Le buone azioni: come scegliere i titoli azionari da comprare

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Nelle scorse settimane abbiamo cercato di capire se, dopo i rally degli ultimi mesi, sia ancora il caso di mantenere i propri investimenti in azioni (in particolare italiane), oppure sia meglio realizzare le plusvalenze ed uscire, del tutto o in parte, dal comparto: della serie “prendi i soldi e scappa”.

Non possiamo a questo punto fare a meno di un piccolo moto di autocompiacimento: il primo articolo di warning è uscito su questo blog proprio all’inizio della settimana borsistica che è poi risultata la peggiore degli ultimi anni. Dobbiamo però ribadire che la nostra opinione era, e resta, quella di non uscire dal mercato, ma al massimo di ridimensionare esposizione e rischi, prendendo profitto dove è possibile.

I motivi di tale orientamento sono stati ampiamente illustrati nei due articoli precedenti e non è il caso di ripeterli. Può essere invece utile fare un piccolo passo indietro per rispondere alla domanda: quali sono i titoli azionari su cui investire? Domanda che logicamente si pone su un piano temporale antecedente alla scelta che abbiamo discusso.

Non c’è dubbio infatti che una gestione proficua del portafoglio si costruisce comprando bene: se scegliamo buoni titoli e gestiamo con intelligenza (e un po’ di fortuna) il momento dell’ingresso – il cosiddetto timing – è molto probabile che, anche in caso di crollo generalizzato del mercato azionario, riusciremo a restarne indenni o solo leggermente danneggiati. Salvo che non ci dovessimo trovare nella situazione di dover liquidare in fretta l’investimento, situazione che è sempre da evitare per il risparmiatore accorto attraverso il mantenimento di una congrua riserva di liquidità.

Come scegliere dunque “le buone azioni” nel mare magnum di possibilità di acquisto che i mercati ci presentano?

Vediamo di definire un percorso razionale, dando per scontato che il comparto azionario sia già stato individuato nella nostra asset allocation e che quindi abbiamo già deciso quanto investire in azioni.

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I nostri lettori ricorderanno che l’ultima fase del processo, quella dell’implementazione, consiste nella scelta di quali titoli (o strumenti) acquistare e quando fare l’investimento. Due decisioni che influenzeranno in modo decisivo la performance del nostro portafoglio.

Intanto dobbiamo individuare il settore produttivo e l’area geografica che riteniamo suscettibili delle migliori performance. E questa non può che essere una valutazione sui fondamentali dell’economia, mediata dalle convinzioni personali.

Successivamente, il primo nodo da sciogliere è relativo alla tipologia di strumento: meglio una quota di fondo comune o un ETF[1]oppure meglio cimentarsi nel cherry picking, ovvero nella scelta dei singoli titoli proprio come quando si scelgono le ciliegie migliori?

Nel primo caso si tratta di strumenti più “impersonali” ovvero tendenzialmente svincolati dalle decisioni individuali perché delegati a gestori professionali (nel caso dei fondi comuni) oppure rivolte a strumenti sintetici (indici) che replicano l’andamento indici o parametri.

In entrambi i casi ci sono comunque scelte da fare:

  • Per il fondo quale prodotto, è necessario valutare sulla base del track record del gestore (serie storica dei risultati passati) e dello stile di gestione (più o meno aggressivo, long/short[2], specializzato o meno[3]), nonché sull’eventuale comparto da scegliere;
  • Per l’ETF, sulla base della solidità dell’emittente e delle modalità di costruzione dell’indice (settoriale, generale, long/short, con o senza leva[4])

 

Una volta fatte queste scelte preliminari, tuttavia, possiamo tranquillamente disinteressarci del nostro investimento, salvo verificarne periodicamente l’andamento, avendolo delegato, rispettivamente, a gestori professionisti oppure ad un algoritmo meccanico.

Questo tipo di scelta è consigliabile a chi non ha una conoscenza specifica del mercato azionario e preferisce affidarsi ad esperti oppure alla statistica. A fronte di questa maggiore comodità, e minore rischio, vanno messi in conto i costi commissionali da riconoscere ai gestori o agli emittenti degli ETF, anche se spesso abilmente camuffati e difficili da quantificare.

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La seconda opzione, il cherry picking, è invece più rischiosa e richiede maggiori conoscenze, ma anche indiscutibilmente più divertente.

Di questo parleremo nel prossimo articolo, col quale si concluderà questa breve ma intensa incursione nel variopinto mondo delle borse.

 

 


[1] L’ETF (Exchange traded fund) è una particolare tipologia di fondo di investimento, quotato in Borsa, che ha come obiettivo di rendimento quello di replicare l’indice al quale si riferisce (benchmark) attraverso una gestione totalmente passiva. In altre parole è costituito da un algoritmo la cui quotazione  riflette l’andamento del benchmark: sale quando l’indice sale e viceversa.

[2] L’opzione long/short è quella che consente ad alcuni gestori di puntare sia sul rialzo dei titoli (posizione long) che sul loro ribasso (posizione short). In questo secondo caso lo stile di gestione è più aggressivo e comporta un rischio più elevato, ma dà la possibilità di guadagnare anche nelle fasi di calo dei mercati

[3] Un fondo azionario è specializzato quando investe solo in alcuni settori merceologici o in alcune aree geografiche o in determinate tipologie di imprese (ad esempio piccole e medie)

[4] La leva finanziaria consiste nella possibilità di investire anche risorse prese a prestito, anziché i soli mezzi propri, operando a leva, e quindi ricorrendo al debito, si aumenta la possibilità di ottenere buone performance ma aumenta anche il livello di rischio in quanto con la performance vanno coperti anche gli interessi sul debito

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Mercati e politica: i mercati in tempo di elezioni

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La scorsa settimana ci siamo soffermati sul dilemma (“lascia o raddoppia?”) relativo all’opportunità di mantenere o meno in piedi gli investimenti azionari prima che i mercati possano invertire, anche pesantemente, la fase di crescita sostenuta che sta durando ormai da diversi anni.

Abbiamo però volutamente trascurato due aspetti che pure sono importanti per la scelta giusta: uno di ordine generale ed uno contingente, relativo cioè all’attuale momento politico.

Nel primo caso, in realtà, stiamo parlando di una variabile che deve essere sempre tenuta presente quando ci si avvicina al mercato azionario non con intento speculativo ma per investire in modo razionale e corretto: si tratta dell’andamento attuale, e più ancora prospettico, dell’azienda in esame e del settore a cui essa appartiene.

Questa circostanza, a nostro avviso, deve essere una pre-condizione sempre verificata quando si vuole comprare un titolo azionario. In altre parole: a prescindere dal momentum di mercato, affinché il nostro investimento si possa rivelare vantaggioso, i titoli in cui decidiamo di investire devono essere di società in grado di portare avanti con successo il loro business e di generare profitti e ricchezza che consentano la distribuzione di dividendi e la crescita del valore dell’azione.

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La teoria aziendale moderna ritiene che il prezzo corretto di un titolo sia uguale al valore attuale dei flussi di cassa che verranno generati per l’azionista nel periodo di riferimento (orizzonte temporale), scontato ad un tasso che rappresenti correttamente il costo del capitale in quel lasso di tempo. Si tratta di un concetto estremamente tecnico e complesso, sicuramente difficile da comprendere da parte di chi non abbia solide basi di matematica finanziaria. E per di più anche difficile da determinare: sia per individuare il tasso giusto, sia per prevedere la dinamica degli utili aziendali negli anni a venire. Tutto ciò può essere tradotto, per chi non ambisca a prendere una laurea in matematica finanziaria, in due concetti, semplici ma fondamentali per qualsiasi imprenditore: equilibrio e buon senso.

