Dalla Sicilia un manifesto dell’integrazione

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Il 2018 è stato un anno magico per Palermo, con ben due manifestazioni culturali e decine di eventi ed esposizioni, che l’hanno consacrata capitale dell’integrazione e dell’accoglienza. La città si è presentata nella sua veste migliore, proponendo un’offerta culturale degna di una capitale europea e i flussi turistici l’hanno ampiamente premiata, mostrando incrementi significativi.

La prima delle due manifestazioni è stata “Manifesta12”, la dodicesima edizione della biennale itinerante nata nei primi anni ’90 in risposta al cambiamento politico, economico e culturale avviatosi alla fine della guerra fredda e con le conseguenti iniziative volte a facilitare l’integrazione sociale in Europa[1] .

 

In tale ambito, da giugno a novembre sono stati organizzati numerosi eventi, dibattiti e mostre; soprattutto sono stati restituiti alla fruibilità dei visitatori una serie di palazzi e luoghi che erano da tempo chiusi e inutilizzati, fra cui i locali del prestigioso Palazzo Forcella De Seta.

L’altra manifestazione è collegata a Palermo capitale della cultura italiana, anche in questo caso intesa non solo come cultura artistica tradizionale, ma come capitale di una concezione al plurale della nozione di cultura che comprenda la cultura della pace, dell’accoglienza, della legalità, d’impresa, dell’innovazione, dei giovani, ambientale, della solidarietà, della diversità.

 

Per quanto riguarda il discorso che avevamo avviato con l’articolo della scorsa settimana, questi eventi – grazie ai quali sono affluite dall’esterno consistenti risorse finanziarie – hanno consentito, come spesso succede in casi analoghi, di restaurare e restituire alla comunità siti e palazzi da tempo chiusi o utilizzati solo parzialmente.

In tal modo, il beneficio economico è duplice: da un lato attira visitatori che spendono e portano ricchezza, come pure sponsor e pubblicità; dall’altro aumenta la dotazione patrimoniale (il “capitale” in questo caso) della città, disponibile per l’utilizzo in futuro.

Senza contare che il suo aspetto si trasforma radicalmente: invece di palazzi vecchi e fatiscenti, il panorama urbano presenta edifici restaurati e tappezzati da manifesti e locandine, con gente in fila e persone che vi lavorano. E soprattutto molti giovani, per il tipo di eventi culturali proposti, che rendono vitale e dinamica la città fino a tarda notte.

Fra gli edifici restituiti alla città, particolarmente significativo il Palazzo Forcella De Seta, costruito dai Marchesi Forcella in stile neogotico intorno alla metà del XIX secolo, al di sopra delle mura cittadine, sui resti del bastione Vega e sulla porta dei Greci, affacciato sulla strada Colonna (attuale Foro Italico) con splendida vista sul mare.

La “Grande Galleria”, con due file di finestre a sesto acuto e colonne sovrapposte negli angoli, decorata su ispirazione dell’ Alhambra di Granada, è stata utilizzata come sede di un’esposizione sulle migrazioni e sulle tradizioni dei popoli caraibici, fra le quali quelle legate alla benedizione del sale.

Parallelamente a questa si apre una seconda galleria, rivestita di marmi e mosaici che richiamano le decorazioni dei palazzi normanni e con iscrizioni in greco. Anche questa sala è stata impiegata per presentare fotografie e proiettare video sempre inerenti diversi aspetti a contenuto sociale, in primo luogo relativi alle migrazioni, ma non solo.

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Il colpo d’occhio di sale da poco restaurate, con allestimenti fotografici e decorazioni arabeggianti affacciate sul mare, è veramente straordinario, come già abbiamo detto in passato per un altro edificio vicino, Palazzo Butera, anch’esso inserito nel circuito Manifesta12 (si veda il nostro articolo del 16/5/2017 “Palazzo Butera: da Palermo un progetto di apertura e accoglienza)

Come Palazzo Butera, anche Palazzo Forcella De Seta si affaccia su mare di Palermo e incorpora la porta di accesso alla città. In un certo senso entrambi rappresentano un biglietto da visita nei confronti dei naviganti che vi approdano: il messaggio ideale di accoglienza e integrazione arriva in tal modo forte e chiaro.

Non abbiamo i dati numerici sulla partecipazione ai diversi eventi del 2018 di Palermo, ma di certo il flusso di turisti è stato molto intenso e tutta la città ne ha beneficiato e si è trasformata. Come dicevamo nell’articolo iniziale di questa mini-serie, ad esempio la centralissima Via Maqueda si è mostrata in una veste godibile e molto coerente con la sua tradizione, con le nuove attività commerciali legate alle eccellenze del territorio e non solo all’abbigliamento made in USA omogeneo, alla telefonia, al fast food o alla chincaglieria asiatica.

Ci sono casi di successo in cui città un tempo industriali poi cadute in declino sono state riconvertite in luoghi in cui la cultura è il principale fattore produttivo. Bilbao ne è un esempio mirabile ed è ora diventata anche meta turistica di tutto rispetto. Altro esempio, di natura completamente diversa, è Cambridge, nel Regno Unito. Da villaggio accademico blasonato, attraverso la creazione del parco scientifico e tecnologico, è diventata incubatore di start-up e nuove imprese e da qualche decennio è entrata in una nuova fase di sviluppo.

Niente vieta che anche Palermo, come Napoli o altre località in Piemonte e Toscana, riesca a intraprendere questo percorso di eccellenza.

 


[1] Dal sito web ufficiale  http://m12.manifesta.org/cose-manifesta/?lang=it, che così prosegue: Sin dall’inizio, Manifesta si è costantemente evoluta in una piattaforma per il dialogo tra arte e società in Europa, invitando la comunità culturale e artistica a produrre nuove esperienze creative con il contesto in cui si svolge. Manifesta è un progetto culturale site-specific che reinterpreta i rapporti tra cultura e società attraverso un dialogo continuo con l’ambito sociale

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Vissi d’Arte

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La nostra mini-serie sul futuro dell’Italia prosegue oggi parlando dell’altra gamba dell’eccellenza del nostro Paese: si tratta del turismo, che vive della valorizzazione del patrimonio artistico e culturale.

Siamo partiti dall’idea che il possibile sviluppo del nostro Paese dovrà essere incentrato sulle due direttrici dell’agricoltura e del turismo, con tutte le attività connesse. Abbiamo parlato della prima, l’agricoltura, e di alcune eccellenze in Sicilia, Toscana e Piemonte legate soprattutto all’enogastronomia.

In molti casi è stato naturale il passaggio al business turistico, dando vita ad iniziative che si sono trasformate con successo, tanto da far parlare di un vero e proprio filone, quello del turismo legato alla valorizzazione e alla scoperta del cibo di territorio. Da qui sono nati, solo per citare alcuni esempi, Vinitaly a Verona, il Salone del Gusto a Torino o Eurochocolate a Perugia.

 

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Non si tratta di una semplice riedizione delle sagre paesane nelle quali si poteva gustare a basso prezzo la specialità locale, spesso in piedi e circondati da folle chiassose e fumi pestiferi. Eventi, questi, animati in genere dalle donne, vere professioniste della cucina tradizionale che lavoravano a beneficio di associazioni o pro-loco.

E’ piuttosto un percorso culturale che punta a considerare la tradizione e il cibo come espressione di un territorio, della sua storia e delle eccellenze che produce. Il target a cui si rivolge è composto da persone di età adulta, cultura elevata e buon livello di reddito: persone a cui piace vivere bene e spendere.

Allo stesso modo si qualifica il turismo culturale che consiste nello spostamento finalizzato a vedere una mostra, visitare un sito archeologico o un museo, partecipare a un convegno, ma anche a un concerto, un’esibizione teatrale o operistica ed altre attività simili.

In alcuni casi si creano delle vere e proprie mode, che attirano code infinite ed ampio interesse mediatico. È quanto avvenuto, ad esempio, per i bronzi di Riace oppure per le mostre monografiche organizzate da operatori di successo quali “Linea d’Ombra”.

