L’ABC dell’economia: l’evoluzione della moneta

ancient coins

 

Nel brevissimo e necessariamente semplificato excursus che abbiamo fatto nell’articolo della scorsa settimana per descrivere l’origine della moneta, abbiamo visto che con la specializzazione del lavoro e la nascita degli scambi, emersero tre necessità:

  • misurare il valore dei beni e dei servizi da scambiare;
  • disporre di un adeguato mezzo di scambio che evitasse il baratto;
  • conservare il valore nel tempo per rendere possibile l’acquisto in un momento successivo.

 

Abbiamo già detto che l’entità in grado di soddisfare queste tre esigenze era proprio la moneta, le cui funzioni classiche sono infatti rispettivamente:

  • misura del valore dei beni;
  • mezzo di scambio;
  • riserva di valore.

 

Attraverso la moneta si misurava il valore relativo di ciascun bene: si determinava quante unità di moneta valeva ogni prodotto e così era facile sapere, ad esempio, quanti attrezzi agricoli poteva valere una lepre o quanti animali ci volevano per farsi costruire una capanna.

Ognuno di questi beni aveva un sia pure rudimentale mercato nel quale, attraverso la dinamica della domanda e dell’offerta, veniva a determinarsi il prezzo in numero di unità monetarie.

 

Carthage_EL_shekel_2250013

 

Allo stesso tempo la moneta era anche un mezzo di scambio, perché veniva accettata da tutti coloro che vendevano un bene o un servizio, nel presupposto che quando avessero voluto comprare qualche altra cosa, l’avrebbero potuta tranquillamente utilizzare. Ciò avveniva perché ogni abitante della comunità riponeva fiducia nel mezzo monetario, e questo avveniva inizialmente per il contenuto aureo o argenteo della moneta: ogni moneta conteneva una data quantità di oro che ne garantiva il valore nello spazio e nel tempo.

Proprio la garanzia di valore nel tempo è la terza funzione della moneta: consente di rinviare il consumo e la spesa ad un’epoca successiva, e quindi sostanzialmente di “risparmiare”. L’agricoltore doveva conservare il ricavo della vendita dei prodotti fino alla stagione della semina successiva, oppure fino a che non avrebbe avuto bisogno di un aratro o una vanga nuovi. Il cacciatore doveva tenere in deposito i denari ricavati vendendo le prede per acquistare un nuovo strumento da caccia al momento del bisogno, e così via.

A ben vedere però, tutto il meccanismo si basava sulla fiducia: chi accettava in pagamento la moneta era sicuro che essa avrebbe mantenuto il suo valore. La garanzia era data dal sovrano, in quanto la legge stessa imponeva di accettare la moneta da lui emessa, attraverso la quale si potevano ovviamente estinguere tutte le obbligazioni nei confronti dello Stato. Il fatto che la moneta avesse un “valore intrinseco” dato dal contenuto di metallo prezioso era del tutto secondario; così come l’obbligo che lo Stato aveva di convertire tutte le monete che dovessero essere presentate in oro secondo il rapporto di legge.

In effetti nessuno chiedeva la conversione, almeno fino al momento in cui lo Stato godeva della fiducia dei cittadini. Così colui che emetteva moneta aveva il sostanzioso privilegio di creare mezzi di pagamento dovendo solo mantenere una quantità di metallo prezioso minima per consentirgli di fronteggiare eventuali, ma sporadiche richieste. Col tempo, si capì che questa facoltà, oltre a rappresentare un formidabile strumento di potere, poteva consentire enormi guadagni dati dalla differenza fra valore nominale della moneta (il valore facciale, ovvero l’importo scritto sulla moneta stessa) e il suo valore intrinseco (ovvero la quantità di oro che doveva essere tenuto immobilizzato). Questo fenomeno era il cosiddetto “signoraggio”, sul quale gli storici hanno molto scritto.

