GLOBALIZZAZIONE E LAVORO (1)

Gli effetti della società aperta sul lavoro

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Con l’avvento e l’inarrestabile diffusione dell’era di Internet, la società è divenuta interconnessa e, paradossalmente, ci siamo trovati in un mondo più piccolo. Con un click è oggi possibile dialogare da un capo all’altro del mondo, organizzare un viaggio esplorando località mai viste senza muoversi da casa, commerciare e muovere flussi di denaro restando fermi, lavorare in team a migliaia di chilometri di distanza.

Questa enorme apertura può esaltare o impaurire: ha infatti aspetti indubbiamente positivi ma anche elementi su cui porre attenzione e da trattare con sana diffidenza. Certamente il villaggio globale ha potenzialità enormi, ma in termini di qualità della vita non è tutto oro quello che luccica. In primo luogo in tema di lavoro.

Nel precedente articolo Manlio Lo Presti ha esaminato gli effetti sull’occupazione del progresso tecnico e, almeno da un punto di vista quantitativo (i posti di lavoro creati quasi mai compensano quelli distrutti), è difficile dargli torto. Un tema che riprenderemo questo, sotto il profilo macroeconomico: la parte di risorse destinata al fattore lavoro aumenta o diminuisce nell’era di Internet? E il rapporto classico fra occupazione e reddito (nel senso che all’aumentare del reddito aumenta anche l’occupazione) è ancora attuale o è da “rottamare” anch’esso?

Vediamo ora, invece, cosa comporta l’apertura dei mercati sul lavoro. Se Internet abbatte le barriere doganali e i confini degli Stati intensificando la competizione a tutti i livelli, cosa succede al lavoro? Il lavoro in un singolo mercato, ad esempio in Italia, ne risulta avvantaggiato o penalizzato? E le misure di protezione doganale o le barriere all’entrata lo favoriscono o lo minacciano?

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Tempo fa in Francia si diffuse il tormentone dell’”idraulico polacco”: fra i transalpini si era infatti diffuso il timore che l’apertura del mercato, conseguente alla libera circolazione di uomini e merci all’interno dell’Unione Europea, avrebbe portato all’invasione di mano d’opera a basso costo e non qualificata dai paesi dell’Est, penalizzando i lavoratori francesi.

A distanza di anni, quanto può dirsi giustificato quel timore? A nostro avviso molto poco. Vediamo, a grandi linee, cosa è successo.

L’apertura del mercato comunitario è stata indiscutibilmente un toccasana per i paesi dell’Est Europa. In primo luogo proprio la Polonia, che ha segnato incrementi di reddito a doppia cifra dai primi anni duemila, ma anche Romania, Slovenia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Croazia, Slovacchia (unica rimasta al palo l’Ungheria) hanno vissuto un periodo storico di grande crescita. Tutti paesi che, un tempo appartenenti al blocco comunista, partivano da una consistente arretratezza economica e hanno avviato una stagione di intenso sviluppo.

In effetti la possibilità di trovare impiego in aree ricche e sviluppate non come immigrati ma come cittadini a pieno titolo, ha molto aumentato i flussi di mano d’opera da Est a Ovest dell’Europa, soprattutto nei settori a più bassa specializzazione.

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E sicuramente questo può aver penalizzato alcuni lavoratori indigeni, soprattutto in una prima fase.

Tuttavia il fenomeno è stato limitato da una serie di circostanze: in primo luogo il fatto che l’applicazione di contratti collettivi e l’imposizione degli oneri sociali è uguale fra lavoratori nazionali e comunitari. Per cui un operaio romeno costa al datore di lavoro più o meno quanto un italiano, ovviamente escludendo gli impieghi “in nero”, ovvero non regolari.

In secondo luogo, è ragionevole pensare che gli immigrati (e qui il discorso vale anche per gli extra-comunitari) vengono ingaggiati dove il lavoro c’è e dove spesso la domanda di mano d’opera non è coperta dai locali, in particolare nei settori meno ambiti e dequalificati (ad esempio quello delle badanti o dei lavori agricoli più pesanti).

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In generale, non riteniamo che l’apertura dei mercati abbia tolto posti di lavoro ai locali a vantaggio degli stranieri, almeno per quanto riguarda i livelli più bassi. Diverso il discorso per le funzioni più qualificate, per i manager e per la ricerca. Qui la questione dovrebbe essere approfondita, perché l’apertura delle frontiere qualche disequilibrio l’ha effettivamente indotto.

Il ragionamento va però esteso in questo caso alla qualità della vita: meglio farsi curare da un bravo medico indiano o da uno scarso italiano? Meglio far amministrare la propria azienda da un bravo manager francese o da un modesto caporeparto nazionale? Meglio dirottare i fondi della ricerca ingaggiando un brillante laureato israeliano o uno studente nazionale che ha ottenuto il titolo di studio a fatica? Meglio far progettare un ponte a un geniale ingegnere cingalese o a un raccomandato indigeno?

Ognuno può dare la propria risposta, ma non si può non rilevare che i Paesi più progrediti sono quelli che hanno aperto le proprie frontiere dando opportunità a chi lo meritava, indipendentemente dal suo passaporto.

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In effetti, tornando all’Unione Europea, gli anni successivi all’istituzione del mercato comune sono stati quelli di maggiore sviluppo per tutti i paesi, in primo luogo proprio per i più industrializzati come Germania e Francia.

Fin qui abbiamo palato soprattutto di apertura dei mercati in termini generali, nel prossimo articolo ci focalizzeremo sulle conseguenze della globalizzazione indotta da Internet e dal progresso tecnologico. E’ comunque fin d’ora abbastanza evidente che un mondo aperto, interconnesso, in cui vige la libertà di circolazione di persone, beni e servizi, ha molte più opportunità di sviluppo e crescita che non un mondo autarchico, chiuso in se stesso e impermeabile dall’esterno

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IL LAVORO NELL’ERA DI INTERNET E POST-INDUSTRIALE

Contributo di Manlio Lo Presti (*)

Come abbiamo fatto diverse volte il passato, quando si trattano argomenti complessi o che hanno diverse chiavi di lettura, ospitiamo alcuni contributi esterni che possono aiutare il lettore a farsi un’idea più articolata e circostanziata.
Lo facciamo anche in questa mini-serie sul lavoro, con gli interventi di Manlio Lo Presti, studioso di problemi socio-economici in quanto protagonista di attività sindacale per decenni nel settore creditizio, di Claudio Delli Bovi, giovane ingegnere elettronico che lavora a uno dei progetti più interessanti e “futuribili” di Amazon; e con un’intervista a Domenico De Masi, affermato sociologo presente continuamente nei più diffusi mass-media e a lungo insegnante universitario e preside di Sociologia.
Questi contributi esterni verranno alternati con i consueti articoli del blog sia sullo stesso tema del lavoro, sia su altri argomenti dei quali usualmente ci occupiamo, dalla finanza all’economia. La mini-serie ci accompagnerà in tutto il corso dell’estate.
Cominciamo questa settimana con Manlio Lo Presti, che ci regala la sua lettura dell’evoluzione (o meglio, in questo caso, dell’involuzione) del fenomeno lavoro sul tessuto economico della nostra società.

Buona lettura, dunque.

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Il concetto di lavoro è molto cambiato nell’era di internet e post-industriale
di Manlio Lo Presti

 

In un sistema che si ispira ai principi democratici, il lavoro è la risultante dei rapporti di forza fra le parti sociali coinvolte (Governo, Organizzazioni sindacali, Organizzazione dei datori di lavoro).