Molti puristi affetti da snobismo accademico criticano queste iniziative sostenendo che si tratta di operazioni commerciali che poco hanno di culturale e molto di consumistico. In parte è sicuramente vero, resta però il fatto che molta gente è disposta a muoversi e ad impiegare tempo e soldi per vedere i quadri degli impressionisti o ascoltare le musiche di Stefano Bollani, oppure a visitare i diversi luoghi in cui si svolgono manifestazioni monografiche o a tema e, così facendo, alimenta produzione e reddito e comunque alla fine qualcosa impara. Oppure, semplicemente, riesce a trarre soddisfazione e divertimento dalla fruizione dell’arte.

Il nostro patrimonio artistico e culturale è così ampio e ricco che potrebbe offrire enormi occasioni di sviluppo del turismo culturale. Si tratta di vedere se l’arte e la cultura possono essere sufficienti a garantire un adeguato ritorno economico o quanto meno un equilibrio a livello generale. E’ possibile, dunque, “vivere d’arte”, parafrasando la nota aria pucciniana?

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Non è facile rispondere a questa domanda né esiste un’unica risposta. In primo luogo si deve considerare la comunità nel suo complesso: è evidente che se si riesce ad attirare un consistente flusso di visitatori in una determinata zona, i privati che hanno attività commerciali in quella zona ne saranno avvantaggiati, così come tutti coloro che possono trovare un’occupazione diretta nella gestione o nell’organizzazione delle visite.

A livello pubblico, bisogna però valutare che ci sono costi che gravano sulla collettività, in primo luogo per la manutenzione e il restauro dei beni artistici. Quando sono necessari interventi importanti (si pensi all’allestimento di un sito archeologico e all’attività di scoperta, studio e messa in sicurezza dei reperti per renderli visitabili), è ben difficile che il solo biglietto di ingresso possa coprirne il costo per intero.

Non solo: i lavori spesso durano anni e i flussi di reddito arrivano solo dopo molto tempo e solo una volta che i lavori stessi sono terminati. C’è quindi un gap temporale fra fabbisogno finanziario per rendere possibile l’attività culturale e rientro attraverso i flussi dei visitatori. Si tratta di veri e propri investimenti, per i quali sono necessarie risorse e capacità progettuali, non sempre presenti in loco.

Occorrono amministrazioni pubbliche non solo efficienti, ma soprattutto motivate e stabili, perché i benefici di progetti così impegnativi in genere arrivano solo dopo molti anni, quando il loro mandato elettorale sarà terminato. Quindi dovranno essere così illuminate da impiegare risorse di cui la collettività beneficerà solo in futuro, l’esatto contrario di quanto ha fatto la politica finora.

La politica dei beni culturali richiede lungimiranza e investimenti cospicui. Dei due fattori, peraltro necessari ma non sufficienti per assicurare il sentiero di sviluppo di cui abbiamo parlato, paradossalmente il più difficile da mettere in campo è proprio il primo.

Alla fine, infatti, le risorse possono essere reperite attraverso forme di sponsorizzazione da parte di privati (come è successo per il restauro del Colosseo da parte del gruppo Tod’s) o project-finance[1]. In entrambi i casi si tratta di individuare fonti di reddito che rendano sostenibile e conveniente l’operazione dal punto di vista del privato che investe capitali ed energie nell’iniziative: per questo si parlava di capacità progettuale.

La lungimiranza della classe politica – e qui parliamo soprattutto delle amministrazioni pubbliche locali – è invece più complicata perché comporta visione strategica di lungo periodo: significa avere un’idea chiara di quale potrà essere il futuro delle comunità governate e riuscire a catalizzare consenso su questa idea. Molto più facile gestire il potere con elemosina, prebende e slogan roboanti.

Nel prossimo articolo parleremo dunque di iniziative che hanno consentito il recupero e la valorizzazione del patrimonio artistico, cominciando dalla Sicilia.

 


[1] Il project finance o finanza di progetto è una tecnica di finanziamento di un progetto in cui il rimborso e il costo del finanziamento stesso sono garantiti dai flussi di cassa previsti dalla attività di gestione o esercizio dell’opera, che in genere è  un’iniziativa complessa a lungo termine relativa a un bene o un’area pubblica. La caratteristica principale del project financing è rappresentata dal coinvolgimento dei soggetti privati nella realizzazione, nella gestione e soprattutto nell’accollo totale o parziale dei costi di opere pubbliche, o opere di pubblica utilità, in vista di entrate economiche future.

Il Genio piemontese

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Non si può parlare di agroalimentare in Italia e di eccellenza nel cibo e nel vino senza raccontare l’incredibile esperienza di Oscar Farinetti, il creatore di Eataly, e le iniziative di divulgazione e formazione originate da Carlo (detto Carlin) Petrini, a partire dal Gambero Rosso e Slow Food.

 

Dopo Sicilia e Toscana, il nostro viaggio nell’Italia del futuro si ferma in Piemonte, altra formidabile espressione di quelli che abbiamo indicato come i due pilastri dell’economia italiana prossima ventura: agricoltura e turismo.

 

Tre regioni che possono rappresentare la base di uno sviluppo duraturo e sostenibile, incentrato sui punti di forza del nostro territorio. Tre tipologie di offerte di prodotti molto diverse, come diverse sono le tradizioni, le culture, le modalità di coltivazione e le attrazioni turistiche. Centro, Nord e Sud: come dire che l’eccellenza nel nostro paese è anche geograficamente ben distribuita e la potenzialità di sviluppo si estende in tutta la penisola.

Questa storia in terra sabauda inizia a metà anni ’80 con le intuizioni di Carlin Petrini, e le idee che vedono la luce negli ambienti della sinistra piemontese che fanno riferimento all’ARCI e al Manifesto.

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Nasce qui infatti l’”ARCI Gola”, sezione del popolare sodalizio ricreativo-culturale che darà vita al movimento “Slow Food” in polemica contrapposizione alla fast life e al modello di vita basato sul consumo veloce e frenetico[1].

L’intuizione di Carlin Petrini era sicuramente innovativa ma anche geniale: si doveva recuperare l’aspetto culturale del nostro cibo tradizionale, ribellandoci al consumo veloce e inconsapevole per poter esercitare un vero e proprio “diritto al piacere”. Oggi si direbbe: meno global e più local.

Da questo principio sono nate diverse iniziative di successo, dal Salone del Gusto a Torino all’Università degli studi di scienze gastronomiche a Pollenzo, sempre nell’alveo della valorizzazione dei prodotti del nostro territorio.

Il Gambero Rosso nacque nel dicembre 1986 come inserto di otto pagine del quotidiano comunista “Il Manifesto”, finalizzato a proporre un’idea di cibo più vicina alla classe operaia e alla cultura di sinistra, che avrebbe dovuto riappropriarsi del diritto a perseguire il piacere e il gusto, tradizionalmente riservato alle classi agiate[2]. Col tempo è poi divenuto una delle più autorevoli e seguite guide sui ristoranti e i vini d’Italia, una collana editoriale e un’emittente televisiva.

L’enorme successo di questo filone, e il business che ne è successivamente originato, hanno poi portato alcuni a criticare questo atteggiamento, visto come strumentale ad uno sfruttamento commerciale e totalmente privatistico dell’idea, ben lontana dagli aspetti politici e ideali degli inizi[3]. Esempi di questa deriva vengono riscontrati in situazioni come l’Expo di Milano, la crescita esponenziale della grande distribuzione organizzata (GDO) – nell’ambito della quale un ruolo primario è svolto dalle cooperative che fanno diretto riferimento alla sinistra – o il progetto FICO di Bologna ideato e gestito da Farinetti.

In questo contesto nasce nel 2004 il progetto Eataly, con il primo punto vendita allestito a Torino, nello stabilimento ex Carpano, ceduto in comodato dall’amministrazione comunale a Farinetti con l’impegno a ristrutturare e rimettere in sesto un edificio storico ma ormai fatiscente e in disuso.

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L’idea vincente di Oscar fu quella di creare un circuito integrato dell’eccellenza gastronomica, dai produttori di materie prime – molti dei quali col tempo sono poi stati acquisiti dal gruppo Eataly – alla realizzazione del prodotto finito, a cura di cuochi selezionati che preparassero direttamente e davanti al cliente i piatti per il consumo.

