IL CAPITALE EROTICO

La quadrilogia del capitale si conclude con un nuovo contributo di Chiara Falletti, che ci parla del capitale erotico dal punto di vista femminile, con l’acume e la grazia che abbiamo già apprezzato nei suoi articoli precedenti.

L’argomento è intrigante e sicuramente non scontato. 

Buona lettura

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Nei precedenti articoli, sono stati esaminati, sia pure in modo sommario, i tre capitali che ognuno può possedere fin dalla nascita e sviluppare durante il proprio percorso di vita:
il capitale economico

La quadrilogia del Capitale: da Karl Marx al capitale erotico
il capitale sociale

Il Capitale Sociale: relazioni e fiducia decisive per il successo
e il capitale umano
(link dell’articolo in uscita l’8 agosto)

 

I tre concetti, come abbiamo visto, si articolano secondo la sequenza

ACCUMULAZIONE→VALORE→PRODUZIONE→DISPONIBILITA’

Fin qui nulla di nuovo, finché nel 2011, 2012 per l’Italia, non entra in scena Catherine Hakim con il suo capitale erotico .
La sociologa della London School of Economics, ha avuto la faccia tosta, in un mondo che ancora si porta appresso una buona dose di maschilismo, con tutti i suoi effetti rebound in qualsiasi sfera della vita, di aggiungere una quarta risorsa, che esorta a coltivare senza imbarazzo, il capitale erotico.
L’autrice lo definisce come una miscela di avvenenza, bellezza, eleganza, vitalità, integrate ad abilità sociali e capacità di autopresentazione (abbigliamento, trucco, ornamenti, accessori, acconciatura…), punto determinante per i meccanismi relazionali, economici e psicologici delle dinamiche della nostra società.

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Attenzione sembrano parole dette e ridette ma ecco il colpo di scena, espresso in una sua frase: “Una carta di credito accettata dappertutto che spalanca le porte del successo a chi sa utilizzarla” (Hakim, cit).
E’ qui, in quest’accezione, con la quale ce lo restituisce chi più di tutti l’ha studiato (non si può dire ‘inventato’ perché bagaglio speciale di ogni individuo), che il capitale erotico prende quota e si valorizza. Stiamo parlando infatti di una merce universale, dotata di flessibilità e facilità d’uso al pari di quella del denaro….
Nel 2011 queste affermazioni, degne di una teenager tosta, le hanno fatto guadagnare il retro delle librerie, così come suggerito allora dal Sunday Times, anziché un posto in prima linea. Già questo la dice lunga sul come, pur in occidente, siamo attaccati a vecchi moralismi, aiutati anche dalla pretesa uguaglianza e libertà di genere che il movimento femminista avrebbe dovuto facilitare e invece ha affossato. La negazione della femminilità vista anche come erotismo e sex appeal, ha di fatto danneggiato lo sviluppo cosciente del capitale erotico nelle donne, naturalmente portate ad esserne le maggior depositarie.
In questo gioco di opposti donne/uomini questi ultimi hanno saputo negli anni sfruttare di più il loro minor capitale erotico, corroborando il primato di successo maschile nelle sfere lavorative e sociali. Mentre la donna è rimasta in posti di lavoro mediocri o bassi con, caso mai si fosse smarcata da queste postazioni, etichette poco nobili a colpevolizzarle per aver messo a frutto il proprio capitale erotico.
Come a dire: l’uso del capitale erotico all’uomo è permesso, anzi incoraggiato, alla donna negato.

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Tra l’altro anche molti uomini politici hanno lavorato sul proprio capitale erotico, chi dimagrendo, chi mettendosi i tacchi, chi facendosi ritocchi, chi ancora studiando gestualità, pause interlocutorie, abbigliamento, etc., pur di vincere gli avversari. Ma quando si parla di donne il potere erotico viene discriminato e disprezzato, perché la rivoluzione sessuale, invece di liberarlo, l’ha svalutato.
Per i dettami del fu-femminismo la bellezza non contava, anzi era considerata una cosa da ‘massacrare’ sotto larghi gonnoni, facce con apposite occhiaie, portamento tra lo sciatto e il maschile. Ma perché una donna intelligente non può anche essere bella? E viceversa? Truccarsi, sapersi vestire, non considerare il proprio corpo come un ‘involucro’ inutile, ma curarlo e valorizzarlo sono gesti che fanno parte di una globale valorizzazione di se stessi. Non sono una perdita di tempo durante la quale meglio sarebbe stato far pascolare il proprio cervello. Il cervello gode e cresce anche attraverso i sensi. Siamo un’espressione globale che non va in onda a compartimenti stagni.

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Carino è quel trait d’union che qualcuno ha fatto notare tempo fa sulle pubblicità. Prima del femminismo, erano piene di casalinghe che sprizzavano felicità da tutti i pori, ora la fanno da padrone le immagini erotiche. Entrambe le visioni hanno suscitato l’ira delle ‘femministe’ (SIC!). Che dire…
Non solo nel mondo della politica a cui prima si accennava ma anche nel mondo della comunicazione pubblicitaria, della televisione e della musica, quasi tutti i modelli proposti sono icone di bellezza.

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È statisticamente provato che il bello ‘vende’ – in senso lato – di più, in qualsiasi ambito.
Ma se il capitale erotico é una combinazione di attrattiva estetica, visiva, fisica, sociale e sessuale che genera potere, e il potere, come si sa, genera soldi, potrebbe sembrare un tantino limitante, in quanto estrometterebbe i meno belli in partenza; invece, a pensarci bene, parlando di qualità come avvenenza e fascino, l’aspetto fisico non è la sola carta da giocare. Va saputa accompagnare da un insieme di abilità che possono essere sia innate che imparate e, perché no, acquisite tramite un training.
Il capitale erotico è a disposizione degli uomini come delle donne, eppure queste ultime, che ne posseggono in quantità maggiore, essendo da sempre abituate a coltivarlo, ne beneficiano in minor misura. Pregiudizi maschilisti e teorie femministe per troppo tempo ci hanno inculcato l’idea che sfruttare il fascino femminile sia sbagliato: ma perché le donne non dovrebbero approfittare del proprio vantaggio?
Nel lavoro, se si hanno esperienza e competenze accertate, l’avvenenza è un plusvalore, non un inconveniente. Per chi ha scarse qualifiche, invece, può diventare la risorsa personale più importante. E nel privato, imparare a sfruttare il capitale erotico è fondamentale per stabilire un rapporto vantaggioso con il partner.
La ‘capitalizzazione’ dell’erotismo, pareggerebbe i conti economici tra uomini e donne. La teoria sembra azzardata e buttata un po’ là per far scalpore, ma in realtà il ragionamento è raffinato e ci porta nei meandri della storia delle donne, rivista in chiave moderna, recuperando la capacità di espressione del proprio erotismo allo scopo di raggiungere un’evoluzione sociale culturale economica più soddisfacente e remunerativa, possibilmente portando al pareggio le chances tra i due generi.


CHIARA FALLETTI 

IL CAPITALE UMANO: La misura di tutte le cose

Se, come diceva Protagora, l’uomo è misura di tutte le cose, allora – parlando più prosaicamente di capitale – possiamo affermare che il capitale umano è esso pure misura di tutte le cose.

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Senza scomodare la filosofia greca, mai come oggi – pur nel mondo tecnologico e iperconnesso del ventunesimo secolo – é necessario enfatizzare la centralità dell’uomo (e della donna, ovviamente) anche nel sistema economico e finanziario. Giá nel precedente articolo abbiamo visto come evento decisivo per il successo sia il complesso di relazioni, fiducia e credibilità che costituisce il capitale sociale.