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Lo Stato agisce da equilibratore affinché il confronto negoziale fra le parti appena accennate non scivoli in un conflitto sociale che possa pregiudicare la “tenuta sociale del Paese”.
I rapporti di forza sono altresì determinati dalla variabile tecnologica che ad ogni sua innovazione, spariglia le carte in tavola rendendo vano il paziente e non facile lavoro di cooperazione e di negoziazione. Gli economisti hanno chiamato questo fenomeno “progresso tecnico”: un fattore che da sempre distrugge professionalità per crearne altre.
Il progresso tecnico espande le proprie possibilità oltre i confini nazionali tradizionali, confini che cerca di eliminare per realizzare appieno la sua funzionalità a livello planetario.

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Molte volte sentiamo parlare che le nuove tecnologie producono nuovo lavoro, ma il numero degli addetti è sempre inferiore al numero di occupazioni precedentemente eliminate dai nuovi processi produttivi. Insomma, non esiste un rimpiazzo alla pari. La differenza in eccesso che fine fa dunque?
La massa di espulsi dai nuovi cicli produttivi va ad incrementare le legioni di disoccupati da crisi economica che costituiscono un problema umano rilevante ma anche una miccia per rivolte sociali, precarietà e diseguaglianza.
Tre requisiti che conducono alla fine della tenuta sociale di un sistema-Paese. Il “lavoro”, come attività economico-tecnica per la creazione e/o produzione di beni e di servizi, è un concetto piuttosto recente nella storia umana. Per le sue ricadute spesso disastrose sulle strutture sociali e sui sistemi-Paese, il progresso tecnico è un fattore di caos il cui potenziale innovativo produce vantaggi che sono inferiori ai costi umani che provoca. (http://www.bpp.it/Apulia/html/archivio/2005/III/art/R05III014.htm ).

Per le scuole economiche liberiste, il lavoro umano è uno degli strumenti della produzione. Per i datori di lavoro produttori di beni e servizi, il lavoro è soggetto ad una selezione brutale e darwiniana come quella in atto per le macchine, alla ricerca della combinazione “ottima” che crei profitto. Per la politica, il lavoro è un elemento di consenso che porta incremento elettorale. Per i sindacati, la massima occupazione allarga il numero degli iscritti e la loro contribuzione.

Per la Costituzione è fondamento della tenuta sociale e identitaria di un popolo (l’ex giudice G. Colombo aggiunse un’altra sfumatura semantica alla parola). Per il cittadino, il lavoro è il fondamento della propria autonomia economica, del riconoscimento sociale, della propria capacità di essere utile e capace di creare valore.

L’evoluzione tecnetronica, di cui internet è il punto di partenza, sta travolgendo questi differenziati punti di vista del lavoro che diventa una attività a ciclo continuo senza rispettare orari, festività, nazioni, lingue. Il lavoro sta diventando sempre più una attività orientata al cottimo, con reclutamento degli operatori sempre più in stile “caporalato” della chiamata diretta e dove il singolo non ha difese di fronte alla struttura titanica che dovrebbe assumerlo. Il futuro del lavoro- se non cambia qualcosa – è tutto qui!
Manlio Lo Presti
(*)

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(*)
MANLIO LO PRESTI, nato a Messina nel 1954, ha avuto svariate esperienze professionali. Ha lavorato in Agip Petroli per poi approdare al mondo delle banche dove ha prestato servizio per 37 anni percorrendo tutti i gradi fino ad un livello medio alto. È stato dirigente sindacale nel mondo creditizio con incarichi sempre più impegnativi e ha avuto esperienze di formazione professionale come docente, anche fuori dal perimetro creditizio. Spinto da irrefrenabile curiosità che lo fa sentire un eterno apprendista, si è interessato da sempre alle tematiche della filosofia, della storia, del pensiero economico e del pensiero politico ed è, non solo per questo, un accanito lettore in tutte le condizioni e latitudini. Ritiene che i mezzi informatici e la Rete fossero ulteriori veicoli di conoscenza e di scambio di informazioni, come pure un efficace mezzo di confronto delle proprie idee con quelle degli altri: è da tempo presente nella Rete con il sito http://www.dettiescritti.com

FARE E DISFARE E’ TUTTO UN LAVORARE

Il lavoro al tempo di Internet

Dopo aver tanto discettato di moneta e finanza, torniamo a parlare di quello che è veramente il fulcro dell’economia ed il punto centrale di tutte le analisi socio-politiche e ambientali: l’uomo. Più in particolare, ci concentreremo sull’attività più storicamente e culturalmente connaturata all’uomo, ovvero il lavoro.

 

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Difficile non pensare, per chi ha una formazione cattolica, che il concetto di lavoro nasce come punizione per l’uomo, resosi colpevole di fronte a Dio per aver commesso il peccato originale. Dal paradiso terrestre alla fabbrica e all’ufficio: questo il percorso che il genere umano ha dovuto intraprendere per aver mangiato il frutto proibito.

 

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Oggi il lavoro è considerato la base del “contratto sociale”, il complesso di regole e consuetudini che assicura la pacifica e fruttuosa convivenza di tutte le persone. In Italia, il lavoro potrebbe definirsi addirittura il fondamento costituzionale della Repubblica se si considera che l’art. 1 della Costituzione recita L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Pensare che il nostro Paese sia fondato su un’attività – il lavoro appunto – che esclude il 30 per cento dei giovani dà un’idea della precarietà e forse anche del paradosso della situazione italiana.

Il lavoro che oggi ancora faticosamente resiste è quello legato ad un mondo in via di rapida obsolescenza: attività agricola, manifatturiera o commerciale; contratti a tempo indeterminato; regole chiare; garanzia per le parti più deboli. Molto di tutto questo – formatosi nel corso della storia, fino al punto di massimo sviluppo con lo Statuto dei Lavoratori del 1970, è stato spazzato via dalla grande crisi iniziata nel 2007, ma la vera rivoluzione è stato l’avvento della società digitalizzata.

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Intere categorie di lavoro sono state di fatto cancellate dall’avvento dell’era informatica. Molti, se non tutti, dei lavori di natura ripetitiva e a basso contenuto creativo, sono scomparsi o stanno scomparendo, sia perché intere aree di business sono ormai fuori mercato, sia perché procedure e macchine automatiche sono spesso in grado di svolgere gli stessi lavori con maggiore precisione e senza lamentarsi della fatica e dell’alienazione, né lottare per i propri diritti.

Gli esempi al riguardo non mancano. Così come l’avvento dei frigoriferi decretò la fine di un nobile mestiere quale il commercio e trasporto del ghiaccio, nell’era digitale il servizio postale tradizionale, al quale venivano affidate le missive e le comunicazioni, è stato sostanzialmente sostituito dalla posta elettronica.

Inoltre, nella catena di montaggio di qualunque fabbrica, gli operai addetti a lavorazioni faticose e ripetitive sono in gran parte, e quasi ovunque, rimpiazzati da macchine automatiche.
manuf_1Allo stesso tempo, molti lavori sono stato creati, spinti dalle nuove possibilità offerte dalla tecnologia e dai nuovi bisogni che si sono affermati. Per non andare troppo lontano, proviamo a fare un esercizio di fantasia, immaginando tornare indietro alla fine del secolo scorso (neanche una generazione prima) e di dover spiegare a una persona mediamente informata quale fosse il business di giganti del mercato quali Apple, Facebook o Google. Oppure se conoscessero mestieri quali l’influencer, il facilitatore di affari o il video-designer.

In fondo, si potrebbe dire, questa è la storia di sempre per il genere umano: mestieri che scompaiono, mestieri che nascono, ricchi che diventano poveri e nuove fortune che si creano dal nulla.

In realtà questa volta è diverso: inutile chiedersi se sia migliore o peggiore, ma decisamente e irreversibilmente diverso.