L’obiettivo di Farinetti era quello di offrire la migliore carne, il miglior pesce, la miglior verdura e così via nei ristoranti della carne, del pesce, della verdura. Chi voleva poteva consumare direttamente i prodotti, oppure poteva portarseli via o acquistare le materie prime.

Eliminando il passaggio del commercio all’ingrosso, i prezzi – pur elevati perché alla fine la qualità si paga sempre – non avrebbero incorporato componenti improprie, quali appunto il costo della distribuzione, ma anche l’immagine, la pubblicità. Al prodotto molto reclamizzato, si preferiva quello a chilometro zero; all’azienda famosa l’eccellenza locale; alle grandi quantità la costante selezione qualitativa.

Fu da subito un successo straordinario: già il primo anno le assunzioni di personale furono il doppio di quelle preventivate e il fatturato consentì il break even, ovvero il punto di equilibrio fra costi e ricavi, fin dai primi mesi.

Eataly divenne ben presto un caso di scuola, creando un segmento di mercato di assoluto rilievo proprio nella valorizzazione di uno dei nostri tradizionali punti di forza: l’agricoltura di qualità, l’eccellenza del cibo e del vino, la valorizzazione del territorio e delle tradizioni.

Da quel momento, il gruppo di Farinetti ha intrapreso una crescita formidabile, dapprima con l’apertura di numerosi altri punti vendita in Italia e all’estero, poi acquistando direttamente i migliori produttori (acque in bottiglia, pastifici, aziende vitivinicole, caseifici, salumifici e così via).

Bisogna dire che Oscar Farinetti è un genio, né più né meno. La sua capacità imprenditoriale, il fiuto per il business, l’abilità di mantenere una vasta e forte rete di relazioni istituzionali, sono certo talenti e doti non comuni. Ma il fatto di aver avuto successo valorizzando le nostre tradizionali e antiche produzioni agricole e gastronomiche testimoniano l’enorme potenzialità di sviluppo che ha il paese in questo campo.

 


[1]La velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda allo stesso virus: la “Fast-Life”, che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case, ci rinchiude a nutrirci nei “Fast-Food”.  Ma l’uomo sapiens deve recuperare la sua saggezza e liberarsi dalla velocità che può ridurlo ad una specie in via d’estinzione.  Perciò contro la follia universale della “Fast-Life”, bisogna scegliere la difesa del tranquillo piacere materiale…” dal Manifesto dello Slow Food, apparso sulla newsletter Rosmarino nel novembre 1987, è firmata dagli storici 13 padri fondatori: Folco Portinari, Carlo Petrini, Stefano Bonilli, Valentino Parlato, Gerardo Chiaromonte, Dario Fo, Francesco Guccini, Gina Lagorio, Enrico Menduni, Antonio Porta, Ermete Realacci, Gianni Sassi, Sergio Staino.

[2] Si veda anche: Stefano Bonilli e Carlo Petrini, quando la rivoluzione passò per la cucina, il manifesto, 4 agosto 2014

[3] Wolf Bukowski La danza delle mozzarelle. Slow Food, Eataly, Coop e la loro narrazione, Edizioni Alegre, Roma 2015

Terra e Vino: ritorno alle origini

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Iniziamo il nostro viaggio nelle eccellenze con la Toscana, nel Chianti, e raccontiamo un’azienda con una storia lunga e importante. L’azienda è la “Bichi Borghesi” e ha sede nella splendida cornice di Scorgiano, fra Siena e Colle Val d’Elsa.

Un posto incantato, con un borgo che in passato ospitava e si identificava con la tenuta agricola, simbolo di aristocrazia terriera che traeva reddito dai vasti possedimenti fondiari – perlopiù coltivati a foraggi e cereali, ma con notevoli e importanti vigneti nel cuore del Chianti – e che viveva nell’elegante villa padronale.

La villa era – ed è tuttora – circondata da un parco di disegno ottocentesco con viali alberati, fontane e giardini, che la tengono isolata dalla strada. Nella facciata principale – su un giardino sobrio che introduce al parco – si trovano le “Scuderie”, ora adattate a locale di ospitalità e ristorazione per banchetti e matrimoni. Del resto, il borgo comprende anche una cappella recentemente restaurata. Sul retro i locali della cantina e i magazzini, ora arricchiti da zona degustazione.

Niccolò Simonelli, uno dei due fratelli che condividevano con la madre la proprietà e l’onere dell’azienda di famiglia, era negli anni Novanta un giovane agronomo libero professionista, continuamente in viaggio per lavoro, con poco tempo da dedicare alla campagna.

Niccolò si trovò davanti al bivio se raccogliere la sfida di riportare in equilibrio l’azienda e rilanciare la produzione oppure continuare con la sua attività, ormai consolidata. Naturalmente accettò il guanto e si gettò anima e corpo nell’impresa di dare nuova vita alla tenuta “Bichi Borghesi”.

Trasformare un’azienda cerealicola-foraggera di nobili tradizioni ma di scarsa o nulla redditività non era un compito facile, in un settore come l’agricoltura notoriamente caratterizzato da bassi profitti e alta intensità di capitale, aspetto questo molto rilevante in pieno Chiantishire. Nella zona del Chianti, infatti, i valori del real estate erano molto lievitati per la forte domanda, soprattutto da parte inglese e americana, ma recentemente anche russa.

Vendere tutto al magnate di turno e abbandonare la terra? Neanche per sogno. La cosa giusta da fare era focalizzare i punti di forza, svilupparli e irrobustirli, e limitare quelli di debolezza.

Il primo punto di forza era la qualità del prodotto vitivinicolo, pur in una fase in cui il Chianti non godeva di grande popolarità. Altro punto di forza la solidità patrimoniale, che non presentava debiti essendo il cespite di antica proprietà della famiglia.

I punti di debolezza erano invece la necessità di migliorare e diversificare l’offerta e soprattutto di ricercare nuovi sbocchi commerciali. Inoltre, erano necessari investimenti per ammodernare attrezzature e processi. E ancora lo scarso apporto reddituale della parte cerealicola-foraggera, che assorbiva energie e risorse senza apportare redditività.

Niccolò si è quindi concentrato sul vino, ingaggiando un enologo di esperienza e qualità, e sulla ricerca di nuovi mercati, soprattutto esteri, da affiancare alla clientela tradizionale, perlopiù locale. La vendita di “sfuso” avrebbe dovuto gradualmente ridursi per favorire, anche a livello di immagine, il prodotto di maggiore qualità.

Dopo anni di ricerca e continuo miglioramento, diversificando e segmentando l’offerta con vini diversi, la qualità raggiunta si può definire a giusta ragione “eccellente”, sia dei vini più pregiati (DOCG e riserva) sia dell’IGP che sta lentamente conquistando un suo mercato.

Il girovagare per l’Europa, gli Stati Uniti e l’Asia, inclinazione che Niccolò aveva manifestato anche nella precedente vita da libero professionista, e la partecipazione intensiva a manifestazioni, eventi, fiere e simili ha portato ad esportare la quasi totalità della produzione.

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Inoltre, una piccola ma significativa attività di agriturismo, generalmente ma non solo, al servizio della clientela, ha consentito di conseguire introiti ulteriori, di entità modesta ma significativi. Sempre più frequenti le degustazioni a cui vengono invitati potenziali clienti da tutto il mondo, a cui viene offerta la possibilità di ammirare il formidabile contesto territoriale in cui nasce il Chianti Bichi Borghesi.

Un’attenta e prudente gestione finanziaria ha infine consentito di raggiungere un equilibrio economico che all’inizio poteva sembrare molto difficile da ottenere. Certo, la redditività è ancora bassa, ma questo è il limite di ogni produzione agricola.

Inoltre l’esposizione ai fenomeni meteorologici e alla stagionalità non sempre amica ha portato a dover affrontare problemi talvolta complessi.

 

Ma la soddisfazione di aver riportato l’azienda di famiglia al livello di sostenibilità e soprattutto di offrire un prodotto in alcuni casi davvero notevole ha ripagato Niccolò di tutti gli sforzi fatti.