Il passaggio alla circolazione esclusivamente fiduciaria, ovvero l’abolizione dell’obbligo di conversione in oro, fu quindi una logica evoluzione del sistema. Basti ricordare, a tal proposito, l’annuncio dato dal Presidente USA Richard Nixon a Camp David il 15 agosto 1971, col quale si poneva fine alla convertibilità del dollaro in oro. Da quel momento il debito pubblico degli Stati Uniti divenne il mezzo privilegiato di pagamento per gli scambi mondiali, e il Governo USA poteva ampliare il proprio disavanzo semplicemente stampando biglietti verdi, a patto che ci fosse qualcuno che li prendeva.

box-of-hundred-dollar-bills

 

Per questo la scritta che faceva bella vista sulle vecchie lire “pagabile a vista al portatore”, nella sostanza già superata, è ora del tutto sparita dalle banconote in Euro, dove è rimasta la sola firma del Governatore della Banca Centrale, quale garante di ultima istanza e depositario della fiducia dei cittadini.

 

Annunci

Famolo strano: uno sguardo sugli strumenti più complessi

 

ingranaggi euro

Concludiamo questa miniserie che abbiamo chiamato “cosa c’è dietro l’angolo” con una rapida incursione nel segmento dei titoli un po’ più inusuali e complessi, per cercare ci capire se può valere la pena aumentare il rischio per ottenere un rendimento maggiore.

Pur essendo forme di impiego ampiamente trattate sui mercati specializzati e molto diffuse, si tratta pur sempre di titoli non adatti a chi non abbia un minimo di conoscenze tecniche e non sia in grado di comprenderne l’effettivo livello di rischiosità.

 

In effetti, come avrebbe detto il protagonista del film di Carlo Verdone: “famolo strano”…

 

Per quanto riguarda gli investimenti in valuta, i lettori di questo blog dovrebbero aver acquisito elementi sufficienti per valutare l’opportunità di tenere impiegata in valuta estera una parte del proprio patrimonio finanziario, tendenzialmente compresa fra un quinto e un sesto.

Stiamo parlando in via principale di titoli obbligazionari, ma anche – per gli investitori più smaliziati – di qualche sporadica incursione nel mondo delle opzioni su valute.

Le obbligazioni in valuta corrispondono infatti tassi di interessi che, per le rispettive valute, sono in genere diversi da quelli in Euro. Ad esempio, un titolo di Stato USA a 10 anni rende oggi intorno al 2,35% mentre un titolo di Stato tedesco di pari scadenza rende lo 0,37%: quasi due punti percentuali di differenza che, su tassi così contenuti, sono davvero tanti.

Naturalmente il titolo in valuta darà luogo a cedole e rimborsi di capitale nella stessa valuta in cui è denominato, per cui se al momento di incassare tali flussi si volesse convertire il ricavo in Euro, il risultato dell’operazione sarà dato, oltre che dal rendimento del titolo, anche dalla differenza fra il cambio all’inizio e alla fine.

Se in questo periodo la valuta in cui abbiamo investito si apprezza rispetto all’Euro, avremo fatto un guadagno ulteriore rispetto alla cedola; se invece si deprezza, il rendimento ne sarà ridotto, fino a configurare una perdita.

Se ad esempio confrontiamo in un anno l’investimento di 10.000 Euro in Bund tedeschi a 10 anni con l’investimento in Treasury Bond americani, supponendo che i tassi di interesse nel periodo non cambino, avremo:

Euro: investiamo 10.000 € oggi e ricaviamo 10.037 Euro a scadenza

Dollari: investiamo (al cambio Euro/Dollaro odierno di 1,18)11.800 $ oggi e ricaviamo 12.077 $ a scadenza.

Se ipotizziamo che il cambio Eur/Usd resti quello odierno, avremo dunque fra un anno € 10.235, cifra ben superiore a quella realizzata investendo in Bund.

Se il dollaro a scadenza fosse invece diminuito a 1,20, i due investimenti sarebbero equivalenti.

Se infine il dollaro diminuisse attestandosi a 1,22, a scadenza avremmo 9.899 Euro e quindi saremmo penalizzati, subendo addirittura una perdita rispetto al capitale iniziale investito. Se invece il cambio dopo un anno vedesse il dollaro rafforzato a 1,16, il nostro capitale diventerebbe 10.411 € ed avremmo fatto dunque un buon affare.