Intanto perché il rapporto di sostituzione fra lavori che scompaiono e nuovi lavori non è mai 1 a 1 e, conseguentemente, si distruggono sempre molti più posti di lavoro di quanti non ne vengano creati.

Poi perché è cambiato il peso del fattore-lavoro nel sistema economico: dai tempi di Marx, secondo il quale il valore delle cose era dato dal lavoro che esse incorporavano nel processo produttivo, molta acqua è passata sotto i ponti.

Oggi i giganti del mercato borsistico mondiale e le maggiori società per fatturato hanno relativamente pochi dipendenti: per gestire il volume d’affari di soggetti quali Uber o AirB&B sono necessarie poche persone e la produttività del lavoro è stratosferica. La più grande azienda di trasporto di persone (Uber) e di ricettività locativa (AirB&B) non possiedono né un’automobile né un albergo.

I giganti di una volta (Ford, General Motors, Wallmart) avevano un esercito di dipendenti. Le maggiori aziende erano tutte fortemente labour intensive, ovvero ad alta intensità di lavoro.

Poi è stata la volta di aziende capital intensive, ovvero ad alta intensità di capitale: era il caso della grande industria manifatturiera, per quanto riguarda il capitale tecnico, ma anche dell’industria finanziaria, in termini di capitale economico.

Oggi una delle maggiori società del mondo per volume d’affari, la Apple, è nata in un garage dall’idea geniale di un visionario; ed un’altra, Facebook, in un college universitario americano dalla creatività di uno studente che voleva creare un luogo virtuale di incontro con i colleghi. lavoro_2

 

Ne consegue che i connotati del lavoro, oggi, sono ben diversi da quelli di qualche decennio fa e, ancor più, da quelli del dopoguerra quando venne scritta la nostra Carta Costituzionale.

Dunque ha ancora senso parlare oggi di una società “fondata sul lavoro”? Ed esiste ancora una classe operaia stile “Cipputi” alienata dal lavoro e sottomessa alla tirannia padronale?

A queste, e ad una serie di altre domande, cercheremo di rispondere nei prossimi articoli del blog, con l’aiuto di Manlio Lo Presti, blogger e opinionista affermato con un passato di impegno attivo nel sindacato, e di Domenico De Masi, il sociologo del lavoro più conosciuto in Italia, teorizzatore del cosiddetto “ozio creativo”.

Ci farebbe piacere che i lettori partecipassero alla discussione su questo argomento, proponendoci i loro punti di vista e le loro osservazioni, alle quali cercheremo di rispondere in modo chiaro e sintetico, perché quella del lavoro è senza dubbio la sfida del nostro futuro.

Buona lettura dunque!

 

ABC dell’economia: la politica monetaria

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Il concetto stesso di moneta è oggi radicalmente cambiato, come pure la sua funzione.

Per quanto riguarda le funzioni, possiamo affermare che oggi – pur mantenendo lo strumento monetario le prerogative originarie che abbiamo menzionato all’inizio della serie – il ruolo principale della moneta è quello di rappresentare lo strumento più diffuso di politica economica, ovvero dell’intervento dello Stato sull’economia.

Il soggetto autorizzato all’emissione monetaria (nell’Unione Europea la BCE che ha sede a Francoforte) può modulare la quantità di moneta in circolazione e influire così sul livello dei tassi di interesse. Quanto maggiore è la quantità di moneta nel sistema, tanto minori tendono ad essere i tassi di interesse.

Si parla per questo di “politica monetaria espansiva” quando la Banca Centrale aumenta la quantità di moneta favorendo una riduzione dei tassi: si incentiva così l’investimento e, per questa via, il reddito (tutti concetti che abbiamo già visto all’inizio della nostra serie “L’ABC dell’economia”).

Analogamente si parla di “politica monetaria restrittiva” quando la moneta viene drenata dal sistema e i tassi di interesse tendono a salire, con effetto di contenimento dello sviluppo. In questo caso lo scopo dell’intervento è generalmente quello di controllare e limitare l’inflazione e anche di migliorare i conti con l’estero: tassi più alti attirano gli investitori esteri e la valuta si rafforza, scoraggiando le importazioni.

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Gli strumenti di politica monetaria sono numerosi, con diverso grado di complessità e di efficacia. Quello al quale le banche centrali oggi ricorrono più spesso è il cosiddetto “intervento sul mercato aperto”, consistente nell’acquisto o vendita di titoli di Stato sul mercato secondario. Tali operazioni vengono fatte in contropartita diretta delle banche dei diversi paesi, le quali svolgono dunque una funzione di interfaccia e di trasmissione della politica monetaria. Ma devono anche assicurare che la liquidità fresca, da loro intercettata, riesca ad affluire al mondo della produzione sotto forma di credito bancario, cosa che in verità non sempre è avvenuta con la dovuta fluidità.

Quando la Banca Centrale compra titoli pubblici, immette dunque moneta nel sistema (il corrispettivo dei titoli acquistati) e, quando vende, toglie invece liquidità. La modalità con cui è stata affrontata e vinta la forte crisi innescata nel 2007 con la vicenda dei mutui subprime (di cui abbiamo parlato in un precedente articolo) e con il fallimento di Lehman Brothers è stata proprio questa: consistenti, prolungati e crescenti acquisti di titoli pubblici, il cosiddetto quantitative easing, attraverso il quale enormi flussi di liquidità sono stati forniti ai sistemi economici per agevolarne la ripresa.

Un ultimo accenno, per quanto riguarda i temi strettamente connessi con la moneta, è la definizione dell’”aggregato”. Si distinguono infatti oggi quattro configurazioni concettuali del termine “moneta”, che possono essere rappresentati da una struttura a cerchi concentrici: da un nucleo che costituisce il circolante ad uno più ampio denominato M1, ad uno più ampio ancora denominato M2 fino a quello più esterno, denominato M3, in modo che ciascuno inglobi quello o quelli inferiori.

  • Il circolante o numerario indica la somma della moneta cartacea (banconote) e di quella divisionaria (“gli spiccioli”) in circolazione;
  • M1 indica il circolante più l’ammontare dei depositi in conto corrente bancari e postali;
  • M2 indica M1 più l’ammontare dei depositi a risparmio (bancari o postali);
  • M3 indica M2 più l’ammontare dei titoli a breve termine del debito pubblico del Paese.

Come si vede, aumentando il grado di complessità, aumentano i soggetti depositari del diritto di emettere moneta: banca centrale, banche commerciali, poste, pubblica amministrazione. Ognuno di questi soggetti ha quindi un ruolo nella politica monetaria ed è importante che tutti collaborino nella direzione decisa dall’orientamento politico prevalente.

Tradizionalmente i partiti e le coalizioni governative “progressiste” o liberal (laburisti nel Regno Unito, socialdemocratici in Germania, socialisti in Spagna, democratici in USA e in Italia e così via) hanno sempre favorito una politica espansiva, il cui obiettivo principale fosse lo sviluppo del reddito e dell’occupazione, anche al costo di un peggioramento dei conti pubblici o di un certo livello di inflazione.

Viceversa le formazioni più conservatrici (tories, repubblicani, cristiano democratici, etc.) hanno sempre perseguito politiche di rigore e conti in ordine, inflazione sotto stretto controllo e forza relativa della valuta nazionale.

Le altre due leve tradizionali della politica economica, ovvero la spesa pubblica e il fisco, benché in teoria più immediate ed efficaci, sono invece sostanzialmente precluse al nostro Paese dagli stringenti vincoli di bilancio. Entrambi, infatti, sono suscettibili di peggiorare i conti pubblici, laddove l’Italia è al contrario impegnata da anni a rispettare parametri contabili di riequilibrio.

