Che fare in tempi di turbolenza?

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Abbiamo visto nel precedente articolo come i mercati siano oggi molto spesso in balìa di esternazioni, più o meno pertinenti, da parte di esponenti politici o rappresentanti di organismi istituzionali, con il risultato di amplificare oltre misura le oscillazioni dei prezzi, già di per sé soggette a grande instabilità.

Cosa può fare in questi casi un risparmiatore per tutelare i suoi investimenti? Dare consigli non è certo facile, ma possiamo provare a fornire qualche raccomandazione di buon senso.

La prima raccomandazione è quella di comprare bene, ovvero scegliere titoli emessi da soggetti affidabili, siano essi stati sovrani o società private, di cui si abbia una corretta percezione del rischio. Nel caso di azioni, o di titoli obbligazionari corporate – ovvero emessi da grandi imprese private – occorre farsi un’idea di quello che può essere un valore corretto del titolo, il cosiddetto target price[1], e – una volta definita una strategia globale del portafoglio – comprarlo quando il prezzo di mercato è inferiore a tale valore. Meglio sempre non aver fretta e non fare forzature; meglio non comprare che comprare male.

Se poi il mercato scende , la prima cosa da chiedersi è se si tratta di fibrillazione momentanea – dovuta alle improvvide dichiarazioni di qualcuno – oppure se è l’inizio di una vera e propria crisi. La risposta non è facile, ma da essa dipende la strategia che l’investitore razionale deve mettere in atto.

Se si tratta di un calo contingente e dovuto alla volatilità del momento, conviene tenere i titoli in portafoglio, e anzi incrementare l’investimento approfittando del momentaneo calo di prezzo. Se invece si tratta dell’inizio di un prolungato e strutturale periodo di crolli, meglio vendere subito finché si è in tempo, limitando le perdite.

Come si vede, l’instabilità provoca una situazione di forte rischio: sbagliando diagnosi si può andare incontro a veri e propri disastri; e in un tempo come l’attuale in cui i mercati si muovono anche del 5/6% in una settimana, il rischio di fare valutazioni errate aumenta.

Nella fase attuale gli analisti più autorevoli sostengono che non ci sono i presupposti per l’inizio di un crollo in larga scala e generalizzato come avvenne nel 2007.  Le ragioni di questa valutazione stanno soprattutto nella grande liquidità che c’è oggi nel sistema, nell’atteggiamento delle banche centrali, pronte ad utilizzare tutti gli strumenti disponibili (whatever it takes, tutto quello che è necessario, come disse tempo fa Mario Draghi) per sostenere le economie e i mercati, nell’andamento tutto sommato ancora positivo del sistema USA e nei multipli delle quotazioni che non hanno ancora raggiunto i livelli massimi.

D’altra parte è anche vero che gli economisti sono noti per non indovinare mai le previsioni, anche se bravissimi a spiegare cosa è successo. Quindi è bene non prendere per oro colato tutto quello che dicono. Nel 2007 nessuno aveva previsto la portata della crisi epocale che colpì in modo violento ed indistinto tutti i mercati, a parte Nouriel Roubini, che già nel 2006 al Fondo Monetario Internazionale aveva messo in guardia contro l’avvicinarsi del disastro. Su tale, isolata, previsione azzeccata, l’economista di origine iraniana ha poi fondato la sua fortuna sia come docente, sia come investitore.

La sensazione è che dopo qualche anno di crescita costante, prima o poi ci debba essere un’inversione del ciclo e i prezzi tornino a scendere. E’ probabile che l’anno in corso sia ancora un anno positivo, o quanto meno si mantenga sugli attuali livelli medi, perché certamente l’attuale presidente USA non vorrà presentarsi agli elettori con l’economia stagnante, tassi alti e prezzi degli strumenti finanziari in calo generalizzato. Ma è abbastanza prevedibile che dopo i prossimi 3 o 4 mesi il lungo momento magico si esaurisca e si entri in una fase di recessione, dapprima negli USA e poi, a cascata, nel resto del mondo. Alla fine i tassi dovranno aumentare, e le politiche espansive delle banche centrali dovranno in qualche modo essere contenute.