 

La Sicilia: eccellenza diffusa

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In questa mini-serie parleremo di singoli casi di eccellenza per il nostro Paese nei settori strategici di agricoltura, turismo e terziario avanzato, settori che a nostro avviso saranno quelli trainanti per il futuro insieme a tutto quanto vi ruota intorno: dall’industria di trasformazione e conserviera, alla gastronomia ed alla viticoltura di alto livello, alla formazione accademica e ricerca scientifica, al fashion e design.

E’ opportuno premettere che l’idea della serie mi è venuta nel corso di un mio recente viaggio in Sicilia. Mano a mano che incontravo storie interessanti in questa logica, mi rendevo conto che questa regione, proprio nei settori trainanti che menzionavamo all’inizio, può diventare – e in alcuni casi è già diventata – un bacino di “eccellenza diffusa”.

Prendiamo ad esempio la gastronomia e la ristorazione. Esempi di ristoranti di altissimo livello e finanche stellati ci sono un po’ ovunque nel nostro Paese, ma molto spesso si tratta di veri e propri “fiori nel deserto”. Locali che sorgono in the middle of nothing, come direbbero gli americani, ma che bisogna raggiungere appositamente dopo aver impostato il navigatore e aver fatto diversi chilometri e che, una volta terminata la cena, abbandoniamo per tornare indietro senza neanche uno sguardo a cosa c’è intorno.

 

In Sicilia è diverso: ci si imbatte in un ristorante, una rapida occhiata per vedere che il locale sia gradevole e i prezzi giusti e possiamo stare sicuri che mangeremo bene, molto spesso benissimo, talvolta in modo sublime.

Questo può diventare il modulo di uno sviluppo futuro sostenibile: distretti enogastronomici e culturali che possano offrire turismo di alta qualità – fruizione di un patrimonio artistico che non ha uguali – ma anche ospitalità e accoglienza diffusa. Una riedizione dei vecchi cluster, o distretti economici, che hanno avuto anche in Italia un notevole successo negli scorsi decenni.

Il punto di forza dei distretti era quello di concentrare in un’unica area geografica una determinata produzione, come nel caso del tessile a Biella o a Prato, dell’oro a Vicenza o ad Arezzo, della pellicceria fra Pistoia e Lucca, dei calzaturifici e così via.

Questo aveva il vantaggio che in quell’area si poteva disporre delle migliori competenze professionali del settore, delle conoscenze e del network inerente quelle produzioni. D’altra parte, però, tutto il sistema era estremamente vulnerabile perché se quello specifico comparto produttivo andava in crisi, tutta quanta l’area ne risentiva. Nelle ipotesi più gravi, se la crisi era strutturale, si rischiava di veder crollare tutto il sistema, come è accaduto in molti casi.

Oggi, nel tempo della globalità e della connessione globale, l’intero Paese è sostanzialmente un unico grande distretto, questa volta non industriale – come abbiamo visto nel precedente articolo, il comparto manifatturiero è probabilmente arrivato a capolinea – ma agrituristico e culturale. E si tratta di due aspetti che non andranno mai in crisi, salvo mettere in discussione i fondamenti stessi della nostra civiltà.

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In questa logica, la Sicilia può rappresentare una formidabile punta di diamante. I prodotti agricoli di rinomata qualità e la tradizione dell’accoglienza, con il livello diffuso raggiunto dalla ristorazione – da un lato – e l’incredibile ricchezza del patrimonio storico artistico – dall’altro – rappresentano infatti la base sulla quale i progetti di una nuova imprenditorialità possono svilupparsi con successo.

Molte delle iniziative che abbiamo incontrato sono infatti il risultato della passione, della competenza e dell’attaccamento al territorio di una generazione che, invece di emigrare, ha preferito rischiare, mettersi alla prova e dare vita a start-up che hanno tutti i presupposti per avere successo.

Quello che manca è proprio l’infrastruttura pubblica, la rete di servizi e garanzie che uno Stato moderno dovrebbe fornire: proprio per questo i ragazzi che scommettono sulla Sicilia sono doppiamente meritevoli.

Se il progetto incredibile del Palazzo Butera, di cui abbiamo parlato nell’articolo dello scorso anno.

era il risultato di un enorme atto d’amore da parte di un intellettuale progredito e “visionario”, i progetti e le iniziative che abbiamo visto rappresentano la testimonianza di un’”eccellenza diffusa” che può davvero servire da prototipo di sviluppo per l’intero paese.

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Il simbolo di questo cambiamento può essere proprio la centralissima Via Maqueda di Palermo: molti nuovi negozi ed esercizi eleganti e raffinati, che non vendono (solo) prodotti globalizzati in franchising come elettronica di largo consumo, junk-food e abbigliamento di importazione, ma anche e soprattutto eccellenze locali in gastronomia, piccolo artigianato, cosmetici e così via.

Insomma, arancine invece di hamburger, coppole alla moda invece di jeans, essenze di zagara, enoteche, forni e pasticcerie invece di catene di profumerie o brand del lusso che si possono trovare a Roma o Milano come a New York, Mosca, Parigi o Varsavia.

Il tutto accompagnato da un’offerta culturale che attualmente fa del capoluogo siciliano una delle più vivaci città del nostro Paese, quest’anno particolarmente importante per la concomitanza dei tre eventi di “Palermo capitale italiana della cultura”, “Manifesta 12”, la mostra d’arte contemporanea itinerante, e le “Vie dei Tesori”, il grande festival che da fine settembre ai primi di novembre si svolge in tutta la Sicilia, aprendo al pubblico 400 luoghi di interesse artistico, storico e monumentale in gran parte chiusi e proponendo più di 200 passeggiate d’autore..

Ci sono dunque tutti gli ingredienti per costruire un futuro di successo!

 

 

Il futuro del nostro Paese

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Nella nostra ultima mini-serie abbiamo parlato del futuro del lavoro al tempo di Internet e abbiamo visto come la tecnologia, insieme ai cambiamenti socio-economici, ha cambiato qualità e quantità, ma soprattutto il concetto stesso del lavoro.

Proviamo ora ad allargare lo sguardo all’economia del nostro Paese nel suo complesso, per cercare di capire che direzione sta prendendo e che tipo di futuro dobbiamo aspettarci per la prossima generazione. Naturalmente, secondo l’impostazione di questo blog, esamineremo la questione soprattutto dal punto di vista economico, ma non rinunceremo ad accennare anche ad altri aspetti rilevanti.

L’Italia dei nostri nonni era un paese povero e sostanzialmente agricolo; l’Italia dei nostri genitori era un paese che stava uscendo dalla povertà post-bellica e si stava attrezzando per diventare industriale; l’Italia nella quale siamo cresciuti (e in cui ancora siamo) è diventata un paese ricco e industrializzato, fra i primi 7/8 paesi del mondo.

La domanda adesso è: come sarà allora l’Italia di domani? Azzardiamo: ancora ricco – anche se con ampie e diffuse sacche di povertà – ma non più prevalentemente manifatturiero. Sarà un paese il cui sviluppo dovrà ruotare intorno all’agricoltura e al turismo. Una sorta di ciclo che torna alle origini, nei corsi e ricorsi della storia economica.

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Se questo è vero, la generazione dei nostri figli dovrà quindi attrezzarsi per trarre profitto dalle ricchezze del nostro patrimonio: terra fertile e arte millenaria, con tutto quello che può discenderne, e quindi enogastronomia, ristorazione e ospitalità di alto livello e, per estensione, formazione professionale e istruzione superiore.

La manifattura, invece, avrà probabilmente un futuro più problematico: siamo tradizionalmente un paese povero di materie prime, che generalmente vengono importate e in cui il costo del lavoro è relativamente alto. Il nostro punto di forza è quello della creatività, del design, del “bello”. La produzione verrà concentrata e delocalizzata in zone del mondo in cui ci sono materie prime e lavoro ampiamente disponibili e a basso costo: da noi resterà la fase dell’ideazione, della progettazione, della gestione commerciale e finanziaria. E’ questo, del resto, il canone di quanto è scritto su ogni iPhone: designed in California, assembled in China.

Dunque siamo pronti per questo “ritorno alle radici”? I nostri ragazzi si stanno preparando per un futuro meno industriale? E’ quello che cercheremo di scoprire nella serie che prende avvio con questo articolo. Anche in questo caso azzardiamo: sono molto più pronti di quello che crediamo, come dimostrano le molte iniziative che si vedono in giro per il Paese.

