L’ ABC dell’economia: consumo, risparmio, investimento

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Il reddito serve a soddisfare i bisogni: ogni singolo Euro percepito a qualunque titolo è destinato ad essere speso per le necessità immediate (consumo) oppure tenuto da parte per quelle future (risparmio), ovviamente quando non venga impiegato per rimborsare debiti fatti in precedenza. In quest’ultimo caso la soddisfazione dei bisogni è stata anticipata rispetto al momento in cui si sarebbe percepito il reddito.

A parte l’ipotesi del debito, quanto detto sopra viene normalmente rappresentato con l’espressione sintetica:

Y (reddito)= C (consumo)  +  S (risparmio)

Ovvero il reddito è la somma di consumo e risparmio. Questo vale sia per le famiglie, sia per le aziende, sia per gli Stati. Come si vede, il fondamento dell’economia è alla fine una semplice espressione aritmetica di addizione: gli economisti tutto sommato sono gente semplice…

Dal punto di vista della famiglia, il meccanismo economico è semplice: quando viene accreditato lo stipendio, oppure quando si incassano cedole o interessi su titoli, la somma può essere spesa per acquistare beni o servizi, oppure risparmiata per essere in grado di acquistare beni o servizi in futuro.

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Se spendiamo, da un punto di vista economico non facciamo altro che alimentare la domanda per beni di consumo, ovvero ci presentiamo sul mercato (fisicamente o virtualmente) richiedendo un particolare tipo di bene o di servizio.

 

Se invece risparmiamo, le nostre risorse a livello di sistema – a parte quelle che eventualmente teniamo sotto forma di banconote – vengono trasferite al settore produttivo attraverso l’intervento degli intermediari finanziari.

Gli intermediari finanziari sono soggetti che professionalmente mettono in contatto chi ha risorse eccedenti le proprie necessità immediate con chi ha invece bisogno di reperire finanziamenti per svolgere la propria attività produttiva o commerciale. In genere si tratta delle imprese che devono fare i necessari investimenti oppure coprire il fabbisogno per la gestione corrente.

Abbiamo introdotto sopra il concetto di “domanda”: si tratta di un concetto chiave in economia, sul quale si sono basate anche molte teorie che hanno fatto scuola e continuano a farla. Il mercato è il luogo, fisico o virtuale, dove domanda e offerta si incontrano; chi richiede un bene o un servizio entra in contatto con chi lo offre e dal loro incontro si forma il prezzo.

 

Tradizionalmente si ritiene che se la domanda aumenta, ovvero se di un certo bene viene richiesta una maggiore quantità, il prezzo cresce perché alcuni dei richiedenti saranno disposti a pagarlo di più. Viceversa, se la domanda diminuisce, alcuni commercianti o produttori saranno disposti a praticare prezzi più bassi pur di vendere comunque.

Questa è, in estrema semplificazione, la “legge della domanda e dell’offerta”. Mentre l’offerta è determinata essenzialmente da aspetti tecnici inerenti la produzione (capacità produttiva, efficienza degli impianti, reperimento di materie prime, ecc.), la domanda guida il mercato a seconda del reddito e delle preferenze dei consumatori.

 

Maggiore è il reddito, maggiore sarà la domanda, ovvero la spesa per beni di consumo. E’ intuitivo che chi ha redditi più alti spende di più e quindi consuma di più. Si dice però che la propensione al consumo diminuisce al crescere del reddito: un milionario che abbia un reddito aggiuntivo di 1.000 Euro probabilmente spenderà di quel reddito meno di quanto spende un pensionato (al livello del minimo sociale) che si trovi a percepire la stessa somma. Questo perché inizialmente si dovranno soddisfare i bisogni primari e solo oltre una certa soglia, e a ritmi via via crescenti, ci potremmo permettere di risparmiare.

Il consumo è quindi uno dei motori di un sistema produttivo; l’altro è tipicamente l’investimento. Infatti la domanda aggregata è divisa in domanda per beni di consumo e domanda per beni di investimento.

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Ci si rivolge al mercato per acquistare beni di consumo (siano essi necessari o voluttuari) e servizi di varia natura, ma anche per dotarsi di beni di investimento, attrezzature, macchinari, impianti, ovvero tutti quei beni che servono a produrne altri e che hanno una durata pluriennale.

Poiché il reddito altro non è che la domanda aggregata, ovvero la somma di tutti i beni e servizi che sono stati prodotti e scambiati in un certo periodo, possiamo esprimere la sua composizione – sempre in via di prima approssimazione – nella seguente espressione:

Y (reddito) = C (consumo) +  I (investimento)

 

Che è come dire che la domanda complessiva, e quindi il reddito, è dato dalla somma fra domanda di beni e servizi di consumo e domanda di beni di investimento.

Dal confronto fra le due espressioni riportate, emerge chiaramente che in una situazione di equilibrio

S (risparmio) = I (investimento)

 

Ovvero che il risparmio è uguale all’investimento. Ogni risorsa risparmiata, in altre parole, trova impiego in una forma di investimento; significa che quanto più un sistema economico riesce a risparmiare, tanto più è teoricamente in grado di far crescere, migliorare, rendere più efficiente e diversificare la sua capacità produttiva.

Un sistema ideale è dunque quello che “trasforma” ogni euro non consumato per la soddisfazione immediata dei bisogni in crescita della produzione, alimentando un circuito virtuoso di sviluppo. Risulta chiaro dunque il ruolo fondamentale delle banche e degli altri intermediari finanziari: ogni euro depositato in conto corrente o impiegato in altre forme viene “fatto lavorare” attraverso il finanziamento del sistema produttivo.

Abbiamo quindi individuato tre attività fondamentali dell’homo oeconomicus: il consumo, il risparmio, l’investimento. Ognuna di queste funzioni ha un ruolo chiave in economia ed influenza direttamente il reddito, ovvero – come abbiamo visto – la qualità della vita delle persone.

 

Ne parleremo nei prossimi articoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’A B C dell’economia: reddito e felicità

 

Robert Kennedy

 

Nel suo celebre “discorso sul prodotto interno lordo” del 1968, Robert Kennedy disse che

“il PIL misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Si riferiva naturalmente alla misura della felicità, che non può essere rilevata dal PIL. A prescindere da alcuni tentativi, francamente velleitari se non del tutto inutili, di individuare un indice che rappresenti il grado della felicità (chiamato “Felicità Interna Lorda”)[1], il PIL è un dato esclusivamente numerico che non riflette aspetti qualitativi.

Il PIL è la somma del valore in termini monetari di tutti i beni prodotti ed i servizi prestati in uno Stato in un certo intervallo di tempo. Quando si dice che il PIL in Italia del 2016 è stato pari a 1.680,5 miliardi di Euro, significa che  quello è il valore totale di tutti i beni e servizi prodotti e scambiati nel paese in quell’anno.

 

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Tale misura serve a confrontare l’andamento della produzione nel tempo e nello spazio: ad esempio il PIL in Italia nel 2017 è aumentato dell’1,4% e (dati 2016) l’Italia è all’ottavo posto nella classifica dei paesi più industrializzati, prima del Brasile e dopo l’India.

Il concetto di “prodotto” equivale a “reddito”: ogni bene che viene prodotto e venduto incorpora il valore di tutti i fattori intervenuti nel processo: terra, lavoro, capitale, ma anche imposte ed organizzazione imprenditoriale. Per chi ha fornito questi fattori, il prodotto rappresenta dunque reddito, in quanto equivalente alla remunerazione ottenuta ed alle risorse acquisite.

Maggiore è il reddito, maggiore è la creazione di ricchezza per l’intero sistema. Più risorse sono a disposizione, più la gente è disposta a spendere per consumare ed investire. Questo crea necessità di aumentare la produzione dei maggior i beni e servizi richiesti e quindi più lavoro, più servizi pubblici, più occupazione.

L’aumento del reddito è quindi associato ad una situazione positiva per un sistema e ne determina lo sviluppo. Una situazione che naturalmente da sola non comporta – come diceva Kennedy nel discorso citato all’inizio – la felicità, ma che a parità di altre condizioni rende possibile un maggior benessere.

In primo luogo “felicità” è un concetto molto individuale, non generalizzabile. Non ha senso parlare di una “nazione felice”: piuttosto dovrebbe farsi riferimento ad una situazione di benessere diffuso che può costituire terreno fertile affinché le persone possano trovare la loro felicità.

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La Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio 1776 stabiliva a questo proposito che a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità come prerogativa inalienabile del cittadino. Si trattava di un principio costituzionale innovativo e rivoluzionario: le tavole della legge non imponevano solo obblighi e divieti ma, per la prima volta, stabilivano il diritto a ricercare la felicità.

Dal punto di vista dello Stato, questo comporta però l’obiettivo di ricercare le migliori condizioni sia materiali che di giustizia sociale affinché ciascuno possa perseguire il suo legittimo ed inviolabile diritto a ricercare la felicità.

E dal punto di vista delle condizioni materiali, non c’è alcun dubbio che l’ambiente più favorevole è quello in cui si sviluppa il reddito. Più risorse a disposizione, maggiori probabilità di soddisfare i propri bisogni. Ciò succede quando la produzione aumenta e la distribuzione del reddito avviene secondo criteri di equità e giustizia.

Produzione e distribuzione del reddito sono due concetti da tenere collegati: la crescita dell’uno non può essere disgiunta dal miglioramento dell’altro per avere uno stato efficiente ma anche giusto. L’aumento di produzione e di ricchezza senza una giusta distribuzione porta a concentrare le risorse in poche mani e, similmente, meccanismi di distribuzione assolutamente equi hanno poco senso se il reddito è inesistente.

 

Il viaggio nell’economia non poteva dunque che cominciare col concetto di reddito, che sta alla base dell’attività dell’homo oeconomicus.

 

Abbiamo parlato di reddito e ricchezza, ma è necessario fare una precisazione, in quanto i due termini sono concettualmente vicini ma non coincidenti.

Il reddito infatti è un flusso, mentre la ricchezza è uno stock.

Un flusso si misura in relazione ad un determinato periodo di tempo: si parla di reddito giornaliero, mensile, annuo. Uno stock invece fa riferimento ad un preciso istante: la sua valutazione è una fotografia scattata in un determinato momento.

Questa distinzione è fondamentale per comprendere i meccanismi fondamentali dell’economia. Il flusso misura, ad esempio, la quantità di acqua che esce da un rubinetto in un’ora (intervallo temporale); lo stock la quantità di acqua contenuta in un recipiente in un certo momento.

Flussi e stock sono intimamente e funzionalmente collegati, ma sono entità diverse: il flusso d’acqua in un’ora riempie il catino; la quantità di acqua contenuta nel recipiente è la risultante del flusso.

Il flusso è quindi un concetto dinamico, lo stock un concetto statico.

Il reddito (non consumato) va a incrementare o costituire la ricchezza di una persona, di un’azienda, di uno Stato. Esso si misura attraverso il conto economico, che espone il valore dei flussi di reddito (ovvero di costi e ricavi) in un anno. La ricchezza, e dunque il patrimonio, si valutano invece in un preciso momento, ad esempio alla fine dell’anno, attraverso lo stato patrimoniale, ovvero l’elenco degli elementi attivi (titoli, immobili, denaro, crediti…) e quello degli elementi passivi (debiti di ogni natura).

Allo stesso modo, nella contabilità di uno Stato o di un’azienda, i concetti di deficit e debito sono diversi e distinti. Il debito pubblico è lo stock risultante da tutti i deficit, che sono i flussi delle uscite al netto delle entrate stratificatisi nel tempo.

Si tratta di una distinzione di estrema importanza nel mondo economico e ad essa faremo continuo riferimento nei prossimi articoli.

 


[1] Derek Bok The Politics of  Happiness: What Government Can Learn from the New Research on Wll-Being; Princeton University Press, 2010.

L’A B C dell’economia: economia e finanza

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Si fa spesso una grande confusione fra economia e finanza, come se i due termini i fossero sinonimi. Cominciamo allora col distinguere i due concetti.

Le funzioni economiche primarie dell’uomo sono da sempre la produzione e il consumo. Anzi, la principale è da sempre quella del consumo, legata alla soddisfazione dei bisogni. Prima per la sopravvivenza, poi per altre tipologie più evolute di necessità vitali, legati alla sfera emotiva e intellettuale.

Il consumo di beni liberamente disponibili in natura non è ancora una funzione economica: per combattere la fame bastava raccogliere i frutti da piante e alberi o cacciare gli animali e nutrirsi della loro carne, per soddisfare la sete bastava bere l’acqua che sgorgava dalle fonti.

 

Quando ci si rese conto che i terreni potevano essere coltivati e gli animali allevati, facendo sì che i prodotti potessero essere disponibili nel luogo e nel momento in cui servivano, iniziarono le prime funzioni produttive. Alcuni si specializzarono nelle forme primordiali di agricoltura, altri nella caccia agli animali, e i beni necessari alla sopravvivenza degli altri abitanti delle comunità primordiali potevano essere scambiati.

 

Cominciarono così a delinearsi le funzioni economiche di base: produzione e scambio da una parte e consumo dall’altra; per rendere possibile lo scambio nacque e si sviluppò la moneta. Inizialmente come strumento di misura del valore dei beni e riserva per rinviarne al futuro l’acquisizione, poi come vera e propria accumulazione di ricchezza e di mezzi da conservare per l’utilizzo successivo.

Ciò che non si spendeva per il consumo immediato, poteva così essere messo da parte per essere speso in un momento successivo: ecco la terza funzione economica, il risparmio.

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Parte della moneta o della ricchezza che si possedeva poteva infine essere utilizzata per acquisire i primi rudimentali attrezzi per la coltivazione o strumenti che rendessero più produttiva la caccia. In questo caso si poteva parlare delle prime forme di investimento.

Se con un salto ideale ci spostiamo ai giorni nostri, non è difficile a questo punto focalizzare e comprendere le funzioni economiche di base e il circuito dell’economia reale. Si tratta di tutto quello che ha a che vedere con la produzione e lo scambio di beni e servizi, con il consumo – sempre di beni e servizi –  per la soddisfazione dei bisogni, con il risparmio per l’accumulazione delle risorse destinate al consumo futuro e con l’investimento per l’acquisizione di mezzi di produzione.

Tutte queste attività costituiscono la parte reale di un sistema economico (dal latino res, ovvero “cosa”) e anche se la misurazione delle grandezze rilevanti è fatta in termini monetari, ciò che compone questo circuito sono i beni e i servizi.

L’altra “faccia della luna” è invece quella finanziaria, dove a circolare non sono i beni ma solo la moneta e i suoi derivati o sostituti. Il circuito finanziario nasce quindi idealmente come accessorio o strumentale a quello economico, ma col tempo acquisisce una sua marcata individualità e indipendenza, e si sviluppa in forme e sostanze che sempre meno hanno a che vedere con le funzioni economiche da cui è originato.

La cosiddetta “bolla finanziaria” è proprio l’eccesso di separazione della finanza dall’economia: una situazione in cui i flussi monetari non hanno più alcuna relazione con consumo, risparmio, investimento, ma vivono e si alimentano in maniera del tutto autonoma.

 

Quando è scoppiata la crisi dei subprime nel 2007, gli strumenti finanziari interessati erano i mutui ipotecari (mortgages) delle famiglie americane, nati per finanziare l’acquisto delle case di residenza. Le banche ed agenzie che avevano concesso questi mutui, per poter disporre di risorse aggiuntive ed aumentare ancora il volume dei loro prestiti, cedevano i crediti rappresentati da questi mutui ad altri operatori, che subentravano quindi nei confronti delle famiglie indebitate come creditori ai quali dovevano essere pagate le rate.

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Ma i passaggi di titolarità di questi mutui non si fermavano qui: potevano essercene due o tre, venivano costruiti portafogli di mutui (alcuni buoni, altri meno) che le società finanziarie specializzate cedevano sul mercato  trasformandoli in titoli di credito (ABS, asset backed securities, ovvero titoli con collaterale o garanzia di beni reali, in questo caso gli immobili), con l’operazione che tecnicamente è definita cartolarizzazione (securitization), ovvero trasformazione in titoli.

Sul mercato circolavano così titoli obbligazionari che – ormai molto alla lontana – incorporavano le iniziali operazioni di mutuo residenziale. A ogni passaggio il valore dei titoli si allontanava sempre di più dal mutuo originario, e le caratteristiche di solvibilità del prestito (valore dell’immobile a garanzia, percentuale finanziata, tasso di interesse, puntualità nel rimborso da parte dei debitori) tendevano ad annacquarsi nella statistica dei grandi numeri.

Se si considerava ‘fisiologica’ una percentuale di insolvenza del 30 per cento, ad esempio, tutte le agenzie finanziarie intervenute nella catena garantivano il regolare rimborso di interessi e capitale anche se, per ipotesi, il singolo mutuatario non pagava una rata. Al momento di valutare quel portafoglio, infatti, veniva fatto uno sconto sul valore per togliere proprio quella componente che si riteneva a rischio di default. Fintanto che gli insoluti restavano sotto quella soglia, il castello reggeva.

Quando successe che molti debitori avevano difficoltà a pagare le rate, e le insolvenze aumentavano a macchia d’olio, le banche detentrici dei mutui iniziarono a vendere le case a suo tempo ipotecate a garanzia del credito. Ma in una situazione di crisi, in cui era impossibile collocare sul mercato un così grande numero di abitazioni perché non c’erano risorse disponibili, l’unico risultato fu un crollo generalizzato dei prezzi, e quindi del valore delle garanzia stesse.

Si aggiunga che, sull’onda della precedente espansione, per aumentare il giro di affari, i mutui erano stati concessi per importi molto vicini, e talvolta superiori, al valore degli immobili ipotecati. Il risultato fu che molti dei titoli ABS non venivano onorati alla scadenza delle rate, e i possessori delle obbligazioni si trovarono a loro volta a veder polverizzato il valore del loro investimento, che avevano creduto pressoché sicuro in quanto garantito dagli immobili.

La catena dei fallimenti si sviluppò a grande velocità e travolse una gran parte delle istituzioni finanziarie coinvolte: le prime furono le agenzie governative USA Fannie Mae e Freddie Mac, specializzate proprio in concessione di mutui ipotecari, e a ruota finanziarie, compagnie di assicurazione, banche.

Il resto è storia: l’allontanamento della finanza dall’economia reale aveva fatto sì che non ci fosse ormai nessuna correlazione fra il circuito reale (l’acquisto della casa da parte delle famiglie) e quello finanziario (l’enorme sovrastruttura costruita sui mutui).

 

Analogamente funzionano le “bolle speculative” in borsa: quando il valore di un’azione si allontana dall’andamento economico della società che l’ha emessa, e il suo prezzo riflette più la domanda di investitori attratti dal continuo aumento che le prospettive di reddito dell’azienda, basta poco per riportare il tutto alla realtà.

È quello che successe con le prime dotcom: società nate sull’entusiasmo del fenomeno Internet, i cui titoli venivano richiesti a prezzi folli, totalmente decorrelati al valore effettivo delle aziende.

Per questo occorre essere estremamente cauti con i fenomeni finanziari che non hanno una base effettiva nella produzione e scambio di beni e servizi, ma danno l’illusione di poter crescere all’infinito sospinte dalla domanda di investitori avidi e creduloni. E il riferimento ai bitcoin e alle criptovalute, delle quali ci occuperemo prossimamente, è tutt’altro che casuale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ A B C dell’economia

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Se nel corso di una cena fra amici uno dei commensali chiedesse qual è la disciplina o la materia che più influisce sulla vita delle persone, sulla qualità delle loro esistenze, sulla loro felicità o infelicità, le risposte che otterrebbe sarebbero probabilmente le più disparate.

Le più “gettonate” sarebbero di sicuro la medicina, ma anche la ricerca chimica e biomedica: senza di loro non sarebbe possibile curare gli ammalati, debellare le malattie, migliorare le condizioni di salute della gente.

Qualcuno potrebbe però rispondere che senza risorse economiche pubbliche sufficienti la medicina sarebbe solo privata e quindi riservata a pochi eletti, mentre la ricerca scientifica resterebbe confinata nei laboratori delle multinazionali farmaceutiche e finalizzata esclusivamente al profitto. Certamente un altro commensale proporrebbe invece l’ingegneria o la meccanica, in grado di costruire strade, case, città, fabbriche, alta tecnologia.

Ma anche in questo caso determinante sarebbe la dinamica degli investimenti, legata ai cicli produttivi e quindi alle funzioni di domanda, di consumo, ai tassi di interesse e così via.

Inevitabile che qualcuno metta sul tavolo il “peso” della cultura: senza valori morali e ideali, senza le basi e le radici che solo una solida conoscenza e la formazione possono fornire, non si va da nessuna parte. Sarebbe però naturale controbattere che si comincia a pensare alla cultura solo quando i bisogni primari sono stati soddisfatti, quando la sopravvivenza è assicurata.

Potrebbe sembrare un’impostazione materialista e forse lo è. Ma l’economia è oggettivamente alla base della nostra vita, ne condiziona pesantemente – in senso positivo o negativo – molte delle sue fasi ed ha un rilievo tale che non è possibile prescindere da essa.

A parte l’eterno dilemma se i soldi possono dare la felicità o meno – meandro nel quale è bene non addentrarci – è chiaro che scopo, se non principale, quanto meno sicuramente molto importante dell’impegno nel lavoro, degli sforzi per la carriera e per il successo è senza dubbio il denaro.

Non solo, ma la possibilità stessa di svolgere proficuamente ogni tipo di lavoro è connessa a fattori economici. E inoltre: una volta ottenute le risorse finanziarie e soddisfatti i bisogni immediati di consumo, si pone il problema di come investire, proteggere e far crescere il patrimonio.

Per non parlare di chi le risorse deve invece reperirle per fare un investimento, per finanziare un’iniziativa o un’azienda o semplicemente per sopravvivere.

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Lavorare tutta una vita per poi vedere polverizzati i risparmi da un investimento sbagliato oppure finanziare un investimento aziendale in modo non corretto ed esporre l’impresa a oneri prolungati ed evitabili, oppure lasciare il denaro (i talenti della parabola evangelica) improduttivo: tutto questo, e altro ancora, è il risultato della carenza di educazione finanziaria.

O meglio, dell’enorme divario (o gap, come direbbero quelli bravi) fra complessità degli strumenti finanziari e conoscenze specifiche di chi quegli strumenti deve utilizzare. Come se pensassimo di guidare una Ferrari senza aver mai preso in mano neanche una Cinquecento, o se volessimo andare per mare in barca a vela sapendo a mala pena nuotare.

In questo blog, e con i diversi canali a disposizione, abbiamo spesso fornito elementi di base che consentissero anche al risparmiatore inesperto di orientarsi in questa giungla, ma ci siamo quasi sempre limitati al solo aspetto finanziario.

Una vera conoscenza deve invece affondare le radici nell’economia reale, nella dinamica delle funzioni di produzione, consumo, risparmio, investimento, che sono poi quelle che influiscono sulla vita reale di tutti i giorni.

Come si muove il mercato? Come si formano i prezzi? Perché si crea inflazione? Quali sono le forze che guidano il mercato del lavoro? Cosa influisce sul commercio? Che ruolo ha lo Stato? Perché pagare le tasse e quanto sarebbe giusto pagarne? Sono solo alcuni degli interrogativi che stanno alla base della scienza economica e coi quali ci dobbiamo confrontare continuamente, anche se non ce ne rendiamo conto.

Da qui l’idea di partire dall’A B C dell’economia, di costruire un percorso che cerchi di fornire non solo le nozioni, ma soprattutto i ragionamenti che ne stanno alla base, per una consapevole comprensione dell’homo oeconomicus: di colui che, con i suoi comportamenti, determina il campo di gioco, la cornice in cui si svolgono i fatti e gli eventi della vita.

L’idea è di sviluppare questo progetto a settimane alterne con gli articoli del blog, in modo tale che anche i lettori più esperti continuino a trovare interesse in argomenti a un livello più complesso. Se poi, come speriamo, il discorso avrà un senso compiuto e unitario, questo potrebbe fornire la base per un’autonoma pubblicazione monografica.

Questo è il mio regalo di Natale per i lettori del blog: vorrei che fosse parte di un dialogo in cui anche il lettore possa fornire via via le indicazioni per farci comprendere se ci stiamo muovendo sulla strada giusta o no, se i concetti e il linguaggio sono abbastanza chiari o se è il caso di tornarci sopra.

Inizieremo la serie il primo giorno del 2018 parlando delle differenze fra economia e finanza, fra circuito reale e circuito monetario, fra beni e servizi – da una parte – e denaro dall’altra.

Nel frattempo, buon Natale a tutti i lettori!

 

 

Famolo strano: uno sguardo sugli strumenti più complessi

 

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Concludiamo questa miniserie che abbiamo chiamato “cosa c’è dietro l’angolo” con una rapida incursione nel segmento dei titoli un po’ più inusuali e complessi, per cercare ci capire se può valere la pena aumentare il rischio per ottenere un rendimento maggiore.

Pur essendo forme di impiego ampiamente trattate sui mercati specializzati e molto diffuse, si tratta pur sempre di titoli non adatti a chi non abbia un minimo di conoscenze tecniche e non sia in grado di comprenderne l’effettivo livello di rischiosità.

 

In effetti, come avrebbe detto il protagonista del film di Carlo Verdone: “famolo strano”…

 

Per quanto riguarda gli investimenti in valuta, i lettori di questo blog dovrebbero aver acquisito elementi sufficienti per valutare l’opportunità di tenere impiegata in valuta estera una parte del proprio patrimonio finanziario, tendenzialmente compresa fra un quinto e un sesto.

Stiamo parlando in via principale di titoli obbligazionari, ma anche – per gli investitori più smaliziati – di qualche sporadica incursione nel mondo delle opzioni su valute.

Le obbligazioni in valuta corrispondono infatti tassi di interessi che, per le rispettive valute, sono in genere diversi da quelli in Euro. Ad esempio, un titolo di Stato USA a 10 anni rende oggi intorno al 2,35% mentre un titolo di Stato tedesco di pari scadenza rende lo 0,37%: quasi due punti percentuali di differenza che, su tassi così contenuti, sono davvero tanti.

Naturalmente il titolo in valuta darà luogo a cedole e rimborsi di capitale nella stessa valuta in cui è denominato, per cui se al momento di incassare tali flussi si volesse convertire il ricavo in Euro, il risultato dell’operazione sarà dato, oltre che dal rendimento del titolo, anche dalla differenza fra il cambio all’inizio e alla fine.

Se in questo periodo la valuta in cui abbiamo investito si apprezza rispetto all’Euro, avremo fatto un guadagno ulteriore rispetto alla cedola; se invece si deprezza, il rendimento ne sarà ridotto, fino a configurare una perdita.

Se ad esempio confrontiamo in un anno l’investimento di 10.000 Euro in Bund tedeschi a 10 anni con l’investimento in Treasury Bond americani, supponendo che i tassi di interesse nel periodo non cambino, avremo:

Euro: investiamo 10.000 € oggi e ricaviamo 10.037 Euro a scadenza

Dollari: investiamo (al cambio Euro/Dollaro odierno di 1,18)11.800 $ oggi e ricaviamo 12.077 $ a scadenza.

Se ipotizziamo che il cambio Eur/Usd resti quello odierno, avremo dunque fra un anno € 10.235, cifra ben superiore a quella realizzata investendo in Bund.

Se il dollaro a scadenza fosse invece diminuito a 1,20, i due investimenti sarebbero equivalenti.

Se infine il dollaro diminuisse attestandosi a 1,22, a scadenza avremmo 9.899 Euro e quindi saremmo penalizzati, subendo addirittura una perdita rispetto al capitale iniziale investito. Se invece il cambio dopo un anno vedesse il dollaro rafforzato a 1,16, il nostro capitale diventerebbe 10.411 € ed avremmo fatto dunque un buon affare.

Da questo si capisce come, investendo in valute che hanno tassi superiori all’Euro, possiamo guadagnare se tale valuta cresce o, al massimo, si riduce fino a compensare il differenziale dei tassi: nel nostro caso da 1,18 a 1,20.

Affinché l’investimento in titoli in valuta estera sia redditizio, dovremmo quindi cercare valute che hanno tassi superiori all’Euro ma che soprattutto riteniamo non si possano deprezzare.

Oggi queste condizioni sono presenti, a parte che in relazione al dollaro su cui torneremo fra un attimo, in alcune divise minori dei paesi emergenti quali Brasile, Messico e Sudafrica. In Europa può valere la pena guardare con attenzione sterlina inglese, corona svedese e slotzy polacco anche se i tassi non sono molto diversi da quelli in Euro.

 

Gli analisti per i prossimi mesi si aspettano che il dollaro resti nell’intervallo 1,15-1,20 senza grandi scossoni. Le aspettative di apprezzamento del biglietto verde si sono infrante sugli errori e le indecisioni dell’amministrazione Trump, mentre l’attesa riforma fiscale del sistema americano, sulle quali i rialzisti riponevano grandi aspettative, è andata in gran parte delusa.

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Investire nelle altre valute citate è oggettivamente piuttosto rischioso, sia perché in genere sono molto volatili ed espongono a rischi di notevoli oscillazioni dei cambi, sia perché devono essere trovati emittenti affidabili, in situazioni in cui talvolta anche gli stessi stati sovrani lo sono poco.

Se poi qualcuno dei più esperti volesse cimentarsi in operazioni più ardite, potrebbero essere tentate – cercando però di ridurre al massimo l’impiego di capitale e quindi utilizzando la leva del debito – le opzioni su cambi. Si tratta di un’operatività molto particolare, sulla quale non ci dilunghiamo. Diciamo solo che se dovessimo scommettere oggi, punteremmo qualche fiche sull’apprezzamento della sterlina inglese, delle valute europee sopra ricordate e sul deprezzamento del franco svizzero.

 

Esistono poi strumenti di investimento “alternativi”, anche in questo caso di un certo livello di complessità e rischio. Potrebbe però valere la pena di prenderli in considerazione, anche se per frazioni limitate del proprio portafoglio, perché potrebbero dare un buon contributo alla redditività in tempi di tassi molto magri.

Si tratta delle cosiddette commodities, ovvero le materie prime per le quali esistono mercati regolamentati. Fra tutte le materie scambiate, quelle sulle quali può essere interessante fare una riflessione sono il petrolio e l’oro.

I prossimi mesi, per tutto quello che abbiamo detto anche in questa miniserie, dovrebbero vedere un certo aumento del prezzo del petrolio, che è tornato a crescere dopo un periodo di flessione durante il quale sono state praticamente esaurite le scorte in precedenza accumulate.

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Viceversa, se la situazione dei mercati continua ad essere positiva e il dollaro non si indebolisce, è ragionevole attendersi una certa debolezza nel prezzo dell’oro.

In questa logica, l’investitore più dinamico potrebbe quindi acquistare opzioni call sul petrolio oppure, più semplicemente, titoli il cui valore aumenta al crescere del prezzo, come gli energetici. Parimenti, si potrebbero comprare opzioni put sull’oro oppure attivare una qualunque operazione che possa realizzare lo stesso risultato.

Si tratta tuttavia di operazioni di una certa complessità che richiedono un buon livello di conoscenza della materia e che, dunque, non sono consigliabili agli investitori meno specializzati.

 

Tassi e debito: i mercati obbligazionari nell’anno che verrà

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Se la settimana passata abbiamo affrontato il tema delle previsioni del nuovo anno per il mercato azionario, proseguiamo ora questa breve rassegna ad uso dell’investitore accorto e razionale parlando delle obbligazioni.

Questi titoli, che tradizionalmente rappresentano la parte prevalente di ogni portafoglio, quest’anno non hanno dato tuttavia grandi soddisfazioni. I rendimenti continuano a mantenersi molto bassi, nonostante le aspettative di rialzo dei tassi da questa e dall’altra parte dell’Oceano.

L’enorme liquidità presente nel sistema è stata solo marginalmente scalfita da politiche monetarie delle banche centrali che, a dispetto delle dichiarazioni di intenti, si mantengono espansive. La Banca Centrale Europea, in particolare, sembra che non proceda ad aumenti di tassi neanche nel 2018, mentre la Federal Reserve statunitense dovrebbe approvare un aumento frazionale in dicembre e poi altri nei mesi successivi, ma comunque molto più timidamente di quanto pareva qualche mese fa, prima del cambio al vertice.

 

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Se i tassi non salgono e anche l’inflazione si mantiene debole, non si vede perché il risparmiatore dovrebbe accanirsi a sottoscrivere titoli che rendono poco e incorporano comunque, specie i titoli corporate, un rischio di credito. Rischio per rischio, tanto vale allora prendersi le azioni…

I bond governativi poi (BTP, Treasury Bond del governo USA, Bonos spagnoli, per non parlare dei Bund della Merkel) hanno rendimenti talmente risicati che solo per scadenze pluriennali raggiungono qualche punto percentuale. Addirittura per scadenze inferiori all’anno i rendimenti sono negativi, ovvero è necessario riconoscere interessi all’emittente anziché incassarli.

Se vogliamo avere un minimo di soddisfazione, dobbiamo rivolgerci ai cosiddetti high yield (titoli ad alto rendimento, ma più rischiosi in quanto emessi da soggetti con rating basso) e, in particolare, a quelli perpetui o comunque a scadenza molto lontana. In ogni caso, in vista dei fantomatici aumenti dei tassi, meglio il tasso variabile di quello fisso.

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E tutto questo per portare a casa magari il 6 o 7%, sperando che gli emittenti non falliscano o i tassi non aumentino troppo. Questo è il motivo per cui i mercati azionari stanno raccogliendo il successo di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente.

Va tenuto presente che c’è una correlazione inversa fra tassi di interesse e prezzi dei titoli: quando i tassi aumentano, i prezzi di mercato delle obbligazioni diminuiscono e chi le ha in portafoglio – se vuole venderle prima della scadenza – subisce una perdita di capitale concettualmente analoga alla penalizzazione di tenere investiti i propri soldi ad un tasso divenuto più basso di quelli correnti.

La prospettiva che i tassi aumentino, anche se poi questo non succede, tiene quindi lontani gli investitori dai mercati obbligazionari. Se ci si aspetta che i prezzi diminuiscano, meglio rinviare l’investimento e comprare a prezzi più bassi.

 

Ciò non significa ovviamente che dobbiamo uscire dal mercato obbligazionario, sia perché le previsioni sono appunto previsioni e non certezze e quindi potrebbero non rivelarsi azzeccate, sia soprattutto perché è bene tenere un profilo equilibrato e una asset allocation strategica orientata al medio periodo.

Come abbiamo più volte ripetuto, le scelte strategiche di portafoglio devono essere in funzione della propria situazione patrimoniale e reddituale, degli obiettivi e della propensione al rischio e sicuramente dei macro trends dell’economia. Gli scostamenti contingenti devono invece essere alla base dell’asset allocation tattica: quindi se abbiamo una minusvalenza teorica su un determinato titolo ma riteniamo che possa recuperare, è bene tenerlo in portafoglio.

C’è inoltre un altro fattore che a nostro avviso è destinato ad acquisire sempre più importanza: la volatilità. Questi ultimi anni hanno visto livelli di volatilità insolitamente contenuti, ma non è detto che la cuccagna duri all’infinito.

Se i mercati dovessero tornare ad una instabilità strutturale, l’investimento premiante sarebbe quello in titoli flessibili e in primo luogo in quei fondi di investimento che lavorano e guadagnano appunto sulla volatilità. Fino ad ora hanno avuto rendimenti molto bassi, ma è plausibile attendersi che presto possa tornare anche il loro momento di gloria.

Se così è, una buona scelta potrebbe essere quella di indirizzare parte delle proprie risorse su questo tipo di asset, approfittando degli attuali prezzi bassi.

Quello che abbiamo detto sulle obbligazioni vale, ovviamente, solo per i titoli in Euro: degli investimenti in valuta, come pure in altri strumenti, parleremo nel prossimo articolo. Come vedremo infatti, nel caso della valuta la principale componente di reddito, oltre che il maggior tasso offerto rispetto a quello in Euro, sta proprio nella prospettiva di un apprezzamento della valuta medesima.

 

Riepilogando: l’investimento obbligazionario in Euro, anche se in questo momento meno redditizio rispetto a quello in azioni, può essere consigliabile a tasso variabile e con una quota riservata agli high-yield, ovvero titoli a tasso più elevato anche se più rischioso e alle scadenze più protratte. Da valutare sicuramente l’ingresso in un fondo obbligazionario flessibile per trarre vantaggio dall’eventuale aumento di volatilità dei mercati.

 

 

 

 

Cosa c’è dietro l’angolo?

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Nella fortunata trasmissione televisiva di metà anni ’70 “Bontà loro”, il conduttore Maurizio Costanzo coniò una domanda che ebbe molto successo: cosa c’è dietro l’angolo?

 

Rivolgeva questa domanda a tutti gli ospiti che si presentavano al suo cospetto, in quella che è stata riconosciuta come l’antesignana di un genere diventato in seguito molto popolare, il talk show. Ognuno cercava di dare risposte che fossero originali, simpatiche, non banali. Così – nel nostro piccolo – cercheremo di fare in questo articolo, ovviamente con riferimento ai temi di cui ci occupiamo, ovvero gli investimenti finanziari.

Quando un anno volge al termine, esercizio diffuso è quello di fare un bilancio e di formulare delle previsioni. Nel nostro caso le previsioni servono a prefigurare gli scenari più probabili per poter effettuare scelte di portafoglio razionali e, possibilmente, redditizie.

Con l’occasione, forniamo ai lettori anche qualche piccola indicazione per aggiornare l’asset allocation sulla base degli scenari macroeconomici prevedibili. Iniziamo dunque con il comparto azionario, per poi vedere nei prossimi articoli cosa ci aspetta invece per le obbligazioni, le valute, le commodities, ovvero le materie prime sia agricole che estrattive scambiate sui mercati.

Il bilancio di questo 2017 è ovviamente diverso da persona a persona, a seconda delle “scommesse” fatte nel corso dell’anno.

 

Chi ha puntato sui mercati azionari, ivi inclusa Piazza Affari, potrà brindare contento. Chi ha investito sui titoli star del mostro mercato, le aziende a media capitalizzazione e ad alto tasso di innovazione, può tranquillamente stappare qualche bottiglia pregiata, grazie soprattutto al successo dei PIR, i Piani Individuali di Risparmio.

 

Del mercato star di Borsa Italiana e dei PIR abbiamo parlato diffusamente in precedenza. Eravamo stati facili profeti nel prevedere la continuazione ed il consolidamento della crescita del mercato star. La sua performance è stata in effetti impressionante, nonostante il rimbalzo degli ultimi due mesi. L’indice FTSE Italia star, che raggruppa i titoli più rilevanti del settore, ha infatti mostrato il seguente andamento:

 

Performance a 1 anno: + 48,26%

Performance da inizio anno: + 36,25%

Performance a 6 mesi: + 4,96%

Performance a 3 mesi: + 6,00%

Performance a 1 mese: – 2,60%

 

 

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Per quanto riguarda i PIR, il cui principale sbocco di investimento è proprio il mercato star, basti dire che a fronte di una previsione iniziale di raccolta complessiva nei 5 anni di 16-18 miliardi di Euro, in settembre eravamo già a 7,5 e, per il solo anno in corso, si stima di raccoglierne oltre 10. La nuova previsione del Ministero dell’Economia e delle Finanze per i 5 anni si attesta ora nell’ordine di 50-70 miliardi.

Un successo ogni oltre previsione, che assicurerà un flusso di investimenti consistente e in crescita sul mercato star, e in generale verso le piccole e medie imprese nazionali. Solo questo basterebbe ad aspettarsi – nonostante i possibili cicli negativi dell’economia e dei mercati – quotazioni in aumento sui titoli del listino.

I titoli del segmento star del mercato italiano sono ancora pochi e sottili (bassa capitalizzazione e flottante[1] limitato), ma si dovrebbe assistere a un notevole incremento delle quotazioni: si parla di 30/40 aziende che sarebbero già pronte per entrare nel listino.

Nonostante i prezzi abbiano raggiunto livelli molto elevati, con rapporti P/E[2] oltre ogni ragionevole limite, il flusso di nuove risorse in cerca di impiego garantirà una buona tenuta del mercato.

Una prima indicazione di investimento, anche per coloro che non hanno beneficiato della “vendemmia” dell’ultimo anno, è quindi di riservare ancora molta attenzione a questo mercato, sia in via diretta che nell’incrementare le quote di PIR detenuti. Almeno per il prossimo anno, sarà quindi certamente conveniente sfruttare al massimo questa finestra.

Va però ricordato che il PIR è un impiego a lungo termine, poiché è prevista l’impossibilità di liquidarlo per 5 anni, e che si tratta pur sempre di investimenti azionari, e quindi a rischio. Inoltre, come si è detto, siamo ormai arrivati a prezzi molto alti rispetto all’andamento e alle prospettive delle aziende.

E’ vero che il prezzo vero è sempre quello che si forma dall’incontro di domanda e offerta, ma dobbiamo anche tenere presente che ogni volta che ci allontaniamo dai fondamentali dell’economia reale, e che le quotazioni non riflettono più le prospettive di reddito dell’azienda, il rischio di trovarsi in una bolla finanziaria comincia a prendere corpo.

Il sistema europeo ha ancora abbondanza di liquidità, favorita dalla politica monetaria espansiva che permarrà almeno per tutto il 2018 e, in condizioni di tassi di interesse bassi e di inflazione sotto al minimo, è normale che tale liquidità venga indirizzata sulle azioni.

Il suggerimento, quindi, è di affidarsi a gestori professionisti (ormai quasi tutti in Italia hanno aperto linee di investimento PIR compliant) guardando anche i risultati pregressi, quello che in gergo si chiama track-record, nel comparto azionario Italia piccole-medie imprese.

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Per chi invece vuole divertirsi a fare investimenti diretti, il cosiddetto cherry picking[3], il consiglio è di scegliere azioni che abbiano un rapporto P/E almeno non superiore a 30, fatturato in crescita e, una volta individuato il target, di effettuare l’acquisto nei momenti di flessione delle quotazioni.

Il mercato star è infatti molto volatile, avendo titoli sottili con volumi di scambi limitati, e vedere oscillazioni del 4/5% in più o in meno in una singola giornata non è affatto inusuale.

A parte il mercato star, quello che ci ha dato le maggiori soddisfazioni, anche gli altri comparti azionari dovrebbero mantenere una buona intonazione almeno per i prossimi 3-6 mesi.

Se dovessimo puntare al tavolo verde, preferiremmo posizionare le nostre fiches sull’Europa, mentre gli Stati Uniti dovrebbero comunque consolidare le buone posizioni già raggiunte, dato che la riforma fiscale ed i suoi benefici effetti si stanno facendo attendere e sembra che alla fine tali effetti siano meno marcati di quanto si sperava.

Potrebbe valere la pena tentare qualche incursione sulle azioni giapponesi e su qualche paese emergente che ultimamente ha rallentato un po’ la corsa.

Per quanto riguarda i settori produttivi, ci aspettiamo grandi cose dall’immobiliare, dall’energetico, dal farmaceutico e dalle telecomunicazioni, queste ultime fortemente penalizzate nei mesi scorsi.

Il primo tema di investimento per il 2018 è dunque secondo noi l’azionario, a patto di non lasciarsi spaventare da qualche arretramento come quello delle ultime settimane, sempre possibile quando si vola a quote alte ed a multipli talvolta esagerati.

 

 


[1] Con riferimento a un titolo azionario quotato, il flottante è la quantità di titoli effettivamente scambiabili, ovvero esclusi quelli detenuti da azionisti stabili che non intendono vendere.

[2] L’indice P/E (rapporto fra prezzo e utile per azione di un titolo quotato)  misura in quanti anni il profitto generato dalla società ripaga il prezzo. Quando l’indice è alto (in genere superiore a 20/25), il titolo è caro in termini di utile, perché occorrono molti anni per ripagare il suo prezzo; quando è basso significa invece che il mercato non riconosce nel prezzo il valore della redditività aziendale. Ciò può dipendere dall’aspettativa di una riduzione futura degli utili oppure da una sottovalutazione del titolo rispetto al suo valore teorico.

[3] Letteralmente “raccolta di ciliegie”, ovvero scelta dei singoli titoli su cui investire.

Dal sapere al lavoro: il caso Cambridge

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Continuando il nostro viaggio alla scoperta di casi di successo di piccole città che hanno saputo realizzare modelli di sviluppo sostenibili e duraturi nell’era post-industriale e tecnologica, dopo Bilbao andiamo a Cambridge, in Inghilterra.

Si tratta di un caso completamente diverso dal precedente: qui non c’era una situazione di declino e un’economia da ricostruire, ma un centro di eccellenza del sapere, una delle Università più prestigiose del mondo, attorno alla quale si era formata nel tempo una comunità di poco più di 100.000 persone.

Una città che si è sempre identificata col suo ateneo, o per meglio dire un’università-città, in cui tradizionalmente il lavoro era esclusivamente connesso alla presenza del college, in via diretta (insegnanti, impiegati, dipendenti) o come indotto (accoglienza, alloggi, fornitori).

 

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Pur essendo antichissima, di origini romane, e l’Università risalendo al 1284, Cambridge ha ottenuto lo status di città solo nel 1951: in passato era semplicemente un complesso di edifici e abitanti che gravitavano intorno all’ateneo. Anzi, a suo tempo venne costruita distante e tenuta mal collegata con Londra per evitare ai suoi studenti le distrazioni della metropoli.

Una vera e propria turris eburnea, una cittadella del sapere, impermeabile ai problemi del lavoro e alle tensioni sociali del mondo reale. Del resto, Cambridge è sempre stata un centro di eccellenza: l’ateneo è il secondo più vecchio del Regno Unito (dopo Oxford) e il quarto in Europa.

Oggi la University of Cambridge ospita quasi 20.000 studenti e più di 5000 fra ricercatori e professori. Offre corsi di laurea in numerose discipline, che spaziano dalle arti alla scienza, ed è articolata in una struttura collegiale. Nel 2005 è risultata seconda nella classifica accademica delle università mondiali e nel 2011 la prima all’interno del continente europeo. Cambridge detiene il record di vincitori di premi Nobel, 89.

Ma oltre a questo, a partire dagli anni 70 Cambridge è diventata anche un incubatore di nuove imprese, start-up tecnologiche, tanto che l’area circostante, denominata Silicon Fen in analogia alla Silicon Valley. Ospita alcune migliaia di imprese ad alta tecnologia, perlopiù piccole o micro, e un numero imprecisato ne sono sorte, si sono sviluppate e trasferite altrove.

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Artefice della creazione e del successo di questo modello di sviluppo è il parco scientifico e tecnologico, il Cambridge science park, sorto nel 1970 al fine di “avvantaggiarsi al massimo dalla concentrazione di expertise scientifica, attrezzature e biblioteche e incrementare il feedback dall’industria alla comunità scientifica di Cambridge”. Così recitava il report del Mott Committee, la commissione speciale istituita dall’ateneo – sotto la presidenza di Sir Nevill Mott, professore di fisica sperimentale – per rispondere a una sollecitazione del governo laburista del 1964.

L’idea del parco scientifico nacque negli anni 50 in USA, dove venne realizzato per la prima volta dall’Università di Stanford. A partire proprio dagli anni 70 ne nacquero molti un po’ dappertutto, come progetti delle università più avanzate e “visionarie”.

Parchi di eccellenza sono quelli costituiti in Canada e in Israele: in particolare in quest’ultimo caso, lo Stato interviene direttamente finanziando per due terzi i progetti. Con risorse molto contenute, lo Stato riesce così a diventare proprietario delle nuove iniziative, che possono talvolta assumere dimensioni economiche anche molto rilevanti, oltre a incorporare la titolarità dei brevetti.

Il progetto di un parco scientifico è la migliore sintesi di sapere, sfruttamento economico dei brevetti, sviluppo sostenibile. Ha impatto ambientale normalmente minimo ed è suscettibile di attrarre molte altre iniziative analoghe, attivando un vero e proprio circolo virtuoso.

Si tratta di imprese ad elevata tecnologia, e quindi assolutamente proiettate nel futuro, “leggere” in quanto – almeno nella fase di sviluppo delle business idea e dei prototipi –  non necessitano di grandi dotazioni di capitale e soprattutto in grado di attivare una dinamica di crescita molto forte.

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Il concetto è quello di predisporre un ambiente idoneo e facilitatore per la nascita e l’insediamento di nuove iniziative imprenditoriali ad alta tecnologia, in modo tale che lo start-upper possa concentrarsi sui soli aspetti della ricerca e non essere distratto da problematiche amministrative, finanziarie, legali, ecc.

Il parco costituisce quindi un vero e proprio incubatore d’impresa, in cui le nuove iniziative si insediano e vi trascorrono i primi anni di vita, tipicamente fino al brevetto o alla realizzazione del prototipo, per poi insediare definitivamente l’impresa altrove, generalmente non molto lontano.

Viene fornita anche la possibilità di reperire finanziamenti attraverso il coinvolgimento di venture capital o business angels, società specializzate nel sostenere iniziative nuove e quindi ovviamente preparate ad un elevato grado di fallimenti.

Caratteristica delle start-up è infatti quella di presentare un notevole rischio trattandosi di iniziative nuove e molto spesso in ambiti con track record limitatissimo o inesistente.

Concludendo questo breve excursus, possiamo sicuramente affermare che se la società post-industriale e il mondo di internet hanno creato molte situazioni critiche e fatto crollare numerose imprese, tuttavia modelli nuovi e sostenibili di sviluppo economico sono possibili anche per città medio-piccole.

I requisiti sono però quelli di avere una solida e progressiva visione strategica e di saper catalizzare tutte le energie disponibili in loco, in modo da renderle coese e unitariamente impegnate in vista dell’obiettivo di migliorare la qualità della vita per le loro generazioni future.

 

Bilbao, l’Araba Fenice

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A metà anni ’80 Bilbao si presentava come una città soffocata da acciaierie ormai improduttive e container del porto fluviale e industriale, con una grande banca il cui baricentro si era ormai spostato a Madrid, New York e Città del Messico: oggi è una città moderna e tecnologica, a misura d’uomo, destinazione turistica e centro di vivace offerta culturale.

 

 

Cosa è successo intorno agli anni ‘90 da consentire a Bilbao di risorgere dalle sue ceneri e diventare un benchmark culturale ed un modello di riconversione ecologica per la modernità delle sue infrastrutture? E soprattutto: è possibile per altre città in situazioni di declino imitare l’esempio del capoluogo basco?

 

Il percorso seguito è stato quello di una ristrutturazione territoriale (infrastrutture), economica (settore terziario, polo informatico) e industriale (riconversione):il risultato è che oggi Bilbao è l’unica città spagnola con un Pil positivo nonostante il periodo di forte recessione del Paese.

 

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Certo, in questo periodo non tutto è stato rose e fiori: purtroppo gli ultimi decenni del secolo scorso hanno visto Bilbao tristemente protagonista anche degli atti terroristici da parte dell’Eta, il movimento per la liberazione e l’indipendenza della comunità basca. Oggi questa fase di sostanziale guerra civile è stata fortunatamente superata, proprio mentre analoghe problematiche stanno interessando la Catalogna.

 

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Il progetto è nato ufficialmente nel 1991 con la creazione dell’associazione “Bilbao Metropoli 30”, promossa dal sindaco della città, dal Presidente della Provincia e dal Governo basco, impegnati insieme a rilanciare la città.

L’Associazione riuniva centri produttivi, università, organizzazioni non-profit, enti pubblici locali, camere di commercio, banche e fondazioni,: in breve, quasi tutte le componenti della società civile. Aveva come scopo lo sviluppo di piani, ricerche ed eventi promozionali finalizzati al recupero e alla rivitalizzazione dell’area urbana della città e la gestione delle iniziative contenute nel Piano Strategico, in vista di una collaborazione sempre più proficua tra settore pubblico e privato.

Sono stati così realizzati una serie di interventi urbanistici, i cui punti più qualificanti sono il recupero delle aree del vecchio scalo marittimo e l’ampliamento del nuovo, nonché il miglioramento dei trasporti metropolitani.

 

Il fiume è stato valorizzato come una vera e propria infrastruttura, individuando per le sue sponde delle nuove attività, prevalentemente a carattere ludico, commerciale, culturale e residenziale.

 

Soprattutto però, fondamentale è stata la costruzione del Museo Guggenheim, su progetto dell’architetto statunitense F. Gehry, inaugurato nel 1997 nell’ambito di una politica di rivitalizzazione economica incentrata sugli aspetti culturali. L’opera suscitò scalpore a livello internazionale sia per le forme avveniristiche dell’edificio, sia per gli alti costi della sua realizzazione. E’ stato però calcolato che nel triennio 1999/2001 il museo abbia generato un indotto di 635 milioni di dollari e che la somma di denaro spesa per la sua realizzazione, in un solo anno di esercizio a pieno regime, sia stata completamente ripagata.

Il progetto di riqualificazione urbana ha prodotto, nel corso degli anni, un netto miglioramento della qualità della vita, l’aumento esponenziale dei posti di lavoro, nuove attività economiche e culturali in grado di attirare turisti da tutto il mondo; ha rafforzato l’identità regionale ed ha portato ai suoi abitanti benessere diffuso e un ambiente più sano in cui vivere.

Lo skyline di città moderna è caratterizzato dai grattacieli eleganti e avveniristici del suo centro. Di grande valore architettonico sono anche le infrastrutture aeroportuali, che portano la firma dell’architetto Santiago Calatrava, e le stazioni della metropolitana, opera di Sir Norman Foster, altro grande dell’urbanistica a cavallo tra il XX e il XXI secolo.

Si è lavorato, inoltre per la rigenerazione ambientale ed urbana attraverso la riduzione dell’inquinamento atmosferico, la gestione dei rifiuti urbani e industriali, l’ampliamento dei parchi e delle zone verdi e la riqualificazione dei quartieri degradati.

 

Abandoibarra ne è un esempio. Area situata nel cuore della città che si estende su una superficie di 348.500 metri quadrati, è stata per anni destinata all’attività portuale, senza possibilità di accesso per il pubblico. Ora dei complessivi 348.507 metri quadrati, 115.714 ospitano vegetazione.

Il progetto per il quartiere Barakaldo – Galindo invece è consistito nel recupero delle aree dismesse lungo il fiume, un tempo sede degli altoforni. Il piano prevede la costruzione di edifici residenziali, spazi per il tempo libero e uno stabilimento per attività commerciali. Metà dell’area sarà inoltre lasciata verde, mentre per l’infrastruttura stradale sono previsti collegamenti tra i diversi quartieri e l’autostrada.

Un altro dei pilastri della “vecchia Bilbao” era infine la sede del gigante del credito Banco di Bilbao Vizcaya y Argentaria (BBVA), oggi uno dei due campioni del settore bancario iberico. Pur mantenendo le radici in territorio basco, oltre che il nome della città e della provincia nella propria ragione sociale, la banca è ormai una multinazionale con centro nevralgico a Madrid e fatturato per oltre un terzo proveniente dall’America Latina.

La riconversione ha quindi interessato anche il ridimensionamento dell’istituto, con conseguente riduzione dei posti di lavoro nella sede basca.

 

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Ci siamo chiesti all’inizio dell’articolo se il modello Bilbao possa essere imitato da comunità che attraversano crisi analoghe a quella brillantemente risolta nella città basca. I requisiti per realizzare un percorso del genere sono fondamentalmente due: una chiara e forte visione strategica da parte degli amministratori locali e una totale coesione fra tutte le componenti della società economica, civile e politica della città e fra queste e lo stato. Naturalmente è indispensabile anche la collaborazione di professionisti e tecnici di grande livello, ma se esistono queste due condizioni, non è difficile catalizzare l’interesse delle migliori intelligenze disponibili a livello nazionale e internazionale.

Nel prossimo articolo parleremo di un caso leggermente diverso, sia per la situazione di partenza che del modello di sviluppo attuato, ma ugualmente significativo di come possa essere progettata la “città del futuro”, economicamente prospera e con trend di sviluppo sostenibile: il caso di Cambridge.

 

 

 

 

 

 

 

Tempo di software: il futuro liquido

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Il sociologo polacco Zygmunt Bauman, scomparso all’inizio di quest’anno, ha parlato di “società liquida” e la definizione – pur non bellissima ma indubbiamente suggestiva – ha riscosso enorme popolarità.

Nella sua logica la parte “solida” in dissoluzione era in qualche modo l’ordine costituito e il tessuto connettivo dei rapporti sociali, che nella società “post-moderna” sono stati rimpiazzati da individualismo, consumismo e alienazione. A ben vedere, questo processo è riscontrabile anche nei rapporti economici e produttivi.

Se infatti il secolo scorso e quello ancora precedente sono stati caratterizzati dal peso dell’industria manifatturiera e dall’incombenza delle grandi fabbriche, dalla produzione a elevata intensità di capitale e di lavoro, oggi la situazione è radicalmente cambiata.

 

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Quando la più grande azienda alberghiero-ricettiva del mondo (AirB&B) non possiede neanche una singola stanza e quando la maggiore impresa di trasporto di persone (Uber) non ha neanche un’automobile di proprietà, significa che siamo passati dalla prevalenza dell’hardware a quella del software: che in un certo senso il mondo post-moderno si è, appunto, liquefatto.

Se ciò è vero per tutto il mondo, è vero all’ennesima potenza per l’Italia, dove il grande gruppo industriale ha dimensioni minime rispetto ad altri sistemi e dove c’è tradizionalmente scarsità di materie prime e il costo del lavoro è sempre stato molto alto.

Da noi il settore manifatturiero, se pure ha conosciuto momenti di gloria nell’età giolittiana, negli anni del miracolo economico e in alcuni distretti a marcata vocazione industriale, sta attraversando una crisi che ha tutte le caratteristiche per essere strutturale. E comunque, si tratta per lo più di piccola e media industria, di artigianato di alto livello, di settori il cui fattore di successo è la moda, il design, l’ingegno.

Come possiamo allora immaginare il futuro del nostro paese? E quali visioni strategiche possono perseguire comunità in declino che si pongano l’obiettivo di sviluppare lavoro, reddito e ricchezza?

 

Quanto al primo punto, esaurite o quasi le ambizioni industriali, dovremo concentrarci in quei settori per i quali disponiamo di risorse esclusive e competenze distintive, ovvero il turismo e l’agricoltura.

 

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Da un lato il nostro patrimonio culturale e artistico, le ricchezze naturali e l’eredità di una grande tradizione storica. Dall’altro le eccellenze dei materiali e il livello ampiamente riconosciuto della nostra enogastronomia. Questi sono i pilastri del futuro economico del nostro paese, insieme a tutto quello che valorizza il gusto estetico, l’ingegno, la creatività.

Dall’hardware delle macchine al software della bellezza. Come un cerchio ideale che, dopo aver abbandonato il settore primario (che comprende soprattutto l’agricoltura e l’industria estrattiva) per tuffarsi nel secondario (l’attività di trasformazione, cioè il settore manifatturiero), torna alle radici, ovvero alla terra e soprattutto all’uomo.

Il periodo industriale ha visto prevalere macchine, ciminiere, impianti, con la nascita di aree industriali, di città o quartieri dormitorio per la mano d’opera, di emigrazione verso i centri urbani dove sorgevano le fabbriche. Quello post-industriale dovrebbe invece favorire il percorso inverso: verso i piccoli centri e le città d’arte, verso le località di attrazione turistica per risorse naturali o culturali, verso i terreni più fertili e produttivi.

E soprattutto, la grande enfasi sull’uomo, sulla sua creatività, il suo genio, il suo gusto estetico per i quali la tecnologia può rappresentare un prezioso alleato e non un pericolo.

Magari dovremo convivere con margini di redditività più contenuti, ma certamente la qualità della vita dovrebbe migliorare. Naturalmente la disponibilità di risorse e materie prime, grazie alle risorse naturali che ci ritroviamo o al genio dei nostri antenati, non garantiscono da sole l’attivazione di flussi di reddito soddisfacenti.

Sarà sempre più necessario professionalizzare l’approccio al turismo, in modo da massimizzarne il valore aggiunto e non solo aspettare che i turisti vengano da soli.

Allo stesso modo, dovremo essere capaci di migliorare la produttività dell’agricoltura e valorizzare l’industria di trasformazione alimentare e conserviera,  l’offerta di eccellenza eno-gastronomica e tutto quello che ruota intorno al cibo e al vino.

 

Anche in questi settori “leggeri” sarà necessario contrastare la concorrenza e non sottovalutare la competizione di soggetti nuovi sul mercato. E’ vero che chi vorrà vedere dal vivo la Cappella degli Scrovegni dovrà per forza andare sempre a Padova, ma – ad esempio – l’offerta di turismo balneare della Versilia o della Sardegna non può essere più indifferente alla Croazia, alle Baleari oppure all’Egitto, che potranno compensare la minor tradizione e bellezza con prezzi più bassi.

 

Lo stesso, a maggior ragione, per quanto riguarda il turismo culturale: ormai eventi espositivi particolari riescono a muovere enormi quantità di persone e di denaro. E oltre tutto si tratta di un turismo di qualità e con alta capacità di spesa.

Le stesse considerazioni più o meno possono essere fatte per cercare di capire come città anche piccole che hanno avuto un passato importante nell’industria o nel terziario (il settore dei servizi, ad esempio nell’ambito del commercio o la finanza) possano riconvertirsi e intraprendere nuovi modelli di sviluppo.

Nel prossimo articolo vedremo esempi di successo, fra i quali i più evidenti sono Bilbao e Cambridge, che possono essere benchmark per centri italiani di analoghe dimensioni.