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Al termine di questo focus sulla moneta, crediamo di aver fornito al lettore almeno le basi per capire l’origine, l’evoluzione e la funzione della moneta negli scambi, come riserva di valore e come strumento di politica economica.

Rispetto a quanto avevamo promesso all’inizio, manca ancora l’esame di come si sono sviluppati i derivati e della funzione creditizia: sono infatti questi gli argomenti che affronteremo nei prossimi articoli, dove protagonista del nostro racconto sarà proprio la banca.

 

 

 

ABC dell’economia: L’inflazione

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La storia della moneta è interessante e accompagna molti aspetti cruciali della storia dell’umanità. Molti fenomeni di impatto sociale anche notevole sono stati infatti originati dalla moneta: crisi di liquidità, grandi inflazioni, crolli di istituzioni emittenti.

Uno dei fenomeni tipicamente legati alla moneta è quello dell’inflazione, su cui è bene spendere qualche parola. Il termine deriva dal latino inflare, che significa gonfiare, soffiare. In effetti si ha inflazione quando i prezzi si gonfiano, ovvero aumentano in maniera generalizzata e senza alcun riferimento con un aumento del valore dei beni e servizi.

Ogni mercato è caratterizzato da variazioni di prezzi, in corrispondenza – come abbiamo detto più volte – di spostamenti della domanda e dell’offerta. Normalmente però si tratta di oscillazioni sia un senso che nell’altro, talvolta cicliche (ad esempio nel caso dei prodotti agricoli che presentano stagionalità) e, soprattutto, indipendenti dagli altri mercati.

Se ad esempio i gusti dei consumatori si spostano dalla carne al pesce, aumenterà la domanda di pesce e diminuirà quella della carne, determinando – a parità di altri fattori – un aumento del prezzo del pesce e una diminuzione di quello della carne.

Ma se entrambi i livelli dei prezzi aumentano ed aumentano anche quelli del gasolio, del grano, del ferro, del caffè, del costo del lavoro e così via, siamo evidentemente di fronte a un fenomeno ben diverso.

Rilevare il fenomeno dell’inflazione è tutto sommato facile: basta l’osservazione empirica e la statistica. Ben più difficile individuarne le cause: eccesso di liquidità, costi, rapporti con l’estero.

Si ha eccesso di liquidità quando la moneta in circolazione cresce molto mentre la quantità di beni e servizi acquistabili resta invariata o, meglio, cresce di meno. Un caso limite estremizzato può rendere meglio l’idea: in un sistema chiuso in cui il numero di beni prodotti è fisso ogni giorno e partendo da un prezzo di equilibrio, se in un determinato momento viene immessa una quantità di moneta uguale a quella già esistente, si può scommettere che i prezzi di quei beni tendenzialmente raddoppieranno.

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In generale, a parità di altre condizioni, una politica monetaria espansiva (ovvero caratterizzata da un consistente aumento della quantità di moneta in circolazione, come vedremo più diffusamente nel prossimo articolo) favorisce l’aumento dell’inflazione.

Il caso più frequente di inflazione è tuttavia quello da costi. Ad esempio la grande inflazione degli anni ’70 del secolo scorso venne originata da un aumento improvviso e molto intenso del prezzo del petrolio, in un mondo fortemente dipendente da esso quale unica fonte energetica. I produttori dell’”oro nero”, rendendosi conto dell’enorme potere che avevano, decisero con accordi di cartello (attraverso l’OPEC, Organizzazione dei paesi produttori ed esportatori di petrolio) di imporre notevolissimi aumenti di prezzo che determinarono, in via generalizzata, un pari aumento dei costi di produzione.

 

Le organizzazioni sindacali, a quell’epoca molto forti, riuscirono a negoziare aumenti salariali che consentirono ai lavoratori di mantenere inalterato il loro potere d’acquisto e così i costi di produzione di beni e servizi aumentarono ancora, in un circolo vizioso che portò l’inflazione oltre il 20% in Italia.

Anche se i prezzi reali, ovvero quelli “depurati” dell’effetto dell’inflazione, rimanevano tutto sommato costanti, tuttavia gli effetti redistributivi dell’inflazione furono notevoli.

Tipicamente l’erosione del valore della moneta avvantaggia infatti i debitori, il cui debito è denominato in termini monetari e quindi – salvo il caso che il tasso di interesse non sia tale da recuperare l’inflazione – il suo valore reale viene abbattuto. E’ quello che successe ai molti che in quel periodo avevano contratto mutui a tasso fisso per comprare la casa: nel giro di pochi anni il peso del mutuo si ridusse molto, mentre il valore degli immobili aumentò: essi dunque si trovarono la casa nel patrimonio con un esborso reale molto contenuto.

Non a caso, nella storia, le grandi inflazioni sono servite agli Stati molto indebitati per rientrare in modo sostanziale del loro debito attraverso un ridimensionamento del valore reale.

 

Al contrario, coloro che detengono attività finanziarie (titoli, depositi, crediti) verranno penalizzati dall’inflazione. Cresce infatti tipicamente, in questi periodi, la domanda dei cosiddetti “beni rifugio”, ovvero metalli preziosi, ma anche immobili, che si ritiene mantengano il loro valore anche in tempo di inflazione.

L’inflazione è quindi tutt’altro che neutrale, anche se può sembrare una semplice modifica dell’unità di misura. Come abbiamo visto ha un effetto redistributivo della ricchezza importante trasferendola dai creditori ai debitori, un effetto di modifica delle scelte di investimento (portando a favorire beni in grado di mantenere il valore reale), ma soprattutto induce un cambiamento di prospettiva e modifica i rapporti di forza.

In periodi di inflazione molto accentuata, può verificarsi infatti un “effetto ricchezza” che porta a ritenere erroneamente di essere più ricchi perché si possiede più moneta. In realtà quello che conta è il potere d’acquisto, ovvero la quantità di beni e servizi che si possono acquistare con il denaro a disposizione. Inoltre la precarietà finanziaria percepita (la sensazione che il valore del nostro denaro si dissolva) induce ad accelerare i consumi a danno del risparmio.

Perché mettere da parte 100 Euro oggi se fra un anno varranno meno? Bisogna ammettere che la spinta al carpe diem, in epoche di alta inflazione, è ragionevole.

L’anticipo dei consumi e l’effetto ricchezza sopra accennati portano ad un aumento di domanda di beni e servizi che determina una crescita del reddito, reale oltre che monetario. Per questo si dice che una certa aliquota (non superiore al 2%) di inflazione è tutto sommato salutare per l’economia e ci si preoccupa quando invece siamo in presenza di prolungata deflazione.

Infine si verifica la modifica dei rapporti di forza: non in tutti i settori i prezzi aumentano con la stessa velocità e non tutte le categorie economiche subiscono in modo uniforme gli effetti dell’inflazione. Come l’esperienza diretta insegna, alcuni se ne avvantaggiano e altri ne risultano danneggiati.

 

Aveva dunque ragione Lester Thurow nel saggio del 1980 “La società a somma zero” dove affermava che, se ai guadagni di qualcuno corrispondono perdite di altri, alla fine la somma non cambia, affermazione per la verità non sempre corretta, anche se il semplice effetto redistribuivo è comunque un aspetto rilevante da non trascurare.

L’ABC dell’economia: l’evoluzione della moneta

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Nel brevissimo e necessariamente semplificato excursus che abbiamo fatto nell’articolo della scorsa settimana per descrivere l’origine della moneta, abbiamo visto che con la specializzazione del lavoro e la nascita degli scambi, emersero tre necessità:

  • misurare il valore dei beni e dei servizi da scambiare;
  • disporre di un adeguato mezzo di scambio che evitasse il baratto;
  • conservare il valore nel tempo per rendere possibile l’acquisto in un momento successivo.