Anche in questo caso elemento centrale resta sempre l’uomo, con le sue competenze, le sue inclinazioni, i rapporti che intrattiene e anche le sue visioni, nel senso di vision, che consentono la creazione e lo sviluppo di ogni iniziativa imprenditoriale.

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Tutte le volte che il sistema si allontana dall’uomo, si producono disastri. Si pensi alla vicenda dei sub-prime, che innescò la drammatica crisi del 2007, oppure ai tanti dissesti provocati dall’uso speculativo degli strumenti derivati. In entrambi i casi la finanza si è sviluppata in modo tumultuoso perdendo ogni rapporto con l’economia reale sottostante.

Del capitale umano c’eravamo già occupati circa un anno fa:

Il fattore umano (parte seconda): Il capitale umano

In quel contesto lo avevamo visto come fattore della produzione, e in particolare come contributo originale e insostituibile al processo produttivo, soprattutto quando l’uomo è considerato parte di un gruppo. La dimensione produttiva, come abbiamo visto, è presente in ogni concetto di capitale.

Oggi cerchiamo di vedere il concetto da un punto di vista sociologico, in coerenza con le caratteristiche già evidenziate della definizione di “capitale” e con la sequenza ormai nota:

ACCUMULAZIONE→VALORE→PRODUZIONE→DISPONIBILITA’

Con il termine capitale umano si intende l’insieme di conoscenze, competenze, abilità, emozioni e altri attributi acquisite durante la vita da un individuo e finalizzate al raggiungimento di obiettivi sociali ed economici, singoli o collettivi. Secondo l’OCSE, cui si deve questa definizione, tutti questi elementi facilitano la creazione di benessere personale, sociale ed economico.

Conoscenze, competenze e abilità si accumulano negli anni attraverso la formazione (dalla scuola all’università ai corsi di perfezionamento e specializzazione) e soprattutto con l’esperienza lavorativa e professionale.

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Tutto questo, anche se difficilmente misurabile in senso assoluto, ha un evidente connotato di valore e di asset patrimoniale, ovvero di componente del capitale di ciascuna persona. Può essere oggetto di scambio sul mercato, in primo luogo quello del lavoro, così come può essere accresciuto mediante l’investimento: si impiegano delle risorse per aumentare ed “accumulare” il nostro capitale umano, ad esempio frequentando un corso o imparando una lingua, perché in futuro esso abbia un rendimento maggiore di quello che potrebbe avere oggi.

Ma oltre a questi elementi “oggettivi”, il capitale umano comprende anche una serie di componenti meno misurabili ma altrettanto, se non più, importanti: le emozioni, le sensibilità, le inclinazioni, le motivazioni, il talento. Tutti questi elementi difficilmente possono essere acquisiti dall’esterno, ma fanno parte della dotazione personale di ciascuno di noi, del corredo cromosomico di cui siamo forniti alla nascita e sono anche il risultato di come l’ambiente in cui siamo cresciuti ha plasmato o influenzato la nostra personalità.

In determinate condizioni si possono accrescere o sviluppare, ma se manca la base e la predisposizione difficilmente si possono ottenere. É il nostro potenziale, ovvero ciò di cui disponiamo “in potenza”, secondo la definizione di Aristotele che parlava di “potenza” e “atto”: solo quando il potenziale viene effettivamente realizzato, diventa effettivo, attuale.

Il processo che trasforma il nostro potenziale in risorsa di capitale é l’educazione, che consiste semplicemente nel portare fuori (dal latino ex ducere appunto), alla luce, quello che già abbiamo dentro allo stato latente o potenziale. Finché il nostro software non viene attivato, non influenza il capitale umano ma resta allo stato latente.

Una persona può essere molto competente o esperta, ma non necessariamente “educata”: può cioè disporre delle componenti visibili e misurabili del capitale umano ma non di quelle immateriali. Questo può accadere perché non le ha a disposizione o, più frequentemente, perché non le ha sufficientemente sviluppate, ma sono restate allo stato latente.

Pensiamo a un soggetto addetto alla vendita (in un negozio o in un’azienda). Se dispone di un grande bagaglio di conoscenze, ad esempio sui prodotti che deve vendere o sulle procedure da utilizzare, queste saranno certamente utili e necessarie; ma se non ha predisposizione ai rapporti con il pubblico, empatia con i clienti, capacità di anticipare i loro bisogni, certamente non sarà mai un grande venditore. La conoscenza si può acquisire con dei corsi o degli stage, anche la motivazione si può alimentare con premi di produzione o simili, l’inclinazione certamente no. Come avrebbe detto Don Abbondio, riferendosi al coraggio, “se uno non c’è l’ha, non se lo può dare”.

Nella selezione del personale, i migliori professionisti non si limitano a valutare le competenze e le conoscenze dei candidati o le loro esperienze pregresse, tutti elementi desumibili dai curriculum vitae, ma cercano di capire il loro potenziale, quello che la persona può esprimere nel contesto lavorativo se adeguatamente motivata.

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Esistono anche test specifici per valutare il potenziale di un candidato, che sono sempre più importanti in quanto un soggetto con buon potenziale può sempre acquisire sul mercato le competenze che gli mancano, ma se il suo potenziale é scarso ci sarà ben poco da fare.

 

 

 

Il Capitale Sociale: relazioni e fiducia decisive per il successo

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Proseguiamo la quadrilogia del capitale passando alla seconda delle sue configurazioni: il capitale sociale.

Intanto una premessa di metodo: non ci riferiamo in questa sede al concetto giuridico-societario di patrimonio aziendale conferito dai soci di un’azienda quale corrispettivo delle azioni sottoscritte.

 

In questa quadrilogia non ci occuperemo di aspetti di natura economico aziendale, che peraltro abbiamo per lo più esaurito nel precedente articolo. Il punto di vista sarà piuttosto quello sociologico e comportamentale, anche se finalizzato a indagare i comportamenti economici dell’uomo e della donna, o per meglio dire a cercare di capire come il complesso delle risorse materiali, immateriali, finanziarie, psicologiche, relazionali influenza l’attivitá dell’ “homo oeconomicus”.

 

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Il quadro risulterà chiaro al termine della serie. Occupiamoci ora della dimensione sociale, ovvero del contesto in cui vive ed agisce l’uomo, che del resto Aristotele aveva definito “animale sociale”.

Da questo punto di vista, si può definire il capitale sociale come il complesso degli aspetti della vita sociale, quali le relazioni, i network di conoscenza, le norme, la reciproca fiducia, la considerazione, che consentono ai membri di una comunità di agire insieme nel modo più efficace per il raggiungimento degli obiettivi condivisi.

Questa la definizione che ne ha dato Putnam[1], anche se il termine apparve per la prima volta negli anni ’20 del secolo scorso, per poi essere rielaborato e portato a sistema solo negli anni ’70 e ’80.

 

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Nei termini sopra esposti, il concetto di capitale sociale ha una forte connotazione politica, tanto che è stato poi sviluppato anche come “capitale civico”[2].

 

In questo caso, più che le relazioni diventa rilevante la fiducia interpersonale, quando consente di portare a termine transazioni, ovvero rapporti economici, pur in ambienti in qualche modo squilibrati, per quelle che gli anglossassoni chiamano asimmetrie informative. Come dire che un gruppo sociale, grazie alla fiducia e alle relazioni esistenti fra i suoi membri, riesce a realizzare obiettivi comuni nonostante le imperfezioni del contesto socio-economico

 

Comunque sia, anche in questo caso – come per il capitale economico – quello che conta non è tanto il possesso teorico di determinati asset, quanto il loro utilizzo per finalità produttive.

 

La sequenza del concetto di capitale era infatti :

ACCUMULAZIONE ®  VALORE ® PRODUZIONE ® DISPONIBILITA’

 

Come si vede bene, tutti elementi ben presenti nel capitale sociale come lo abbiamo sopra descritto.

Il meno immediato è quello di valore o misurabilità, ma la teoria ha elaborato nel tempo diversi sistemi basati su una molteplicità di indicatori, tra i quali, accanto ai dati oggettivi, trovano posto anche misure soggettive di soddisfazione personale.[3]

Senza entrare nel dettaglio, basti sottolineare che anche il complesso delle relazioni e tutto quello che ci lega all’ambiente in cui viviamo e lavoriamo rappresenta una vera e propria ricchezza.

Due esempi possono aiutarci a capire l’entità e la portata del capitale sociale e il suo ruolo nel sistema economico di oggi.

Una delle cose a cui un’azienda di successo tiene maggiormente e di cui è più gelosa, giustamente, è il database dei clienti. Una volta era una semplice lista con nomi, cognomi, indirizzo e numeri di telefono, e già questo aveva un grande valore: basti pensare a cosa avrebbe potuto fare un concorrente che fosse entrato in possesso dell’”elenco clienti”.

Oggi rappresenta una vera e propria miniera di informazioni, che consente di conoscere abitudini, gusti, stili di vita, capacità di spesa e di fare cross selling, ovvero vendere altri prodotti agli stessi clienti, come pure di ricercare agevolmente altri potenziali clienti semplicemente attivando chiavi di ricerca mirate. Giganti come Amazon hanno fondato il loro successo proprio sulla conoscenza di chi entra in contatto con loro e trasferisce informazioni.

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Un altro esempio che può aiutarci a capire l’importanza del concetto è la reputazione o la fiducia di cui si gode in un determinato ambiente. Chi desidera avviare un’attività commerciale, ad esempio un bar, in una città, è intuitivamente molto avvantaggiato se è ben conosciuto e stimato sulla piazza, ed avrà molte più probabilità di successo – a parità di business – rispetto a chi arrivi da estraneo per la prima volta.

E d’altra parte, circoli sociali e sodalizi vari hanno sempre aiutato chi vuole inserirsi in un determinato mercato: classico esempio il direttore di banca appena arrivato in città che prende contatto con i circoli Rotary o i golf club del posto. Tanto che una volta, e forse ancora oggi, erano le stesse banche a farsi carico delle quote annuali di iscrizione a queste realtà.

Nel mondo iperconnesso in cui viviamo e lavoriamo, il network, la rete di relazioni, è una componente decisiva di valore. Anche il numero di amicizie di cui si dispone su Facebook, o il numero di contatti sul blog rappresentano elementi decisivi di successo per una qualunque attività economica.

Per questo, accanto al capitale tecnico, anche il capitale sociale è un fattore su cui investire risorse ed energie.

 


[1] R. Putnam “Making democracy work: civic traditions in modern Italy”, 1993

[2] G. Tabellini, 2010, L. Guiso, 2011 ed altri;

[3] D. La Valle “Capitale sociale e indicatori del benessere” in Quaderni di sociologia  n. 32, 2003

La quadrilogia del Capitale: da Karl Marx al capitale erotico

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Da quando Karl Marx scrisse la sua opera più famosa, “Das Kapital”, molta acqua è passata sotto i ponti.

Il libro primo del testo base del materialismo storico vide infatti la luce ad Amburgo nel 1867, quando il gigante di Treviri era ancora in vita. Gli altri libri vennero pubblicati dopo la sua morte: il secondo e il terzo a cura di Friedrich Engels ed il quarto ad opera di Karl Kautski nel 1910 col titolo “Teorie del plusvalore”.

La pubblicazione dell’enciclopedico testo impiegò quindi ben 43 anni e già in questo intervallo di tempo – quasi due generazioni in piena rivoluzione industriale – il mondo era cambiato.

 

Il concetto di capitale (K), pur restando sempre centrale nella teoria economica e nell’organizzazione sociale del mondo occidentale – non a caso definito “capitalista” -, è venuto assumendo significati sempre diversi e più complessi.

 

Da un’accezione esclusivamente materialistica e fisica, gradualmente il termine passò a comprendere aspetti più immateriali e quasi evanescenti, quali i diritti sulle opere d’ingegno, i brevetti, le competenze professionali, il complesso di relazioni e rapporti. Ogni elemento suscettibile in astratto di intervenire nel processo produttivo può ragionevolmente costituire un “capitale” che diviene dunque, da espressione materialistica con connotato contabile, un concetto del tutto funzionale. La società produttrice diventa liquida, se non virtuale tout-court.

Facciamo ancora un passo avanti e spingiamoci fino al “capitale erotico”. Forse l’ultima arrivata fra le accezioni di “capitale”, certamente la più curiosa e intrigante.

In questa serie di articoli “La quadrilogia del capitale” parleremo infatti dei quattro concetti a cui qui abbiamo accennato: il capitale economico, il capitale sociale, il capitale umano e il capitale erotico. Poco da dire di nuovo sui primi tre, che comunque può essere utile richiamare almeno sommariamente, più che altro per evidenziare una sorta di continuità evolutiva: questo articolo e i prossimi due si occuperanno di questi concetti.

Chiara Falletti ci parlerà poi del capitale erotico, prendendo spunto da un libro uscito nel 2011 e scritto da Catherine Hakim, sociologa della London School Of Economics e che a suo tempo fece scalpore[1]. In Italia fino ad ora se ne è parlato poco, almeno nel contesto economico di cui ci occupiamo, ma il concetto è interessante e innovativo.

 

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IL CAPITALE ECONOMICO

Iniziamo allora dal significato più tradizionale, quello economico, con il quale Karl Marx si sarebbe trovato sicuramente più a suo agio.

Senza entrare troppo negli aspetti teorici, sui quali sono stati scritti fiumi di parole, il capitale è strettamente connesso al concetto di produzione (e scambio), e al concetto di accumulazione fisica, ovvero di stock. Del processo produttivo, il capitale è uno dei tre fattori classici, oltre a terra e lavoro. A parte la terra (alla quale comunque prima o poi dovremo tornare), il capitale costituisce lo strumento attraverso il quale, col lavoro dell’uomo (quello delle macchine fa ancora parte del capitale), si producono e si scambiano beni e servizi, ovvero si genera ricchezza.

 

Il capitale è esso stesso ricchezza, stock di beni materiali o immateriali, che serve quindi a generare altra ricchezza, attraverso la combinazione col lavoro.

 

Il capitale senza un collegamento produttivo è pura accumulazione, risorsa sottratta allo sviluppo del sistema. Si tratta quindi del complesso di beni, risorse, diritti che servono alla produzione. Questo collegamento può essere diretto, come nel caso di un macchinario adibito a una fase del processo produttivo di un’impresa; oppure indiretto, come nel caso del capitale finanziario che viene indirizzato al circuito produttivo attraverso la funzione dell’intermediazione finanziaria, in particolare dalle banche.

 

Il capitale deve comunque rappresentare un valore economico, ovvero deve poter essere misurato e valutato in termini monetari: deve in altre parole esistere un mercato in cui sia possibile scambiarlo con moneta o con altri beni. Quindi i beni che lo compongono non possono essere disponibili liberamente per chiunque, ma solo acquistabili su quel mercato. L’aria è un bene prezioso, ma non può costituire capitale: è liberamente disponibile per tutti.

In termini contabili, si parla di capitale netto o proprio intendendo il valore di tutti i beni posseduti, che costituiscono le attività, al netto dei debiti, le passività, ovvero dei diritti degli altri. Quest’ultimo passaggio logico indica la circostanza che del capitale si possa disporre liberamente, che sia a titolo di proprietà, di possesso, di diritto di utilizzo.

Abbiamo così individuato una serie di elementi sostanziali che connotano il capitale e che ritroveremo nelle accezioni di cui parleremo nei prossimi articoli:

ACCUMULAZIONE ®  VALORE ® PRODUZIONE ® DISPONIBILITA’

Se vogliamo allora azzardare una definizione di capitale, in questo percorso logico che ci porterà a inquadrare il capitale erotico, possiamo dire che:

 

Capitale è il complesso di beni, servizi o diritti accumulati che incorporano un valore e che sono a vario titolo disponibili, finalizzati in via diretta o indiretta alla creazione di ricchezza.

 

A ben guardare in questa definizione possono rientrare tutte le accezioni di capitale che la teoria ha via via elaborato e su questa traccia risulta ora facile interpretare il capitale sociale, il capitale umano e, perfino, il capitale erotico.

 


[1] C. Hakim “Capitale erotico. Perché il fascino è il segreto del successo”, Penguin Books London, 2011

 

Il Fiscal Compact rischia di uccidere l’Europa

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Il futuro dell’Italia, come quello di tutti i paesi più deboli dell’Unione, è strettamente legato all’Europa: se c’erano pochi dubbi prima, ora è ancora più chiaro, dopo che nelle tornate elettorali di quest’anno i partiti e i movimenti populisti e anticomunitari sono stati notevolmente ridimensionati.

Inoltre, sempre negli ultimi mesi, l’evidente recupero della situazione greca e il ritorno “in bonis” della Repubblica Ellenica come emittente di titoli di debito ha chiaramente mostrato che con uno sforzo comune di istituzioni e BCE anche le situazioni più critiche si possono risolvere brillantemente.

Negli ultimi mesi il vento europeo è tornato a soffiare con rinnovato vigore, grazie soprattutto alla netta affermazione nelle presidenziali francesi di Emmanuel Macron, che ha posto la scelta comunitaria al centro del suo programma politico contro la sua antagonista Marine Le Pen, fautrice dell’uscita della Francia dall’Unione.

Tuttavia si deve rilevare che un mostro si aggira per l’Europa: il fiscal compact, e che se non verrà almeno reso inoffensivo, se non decisamente depotenziato, rischia di far naufragare le buone intenzioni e provocare disastri.

Anche chi non nutre particolari simpatie per l’ex premier Matteo Renzi deve riconoscere che la sua posizione di decisa critica al “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance” firmato dai 25 paesi dell’Unione il 2 marzo 2012 (noto appunto come fiscal compact) è corretta e condivisibile.

Questo Trattato, insieme ai suoi predecessori – il “Trattato di Maastricht” del 1993 e il “Patto di stabilità e crescita” del 1997)- rischia infatti, se non radicalmente rivisto nel senso della flessibilità, di imbrigliare gli Stati europei in una camicia di forza a cui specie i sistemi più deboli difficilmente riusciranno a resistere.

Non è qui il caso di addentrarci nei tecnicismi del Trattato, basti ricordare che fra le molte cose contenute nel trattato, le più importanti sono quattro:

– l’inserimento del pareggio di bilancio di ciascuno Stato in «disposizioni vincolanti e di natura permanente» (in Italia è stato inserito nella Costituzione con una modifica all’articolo 81 approvata nell’aprile del 2012)

– il vincolo dello 0,5 di deficit “strutturale” – quindi non legato a emergenze – rispetto al PIL

– l’obbligo di mantenere al massimo al 3 per cento il rapporto tra deficit e PIL, già previsto da Maastricht

– per i paesi con un rapporto tra debito e PIL superiore al 60 per cento previsto da Maastricht, l’obbligo di ridurre il rapporto di almeno 1/20 all’anno, per raggiungere quel rapporto considerato “sano” del 60 per cento. In Italia il debito pubblico a fine 2016 era pari a 2.217,9 miliardi di euro, intorno al 133 per cento del PIL

 

In primo luogo va sottolineata la colpevole scarsa attenzione della classe politica nazionale per quello che succede a Bruxelles: a suo tempo il Trattato non solo venne firmato dall’Italia (sotto il governo Monti), ma venne approvato in Parlamento a larga maggioranza, come pure la modifica costituzionale sopra citata che ha accolto il principio del pareggio di bilancio.

Si discute molto, e giustamente, della riforma elettorale, ma al tempo si discusse pochissimo di un corpus economico (il Trattato) e di un principio giuridico (il pareggio di bilancio) che avrebbero pesantemente messo le mani in tasca agli italiani. Esattamente come, qualche anno più tardi, venne approvata dai nostri rappresentanti – nel silenzio generale – la norma sul bail in delle banche, impedendo per il futuro di nazionalizzare le aziende di credito in crisi, dopo che tutti gli Stati (salvo l’Italia) erano pesantemente intervenuti nel giusto salvataggio delle banche in default.

Solo dopo, a danno fatto, ci si rende conto di cosa i nostri rappresentanti hanno combinato nelle istituzioni comunitarie. E a quel punto rimediare è molto difficile.

Le quattro regolette declinate nel fiscal compact significano molto semplicemente la rinuncia alla politica di bilancio e della spesa per un paese che si trovi in recessione, perché il loro rispetto implica che non si possa disporre di risorse in grado di sostenere il prodotto interno lordo.

In altri termini, con il fiscal compact un singolo stato nazionale non ha più strumenti  concreti per stimolare l’economia e lo sviluppo: la politica monetaria, ovvero la possibilità di ridurre i tassi di interesse per favorire investimento e reddito, è infatti già saldamente nelle mani della Banca Centrale Europea, e la riduzione delle tasse e la spesa pubblica non possono essere utilizzate per non infrangere le regole di bilancio.

Questo rigore risponde certamente agli interessi dei paesi che si sono lasciati alle spalle la crisi economica (in primo luogo la Germania) e che hanno conti pubblici in ordine, ma penalizza appunto i paesi deboli e con elevato debito pubblico come Italia e Grecia.

Si tratta allora di intendersi su cosa vogliamo perseguire in casa Europa, e quali obiettivi si deve porre il sistema dell’economia. Se l’obiettivo principale (o esclusivo) è il controllo dei conti e dell’inflazione, allora teniamoci il fiscal compact così com’è, altrimenti dobbiamo necessariamente renderlo flessibile e consentire ai paesi più deboli sforamento di bilancio e possibilità di aumentare il debito, pronti a garantirlo comunque col bilancio comunitario.

Questo vuol dire “solidarietà economica”, la stessa che alla fine sta consentendo alla Grecia di superare la crisi e tornare ad affacciarsi sul mercato di capitali. Questo vuol dire essere veramente un’entitá coesa e funzionale. Altrimenti l’Europa resterà solo un’espressione geopolitica vuota e burocratica.

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E siccome la storia ci ha insegnato che non si esce dalle crisi pesanti (e quella in cui è immersa l’Italia è ancora ben lontana dall’epilogo)senza un forte intervento dello stato e del bilancio pubblico, impedire politiche di sostegno ai paesi deboli significa di fatto uccidere l’Unione Europea.

Per questo ha ragione Renzi: cambiare il fiscal compact è la vera priorità della nostra politica economica, ma anche la condizione necessaria per la sopravvivenza dell’Unione.

E’ giusto che lo Stato salvi le banche?

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Dopo le recenti vicende che hanno interessato il Monte dei Paschi di Siena e le banche venete in difficoltà, si è discusso molto se fosse giusto e soprattutto “eticamente”, se non politicamente, corretto impiegare risorse pubbliche per evitare il fallimento degli istituti di credito.

 

In un periodo di crisi in cui i default aziendali si susseguono nel nostro paese al ritmo di diverse unità se non decine alla settimana, molti si chiedono se salvare una banca e, ad esempio, lasciare al suo destino un’azienda manifatturiera, magari di notevoli dimensioni e con molti dipendenti, non sia discriminatorio.

 

La mia opinione è che non solo sia giusto salvaguardare il sistema creditizio, ma che sia anche necessario farlo presto, in modo da evitare danni ancora maggiori. Se un appunto può essere indirizzato al Governo che è intervenuto, è di averlo fatto troppo tardi, facendo così lievitare il costo del salvataggio e diminuire la sua efficacia: vediamo perché.

Una banca non è un’azienda come le altre e il sistema bancario non è un settore economico qualunque. Le banche rappresentano infatti la spina dorsale di un sistema economico evoluto e in Italia, in cui esse hanno tradizionalmente un peso notevole e sicuramente eccessivo sul comparto produttivo, la loro funzione è ancora più rilevante.

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I mezzi finanziari di cui le banche si servono per svolgere la loro funzione derivano in primo luogo dalla clientela depositante, solo in minima parte dagli azionisti a titolo di capitale e, in misura crescente, dagli obbligazionisti ovvero investitori che prestano loro denaro a scadenze generalmente lunghe. Alcuni di questi obbligazionisti hanno inoltre sottoscritto titoli cosiddetti ‘subordinati’, ovvero strumenti che in caso di default vengono rimborsati dopo tutti gli altri debiti e prima solo del capitale.

Le obbligazioni subordinate presentano quindi un grado di rischio superiore a quello delle altre obbligazioni e, ovviamente, dei depositi e di poco inferiore a quello delle azioni.

Altra fonte di finanziamento importante della banca è oggi rappresentata dai prestiti, in varia forma e a vario titolo, da parte della Banca Centrale. Quindi se ci chiediamo chi ha da perdere in caso di fallimento della banca, l’elenco è composto, nell’ordine, da: i depositanti, gli obbligazionisti, gli obbligazionisti subordinati, gli azionisti, la Banca Centrale (ed eventualmente altre banche che l’avessero finanziata).

I depositanti sono certamente il soggetto più debole, perché non possono immaginare che i loro depositi siano a rischio. Il primo terminale del risparmio in Italia è del resto proprio il deposito bancario e questo consente di mettere in circolo risorse che altrimenti resterebbero inutilizzate, a tutto svantaggio del sistema produttivo.

È certamente vero che esiste un’assicurazione che tutela i depositi fino a 100.000 €, ma va considerato anche che essa, il cosiddetto “Fondo Interbancario di Tutela dei Depositi”, interviene solo di fronte a crisi conclamate (quando la frittata è ormai fatta) e inoltre ha un costo che nominalmente viene addossato alle stesse banche ma che, in pratica, è ribaltato su depositanti e clienti affidati.

Inevitabile che, alla notizia di un probabile fallimento bancario, il risparmiatore che ha depositi in quella banca corra a cercare di ritirarli ma a quel punto certamente non ci riuscirà.

La fila agli sportelli bancari è il peggior nemico di un sistema produttivo: non è un caso che la rappresentazione della grande crisi del 1929 sia data sempre dalle code infinite di depositanti inferociti alle banche.

Se una banca è insolvente, la crisi di fiducia investe tutto il sistema ed a seguire tutto il paese. La banca è infatti un soggetto vigilato, quindi si presuppone che la sua gestione sia controllata e verificata dall’Autorità di Vigilanza; inoltre il business bancario è basato pressoché integralmente sulla fiducia: venendo meno questa, tutto il castello crolla.

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La funzionalità del sistema dei pagamenti è inoltre assicurata dalla fiducia sulle posizioni dei singoli operatori: se anche uno solo di essi risulta inadempiente, tutto il meccanismo va in crisi. Lo stesso può dirsi per quanto riguarda le compensazioni di tesoreria e dei titoli. È vero che chi detiene un dossier titoli in amministrazione presso una banca fallita non rischia i propri asset, ma se nessuna banca accetta transazioni o pagamenti con quella in difficoltà, anche l’intestatario del dossier inevitabilmente ne risentirà e da lì alla crisi di fiducia su tutto il sistema il passo è davvero breve.

Si pensi a cosa è successo quando il governo USA nel 2007 ha deciso di non intervenire in difesa di Lehman Brothers, fino ad allora una delle maggiori banche d’investimento del mondo. La crisi finanziaria che si è innescata ha coinvolto tutto il sistema bancario mondiale; l’incertezza sulla capacità degli intermediari di adempiere le proprie obbligazioni ha di fatto bloccato gli scambi e, da quel momento, il crescendo è stato impressionante.

Il mancato salvataggio di Lehman è stato un errore molto grave che alla fine è costato al contribuente USA ben più di quanto sarebbe costato intervenire su una banca che tutti credevano “too big to fail”, ovvero tropo grande per poter fallire.

Se correttamente gestito, il salvataggio di una banca generalmente si rivela un ottimo affare per lo Stato, sebbene a distanza di anni. Basti pensare a quanto è successo con la Commerzbank in Germania o con Royal Bank Of Scotland nel Regno Unito, oppure con Bankia in Spagna. In tutti questi casi, e in altri meno importanti, il pronto intervento governativo ha consentito di evitare implosioni del sistema e, a distanza di anni, ha visto iniziare a recuperare le risorse spese. Logica vorrebbe infatti che, una volta risanata, la banca venisse nuovamente collocata sul mercato: in questi casi, generalmente, lo Stato incassa sempre ben più di quanto ha speso.

Salvare una banca non significa però dare un colpo di spugna agli errori gestionali commessi dal management: evidentemente gli azionisti avranno tutte le ragioni per far valere la responsabilità di chi ha mal gestito l’azienda di credito, per non parlare di eventuali implicazioni penali che comunque saranno perseguite indipendentemente da come verrà risolta la crisi.

Per questo una banca non è come tutte le aziende ed anche per questo la tutela del risparmio ha, nel nostro ordinamento, rilievo costituzionale (art. 47 della Costituzione).

 

CONOSCERE LA FINANZA: Un percorso per acquisire le conoscenze di base

Si è parlato spesso di educazione finanziaria e certamente diffondere la conoscenza di strumenti e processi è un passaggio indispensabile per un corretto ed efficiente funzionamento dei mercati.
Proviamo oggi ad individuare un percorso che metta in grado chi è digiuno di finanza di comprenderne almeno i meccanismi di base, di orientarsi fra i diversi prodotti disponibili sul mercato e di essere pienamente consapevole dei rischi che ogni decisione di investimento inevitabilmente comporta.

 

In rete oggi si trovano molte informazioni, anche se, attendibilità a parte, molto spesso si tratta di informazioni per un pubblico non completamente digiuno di nozioni finanziarie. Se è relativamente facile trovare approfondimenti su alcuni aspetti particolari che consentano di conoscere tutto o quasi su uno specifico prodotto, ciò che è difficile è invece reperire informazioni di base in un paese in cui il sistema scolastico licenzia dalla scuola dell’obbligo cittadini a cui non ha insegnato come poter gestire un conto corrente o una carta di credito.

Cosa dovrebbe dunque fare una persona di media cultura che non ha nessuna nozione di base economica e tuttavia non vuole delegare totalmente le proprie funzioni di risparmio, spesa, gestione di patrimonio e degli strumenti finanziari più comuni?

Questo blog ha spesso affrontato il tema dell’educazione finanziaria, cercando di dare consigli anche a chi avesse poche o nessuna nozione di base. Abbiamo anche pubblicato una mini-serie sull’investimento consapevole, iniziata il 13/9/2016 con “La scelta degli investimenti”:

La scelta degli investimenti

Per molte settimane ci siamo occupati del processo di investimento di un risparmiatore medio, individuando un percorso che parte dall’esame delle condizioni patrimoniali e reddituali, del modello di vita, della propensione al rischio. Si individuava una corretta asset allocation, ovvero una ripartizione ideale del patrimonio fra diverse classi o categorie di strumenti, per arrivare alle modalità di scelta del singolo titolo.

Questo potrebbe essere un buon punto di partenza, anche se è incentrato più sulla persona che non sull’oggetto dell’investimento. Nel corso della mini-serie sono stati affrontati diversi argomenti, che potrebbero essere autonomamente approfonditi con ricerche mirate su Internet: basta digitare il titolo su Google o altri motori di ricerca, fare una rapida verifica dei siti che vengono proposti e, una volta trovato quello più adatto per il livello del lettore, utilizzarlo per tutte le ricerche.

Esistono anche testi di base che possono essere acquistati e consultati al bisogno. In verità sono piuttosto scettico sull’utilità di un percorso tradizionale di apprendimento basato su testi e programmi a modello delle materie scolastiche: senza una guida costante, rischia di essere un percorso noioso, lacunoso che, senza un interesse vero alla base, è quasi certo che venga abbandonato a metà.

Potrebbe essere utile invece un glossario o dizionario dei termini economici da consultare per le singole voci. Segnalo, per aver seppure in minima parte contribuito alla sua realizzazione, il “Glossario di educazione finanziaria: Parole di economia e finanza” della Global Thinking Foundation:

Guida all’investimento consapevole

Il percorso che suggerirei è quindi quello di partire da un articolo o intervento di carattere generale e poi approfondire, su Internet attraverso i motori di ricerca oppure su un glossario di pronta consultazione, i temi che interessano.

Altro punto di partenza è costituito dall’integrale lettura di contratti e prospetti dei prodotti che si intendono acquistare. Purtroppo è spesso una lettura noiosa e incomprensibile, ma ritengo che sia inevitabile. Le prime volte sarà un continuo ricorso al glossario o alla ricerca dei termini sul Web, ma mano a mano che si va avanti necessariamente una serie di concetti si riproporranno, saranno acquisiti e sarà più facile concentrarsi sulle parti non ricorrenti, che sono poi quelle dove spesso si annidano le insidie.

Con lo stesso sistema si può iniziare a leggere qualche articolo o contributo di stampa su argomenti specifici che possono interessare. È il caso degli articoli che ogni settimana vengono pubblicati su questo blog o anche della serie “Pillole di finanza” che, fino al mese scorso, ogni venerdì accompagnava le trasmissioni di “Finanza facile” su Radio Siena TV, i cui podcast sono facilmente reperibili sul sito dell’emittente oltre che su questo blog.

In questa fase consiglierei in ogni caso di consultare la stampa generalista, non quella specializzata, come ad esempio leggersi qualche buon articolo su settimanali o quotidiani che tratti di argomenti economici che possano interessare. Col glossario o lo smartphone a mano poi, ogni volta che si incontra un termine non chiaro, ricercarne la spiegazione.

Il passo successivo sono poi gli articoli di scenario che appaiono sulle sezioni economiche dei quotidiani, ad esempio Repubblica, il Corriere della Sera, il Quotidiano Nazionale. Oppure, a un livello maggiore, sul numero del sabato del “Foglio”: secondo me mantengono un buon rapporto fra leggibilità e comprensibilità e contenuti evoluti.

Si può iniziare a questo punto anche la consultazione di siti Web focalizzati e autorevoli quali: Lettera43, Formiche, Linkiesta.it, che spesso pubblicano newsletter diffuse gratuitamente con una semplice registrazione.

Questa fase secondo me può durare qualche settimana, al massimo due-tre mesi consultando queste fonti giornalmente. Se non è ancora sorta la crisi di rigetto, nel qual caso non resta che affidarsi “ai soldi sotto il materasso” (molto spesso neanche una scelta del tutto sbagliata!!), il nostro lettore modello può ora  iniziare a guardare la stampa specializzata per la quale c’è sempre ampia possibilità di scelta.

“Il sole 24 ore”, “Milano Finanza” e simili saranno ora alla portata anche del nostro investitore. Il metodo è sempre lo stesso, quello di approfondire i concetti che non sono chiari attraverso il glossario. Ma a questo punto ci si può avventurare, se questo percorso ha suscitato interesse, anche nella lettura di saggi o libri a carattere economico.

In Marcia?

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Proseguiamo l’analisi dello scenario europeo iniziata la scorsa settimana, come al solito nell’ottica di capire i possibili trends dei mercati in termini di prezzi, tassi, variabili finanziarie e reali.

Avevamo visto come possiamo ritenere sostanzialmente conclusa la prima fase dell’Europa unita, quella a trazione congiunta franco-tedesca con il forte supporto britannico. Una fase sicuramente con molti problemi e molte imperfezioni, ma anche un periodo di sessant’anni di pace e sviluppo economico senza precedenti.

Il giudizio su questo ciclo che si chiude è ovviamente articolato, con molti pros ma anche alcuni cons certamente non trascurabili, come non trascurabili sono le tensioni populiste anticomunitarie emerse in molti paesi dell’Unione (in primo luogo il Fronte Nationale in Francia, la Lega e il Movimento 5 Stelle in Italia, altri di minore portata in Austria, Olanda, Spagna).

Sui punti di forza abbiamo già detto. Vediamo ora quali sono i punti di debolezza e soprattutto cerchiamo di capire se la fase che si apre potrà portare al loro superamento.

Il maggior punto critico, dal nostro punto di vista, è l’evidente strapotere tedesco sui meccanismi decisionali. La Germania sta attraversando un periodo di consistente crescita economica trainata dalle esportazioni; mantiene un bilancio pubblico in equilibrio ed ha una politica economica tradizionalmente improntata al rigore ed al controllo rigido dell’inflazione. Il suo interesse è pertanto quello di favorire misure restrittive e di forte attenzione al pareggio di bilancio.

 

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I paesi più deboli (non solo Italia, Grecia, Portogallo e Irlanda, ma ora anche Francia e Spagna) devono invece ancora uscire dal tunnel della grande crisi iniziata nel 2007: hanno quindi necessità di politiche monetarie espansive e di bilanci pubblici flessibili.

 

Il fattore che fino ad oggi ha tenuto insieme le due “anime” dell’unione è stata la grande capacità e visione strategica di Mario Draghi che, con determinazione e diplomazia, è riuscito ad impostare i giusti programmi di sostegno, guidando con sapienza anche i vascelli più lenti fuori dalle secche della recessione. Ha usato tutti gli strumenti a sua disposizione (“whatever it takes”), in primo luogo il quantitative easing, ovvero il programma di acquisto di titoli sul mercato, finalizzato a fornire liquidità al sistema e quindi ad agevolare credito alle imprese e alle famiglie.

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Questo programma è già stato ridimensionato, e nell’arco di qualche mese verrà concluso: facile aspettarsi dunque un aumento dei tassi in Eurozona.

D’altra parte le banche non sempre hanno trasformato l’abbondante liquidità in crediti all’economia; molto spesso hanno preferito fare carry trading ovvero impiegare fondi facili ottenuti a tassi negativi in più redditizi investimenti finanziari.

 

Il parallelo aumento dei tassi negli Stati Uniti compenserà il prevedibile conseguente rafforzamento dell’euro: per questo motivo il cambio del dollaro non è atteso in sostanziale modifica rispetto ai livelli attuali.

 

Se dovessimo dare un’indicazione di investimento, ciò che appare più ragionevole sembrerebbe dunque la preferenza verso obbligazioni a tasso variabile, anche a scadenza medio lunga e anche di paesi periferici dell’eurozona. Sull’azionario, come più volte detto, suggerirei invece prudenza perché dopo la corsa degli ultimi mesi ci aspettiamo una fase riflessiva, se non un vero e proprio ridimensionamento.

Proseguendo nella nostra analisi dei fattori strutturali deboli dell’Europa, non possiamo non fare riferimento alla mancanza di una politica estera comune e, soprattutto, di una politica fiscale unitaria. In entrambi i casi, però, l’ingresso sulla scena di Macron porterà buone notizie: il neo presidente transalpino ha già detto che sui flussi migratori è stato un errore lasciare l’Italia da sola ed ha proposto l’idea di un “superministro” delle finanze, che questa volta la Merkel ha definito “ragionevole e fattibile”.

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Il fattore decisivo di sviluppo, sul quale forse si giocherà il futuro politico dell’Unione, riguarda però il rapporto con gli altri protagonisti dei mercati mondiali, in primo luogo gli Stati Uniti di Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin.ì

Nel primo caso occorrerà confrontarsi con la chiusura dell’orizzonte americano ai confini nazionali. Il mantra “America first”, se coerentemente perseguito, porterà infatti ad una concentrazione di risorse all’interno dei confini USA ed al rallentamento dei processi di apertura a beni e servizi esteri.

A partire dalle politiche di sicurezza, l’Europa dovrà quindi essere sempre più capace di gestire con mezzi propri i problemi di difesa ed a superare le incertezze del recente passato.

 

Nei confronti della Russia, il più importante mercato vicino all’Europa, sarà indispensabile invece superare le contrapposizioni dell’era Obama che hanno avuto il culmine nella crisi ucraina e prima possibile rimuovere l’inutile ed anacronistico blocco commerciale che danneggia solo le imprese europee.

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Anche verso l’Asia, l’Unione dovrà rendersi protagonista: Cina ed India sono mercati potenzialmente importanti, sull’apertura dei quali si deve lavorare.

Ed infine dovranno essere a pieno titolo nell’agenda della nuova Unione anche l’attenzione verso l’area mediterranea, con le tensioni politiche sulla cui origine l’Europa della prima fase ha più di una responsabilità, e verso il sud del mondo, fornitore del flusso migratorio più consistente della storia moderna.

Sicuramente sarà quindi un’Europa “in marcia”, e l’occasione di una rifondazione comunitaria sotto l’egida di Emmanuel Macron è un’opportunità da non perdere. Il futuro dovrà quindi vedere necessariamente l’Unione Europea in grado di rapportarsi da pari a pari con le grandi potenze e con i grandi temi politici del ventunesimo secolo.

 

L’Europa prossima ventura

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Torniamo ad occuparci di scenari di politica internazionale, come al solito nell’ottica di capire i possibili trends dei mercati in termini di prezzi, tassi, variabili finanziarie e reali.

Il focus resta ancora l’Europa, dove molto sta accadendo: alcune dinamiche si confermano, molte sono invece in fase di cambiamento. E’ bene ogni tanto alzare lo sguardo dal nostro microcosmo italiano, dove talvolta ci illudiamo che succeda tutto ciò che ci serve sapere senza tener conto che spesso siamo solo il terminale di onde che si originano altrove.

E così, mentre nel Belpaese ci dilettiamo a discutere di alti e nobili temi quali la riforma elettorale, lo ius soli, la governance di Consip che molto appassionano politici e giornalisti, altrove si consumano cambiamenti talvolta epocali che, prima o poi, avranno conseguenze importanti anche per noi.

 

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Probabilmente il 2017 segnerà un importante punto di svolta per le vicende politiche ed economiche dell’Unione Europea, come se la scomparsa del gigante Helmut Kohl, avvenuta la scorsa settimana, fosse il simbolo della fine di una fase che il cancelliere aveva fortemente contribuito a costruire.

Per come la vedo io, i primi sessanta anni dell’Europa unita hanno visto un’Unione a doppia trazione: nella locomotiva di testa la motrice era rappresentata dal tandem franco-tedesco, affiancato a fasi alterne dagli inglesi.

La coppia di testa ha attraversato negli anni cicli diversi: dalle certezze delle ere Mitterrand, Kohl, Schroeder, alla forte intesa del ticket Sarkhozy-Merkel fino alle incertezze di Hollande ed alla straripante posizione di predominio di Angela Merkel. Quanto ai britannici, dopo il forte committment di Tony Blair, hanno dovuto subire i danni prodotti da Cameron, che non è certamente stato tra i migliori premier della storia inglese, fino alla masochistica e folle chiamata del referendum che ha decretato la Brexit. Per non parlare di Theresa May, degna epigone della fase dei governi tory sul Regno di Albione, che ha indetto elezioni anticipate a stretto giro e le ha miseramente perdute.

Nel vagone di testa resiste sempre più forte e autorevole Angela Merkel, anche se la parabola del suo consenso in patria sembra aver imboccato una fase discendente.

 

Ma è nei vagoni di coda, e soprattutto è nei rapporti con l’esterno – in primo luogo con gli Stati Uniti di Trump, con la Russia dello zar Putin, con le tigri asiatiche e con il nuovo mondo fornitore di immigrati e nuove tensioni – che ci sono stati e ci saranno i cambiamenti più importanti.

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Mentre nella prima fase dell’Unione il “pacchetto di mischia” era più o meno omogeneo con paesi che, pur nelle diverse dimensioni e nei cicli economici spesso disallineati, si tenevano a buona distanza ma sostanzialmente sulla scia dei paesi leader. Italia, Spagna, Grecia, Paesi Bassi, Belgio, Portogallo, Irlanda: chi più chi meno erano tutti stabilmente ancorati al gruppo di testa.

Con l’allargamento dell’Unione ai paesi dell’ex cortina di ferro, la situazione si è complicata: sistemi con notevoli carenze strutturali, si pensi a Romania e Ungheria, si sono seduti a tavola partecipando alla ripartizione di risorse che venivano via via diminuendo. Problemi nuovi e grandi, come l’impatto del flusso migratorio nei paesi del versante sud e soprattutto la fragilità dei sistemi economici stretti fra le rigidità di bilancio e la concorrenza asiatica, hanno portato a un graduale scivolamento dei paesi più deboli verso aree di crisi che spesso hanno lambito il default.

 

Con la recessione globale del 2007, la situazione è divenuta ingestibile: paesi come l’Italia, la Spagna, l’Irlanda, il Portogallo e soprattutto la Grecia (i cosiddetti PIIGS) hanno gradualmente perso il contato con i primi della classe, rischiando di precipitare.

Lo strapotere della Germania, tradizionalmente attenta all’inflazione e poco sensibile ai problemi dello sviluppo, quindi poco propensa a orientare le politiche monetarie e di bilancio a sostegno del reddito, ha portato ad aumentare il divario fra paesi dell’Unione ed a trovarsi di fronte crisi conclamate come quella greca dei primi anni duemila.

L’euro si è mantenuto tendenzialmente forte nei confronti del dollaro, rendendo difficile la competizione da parte delle imprese europee; i mercati emergenti hanno continuato a correre e nuovi sistemi, come quello turco, sono diventati concorrenti temibili.

Il principale mercato europeo, la Russia, è stato chiuso dall’embargo conseguente alle vicende ucraine; l’area mediterranea, grazie in primo luogo alle devastanti iniziative del duo Cameron-Hollande in Libia e Siria, è divenuta una polveriera pronta ad esplodere alle porte di casa. E mentre la Germania continuava a crescere, recuperando prima degli altri un trend espansivo, gli altri Paesi si agitavano nelle sabbie mobili della stagnazione e della deflazione.

E adesso: cosa c’è dietro l’angolo (come diceva Maurizio Costanzo)? Cosa dobbiamo aspettarci dai prossimi mesi o anni? E soprattutto: cosa succederà ai nostri risparmi?

Purtroppo non c’è molto da stare allegri: il new deal di Trump allontanerà gli Stati Uniti dall’Europa e probabilmente li avvicinerà alla Russia; il fronte sud continuerà ad essere critico; i disavanzi dei paesi deboli continueranno a crescere.

Se la ragione prevarrà (e qui sono ottimista), la situazione in Ucraina si normalizzerà con la divisione dell’ex repubblica sovietica ed i rapporti con la Russia torneranno ad essere costruttivi. Ma se non si riformeranno i sistemi dei paesi deboli, il divario è destinato a crescere con l’aumento dei tassi e la graduale cessazione della politica monetaria espansiva, il cosiddetto quantitative easing, da parte della Banca Centrale Europea di Mario Draghi.

Credo che anche il dollaro nei prossimi mesi dovrà crescere, insieme con l’aumento dei tassi USA ed il consolidamento della buona fase economica statunitense. I mercati asiatici torneranno a correre, trainati dal ticket Cina-India, mentre il Giappone avrà difficoltà a riprendersi.

La speranza per l’Europa è rappresentata dall’ingresso a bordo di Emmanuel Macron, finalmente un leader in grado di raccogliere il testimone da Angela Merkel, forte di un consenso importante in patria e molto orientato verso l’Europa.

 

Nonostante tutto, si può tornare a scommettere sull’Europa.

Non cadere in tentazione (teniamoci la liquidità che tra poco arriva l’Orso)

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Ormai giunti a metà di questo strano 2017, se non di veri e propri bilanci può essere tempo almeno di una verifica e aggiornamento della nostra asset allocation.

 

Dopo i primi due/tre mesi scoppiettanti e molto generosi per gli investitori e un secondo trimestre di cabotaggio ordinario, stretti fra Trump e le elezioni francesi, fra i tassi americani che (ancora) non crescono e il quantitative easing che (per ora) diminuisce molto lentamente, cosa ci aspetta nella seconda parte dell’anno?

 

I lettori fedeli di questo blog, che avessero avuto la voglia di seguirne le indicazioni, a questo punto avranno i portafogli molto liquidi, conseguenti al realizzo di investimenti plusvalenti. Il problema ora, come avrebbe detto il buon Vladimir Il’ič Ul’janov, é: che fare?

 

Certo, se la cuccagna del mercato azionario in costante crescita dovesse continuare ancora per molto tempo, tutto sarebbe bellissimo e molto facile. Il rischio é quello di restare con il cerino acceso in mano se i mercati, per un qualunque motivo, dovessero invertire la tendenza. L’esperienza insegna che in quel caso vendere diventa psicologicamente sempre più difficile: intanto i movimenti al ribasso sono in genere piuttosto rapidi; e poi si fa molta fatica a decidere di far fuori un titolo alla pari o in perdita, quando poche sedute prima lo stesso titolo presentava una ghiotta (ma solo teorica ahimè) plusvalenza.

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Vediamo intanto di dare qualche indicazione, che possiamo ritenere ormai condivisa dai più autorevoli analisti.

 

  1. Azionario USA: anche se molti ritengono che ci sia ancora spazio per una crescita, i multipli sembrano alti e quindi i titoli piuttosto cari. Il consiglio è di ridurre.

 

  1. Azionario Europa: soprattutto dopo i recenti successi del fronte europeista in Olanda, Germania e Francia, molti vedono il comparto in miglioramento, ma dopo le forti crescite degli ultimi anni è più prudente non fidarsi e pertanto è meglio rimanere fermi o rientrare soprattutto dove ci sono plusvalenze, anche se modeste, da monetizzare;

 

  1. Azionario Italia: i multipli non sono esagerati, rispetto ad esempio all’azionario Europa, ma il mercato ha corso tanto, forse troppo, da qualunque parte lo si guardi. E’ ragionevole aspettarsi un forte ridimensionamento. Fa eccezione il mercato STAR dove spesso i multipli sono invece ormai fuori misura ma ciò nonostante continua a crescere per effetto, credo, della liquidità abbondante del sistema e dell’entrata a regime dei PIR (Piani Individuali Risparmio). Il consiglio è quindi uscire dall’investimento laddove è possibile farlo in utile, salvo singole posizioni su titoli in cui si crede: in ogni caso, meglio non prendere nuove esposizioni, a parte lo STAR ma con molta selezione;

 

  1. Obbligazionario Euro e USA: in entrambi i casi i tassi sono destinati a crescere, anche se il premio al rischio resiste. Meglio non fare nuovi acquisti, salvo qualche buon variabile High Yield;

 

  1. Obbligazionario Italia: alla luce della nuova debolezza del Governo, gli spread saranno prevedibilmente in crescita e pertanto meglio stare alla larga;

 

  1. Alternatives: interessante il private equity e non male anche il settore degli hedge funds;

 

  1. Emergenti: aspettative di crescita per Cina, Russia e forse Turchia; negative su Brasile e India;

 

  1. Immobiliare: potrebbe essere una buona chiamata quello residenziale e direzionale area Euro, forse anche Italia e Spagna;

 

  1. Beni rifugio: positivo sull’oro, a medio termine sarà in ripresa se lo scenario ribassista si verificherà;

 

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  1. Valute: è decisamente una fase di relativa forza per l’Euro; potrebbe essere il momento giusto per comprare. In ordine di preferenza: Franco Svizzero, Rublo Russo, Lira Turca e Peso Messicano. Sul dollaro la previsione é più complessa: molti ritengono che debba scendere a 1,15 dall’attuale livello di 1,12. Può essere venuto il momento di iniziare a costruire una posizione nella valuta USA, fino ad arrivare al 15/20% del portafoglio.

 

 

 

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Alla fine dunque, a parte qualche modesto ritocco, il portafoglio dell’investitore prudente é destinato a mantenersi in buona parte liquido.

 

 

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Tenere i risparmi liquidi e vedere i mercati che ancora salgono naturalmente non fa un bell’effetto, ma l’esperienza insegna che dopo una fase prolungata di crescita (e ormai di tempo ne é passato molto), inevitabilmente arriva il crollo.

 

Anche il tempo dei tassi mignon o negativi ormai tende ad esaurirsi e con l’annunciato aumento dei tassi, i valori degli asset si ridimensioneranno.

A quel punto il nostro investitore modello tornerà ad affacciarsi in denaro sui mercati azionari e obbligazionari e certamente potrà fare buoni affari.

Il consiglio é quindi: non cadere in tentazione e resistere alle sirene dei colpi di coda della crescita