Da questo si capisce come, investendo in valute che hanno tassi superiori all’Euro, possiamo guadagnare se tale valuta cresce o, al massimo, si riduce fino a compensare il differenziale dei tassi: nel nostro caso da 1,18 a 1,20.

Affinché l’investimento in titoli in valuta estera sia redditizio, dovremmo quindi cercare valute che hanno tassi superiori all’Euro ma che soprattutto riteniamo non si possano deprezzare.

Oggi queste condizioni sono presenti, a parte che in relazione al dollaro su cui torneremo fra un attimo, in alcune divise minori dei paesi emergenti quali Brasile, Messico e Sudafrica. In Europa può valere la pena guardare con attenzione sterlina inglese, corona svedese e slotzy polacco anche se i tassi non sono molto diversi da quelli in Euro.

 

Gli analisti per i prossimi mesi si aspettano che il dollaro resti nell’intervallo 1,15-1,20 senza grandi scossoni. Le aspettative di apprezzamento del biglietto verde si sono infrante sugli errori e le indecisioni dell’amministrazione Trump, mentre l’attesa riforma fiscale del sistema americano, sulle quali i rialzisti riponevano grandi aspettative, è andata in gran parte delusa.

trump

 

Investire nelle altre valute citate è oggettivamente piuttosto rischioso, sia perché in genere sono molto volatili ed espongono a rischi di notevoli oscillazioni dei cambi, sia perché devono essere trovati emittenti affidabili, in situazioni in cui talvolta anche gli stessi stati sovrani lo sono poco.

Se poi qualcuno dei più esperti volesse cimentarsi in operazioni più ardite, potrebbero essere tentate – cercando però di ridurre al massimo l’impiego di capitale e quindi utilizzando la leva del debito – le opzioni su cambi. Si tratta di un’operatività molto particolare, sulla quale non ci dilunghiamo. Diciamo solo che se dovessimo scommettere oggi, punteremmo qualche fiche sull’apprezzamento della sterlina inglese, delle valute europee sopra ricordate e sul deprezzamento del franco svizzero.

 

Esistono poi strumenti di investimento “alternativi”, anche in questo caso di un certo livello di complessità e rischio. Potrebbe però valere la pena di prenderli in considerazione, anche se per frazioni limitate del proprio portafoglio, perché potrebbero dare un buon contributo alla redditività in tempi di tassi molto magri.

Si tratta delle cosiddette commodities, ovvero le materie prime per le quali esistono mercati regolamentati. Fra tutte le materie scambiate, quelle sulle quali può essere interessante fare una riflessione sono il petrolio e l’oro.

I prossimi mesi, per tutto quello che abbiamo detto anche in questa miniserie, dovrebbero vedere un certo aumento del prezzo del petrolio, che è tornato a crescere dopo un periodo di flessione durante il quale sono state praticamente esaurite le scorte in precedenza accumulate.

refinery_pump_oil_pump_industry_oil_rig_gas_fuel_outdoors-775734.jpg!d

 

Viceversa, se la situazione dei mercati continua ad essere positiva e il dollaro non si indebolisce, è ragionevole attendersi una certa debolezza nel prezzo dell’oro.

In questa logica, l’investitore più dinamico potrebbe quindi acquistare opzioni call sul petrolio oppure, più semplicemente, titoli il cui valore aumenta al crescere del prezzo, come gli energetici. Parimenti, si potrebbero comprare opzioni put sull’oro oppure attivare una qualunque operazione che possa realizzare lo stesso risultato.

Si tratta tuttavia di operazioni di una certa complessità che richiedono un buon livello di conoscenza della materia e che, dunque, non sono consigliabili agli investitori meno specializzati.

 

Pillole di Finanza: e le valute?

Cerchiamo di fare un passo in avanti rispetto all’impostazione di base di un buon portafoglio di investimento: valutiamo se può convenire, o almeno avere un senso, impiegare parte delle proprie risorse in valuta estera.

Ai tempi della lira, tipica valuta debole, era pressoché indispensabile – al fine di difendere il valore del portafoglio – tenere investita una parte delle proprie disponibilità in valute forti, in primo luogo il dollaro USA, ma anche franco svizzero, marco tedesco, sterlina inglese. La lira era infatti periodicamente soggetta a svalutazioni anche consistenti, per effetto proprio della sua debolezza. La svalutazione era vista con estremo favore da parte delle imprese esportatrici, in quanto i prezzi di beni e servizi prodotti in Italia potevano essere venduti all’estero a prezzi più bassi in termini di valuta locale.