Iniziative legate al turismo, alla ristorazione di qualità, all’agricoltura a chilometro zero sono molto più frequenti e diffuse di quanto si possa credere, in modo particolare nell’Italia del Sud, dove la carenza pressoché totale di posti di lavoro tradizionali ha stimolato la creatività e l’inventiva soprattutto dei giovani. In città fino a pochi anni fa simbolo di degrado e abbandono, come Napoli e Palermo, si assiste oggi al ritorno di ragazzi che erano andati altrove a cercare lavoro ed alla ferma volontà manifestata dagli stessi di restare ed anzi sviluppare nuove attività.

I modelli di successo quali Eataly di Oscar Farinetti o Grom per i gelati hanno fatto da battistrada per la nascita di start-up e iniziative quasi sempre legate al territorio e alle eccellenze presenti.

 

Si prenda ad esempio la centralissima Via Maqueda a Palermo: negli ultimi anni sono sorti – in fondi e locali per lungo tempo abbandonati e trascurati – nuove attività commerciali legate alle eccellenze del territorio e non solo all’abbigliamento made in USA omogeneo, alla telefonia, al fast food o alla chincaglieria asiatica.

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Oppure, ancora a Palermo, le ristrutturazioni con finalità ricettiva quali hotel, bed and breakfast, resort e residence in cui capita di soggiornare in location ricche di storia e suggestioni, ma belle come una rivista di arredamento e design: ad esempio il vecchio teatro Bellini, all’ombra della Martorana in una delle piazze più belle del mondo.

Sempre in Sicilia, in posti ancora alla periferia del mondo, sono nati e sopravvivono progetti come il “Farm Cultural Park” di Favara, in provincia di Agrigento, del quale ci occuperemo in uno degli articoli della serie.

O ancora in Toscana, dove un’azienda vitivinicola che sembrava avviata ad un lento e dignitoso declino si è trasformata, nelle sapienti e infaticabili mani dell’enologo Niccolò Simonelli, in un’eccellenza qualitativa dove sperimentazione e rispetto delle radici hanno portato ad un prodotto di nicchia esportato in tutto il mondo.

O ancora a Grosseto, con l’offerta da parte di Carlo Sarti di una ristorazione di vera eccellenza con radici nella tradizione e nella ricerca di nuove armonie gustative che consentano di far conoscere le migliori proposte enologiche in circolazione.

Crescere, migliorare, imparare, diffondere, ricercare, studiare, ma anche vendere e fare profitto, organizzare in modo razionale, gestire con efficienza. Queste le direttrici per l’Italia del futuro.

Sarà un viaggio nelle eccellenze, nelle storie di successo, ma anche nelle proposte, nelle sfide, nelle idee. Ci sarà da divertirsi e, come sempre, anche da imparare.

 

Buona lettura, dunque!

 

DEBITO PUBBLICO E AGENZIE DI RATING: Gli esami non finiscono mai

Proseguiamo il discorso avviato nel precedente articolo. Eravamo arrivati a spiegare come il disavanzo e il debito pubblico – per essere sostenibili – debbano essere coerenti col Prodotto Interno Lordo (PIL) di uno Stato, allo stesso modo in cui, per una famiglia o un’impresa, deficit e indebitamento devono restare proporzionati al livello di fatturato o di redditi complessivi disponibili.

E’ infatti dal fatturato o dal totale dei redditi – concetti equivalenti a quello di PIL per uno Stato – che dovranno provenire le risorse necessarie a rimborsare i debiti e a pagarne gli interessi.

Prima ancora delle istituzioni europee (delle quali ci occuperemo più avanti), sono infatti gli investitori che finanziano lo Stato, sottoscrivendone i titoli del debito pubblico, a richiedere che il disavanzo rappresenti una quota ragionevole del PIL e che il debito ne possa essere in qualche modo garantito.

 

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Come abbiamo visto, gli investitori sono coloro che sottoscrivono i titoli pubblici: per coprire il fabbisogno lo Stato emette infatti Buoni del Tesoro (in Italia BOT, BTP, CCT; in Usa Treasury Bonds, in Germania Bunds e così via) e questi vengono acquistati da banche e risparmiatori che sono alla ricerca di impieghi remunerativi per le loro risorse.
Per gli investitori si tratta quindi di vere e proprie operazioni di prestito e, come tali, sono basate sulla valutazione di affidabilità del soggetto finanziato. Questa valutazione è fatta da agenzie specializzate e indipendenti, le cosiddette “agenzie di rating”: Moody’s; Standard & Poor (S&P); Fitch; etc.

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Ognuna di queste agenzie ha una sua graduatoria in cui ogni livello di affidabilità è indicato da una sigla. Il grado di massima affidabilità è per tutte la tripla AAA (dove in questo momento sono collocate Germania, Svizzera, Canada, Australia, Svezia e Danimarca), poi ciascuna agenzia ha gradazioni e sigle diverse. Generalmente, quando l’affidabilità aumenta e le condizioni economico-finanziari e patrimoniali del soggetto esaminato migliorano, si effettua il cosiddetto upgrade, ovvero il passaggio al gradino (in gergo, noch) superiore. In caso contrario si dà invece luogo al downgrade.

Ad esempio, per S&P, il Regno Unito si trova in categoria AA (per quanto riguarda la valutazione a lungo termine ). Se le sue condizioni migliorassero, verrebbe “promosso” al livello AA+, quello a cui appartengono gli Stati Uniti; se invece dovessero peggiorare, si ritroverebbe in AA-, in compagnia di Repubblica Ceca ed Estonia e, in caso di ulteriore discesa, in A+ dove è collocata la Cina.

I vari “gradini” sono a loro volta raggruppati per livello di affidabilità: da prime (massima sicurezza del capitale) che comprende solo la tripla A; a high grade (rating alto, qualità più che buona) che comprende la doppia A; a investment grade (rating medio, qualità media e medio bassa) che comprende da singola A a tripla B, dove è collocata l’Italia.

Al di sotto dell’investment grade, si entra in area speculativa, ovvero ad alto rischio per il capitale che venisse impiegato in titoli emessi dai Paesi che vi rientrano. L’Italia si trova pertanto al limite inferiore della categoria che le agenzie ritengono meritevole di affidamento: un downgrade andrebbe quindi a collocare il nostro Paese nel novero dei paesi inaffidabili, quelli considerati dalle agenzie ad alto rischio con la conseguenza di classificare i titoli del nostro debito pubblico come speculativi.

 

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Se ciò accadesse, avremmo due effetti negativi pressoché immediati: il tasso di interesse sui titoli pubblici aumenterebbe (per remunerare i sottoscrittori a fronte del maggior livello di rischio), ma soprattutto una serie di investitori importanti, fra cui tutti quelli istituzionali , non potrebbero più sottoscrivere i nostri Buoni del Tesoro.

Fra le regole di investimento di questi soggetti, è infatti normalmente contenuta quella che vieta di effettuare investimenti speculativi, per evitare di mettere a rischio i capitali che tali fondi gestiscono per conto terzi. Ciò significa che le nuove emissioni di titoli del debito pubblico, necessarie per finanziare il deficit, troverebbero molta difficoltà ad essere collocate e, soprattutto, sarebbero molto più costose per l’emittente, dovendo presentare tassi di interesse più alti (con il risultato di aumentare la spesa per interessi e lo stesso deficit).

Per le banche, inoltre, sarebbe molto più complicato sottoscrivere i titoli del debito pubblico di un emittente sub-investment grade (ovvero con rating inferiore al mimino di affidabilità. Ciò perché tali titoli non potrebbero essere né ceduti alla banca centrale, quando questa effettua operazioni di acquisto sul mercato per espandere la quantità di moneta in circolazione, né dati in garanzia dei prestiti ai quali le banche stesse possono ricorrere presso la BCE.

E’ quindi evidente quanto sia rischiosa per l’Italia l’eventualità di un peggioramento del rating: renderebbe più difficile finanziare il nuovo debito (e quindi sostenere il maggior livello di disavanzo) e innescherebbe un circolo vizioso da cui sarebbe molto difficile uscire.

