguente accumulo di scorte presso i produttori; lo sviluppo di fonti energetiche alternative al petrolio;  il venire meno per ragioni politiche degli accordi di cartello fra paesi esportatori e il fabbisogno di risorse in alcuni di essi per ragioni militari.

Ma mi sembra che tutti questi fattori, in prospettiva di medio termine, siano destinati a essere riassorbiti e torni a prevalere la crescita della domanda legata allo sviluppo. In gran parte mi pare che abbia pesato, nel crollo dei mesi scorsi, la spinta speculativa originata dall’idea che l’economia cinese stesse rallentando. Potremmo considerare possibile un cigno nero nel crollo repentino della Cina?

In linea di principio non potrebbe escludersi, ma non mi pare che questi siano i prodromi di un crollo: é bastato l’annuncio di un rallentamento della crescita cinese (dal 7 al 6,50% all’anno) per innescare la falsa credenza che i cinesi smettessero di domandare petrolio. Ma stanno ancora crescendo a tassi che noi europei ci sogniamo.

L’Asia potrebbe invece essere alla vigilia di un’ulteriore e formidabile espansione produttiva, con l’India di Modi e il Giappone di Abe che, saldandosi sulla scia di un’inedita alleanza di matrice ideologico-politica, potrebbero rappresentare un contropotere continentale in grado di sfidare il gigante cinese. E allora gli affanni della vecchia Europa e degli Stati Uniti, ma anche la lentezza dell’Africa e le incertezze dell’America Latina potrebbero ben essere compensati dalla nuova domanda asiatica.

 

 

In conclusione, il prezzo del petrolio aumenterà in maniera sensibile in un qualunque momento della storia da oggi ai prossimi quattro anni. E  se questo, com’è probabile, non determinerà un ciclo inflazionistico come accadde negli ’70, vuol dire che aumenterà il suo prezzo reale, quindi sarà ancora più caro rispetto agli altri beni.

 

Quali le conclusioni? A mio avviso, seguendo gli,obiettivi del nostro blog, due indicazioni di comportamento:

  • per l’asset allocation di portafoglio aumentare l’investimento in titoli oil sensitive come azioni sensibili al prezzo del petrolio (petroliferi, estrattivi, energetici) o in valute come il rublo russo o di paesi emergenti produttori; oppure prendere esposizione in ETF o certificati basati sul prezzo del petrolio;
  • Per le start-up evitare di investire in settori ad alto assorbimento di energia, privilegiare gli affari nei paesi produttori (Russia, Venezuela, Nigeria),oppure acquistare oggi anche con future s il petrolio o l’energia di cui si avrà bisogno

 

 

Altri mega – micro trends? Ai prossimi articoli le risposte.

Mega e Mini Trends

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Quel che vale per il grande, vale anche per il piccolo…non sempre è vero, ma molto spesso sì.

Uno degli obiettivi del blog è quello di identificare le tendenze che, al di là di ogni ragionevole dubbio, possiamo ritenere verificate per il nostro sistema economico. Ci si trova infatti ad operare come soggetti razionali in un ambiente che, se non irrazionale, è quanto meno imprevedibile e incostante. Quello che possiamo fare, per orientare le nostre scelte economiche, sia di investimento che imprenditoriali, è allora quello di basarsi sui fatti.

Dobbiamo avere, secondo me, la capacità di distinguere ciò che è tendenza (nel senso di trend, andamento consolidato), da ciò che è meramente contingente. Platone avrebbe detto: quello che è sostanza da quello che è una semplice immagine proiettata sullo sfondo della caverna. Con in più la difficoltà che oggi il nostro quadrante è multidimensionale, le immagini si rimandano e si modificano l’una con l’altra e cambiano a grande velocità.

Se allora noi prendiamo le decisioni (che titolo compro, in che settore voglio aprire una start-up, mi finanzio a debito o con capitale, quando cedere l’impresa e a chi, e così via) basandoci su un “fantasma”, possiamo solo contare sulla nostra buona stella oppure su una serie di coincidenze.

Se invece scegliamo sulla base di una tendenza di lungo periodo, magari non faremo il “botto” ma eviteremo di trovarci fuori strada, o peggio ancora contromano in autostrada.

Cerchiamo allora di metterci d’accordo sui punti fissi, cominciando con questo intervento dal primo.

PREZZI E TASSI

Chi è cresciuto, come me negli anni 70, fatica ad accettare il fatto che l’inflazione ormai non esiste più. Ricordo la copertina di un giornale economico dei primi anni 80 che riportava a caratteri cubitali: “l’inflazione è morta”. Dentro di me dissi: “questi sono matti”, e invece avevano ragione. Allora ero giovane, ma se avessi preso alla lettera quell’intuizione, e mi fossi comportato di conseguenza, oggi sarei ricco.

I prezzi dunque, nelle economie occidentali sviluppate, sono destinati a rimanere fissi o a scendere ancora sotto l’obiettivo dichiarato del 2%. Scenari apocalittici di svalutazioni weimeriane, con il prezzo del pane che aumentava in poche ore di qualche milione di marchi, resteranno quindi un ricordo.

Se questo sia un bene o un male non saprei dire, e alla fine mi interessa anche poco. Quali siano i motivi che hanno condotto a questa situazione non è facile a dirsi: i tassi di sviluppo a doppia cifra sono pressoché impossibili da far tornare, la domanda di investimenti e consumi si è abbassata ovunque (o almeno la sua inclinazione), le svalutazioni competitive in area euro non esistono più per definizione, la dipendenza dai prezzi delle fonti energetiche è molto diminuita.

Il fatto che ci sia un obiettivo generalizzato nel riportare l’inflazione al 2% è esso stesso sorprendente, come se un certo livello di inflazione fosse connaturato al concetto di sviluppo. Pensiamo che fra gli obiettivi della politica monetaria europea, ovviamente proveniente dalla Germania, c’è ancora il perseguimento della stabilità dei prezzi.

Stesso discorso per quanto riguarda i tassi: sono ormai anni che i tassi rimangono zavorrati ai livelli più bassi. Addirittura stiamo facendo i conti con i tassi negativi (quelli di mercato monetario e a breve). Siamo da tempo in quella che una volta si chiamava trappola della liquidità: ulteriori riduzioni dei tassi non stimolano più gli investimenti e, per questa via, lo sviluppo. Si pensi al Giappone che da anni ha tassi nulli o negativi e nonostante questo la sua economia stenta a decollare. Per inciso, ciò significa anche che  la politica monetaria non dispone ormai quasi più della sua arma tradizionale di intervento per lo sviluppo: la leva dei tassi.

Per alcuni questo è un bene, per altri un male.

Tipicamente, è un bene per i debitori (attuali o potenziali): chi prende in prestito denaro, pagherà poco. Certamente è un male per i creditori e gli investitori: impiegando le proprie risorse, si ottengono redditi bassi.

E’ vero che se non c’è inflazione, i tassi reali almeno non diminuiscono come accadeva, invece negli 70: con tassi alti ,ma prezzi ancora più alti, la ricchezza si trasferisce dai creditori ai debitori. Con tassi del 15% e inflazione al 20%, il capitale in contanti perde ogni anno il 5% del suo valore. E lo stesso vale al contrario: basta chiedere a quelli che hanno contratto un mutuo sulla casa negli 70, che sono diventati tutti ricchi.

Ma certo il mestiere dell’investitore è oggi molto più complicato di una volta: oltre al rendimento diminuito, c’è da fare i conti con il rischio, che è invece tendenzialmente aumentato. Per questo si vedono oggi (non ancora in Italia, ma è solo questione di tempo) banche che falliscono, una cosa anche solo 30 anni fa impensabile. Il mestiere del debitore, da questo punto di vista, non è gran che cambiato: deve far rendere i soldi che prende più di quanto paga di interessi. Ovvero, deve avere un ritorno sul suo capitale investito superiore al tasso che paga. Avere rendimenti importanti non è mai stato facile, e non lo è neppure oggi, ma con tassi di interesse bassi la probabilità di aumentare i guadagni indebitandosi (quella che si chiama leva finanziaria) aumenta notevolmente. La situazione ideale per avviare una start-up in un settore a bassa intensità di capitale.

 

Ma su questo, e su gli altri mega e mini trends, torneremo coi prossimi articoli.