 

Abbiamo già detto che l’entità in grado di soddisfare queste tre esigenze era proprio la moneta, le cui funzioni classiche sono infatti rispettivamente:

  • misura del valore dei beni;
  • mezzo di scambio;
  • riserva di valore.

 

Attraverso la moneta si misurava il valore relativo di ciascun bene: si determinava quante unità di moneta valeva ogni prodotto e così era facile sapere, ad esempio, quanti attrezzi agricoli poteva valere una lepre o quanti animali ci volevano per farsi costruire una capanna.

Ognuno di questi beni aveva un sia pure rudimentale mercato nel quale, attraverso la dinamica della domanda e dell’offerta, veniva a determinarsi il prezzo in numero di unità monetarie.

 

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Allo stesso tempo la moneta era anche un mezzo di scambio, perché veniva accettata da tutti coloro che vendevano un bene o un servizio, nel presupposto che quando avessero voluto comprare qualche altra cosa, l’avrebbero potuta tranquillamente utilizzare. Ciò avveniva perché ogni abitante della comunità riponeva fiducia nel mezzo monetario, e questo avveniva inizialmente per il contenuto aureo o argenteo della moneta: ogni moneta conteneva una data quantità di oro che ne garantiva il valore nello spazio e nel tempo.

Proprio la garanzia di valore nel tempo è la terza funzione della moneta: consente di rinviare il consumo e la spesa ad un’epoca successiva, e quindi sostanzialmente di “risparmiare”. L’agricoltore doveva conservare il ricavo della vendita dei prodotti fino alla stagione della semina successiva, oppure fino a che non avrebbe avuto bisogno di un aratro o una vanga nuovi. Il cacciatore doveva tenere in deposito i denari ricavati vendendo le prede per acquistare un nuovo strumento da caccia al momento del bisogno, e così via.

A ben vedere però, tutto il meccanismo si basava sulla fiducia: chi accettava in pagamento la moneta era sicuro che essa avrebbe mantenuto il suo valore. La garanzia era data dal sovrano, in quanto la legge stessa imponeva di accettare la moneta da lui emessa, attraverso la quale si potevano ovviamente estinguere tutte le obbligazioni nei confronti dello Stato. Il fatto che la moneta avesse un “valore intrinseco” dato dal contenuto di metallo prezioso era del tutto secondario; così come l’obbligo che lo Stato aveva di convertire tutte le monete che dovessero essere presentate in oro secondo il rapporto di legge.

In effetti nessuno chiedeva la conversione, almeno fino al momento in cui lo Stato godeva della fiducia dei cittadini. Così colui che emetteva moneta aveva il sostanzioso privilegio di creare mezzi di pagamento dovendo solo mantenere una quantità di metallo prezioso minima per consentirgli di fronteggiare eventuali, ma sporadiche richieste. Col tempo, si capì che questa facoltà, oltre a rappresentare un formidabile strumento di potere, poteva consentire enormi guadagni dati dalla differenza fra valore nominale della moneta (il valore facciale, ovvero l’importo scritto sulla moneta stessa) e il suo valore intrinseco (ovvero la quantità di oro che doveva essere tenuto immobilizzato). Questo fenomeno era il cosiddetto “signoraggio”, sul quale gli storici hanno molto scritto.

Il passaggio alla circolazione esclusivamente fiduciaria, ovvero l’abolizione dell’obbligo di conversione in oro, fu quindi una logica evoluzione del sistema. Basti ricordare, a tal proposito, l’annuncio dato dal Presidente USA Richard Nixon a Camp David il 15 agosto 1971, col quale si poneva fine alla convertibilità del dollaro in oro. Da quel momento il debito pubblico degli Stati Uniti divenne il mezzo privilegiato di pagamento per gli scambi mondiali, e il Governo USA poteva ampliare il proprio disavanzo semplicemente stampando biglietti verdi, a patto che ci fosse qualcuno che li prendeva.

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Per questo la scritta che faceva bella vista sulle vecchie lire “pagabile a vista al portatore”, nella sostanza già superata, è ora del tutto sparita dalle banconote in Euro, dove è rimasta la sola firma del Governatore della Banca Centrale, quale garante di ultima istanza e depositario della fiducia dei cittadini.

 

L’ABC dell’economia: la moneta

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Riprendiamo dopo qualche settimana la nostra serie sull’ABC dell’economia, parlando di moneta.

Fino ad ora ci siamo soffermati soprattutto sul circuito economico, parlando dei fenomeni che riguardano la produzione e lo scambio di beni e servizi. E’ tempo adesso di guardare “l’altra faccia della luna”: la finanza.

Temuta, odiata, esaltata; virtuale al massimo grado ma anche terribilmente reale; facilitatrice degli scambi e allo stesso tempo killer di aziende e individui: la finanza è tutto e il contrario di tutto.

Il circuito finanziario di un sistema è quello in cui circolano la moneta e i suoi derivati. Rende possibile lo sviluppo dell’economia e l’allocazione delle risorse laddove sono più efficienti, ma nel tempo ha acquisito vita autonoma rispetto ai beni e servizi. Il suo sviluppo, grazie agli algoritmi e all’applicazione della matematica finanziaria, è inarrestabile, decisamente eccessivo se si considera che il volume delle attività finanziarie in circolazione è ormai da tempo un multiplo di quello delle attività reali.

Rispetto alla necessità iniziale di agevolare gli scambi svincolandoli dal baratto, oggi la moneta è diventata un caposaldo del sistema e uno degli strumenti principali di intervento dello Stato. Attraverso il meccanismo dei derivati, ogni fenomeno può innescare una serie di conseguenze finanziarie virtualmente incontrollabili.

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Si pensi al fenomeno, tristemente famoso, dei mutui “subprime”, che ha innescato una delle crisi più devastanti dell’era moderna. Si partiva da un’operazione elementare: l’acquisto della casa attraverso il ricorso ad un mutuo residenziale. Il mutuo veniva poi “cartolarizzato”, ovvero trasformato in un titolo obbligazionario in modo tale che la banca che lo aveva concesso potesse rientrare in possesso della liquidità per fare altri mutui. Questo titolo (lontano parente delle famose “cartelle fondiarie”[1] che sono state abolite nel 1976) produceva interessi che provenivano dal pagamento delle rate dell’acquirente della casa, ma poteva generare a sua volta una serie infinita di nuovi rapporti finanziari: poteva essere venduto ad un altro investitore, trasformato tramite un derivato da tasso variabile a tasso fisso o viceversa, concentrato con altri mutui per formare pacchetti negoziabili di titoli cosiddetti asset backed, ovvero con “garanzia reale” (l’ipoteca sulla casa) sottostante che avrebbe dovuto renderlo sicuro.

 

In tal modo la banca che aveva concesso il mutuo avrebbe potuto recuperare le risorse per concedere altri prestiti ed era portata, pur di far crescere i propri affari, ad accordarli a clienti con grado di affidabilità sempre più basso, ben lontano da quello della clientela “primaria” (da qui il termine subprime, inferiore al livello primario) ed a finanziare percentuali sempre maggiori del bene acquistato, talvolta anche oltre il 100%.

Se un debitore non avesse pagato una rata, naturalmente non sarebbe successo niente, finché il suo caso fosse rimasto isolato e le altre operazioni sarebbero rimaste invece in ammortamento regolare. Ma quando le insolvenze iniziarono a moltiplicarsi, fino ad interessare la maggioranza dei mutuatari, si verificò l’effetto domino in tutto il percorso che il mutuo aveva fatto, travolgendo coloro che vi erano intervenuti.