Al di là dell’entità numerica del rapporto deficit/PIL (2,4% invece di 2 o 1,5%), è naturale che dovrebbe comunque trattarsi di un livello considerato sostenibile dagli investitori e, in primo luogo, dalle agenzie di rating.

Il rapporto deficit/PIL era previsto per il 2019 dal Governo Gentiloni doversi attestare all’1,6%, mentre con il DEF della compagine governativa in carica si indica un rapporto obiettivo del 2,4%, in aumento di circa il 50%. Lo stesso DEF indica valori target per il 2020 e il 2021 rispettivamente del 2,1 e dell’1,8%, che sono però considerati eccessivamente ottimisti dagli analisti, in quanto sovrastimerebbero la crescita del PIL (denominatore del rapporto).

Ma cosa c’entra il reddito di cittadinanza con tutto questo? Ebbene da quanto abbiamo detto poco sopra, si comprende come tale misura governativa, concorrendo (insieme alle altre misure proposte dal Governo) ad aumentare – e non di poco – il deficit pubblico, potrebbe risultare insostenibile per i conti pubblici nazionali o, quanto meno, determinare conseguenze fortemente penalizzanti rispetto alle valutazioni degli investitori e delle agenzie di rating.

Si capisce, quindi, con quanta apprensione si stia guardando alle prossime scadenze del 26 ottobre (revisione del rating di S&P) e di fine mese (revisione da parte di Moody’s): in vista di un downgrade, più che probabile, i titoli pubblici italiani stanno crollando.

 

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L’Unione Europea, dal canto suo, deve ovviamente vigilare per assicurare nell’area euro le migliori condizioni di stabilità e d’altra parte, con gli accordi di Maastricht del 1992, i Paesi aderenti si erano obbligati al rispetto di una serie di parametri, fra i quali, appunto, il tendenziale pareggio di bilancio, ovvero il mantenimento del famoso deficit uguale a zero.

Erano certamente previste, negli accordi, deroghe a tale principio, purché non venisse superato in nessun caso il 3% e fosse rispettato un percorso di allineamento virtuoso, obiettivo che, come si è visto, l’Italia ha di fatto disatteso, pur restando, di poco, entro il limite massimo.

Debiti e Deficit

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Un paio di lettori ci hanno “bacchettato” perché il precedente articolo del blog, quello sul reddito di cittadinanza, risultava un po’ ostico e poco comprensibile ai non addetti ai lavori. In effetti talvolta alcuni concetti vengono dati per scontati, ritenendo che la frequenza con cui vengono usati su stampa e media ne dimostri una diffusa padronanza.

In particolare, il passaggio “incriminato”, peraltro fondamentale per la tesi esposta nell’articolo, è il penultimo capoverso, che riportiamo di seguito:

Soprattutto c’è un problema di compatibilità economica con i conti dello Stato. Per un paese con il debito pubblico al livello del nostro e con un deficit che ben difficilmente potrà attestarsi al di sotto del 2,4% del PIL, introdurre il reddito di cittadinanza come proposto è semplicemente impensabile senza aprire un fronte di forte contrasto con l’Unione Europea.

 

Rileggendolo, dobbiamo riconoscere che in effetti questa frase contiene diversi concetti che vanno spiegati: il debito pubblico, il deficit, il rapporto deficit/PIL e perché questo può diventare un fronte di contrasto con l’Unione Europea. Proviamo allora a chiarire tutti questi concetti, in questo e nel prossimo articolo, ricorrendo all’analogia con situazioni ben note, come quelle dei conti di famiglia o di una piccola impresa.

Partiamo dai due concetti di deficit e debito, e dalla definizione di PIL (Prodotto Interno Lordo). Di quest’ultimo abbiamo spesso parlato in precedenti articoli, e possiamo definirlo come la misura dell’attività produttiva dei residenti di un Paese in un dato periodo[1].

Se fossimo un’azienda, potremmo considerare il PIL come il fatturato; oppure, se fossimo una famiglia, come il complesso dei redditi di cui disponiamo, e che a vario titolo entrano in casa nel periodo in esame.

E’ per questo che parliamo di compatibilità dei conti: sia nel caso di un’azienda che in quello di una famiglia l’entità dei debiti o quella delle spese non possono prescindere rispettivamente dal fatturato o dal reddito di cui si dispone. Se un’azienda avesse un fatturato di 100.000 € in un anno, mantenere in quell’anno costi complessivi per un ammontare molto superiore sarebbe sicuramente da evitare. Beninteso, potrebbe capitare ma dovrebbe ragionevolmente trattarsi di un evento straordinario, e non essere la regola.

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Così come in una famiglia in cui entrano 50.000 € all’anno, come si potrebbe spenderne nello stesso anno, diciamo, 100.000? Certo, potrebbe capitare, ma anche in questo caso dovrebbe trattarsi di eventi eccezionali.

Cosa succede se ci troviamo a sostenere costi superiori ai ricavi, oppure uscite maggiori delle entrate? Dovremmo naturalmente chiedere in prestito quanto ci manca per coprire il fabbisogno, ovvero fare (o accrescere, se già presenti) debiti.

Anche il livello del debito non potrà però essere indipendente dal reddito disponibile: sia per un’azienda che per una famiglia, ci dovrà essere infatti una ragionevole corrispondenza fra livello del fatturato e ammontare del debito contratto. Il motivo è evidente: il debito, alla sua scadenza, dovrà essere rimborsato e gli interessi che nel tempo maturano dovranno essere pagati. Ed è ovvio che le risorse per adempiere a queste obbligazioni dovranno arrivare dal cash-flow aziendale, e quindi dal suo fatturato, oppure dai redditi che entrano in famiglia.

Nessuna banca o ente finanziatore concederebbe un prestito a chi non dispone di un reddito sufficiente a pagare la rata mensile. Ad esempio se viene richiesto un prestito personale di 20.000€ da rimborsare in 5 anni (supponiamo per l’acquisto di un’auto) al tasso del 5%, la rata mensile sarà di 377€. La banca, fra gli altri elementi di giudizio che valuta per approvare l’operazione, verificherà che il richiedente abbia un reddito di almeno 1.800/1.900€ al mese, ovvero tale per cui la rata ne impegni circa un quinto.

Per questo, in operazioni della specie per dipendenti pubblici, si parla di “cessione del quinto”: il quinto dello stipendio viene “congelato” (e formalmente ceduto) per garantire il rimborso del prestito.

Analogamente, anche se in modo più complesso, per quanto riguarda i fidi, ovvero i prestiti, alle aziende. Per ottenere credito, esse devono dimostrare di avere un flusso di ricavi, e quindi un fatturato, che consenta loro il regolare rimborso.

Si tratta di considerazioni di puro buon senso, non certo di aspetti tecnici astratti e particolari.

Lo stesso per quanto riguarda i conti dello Stato: il deficit altro non è che la differenza fra la spesa pubblica e le entrate. La prima è l’esborso della Pubblica Amministrazione per beni e servizi (stipendi, forniture, spese correnti diverse) e investimenti (opere pubbliche, infrastrutture, ecc.). Le seconde sono prevalentemente rappresentate dal gettito tributario, ovvero dalle tasse e imposte riscosse.

Se c’è un deficit, significa che lo Stato spende più di quanto incassa. E questo, come abbiamo visto per le famiglie e per le imprese, può accadere solo ricorrendo al debito, che in questo caso si chiama appunto debito pubblico. Ma il debito viene concesso solo se c’è corrispondenza e coerenza con il reddito (in questo caso il PIL).

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Chi è che concede il debito agli Stati? Naturalmente chi sottoscrive i titoli del debito pubblico, ovvero in primo luogo le banche (Banca Centrale e banche commerciali) e chiunque sottoscriva a titolo di investimento i Buoni del Tesoro.

Per sottoscrivere titoli di un certo emittente, le banche – ma anche gli investitori privati, soprattutto quelli “istituzionali”[2] – ne valutano l’affidabilità, ovvero la sua capacità di rimborsare il debito. E l’affidabilità viene misurata dalle cosiddette “agenzie di rating”, che sono analisti professionali e indipendenti che attribuiscono ad ogni soggetto esaminato una misura del merito creditizio.