Se questo succederà, è prevedibile che i prezzi di azioni e obbligazioni inizino una discesa che potrebbe essere anche piuttosto rapida, per cui il consiglio è di farsi trovare, in questa eventualità, con un portafoglio più liquido possibile. Ciò vuol dire rinunciare a qualche possibile profitto per evitare brutte sorprese.

 


[1] Il target price, prezzo “bersaglio”, è il prezzo che l’analista ritiene sia quello a cui un determinato titolo tende ad allinearsi nel medio periodo, rappresentativo del valore corretto della società. In genere è calcolato attraverso l’utilizzo di diverse tecniche di valutazione aziandale, applicate ai numeri e alle informazioni pubblicamente disponibili

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AVVISO AI NAVIGANTI – Ferragosto Borsa mia non ti conosco

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Heri dicebamus… Il Nostromo preferirebbe di gran lunga essersi sbagliato, ma purtroppo dall’ultimo avviso ai naviganti – solo tre giorni di borsa aperta -l’indice ha perso un altro 1,5%, portando il deludente risultato dell’ultimo mese al -9,7%.

Per quanto il sentiment sia negativo, nella situazione reale del nostro sistema, un calo del genere in un mese proprio non ci sta: è vero che abbiamo la crisi di governo, è vero che il PIL (dell’Italia, ma anche della Germania e del Regno Unito) è in diminuzione, è vero che il trend non è favorevole, ma onestamente il 10% di diminuzione non ha ragion d’essere.

Per cui il consiglio ai naviganti del mercato è quello di non farsi prendere dal panico e non vendere in perdita. Godiamoci dunque il mare, la montagna, il Palio (chi può…) e non pensiamo al portafoglio fino a Settembre, almeno.

 

IL NOSTROMO

 

 

 

 

Togliamo i social network ai politici!

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Dare consigli sugli investimenti non è certo un esercizio facile in questi tempi di grande instabilità e incertezza, tuttavia cercheremo di analizzare, sia pure sinteticamente, la situazione dei mercati per formare qualche plausibile ipotesi di scenario.

Il primo aspetto che vorremmo sottolineare è la forte sensibilità alla politica, o meglio alle dichiarazioni dei leader politici più influenti e delle autorità monetarie. Non si tratta ovviamente di una novità, ma quello che oggi colpisce è la rapidità delle reazioni a semplici esternazioni sui social network, in particolare per quanto riguarda il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump, ormai abituato a formulare pensieri e intenzioni su Twitter.

Un tempo ciò avveniva magari con interviste sui media, o meglio con atti ufficiali, che però impiegavano qualche tempo – fosse pure solo poche ore – a raggiungere la massa dgli operatori. In questo tempo c’era la possibilità di correggere il tiro, smentire (spesso anche il vero), spiegare e approfondire. Gli effetti venivano così in qualche modo mediati e attenuati, anche se ovviamente a lungo andare quello che doveva succedere succedeva.

Se Trump si sveglia un po’ nervoso, magari infastidito dalla difficoltà dei negoziati economici con la Cina, twitta che l’America imporrà nuovi dazi per 300 miliardi di dollari sulle merci cinesi. Neanche il tempo di inviare il messaggio, che i mercati cominciano a scendere, prefigurando cali delle esportazioni USA in settori quali le materie agricole, i prodotti energetici, la meccanica; e parallelamente aumenti dei costi dei prodotti importati dall’Asia quali materie prime e tecnologia. E’ successo qualche giorno fa: meno 2 per cento nelle borse USA e, a cascata, in quelle europee e asiatiche.

Poi i negoziati riprendono e Trump twitta che, tutto sommato, alla fine un accordo si troverà e che i cinesi non sono poi così cattivi. E il mercato reagisce in modo opposto. Alla fine, magari, gli indici tornano dov’erano, ma molti investitori avranno sicuramente perso e altrettanti speculatori guadagnato, mentre la situazione dei fondamentali economici non è ovviamente cambiata rispetto a qualche giorno prima.

Lo stesso accade con le avventate dichiarazioni degli esponenti della Federal Reserve (la banca centrale USA) sulla politica dei tassi: ogni volta che paventano un aumento, questo viene immediatamente scontato dai mercati e i prezzi delle azioni e delle obbligazioni subiscono drastiche diminuzioni. Poi, visto il danno (inutile) provocato, magari gli stessi esponenti rilasciano dichiarazioni opposte (i tassi aumenteranno, ma non subito e non tanto), e i mercati si riprendono. Simili scenari sono successi anche per quanto riguarda la storia infinita della Brexit, e si potrebbe continuare.