Il valore di quei titoli originati dal mutuo crollò ed il mercato venne ben presto inondato dalle case che erano state ipotecate, e che all’epoca erano state sopravvalutate. Così la crisi da finanziaria diventò a pieno titolo economica e reale.

Questo era solo un esempio per dimostrare la potenza devastatrice che può avere la finanza quando diventa fuori controllo: ci torneremo, ma intanto partiamo dall’inizio.

Cosa è la moneta e a cosa serve? Nonostante si tratti di un elemento molto comune, che tutti più o meno hanno in tasca, sono due domande alle quali non è facile rispondere. Ci proviamo.

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Vediamo intanto come nasce la moneta e a cosa doveva servire. Le finalità della moneta in origine erano tre:

  • misura del valore dei beni;
  • mezzo di scambio;
  • riserva di valore.

 

La moneta affonda infatti le sue radici nell’attività di scambio di beni e servizi che può essere considerata un’esigenza primaria dell’uomo inserito in un contesto sociale.

In un ambiente isolato ed autarchico infatti, ogni individuo doveva procurarsi direttamente ciò di cui aveva bisogno per sopravvivere: cibo, acqua, ricovero per riscaldarsi e difendersi dai pericoli e dalle intemperie. E così ognuno dei nostri antenati primitivi doveva saper cacciare, coltivare, allevare animali, costruire case o capanne, come pure attrezzi per la caccia e l’agricoltura.

Col tempo, venne naturale rendersi conto che aggregandosi con i suoi simili, molte delle funzioni di sopravvivenza primarie erano facilitate: si cominciarono così a creare le prime specializzazioni. Chi andava a caccia acquisiva abilità e conoscenza del territorio e, se non aveva altre incombenze, poteva farlo meglio di chi magari coltivava la terra o costruiva le case o gli attrezzi. L’evoluzione logica era che il cacciatore vendesse una delle sue prede non destinata al suo consumo in cambio magari dei prodotti del campo, di un attrezzo per la caccia o della costruzione di una casa.

La specializzazione ebbe dunque come immediata conseguenza il sorgere delle tre esigenze che abbiamo indicato sopra e che la moneta avrebbe soddisfatto. Lo vedremo nel prossimo articolo.

 


[1] Secondo l’Enciclopedia Treccani Online, la cartella fondiaria era un Titolo a reddito fisso, a medio o a lungo termine, emesso… dagli istituti di credito fondiario allo scopo di raccogliere capitali da destinare sotto forma di mutuo all’acquisto o al miglioramento delle proprietà rurali o urbane. L’emissione delle c. avveniva parallelamente alla stipula dei mutui fondiari, in modo tale che il totale delle c. emesse risultasse sempre uguale al volume complessivo dei mutui in essere, finanziando così attività a lungo termine con passività di uguale scadenza.

Fondi Hedge e Private Equity

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Concludiamo questa breve serie sui derivati e gli investimenti alternativi parlando di due strumenti molto noti fra gli addetti ai lavori ma spesso circondati da diffidenza e fama sinistra presso il grande pubblico: le quote di hedge funds e di private equity funds. Si tratta in entrambi i casi di quote di fondi comuni di investimento chiusi, gestiti da società specializzate con criteri molto diversificati ed in modo attivo.

A differenza dei fondi comuni più diffusi (azionari, obbligazionari, bilanciati) che molto spesso si limitano a una gestione passiva o a benchmark, questi hanno generalmente come obiettivo un rendimento assoluto, cioè il loro risultato di gestione non è dato da un confronto con un dato medio di settore (se ho fatto meglio dei competitor sono stato bravo) ma in base al profitto in valore assoluto distribuito ai sottoscrittori, una volta pagate le spese di gestione e rimborsati i manager (se ti ho dato almeno gli Euro che ti ho promesso sono stato bravo).

Abbiamo spesso assistito al paradosso di fondi di investimento che, pur avendo perso, esprimevano soddisfazione (e percepivano commissioni di successo) perché comunque avevano fatto meglio del benchmark di riferimento del settore, ovvero dell’indice che rappresenta una media fra i risultati dei diversi operatori. Ad esempio negli ultimi anni dello scorso decennio, nel pieno della grande crisi, gli indici di performance settoriale erano tutti fortemente negativi: per i fondi azionari abbiamo assistito a perdite anche a doppia cifra in un anno. Poteva capitare che un determinato fondo azionario perdesse, mettiamo, il 5% in un anno e che i sottoscrittori perdessero di fatto due volte si vedessero “cornuti e mazziati”(non mi piace granchè come espressione, vedi te se lasciarla o meno): non solo il loro patrimonio era diminuito, ma i gestori si prendevano anche laute success fee (commissioni di successo), avendo comunque battuto il benchmark.

 

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Nel caso degli hedge fund, l’obiettivo è invece quello di far crescere il valore del fondo in modo costante e progressivo nel tempo, attraverso modelli di gestione dinamici e con assunzione di rischi anche rilevanti, purché bilanciati da una adeguata diversificazione. Per far questo, tali fondi possono ricorrere anche a strumenti sofisticati, generalmente preclusi ai fondi tradizionali, quali: possibilità di vendite allo scoperto, transazioni in opzioni e futures, ricorso alla leva finanziaria e tecniche di copertura (hedging) complesse.

La categoria degli hedge funds, che da noi vengono impropriamente definiti “fondi speculativi”, è composita e comprende tanto il piccolo fondo specializzato per settore o area geografica, quanto il grande operatore world-wide, aggressivo e presente su tutti i mercati. I soggetti appartenenti a quest’ultima categoria sono quelli che in gran parte alimentano la speculazione sui mercati e danno origine talvolta a veri e propri sconvolgimenti di mercato, tanto che è stato coniato per loro il termine di “fondi locusta” o “cavalletta”.

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In realtà la speculazione è una componente fisiologica dei mercati, perché consente di riportare le loro condizioni in equilibrio quando se ne siano allontanate. I fondi scommettono su tali movimenti e, se indovinano la previsione o riescono a innescarla, conseguono un profitto; altrimenti sono i primi a perdere.

Contrariamente ad un giudizio superficiale negativo, si tratta quindi di strumenti che possono ben trovare spazio in un portafoglio equilibrato e razionale e che hanno in genere una funzione anticiclica, nel senso che possono produrre utili anche quando i mercati sono in calo, proprio perché possono operare allo scoperto.

Sul mercato esistono anche i fondi secondari, ovvero fondi che hanno in portafoglio a loro volta quote di fondi hedge, e che pertanto possono offrire ai loro sottoscrittori un’ulteriore garanzia di diversificazione e la possibilità di accedere anche a fondi che un privato non potrebbe mai acquisire perché magari sono richiesti livelli minimi di investimento rilevanti oppure una conoscenza diretta degli operatori e dei mercati in cui agiscono.

Il limite di investimento è una delle caratteristiche che rende questi strumenti adatti a portafogli di dimensioni di un certo livello e non alla portata di tutti gli investitori. Inoltre per i fondi di maggior successo, occorre spesso “mettersi in fila” perché trattandosi di fondi chiusi i collocamenti sono esauriti e bisogna attendere il lancio di un nuovo fondo oppure la vendita da parte di un sottoscrittore. In alcuni casi, per precisa scelta dei gestori e quando siamo in presenza di eccellenze riconosciute, tali prodotti sono riservati solo ai già clienti e non vengono aperti a nuovi sottoscrittori.

Generalmente è però possibile acquisire quote dei fondi hedge attraverso le banche di maggiori dimensioni e i broker, ma è consigliabile acquisire prima informazioni sui gestori, sul track record (ovvero sui risultati conseguiti in passato), sulle caratteristiche e lo stile di gestione.

