SIAMO TUTTI UN ANNO PIÚ VECCHI (seconda parte)
Il mondo occidentale alle prese con denatalità e invecchiamento.

Nell’articolo di Capodanno abbiamo visto quali sono le tendenze demografiche in Italia e come influiscono sul sistema economico attuale e futuro. Cerchiamo ora di approfondire da un lato il raffronto con gli altri paesi e dall’altro le conseguenze di questa situazione sul mercato del lavoro[1].
Con i nostri problemi demografici, siamo certamente in buona compagnia. Il tasso di fecondità (numero di figli per donna) – attualmente in Italia l’1,2% - è basso e in diminuzione, e soprattutto lontano da quello che viene considerato come “tasso di sostituzione”, ovvero quello che assicurerebbe la stabilità della popolazione, attualmente stimato nel 2,1%.
Ma anche in Europa la situazione è tutt’altro che rosea. Noi siamo terzultimi, seguiti solo da Malta (1,14) e Spagna (1,16). Per dire, Francia e Svezia sono a 1,8; Romania a 1,71; Bulgaria a 1,65 e Repubblica Ceca a 1,64.

Per capire le dimensioni del problema, si pensi che nel 2050 il 40% della popolazione mondiale abitava in paesi con tassi di fecondità superiore a 6, mentre la media mondiale era 5; nel 2000 solo il 5% della popolazione viveva in paesi con tasso superiore a 6; le proiezioni demografiche al 2050 ci dicono che per quell’epoca i tre quarti dell’umanità vivranno in paesi con tasso di fecondità inferiore a quello di sostituzione.
Un mutamento di queste proporzioni non potrà non avere conseguenze strutturali, economiche e strategiche. Le nascite si stanno concentrando al di fuori del mondo occidentale sviluppato: nei cinquant’anni fra il 2020 e il 2070 l’Africa registrerà circa il 75% delle nascite complessive.

A questo punto si inserisce ovviamente l’aspetto dell’immigrazione, di cui abbiamo parlato più volte diffusamente. A livello globale non determinerà modifiche nel trend numerico: il numero di migranti per ogni 100 persone è aumentato di poco: era il 2,5% nel 1960 ed è arrivato al 3,5% nel 2015. Quello che cambia sono i paesi di destinazione elettiva (gli hub attrattivi sono oggi 4: Nord America, Europa, l’area del Golfo e le zone in rapido sviluppo del Sud est asiatico) e i rapporti fra le aree di partenza e quelle di arrivo.
L’invecchiamento della popolazione nel mondo occidentale è conseguenza diretta dell’aumento dell’aspettativa di vita, sicuramente un successo che testimonia il miglioramento e l’estensione dell’assistenza sanitaria e la maggiore efficacia delle cure. Pone anche però un evidente problema di sostenibilità: se è vero che l’aspettativa media di vita arriverà da noi molto presto a 93 anni, come faremo a sostenerla economicamente?

E come sarà la qualità della vita negli anni che il genere umano si è conquistato? Speriamo di aggiungere vita agli anni, e non solo anni alla vita.
Le nuove nascite saranno concentrate soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Crescerà inevitabilmente in modo esponenziale il fabbisogno di spesa sanitaria e assistenziale, ma si complicherà soprattutto tutto il sistema previdenziale.
Come si diceva nell’editoriale della scorsa settimana, oggi oltre il 24% della popolazione italiana ha più di 65 anni, e l’indice di vecchiaia — il rapporto tra over 65 e under 15 — ha superato quota 190: ci sono quasi due anziani per ogni giovane. Con meno giovani in età lavorativa e più pensionati, la sostenibilità del sistema previdenziale e sanitario diventa una questione centrale.
Per quanto riguarda il lavoro, d’altra parte, la situazione è più articolata. Guardando con attenzione le cifre sull’occupazione, ci rendiamo conto che magna pars dell’aumento del numero degli occupati negli ultimi tempi (2,1 milioni di occupati in più fra il 2004 e il 2024, secondo l’Istat) è dovuto all’aumento di occupazione nella fascia di età 50-64 anni, nella quale gli occupati sono cresciuti di 1,4 milioni di unità in quel periodo. Per quanto riguarda il tasso di occupazione, l’unica altra fascia di età (oltre a quella già citata dei senior) che ne ha registrato un incremento è quella fra 35 e 49 anni (+5,7 punti percentuali).
Anche la riduzione degli inattivi è dovuta alla stessa fascia di età 50-64enni (si sono ridotti di circa un quarto).
Se a livello globale i numeri dell’occupazione reggono, è quando andiamo a disaggregare che la situazione si fa più difficile. Giovani, donne e mezzogiorno sono le categorie che più soffrono le disuguaglianze nel mercato del lavoro, e se andiamo a vedere i contratti precari, la fotografia è ancora più intollerabile.
L’ aspetto demografico è un elemento centrale per l’efficacia delle politiche di sviluppo: se non si considerano le dinamiche della popolazione, sarà ben difficile che le risorse impiegate per far crescere reddito e lavoro, anche se consistenti, possano avere risultati tangibili e soprattutto sostenibili nel tempo.
[1] Molti dei numeri e delle considerazioni che seguono sono tratte dall’articolo di Antonio Pascale “Prospetti di vita” sul Foglio del 5 ottobre 2025 e da quello di Claudia Luise “La carica degli ultra 50enni” sulla Stampa del 29/8/2024.
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