Se l’obiettivo dei politici è quello di far parlare di sé e provocare attenzione, certo in questo modo viene facilmente centrato. Ma la buona amministrazione è un’altra cosa, fatta di scelte ponderate, razionali, negoziate con le opposizioni e sostenute da ampio consenso.

Tutto questo ci porta a dire che, dal punto di vista dell’economia e non solo, sarebbe molto meglio che ai politici e a chi occupa posizioni di rilievo istituzionale venisse interdetto l’uso dei social network, e che quello che devono, o vogliono, comunicare al mercato e al pubblico indistinto, debbano dirlo attraverso i canali che la legge mette loro a disposizione. Per i mercati è di tutta evidenza la necessità che non ci debbano esere turbative al regolare funzionamento; peraltro esistono proprio fattispecie di reato che consistono nell’aggiotaggio[1]  e nella manipolazione di mercato[2], in base alle quali viene punito chi diffonda notizie false o relative ad operazioni simulate (ovvero non esistenti), atte a provocare alterazioni sensibili dei prezzi degli strumenti finanziari quotati.

Senza entrare nell’ipotesi di aggiotaggio, che prevede un profitto illecito ed un beneficio personale per chi lo commette, è purtroppo frequente il caso di dichiarazioni, anche rese in buona fede, e pensieri personali che hanno comunque l’effetto di turbare il mercato.

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Si pensi al caso del tragico crollo del ponte Morandi a Genova: qualche esponente governativo dichiarò che occorreva togliere la concessione alla società che gestiva (e che ancora gestisce) le autostrade, colpevole – a suo parere – di non aver fatto i necessari interventi di manutenzione e consolidamento sull’infrastruttura. A parte la valutazione sulla colpa, che spetta sempre ad un giudice al termine di un procedimento articolato e complesso, è evidente che si trattava di un’opinione personale, tanto che ad oggi le concessioni sono sempre pienamente in vigore. Nel frattempo però il titolo della società è crollato in borsa, e il suo valore non è ancora stato recuperato. Nessuno mette in dubbio che l’esponente in parola potesse attivarsi per togliere (in modo legittimo e nei tempi previsti dalla legge) la concessione, ma perché affermare “a caldo” una cosa così grave?

Tutto sommato impedire ai politici l’utilizzo di esternazioni immediate, soprattutto a mezzo dei social network, è anche nel loro interesse, per evitare dichiarazioni di cui si potrebbero pentire, una volta esaminate con calma ed equilibrio, anche se poi non vengono neanche smentite, perché come è noto “la smentita è una notizia data due volte”. Per riscuotere un effimero consenso, spesso si provocano vere e proprie turbative di mercato.

Cosa può fare in questi casi un risparmiatore per tutelare i suoi investimenti? Nel prossimo articolo proveremo a dare qualche consiglio di buon senso.

 

 


[1][1] Il reato di aggiotaggio bancario avviene quando coloro che rappresentano una Società o un’Azienda agiscono nel tentativo di volgere a proprio favore il prezzo di mercato di strumenti finanziari quotati. Tale reato si compie attraverso la divulgazione di dati o informazioni irreali, fuorvianti e non veritiere che finiscono per alterare il mercato finanziario determinando un rialzo o un abbassamento dei prezzi attraverso il quale si realizza un  beneficio illecito penalmente perseguibile.

[2] Reato compiuto da colui che diffonde notizie false oppure pone in essere operazioni simulate o altri artifici concretamente idonee a provocare una sensibile alterazione del prezzo di strumenti finanziari

AVVISO AI NAVIGANTI – Tanto tuonò che piovve

Alla fine è successo quello che tutti si aspettavano: il governo del cambiamento è arrivato a capolinea. I mercati, è noto, non gradiscono l’instabilità politica e da qualche settimana stanno scendendo a rotta di collo.

Azioni in netto calo, spread alle stelle, produzione stagnante: l’Italia è un posto in cui investire richiede una buona dose di coraggio e anche al Nostromo non dispiacerebbe trovare nuovi mari da solcare e nuovi approdi, ma come sempre resteremo in porto aspettando tempi migliori.