 

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Sostanzialmente diversi sono i fondi di private equity, che generalmente non sottoscrivono titoli quotati o largamente diffusi, ma entrano in situazioni di start-up o di turnaround aziendale scommettendo sulla capacità di valorizzare le aziende in cui entrano, per poi cederle realizzando un profitto. Tali fondi entrano nel capitale sociale (equity) delle aziende target e quasi sempre ne assumono il controllo guidando la fase di crescita o di recupero. Una volta realizzato l’obiettivo, la partecipazione viene dismessa tipicamente attraverso il collocamento in borsa.

Molti di questi soggetti riescono a realizzare ingenti profitti e a remunerare lautamente i sottoscrittori delle quote, anche se i rischi sono normalmente elevati: basta però un buon affare per compensarne tre o quattro andati male.

Anche in questo caso valgono le considerazioni fatte per gli hedge in materia di rilevanti limiti minimi di ingresso, difficoltà di entrare nei fondi di maggior successo ed esistenza di un circuito secondario interessante.

 

Si conclude con questo articolo la mini-serie su derivati e investimenti alternativi, che talvolta ha portato i nostri lettori a esaminare situazioni complesse e tecnicamente articolate. Anche se spesso si tratta di strumenti non alla portata di tutti, per entità dei patrimoni richiesti e per livello di conoscenze, è comunque importante sapere che esistono tali possibilità di investimento, certo non consuete per il risparmiatore medio ma che possono dare comunque delle belle soddisfazioni, se ben gestiti e sfruttati.

Il Forex Trading

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Quando vediamo pubblicità e inserzioni molto pressanti che sollecitano i risparmiatori ad investire in particolari prodotti, la prima reazione deve essere di sana diffidenza. Non si tratta di vendere un prodotto o un servizio, in concorrenza con altri simili, ma di proporre soluzioni che – per rendimento offerto e rischio – possano trovare favorevole accoglienza.

Non a caso la legge prevede vincoli molto stringenti per la sollecitazione del risparmio, sia dal punto di vista soggettivo (ovvero dei soggetti abilitati a farla) sia oggettivo, inerente le tipologie di prodotto (emittente, scadenza, caratteristiche tecniche). In particolare, devono essere esplicitati ai futuri acquirenti tutti i vincoli e i potenziali rischi.

Le insistenti inserzioni da parte di piattaforme di negoziazione, generalmente con base all’estero, che prospettano mirabolanti guadagni nel trading di valute senza necessità di impiegare denaro, vanno pertanto prese con molta cautela.

Occorre premettere che non stiamo parlando della semplice sottoscrizione di un titolo azionario o obbligazionario denominato in valuta estera, di cui più volte ci siamo occupati in questo blog, come potrebbe essere l’acquisto di un Treasury Bond del governo americano o delle azioni di Microsoft. Queste sono scelte di investimento lineari e del tutto analoghe a quelle in titoli similari nazionali o in euro, salvo il rischio di cambio.

In questo caso parliamo di trading, ovvero negoziazione, di strumenti derivati complessi, in primo luogo futures ed opzioni che hanno come sottostanti le valute estere e che consentono di guadagnare o perdere a seconda che i rapporti di cambio vadano nella direzione che avevamo previsto o in quella contraria.

Ci viene detto con molta enfasi che si tratta di un’operatività semplice, priva di rischio e che comporta investimenti minimi per l’apertura del conto. Se così fosse, avremmo davvero trovato la soluzione a tutti i problemi. In realtà si tratta di informazioni non corrette, nella maggior parte dei casi colpevolmente fuorvianti.

In primo luogo, l’operatività di questi strumenti non è affatto semplice: sapersi muovere nel mondo dei derivati richiede infatti conoscenze e capacità tecnica di gestire le piattaforme che non sono alla portata di tutti. Le conoscenze naturalmente possono essere acquisite con lo studio e la preparazione: se c’è interesse ad approfondire, è senz’altro positivo dedicarvisi ed accrescere la propria cultura in materia. Ed è anche vero che tutti gli intermediari offrono pacchetti “demo”, ovvero conti simulati che funzionano in tutto e per tutto come quelli reali, sui quali è possibile esercitarsi ed acquisire pratica.

Tuttavia non si può dire che sia un’operatività elementare e la possibilità di errore è sempre dietro l’angolo. Naturalmente se impostiamo un’operazione sbagliata, è possibile chiuderla immediatamente in genere senza grossi contraccolpi se ce ne accorgiamo subito, ma nel frattempo le commissioni e le spese dell’intermediario vengono comunque addebitate (e in misura doppia: una per l’operazione sbagliata e una per quella che la corregge). Può ad esempio capitare di invertire i valori di stop loss e take profit, di cui parliamo sotto, con il risultato che la transazione, appena eseguita, viene subito chiusa.

 

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Meno che mai possiamo credere che si tratti di operazioni senza rischio: in molti casi è come una lotteria, il costo del biglietto va comunque sempre sostenuto. E’ vero che al massimo si può perdere quanto si è versato sul conto per consentire l’operatività, ma è vero anche che in tal caso pure i potenziali guadagni non potranno che essere limitati.

E’ infatti necessario costituire un deposito sul quale verranno via via bloccati i margini per le operazioni eseguite: operando a leva – come abbiamo spiegato in uno dei precedenti articoli –  possiamo limitarci a mettere in gioco solo una parte dei capitali investiti. Quel deposito verrà poi incrementato con gli utili realizzati e addebitato con le perdite subite.

Inoltre il fatto che non siano richieste somme di denaro particolarmente rilevanti è infatti fuorviante, perché in tal caso, se è vero che le perdite saranno al massimo contenute nell’importo versato, è vero che con operazioni di piccolo importo anche i potenziali guadagni non potranno che essere molto contenuti. Più che un modo per investire il risparmio, il forex trading è quindi da considerare una sorta di attività imprenditoriale che richiede un capitale iniziale, anche se minimo.

Non vogliamo entrare nel merito delle singole operazioni tecniche, che esulano dagli obiettivi del blog e sarebbero rivolti ad un pubblico già esperto, o almeno con qualche familiarità col trading. Basti accennare al fatto che le operazioni più diffuse sono le combinazioni di future su due divise, di segno opposto. Ad esempio la combinazione EURUSD (il cosiddetto Eurodollaro), in assoluto la più trattata, consiste nel contemporaneo acquisto a termine di Euro e vendita a termine di dollari USA, in modo tale che chi possiede 1 contratto guadagna se l’Euro si apprezza rispetto al dollaro, passando ad esempio dall’attuale cambio di 1,17 a 1,25 e invece perde se accade il contrario, ovvero se il cambio passa ad esempio a 1,15.

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Tale contratto, anziché comprato può anche essere venduto e, in tal caso, la posizione diventa short, ovvero “corta”, da consegnare, e i termini di guadagno o perdita sono esattamente l’opposto. Da un punto di vista pratico non cambia niente, perché a scadenza non si dovrà consegnare né ricevere alcunché, ma verrà semplicemente accreditata (se abbiamo “vinto”) o addebitata (se invece abbiamo “perso”) la differenza.

Inoltre, durante la vita dell’operazione, potremo seguire sulla piattaforma l’andamento della nostra posizione ed eventualmente chiuderla prima se ci riteniamo soddisfatti dell’utile maturato oppure se vogliamo congelare la perdita per evitare ulteriori danni.

A questo proposito, è buona norma inserire fin dall’inizio i limiti automatici cosiddetti di stop loss e di take profit. Il primo è finalizzato a contenere l’eventuale perdita entro un limite massimo predeterminato e il secondo a portare a casa un profitto, ritenuto fin dall’inizio soddisfacente e che potrebbe invece sparire con successivi movimenti. In entrambi i casi, una volta raggiunte le quotazioni impostate, la transazione viene chiusa automaticamente.