Chiunque infatti può rendersi conto che investire in azioni vuol dire scommettere sul valore di un’azienda: allora è fondamentale che la nostra azienda (che chiameremo target) riesca a fare utili oggi e in futuro. Se questo accade, e se abbiamo stimato correttamente l’evoluzione prospettica della gestione aziendale, nessuno sconvolgimento di mercato potrà farci più male di una puntura di zanzara, ammesso che non ci troviamo a dover vendere in un tempo molto breve, perché magari abbiamo bisogno di soldi.

Se infatti non c’è necessità di smobilizzare rapidamente, siamo certi che, male che vada, riceveremo ogni anno i nostri dividendi e l’investimento comunque manterrà il suo valore intrinseco, valore che prima o poi il mercato dovrà riconoscere.

Il consiglio che regaliamo ai lettori del blog, valido per ogni forma di investimento, è quindi quello di comprare titoli che, anche nel peggiore dei casi (crollo di mercato, ciclo avverso, aumento imprevisto di tassi di interesse, ecc.), continuino a pagare la cedola o il dividendo atteso. In tal caso potremo difensivamente stare fermi e attendere tempi migliori – come dice un proverbio siciliano “chinati giunco che passa la piena” – oppure, se siamo propensi al rischio e crediamo nella società, approfittare del momento di prezzi bassi per aumentare la nostra esposizione.

Il secondo fattore è invece di ordine contingente per il mercato italiano e riguarda l’incombenza delle elezioni politiche, che si terranno fra meno di un mese. Molti analisti e consulenti consigliano infatti estrema prudenza nel gestire i portafogli azionari nell’imminenza di tornate elettorali di esito imprevedibile. E nel nostro caso prudenza può solo significare ridurre l’esposizione in azioni approfittando di questo periodo in cui i prezzi sono alti e il mercato viaggia ai massimi.

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In quest’ultimo caso però, ça va sans dire, dovremmo porci il problema di come impiegare le risorse che si ricaveranno dal disinvestimento, in un momento in cui i prrezzi dei titoli obbligazionari sono ancora alti.

 

Ma sarà poi vero che con le elezioni il mercato azionario è in pericolo? La nostra modesta opinione è che questo fattore di rischio sia generalmente sopravvalutato.

 

E’ vero che, qualora ci siano risultati inattesi e considerati “antisistema” – come ad esempio il successo di forze politiche che propugnano l’uscita dell’Italia dal sistema Euro – è probabile che il contraccolpo immediato sia una consistente generalizzata diminuzione dei corsi. E’ però ragionevole ritenere che il calo possa venire assorbito in tempi piuttosto brevi, al massimo attestando i valori su un livello un po’ inferiore.

Veri e propri tsunami finanziari in dipendenza di risultati elettorali sono stati in effetti molto rari nella storia recente: i mercati in genere riescono a trovare ben presto nuovi equilibri e se i fondamentali dell’economia sono solidi – come lo sono tutto sommato oggi in Italia – alla fine si torna da dove siamo partiti.

Del resto, anche in Europa abbiamo visto che dove si sono verificati risultati inattesi e non graditi dalle establishment di governo, tutto sommato grandi sconvolgimenti finanziari non si sono verificati. Anzi, molto spesso viene quasi il sospetto che lo spauracchio dei mercati venga evocato per fini di propaganda politica più che per motivi di rischio reali.

In conclusione, i rischi di una flessione significativa del mercato azionario italiano, if even, dipendono dagli eccessivi livelli raggiunti dalle quotazioni in questi ultimi mesi e dall’eventualità di politiche monetarie troppo restrittive. Nell’attuale fase di innegabile tonicità dell’economia, riteniamo invece che il fattore elezioni politiche non rappresenti un rischio effettivo.

Azioni: lascia o raddoppia?

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Non più tardi di tre o quattro anni fa, se qualcuno ci avesse detto che avremmo acquistato un titolo azionario con rapporto P/E (prezzo/utili)[1] sopra a 25, in un settore non brillantissimo e in trend rialzista da 6 mesi e con apprezzamento a doppia cifra nell’ultimo anno, due sarebbero state verosimilmente le reazioni: o siamo impazziti noi o è impazzito chi ce lo ha detto.

Eppure è proprio quello che è successo. Per policy di questo blog non facciamo nomi di singoli titoli, ma credeteci sulla parola. E il bello è che abbiamo rivenduto lo stesso titolo dopo due giorni portando a casa oltre il 5% di capital gain. Ancora più bello è che quel titolo non è stato l’unico, ma si trova in buona compagnia di ottime performance, in quasi tutti i settori ad eccezione di quello delle comunicazioni da rete fissa, che – c’è da scommetterci – prima o poi si uniranno anche loro alla vendemmia.

Sono almeno sei/sette mesi che gli analisti e gli strategist più prudenti mettono in guardia da brutte sorprese, che possono andare da brevi ma intensi ritracciamenti[2] per prese di beneficio a vere e proprie previsioni catastrofiche di bolle finanziarie e tsunami sul mercato azionario.

Ad onor del vero bisogna riconoscere che gli elementi per attendersi un crollo dei prezzi c’erano (e ci sono) tutti: periodo di crescita prolungato, multipli molto alti e sempre sopra le medie, liquidità di cui si attende una consistente riduzione per effetto delle dichiarazioni dei banchieri centrali.

Tuttavia, come un  cavallo impazzito, il mercato continuava (e continua) a correre. Uscirne o ridurre le esposizioni, come molti hanno fatto ascoltando gli analisti prudenti di cui sopra, ha significato rinunciare a ghiotte plusvalenze. Noi stessi, da questo blog, avevamo segnalato che anche in termini di cicli economici e parametri di riferimento, in primo luogo l’S&P500[3], tutto sembrava preludere a una nuova flessione dei mercati.

Il problema che si pone ora, come da qualche mese a questa parte, è quindi: che fare? Come avrebbe detto il compianto e l’indimenticato Mike Bongiorno: lascia o raddoppia?

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Cerchiamo di mantenere la calma ed essere razionali. In primo luogo dobbiamo osservare che per l’investitore azionario è comunque un bel dilemma, nel senso che è sempre bello ragionare “a pancia piena”, averne di questi problemi … .In fin dei conti il punto è: accontentarsi di quanto guadagnato fino ad ora, incassare e tenersi liquidi, oppure mantenere l’investimento e magari aumentare anche l’esposizione, seppure in modo mirato ed equilibrato?

Se avessimo la sfera di cristallo sarebbe molto facile; non avendola possiamo solo elencare – come dicono quelli bravi che parlano inglese – pros e cons, ovvero punto di forza e di debolezza; dar loro un peso (che dipende dalla nostra propensione e dalla situazione specifica di ciascuno, come abbiamo detto più volte parlando di asset allocation) e vedere da che parte pende la bilancia.

Fra gli elementi a favore dell’opzione stay, i più rilevanti a nostro avviso sono: i flussi sostenuti e crescenti di raccolta di risparmio da parte dei fondi azionari, in particolare quelli dedicati alle piccole e medie imprese nazionali, ad elevata tecnologia e modesta capitalizzazione; e la liquidità in circolazione che nonostante gli annunci si mantiene abbondante.

In realtà le autorità monetarie non mancano di annunciare aumenti dei tassi, ma alle dichiarazioni non corrispondono ancora azioni coerenti. Alzare i tassi rischia di frenare la crescita e nessuno vuole essere additato come il colpevole di un‘eventuale recessione. Tanto più in tempo di fine mandato e di rinnovo delle cariche di Governatore (in USA avvenuta da poco, a Francoforte non molto lontana).

Inoltre c’è il livello dei tassi, ancora molto basso e negativo sulle scadenze brevi, che scoraggia opzioni di investimento alternative e le obbligazioni sono decisamente care.