Del processo e degli effetti del rating, dei parametri imposti dall’Europa e dei problemi che il nostro paese si troverà ad affrontare nelle prossime settimane, parleremo nel prossimo articolo.

 

 

 


 

[1] Secondo il “Dizionario di Economia e Finanza Treccani” di Fedele De Novellis (2012) La nozione di ‘prodotto’ è riferita ai beni e servizi che hanno una valorizzazione in un processo di scambio; sono quindi escluse dal PIL le prestazioni a titolo gratuito o l’autoconsumo. Il termine ‘interno’ indica che tale variabile comprende le attività economiche svolte all’interno del Paese; sono dunque esclusi i beni e servizi prodotti dagli operatori nazionali, imprese e lavoratori all’estero, mentre sono inclusi i prodotti realizzati da operatori esteri all’interno del Paese. Escludendo la produzione all’interno del Paese da parte degli operatori esteri, e aggiungendo quella all’estero degli operatori nazionali, si ottiene il PNL (Prodotto Nazionale Lordo). Il termine ‘lordo’ indica che il valore della produzione è al lordo degli ammortamenti ( ammortamento), ovvero del deprezzamento dello stock di capitale fisico intervenuto nel periodo; questo comporta che, per non ridurre tale grandezza a disposizione del sistema, parte del prodotto deve essere destinata al suo reintegro. Sottraendo dal PIL gli ammortamenti, si ottiene il PIN (Prodotto Interno Netto).

[2] Per investitori istituzionali si intendono i fondi pensione, le compagnie di assicurazione, i fondi comuni di investimento e in generale tutti gli operatori che istituzionalmente gestiscono somme di denaro per conto di terzi sottoscrittori.

Reddito di cittadinanza: cos’è, a cosa serve, ma soprattutto…si può fare in Italia?

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Un attento lettore di questo blog ci ha chiesto di parlare del reddito di cittadinanza, sicuramente l’argomento più discusso – insieme alla questione dei migranti – di questa stagione politica e dell’esperienza del “governo del cambiamento”. Lo facciamo volentieri cercando di rispondere alle tre domande: che cosa è; a cosa serve e se può essere applicabile con successo nell’Italia di oggi.

Iniziamo col dire che la definizione “reddito di cittadinanza” è impropria, meglio sarebbe parlare di “reddito minimo garantito”, una misura peraltro diffusa e ampiamente sperimentata in molti paesi, compresi alcuni dell’Unione Europea.

Secondo quanto riportato nel “Contratto per il governo del cambiamento” (il programma di governo sottoscritto dai leader dei due partiti della maggioranza) e quanto contenuto nella proposta di legge del Movimento 5 stelle, si tratta di uno strumento di sostegno economico rivolto alle famiglie italiane che si trovano in condizioni economiche disagiate, con un reddito inferiore alla cosiddetta “soglia di povertà”. Tale soglia è stata individuata in 780 € mensili per una famiglia di una sola persona e in livelli diversi a seconda del numero e delle situazioni familiari. Ad esempio, per un nucleo di due persone con due figli a carico tale limite è di 1.640 €.

Ciò significa che, nelle intenzioni dei proponenti, ogni famiglia italiana che percepisce un reddito complessivo inferiore a tale soglia dovrebbe poter percepire un’integrazione economica, da parte dello Stato, di quanto necessario per raggiungere tale livello minimo.

Sono quindi previsti specifici requisiti, oltre a quello della cittadinanza italiana, per poter beneficiare del contributo del reddito minimo garantito; al contrario il reddito di cittadinanza è quello che viene erogato a chiunque, ricco o povero, con lavoro o senza, indipendentemente dalle condizioni in cui si trova

E’ diverso anche dai sussidi di disoccupazione, che vengono erogati a chi ha perso il lavoro, categoria nella quale rientra il “reddito di inclusione” (ReI)[1], già introdotto dal governo Gentiloni e tuttora in vigore.

L’obiettivo dichiarato della misura di sostegno proposta è quello di reinserire (i cittadini) nella vita sociale e lavorativa del Paese. Garantisce la dignità̀ dell’individuo e funge da volano per esprimere le potenzialità lavorative del nostro Paese, favorendo la crescita occupazionale ed economica.[2]

Si tratta dunque di una duplice finalità: da un lato contrastare la povertà, disuguaglianza e esclusione sociale, garantendo ai nuclei familiari che presentano un reddito inferiore alla soglia di povertà, la possibilità di beneficiare di un’integrazione salariale. Dall’altro di favorire la crescita economica del Paese, stimolando la domanda (di beni di consumo da parte delle classi sociali meno abbienti) e, per questa via, il prodotto interno lordo.

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La prima risposta da dare è quindi se una misura del genere, ipotizzando che si possa introdurre ed attuare con successo, è idonea, necessaria o sufficiente per realizzare questi due obiettivi.

In merito al sostegno economico, sicuramente il reddito di cittadinanza va nella direzione giusta, facendo sì che tutti i cittadini si collochino al di sopra della soglia di povertà. Se la soglia fosse correttamente individuata e se la misura potesse essere effettivamente erogabile a tutti i soggetti indigenti, certamente sarebbe di per sé necessaria e sufficiente a realizzare l’obiettivo.

Molto più discutibile l’idoneità del reddito di cittadinanza per la finalità di stimolo alla crescita economica del Paese. E, come vedremo, ancora più discutibile la probabilità che esso abbia successo nell’Italia di oggi.

Lo stimolo al PIL è infatti molto probabile, ma non certo, e certamente – a parità di risorse – esistono strumenti molto più efficaci per far crescere l’economia. Il reddito di cittadinanza fa infatti aumentare il PIL nella misura in cui si trasforma in aumento della domanda di beni di consumo. In altri termini, se un cittadino riceve 100 € a questo titolo, il PIL aumenta solo se li spende tutti per acquistare beni di consumo (attraverso il meccanismo del cosiddetto “moltiplicatore del reddito”[3]).

Se invece di questi 100 € una parte vengono risparmiati (cosa improbabile visto che siamo al livello di povertà) oppure impiegati per rimborsare debiti o trasferiti ad altri, tale parte non concorre a innescare l’aumento di reddito. Ben più efficace sarebbe l’effetto di un aumento diretto di una componente del reddito, ad esempio la spesa pubblica. L’aumento della spesa pubblica, infatti, rappresenta in teoria economica lo strumento più efficace per far crescere il reddito.

In secondo luogo, il reddito di cittadinanza rappresenta un forte disincentivo a ricercare attivamente il lavoro. Se lo Stato assicura comunque il reddito minimo per la soglia di povertà, chi guadagna meno di tale reddito è incentivato a non lavorare o, almeno, a non ricercare attivamente il lavoro, e farsi mantenere dallo Stato.

Per contrastare tale effetto negativo, la proposta di legge prevede infatti alcune misure che comportano la cessazione del contributo al verificarsi di taluni eventi, quali ad esempio il rifiuto per tre volte di un’offerta di lavoro. Questo tipo di correttivi funzionerebbero però solo se i centri per l’impiego fossero efficienti (sarebbe una bella novità, purtroppo improbabile) o si riuscissero ad evitare abusi e indebite applicazioni.

L’ultimo aspetto è quello di vedere se nell’Italia di oggi la misura del reddito di cittadinanza può avere successo. E qui i dubbi sono più che legittimi. Intanto dovremmo assicurare, come si diceva sopra, che l’applicazione pratica sia corretta: cosa già difficile in generale, pressoché impossibile in Italia. Pensiamo alla difficoltà di impedire l’accesso a chi ha redditi formalmente inferiori alla soglia di povertà, ma in realtà superiori. Chi percepisce redditi “in nero”, ovvero non dichiarati, avrebbe il duplice illecito vantaggio di non pagare le tasse e di incassare il reddito di cittadinanza.

Soprattutto c’è un problema di compatibilità economica con i conti dello Stato. Per un paese con il debito pubblico al livello del nostro e con un deficit che ben difficilmente potrà attestarsi al di sotto del 2,4% del PIL, introdurre il reddito di cittadinanza come proposto è semplicemente impensabile senza aprire un fronte di forte contrasto con l’Unione Europea.