Si tratta di impostazioni prudenziali, che richiedono comunque una strategia fin dall’inizio.

 

 

 

 

 

 

Gli investimenti alternativi

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Un attento lettore di questo blog ci ha chiesto di completare l’esame degli “investimenti alternativi”, dopo che nei precedenti articoli avevamo parlato di derivati e, in particolare nell’ultimo della serie, delle commodities, ovvero delle materie prime.

L’argomento è interessante e non solo da un punto di vista puramente teorico, ma soprattutto per le concrete implicazioni in termini di scelta degli investimenti. In un momento in cui i mercati presentano grande volatilità, ovvero subiscono frequenti e profonde oscillazioni di prezzi, e soprattutto in queste settimane in cui i rendimenti dei titoli obbligazionari e delle altre forme più diffuse di investimento sono molto bassi, pensare a qualcosa di diverso è naturale.

 

Esiste infatti una categoria di attività finanziarie, ovvero di strumenti in cui può essere impiegato il risparmio, che è in effetti “residuale”, ovvero comprende titoli di varia natura, diversificati per caratteristiche, tipologie di emittenti, livello di rischio: sono i cosiddetti “investimenti alternativi”.

Si tratta di attività decisamente eterogenee, il cui elemento comune è di non essere molto diffusi fra il grande pubblico dei risparmiatori e, pertanto, di essere in qualche modo “di nicchia” e tendenzialmente adatti a chi possiede un livello di conoscenze e preparazione più elevato della media o a chi comunque è disposto a studiare e approfondire la materia. Non perché siano necessariamente strumenti più rischiosi, ma spesso solo più sofisticati o meno conosciuti, che però possono essere utili per diversificare un portafoglio e spesso dare un contributo interessante alla redditività.

Nei portafogli modello, il peso degli investimenti alternativi è del resto venuto via via crescendo, spesso anche in seguito a mode più o meno passeggere. Ciò non vuol dire che essi siano in assoluto da respingere, ma il consiglio è di fare un’attenta selezione e, soprattutto, di avere una cognizione precisa del rischio e delle limitazioni che tali investimenti comportano.

Delle commodities abbiamo parlato nell’articolo della scorsa settimana, oggi ci occupiamo invece di preziosi; nelle prossime settimane affronteremo invece il forex trading, i fondi hedge e la private equity, oscure e minacciose espressioni nella lingua di Albione di cui non vogliamo anticipare il significato per non guastare la sorpresa del lettore.

Non tratteremo invece, per precisa scelta, di un comparto che negli ultimi due anni ha conosciuto una popolarità enorme, quello delle criptovalute.

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Resistendo alle molte richieste che ci sono pervenute, confessiamo di non conoscere in modo sufficiente questo strumento. Tuttavia, il costante tambureggiamento sulla rete e le sollecitazioni ad investire di cui tutti sono oggetto con grande insistenza, ne fanno a nostro avviso un motivo sufficiente per innalzare una barriera di sana diffidenza. Troppe “stangate” (parafrasando il titolo di un celebre film degli anni ’80) abbiamo visto passare, per poter suggerire ai lettori di trasferire risorse a siti web per i quali non disponiamo di elementi di giudizio, col rischio concreto di non poter poi smobilizzare l’investimento e di rientrare in possesso, prima o poi, del denaro.

Ci siamo spesso chiesti infatti cosa succederebbe se una mattina, collegandoci al sito che gestisce l’investimento, lo trovassimo oscurato o non più raggiungibile o, semplicemente, non più esistente. E anche se disponiamo di una chiavetta con tutte le informazioni necessarie a identificare l’investimento, non riusciamo a capire dove potremmo andare per recuperare quanto in precedenza versato.

In altri termini, pur consapevoli del rischio di precludersi una buona possibilità di reddito, riteniamo necessaria una maggiore tutela legale e una concreta vigilanza istituzionale prima di avventurarsi, sia pure con somme minime, in questa strada. Probabilmente ci arriveremo, ma a quel punto i rendimenti saranno certamente meno allettanti e più allineati al resto dei mercati.

Iniziamo dunque a parlare dell’investimento in preziosi.

La prima e più tradizionale forma di investimento è quella in beni preziosi, tipicamente oro e diamanti, ma in questa categoria possiamo far rientrare anche le opere d’arte, i gioielli, gli oggetti da collezione di valore.

Si tratta di forme di impiego che hanno una duplice caratteristica economica: da un lato mantengono il loro valore nel tempo a prescindere da inflazione, svalutazione, default di Stati sovrani e simili; dall’altro non producono interessi né, in generale, alcun flusso di reddito.

Si tratta quindi di un tipico impiego in “riserva di valore”, di natura essenzialmente difensiva, ovvero mirata a mantenere intatto il potere d’acquisto del proprio patrimonio rispetto a eventi esterni che potrebbero comprometterlo.

D’altra parte, anche per i preziosi, come per qualunque altro strumento negoziabile, esiste un mercato in cui vengono scambiati o, per meglio dire, esistono tanti mercati quante sono le tipologie di beni. Tali mercati sono soggetti alla consueta legge della domanda e dell’offerta, in relazione alla quale quando la prima aumenta e/o la seconda diminuisce, il prezzo inevitabilmente cresce. E la domanda tipicamente cresce quando si diffonde il timore di eventi che possano pregiudicare il potere d’acquisto della moneta.

In tali circostanze, o anche in concomitanza con una rarefazione dell’offerta, il valore della riserva accumulata in preziosi sarà superiore al costo originario, dando luogo a una potenziale plusvalenza. In questo caso però, rivendendo il bene, torneremo in possesso di denaro e ci troveremo esposti al rischio di svalutazione incombente, anche se avremo costituito una riserva di maggior valore per assorbire eventuali future perdite.

Un esempio numerico aiuterà a capire questo punto. Supponiamo di acquistare oggi un lingotto da 3 kg di oro al prezzo di 35 € al grammo, per un investimento iniziale di € 105.000. Supponiamo che a distanza di un anno si sia verificata un’inflazione del 10% e che il prezzo dell’oro sia passato da 35 a 50 € al grammo. Dopo un anno il nostro investimento potrà quindi essere smobilizzato a € 150.000, che però – in seguito all’inflazione – avranno un potere d’acquisto corrispondente a € 135.000 di un anno prima.

In tal caso, se vendiamo il lingotto e portiamo a casa la plusvalenza, ci troveremo in mano di nuovo Euro che saranno soggetti a possibile nuova svalutazione: avremo però costituito una riserva di 30.000 € che può costituire un buon argine di sicurezza per mantenere il valore reale del patrimonio in caso di nuova ulteriore svalutazione.

Al contrario, se manteniamo l’investimento in forma aurea, il rischio è quello che il prezzo dell’oro si riduca, perché magari i tassi di interesse aumentano e vengono preferiti dagli investitori forme di impiego più remunerative; oppure perché vengono scoperti nuovi giacimenti che aumentano l’offerta sul mercato.

Anche in questo caso, l’investimento non è quindi privo di rischio, come in generale qualunque altra forma: dunque nessun pasto è gratis, secondo una celebre massima economica di Milton Friedman.

Per molti aspetti l’investimento in oro è simile a quello in commodities di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente, ma in quel caso facevamo riferimento al trading di derivati sulle materie prime e non alla detenzione fisica del bene acquistato. Inoltre, come abbiamo più volte segnalato, analoghi risultati dell’investimento fisico possono essere conseguiti investendo in titoli azionari o in indici direttamente correlati al prezzo dell’oro.