Stiamo poi avvicinandoci allegramente alla stagione dei dividendi che, a sentire le previsioni sugli utili aziendali, dovrebbero essere ottimi e abbondanti, come si diceva un tempo della mensa truppa. Molte blue chips hanno annunciato utili importanti e dividendi in crescita, operazioni di buy back[4] e aumento di fatturati.

Infine è da tempo che non si verificano default aziendali di grandi realtà, dopo la selezione avvenuta con la grande crisi del 2007/2008. Come pure scandali eclatanti sul versante finanziario, che hanno sempre l’effetto di allontanare gli investitori dal mercato.

Fino a qui le notizie buone, ma come dicevamo all’inizio ci sono anche molti elementi negativi che non devono essere trascurati

Partiamo dal livello dei multipli, e in particolare dei rapporti P/E che hanno raggiunto un po’ in tutti i settori vette inesplorate. Abbiamo sempre sostenuto che un corretto multiplo P/E dovrebbe attestarsi tra 10 e 20. Oggi i multipli sopra a 20 sono la regola, e non è raro – specie fra le medie società – trovarne a 30,35 e anche oltre.

Dobbiamo essere consapevoli che questi livelli non possono reggere a lungo. Il punto è: fino a quando?

Anche i tassi di crescita che vediamo soprattutto nel segmento star del mercato italiano sono molto sostenuti e certamente riflettono più la domanda che continua a esserci che non la prospettiva di reddito delle aziende, molte delle quali sono nuove e ancora in pareggio se non in perdita.

Come si vede, luci ed ombre. In questi casi non è possibile dare consigli razionali. Certamente, per chi vorrà restare nell’agone, sarà necessario monitorare con attenzione e con una certa frequenza, riducendo al 5% il limite di guadagno per uscire dall’investimento. Ciò obbligherà a valutare di nuovo il titolo se decidessimo di rientrare e a usare prudenza. Fa guadagnare un po’ di più gli intermediari ma alla fine è una buona polizza assicurativa.

 


[1][1] Il rapporto fra prezzo e utili (P/E) è uno degli indicatori più importanti per valutare l’andamento di un titolo azionario. Esprime il numero di anni necessari affinché gli utili effettivi o previsti (a seconda che si prendano in esame quelli dell’anno in corso o del successivo) ripaghino il prezzo pagato per il suo acquisto

[2] Per ritracciamento si intende una temporanea flessione del prezzo di un’azione che avviene dopo un periodo di crescita prolungato o, più spesso, consistente, causato dalle prese di beneficio di chi ha guadagnato. Normalmente l’inversione di tendenza è breve e viene riassorbita velocemente se il trend è rialzista

[3] L’indice S&P500 sintetizza l’andamento dei prezzi delle azioni delle 500 maggiori società statunitensi quotate

[4] L’operazione di buy back consiste nel riacquisto di azione proprie da parte di una società quotata. Questo comporta la riduzione delle azioni effettive in circolazione con conseguente aumento – a parità di reddito – degli utili per azione e quindi, in prospettiva, della quotazione. Inoltre l’acquisto fa aumentare la domanda e quindi, direttamente, le stesse quotazioni.

L’ABC dell’economia: consumo e consumismo

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Per chi non ha studiato o praticato l’economia, il concetto di “consumo” ha spesso una connotazione negativa. Da un punto di vista strettamente etimologico, infatti, la parola richiama l’idea di qualcosa che viene distrutto, di risorse che vengono usate e diventano non più disponibili, di materiali che si esauriscono con l’uso.

A differenza del risparmio che, come abbiamo visto nel precedente articolo, equivale all’investimento e consente di costruire o incrementare patrimonio e ricchezza, il consumo ha una connotazione insieme edonistica e distruttiva: soddisfa in via immediata un bisogno ma sottrae contemporaneamente risorse all’investimento ed alla formazione del capitale.

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La vecchia favola della cicala e della formica insomma. Quando arriva l’inverno la cicala è destinata a soffrire – quasi una nemesi per lo sperpero estivo e il godimento sfrenato – mentre la formica vive il suo momento di gloria, potendo contare sulle riserve accumulate.

Il consumo alimenta i vizi, mentre il risparmio è indizio di virtù; il consumo distrugge, il risparmio costruisce; il consumo si esaurisce nell’hic et nunc, nel momento, il risparmio è proiettato al futuro.

Ancora peggio: dal consumo al consumismo è un attimo. Dall’impiego di risorse per la legittima soddisfazione dei bisogni al piacere, quasi all’ossessione compulsiva di comprare, il passo è breve.

Il consumismo è quasi la malattia infantile del capitalismo; la frenesia di possedere l’ultimo modello di dispositivo tecnologico o l’abito griffato all’ultimo grido è considerata – e oggettivamente non del tutto a torto – la manifestazione estrema del materialismo, a sua volta elemento distintivo delle civiltà occidentali.

Tutto male allora? Non proprio.

Come sa bene ogni bravo studente del primo anno di economia, il consumo è il primo motore del sistema. La domanda per beni di consumo spinge la produzione di quei beni ed alimenta l’offerta delle aziende che li producono. Queste, per soddisfare le maggiori richieste della clientela, dovranno assumere personale e gli stipendi pagati andranno ad alimentare altra domanda.

Non solo: quelle stesse imprese dovranno aumentare la quantità di materie prime utilizzate e generare altra domanda; prima o poi dovranno mettere mano agli investimenti e, anche per questa via, stimolare la domanda.

La decisione di consumare – più precisamente di spendere per acquistare beni di consumo o servizi – fa partire un circolo virtuoso di crescita che spinge la produzione di beni di consumo, di beni di investimento, l’occupazione e, di nuovo, la possibilità di consumare ancora di più.

 

E’ il meccanismo che i keynesiani (i seguaci del noto economista britannico del secolo scorso John Maynard Keynes, l’inventore della macroeconomia) hanno chiamato “moltiplicatore del reddito”, molto più semplice di quanto sembri.

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Per spiegare come questo sia stato il rimedio che ha consentito al mondo occidentale di superare la terribile crisi del 1929, occorre però fare un passo avanti sulla definizione di reddito.

Fino ad ora abbiamo considerato il reddito come semplice somma della domanda di beni e servizi di consumo e di quella per investimenti, come se il sistema fosse del tutto privato e senza scambi con l’estero. In realtà ci sono altre due componenti del reddito molto importanti: la spesa pubblica e le esportazioni o meglio la differenza fra esportazioni e importazioni.

Anche la Pubblica Amministrazione e l’estero sono due canali importanti di formazione del reddito, rispettivamente attraverso la spesa pubblica e gli acquisti effettuati da parte di residenti all’estero di beni e servizi prodotti all’interno del paese, questi ultimi ovviamente al netto delle risorse consegnate ai produttori stranieri per poter acquistare i loro prodotti.

L’espressione che avevamo visto nello scorso articolo:

Y (reddito) = C (consumo) +  I (investimento)

 

Può allora essere completata nella seguente:

 

Y (reddito) = C (consumo) +  I (investimento) + G (spesa pubblica) + X (esportazioni) – M (importazioni)

 

E’ infatti evidente che le risorse impiegate dallo Stato per pagare gli stipendi pubblici, per acquistare beni e servizi (spesa corrente) oppure per realizzare opere pubbliche e infrastrutture (investimenti pubblici) hanno l’effetto di aumentare il reddito del paese, ovvero la quantità di beni e servizi richiesti e prodotti.

Analogo effetto ha il saldo delle partite correnti, come viene definita la differenza fra esportazioni e importazioni in un determinato periodo di tempo.

Ai tempi della grande crisi, o almeno di quella che veniva così chiamata fino alla depressione epocale iniziata nel 2007 e dalla quale il nostro Paese sta uscendo solo ora e con gran difficoltà, si fece leva proprio sul meccanismo del moltiplicatore applicato alla spesa pubblica.

Il moltiplicatore consiste quindi nel fenomeno secondo il quale un dato aumento di una componente della domanda (nel nostro caso la spesa pubblica) determina un aumento più che proporzionale del reddito complessivo. Se ad esempio facciamo aumentare di dieci miliardi la spesa pubblica, il reddito complessivo aumenterà di ben oltre quei dieci miliardi. Infatti quelle risorse incrementali si trasformeranno immediatamente in stipendi per gli statali, che a loro volta col nuovo reddito andranno a fare nuovi acquisti per consumi, oppure in nuova domanda per acquisti o per opere pubbliche da parte della Pubblica Amministrazione.

A loro volta, le aziende che producono i beni oggetto della nuova domanda dovranno pagare maggiori stipendi e acquistare nuove materie prime e nuovi beni di investimento che andranno a incrementare il reddito complessivo del Paese.

Una volta avviata la macchina, il sistema complessivo si autoalimenta e siccome la via percorsa passa dai consumi, che a loro volta dipendono dal reddito, quanto maggiore è la propensione al consumo, tanto maggiore sarà l’effetto espansivo totale.

Abbiamo detto nell’articolo della scorsa settimana che la propensione al consumo è tanto maggiore quanto meno abbiente è il percettore del reddito e questo spiega il successo della manovra sulla spesa pubblica in una società divenuta povera e bisognosa quale era quella degli anni ‘30.

A tale proposito rimase celebre l’affermazione di Keynes che, ad un giornalista che gli chiedeva cosa avrebbe fatto per risanare l’economia se fosse stato al governo, rispose che avrebbe preso dei disoccupati, avrebbe fatto loro scavare delle buche e poi riempirle: in tal modo il prodotto nazionale lordo sarebbe aumentato.

L’ ABC dell’economia: consumo, risparmio, investimento

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Il reddito serve a soddisfare i bisogni: ogni singolo Euro percepito a qualunque titolo è destinato ad essere speso per le necessità immediate (consumo) oppure tenuto da parte per quelle future (risparmio), ovviamente quando non venga impiegato per rimborsare debiti fatti in precedenza. In quest’ultimo caso la soddisfazione dei bisogni è stata anticipata rispetto al momento in cui si sarebbe percepito il reddito.

A parte l’ipotesi del debito, quanto detto sopra viene normalmente rappresentato con l’espressione sintetica:

Y (reddito)= C (consumo)  +  S (risparmio)

Ovvero il reddito è la somma di consumo e risparmio. Questo vale sia per le famiglie, sia per le aziende, sia per gli Stati. Come si vede, il fondamento dell’economia è alla fine una semplice espressione aritmetica di addizione: gli economisti tutto sommato sono gente semplice…

Dal punto di vista della famiglia, il meccanismo economico è semplice: quando viene accreditato lo stipendio, oppure quando si incassano cedole o interessi su titoli, la somma può essere spesa per acquistare beni o servizi, oppure risparmiata per essere in grado di acquistare beni o servizi in futuro.

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Se spendiamo, da un punto di vista economico non facciamo altro che alimentare la domanda per beni di consumo, ovvero ci presentiamo sul mercato (fisicamente o virtualmente) richiedendo un particolare tipo di bene o di servizio.

 

Se invece risparmiamo, le nostre risorse a livello di sistema – a parte quelle che eventualmente teniamo sotto forma di banconote – vengono trasferite al settore produttivo attraverso l’intervento degli intermediari finanziari.

Gli intermediari finanziari sono soggetti che professionalmente mettono in contatto chi ha risorse eccedenti le proprie necessità immediate con chi ha invece bisogno di reperire finanziamenti per svolgere la propria attività produttiva o commerciale. In genere si tratta delle imprese che devono fare i necessari investimenti oppure coprire il fabbisogno per la gestione corrente.

Abbiamo introdotto sopra il concetto di “domanda”: si tratta di un concetto chiave in economia, sul quale si sono basate anche molte teorie che hanno fatto scuola e continuano a farla. Il mercato è il luogo, fisico o virtuale, dove domanda e offerta si incontrano; chi richiede un bene o un servizio entra in contatto con chi lo offre e dal loro incontro si forma il prezzo.

 

Tradizionalmente si ritiene che se la domanda aumenta, ovvero se di un certo bene viene richiesta una maggiore quantità, il prezzo cresce perché alcuni dei richiedenti saranno disposti a pagarlo di più. Viceversa, se la domanda diminuisce, alcuni commercianti o produttori saranno disposti a praticare prezzi più bassi pur di vendere comunque.

Questa è, in estrema semplificazione, la “legge della domanda e dell’offerta”. Mentre l’offerta è determinata essenzialmente da aspetti tecnici inerenti la produzione (capacità produttiva, efficienza degli impianti, reperimento di materie prime, ecc.), la domanda guida il mercato a seconda del reddito e delle preferenze dei consumatori.

 

Maggiore è il reddito, maggiore sarà la domanda, ovvero la spesa per beni di consumo. E’ intuitivo che chi ha redditi più alti spende di più e quindi consuma di più. Si dice però che la propensione al consumo diminuisce al crescere del reddito: un milionario che abbia un reddito aggiuntivo di 1.000 Euro probabilmente spenderà di quel reddito meno di quanto spende un pensionato (al livello del minimo sociale) che si trovi a percepire la stessa somma. Questo perché inizialmente si dovranno soddisfare i bisogni primari e solo oltre una certa soglia, e a ritmi via via crescenti, ci potremmo permettere di risparmiare.

Il consumo è quindi uno dei motori di un sistema produttivo; l’altro è tipicamente l’investimento. Infatti la domanda aggregata è divisa in domanda per beni di consumo e domanda per beni di investimento.

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Ci si rivolge al mercato per acquistare beni di consumo (siano essi necessari o voluttuari) e servizi di varia natura, ma anche per dotarsi di beni di investimento, attrezzature, macchinari, impianti, ovvero tutti quei beni che servono a produrne altri e che hanno una durata pluriennale.

Poiché il reddito altro non è che la domanda aggregata, ovvero la somma di tutti i beni e servizi che sono stati prodotti e scambiati in un certo periodo, possiamo esprimere la sua composizione – sempre in via di prima approssimazione – nella seguente espressione:

Y (reddito) = C (consumo) +  I (investimento)

 

Che è come dire che la domanda complessiva, e quindi il reddito, è dato dalla somma fra domanda di beni e servizi di consumo e domanda di beni di investimento.

Dal confronto fra le due espressioni riportate, emerge chiaramente che in una situazione di equilibrio

S (risparmio) = I (investimento)

 

Ovvero che il risparmio è uguale all’investimento. Ogni risorsa risparmiata, in altre parole, trova impiego in una forma di investimento; significa che quanto più un sistema economico riesce a risparmiare, tanto più è teoricamente in grado di far crescere, migliorare, rendere più efficiente e diversificare la sua capacità produttiva.

Un sistema ideale è dunque quello che “trasforma” ogni euro non consumato per la soddisfazione immediata dei bisogni in crescita della produzione, alimentando un circuito virtuoso di sviluppo. Risulta chiaro dunque il ruolo fondamentale delle banche e degli altri intermediari finanziari: ogni euro depositato in conto corrente o impiegato in altre forme viene “fatto lavorare” attraverso il finanziamento del sistema produttivo.

Abbiamo quindi individuato tre attività fondamentali dell’homo oeconomicus: il consumo, il risparmio, l’investimento. Ognuna di queste funzioni ha un ruolo chiave in economia ed influenza direttamente il reddito, ovvero – come abbiamo visto – la qualità della vita delle persone.

 

Ne parleremo nei prossimi articoli.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’A B C dell’economia: reddito e felicità

 

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Nel suo celebre “discorso sul prodotto interno lordo” del 1968, Robert Kennedy disse che

“il PIL misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Si riferiva naturalmente alla misura della felicità, che non può essere rilevata dal PIL. A prescindere da alcuni tentativi, francamente velleitari se non del tutto inutili, di individuare un indice che rappresenti il grado della felicità (chiamato “Felicità Interna Lorda”)[1], il PIL è un dato esclusivamente numerico che non riflette aspetti qualitativi.

Il PIL è la somma del valore in termini monetari di tutti i beni prodotti ed i servizi prestati in uno Stato in un certo intervallo di tempo. Quando si dice che il PIL in Italia del 2016 è stato pari a 1.680,5 miliardi di Euro, significa che  quello è il valore totale di tutti i beni e servizi prodotti e scambiati nel paese in quell’anno.

 

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Tale misura serve a confrontare l’andamento della produzione nel tempo e nello spazio: ad esempio il PIL in Italia nel 2017 è aumentato dell’1,4% e (dati 2016) l’Italia è all’ottavo posto nella classifica dei paesi più industrializzati, prima del Brasile e dopo l’India.

Il concetto di “prodotto” equivale a “reddito”: ogni bene che viene prodotto e venduto incorpora il valore di tutti i fattori intervenuti nel processo: terra, lavoro, capitale, ma anche imposte ed organizzazione imprenditoriale. Per chi ha fornito questi fattori, il prodotto rappresenta dunque reddito, in quanto equivalente alla remunerazione ottenuta ed alle risorse acquisite.

Maggiore è il reddito, maggiore è la creazione di ricchezza per l’intero sistema. Più risorse sono a disposizione, più la gente è disposta a spendere per consumare ed investire. Questo crea necessità di aumentare la produzione dei maggior i beni e servizi richiesti e quindi più lavoro, più servizi pubblici, più occupazione.

L’aumento del reddito è quindi associato ad una situazione positiva per un sistema e ne determina lo sviluppo. Una situazione che naturalmente da sola non comporta – come diceva Kennedy nel discorso citato all’inizio – la felicità, ma che a parità di altre condizioni rende possibile un maggior benessere.

In primo luogo “felicità” è un concetto molto individuale, non generalizzabile. Non ha senso parlare di una “nazione felice”: piuttosto dovrebbe farsi riferimento ad una situazione di benessere diffuso che può costituire terreno fertile affinché le persone possano trovare la loro felicità.

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La Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio 1776 stabiliva a questo proposito che a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità come prerogativa inalienabile del cittadino. Si trattava di un principio costituzionale innovativo e rivoluzionario: le tavole della legge non imponevano solo obblighi e divieti ma, per la prima volta, stabilivano il diritto a ricercare la felicità.

Dal punto di vista dello Stato, questo comporta però l’obiettivo di ricercare le migliori condizioni sia materiali che di giustizia sociale affinché ciascuno possa perseguire il suo legittimo ed inviolabile diritto a ricercare la felicità.

E dal punto di vista delle condizioni materiali, non c’è alcun dubbio che l’ambiente più favorevole è quello in cui si sviluppa il reddito. Più risorse a disposizione, maggiori probabilità di soddisfare i propri bisogni. Ciò succede quando la produzione aumenta e la distribuzione del reddito avviene secondo criteri di equità e giustizia.

Produzione e distribuzione del reddito sono due concetti da tenere collegati: la crescita dell’uno non può essere disgiunta dal miglioramento dell’altro per avere uno stato efficiente ma anche giusto. L’aumento di produzione e di ricchezza senza una giusta distribuzione porta a concentrare le risorse in poche mani e, similmente, meccanismi di distribuzione assolutamente equi hanno poco senso se il reddito è inesistente.

 

Il viaggio nell’economia non poteva dunque che cominciare col concetto di reddito, che sta alla base dell’attività dell’homo oeconomicus.

 

Abbiamo parlato di reddito e ricchezza, ma è necessario fare una precisazione, in quanto i due termini sono concettualmente vicini ma non coincidenti.

Il reddito infatti è un flusso, mentre la ricchezza è uno stock.

Un flusso si misura in relazione ad un determinato periodo di tempo: si parla di reddito giornaliero, mensile, annuo. Uno stock invece fa riferimento ad un preciso istante: la sua valutazione è una fotografia scattata in un determinato momento.

Questa distinzione è fondamentale per comprendere i meccanismi fondamentali dell’economia. Il flusso misura, ad esempio, la quantità di acqua che esce da un rubinetto in un’ora (intervallo temporale); lo stock la quantità di acqua contenuta in un recipiente in un certo momento.

Flussi e stock sono intimamente e funzionalmente collegati, ma sono entità diverse: il flusso d’acqua in un’ora riempie il catino; la quantità di acqua contenuta nel recipiente è la risultante del flusso.

Il flusso è quindi un concetto dinamico, lo stock un concetto statico.

Il reddito (non consumato) va a incrementare o costituire la ricchezza di una persona, di un’azienda, di uno Stato. Esso si misura attraverso il conto economico, che espone il valore dei flussi di reddito (ovvero di costi e ricavi) in un anno. La ricchezza, e dunque il patrimonio, si valutano invece in un preciso momento, ad esempio alla fine dell’anno, attraverso lo stato patrimoniale, ovvero l’elenco degli elementi attivi (titoli, immobili, denaro, crediti…) e quello degli elementi passivi (debiti di ogni natura).

Allo stesso modo, nella contabilità di uno Stato o di un’azienda, i concetti di deficit e debito sono diversi e distinti. Il debito pubblico è lo stock risultante da tutti i deficit, che sono i flussi delle uscite al netto delle entrate stratificatisi nel tempo.

Si tratta di una distinzione di estrema importanza nel mondo economico e ad essa faremo continuo riferimento nei prossimi articoli.

 


[1] Derek Bok The Politics of  Happiness: What Government Can Learn from the New Research on Wll-Being; Princeton University Press, 2010.

L’A B C dell’economia: economia e finanza

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Si fa spesso una grande confusione fra economia e finanza, come se i due termini i fossero sinonimi. Cominciamo allora col distinguere i due concetti.

Le funzioni economiche primarie dell’uomo sono da sempre la produzione e il consumo. Anzi, la principale è da sempre quella del consumo, legata alla soddisfazione dei bisogni. Prima per la sopravvivenza, poi per altre tipologie più evolute di necessità vitali, legati alla sfera emotiva e intellettuale.

Il consumo di beni liberamente disponibili in natura non è ancora una funzione economica: per combattere la fame bastava raccogliere i frutti da piante e alberi o cacciare gli animali e nutrirsi della loro carne, per soddisfare la sete bastava bere l’acqua che sgorgava dalle fonti.

 

Quando ci si rese conto che i terreni potevano essere coltivati e gli animali allevati, facendo sì che i prodotti potessero essere disponibili nel luogo e nel momento in cui servivano, iniziarono le prime funzioni produttive. Alcuni si specializzarono nelle forme primordiali di agricoltura, altri nella caccia agli animali, e i beni necessari alla sopravvivenza degli altri abitanti delle comunità primordiali potevano essere scambiati.

 

Cominciarono così a delinearsi le funzioni economiche di base: produzione e scambio da una parte e consumo dall’altra; per rendere possibile lo scambio nacque e si sviluppò la moneta. Inizialmente come strumento di misura del valore dei beni e riserva per rinviarne al futuro l’acquisizione, poi come vera e propria accumulazione di ricchezza e di mezzi da conservare per l’utilizzo successivo.

Ciò che non si spendeva per il consumo immediato, poteva così essere messo da parte per essere speso in un momento successivo: ecco la terza funzione economica, il risparmio.

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Parte della moneta o della ricchezza che si possedeva poteva infine essere utilizzata per acquisire i primi rudimentali attrezzi per la coltivazione o strumenti che rendessero più produttiva la caccia. In questo caso si poteva parlare delle prime forme di investimento.

Se con un salto ideale ci spostiamo ai giorni nostri, non è difficile a questo punto focalizzare e comprendere le funzioni economiche di base e il circuito dell’economia reale. Si tratta di tutto quello che ha a che vedere con la produzione e lo scambio di beni e servizi, con il consumo – sempre di beni e servizi –  per la soddisfazione dei bisogni, con il risparmio per l’accumulazione delle risorse destinate al consumo futuro e con l’investimento per l’acquisizione di mezzi di produzione.

Tutte queste attività costituiscono la parte reale di un sistema economico (dal latino res, ovvero “cosa”) e anche se la misurazione delle grandezze rilevanti è fatta in termini monetari, ciò che compone questo circuito sono i beni e i servizi.

L’altra “faccia della luna” è invece quella finanziaria, dove a circolare non sono i beni ma solo la moneta e i suoi derivati o sostituti. Il circuito finanziario nasce quindi idealmente come accessorio o strumentale a quello economico, ma col tempo acquisisce una sua marcata individualità e indipendenza, e si sviluppa in forme e sostanze che sempre meno hanno a che vedere con le funzioni economiche da cui è originato.

La cosiddetta “bolla finanziaria” è proprio l’eccesso di separazione della finanza dall’economia: una situazione in cui i flussi monetari non hanno più alcuna relazione con consumo, risparmio, investimento, ma vivono e si alimentano in maniera del tutto autonoma.

 

Quando è scoppiata la crisi dei subprime nel 2007, gli strumenti finanziari interessati erano i mutui ipotecari (mortgages) delle famiglie americane, nati per finanziare l’acquisto delle case di residenza. Le banche ed agenzie che avevano concesso questi mutui, per poter disporre di risorse aggiuntive ed aumentare ancora il volume dei loro prestiti, cedevano i crediti rappresentati da questi mutui ad altri operatori, che subentravano quindi nei confronti delle famiglie indebitate come creditori ai quali dovevano essere pagate le rate.

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Ma i passaggi di titolarità di questi mutui non si fermavano qui: potevano essercene due o tre, venivano costruiti portafogli di mutui (alcuni buoni, altri meno) che le società finanziarie specializzate cedevano sul mercato  trasformandoli in titoli di credito (ABS, asset backed securities, ovvero titoli con collaterale o garanzia di beni reali, in questo caso gli immobili), con l’operazione che tecnicamente è definita cartolarizzazione (securitization), ovvero trasformazione in titoli.

Sul mercato circolavano così titoli obbligazionari che – ormai molto alla lontana – incorporavano le iniziali operazioni di mutuo residenziale. A ogni passaggio il valore dei titoli si allontanava sempre di più dal mutuo originario, e le caratteristiche di solvibilità del prestito (valore dell’immobile a garanzia, percentuale finanziata, tasso di interesse, puntualità nel rimborso da parte dei debitori) tendevano ad annacquarsi nella statistica dei grandi numeri.

Se si considerava ‘fisiologica’ una percentuale di insolvenza del 30 per cento, ad esempio, tutte le agenzie finanziarie intervenute nella catena garantivano il regolare rimborso di interessi e capitale anche se, per ipotesi, il singolo mutuatario non pagava una rata. Al momento di valutare quel portafoglio, infatti, veniva fatto uno sconto sul valore per togliere proprio quella componente che si riteneva a rischio di default. Fintanto che gli insoluti restavano sotto quella soglia, il castello reggeva.

Quando successe che molti debitori avevano difficoltà a pagare le rate, e le insolvenze aumentavano a macchia d’olio, le banche detentrici dei mutui iniziarono a vendere le case a suo tempo ipotecate a garanzia del credito. Ma in una situazione di crisi, in cui era impossibile collocare sul mercato un così grande numero di abitazioni perché non c’erano risorse disponibili, l’unico risultato fu un crollo generalizzato dei prezzi, e quindi del valore delle garanzia stesse.

Si aggiunga che, sull’onda della precedente espansione, per aumentare il giro di affari, i mutui erano stati concessi per importi molto vicini, e talvolta superiori, al valore degli immobili ipotecati. Il risultato fu che molti dei titoli ABS non venivano onorati alla scadenza delle rate, e i possessori delle obbligazioni si trovarono a loro volta a veder polverizzato il valore del loro investimento, che avevano creduto pressoché sicuro in quanto garantito dagli immobili.

La catena dei fallimenti si sviluppò a grande velocità e travolse una gran parte delle istituzioni finanziarie coinvolte: le prime furono le agenzie governative USA Fannie Mae e Freddie Mac, specializzate proprio in concessione di mutui ipotecari, e a ruota finanziarie, compagnie di assicurazione, banche.

Il resto è storia: l’allontanamento della finanza dall’economia reale aveva fatto sì che non ci fosse ormai nessuna correlazione fra il circuito reale (l’acquisto della casa da parte delle famiglie) e quello finanziario (l’enorme sovrastruttura costruita sui mutui).

 

Analogamente funzionano le “bolle speculative” in borsa: quando il valore di un’azione si allontana dall’andamento economico della società che l’ha emessa, e il suo prezzo riflette più la domanda di investitori attratti dal continuo aumento che le prospettive di reddito dell’azienda, basta poco per riportare il tutto alla realtà.

È quello che successe con le prime dotcom: società nate sull’entusiasmo del fenomeno Internet, i cui titoli venivano richiesti a prezzi folli, totalmente decorrelati al valore effettivo delle aziende.

Per questo occorre essere estremamente cauti con i fenomeni finanziari che non hanno una base effettiva nella produzione e scambio di beni e servizi, ma danno l’illusione di poter crescere all’infinito sospinte dalla domanda di investitori avidi e creduloni. E il riferimento ai bitcoin e alle criptovalute, delle quali ci occuperemo prossimamente, è tutt’altro che casuale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’ A B C dell’economia

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Se nel corso di una cena fra amici uno dei commensali chiedesse qual è la disciplina o la materia che più influisce sulla vita delle persone, sulla qualità delle loro esistenze, sulla loro felicità o infelicità, le risposte che otterrebbe sarebbero probabilmente le più disparate.

Le più “gettonate” sarebbero di sicuro la medicina, ma anche la ricerca chimica e biomedica: senza di loro non sarebbe possibile curare gli ammalati, debellare le malattie, migliorare le condizioni di salute della gente.

Qualcuno potrebbe però rispondere che senza risorse economiche pubbliche sufficienti la medicina sarebbe solo privata e quindi riservata a pochi eletti, mentre la ricerca scientifica resterebbe confinata nei laboratori delle multinazionali farmaceutiche e finalizzata esclusivamente al profitto. Certamente un altro commensale proporrebbe invece l’ingegneria o la meccanica, in grado di costruire strade, case, città, fabbriche, alta tecnologia.

Ma anche in questo caso determinante sarebbe la dinamica degli investimenti, legata ai cicli produttivi e quindi alle funzioni di domanda, di consumo, ai tassi di interesse e così via.

Inevitabile che qualcuno metta sul tavolo il “peso” della cultura: senza valori morali e ideali, senza le basi e le radici che solo una solida conoscenza e la formazione possono fornire, non si va da nessuna parte. Sarebbe però naturale controbattere che si comincia a pensare alla cultura solo quando i bisogni primari sono stati soddisfatti, quando la sopravvivenza è assicurata.

Potrebbe sembrare un’impostazione materialista e forse lo è. Ma l’economia è oggettivamente alla base della nostra vita, ne condiziona pesantemente – in senso positivo o negativo – molte delle sue fasi ed ha un rilievo tale che non è possibile prescindere da essa.

A parte l’eterno dilemma se i soldi possono dare la felicità o meno – meandro nel quale è bene non addentrarci – è chiaro che scopo, se non principale, quanto meno sicuramente molto importante dell’impegno nel lavoro, degli sforzi per la carriera e per il successo è senza dubbio il denaro.

Non solo, ma la possibilità stessa di svolgere proficuamente ogni tipo di lavoro è connessa a fattori economici. E inoltre: una volta ottenute le risorse finanziarie e soddisfatti i bisogni immediati di consumo, si pone il problema di come investire, proteggere e far crescere il patrimonio.

Per non parlare di chi le risorse deve invece reperirle per fare un investimento, per finanziare un’iniziativa o un’azienda o semplicemente per sopravvivere.

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Lavorare tutta una vita per poi vedere polverizzati i risparmi da un investimento sbagliato oppure finanziare un investimento aziendale in modo non corretto ed esporre l’impresa a oneri prolungati ed evitabili, oppure lasciare il denaro (i talenti della parabola evangelica) improduttivo: tutto questo, e altro ancora, è il risultato della carenza di educazione finanziaria.

O meglio, dell’enorme divario (o gap, come direbbero quelli bravi) fra complessità degli strumenti finanziari e conoscenze specifiche di chi quegli strumenti deve utilizzare. Come se pensassimo di guidare una Ferrari senza aver mai preso in mano neanche una Cinquecento, o se volessimo andare per mare in barca a vela sapendo a mala pena nuotare.

In questo blog, e con i diversi canali a disposizione, abbiamo spesso fornito elementi di base che consentissero anche al risparmiatore inesperto di orientarsi in questa giungla, ma ci siamo quasi sempre limitati al solo aspetto finanziario.

Una vera conoscenza deve invece affondare le radici nell’economia reale, nella dinamica delle funzioni di produzione, consumo, risparmio, investimento, che sono poi quelle che influiscono sulla vita reale di tutti i giorni.

Come si muove il mercato? Come si formano i prezzi? Perché si crea inflazione? Quali sono le forze che guidano il mercato del lavoro? Cosa influisce sul commercio? Che ruolo ha lo Stato? Perché pagare le tasse e quanto sarebbe giusto pagarne? Sono solo alcuni degli interrogativi che stanno alla base della scienza economica e coi quali ci dobbiamo confrontare continuamente, anche se non ce ne rendiamo conto.

Da qui l’idea di partire dall’A B C dell’economia, di costruire un percorso che cerchi di fornire non solo le nozioni, ma soprattutto i ragionamenti che ne stanno alla base, per una consapevole comprensione dell’homo oeconomicus: di colui che, con i suoi comportamenti, determina il campo di gioco, la cornice in cui si svolgono i fatti e gli eventi della vita.

L’idea è di sviluppare questo progetto a settimane alterne con gli articoli del blog, in modo tale che anche i lettori più esperti continuino a trovare interesse in argomenti a un livello più complesso. Se poi, come speriamo, il discorso avrà un senso compiuto e unitario, questo potrebbe fornire la base per un’autonoma pubblicazione monografica.

Questo è il mio regalo di Natale per i lettori del blog: vorrei che fosse parte di un dialogo in cui anche il lettore possa fornire via via le indicazioni per farci comprendere se ci stiamo muovendo sulla strada giusta o no, se i concetti e il linguaggio sono abbastanza chiari o se è il caso di tornarci sopra.

Inizieremo la serie il primo giorno del 2018 parlando delle differenze fra economia e finanza, fra circuito reale e circuito monetario, fra beni e servizi – da una parte – e denaro dall’altra.

Nel frattempo, buon Natale a tutti i lettori!

 

 

Famolo strano: uno sguardo sugli strumenti più complessi

 

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Concludiamo questa miniserie che abbiamo chiamato “cosa c’è dietro l’angolo” con una rapida incursione nel segmento dei titoli un po’ più inusuali e complessi, per cercare ci capire se può valere la pena aumentare il rischio per ottenere un rendimento maggiore.

Pur essendo forme di impiego ampiamente trattate sui mercati specializzati e molto diffuse, si tratta pur sempre di titoli non adatti a chi non abbia un minimo di conoscenze tecniche e non sia in grado di comprenderne l’effettivo livello di rischiosità.

 

In effetti, come avrebbe detto il protagonista del film di Carlo Verdone: “famolo strano”…

 

Per quanto riguarda gli investimenti in valuta, i lettori di questo blog dovrebbero aver acquisito elementi sufficienti per valutare l’opportunità di tenere impiegata in valuta estera una parte del proprio patrimonio finanziario, tendenzialmente compresa fra un quinto e un sesto.

Stiamo parlando in via principale di titoli obbligazionari, ma anche – per gli investitori più smaliziati – di qualche sporadica incursione nel mondo delle opzioni su valute.

Le obbligazioni in valuta corrispondono infatti tassi di interessi che, per le rispettive valute, sono in genere diversi da quelli in Euro. Ad esempio, un titolo di Stato USA a 10 anni rende oggi intorno al 2,35% mentre un titolo di Stato tedesco di pari scadenza rende lo 0,37%: quasi due punti percentuali di differenza che, su tassi così contenuti, sono davvero tanti.

Naturalmente il titolo in valuta darà luogo a cedole e rimborsi di capitale nella stessa valuta in cui è denominato, per cui se al momento di incassare tali flussi si volesse convertire il ricavo in Euro, il risultato dell’operazione sarà dato, oltre che dal rendimento del titolo, anche dalla differenza fra il cambio all’inizio e alla fine.

Se in questo periodo la valuta in cui abbiamo investito si apprezza rispetto all’Euro, avremo fatto un guadagno ulteriore rispetto alla cedola; se invece si deprezza, il rendimento ne sarà ridotto, fino a configurare una perdita.

Se ad esempio confrontiamo in un anno l’investimento di 10.000 Euro in Bund tedeschi a 10 anni con l’investimento in Treasury Bond americani, supponendo che i tassi di interesse nel periodo non cambino, avremo:

Euro: investiamo 10.000 € oggi e ricaviamo 10.037 Euro a scadenza

Dollari: investiamo (al cambio Euro/Dollaro odierno di 1,18)11.800 $ oggi e ricaviamo 12.077 $ a scadenza.

Se ipotizziamo che il cambio Eur/Usd resti quello odierno, avremo dunque fra un anno € 10.235, cifra ben superiore a quella realizzata investendo in Bund.

Se il dollaro a scadenza fosse invece diminuito a 1,20, i due investimenti sarebbero equivalenti.

Se infine il dollaro diminuisse attestandosi a 1,22, a scadenza avremmo 9.899 Euro e quindi saremmo penalizzati, subendo addirittura una perdita rispetto al capitale iniziale investito. Se invece il cambio dopo un anno vedesse il dollaro rafforzato a 1,16, il nostro capitale diventerebbe 10.411 € ed avremmo fatto dunque un buon affare.

Da questo si capisce come, investendo in valute che hanno tassi superiori all’Euro, possiamo guadagnare se tale valuta cresce o, al massimo, si riduce fino a compensare il differenziale dei tassi: nel nostro caso da 1,18 a 1,20.

Affinché l’investimento in titoli in valuta estera sia redditizio, dovremmo quindi cercare valute che hanno tassi superiori all’Euro ma che soprattutto riteniamo non si possano deprezzare.

Oggi queste condizioni sono presenti, a parte che in relazione al dollaro su cui torneremo fra un attimo, in alcune divise minori dei paesi emergenti quali Brasile, Messico e Sudafrica. In Europa può valere la pena guardare con attenzione sterlina inglese, corona svedese e slotzy polacco anche se i tassi non sono molto diversi da quelli in Euro.

 

Gli analisti per i prossimi mesi si aspettano che il dollaro resti nell’intervallo 1,15-1,20 senza grandi scossoni. Le aspettative di apprezzamento del biglietto verde si sono infrante sugli errori e le indecisioni dell’amministrazione Trump, mentre l’attesa riforma fiscale del sistema americano, sulle quali i rialzisti riponevano grandi aspettative, è andata in gran parte delusa.

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Investire nelle altre valute citate è oggettivamente piuttosto rischioso, sia perché in genere sono molto volatili ed espongono a rischi di notevoli oscillazioni dei cambi, sia perché devono essere trovati emittenti affidabili, in situazioni in cui talvolta anche gli stessi stati sovrani lo sono poco.

Se poi qualcuno dei più esperti volesse cimentarsi in operazioni più ardite, potrebbero essere tentate – cercando però di ridurre al massimo l’impiego di capitale e quindi utilizzando la leva del debito – le opzioni su cambi. Si tratta di un’operatività molto particolare, sulla quale non ci dilunghiamo. Diciamo solo che se dovessimo scommettere oggi, punteremmo qualche fiche sull’apprezzamento della sterlina inglese, delle valute europee sopra ricordate e sul deprezzamento del franco svizzero.

 

Esistono poi strumenti di investimento “alternativi”, anche in questo caso di un certo livello di complessità e rischio. Potrebbe però valere la pena di prenderli in considerazione, anche se per frazioni limitate del proprio portafoglio, perché potrebbero dare un buon contributo alla redditività in tempi di tassi molto magri.

Si tratta delle cosiddette commodities, ovvero le materie prime per le quali esistono mercati regolamentati. Fra tutte le materie scambiate, quelle sulle quali può essere interessante fare una riflessione sono il petrolio e l’oro.

I prossimi mesi, per tutto quello che abbiamo detto anche in questa miniserie, dovrebbero vedere un certo aumento del prezzo del petrolio, che è tornato a crescere dopo un periodo di flessione durante il quale sono state praticamente esaurite le scorte in precedenza accumulate.

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Viceversa, se la situazione dei mercati continua ad essere positiva e il dollaro non si indebolisce, è ragionevole attendersi una certa debolezza nel prezzo dell’oro.

In questa logica, l’investitore più dinamico potrebbe quindi acquistare opzioni call sul petrolio oppure, più semplicemente, titoli il cui valore aumenta al crescere del prezzo, come gli energetici. Parimenti, si potrebbero comprare opzioni put sull’oro oppure attivare una qualunque operazione che possa realizzare lo stesso risultato.

Si tratta tuttavia di operazioni di una certa complessità che richiedono un buon livello di conoscenza della materia e che, dunque, non sono consigliabili agli investitori meno specializzati.

 

Tassi e debito: i mercati obbligazionari nell’anno che verrà

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Se la settimana passata abbiamo affrontato il tema delle previsioni del nuovo anno per il mercato azionario, proseguiamo ora questa breve rassegna ad uso dell’investitore accorto e razionale parlando delle obbligazioni.

Questi titoli, che tradizionalmente rappresentano la parte prevalente di ogni portafoglio, quest’anno non hanno dato tuttavia grandi soddisfazioni. I rendimenti continuano a mantenersi molto bassi, nonostante le aspettative di rialzo dei tassi da questa e dall’altra parte dell’Oceano.

L’enorme liquidità presente nel sistema è stata solo marginalmente scalfita da politiche monetarie delle banche centrali che, a dispetto delle dichiarazioni di intenti, si mantengono espansive. La Banca Centrale Europea, in particolare, sembra che non proceda ad aumenti di tassi neanche nel 2018, mentre la Federal Reserve statunitense dovrebbe approvare un aumento frazionale in dicembre e poi altri nei mesi successivi, ma comunque molto più timidamente di quanto pareva qualche mese fa, prima del cambio al vertice.

 

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Se i tassi non salgono e anche l’inflazione si mantiene debole, non si vede perché il risparmiatore dovrebbe accanirsi a sottoscrivere titoli che rendono poco e incorporano comunque, specie i titoli corporate, un rischio di credito. Rischio per rischio, tanto vale allora prendersi le azioni…

I bond governativi poi (BTP, Treasury Bond del governo USA, Bonos spagnoli, per non parlare dei Bund della Merkel) hanno rendimenti talmente risicati che solo per scadenze pluriennali raggiungono qualche punto percentuale. Addirittura per scadenze inferiori all’anno i rendimenti sono negativi, ovvero è necessario riconoscere interessi all’emittente anziché incassarli.

Se vogliamo avere un minimo di soddisfazione, dobbiamo rivolgerci ai cosiddetti high yield (titoli ad alto rendimento, ma più rischiosi in quanto emessi da soggetti con rating basso) e, in particolare, a quelli perpetui o comunque a scadenza molto lontana. In ogni caso, in vista dei fantomatici aumenti dei tassi, meglio il tasso variabile di quello fisso.

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E tutto questo per portare a casa magari il 6 o 7%, sperando che gli emittenti non falliscano o i tassi non aumentino troppo. Questo è il motivo per cui i mercati azionari stanno raccogliendo il successo di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente.

Va tenuto presente che c’è una correlazione inversa fra tassi di interesse e prezzi dei titoli: quando i tassi aumentano, i prezzi di mercato delle obbligazioni diminuiscono e chi le ha in portafoglio – se vuole venderle prima della scadenza – subisce una perdita di capitale concettualmente analoga alla penalizzazione di tenere investiti i propri soldi ad un tasso divenuto più basso di quelli correnti.

La prospettiva che i tassi aumentino, anche se poi questo non succede, tiene quindi lontani gli investitori dai mercati obbligazionari. Se ci si aspetta che i prezzi diminuiscano, meglio rinviare l’investimento e comprare a prezzi più bassi.

 

Ciò non significa ovviamente che dobbiamo uscire dal mercato obbligazionario, sia perché le previsioni sono appunto previsioni e non certezze e quindi potrebbero non rivelarsi azzeccate, sia soprattutto perché è bene tenere un profilo equilibrato e una asset allocation strategica orientata al medio periodo.

Come abbiamo più volte ripetuto, le scelte strategiche di portafoglio devono essere in funzione della propria situazione patrimoniale e reddituale, degli obiettivi e della propensione al rischio e sicuramente dei macro trends dell’economia. Gli scostamenti contingenti devono invece essere alla base dell’asset allocation tattica: quindi se abbiamo una minusvalenza teorica su un determinato titolo ma riteniamo che possa recuperare, è bene tenerlo in portafoglio.

C’è inoltre un altro fattore che a nostro avviso è destinato ad acquisire sempre più importanza: la volatilità. Questi ultimi anni hanno visto livelli di volatilità insolitamente contenuti, ma non è detto che la cuccagna duri all’infinito.

Se i mercati dovessero tornare ad una instabilità strutturale, l’investimento premiante sarebbe quello in titoli flessibili e in primo luogo in quei fondi di investimento che lavorano e guadagnano appunto sulla volatilità. Fino ad ora hanno avuto rendimenti molto bassi, ma è plausibile attendersi che presto possa tornare anche il loro momento di gloria.

Se così è, una buona scelta potrebbe essere quella di indirizzare parte delle proprie risorse su questo tipo di asset, approfittando degli attuali prezzi bassi.

Quello che abbiamo detto sulle obbligazioni vale, ovviamente, solo per i titoli in Euro: degli investimenti in valuta, come pure in altri strumenti, parleremo nel prossimo articolo. Come vedremo infatti, nel caso della valuta la principale componente di reddito, oltre che il maggior tasso offerto rispetto a quello in Euro, sta proprio nella prospettiva di un apprezzamento della valuta medesima.

 

Riepilogando: l’investimento obbligazionario in Euro, anche se in questo momento meno redditizio rispetto a quello in azioni, può essere consigliabile a tasso variabile e con una quota riservata agli high-yield, ovvero titoli a tasso più elevato anche se più rischioso e alle scadenze più protratte. Da valutare sicuramente l’ingresso in un fondo obbligazionario flessibile per trarre vantaggio dall’eventuale aumento di volatilità dei mercati.