Del resto, questa eventualità è ben presente ai proponenti, che ne fanno una bandiera politica. Il costo addizionale per garantire il reddito di cittadinanza nei termini proposti, è stato calcolato in 17 miliardi di Euro, sicuramente non reperibili nelle pieghe del bilancio pubblico. A maggior ragione se, oltre a questa, si vorranno introdurre altre misure pure previste e inserite nel “contratto di governo”, quali la flat tax e l’abolizione della riforma “Fornero” sulle pensioni.

 


[1] Reddito di Inclusione (REI) è una misura nazionale di contrasto alla povertà. Il REI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una carta di pagamento elettronica (Carta REI) e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa volto al superamento della condizione di povertà (cfr https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=51585)

[2] “Contratto per il governo del cambiamento” (scaricabile, fra l’altro, da

http://download.repubblica.it/pdf/2018/politica/contratto_governo.pdf), pag. 34

[3] Il moltiplicatore del reddito è un meccanismo tipico della teoria keynesiana, che abbiamo descritto ampiamente in diverse occasioni negli articoli del blog, da ultimo nella serie “L’ABC dell’economia”. Si tratta del processo attraverso il quale una data variazione di una componente del reddito aggregato (consumo, investimenti, spesa pubblica) produce un aumento del PIL complessivo superiore a quello iniziale della componente che ha innescato il processo stesso. L’aumento complessivo è pari all’aumento iniziale moltiplicato per un fattore (il moltiplicatore, appunto) che è funzione della propensione al consumo.

Il lavoro per l’uomo o l’uomo per il lavoro?

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Si conclude con questa settimana la mini-serie sul lavoro al tempo di Internet. Lungi da noi l’idea di fare il riassunto delle puntate precedenti o, peggio ancora, quella di trarre delle conclusioni e una sintesi degli aspetti trattati e dei contributi presentati. Sia perché i diversi interventi che abbiamo ospitato sono già notazioni sintetiche e riassuntive, sia perché sappiamo che su temi come questo sarebbe presuntuoso, oltre che inutile, trarre delle conclusioni.

Presuntuoso perché siamo consapevoli di aver semplicemente posto delle domande, sollevato questioni su cui riflettere e non avevamo intenzione di proporre soluzioni, compito ingrato e mission impossible che, in ogni caso, resta funzione della politica. Inutile perché il mondo del lavoro, specchio di una società in continua e vorticosa evoluzione, cambia alla velocità della luce e non esistono soluzioni buone per tutte le stagioni. Quello che vale oggi, l’anno prossimo è già obsoleto e il punto di arrivo di oggi non può che essere la partenza di domani.

In realtà, più che una serie conclusa vorremmo considerarla un cantiere sempre aperto, un terreno di confronto su cui torneremo spesso, anche con contributi esterni che stavolta non è stato possibile ospitare.

Vorremmo piuttosto concentrarci adesso sulle persone e sul loro rapporto diretto col lavoro. Lasciamo da parte per un momento gli aspetti sociali ed economici, per vedere come vivono il lavoro gli uomini e le donne di oggi, come si rapportano ad un’attività che occupa – quando va bene – un terzo del loro tempo in età adulta e quando va male – non per loro libera scelta – molto di più o molto di meno.

Così come iniziammo con una rievocazione biblica quando ricordammo che secondo le Scritture il lavoro è la punizione per l’uomo che aveva commesso il peccato originale (“lavorerai col sudore della fronte”), così partiamo oggi da un passo evangelico di Marco (Mc 2, 23-26).

 

«Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato». Così diceva Cristo ai farisei che, scandalizzati, gli indicavano i braccianti che osavano lavorare di sabato, il giorno dedicato al Signore, durante il quale ogni attività lavorativa doveva essere sospesa per consentire la preghiera e l’ascolto delle Scritture.

Con questo non vorremmo entrare nella diatriba, che pare un po’ oziosa se non sterile, sul lavoro di domenica, questione che oggi è tanto di moda e che, fortunatamente, non sempre riesce a distogliere l’attenzione dei media da temi ben più seri e spinosi.

Il monito di Cristo voleva in realtà significare che nessuna consuetudine, tradizione o attività può essere tanto importante e decisiva da ritenere che l’uomo vi si debba adattare, quando questo implicherebbe la necessità di mettere in discussione la natura, i valori e le attitudini dell’uomo stesso. Per questo ci pare una buona metafora del rapporto fra l’uomo e il lavoro.

Rapporto che deve essere sempre “di mezzo a fine” e non viceversa: il lavoro è uno strumento, utile per procurarsi i mezzi di sostentamento e la riconoscibilità e dignità sociale, ma pur sempre uno strumento. Se diventa un fine, ovvero lo scopo ultimo (e talvolta unico) dell’esistenza, allora c’è un problema: meglio fermarsi a riflettere e, se possibile, cambiare impostazione piuttosto che farsi travolgere.

Se viviamo per lavorare e non lavoriamo per vivere, finiremo per regalare la nostra esistenza stessa a qualcuno o qualcosa al di fuori di noi e ci renderemo conto, quando ormai sarà tardi, di averla sprecata. Un epilogo non molto diverso da quello degli schiavi nell’antica Grecia di cui ci ha parlato Domenico De Masi nell’intervista che abbiamo pubblicato.

Se la nostra giornata è fatta di 10-12 ore di lavoro, sulle 16 mediamente disponibili dopo aver dormito, è facile capire che – una volta impiegate le 3/4 ore indispensabili per mangiare e per la cura del corpo – rimane troppo poco tempo per fare qualcosa di diverso.

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Un manager che vive in ufficio o comunque lavorando fino alla sera tardi, magari avendo iniziato di prima mattina, e trascura famiglia, affetti, occasioni di svago, lettura, studio, non solo si accorgerà di avere sprecato la sua vita e il suo talento, ma molto probabilmente sarà anche meno efficace e produttivo nel lavoro stesso, perché avrà vissuto in una “campana di vetro” che gradualmente ma inesorabilmente lo isola dal mondo reale.

Forse anche per questo ci si stupisce quando si scopre che negli Stati Uniti, paese simbolo del capitalismo e spesso modello per tutto l’Occidente, i manager difficilmente lavorano oltre le 5 o le 6 del pomeriggio. Così come, ma questo è un altro discorso, difficilmente usano i cellulari in modo continuativo e compulsivo come facciamo noi.

E se si trascurano famiglia o affetti, certamente anche la performance lavorativa prima o poi ne risentirà. “La mucca felice fa più latte” dicevano i saggi ed è difficile essere felici in un mondo arido di sentimenti e scoperte. E non dimentichiamo mai che occorre sempre studiare, aggiornarsi ed essere informati: se non si studia, ci sarà sempre qualcuno che studia per noi.

Il problema è ben più sottile della necessità di lavorare molto per guadagnare abbastanza o per non perdere il posto, situazioni che possono capitare ma devono essere limitate a periodi di tempo circoscritti e non essere regola di vita.

Da un lato c’è il piacere di svolgere un’attività che realizza le aspirazioni e talvolta diverte, la soddisfazione per un lavoro ben fatto e per l’apprezzamento di colleghi e superiori, la voglia di tenersi stretto quello per cui si è lottato per anni.

Dall’altro la spinta per il successo, per l’avanzamento di carriera (a cui tengono anche quelli che dicono di no) e per la realizzazione professionale, la visibilità sociale e la considerazione di un ambiente di cui vogliamo sentirci a pieno titolo parte integrante.

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Nemici subdoli e insidiosi, ai quali non possiamo sacrificare l’esistenza. Pericoli tanto più incombenti quanto più ammantati da sensazioni piacevoli e da considerazione sociale. Basta poco perché il castello crolli: un passo falso, un errore di valutazione, una serie di insuccessi, un periodo storto e l’obiettivo unico su cui abbiamo puntato svanisce lasciando un forte senso di vuoto e di rimpianto.

Non esistono formule magiche, valide per tutti e in ogni momento della storia. Basta averne serena consapevolezza e mantenere una giusta dose di disincanto, con autoironia ed equilibrio. E questo vale qualunque sia il lavoro che abbiamo davanti, da quelli più tradizionali a quelli più innovativi.

E soprattutto è fondamentale non rendere il lavoro l’unica ragione della vita, ma coltivare interessi, passioni, affetti, studio.

Perché il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro.