Debiti e Deficit

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Un paio di lettori ci hanno “bacchettato” perché il precedente articolo del blog, quello sul reddito di cittadinanza, risultava un po’ ostico e poco comprensibile ai non addetti ai lavori. In effetti talvolta alcuni concetti vengono dati per scontati, ritenendo che la frequenza con cui vengono usati su stampa e media ne dimostri una diffusa padronanza.

In particolare, il passaggio “incriminato”, peraltro fondamentale per la tesi esposta nell’articolo, è il penultimo capoverso, che riportiamo di seguito:

Soprattutto c’è un problema di compatibilità economica con i conti dello Stato. Per un paese con il debito pubblico al livello del nostro e con un deficit che ben difficilmente potrà attestarsi al di sotto del 2,4% del PIL, introdurre il reddito di cittadinanza come proposto è semplicemente impensabile senza aprire un fronte di forte contrasto con l’Unione Europea.

 

Rileggendolo, dobbiamo riconoscere che in effetti questa frase contiene diversi concetti che vanno spiegati: il debito pubblico, il deficit, il rapporto deficit/PIL e perché questo può diventare un fronte di contrasto con l’Unione Europea. Proviamo allora a chiarire tutti questi concetti, in questo e nel prossimo articolo, ricorrendo all’analogia con situazioni ben note, come quelle dei conti di famiglia o di una piccola impresa.

Partiamo dai due concetti di deficit e debito, e dalla definizione di PIL (Prodotto Interno Lordo). Di quest’ultimo abbiamo spesso parlato in precedenti articoli, e possiamo definirlo come la misura dell’attività produttiva dei residenti di un Paese in un dato periodo[1].

Se fossimo un’azienda, potremmo considerare il PIL come il fatturato; oppure, se fossimo una famiglia, come il complesso dei redditi di cui disponiamo, e che a vario titolo entrano in casa nel periodo in esame.

E’ per questo che parliamo di compatibilità dei conti: sia nel caso di un’azienda che in quello di una famiglia l’entità dei debiti o quella delle spese non possono prescindere rispettivamente dal fatturato o dal reddito di cui si dispone. Se un’azienda avesse un fatturato di 100.000 € in un anno, mantenere in quell’anno costi complessivi per un ammontare molto superiore sarebbe sicuramente da evitare. Beninteso, potrebbe capitare ma dovrebbe ragionevolmente trattarsi di un evento straordinario, e non essere la regola.

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Così come in una famiglia in cui entrano 50.000 € all’anno, come si potrebbe spenderne nello stesso anno, diciamo, 100.000? Certo, potrebbe capitare, ma anche in questo caso dovrebbe trattarsi di eventi eccezionali.

Cosa succede se ci troviamo a sostenere costi superiori ai ricavi, oppure uscite maggiori delle entrate? Dovremmo naturalmente chiedere in prestito quanto ci manca per coprire il fabbisogno, ovvero fare (o accrescere, se già presenti) debiti.

Anche il livello del debito non potrà però essere indipendente dal reddito disponibile: sia per un’azienda che per una famiglia, ci dovrà essere infatti una ragionevole corrispondenza fra livello del fatturato e ammontare del debito contratto. Il motivo è evidente: il debito, alla sua scadenza, dovrà essere rimborsato e gli interessi che nel tempo maturano dovranno essere pagati. Ed è ovvio che le risorse per adempiere a queste obbligazioni dovranno arrivare dal cash-flow aziendale, e quindi dal suo fatturato, oppure dai redditi che entrano in famiglia.

Nessuna banca o ente finanziatore concederebbe un prestito a chi non dispone di un reddito sufficiente a pagare la rata mensile. Ad esempio se viene richiesto un prestito personale di 20.000€ da rimborsare in 5 anni (supponiamo per l’acquisto di un’auto) al tasso del 5%, la rata mensile sarà di 377€. La banca, fra gli altri elementi di giudizio che valuta per approvare l’operazione, verificherà che il richiedente abbia un reddito di almeno 1.800/1.900€ al mese, ovvero tale per cui la rata ne impegni circa un quinto.

Per questo, in operazioni della specie per dipendenti pubblici, si parla di “cessione del quinto”: il quinto dello stipendio viene “congelato” (e formalmente ceduto) per garantire il rimborso del prestito.

Analogamente, anche se in modo più complesso, per quanto riguarda i fidi, ovvero i prestiti, alle aziende. Per ottenere credito, esse devono dimostrare di avere un flusso di ricavi, e quindi un fatturato, che consenta loro il regolare rimborso.

Si tratta di considerazioni di puro buon senso, non certo di aspetti tecnici astratti e particolari.

Lo stesso per quanto riguarda i conti dello Stato: il deficit altro non è che la differenza fra la spesa pubblica e le entrate. La prima è l’esborso della Pubblica Amministrazione per beni e servizi (stipendi, forniture, spese correnti diverse) e investimenti (opere pubbliche, infrastrutture, ecc.). Le seconde sono prevalentemente rappresentate dal gettito tributario, ovvero dalle tasse e imposte riscosse.

Se c’è un deficit, significa che lo Stato spende più di quanto incassa. E questo, come abbiamo visto per le famiglie e per le imprese, può accadere solo ricorrendo al debito, che in questo caso si chiama appunto debito pubblico. Ma il debito viene concesso solo se c’è corrispondenza e coerenza con il reddito (in questo caso il PIL).

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Chi è che concede il debito agli Stati? Naturalmente chi sottoscrive i titoli del debito pubblico, ovvero in primo luogo le banche (Banca Centrale e banche commerciali) e chiunque sottoscriva a titolo di investimento i Buoni del Tesoro.

Per sottoscrivere titoli di un certo emittente, le banche – ma anche gli investitori privati, soprattutto quelli “istituzionali”[2] – ne valutano l’affidabilità, ovvero la sua capacità di rimborsare il debito. E l’affidabilità viene misurata dalle cosiddette “agenzie di rating”, che sono analisti professionali e indipendenti che attribuiscono ad ogni soggetto esaminato una misura del merito creditizio.

Del processo e degli effetti del rating, dei parametri imposti dall’Europa e dei problemi che il nostro paese si troverà ad affrontare nelle prossime settimane, parleremo nel prossimo articolo.

 

 

 


 

[1] Secondo il “Dizionario di Economia e Finanza Treccani” di Fedele De Novellis (2012) La nozione di ‘prodotto’ è riferita ai beni e servizi che hanno una valorizzazione in un processo di scambio; sono quindi escluse dal PIL le prestazioni a titolo gratuito o l’autoconsumo. Il termine ‘interno’ indica che tale variabile comprende le attività economiche svolte all’interno del Paese; sono dunque esclusi i beni e servizi prodotti dagli operatori nazionali, imprese e lavoratori all’estero, mentre sono inclusi i prodotti realizzati da operatori esteri all’interno del Paese. Escludendo la produzione all’interno del Paese da parte degli operatori esteri, e aggiungendo quella all’estero degli operatori nazionali, si ottiene il PNL (Prodotto Nazionale Lordo). Il termine ‘lordo’ indica che il valore della produzione è al lordo degli ammortamenti ( ammortamento), ovvero del deprezzamento dello stock di capitale fisico intervenuto nel periodo; questo comporta che, per non ridurre tale grandezza a disposizione del sistema, parte del prodotto deve essere destinata al suo reintegro. Sottraendo dal PIL gli ammortamenti, si ottiene il PIN (Prodotto Interno Netto).

[2] Per investitori istituzionali si intendono i fondi pensione, le compagnie di assicurazione, i fondi comuni di investimento e in generale tutti gli operatori che istituzionalmente gestiscono somme di denaro per conto di terzi sottoscrittori.

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Reddito di cittadinanza: cos’è, a cosa serve, ma soprattutto…si può fare in Italia?

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Un attento lettore di questo blog ci ha chiesto di parlare del reddito di cittadinanza, sicuramente l’argomento più discusso – insieme alla questione dei migranti – di questa stagione politica e dell’esperienza del “governo del cambiamento”. Lo facciamo volentieri cercando di rispondere alle tre domande: che cosa è; a cosa serve e se può essere applicabile con successo nell’Italia di oggi.

Iniziamo col dire che la definizione “reddito di cittadinanza” è impropria, meglio sarebbe parlare di “reddito minimo garantito”, una misura peraltro diffusa e ampiamente sperimentata in molti paesi, compresi alcuni dell’Unione Europea.

Secondo quanto riportato nel “Contratto per il governo del cambiamento” (il programma di governo sottoscritto dai leader dei due partiti della maggioranza) e quanto contenuto nella proposta di legge del Movimento 5 stelle, si tratta di uno strumento di sostegno economico rivolto alle famiglie italiane che si trovano in condizioni economiche disagiate, con un reddito inferiore alla cosiddetta “soglia di povertà”. Tale soglia è stata individuata in 780 € mensili per una famiglia di una sola persona e in livelli diversi a seconda del numero e delle situazioni familiari. Ad esempio, per un nucleo di due persone con due figli a carico tale limite è di 1.640 €.

Ciò significa che, nelle intenzioni dei proponenti, ogni famiglia italiana che percepisce un reddito complessivo inferiore a tale soglia dovrebbe poter percepire un’integrazione economica, da parte dello Stato, di quanto necessario per raggiungere tale livello minimo.

Sono quindi previsti specifici requisiti, oltre a quello della cittadinanza italiana, per poter beneficiare del contributo del reddito minimo garantito; al contrario il reddito di cittadinanza è quello che viene erogato a chiunque, ricco o povero, con lavoro o senza, indipendentemente dalle condizioni in cui si trova

E’ diverso anche dai sussidi di disoccupazione, che vengono erogati a chi ha perso il lavoro, categoria nella quale rientra il “reddito di inclusione” (ReI)[1], già introdotto dal governo Gentiloni e tuttora in vigore.

L’obiettivo dichiarato della misura di sostegno proposta è quello di reinserire (i cittadini) nella vita sociale e lavorativa del Paese. Garantisce la dignità̀ dell’individuo e funge da volano per esprimere le potenzialità lavorative del nostro Paese, favorendo la crescita occupazionale ed economica.[2]

Si tratta dunque di una duplice finalità: da un lato contrastare la povertà, disuguaglianza e esclusione sociale, garantendo ai nuclei familiari che presentano un reddito inferiore alla soglia di povertà, la possibilità di beneficiare di un’integrazione salariale. Dall’altro di favorire la crescita economica del Paese, stimolando la domanda (di beni di consumo da parte delle classi sociali meno abbienti) e, per questa via, il prodotto interno lordo.

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La prima risposta da dare è quindi se una misura del genere, ipotizzando che si possa introdurre ed attuare con successo, è idonea, necessaria o sufficiente per realizzare questi due obiettivi.

In merito al sostegno economico, sicuramente il reddito di cittadinanza va nella direzione giusta, facendo sì che tutti i cittadini si collochino al di sopra della soglia di povertà. Se la soglia fosse correttamente individuata e se la misura potesse essere effettivamente erogabile a tutti i soggetti indigenti, certamente sarebbe di per sé necessaria e sufficiente a realizzare l’obiettivo.

Molto più discutibile l’idoneità del reddito di cittadinanza per la finalità di stimolo alla crescita economica del Paese. E, come vedremo, ancora più discutibile la probabilità che esso abbia successo nell’Italia di oggi.

Lo stimolo al PIL è infatti molto probabile, ma non certo, e certamente – a parità di risorse – esistono strumenti molto più efficaci per far crescere l’economia. Il reddito di cittadinanza fa infatti aumentare il PIL nella misura in cui si trasforma in aumento della domanda di beni di consumo. In altri termini, se un cittadino riceve 100 € a questo titolo, il PIL aumenta solo se li spende tutti per acquistare beni di consumo (attraverso il meccanismo del cosiddetto “moltiplicatore del reddito”[3]).

Se invece di questi 100 € una parte vengono risparmiati (cosa improbabile visto che siamo al livello di povertà) oppure impiegati per rimborsare debiti o trasferiti ad altri, tale parte non concorre a innescare l’aumento di reddito. Ben più efficace sarebbe l’effetto di un aumento diretto di una componente del reddito, ad esempio la spesa pubblica. L’aumento della spesa pubblica, infatti, rappresenta in teoria economica lo strumento più efficace per far crescere il reddito.

In secondo luogo, il reddito di cittadinanza rappresenta un forte disincentivo a ricercare attivamente il lavoro. Se lo Stato assicura comunque il reddito minimo per la soglia di povertà, chi guadagna meno di tale reddito è incentivato a non lavorare o, almeno, a non ricercare attivamente il lavoro, e farsi mantenere dallo Stato.

Per contrastare tale effetto negativo, la proposta di legge prevede infatti alcune misure che comportano la cessazione del contributo al verificarsi di taluni eventi, quali ad esempio il rifiuto per tre volte di un’offerta di lavoro. Questo tipo di correttivi funzionerebbero però solo se i centri per l’impiego fossero efficienti (sarebbe una bella novità, purtroppo improbabile) o si riuscissero ad evitare abusi e indebite applicazioni.

L’ultimo aspetto è quello di vedere se nell’Italia di oggi la misura del reddito di cittadinanza può avere successo. E qui i dubbi sono più che legittimi. Intanto dovremmo assicurare, come si diceva sopra, che l’applicazione pratica sia corretta: cosa già difficile in generale, pressoché impossibile in Italia. Pensiamo alla difficoltà di impedire l’accesso a chi ha redditi formalmente inferiori alla soglia di povertà, ma in realtà superiori. Chi percepisce redditi “in nero”, ovvero non dichiarati, avrebbe il duplice illecito vantaggio di non pagare le tasse e di incassare il reddito di cittadinanza.

Soprattutto c’è un problema di compatibilità economica con i conti dello Stato. Per un paese con il debito pubblico al livello del nostro e con un deficit che ben difficilmente potrà attestarsi al di sotto del 2,4% del PIL, introdurre il reddito di cittadinanza come proposto è semplicemente impensabile senza aprire un fronte di forte contrasto con l’Unione Europea.

Del resto, questa eventualità è ben presente ai proponenti, che ne fanno una bandiera politica. Il costo addizionale per garantire il reddito di cittadinanza nei termini proposti, è stato calcolato in 17 miliardi di Euro, sicuramente non reperibili nelle pieghe del bilancio pubblico. A maggior ragione se, oltre a questa, si vorranno introdurre altre misure pure previste e inserite nel “contratto di governo”, quali la flat tax e l’abolizione della riforma “Fornero” sulle pensioni.

 


[1] Reddito di Inclusione (REI) è una misura nazionale di contrasto alla povertà. Il REI si compone di due parti: un beneficio economico, erogato mensilmente attraverso una carta di pagamento elettronica (Carta REI) e un progetto personalizzato di attivazione e di inclusione sociale e lavorativa volto al superamento della condizione di povertà (cfr https://www.inps.it/nuovoportaleinps/default.aspx?itemdir=51585)

[2] “Contratto per il governo del cambiamento” (scaricabile, fra l’altro, da

http://download.repubblica.it/pdf/2018/politica/contratto_governo.pdf), pag. 34

[3] Il moltiplicatore del reddito è un meccanismo tipico della teoria keynesiana, che abbiamo descritto ampiamente in diverse occasioni negli articoli del blog, da ultimo nella serie “L’ABC dell’economia”. Si tratta del processo attraverso il quale una data variazione di una componente del reddito aggregato (consumo, investimenti, spesa pubblica) produce un aumento del PIL complessivo superiore a quello iniziale della componente che ha innescato il processo stesso. L’aumento complessivo è pari all’aumento iniziale moltiplicato per un fattore (il moltiplicatore, appunto) che è funzione della propensione al consumo.

Il lavoro per l’uomo o l’uomo per il lavoro?

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Si conclude con questa settimana la mini-serie sul lavoro al tempo di Internet. Lungi da noi l’idea di fare il riassunto delle puntate precedenti o, peggio ancora, quella di trarre delle conclusioni e una sintesi degli aspetti trattati e dei contributi presentati. Sia perché i diversi interventi che abbiamo ospitato sono già notazioni sintetiche e riassuntive, sia perché sappiamo che su temi come questo sarebbe presuntuoso, oltre che inutile, trarre delle conclusioni.

Presuntuoso perché siamo consapevoli di aver semplicemente posto delle domande, sollevato questioni su cui riflettere e non avevamo intenzione di proporre soluzioni, compito ingrato e mission impossible che, in ogni caso, resta funzione della politica. Inutile perché il mondo del lavoro, specchio di una società in continua e vorticosa evoluzione, cambia alla velocità della luce e non esistono soluzioni buone per tutte le stagioni. Quello che vale oggi, l’anno prossimo è già obsoleto e il punto di arrivo di oggi non può che essere la partenza di domani.

In realtà, più che una serie conclusa vorremmo considerarla un cantiere sempre aperto, un terreno di confronto su cui torneremo spesso, anche con contributi esterni che stavolta non è stato possibile ospitare.

Vorremmo piuttosto concentrarci adesso sulle persone e sul loro rapporto diretto col lavoro. Lasciamo da parte per un momento gli aspetti sociali ed economici, per vedere come vivono il lavoro gli uomini e le donne di oggi, come si rapportano ad un’attività che occupa – quando va bene – un terzo del loro tempo in età adulta e quando va male – non per loro libera scelta – molto di più o molto di meno.

Così come iniziammo con una rievocazione biblica quando ricordammo che secondo le Scritture il lavoro è la punizione per l’uomo che aveva commesso il peccato originale (“lavorerai col sudore della fronte”), così partiamo oggi da un passo evangelico di Marco (Mc 2, 23-26).

 

«Il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato! Perciò il Figlio dell’uomo è signore anche del sabato». Così diceva Cristo ai farisei che, scandalizzati, gli indicavano i braccianti che osavano lavorare di sabato, il giorno dedicato al Signore, durante il quale ogni attività lavorativa doveva essere sospesa per consentire la preghiera e l’ascolto delle Scritture.

Con questo non vorremmo entrare nella diatriba, che pare un po’ oziosa se non sterile, sul lavoro di domenica, questione che oggi è tanto di moda e che, fortunatamente, non sempre riesce a distogliere l’attenzione dei media da temi ben più seri e spinosi.

Il monito di Cristo voleva in realtà significare che nessuna consuetudine, tradizione o attività può essere tanto importante e decisiva da ritenere che l’uomo vi si debba adattare, quando questo implicherebbe la necessità di mettere in discussione la natura, i valori e le attitudini dell’uomo stesso. Per questo ci pare una buona metafora del rapporto fra l’uomo e il lavoro.

Rapporto che deve essere sempre “di mezzo a fine” e non viceversa: il lavoro è uno strumento, utile per procurarsi i mezzi di sostentamento e la riconoscibilità e dignità sociale, ma pur sempre uno strumento. Se diventa un fine, ovvero lo scopo ultimo (e talvolta unico) dell’esistenza, allora c’è un problema: meglio fermarsi a riflettere e, se possibile, cambiare impostazione piuttosto che farsi travolgere.

Se viviamo per lavorare e non lavoriamo per vivere, finiremo per regalare la nostra esistenza stessa a qualcuno o qualcosa al di fuori di noi e ci renderemo conto, quando ormai sarà tardi, di averla sprecata. Un epilogo non molto diverso da quello degli schiavi nell’antica Grecia di cui ci ha parlato Domenico De Masi nell’intervista che abbiamo pubblicato.

Se la nostra giornata è fatta di 10-12 ore di lavoro, sulle 16 mediamente disponibili dopo aver dormito, è facile capire che – una volta impiegate le 3/4 ore indispensabili per mangiare e per la cura del corpo – rimane troppo poco tempo per fare qualcosa di diverso.

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Un manager che vive in ufficio o comunque lavorando fino alla sera tardi, magari avendo iniziato di prima mattina, e trascura famiglia, affetti, occasioni di svago, lettura, studio, non solo si accorgerà di avere sprecato la sua vita e il suo talento, ma molto probabilmente sarà anche meno efficace e produttivo nel lavoro stesso, perché avrà vissuto in una “campana di vetro” che gradualmente ma inesorabilmente lo isola dal mondo reale.

Forse anche per questo ci si stupisce quando si scopre che negli Stati Uniti, paese simbolo del capitalismo e spesso modello per tutto l’Occidente, i manager difficilmente lavorano oltre le 5 o le 6 del pomeriggio. Così come, ma questo è un altro discorso, difficilmente usano i cellulari in modo continuativo e compulsivo come facciamo noi.

E se si trascurano famiglia o affetti, certamente anche la performance lavorativa prima o poi ne risentirà. “La mucca felice fa più latte” dicevano i saggi ed è difficile essere felici in un mondo arido di sentimenti e scoperte. E non dimentichiamo mai che occorre sempre studiare, aggiornarsi ed essere informati: se non si studia, ci sarà sempre qualcuno che studia per noi.

Il problema è ben più sottile della necessità di lavorare molto per guadagnare abbastanza o per non perdere il posto, situazioni che possono capitare ma devono essere limitate a periodi di tempo circoscritti e non essere regola di vita.

Da un lato c’è il piacere di svolgere un’attività che realizza le aspirazioni e talvolta diverte, la soddisfazione per un lavoro ben fatto e per l’apprezzamento di colleghi e superiori, la voglia di tenersi stretto quello per cui si è lottato per anni.

Dall’altro la spinta per il successo, per l’avanzamento di carriera (a cui tengono anche quelli che dicono di no) e per la realizzazione professionale, la visibilità sociale e la considerazione di un ambiente di cui vogliamo sentirci a pieno titolo parte integrante.

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Nemici subdoli e insidiosi, ai quali non possiamo sacrificare l’esistenza. Pericoli tanto più incombenti quanto più ammantati da sensazioni piacevoli e da considerazione sociale. Basta poco perché il castello crolli: un passo falso, un errore di valutazione, una serie di insuccessi, un periodo storto e l’obiettivo unico su cui abbiamo puntato svanisce lasciando un forte senso di vuoto e di rimpianto.

Non esistono formule magiche, valide per tutti e in ogni momento della storia. Basta averne serena consapevolezza e mantenere una giusta dose di disincanto, con autoironia ed equilibrio. E questo vale qualunque sia il lavoro che abbiamo davanti, da quelli più tradizionali a quelli più innovativi.

E soprattutto è fondamentale non rendere il lavoro l’unica ragione della vita, ma coltivare interessi, passioni, affetti, studio.

Perché il lavoro è per l’uomo e non l’uomo per il lavoro.

 

Cosa faranno un miliardo di persone in più? Intervista a Domenico de Masi (Terza Parte)

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Pubblichiamo la terza e ultima parte dell’intervista al sociologo Domenico De Masi sull’analisi e le prospettive del lavoro nell’epoca digitale.

La prima puntata è stata pubblicata l’11 settembre, la seconda il 18 settembre.

Buona lettura, dunque.

 


 

Il tuo recente libro Lavorare gratis lavorare tutti comincia dal constatare il senso comune di quasi vergogna di chi ha perso il lavoro, come se avesse perso il motivo di stare nella società. Stiamo andando verso un mondo in cui ci dovremo vergognare tutti perché il lavoro non ci sarà per nessuno?

Anche qui vediamo i dati.

Quando sono in aula ho davanti a me 200 ragazzi di vent’anni. Ognuno di loro male che vada vivrà 80 anni. 60 anni di lavoro sono 530.000 ore circa. Cosa farà in questi 60 anni? Immaginiamo che il nostro studente si laurei a 25 anni, che trovi lavoro immediatamente e che lavori fino a 65 anni ininterrottamente: 40 anni di lavoro, per 1,800 ore l’anno. Immaginiamo che faccia il manager, per cui lavorerà anche di più: 2.000 ore all’anno per 40 anni sono 80.000 ore. 530.000 ore di vita, di cui 80.000 le trascorrerà a lavorare. Il suo trisavolo viveva 350.000 ore e ne lavorava 150.000, già qui c’è un’enorme differenza. Al nostro giovane restano 450.000 ore. Se passa 8/9 ore a giorno per dormire e la cura del corpo (quello che gli inglesi definiscono care), per 220.000 ore, gli resetano ancora 230.000 ore di totale non lavoro e non care.

Nel 1930 Keynes fece una bellissima conferenza a Madrid, intitolata “Prospettive per i nostri nipoti”. Si mise nei panni di un giovane che avesse 20 anni nel 2030. Per evitare disoccupazione di massa, che può diventare violenta, il maestro profetizzò che si sarebbe dovuti arrivare a 15 ore settimanali. A quel punto il problema non sarà la produzione, e neppure il consumo: Sarà cosa fare del tempo libero.  L’unica salvezza sarà la cultura, con la quale si dovranno riempire le 230.000 ore (ma saranno certamente anche di più).

O si torna al mondo dei Greci, e questo Keynes non lo dice, o si diventa un mondo di ebeti, che non sa che fare dalla mattina alla sera.

 

In uno dei tuoi libri, tu dicevi che è proprio dell’uomo resistere a questo cambiamento: anche se non ne abbiamo bisogno, continuiamo a vivere coi tempi e i ritmi della società industriale. Otto ore di ufficio, alla stessa ora, d’agosto al mare tutti insieme e così via.

In realtà questo con molta lentezza sta cambiando, al contrario di quello che pensavo. Il telelavoro oggi si è diffuso e sviluppato. Il mio primo libro sul telelavoro è di metà anni 90, sembrava un’utopia. Oggi l’INPS, non l’IBM, ha 3.000 persone in telelavoro. Se vai in treno, senti tutti che stanno telefonando per lavoro: non è anche questo vero e proprio telelavoro?

Ha stravinto sul piano reale, anche se non ancora su quello formale.

I mutamenti culturali sono lenti, occorre cambiare la testa e ci vuole tempo, ma i mutamenti ci sono perché le tecnologie sono talmente pervasive e migliorative che si impongono.

Cosa succederà quando, fra pochi anni, noi saremo un miliardo in più e il lavoro sarà molto meno? Il modello di vita che abbiamo è pensato sulla fabbrica.

 

Allora se tu dovessi riscrivere l’articolo 1 della Costituzione?

Questo si può capire perché all’epoca era sacrosanto contrapporre l’idea del lavoro all’idea fascista.

Oggi, se 80.000 ore di lavoro su 530.000 di vita sono 1/7, quell’articolo suonerebbe così: l’Italia è una Repubblica democratica fondata su un settimo della vita.

Probabilmente non c’è più una cosa su cui fonda un paese, Potrebbe fondarsi sulla felicità, ovvero sulla minima infelicità.

Oggi si continua a parlare di “centralità del lavoro”, ma non è più così: lo studente, il disoccupato, il pensionato, messi insieme fanno la maggioranza del paese. In più, quelle che lavorano davvero, le casalinghe, non vengono considerate lavoratrici.

 

Una battuta su quello di cui ti stai occupando ora, il turismo, se vogliamo un’attività tradizionale, Questa tua esperienza come si può applicare al turismo? Ci dà qualche spunto interessante per chi vuole avviare un’imprenditoria turistica di livello?

Intanto il turismo non è affatto tradizionale, ma è una forma recentissima di attività umana. E’ nata con il treno. Fino ad allora le erranze umane erano dovute a grandi alluvioni, ai militari o alle migrazioni per mancanza di lavoro. Erano tutte coatte; l’unica forma non coatta era la villeggiatura. Era quella del nobile che aveva una seconda casa, non distante dalla prima. Si andava per il fresco, ma soprattutto, essendo l’epoca post-mietitura, per riscuotere quanto dovuto dai mezzadri.

La forma che vi si può avvicinare era il grand tour del ‘700, assimilabile all’attuale Erasmus: il giovane Goethe o Stendhal, arrivata una certa età, facevano un viaggio per formazione in Italia o in Grecia. Per apprendere la cultura latina e la cultura greca.

Il turismo è nato cento anni dopo l’industria. Il turismo è quasi inspiegabile: perché un miliardo di persone si mette in viaggio, senza avere la seconda casa, spesso per stare peggio che a casa e spendendo di più?

Ci sono molte teorie. Fin quando avevi la catena di montaggio, non potevi mandare in vacanza a scaglioni. Così nacque il concetto di ferie, La prima fu la Francia, ma siamo già alla fine dell’800, a normare le ferie.

 

Si potrebbe assumere che l’uomo abbia una connotazione nomade nel proprio bagaglio cromosomico.

E’ una delle possibili spiegazioni. Ma il turismo per la massa non ha nessuna delle caratteristiche del nomadismo o del viaggio secondo Chatwin. Pensa alle navi da crociera immense, in cui si soggiorna in “appartamenti” piccolissimi e rumorosi. Eppure si paga, mentre in fabbrica sei pagato.

E’ un mistero.

 


 

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DOMENICO DE MASI, Nato in Molise nel 1939, cresciuto in Campania e in Umbria, è oggi probabilmente il più autorevole sociologo italiano, soprattutto nel campo del lavoro. Professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove è stato preside della facoltà di Scienze della comunicazione, De Masi è autore di numerose pubblicazioni di successo e immancabile ospite di trasmissioni televisive e giornali quando si parla di lavoro.

Fra i suoi saggi più noti, “L’ozio creativo” del 2000 nel quale teorizza la valorizzazione del tempo “liberato” dal lavoro come ritorno a un’organizzazione di vita in cui, grazie al progresso, l’uomo può dedicarsi a coltivare arte, cultura, affetti e conoscenze.

 

Nella biografia pubblicata sul suo sito http://www.domenicodemasi.it si legge che:

si è dedicato prevalentemente allo studio e all’insegnamento.

 Ha viaggiato molto ma i centri principali del suo lavoro sono stati
Milano, Sassari, Napoli e Roma.

 In Brasile – dove ha la cittadinanza onoraria di Rio de Janeiro –
ha tenuto conferenze in quasi tutte le grandi città.

 La sua biografia è suddivisa in paragrafi corrispondenti ai vari segmenti di vita: la famiglia e gli studi; i campi di attività; il periodo napoletano, milanese e romano; l’insegnamento a Sassari, Napoli e Roma; la scuola e poi la società S3.Studium; gli altri impegni professionali e civili; i viaggi in Brasile e in molti altri paesi del mondo; i riconoscimenti ricevuti.

 

 

 

 

 

 

Cosa faranno un miliardo di persone in più? Intervista a Domenico de Masi

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Pubblichiamo la seconda parte dell’intervista al sociologo Domenico De Masi sull’analisi e le prospettive del lavoro nell’epoca digitale.

La prima puntata è stata pubblicata l’11 settembre, e la prossima settimana ci sarà la terza e ultima.

Buona lettura, dunque!


 

Il tuo cavallo di battaglia è l’ozio creativo: il tempo che si recupera lavorando meno lo dovremmo impiegare in attività ad alto contenuto sociale e culturale, come i cittadini di Atene al tempo di Aristotele. Abbiamo visto la scorsa settimana che in Germania dal 1° gennaio prossimo i metallurgici faranno 28 ore settimanali, contro le nostre 40. E in più si fanno 28 ore, in caso di bisogno, per assistenza familiare o per condividere i lavori domestici: alla fine se uno deve lavorare meno per poi impiegare il tempo recuperato stando a casa a fare i lavori domestici, forse non ha fatto un grande guadagno. O no?

Dipende dal tipo di lavoro: se l’alternativa è lavorare in miniera, forse è meglio fare i lavori domestici…

Cominciamo proprio dalla Grecia. In Atene – fra il 430 e il 380 circa avanti Cristo – c’erano 40.000 cittadini maschi e liberi. Le loro mogli o figlie erano libere ma non cittadine. Cittadino vuol dire che aveva il diritto di votare in assemblea.

Poi c’erano 20.000 meteci, stranieri, gli “extracomunitari”. Questi potevano fare solo due mestieri: il commercio e l’artigianato, attività che comportavano una certa fatica fisica.

Infine c’erano circa 100.000 schiavi, a cui si deve pensare come agli elettrodomestici. Lo schiavo era totalmente consapevole che dal “giorno della schiavitù” (quello in cui diventava schiavo) non aveva più l’anima. Era un instrumentum vocale. Gli strumenti e attrezzi da lavoro erano infatti divisi in tre categorie: quelli non vocali (l’aratro, il martello), quelli semi-vocali (l’asino, il cavallo, il cane) e quelli vocali (gli schiavi).

Cosa facevano quei 40.000 cittadini? Passavano i primi 20 anni a formarsi: ad Atene non c’era un singolo cittadino analfabeta. La formazione includeva non solo la scuola (pensa al Liceo di Aristotele o l’Accademia di Platone), ma soprattutto la partecipazione alle attività culturali, che comprendevano, con pari importanza, in primo luogo il teatro e l’atletica. Un cittadino di 30 anni aveva assistito ad almeno 400 rappresentazioni teatrali.

Le piéces teatrali erano scritte da autori del calibro di Sofocle o Euripide. Il teatro trasmetteva tutto: attraverso i miti si insegnava l’etica, come comportarsi con il padre e con la madre, con i cittadini, rispetto alla legge, all’amore ecc.

C’erano quindi 40.000 cittadini iperformati, al punto che si riteneva che uno valesse l’altro a tutti gli effetti. Tutte le cariche, tranne quelle militari, erano a sorteggio, e duravano 1 anno. Siccome le cariche erano tante, ogni greco, arrivato a 50 anni, aveva esercitato certamente almeno 4 o 5 volte delle cariche. Queste cariche erano considerate politiche, ovvero riguardavano la polis, per farla funzionare (l’acqua, la scuola, l’immondizia, ecc.).

Come viveva un cittadino, uno dei 40.000? La mattina usciva e andava nell’agorà, la piazza. Lì faceva lobbying, né più né meno. Si discuteva dei problemi della città. Intorno alle 10 si spostavano nella plia, una piazza a gradoni circolari con 23.000 posti, che era il quorum, ovvero il numero minimo legale senza aver raggiunto il quale l’assemblea non poteva iniziare.

Cominciavano a discutere sulla base di un ordine del giorno che era stato affisso il giorno prima. Tutti i cittadini potevano prendere la parola alzando la mano, e si doveva votare entro un’ora dalla proposizione del problema. Si interrompeva all’imbrunire, che impediva di contare le mani, e si continuava il giorno dopo.

L’assemblea si teneva una volta la settimana, ma poteva durare anche due o tre giorni.

Negli altri giorni i cittadini svolgevano gli incarichi per i quali erano stati nominati, e avevano un anno di tempo. Si faceva anche il confronto: quando cessava dalla funzione, doveva rendere conto di cosa aveva fatto.

Se avesse dovuto lavorare, ovviamente non avrebbe potuto svolgere queste attività. Infatti il lavoro era considerato sordido, come diceva Cicerone. Questo era possibile anche perché non c’era consumismo: la casa di Pericle o di Socrate era più o meno uguale alle altre. Non c’erano lussi, se non quello del teatro e della cultura.

Il lavoro era una cosa totalmente politica, che non aveva nulla a che fare con la nostra visione di lavoro. Questa cosa prosegue anche con i Romani, che ci aggiungono la guerra, la conquista.

Il concetto di lavoro resta questo, praticamente fino al ‘700, con pochissime eccezioni. Fra queste San Benedetto, che equipara addirittura il lavoro alla preghiera e che nella sua regola stabilisce che non si è buon monaco se non si fanno lavori manuali.

Per i Greci il lavoro ti toglie tempo per maturare, per pensare, per essere cittadino a tempo pieno e per essere totalmente inserito nella gestione della cosa pubblica.

Nel ‘700/’800 tre personaggi riabilitano il lavoro: Locke come filosofo, Smith come economista e Marx come politologo. Per la prima volta il lavoro è tutto: la misura del valore delle cose. Marx va oltre, dice che il lavoro è l’essenza dell’uomo. Il mondo cambia continuamente perché l’essere umano lavora.

Da quel momento comincia un’epoca di circa 200 anni in cui il lavoro è la categoria assorbente di tutto.

 

Del resto la Repubblica Italiana è fondata sul lavoro.

E questo è il punto di arrivo, ma anche il punto in cui comincia la flessione del concetto di lavoro. La società industriale si baricentra sulla produzione di beni materiali: ciò che conta è quanti beni produci e di che qualità. Il punto centrale è la produzione di massa, dando per scontato che c’è un numero crescente di individui che può accedere al consumo, e che bisogna produrre per consumare e consumare per produrre.

Quando questo avviene, tre modelli di società si propongono: uno è quello liberale, dove tutto è merce (compreso il lavoro); poi c’è l’idea della Chiesa secondo la quale il lavoro è importante perché consente di espiare il peccato originale, e infine c’è l’idea di Marx secondo la quale il lavoro è importante perché consente di estrinsecare l’essenza creativa dell’uomo.

Sono le tre posizioni sul lavoro che abbiamo ereditato dalla società industriale. L’economia si sposta dallo studio della terra a quello della trasformazione, cioè dell’industria. Non conta tanto quante mele ho fatto, ma quante mele riesco a trasformare in marmellata.

Quando ereditiamo tutto questo, nella metà del ‘900, ci rendiamo conto solo parzialmente del fatto che stanno mutando profondamente le cose. Il primo mutamento del lavoro avviene in modo violento, con tre rivoluzioni, quella americana, quella inglese e quella francese, tutte e tre originate dall’illuminismo.

La nuova rivoluzione avviene invece per una serie di fattori che costringono la società a diventare post-industriale: il progresso tecnologico, lo sviluppo organizzativo (impariamo a organizzare i fattori in modo più efficiente), la globalizzazione, la diffusione dei mass media e la scolarizzazione di massa. Questi fattori, messi insieme, con il detonatore della seconda guerra mondiale, ci restituiscono una società completamente trasformata.

Dopo la guerra il baricentro della società si sposta alla produzione di beni immateriali: i servizi, l’informazione, i simboli, i valori, l’estetica. Il primo libro su questo è di Alain Touraine nel 1959, il secondo è di Daniel Bellet, e siamo nel 1973. Il terzo è un mio libro. Era estremamente difficile far accettare la consapevolezza che il lavoro aveva perso la sua centralità; per questo fui accusato di tradimento della sinistra.

Con l’avvento della società industriale, comincia a esserci bisogno di sempre meno gente. La macchina richiede comunque l’intervento da parte dell’uomo che la costruisca, la macchina digitale richiede molto meno personale per essere costruita e ne sostituisce molto di più.

La seconda cosa è che si divide il mondo del lavoro in tre fette: una è produzione di idee (tipica del “primo mondo”), che sviluppa formazione e brevetti; un secondo mondo produce le cose delle idee e un terzo mondo dove si producono materie prime e mano d’opera a basso costo (situazione perfettamente rappresentata dalla scritta presente su ogni prodotto Apple: designed in California assembled in China).

La terza cosa è che dentro la fabbrica cambia il mix dei lavoratori; ai tempi di Marx su 100 lavoratori 94 erano operai, oggi solo 33 sono operai.

Quarta modifica: si riducono gli addetti all’agricoltura e all’industria, e aumentano molto quelli del terziario (in Italia sono il 70%). C’è anche un quaternario (laboratori di ricerca, creativi, designer, ecc,) che produce simboli e valori, e diventa la parte più grossa.

Si tratta di una trasformazione epocale. Il lavoro è completamente modificato, più sostituibile da macchine digitali.

La prossima trasformazione, quella che sta per avvenire, è l’intervento dell’intelligenza artificiale.

Mentre le macchine meccaniche hanno sostituito l’operaio, mentre il robot ha sostituito l’operaio specializzato e il computer ha sostituito l’impiegato, l’intelligenza artificiale sostituisce il livello alto: il creativo, il manager , il medico, l’avvocato.

E‘ una rivoluzione epocale come lo fu a suo tempo l’avvento del microprocessore.

Il mondo si trasforma: puoi puntare su piccoli guadagni in grande numero, e quindi puntare su grandi volumi, su numeri pressoché infiniti di clienti. Comincia così la serie della gigeconomy.

 

E quindi, dopo aver abbandonato la terra e il lavoro, della  triade classica dei fattori produttivi, a questo punto resta solo il capitale…

No, a questo punto resta il cervello. Il problema è che oggi bastano pochissime persone che pensino. E anche pochissime per produrre, perché la produzione sarà tutta meccanica.

Sulla carta non c’è alternativa che andare verso un castello con un team di superuomini che producono e pretendono di appropriarsi del prodotto creato e la massa di persone. Il creativo non ha neanche più bisogno di consumatori.

Nel momento in cui questo numero si restringe, e in cui 15 Università producono tutti i brevetti e centinaia di robot li realizzano, il problema non è più la produzione ma la distribuzione: con quali criteri si distribuisce la ricchezza prodotta?

Mentre il comunismo sapeva distribuire ma non sapeva produrre, noi sappiamo produrre ma non distribuire. 8 persone hanno oggi la ricchezza di 3 miliardi e seicentomila persone. Siccome 8 persone non potranno mai consumare 3,6 miliardi di mutande, di scarpe, non si capisce che produci a fare, per vendere a chi?


 

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DOMENICO DE MASI, Nato in Molise nel 1939, cresciuto in Campania e in Umbria, è oggi probabilmente il più autorevole sociologo italiano, soprattutto nel campo del lavoro. Professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove è stato preside della facoltà di Scienze della comunicazione, De Masi è autore di numerose pubblicazioni di successo e immancabile ospite di trasmissioni televisive e giornali quando si parla di lavoro.

Fra i suoi saggi più noti, “L’ozio creativo” del 2000 nel quale teorizza la valorizzazione del tempo “liberato” dal lavoro come ritorno a un’organizzazione di vita in cui, grazie al progresso, l’uomo può dedicarsi a coltivare arte, cultura, affetti e conoscenze.

Nella biografia pubblicata sul suo sito http://www.domenicodemasi.it si legge che:

si è dedicato prevalentemente allo studio e all’insegnamento.

 Ha viaggiato molto ma i centri principali del suo lavoro sono stati
Milano, Sassari, Napoli e Roma.

 In Brasile – dove ha la cittadinanza onoraria di Rio de Janeiro –
ha tenuto conferenze in quasi tutte le grandi città.

 La sua biografia è suddivisa in paragrafi corrispondenti ai vari segmenti di vita: la famiglia e gli studi; i campi di attività; il periodo napoletano, milanese e romano; l’insegnamento a Sassari, Napoli e Roma; la scuola e poi la società S3.Studium; gli altri impegni professionali e civili; i viaggi in Brasile e in molti altri paesi del mondo; i riconoscimenti ricevuti.

COSA FARANNO UN MILIARDO DI PERSONE IN PIU’?

Siamo pronti per un futuro senza lavoro? (parte I)

Intervista a Domenico De Masi (*)
A cura di Marco Parlangeli

 

La mini-serie sul lavoro prosegue questa settimana con l’intervista a uno dei più celebri “maitres à penser” in materia di sociologia del lavoro.

Estremamente attento al progresso tecnologico e all’influenza che nel tempo ha avuto sul modo di lavorare dell’uomo, De Masi ha spesso assunto posizioni insolite, al limite della provocazione intellettuale, fra le quali quella presentata nell’ultimo saggio “Lavorare gratis lavorare tutti” (Rizzoli, 2017).

Nell’intervista che segue, abbiamo ripercorso a volo d’uccello le vicende dell’attività lavorativa dell’uomo nel corso della storia, esaminandone i riflessi sulla qualità della vita e cercando di capire dove stiamo andando.

Un regalo imperdibile per i lettori del blog, che ci accompagnerà per tre settimane durante questo mese di settembre. Le foto che corredano gli articoli sono di Ravello, incantevole località che domina la Costiera Amalfitana a cui De Masi è legato soprattutto per l’esaltante esperienza del Festiva, essendo stato Presidente della Fondazione di Ravello, organizzatrice, negli anni d’oro.

Buona lettura, dunque.

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In questa mini-serie abbiamo richiesto una serie di contributi esterni per affrontare i diversi aspetti del lavoro al tempo di Internet. In due parole, secondo te oggi si lavora di più o di meno rispetto alle altre epoche che abbiamo conosciuto, quella industriale e quella post-industriale? E si lavora meglio o peggio?

La cosa migliore è servirsi dei dati statistici.
1891: un anno importante perché viene emanata la Rerum novarum, prima enciclica sociale della Chiesa, 8 anni dopo la morte di Marx. Gli Italiani sono 30 milioni, e a causa degli orari di lavoro, che erano 10 ore al giorno per 6 giorni alla settimana, hanno lavorato 70 miliardi di ore.
Passano 100 anni, siamo al 1991. Siamo diventati 50 milioni, abbiamo lavorato 60 miliardi di ore: 10 miliardi di ore in meno, e abbiamo prodotto 13 volte di più.
Arriviamo al 2017. Siamo 60,5 milioni. Abbiamo lavorato
40 miliardi di ore, 30 in meno del 1891, e abbiamo prodotto 670 miliardi in più del 1891.
Gli esseri umani stanno imparando a produrre sempre più beni e servizi facendo ricorso a quantità sempre minori di lavoro umano.
Questo da un punto di vista macroeconomico, della Società. Ma dal punto di vista del lavoratore, visto che si lavora meno, possiamo dire che si lavora meglio? Certo che si produce di più, e questo va a vantaggio di chi il lavoro lo paga, ma dal punto di vista di chi lavora, della qualità del lavoro, si può dire che si lavora meglio?

Siccome occorre sempre meno lavoro, e quelli che vogliono lavorare sono sempre di più perché siamo più numerosi, è indispensabile prepararsi: nel 2030 saremo un miliardo in più, quindi bisogna preparare un miliardo di posti di lavoro in più rispetto ad oggi. Lavorano anche le donne (che prima non lavoravano), lavorano anche gli handicappati (che prima non lavoravano), le gravidanze sono meno numerose (meno permessi di maternità), ci si ammala molto meno (meno assenze per malattia): tutto questo comporta molto meno lavoro e molta più gente che vuole lavorare.

Di fronte a questa situazione, dal punto di vista sociologico, hai due modi reagire, idealmente contrapposti, la Germania e l’Italia. La Germania, mano a mano che vengono introdotte nuove tecnologie, ha ridotto l’orario di lavoro e si è accorta, riducendo l’orario di lavoro, che aumentava la produttività. L’Italia invece ha conservato dal 1923 40 ore di lavoro settimanali. Oggi la Germania ha in media 1400 ore di lavoro all’anno a testa con una produttività 20 volte superiore a quella italiana. L’Italia presenta invece 1800 ore all’anno (400 ore di lavoro all’anno in più pro capite). Se hai una torta e fai porzioni più grosse (400 ore in più), devi fare naturalmente meno porzioni.
La Germania ha un’occupazione del 79%, noi del 58%. Produciamo il 20% in meno e paghiamo il 20% in meno il lavoratore.
Il lavoratore italiano lavora di più, produce di meno e guadagna di meno. Sta meglio o peggio? Sta peggio, ovviamente. Non si è seguito il trend della tecnologia e della globalizzazione, si è fatto finta che la tecnologia non esistesse. Se abbiamo 100 persone in questa banca, introduciamo un computer che fa il lavoro di 10 persone, in Germania riducono a tutti l’orario del 10% e mantengono tutti occupati aumentando la produttività, in Italia licenziano 10 persone e ne tengono 90, mantenendo bassa la produttività e lavorando un numero maggiore di ore a testa.

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Da qui a lavorare gratis lavorare tutti, che è la “provocazione” del tuo libro, ce ne corre…

In quel libro mi sono posto la domanda: come si fa a ridurre l’orario di lavoro come in Germania? Dal 1° gennaio prossimo i metallurgici faranno 28 ore settimanali, contro le nostre 40. E in più si fanno 28 ore, in caso di bisogno, per assistenza familiare o per condividere i lavori domestici. Se pensi che i metallurgici sono quasi tutti maschi, questa è stata una legge di un’intelligenza straordinaria, perché induce anche i maschi a interessarsi delle attività familiari. Due vantaggi: riduci l’orario e aumenti l’occupazione e induci i maschi a interessarsi delle attività familiari.

Il problema in Italia è quindi come ridurre l’orario di lavoro. Chi è che non vuole ridurre l’orario di lavoro in Italia? Il lavoratore occupato. Il padre che lavora 10 ore di lavoro preferisce lui lavorare 10 ore al giorno e avere il figlio disoccupato, anziché lavorare 5 ore ciascuno. Il problema è quindi: come convincere i lavoratori occupati, o meglio i loro sindacati, a ridurre l’orario di lavoro.
Quando un lavoratore occupato vuole protestare, cosa fa? Sciopera, ovvero interrompe il lavoro. Se un disoccupato vuole protestare, cosa può fare? L’opposto, ovvero lavorare. Gratis, per interrompere la logica del lavoro. Per dimostrare agli occupati che bisogna ridurre l’orario di lavoro, altrimenti energie enormi restano inespresse.
Il problema enorme è la distribuzione della ricchezza, il suo addensamento. In Italia nel 2007, all’inizio della crisi, 10 famiglie avevano la ricchezza di 3 milioni di poveri; oggi, dopo 10 anni, di 6 milioni, ovvero è raddoppiata la loro ricchezza.
In questo senso la provocazione del mio libro.

Primo di tre articoli (il prossimo uscirà martedì 18/9/2018)

 

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DOMENICO DE MASI, Nato in Molise nel 1939, cresciuto in Campania e in Umbria, è oggi probabilmente il più autorevole sociologo italiano, soprattutto nel campo del lavoro. Professore emerito di Sociologia del lavoro presso l’Università “La Sapienza” di Roma, dove è stato preside della facoltà di Scienze della comunicazione, De Masi è autore di numerose pubblicazioni di successo e immancabile ospite di trasmissioni televisive e giornali quando si parla di lavoro.
Fra i suoi saggi più noti, “L’ozio creativo” del 2000 nel quale teorizza la valorizzazione del tempo “liberato” dal lavoro come ritorno a un’organizzazione di vita in cui, grazie al progresso, l’uomo può dedicarsi a coltivare arte, cultura, affetti e conoscenze.

Nella biografia pubblicata sul suo sito http://www.domenicodemasi.it si legge che:
si è dedicato prevalentemente allo studio e all’insegnamento.
Ha viaggiato molto ma i centri principali del suo lavoro sono stati
Milano, Sassari, Napoli e Roma.
In Brasile – dove ha la cittadinanza onoraria di Rio de Janeiro –
ha tenuto conferenze in quasi tutte le grandi città.
La sua biografia è suddivisa in paragrafi corrispondenti ai vari segmenti di vita: la famiglia e gli studi; i campi di attività; il periodo napoletano, milanese e romano; l’insegnamento a Sassari, Napoli e Roma; la scuola e poi la società S3.Studium; gli altri impegni professionali e civili; i viaggi in Brasile e in molti altri paesi del mondo; i riconoscimenti ricevuti.

AGOSTO MESE DI TREGENDA PER L’INVESTITORE

 

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Dovremmo essere ormai abituati alla volatilità dei mercati, ma un calo del 7,75% dell’indice FTSE Mib (1) in un mese rappresenta meglio l’andamento delle montagne russe che non quello della borsa di uno degli otto maggiori sistemi economici del mondo.

Se continuasse a questo ritmo per i prossimi 12 mesi, vedremmo polverizzarsi oltre il 90% della capitalizzazione delle maggiori 40 società del Paese. E tutto questo nel momento in cui gli indici azionari degli Stati Uniti continuano a crescere ad un tasso mai visto da prima della grande crisi del 2007, e anche l’Europa tutto sommato non se la sta passando male.

Cosa sta succedendo in Italia e cosa dobbiamo attenderci nelle prossime settimane? E soprattutto, come diceva Lenin, che fare?

 

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Le risposte a queste domande, e ad altre simili, richiedono più capacità divinatorie che non onesta conoscenza di fatti e dinamiche del mondo dell’economia e della finanza. Proviamo a dare qualche chiave di lettura ragionevole, e come al solito qualche indicazione di puro buon senso.

Un celebre adagio, molto popolare fra gli investitori americani, suggeriva: sell in may and run away, ovvero “vendi a maggio e scappa via”, come abbiamo ricordato anche su questo blog proprio in primavera. Mai previsione fu più azzeccata, almeno per quanto riguarda il mercato italiano.

L’indice FTSE Mib il 7 maggio di quest’anno si fermò al valore di 24.544, ovvero bel 19,7 punti percentuali sopra il livello di 20.495 fatto segnare il 3 settembre. Chi ha detenuto azioni ininterrottamente da allora fino a ieri ha visto diminuire del 20% il suo investimento. Vista da un’altra angolazione, un investitore che avesse liquidato tutto all’inizio di maggio, potrebbe ricomprarsi oggi lo stesso portafoglio ad un prezzo inferiore di un quinto. Dopo soli 5 mesi, una performance di tutto rispetto.

Esiste quindi, al di là delle leggende di borsa (basate però sull’osservazione statistica negli anni), un fenomeno di stagionalità dei mercati che vede molto spesso l’agosto dei mercati soffrire con una certa regolarità.

In genere, quando le azioni scendono, i titoli del reddito fisso salgono. Questo perché chi vende le azioni dirotta la liquidità ottenuta verso le obbligazioni, facendone aumentare il prezzo, ovvero innescando, o avvantaggiandosi (a seconda di come si intenda la direzione del rapporto causa-effetto) di una tendenziale riduzione dei tassi di interesse.

In Italia purtroppo questo non è accaduto, perché in questo periodo i tassi, impercettibilmente ma sistematicamente, hanno continuato a crescere.

In parte ciò è avvenuto a causa dell’annunciato piano di riduzione del quantitative easing (2) da parte della Banca Centrale Europea, che per sua natura avrebbe comunque portato ad un aumento dei tassi di interessi. Per l’Italia, questo trend è stato rafforzato dal clima di incertezza che si è diffuso all’indomani delle elezioni politiche, e che tuttora pervade i mercati.

 

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La conseguenza è che anche i titoli obbligazionari hanno visto ridursi i loro valori di borsa, e in modo tanto maggiore quanto più protratta era la loro scadenza. Per cui anche chi cercava investimenti a lungo termine, più rischiosi ma generalmente più redditizi, oppure investimenti “a alto rendimento” (i cosiddetti high yields) ha registrato perdite consistenti.

Tutto questo mentre in America, e in parte negli altri mercati europei, il valore delle attività finanziarie continuava sorprendentemente a crescere. Molti investitori hanno quindi preferito vendere titoli italiani per acquistare più performanti titoli esteri, e questo – insieme alla rarefazione dei flussi di capitali dall’estero, scoraggiati dal clima di incertezza di cui si diceva – ha ulteriormente depresso i nostri listini.

Abbiamo così assistito ad un periodo di sofferenza piuttosto prolungato. Il punto è: si tratta di un ciclo come tanti, destinato a essere riassorbito dalla prossima fase di crescita; oppure è l’inizio di una vera e propria crisi, dopo che siamo usciti a gran fatica e neanche del tutto dalla grande recessione del 2007?

Questa è la domanda centrale, e dalla risposta deriva l’indicazione su quale strategia attuare col portafoglio. Se pensiamo che si tratti di una fase del ciclo, la cosa migliore è aspettare che i valori tornino “normali” e quindi stare fermi leccandosi le ferite (calati juncu ca passa la china, ovvero chinati giunco che passa la piena, come dice un vecchio proverbio siciliano).

 

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Se invece pensiamo che sia solo l’inizio di un nuovo prolungato periodo di crisi, meglio vendere accollandosi le perdite piuttosto che rischiare ulteriori diminuzioni del valore del portafoglio.

Gli analisti e gli strategist delle maggiori case di investimento non danno risposte univoche, ed in effetti esistono motivi a teorico sostegno di entrambe le tesi. Da un lato un ciclo economico che vede comunque il PIL crescere a un ritmo superiore agli anni passati e il valore dei multipli che ormai si sono allineati a due anni fa, al termine della grande crisi,

Dall’altro, l’incertezza politica che raggiungerà il suo culmine quando verrà discussa la legge di bilancio il mese prossimo, e l’ampiamente previsto declassamento delle maggiori agenzie di rating dei titoli sul sistema Italia.

L’unico consiglio che è ragionevole dare, in queste fasi, è quello di tenersi il più possibile liquidi, evitando la tentazione di acquistare titoli che ai valori attuali sono a veri propri livelli di saldi di fine stagione, e di approfittare dei rimbalzi di borsa per alleggerire, sia pure con qualche perdita, le proprie posizioni.

Per il resto, come si diceva, occorrerebbe la sfera di cristallo.

 

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(1) Il FTSE MIB (Financial Times Stock Exchange Milano Indice di Borsa) è il più significativo indice azionario della Borsa italiana. È il paniere che sintetizza l’andamento delle azioni delle 40 società italiane quotate con maggiore capitalizzazione, flottante e liquidità.
(2) La politica monetaria di quantitative easing consiste nel favorire un aumento della quantità di moneta in circolazione attraverso l’acquisto di titoli sul mercato da parte della banca centrale. Il quantitative easing, la cui traduzione letterale è “alleggerimento quantitativo”, viene chiamato in italiano anche “allentamento monetario” o QE (acronimo di Quantitative Easing). Attuando un piano di allentamento monetario, le banche centrali si pongono quali acquirenti di titoli di stato con denaro creato “ex-novo” e al fine di incentivare la crescita economica (per questo il QE viene anche chiamato “stimolo”).

FATICA O VOCAZIONE?

Ciò che le macchine possono insegnarci sul lavoro del futuro, e sul nostro modo di percepirlo

Contributo di Claudio Delli Bovi (*)

La mini-serie sul lavoro prosegue questa settimana con il contributo di un giovane informatico, brillante neo-laureato che partecipa ad uno dei più importanti progetti attualmente in corso di realizzazione in Amazon: l’applicazione dell’intelligenza artificiale.

Dopo l’intervento di Manlio Lo Presti, che vedeva in primo piano le contraddizioni e le minacce del mondo iperconnesso e digitale sul lavoro, esaminiamo l’argomento da un punto di vista totalmente diverso, quasi opposto.

Ci si aspetterebbe un elogio a tutto campo delle “sorti magnifiche e progressive” a cui Internet sta destinando il lavoro, e invece scopriamo che alla fine sarà sempre e solo l’uomo la misura di tutte le cose.

Parafrasando il Vangelo di Marco (“il sabato è stato fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato”), verrebbe da dire: “non l’uomo per Internet, ma Internet per l’uomo”.

Riusciremo a cambiare il nostro approccio al lavoro in modo da dominare la tecnologia o ne risulteremo dominati? La domanda delle cento pistole…

Buona lettura, dunque.

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Praga, 1920. Karel Čapek, scrittore ceco pressoché esordiente, racconta nel suo dramma fantascientifico R.U.R. (Rossumovi univerzální roboti, “I robot universali di Rossum”) di prodigiosi automi di natura organica, creati con lo scopo di liberare l’umanità dal lavoro.

È la prima volta nella storia in cui viene usato il termine robot, coniato dalla parola robota che in ceco vuol dire appunto “lavoro forzato”. L’idea iniziale era di utilizzare il termine laboři, che tuttavia sembrò all’autore troppo artificioso e fu poi sostituito da roboti. Per quale motivo mi soffermo così tanto su questi termini? In primis perché non sono né un economista né un sociologo, ma mi occupo piuttosto di linguaggio e automazione; soprattutto, però, lo faccio perché vorrei iniziare la mia riflessione sul lavoro nell’epoca dell’Intelligenza Artificiale partendo proprio dalla sua denominazione nella lingua.
In uno splendido articolo de “L’Indiscreto” Fabio Cantile analizza il senso del lavoro sulla base della distinzione tra l’etimo latino del termine, labor (“fatica, travaglio”), da cui poi si diramano le varianti ben note di “lavoro” nelle lingue romanze (travail, trabajo, trabalho), e il vocabolo tedesco Beruf. Beruf, che probabilmente è reso al meglio in italiano da un termine come “professione”, si lega strettamente a concetti come “chiamata” e “vocazione”, e assume tutto un altro colore rispetto a Werk, parola decisamente più neutra che condivide le radici con l’inglese work. Ciò che segnala Cantile è che, nella traduzione luterana della Bibbia, Beruf è molto spesso preferito a Werk per tradurre sia “lavoro” (ergon) che “lavoro faticoso” (ponos). Senza scadere in retoriche calviniste, questa distinzione lessicale finisce per marcare una differenza netta tra il concetto di lavoro come vocazione (divina o meno) e quello, marcatamente cattolico, di lavoro come punizione per l’uomo, colpevole di fronte a Dio per aver commesso il peccato originale. Come abbiamo letto nel primo articolo di questa mini-serie, è quest’ultimo concetto a collegarsi naturalmente con quello di “lavoro come contratto sociale” che ci è tanto caro.

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Con questa breve riflessione, il mio intento non è quello di ribattere alle visioni tragico-allarmiste che sembrano andare per la maggiore quando si parla di lavoro ai tempi dell’Intelligenza Artificiale; in tutta franchezza, neanche io ho mai trovato soddisfacenti le risposte del tipo “si creeranno nuovi lavori”, vere in parte ma decisamente sbrigative.

La mia tesi, se così vogliamo chiamarla, è che l’Intelligenza Artificiale ci stia piuttosto insegnando ad abbandonare il concetto di lavoro come labor e ad abbracciare quello di lavoro come Beruf. Che il nuovo millennio stia cambiando forma al lavoro, e che stia contestualmente stravolgendo i connotati alla figura del lavoratore a cui siamo abituati, è cosa nota. Tuttavia, non esaurirei la questione con la diversità di competenze richieste (che pure è un fattore importante —in questo decennio, non saper utilizzare il computer con disinvoltura si sta già pericolosamente avvicinando ad una condizione di quasi-analfabetismo).

Il lavoratore del futuro è una figura flessibile, dotata di una certa autonomia e alla ricerca continua di un percorso che massimizzi la sua crescita personale. Non solo: anche in grandi realtà aziendali, il dipendente è incoraggiato a “fare sua” la mansione che svolge (Beruf) e a “metterci la faccia” piuttosto che limitarsi a seguire pedissequamente ciò che il contratto stipulato col suo datore di lavoro mette nero su bianco. È questo il concetto di ownership che figura, anche con un ruolo abbastanza prominente, nei Principi di Leadership tanto orgogliosamente sbandierati da un’azienda come Amazon.

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Mi si potrà accusare di idealismo nel sostenere che tutti i lavori del futuro debbano diventare necessariamente “vocazioni”. In effetti si tratta di una visione, se non ingenua, certamente a lungo termine, mentre i sommovimenti al mondo del lavoro provocati dalla crescente automazione ci appaiono decisamente più vicini. La mia personale opinione a riguardo è che, mentre il lavoro come Beruf andrà affermandosi, il lavoro come labor si tramuterà (anzi, si sta già tramutando) in qualcosa di diverso prima di scomparire, legandosi indissolubilmente alla produzione di dati.

Quando si pensa al paradigma del Machine Learning (“apprendimento automatico”), tramite il quale le macchine “imparano dai propri errori” a svolgere un certo compito in maniera autonoma (senza cioè che un programmatore debba codificare esplicitamente per loro delle istruzioni da seguire), si può facilmente esserne intimoriti. Tuttavia, bisognerebbe tenere a mente che gli algoritmi di Machine Learning non generano mai conoscenza dal nulla, ma servono soltanto a farla emergere da dati raccolti o prodotti nel mondo reale, dove si presuppone che essa sia già presente in maniera latente. Un po’ come lo scultore che, secondo Michelangelo, non crea ma libera dalla pietra le figure che vi sono già imprigionate.

Pieta_de_Michelangelo_-_Vaticano

Il punto è che la sorgente primaria di questi dati è, ancora e irrimediabilmente, l’uomo. In altre parole, con il Machine Learning che prende piede e permea la nostra vita quotidiana, diventa sempre più necessario produrre grandi quantità di dati in maniera sistematica, dai quali le macchine possano poi apprendere in autonomia. E, nella maggioranza dei casi, produrre e/o raccogliere dati si riduce ad un vero e proprio “lavoro di manovalanza” (labor, dunque).

Un esempio emblematico di questo fenomeno è già oggi fornito da Amazon Mechanical Turk, un servizio di crowdsourcing nato nel 2005 che coinvolge un grande numero di “intelligenze umane”, rigorosamente anonime e potenzialmente provenienti da tutto il mondo, e le coordina nel produrre dati dietro compenso, facendogli svolgere una serie di compiti molto semplici e ripetitivi (come assegnare etichette a delle foto, o scrivere le descrizioni di un prodotto). È ragionevole, e aggiungerei auspicabile, pensare che non sarà sempre così.

Nel breve e medio termine, però, disumanizzare delle mansioni che si ritengono “intelligenti” avrà ancora, paradossalmente, bisogno di un sostanziale intervento umano.
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photo_2018-08-25_08-16-23    CLAUDIO DELLI BOVI, nato a Siena, classe 1990, è un informatico specializzato nel campo dell’Intelligenza Artificiale. Ha studiato sia a Siena (Ingegneria Informatica) che a Roma (Intelligenza Artificiale e Robotica), dove ha poi conseguito un dottorato in Informatica all’università “La Sapienza”, occupandosi di varie tematiche connesse con l’Elaborazione del Linguaggio Naturale (Natural Language Processing) e la Linguistica Computazionale. Le sue pubblicazioni e attività accademiche sono raccolte qui: http://wwwusers.di.uniroma1.it/~dellibovi
Adesso Claudio è un ricercatore ad Amazon. Fa parte di un team di sviluppatori nato da pochi anni e in continua espansione, con l’obiettivo di lanciare l’assistente vocale di casa Amazon, Alexa, in vari paesi europei (incusa l’Italia).

GLOBALIZZAZIONE E LAVORO (2)

Nel mondo di Internet si lavora di più e meglio?

Abbiamo visto nel precedente articolo che una società aperta, in cui persone, beni e capitali possono liberamente circolare e spostarsi da un paese all’altro, ha più chances di crescere e svilupparsi di una società autarchica.

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Esaminiamo ora un diverso punto di vista: l’era digitale ha reso estremamente più facile commerciare e fornire servizi da un punto all’altro del pianeta, aumentando in misura esponenziale la competizione fra aziende e fra lavoratori e prestatori d’opera, soprattutto in settori tecnologicamente avanzati. Così oggi è estremamente più facile e meno costoso acquistare beni e servizi laddove sono più convenienti. La possibilità di fare confronti e scandagliare il mercato con un semplice click o un tocco dello smartphone ha demolito rendite di posizione di cui godevano produttori o commercianti per il solo fatto di essere fisicamente vicini ai clienti.

 

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La conseguenza evidente è che molte aziende piccole e legate al territorio si sono trovate in difficoltà e hanno dovuto uscire dal mercato: questo, a sua volta, ha fatto sì che i loro dipendenti si siano trovati senza lavoro. Nella misura in cui infatti questi posti di lavoro non sono stati compensati da altri che nel frattempo, e proprio grazie a Internet, si sono creati o resi disponibili, è ovvio che la disoccupazione – almeno quella tradizionale – è aumentata, spesso in modo anche preoccupante.

 

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Pensiamo ad esempio ai distretti produttivi, i cosiddetti cluster, che traggono la loro forza dal fatto di concentrare in una zona ristretta tecnologie, competenze, tradizione, network. Laddove il punto di forza di questi distretti era la possibilità di produrre a basso costo (ad esempio nel tessile a Prato), la concorrenza asiatica è stata devastante. In Cina o in India, grazie a condizioni di lavoro spesso disumane ai limiti dello schiavismo, gli stessi tessuti si potevano produrre e vendere a prezzi molto più bassi e la competizione tra i due prodotti non aveva storia. Non restava altro che riconvertire gli impianti in produzioni diverse oppure alzare bandiera bianca.

A Prato, in verità, è stata scelta un’altra soluzione: è stata “importata la Cina”, ovvero sono arrivati in massa i Cinesi che hanno rilevato le aziende, o ne hanno impiantate di nuove, applicandovi i propri criteri produttivi. Tuttavia, in generale, nel settore produttivo gran parte del lavoro è scomparso e non sempre è stato facile riciclarsi in settori diversi.

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Un altro esempio eclatante si è verificato nel settore bancario: con l’avvento della banca digitale e delle nuove tecnologie, le banche-rete territoriali, basate sul modello di business delle filiali e degli sportelli vicini al cliente, hanno perso gran parte del loro appeal in favore di quelle a tecnologia avanzata, addirittura senza sportelli. Al posto degli impiegati oggi troviamo una piattaforma informatica che rende possibile effettuare le operazioni da remoto, senza muoversi da casa e senza fare file.

Il risultato? Secondo recenti stime (fonte: First-Cisl) il numero dei bancari negli ultimi dieci anni (2008-2017) è diminuito da 340.000 a 295.000 e altri 22.000 sono già in lista-esuberi, pronti per l’esodo secondo i piani industriali già diffusi; il numero degli sportelli dal 2010 al 2017 è diminuito di 6.289 unità, con molti piccoli centri che ne sono rimasti sprovvisti.

Difficile pensare che tutte queste persone abbiano trovato o possano trovare una nuova occupazione.

Ma se è impossibile fermare il progresso tecnologico, è invece assolutamente possibile chiudere le frontiere o renderle meno penetrabili ai prodotti stranieri, come sta facendo l’Amministrazione USA sotto l’egida di Donald Trump.

 

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Nella storia l’imposizione di dazi e barriere doganali non ha mai portato vantaggi durevoli, tutt’al più qualche beneficio settoriale e limitato nel tempo. Se infatti le aziende aperte alla concorrenza degli stranieri possono essere avvantaggiate, certo ne soffrono quelle che invece esportano i propri prodotti, che si troveranno esposte a scontate misure ritorsive.

Altrettanto certo è il peggioramento dei consumatori, che saranno obbligati ad acquistare prodotti nazionali più cari o di qualità inferiore rispetto a quelli esteri.

In termini di prodotto interno lordo, è vero che crescerà il fatturato delle imprese aperte alla concorrenza, tutelate dalle misure protezionistiche, ma è altrettanto vero che probabilmente diminuirà quello delle imprese che esportano, in molti casi più efficienti in quanto in grado di competere con concorrenti stranieri.

Chiudendo inoltre le frontiere ai lavoratori immigrati, certamente il reddito che questi ultimi avrebbero percepito almeno in parte finirà nelle tasche di italiani, ma forse diminuiranno le rimesse dei lavoratori nazionali all’estero o, in generale, i consumi interni si potrebbero contrarre. Gli effetti finali in termini quantitativi dovrebbero essere valutati caso per caso e quelli in termini qualitativi sarebbero comunque sicuramente negativi: meno prodotti disponibili per i consumatori o beni di investimento per i produttori, a maggior prezzo e/o di qualità più bassa.

Opinione di chi scrive è che le misure protezionistiche abbiano una funzione politica (come nel caso di Trump: America first!) più che economica e che, comunque, possano essere mantenute per periodi di tempo limitati: quando c’è l’interesse o la convenienza generalizzata, nessuna legge o provvedimento alla lunga può arginare il corso naturale delle cose. Molto meglio attrezzarsi e gestire la nuova situazione, cercando magari di trarne vantaggio.

Questo non significa che tutto quello che va nella direzione del mercato sia buono e giusto: abbiamo già visto che in molti Paesi la competizione commerciale viene combattuta e vinta con le armi della repressione e dello sfruttamento. Sono modelli certamente non esportabili, né auspicabili in una società evoluta.

Certamente in periodi di crisi, come è accaduto negli ultimi dieci anni, la concorrenza peggiora le condizioni di lavoro, sia quelle economiche (minori salari) sia quelle generali (orari più lunghi, straordinari non riconosciuti, minori tutele sindacali). Non sempre infatti il mercato è il migliore dei mondi possibili e il giusto equilibratore come ritenevano gli economisti classici da Smith in poi e non sempre quello che è utile è anche buono: fondamento della società deve sempre essere la persona e non l’economia o la finanza.

GLOBALIZZAZIONE E LAVORO (1)

Gli effetti della società aperta sul lavoro

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Con l’avvento e l’inarrestabile diffusione dell’era di Internet, la società è divenuta interconnessa e, paradossalmente, ci siamo trovati in un mondo più piccolo. Con un click è oggi possibile dialogare da un capo all’altro del mondo, organizzare un viaggio esplorando località mai viste senza muoversi da casa, commerciare e muovere flussi di denaro restando fermi, lavorare in team a migliaia di chilometri di distanza.

Questa enorme apertura può esaltare o impaurire: ha infatti aspetti indubbiamente positivi ma anche elementi su cui porre attenzione e da trattare con sana diffidenza. Certamente il villaggio globale ha potenzialità enormi, ma in termini di qualità della vita non è tutto oro quello che luccica. In primo luogo in tema di lavoro.

Nel precedente articolo Manlio Lo Presti ha esaminato gli effetti sull’occupazione del progresso tecnico e, almeno da un punto di vista quantitativo (i posti di lavoro creati quasi mai compensano quelli distrutti), è difficile dargli torto. Un tema che riprenderemo questo, sotto il profilo macroeconomico: la parte di risorse destinata al fattore lavoro aumenta o diminuisce nell’era di Internet? E il rapporto classico fra occupazione e reddito (nel senso che all’aumentare del reddito aumenta anche l’occupazione) è ancora attuale o è da “rottamare” anch’esso?

Vediamo ora, invece, cosa comporta l’apertura dei mercati sul lavoro. Se Internet abbatte le barriere doganali e i confini degli Stati intensificando la competizione a tutti i livelli, cosa succede al lavoro? Il lavoro in un singolo mercato, ad esempio in Italia, ne risulta avvantaggiato o penalizzato? E le misure di protezione doganale o le barriere all’entrata lo favoriscono o lo minacciano?

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Tempo fa in Francia si diffuse il tormentone dell’”idraulico polacco”: fra i transalpini si era infatti diffuso il timore che l’apertura del mercato, conseguente alla libera circolazione di uomini e merci all’interno dell’Unione Europea, avrebbe portato all’invasione di mano d’opera a basso costo e non qualificata dai paesi dell’Est, penalizzando i lavoratori francesi.

A distanza di anni, quanto può dirsi giustificato quel timore? A nostro avviso molto poco. Vediamo, a grandi linee, cosa è successo.

L’apertura del mercato comunitario è stata indiscutibilmente un toccasana per i paesi dell’Est Europa. In primo luogo proprio la Polonia, che ha segnato incrementi di reddito a doppia cifra dai primi anni duemila, ma anche Romania, Slovenia, Repubblica Ceca, Bulgaria, Croazia, Slovacchia (unica rimasta al palo l’Ungheria) hanno vissuto un periodo storico di grande crescita. Tutti paesi che, un tempo appartenenti al blocco comunista, partivano da una consistente arretratezza economica e hanno avviato una stagione di intenso sviluppo.

In effetti la possibilità di trovare impiego in aree ricche e sviluppate non come immigrati ma come cittadini a pieno titolo, ha molto aumentato i flussi di mano d’opera da Est a Ovest dell’Europa, soprattutto nei settori a più bassa specializzazione.

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E sicuramente questo può aver penalizzato alcuni lavoratori indigeni, soprattutto in una prima fase.

Tuttavia il fenomeno è stato limitato da una serie di circostanze: in primo luogo il fatto che l’applicazione di contratti collettivi e l’imposizione degli oneri sociali è uguale fra lavoratori nazionali e comunitari. Per cui un operaio romeno costa al datore di lavoro più o meno quanto un italiano, ovviamente escludendo gli impieghi “in nero”, ovvero non regolari.

In secondo luogo, è ragionevole pensare che gli immigrati (e qui il discorso vale anche per gli extra-comunitari) vengono ingaggiati dove il lavoro c’è e dove spesso la domanda di mano d’opera non è coperta dai locali, in particolare nei settori meno ambiti e dequalificati (ad esempio quello delle badanti o dei lavori agricoli più pesanti).

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In generale, non riteniamo che l’apertura dei mercati abbia tolto posti di lavoro ai locali a vantaggio degli stranieri, almeno per quanto riguarda i livelli più bassi. Diverso il discorso per le funzioni più qualificate, per i manager e per la ricerca. Qui la questione dovrebbe essere approfondita, perché l’apertura delle frontiere qualche disequilibrio l’ha effettivamente indotto.

Il ragionamento va però esteso in questo caso alla qualità della vita: meglio farsi curare da un bravo medico indiano o da uno scarso italiano? Meglio far amministrare la propria azienda da un bravo manager francese o da un modesto caporeparto nazionale? Meglio dirottare i fondi della ricerca ingaggiando un brillante laureato israeliano o uno studente nazionale che ha ottenuto il titolo di studio a fatica? Meglio far progettare un ponte a un geniale ingegnere cingalese o a un raccomandato indigeno?

Ognuno può dare la propria risposta, ma non si può non rilevare che i Paesi più progrediti sono quelli che hanno aperto le proprie frontiere dando opportunità a chi lo meritava, indipendentemente dal suo passaporto.

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In effetti, tornando all’Unione Europea, gli anni successivi all’istituzione del mercato comune sono stati quelli di maggiore sviluppo per tutti i paesi, in primo luogo proprio per i più industrializzati come Germania e Francia.

Fin qui abbiamo palato soprattutto di apertura dei mercati in termini generali, nel prossimo articolo ci focalizzeremo sulle conseguenze della globalizzazione indotta da Internet e dal progresso tecnologico. E’ comunque fin d’ora abbastanza evidente che un mondo aperto, interconnesso, in cui vige la libertà di circolazione di persone, beni e servizi, ha molte più opportunità di sviluppo e crescita che non un mondo autarchico, chiuso in se stesso e impermeabile dall’esterno