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Hic Rhodus hic saltus: e a Rodi conviene ancora stare fermi, con scorte di liquidità (se ne sono rimaste) e tanta pazienza.

 

IL NOSTROMO

Come tenere d’occhio i conti in casa

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Le donne di casa di un tempo, anche nelle famiglie più povere, magari non sapevano leggere o scrivere ma certo erano bravissime nel tenere i conti di casa e gestivano con sapienza i pochi denari che entravano. Allora (parliamo di alcuni decenni fa) le condizioni di vita erano sicuramente più difficili, ma tutto era più semplice: al massimo si riusciva a risparmiare qualcosa nel libretto di deposito a risparmio per poter affrontare i tempi difficili.

Oggi seguire in modo intelligente e completo i conti di casa richiede sicuramente più controllo e strumenti minimamente più raffinati. L’obiettivo è quello di monitorare quanto spendiamo mese per mese, dove riusciamo a risparmiare da un periodo all’altro, se e quanto il patrimonio si incrementa.

Abbiamo visto la scorsa settimana che è preliminare aver ben chiara la distinzione fra flussi e stock, ma anche la correlazione fra i due tipi di grandezze. Se in determinato periodo, ad esempio, le entrate superano le spese di € 1.000, a parità di tutto il resto, dovremmo trovare a fine mese il saldo del conto corrente cresciuto di tale importo. Se il nostro patrimonio finanziario fosse costituito, oltre che dai contanti in tasca e dal saldo del conto, anche da – ipotizziamo – un certo ammontare in BTP, dovremmo e fine periodo verificare anche il valore di mercato di quei titoli.

Se riscontriamo che il valore di mercato di quei titoli è aumentato di € 300, il nostro patrimonio finanziario risulterà complessivamente aumentato di € 1.300. Entrate e uscite sono flussi, saldo del conto e titoli sono stock.

Pertanto, in caso di avanzo finanziario (AF) positivo e plusvalenza teorica sui titoli, dovremo avere:

PFN (patrimonio finanziario netto) finale = PFN iniziale + AF + plusvalenza teorica

 

La relazione ovviamente si modifica se si verifica invece un disavanzo finanziario e/o una minusvalenza teorica dei titoli. Da precisare che plusvalenza o minusvalenza sono da considerare rispetto al valore del mese precedente, e non al prezzo di carico, che è il costo di acquisto originario. Se volessimo comunque tenere nota della variazione di valore rispetto ai prezzi di carico, dovremmo considerare, nella relazione sopra, la differenza (aumento o diminuzione) della plusvalenza rispetto al mese precedente. In questo caso occorre fare attenzione con le formule, perché potremmo avere aumento o diminuzione di plusvalenza o di minusvalenza, o meglio del totale delle plusvalenze o minusvalenze, nel caso in cui si possiedano titoli diversi.

Il metodo di registrazione deve quindi essere quello di annotare giorno per giorno le spese effettuate e solo a fine mese valutare attività e passività, e quindi per differenza il patrimonio netto (ci limitiamo, per semplicità, a quello finanziario escludendo dal patrimonio i beni reali come case, auto, e così via).

Il modo più semplice, per chi ha una certa dimestichezza con il computer, è quello di utilizzare un semplice foglio elettronico dove, una volta impostate le formule (semplicissime, quasi tutte somme e sottrazioni), automaticamente avremo i saldi di fine periodo e il confronto fra i diversi periodi. Il programma più usato ed efficiente è Excel, di semplice uso e grande versatilità. Schemi di questo tipo sono facilmente scaricabili anche da internet, già impostati nelle voci e nelle formule.

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Occorre tuttavia verificare che lo schema comprenda e gestisca la distinzione fra flussi e stock, come si è detto più volte, altrimenti le indicazioni sarebbero fuorvianti.

Tuttavia, anche il tradizionale quaderno a quadretti con matita e calcolatrice è assolutamente idoneo allo scopo; in questo caso sarà necessaria un po’ di manualità in più e qualche verifica di quadratura. Vediamo allora come sono configurati gli schemi di conto economico (entrate e uscite) e situazione patrimoniale (attività, passività e patrimonio netto).

Iniziamo proprio da quest’ultimo, da valutare come si è detto ad ogni fine mese.

Lo stato patrimoniale sarà all’incirca così composto:

  • ATTIVITA’: denaro in cassa; saldo del conto corrente; carte prepagate; titoli; accrediti da ricevere
  • PASSIVITA’: scoperti di conto; valore residuo dei finanziamenti a vario titolo (prestiti personali, credito al consumo, ecc.); debito residuo di mutui; addebiti d ricevere (in genere l’importo speso nel mese con le carte di credito, che viene addebitato in conto il mese successivo)
  • PATRIMONIO FINANZIARIO NETTO: ATTIVITA’ – PASSIVITA’

 

Il conto economico comprenderà invece:

  • ENTRATE: stipendi; rimborsi spese; interessi attivi su depositi e titoli; plusvalenze realizzate su titoli
  • USCITE: tutte le diverse voci di spesa, il cui dettaglio dipenderà dalla tipologia e dalla frequenza di ciascuna di esse, a seconda delle abitudini e dello stile di vita della famiglia; minusvalenze effettive subite su titoli venduti
  • AVANZO FINANZIARIO: ENTRATE – USCITE  oppure
  • DISAVANZO FINANZIARIO: USCITE – ENTRATE

 

Infine dovremo tenere nota delle plusvalenze teoriche (da valutazione) dei titoli, da non confondere con quelle effettivamente realizzate, e che come abbiamo visto fanno parte delle entrate, se il prezzo di vendita è superiore al prezzo di acquisto, oppure delle uscite, se si verifica il caso contrario.

Per agevolare la costruzione dello schema, dovremmo usare due fogli diversi, uno per il calcolo del patrimonio finanziario netto e uno dell’avanzo finanziario, con gli opportuni collegamenti. Ogni mese potremmo usare un nuovo file, e poi confrontare i saldi di ogni voce; lo stesso, dopo aver aggregato i valori di conto economico nei 12 mesi dell’anno, possiamo fare per ogni anno. In quel caso il calcolo del PFN rilevante sarà solo quello di inizio e fine anno, e le plusvalenze o minusvalenze periodiche non saranno più da registrare, contando solo la differenza fra il valore iniziale (al primo gennaio o alla data di acquisto del titolo, se successiva) e quello finale dei titoli.

Ci auguriamo di non aver abusato della pazienza dei nostri lettori, ma possiamo garantire che si tratta di strumenti molto facili da usare e, una volta che si sia preso un po’ di pratica, veramente utili. Promettiamo che dalla prossima settimana torneremo ad occuparci di argomenti più divertenti.

 

 

 

 

 

 

AVVISO AI NAVIGANTI – La tela di Penelope

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Di giorno tesse la tela, di notte la disfa: un po’ come i mercati in questa mezza estate ballerina.
Un passo avanti e due indietro, questo l’andazzo. E non sarebbe neanche male se avessimo la certezza che a fine corsa ci ritroveremo più o meno allo stesso punto, come la coda del maiale che gira gira ma rimane sempre lí.

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Ma chi può dare simili certezze?
Non il Nostromo, che non si sente di escludere che si tratti invece dell’orlo del burrone.

E così, per evitare di rimanere con ‘l’uomo nero’ in mano nel pieno di una tempesta, meglio stare liquidi e mordere il freno, fino a che le acque non si sono calmate e il barometro torna a segnare ‘bello stabile’.

IL NOSTROMO

Un mondo di flussi e stock

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Una lettrice ci ha chiesto di fornire qualche utile indicazione per seguire i conti di casa, sulla scorta di quanto tempo fa dicemmo in merito al monitoraggio del portafoglio.

A prima vista, tenere memoria delle spese (e delle entrate) di una famiglia è un esercizio facile: basta annotare i soldi che escono (magari con criterio di omogeneità per tipi di spesa) e confrontare, tempo per tempo, i totali periodici.

Ad esempio, se si utilizza il mese come periodo temporale di riferimento, dovremmo registrare sotto la voce “alimentari” oppure “telefono” – e così via – tutti i pagamenti effettuati a quel titolo nel mese, sia per contanti sia attraverso la carta di credito sia con addebito in conto. Poi potremo confrontare, da un mese all’altro, i totali e vedere se abbiamo speso di più o di meno e, ad esempio, quanto paghiamo in un anno per quel tipo di spesa.

Purtroppo però le cose non sono così facili e ciò nonostante la famiglia sia un’azienda di erogazione e non di produzione (come l’impresa): ha cioè lo scopo di erogare beni e servizi ai propri membri e non di produrli o commerciarli. Per le imprese – che danno luogo a costi e ricavi – la contabilità è ben più complessa e infatti è necessaria la partita doppia; mentre per le famiglie, che hanno solo entrate e uscite, va benissimo la cosiddetta partita semplice.

Senza volerci addentrare troppo nella teoria ragionieristica, basti qui dire che la partita doppia è un metodo di contabilizzazione basato sulla doppia scrittura di ogni evento, una volta in dare e una volta in avere, in conti diversi. E’ finalizzata a calcolare l’utile di esercizio attraverso il conto economico, e il valore del patrimonio netto attraverso la situazione patrimoniale.

Per una famiglia, invece, le cose sono (solo apparentemente) più semplici, ma è necessario determinare, alla fine di ogni periodo di riferimento (anno o mese) la consistenza del patrimonio e l’avanzo o disavanzo di cassa. Per capire bene questo passaggio, è indispensabile aver chiaro un concetto base: la distinzione fra flussi e stock.

In genere si fa riferimento alle similitudini geografiche: il flusso è la quantità d’acqua che in un intervallo di tempo scorre nel fiume; lo stock è una montagna, alta e immobile (anche se col tempo si accresce o si riduce). Le entrate e le uscite sono flussi, mentre il patrimonio netto, i debiti, i titoli e il saldo del conto corrente sono stock.

Il debito si misura in un intervallo di tempo; lo stock è una fotografia scattata in un preciso istante. Fra le due categorie ci sono ovviamente rapporti stretti: il flusso netto di soldi in un mese fa aumentare lo stock di patrimonio, un disavanzo fa crescere i debiti o diminuire lo stesso patrimonio.

Non tutte le entrate o uscite sono spese o introiti: in alcuni casi sono solo spostamenti fra attività e passività. Ad esempio, se preleviamo 250€ al bancomat, non si tratta né di spese né di introiti, ma semplicemente di trasformazione di una parte del patrimonio da saldo di conto corrente in contanti; lo stesso se carichiamo una carta prepagata con addebito in conto. Così come se paghiamo una rata di mutuo, non tutto è spesa, ma solo la parte relativa agli interessi: la quota capitale, infatti, altro non è che il rimborso di parte di un debito, e quindi la riduzione di un tipo di attività patrimoniale e, allo stesso tempo, del debito residuo del mutuo.

Allo stesso tempo, tutti i movimenti relativi ai titoli (acquisto e vendita) sono semplici spostamenti da una forma di impiego del patrimonio (il saldo di conto corrente) in un’altra (i titoli, appunto). Se invece riscuotiamo una cedola, o registriamo una plusvalenza, allora avremmo effettivamente un introito.

Una corretta forma di registrazione dei conti di casa non può prescindere dalla separata individuazione delle grandezze-flusso e di quelle stock. Altrimenti non riusciremo a capire se spendiamo di più o di meno e se il patrimonio aumenta o diminuisce.

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Il meccanismo di registrazione, supponendo il mese come periodo di riferimento, deve quindi calcolare: il valore iniziale del patrimonio (PF0) e il suo valore finale (PF1); il saldo fra introiti e spese nel periodo (se positivo avanzo finanziario, AF; se negativo disavanzo finanziario, DF), in modo che sia verificata la relazione:

PF1 = PF0 + AF     oppure, alternativamente, PF1 = PF0 – DF

Parliamo in questo caso, semplificando, di patrimonio finanziario, intendendo quella parte di patrimonio che ha una rappresentazione in denaro (come la cassa, i titoli, i debiti, i crediti e così via). Non consideriamo, per semplicità, il patrimonio reale, costituito invece dai beni diversi, quali ad esempio case, automobili, mobili, barche, e così via. Una volta capito il meccanismo, sarà poi facile implementarlo con la parte reale, tenendo presente che ad ogni fine periodo esso andrebbe correttamente valutato, così come facciamo con i titoli che fanno invece parte della componente finanziaria.

Solo avendo chiara la distinzione fra flussi e stock è possibile registrare correttamente i conti di casa e capire se ci stiamo arricchendo o impoverendo e che cosa origina tale mutamento. Dovremmo quindi, giorno per giorno, annotare tutti i movimenti di denaro che non sono semplici trasferimenti fra elementi del patrimonio, ma vere e proprie spese o introiti. E alla fine del mese, sommare le varie registrazioni e valutare le componenti finanziarie del patrimonio.

La quadratura si avrà se l’incremento del patrimonio è uguale all’avanzo finanziario del mese più la plusvalenza teorica degli investimenti finanziari (in sostanza l’aumento o la diminuzione del valore dei titoli) verificatasi nel mese stesso. Se c’è una differenza, molto probabilmente abbiamo sbagliato i conti oppure ci siamo dimenticati di registrare qualcosa.

 

Nel prossimo articolo entreremo nel vivo del procedimento.

AVVISO AI NAVIGANTI – Primo semestre a vele spiegate

L’anno ha ormai abbondantemente superato la boa di metà percorso, e non si può certo dire che fino ad ora sia stato avaro di soddisfazioni per i naviganti. Dopo le tempeste dello scorso anno, i buoni titoli – sia azionari che obbligazionari – sono cresciuti notevolmente.

Molti fanno notare che i multipli delle azioni italiane consentono ancora qualche buono spunto, che la liquidità è abbondante e che lo spread è tutto sommato contenuto.

Certo è che ci attende una stagione di grande volatilità, come abbiamo visto anche in settimana. Le discese ardite e le risalite possono portare qualche buona occasione, a patto che si scelgano oggetti di qualità.

La prudenza consiglia però di non aumentare l’esposizione e anzi, quando possibile, portare a casa i profitti.

Meglio lamentarsi a pancia piena.

IL NOSTROMO

Tassi e inflazione

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Concludiamo questa breve serie di articoli tornando a parlare di una vecchia conoscenza: l’inflazione, di cui più volte ci siamo occupati in questo blog. Questa volta, proseguendo l’esame delle leve di intervento dei governi per incidere sull’economia, cerchiamo di capire il rapporto fra modifica dei tassi di interesse e controllo dell’inflazione.

Abbiamo detto più volte che in ambito europeo c’è un contrasto permanente fra la Germania, che ha come principale obiettivo la lotta all’inflazione e vorrebbe una politica monetaria rigorosa (ovvero tassi di interesse più alti) e i paesi mediterranei, in particolare l’Italia, che vorrebbero invece far crescere l’economia e spingono per avere tassi più contenuti. In tal modo si favorirebbero gli investimenti da parte del sistema produttivo e, per questa via, si aumenterebbe produzione e reddito.

Non è che i tedeschi siano cattivi (anche se molti lo pensano): forse sono solo troppo concentrati sui propri interessi e poco sensibili ai problemi degli altri, i cui sistemi non sono certo floridi e ricchi come quello germanico. Ma è vero anche che, se dovessimo tornare a livelli alti di inflazione come spesso abbiamo sperimentato in passato, sarebbe una brutta cosa per tutti. Alcuni hanno addirittura paragonato l’inflazione al cancro che divora i valori reali delle attività finanziarie e che si autoalimenta. All’estremo, ciò potrebbe portare alla disgregazione sociale, come successe proprio in Germania negli anni ‘30 quando il prezzo del pane aumentava dalla mattina alla sera di qualche milione di marchi, finché non arrivò Hitler con la deriva della follia nazista.

Ma se un livello troppo alto di inflazione è un pericolo per la tenuta dei nostri sistemi (e di sicuro rappresenta una forma di redistribuzione della ricchezza a danno di chi possiede attività finanziare e a favore di chi ha debiti), molti concordano oggi nel ritenere desiderabile e positivo un livello minimo – generalmente indicato nel 2% all’anno – che assicurerebbe un buon funzionamento e una crescita ordinata, rendendo disponibile i giusti livelli di liquidità e moneta che lubrificano correttamente l’economia.

Per questo le banche centrali tendono a gestire la quantità di moneta in modo da consentire un aumento fisiologico e controllato del livello dei prezzi che accompagni lo sviluppo del reddito.

Come si produce l’inflazione? Rispondere non è facile, e le possibili cause sono molte. Tipicamente però si riconducono a due categorie: inflazione da eccesso di liquidità e inflazione da costi.

 

Imperial Banknote Bank Note Currency Inflation

 

La prima si verifica quando c’è troppa moneta in circolazione rispetto ai beni acquistabili. Facciamo un esempio limite, che chiarirà il concetto. Supponiamo di essere in un sistema chiuso, che produce un solo tipo di bene, supponiamo il pane, e che ha raggiunto la massima capacità produttiva. In una situazione di equilibrio, supponiamo che si producano 1.000 chili di pane a 100 Euro al chilo e che la quantità di moneta nel nostro microcosmo sia 100.000 Euro. Se a un certo punto la quantità di moneta viene raddoppiata, avremo 200.000 Euro per comprare gli stessi 1.000 chili di pane: abbamo infatti ipotizzato che non sia possibile aumentare il livello di produzione. Gradualmente il prezzo del nostro pane si porterà a 200 Euro al chilo, perché chi detiene la moneta riverserà la sua domanda su quell’unico bene. Alla fine il prezzo (nominale) raddoppierà, ma il prezzo reale del pane sarà sempre lo stesso[2], perché sono sempre gli stessi 1.000 chili. Questa è inflazione da eccesso di liquidità: se mettiamo più mezzi di pagamento a disposizione dei consumatori, questi faranno crescere la domanda, ma si tratterà di una crescita “drogata” perché la produzione è sempre la stessa.

Nello stesso esempio, supponiamo che ci sia un solo produttore di pane e che il costo della sua materia prima aumenti del 10%. Potendo trasferire questo aumento di costo sul prezzo, anche il prezzo del pane aumenterà del 10%, e questa è inflazione da costi, come quella che si verificò negli anni Settanta in seguito al forte e generalizzato aumento del petrolio da parte dei paesi produttori.

Ci sono poi meccanismi che moltiplicano l’effetto dell’inflazione, come quello della scala mobile, che abbiamo sperimentato in Italia sempre negli anni Settanta, non a caso ricordati come gli anni della grande inflazione. Il meccanismo consisteva in una clausola di adeguamento automatico dei salari quando l’inflazione aumentava. Grazie alla forza delle organizzazioni sindacali, i lavoratori in quegli anni ottennero che i loro salari crescessero automaticamente di una certa percentuale (il 75%) dell’aumento rilevato dei prezzi al consumo. Se cioè si constata un aumento dei prezzi generalizzato del 10%, i salari crescono del 7,5%. Questo però determina un aumento dei costi di produzione, che in qualche misura vengono scaricati sui prezzi, e così il meccanismo si autoalimenta.

In conclusione, è vero che con una politica monetaria restrittiva, che tende a ridurre la quantità di moneta e quindi aumentare i tassi di interesse, la liquidità diminuisce e qundi anche la domanda diminuisce ostacolando l’inflazione; ma può anche succedere che le imprese riescano a trasferire sui prezzi di vendita questo che per loro rappresenta un fattore di costo e provochino in effetti un aumento dei prezzi, che è l’esatto contrario di quanto si voleva ottenere.

Come si vede, l’economia è una materia molto empirica e una scienza (ammesso che sia una scienza) non certo precisa: quello che succede lo si scopre solo a posteriori; molto spesso determinate azioni di politica economica producono effetti opposti a quelli desiderati.


[2] Si definisce nominale il valore corrente o prezzo di un beno, espresso nell’unità di moneta in circolazione, mentre reale è lo stesso valore depurato del tasso di inflazione. Se un bene costa 100 e l’inflazione è del 2%, l’anno dopo il suo prezzo nominale sarà 102 ma quello realòe sarà sempre 100 (102- 2% di 100).

AVVISO AI NAVIGANTI – Mare mosso


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Tanto tuonò che piovve: il governo in lite continua, con i cantieri bloccati e una nuova (balzana) idea al giorno, la produzione che arranca, lo spread che torna a salire, i venti di guerra dall’Iran che iniziano a farsi sentire forti e chiari, la Fed che annuncia tagli dei tassi più modesti del previsto…

Alla fine il calabrone ha smesso di volare e la settimana in borsa segna un calo del 2,5%. Non è un crollo, ma certo un bel segnale di pericolo. In agosto i mercati sono tradizionalmente fiacchi, ma se continuano a scendere qualche schiaffo arriva per forza.

Mari mossi, venti deboli e rotte pericolose: meglio evitare la navigazione e cominciare a pensare alle vacanze con una scorta di liquidità e cambusa ben fornita.

IL NOSTROMO