Dal punto di vista della ricchezza, però, tutti i beni e gli asset patrimoniali espressi in lire, ogni volta che questa veniva svalutata, vedevano ridursi il loro valore espresso in valuta forte. A prima vista, per chi svolge un’attività nella sola valuta di riferimento, questo effetto potrebbe sembrare irrilevante, ma non è così.

A lungo andare, un patrimonio espresso totalmente in una divisa (termine sinonimo di “valuta”) che si svaluta in modo sistematico, tende inevitabilmente a depauperarsi. Il paese si impoverisce e diventa più facilmente “acquistabile” da chi detiene valute forti. Proprio per mantenere il valore dei propri beni, chi al tempo della lira non aveva fiducia nello stato e nell’assetto istituzionale italiano, li trasformava in valuta forte (ad esempio dollari o franchi svizzeri) oppure in beni rifugio (ad esempio oro, il cui valore in lire infatti cresceva nel tempo).

Oggi l’Euro ha superato questi problemi, annoverandosi di diritto fra le valute forti. Se guardiamo infatti al valore di un Euro in termini di dollari o di oro, notiamo che nei sedici anni di vigenza della moneta unica grandi variazioni monodirezionali non ci sono state. Il cambio col dollaro e la quotazione dell’oro sono infatti soggetti a oscillazioni, anche importanti, ma queste oscillazioni non vanno in un’unica direzione: talvolta l’Euro si deprezza, ma altre volte il suo valore aumenta.

E già questo, in termini di mantenimento del valore del portafoglio, rende meno pressante la necessità di diversificare il patrimonio con impieghi in valuta rappresentando così una delle principali ragioni che mi portano a ritenere che un’eventuale uscita dall’Euro per l’Italia sarebbe un disastro.

Bisogna poi distinguere fra chi per la propria attività lavorativa  e personale è totalmente euro-based, ovvero ha solo flussi in Euro, sia in entrata che in uscita, e chi invece riceve o deve fare pagamenti anche in altre valute: ad esempio chi importa o commercia comunque con l’estero (qui inteso extra UE), chi ha beni o persone importanti all’estero. Potrebbe essere il caso, ad esempio, di chi ha acquistato una casa a Miami oppure a Cape Town, di chi ha figli che studiano in USA, di chi viaggia sistematicamente in Asia o Africa. In questi ultimi casi tenere una parte di risorse investite in valuta diversa dall’Euro è senz’altro utile, magari sotto semplice forma di conto corrente valutario che consente di risparmiare i costi di conversione.

La mia opinione è però che anche chi non ha o non prevede di avere flussi in valuta, dovrebbe valutare di impiegare una parte del proprio portafoglio (mai superiore al 20%) in altre valute sia per esigenze difensive che per sfruttare buone opportunità di guadagno.

In particolare le esigenze difensive sono evidenti laddove, impiegando in valute forti (dollaro, franco svizzero, ecc,) ci si cautela contro un difficile ma non impossibile deprezzamento dell’Euro.

Ma l’investimento in divisa, ad esempio in forma di obbligazioni, può anche consentire di impiegare a tassi di interesse più alti, qualora i tassi di quelle divise siano superiori ai tassi Euro, come accade per il dollaro. Infatti ciascuna divisa ha propri tassi di interesse, in quanto dà vita ad un mercato finanziario diverso.

E soprattutto potrebbe darci qualche soddisfazione se quella valuta si apprezza, anche solo temporaneamente, rispetto all’Euro. Ad esempio, chi avesse seguito la nostra indicazione di maggio dell’anno scorso di acquistare rubli in previsione di un aumento del prezzo di petrolio, investendo 100 €, avrebbe ottenuto 7.500 Rubli circa, essendo all’epoca il cambio del rublo 75. Quei 7.500 Rubli varrebbero oggi 123 €, quindi in meno di un anno avremmo guadagnato il 23%, certamente un risultato non disprezzabile.