Pillole di Finanza: le aziende che licenziano sono buone aziende?

 

Fra le tante conseguenze negative che la grande crisi iniziata nel 2007 ha portato, quella sicuramente più devastante è stata una forte riduzione dei posti di lavoro e soprattutto una marcata sfiducia da parte delle aziende a investire sulle risorse umane.

Insieme ai noti vincoli di bilancio che un po’ dappertutto impediscono di fare nuove assunzioni nel settore pubblico, questo ha determinato un crollo verticale dell’occupazione, in particolare quella delle categorie più deboli.

I giovani e i meridionali sono coloro che hanno pagato il tributo più alto, le donne (la cui occupazione è in proporzione diminuita meno di quella dei maschi, ma se ne mantiene di molto superiore) continuano a vedere il lavoro come un miraggio e le ferite profonde subite dal sistema impiegheranno molti anni ad essere rimarginate. A questo si aggiunga l’effetto deleterio delle novità introdotte con la “riforma Fornero” (legge 92/2012) che ha di fatto bloccato il turnover.

Tutte le aziende che si sono trovate in difficoltà finanziaria e di mercato e hanno dovuto intraprendere processi di risanamento, per prima cosa hanno pensato a licenziare. E licenziare sempre i dipendenti, quasi mai mettere in discussione i manager che, quanto meno, non hanno saputo – non che fosse facile – tenere dritto il timone durante la tempesta.

Si sono succeduti piani industriali dei settori più disparati, il cui unico e sicuro elemento in comune era la riduzione dei costi del personale. Quanto più grandi erano (e sono, purtroppo) i numeri degli esuberi e i tagli degli stipendi, tanto più i piani sembravano credibili e apprezzabili dal mercato.

Anche la finanza ne è stata pesantemente travolta, e anzi in genere è stata la prima a partire con gli esodi di massa.

La domanda che un investitore deve porsi è allora: è meglio stare alla larga dalle aziende in difficoltà oppure dare credito ai piani di sviluppo presentati al mercato? Se non si investe non si rischia certo di subire perdite, ma se non si colgono le buone occasioni, perdiamo opportunità di cui potremmo pentirci.

E i business plan migliori sono quelli in cui si licenzia di più e si risparmia di più? Non sempre e non solo, anzi sono propenso a credere che nessuno sviluppo si possa basare principalmente su una riduzione drastica della forza lavoro e della scala dimensionale.

I veri piani di sviluppo sono quelli che conducono alla crescita dell’azienda, e non al suo ridimensionamento. Molto spesso la crisi nasce dal mercato e non dalla produzione. Un’azienda comincia ad andare male se non riesce a vendere i propri prodotti. Se il mercato non funziona, non è recettivo per i prodotti di un’azienda, possiamo avere anche costi uguali a zero ma difficilmente avremo un futuro.

La leva dei costi è ovviamente inevitabile, ma può durare al massimo un anno o due, dopo di che o si recuperano quote di mercato e di fatturato, o si chiude. Gli investitori, dal canto loro, sono disposti a premiare, anche in tempi di crisi, quelle società che riescono a vendere, soprattutto all’estero, e che quindi necessariamente devono invece investire. Basti vedere l’andamento del mercato azionario “star” in Italia, quello delle medie imprese ad alti requisiti, il cui indice FTSE STAR è aumentato nell’ultimo anno del 45%, ed è destinato a crescere ulteriormente.

Se andassimo a vedere i dati dell’occupazione nelle aziende comprese nell’indice o semplicemente quotate allo star, scopriremmo con sorpresa che sono tutte aziende che nell’ultimo anno hanno assunto, e  non poco.

 

Visto dalla parte degli uomini: il decalogo delle relazioni e dell’autostima

Riprendiamo a parlare di capitale umano femminile.

 

Il nostro viaggio è iniziato con Chiara Falletti che ci parlava delle occasioni perdute anche nell’era digitale e del fenomeno delle “infiltrate”, donne che raggiungono il successo con modalità tipicamente maschili, da infiltrate in un mondo che non valorizza le loro prerogative femminili.

Poi Alessandra Orlando e Claudia Segre ci hanno accompagnato rispettivamente nel mondo del lavoro in banca e della finanza, anche qui pieni di occasioni perdute.

E infine ancora Chiara Falletti ha cercato di indicare la strada che le donne possono percorrere nei loro gesti quotidiani per superare questo gap.

 

Questa volta tocca all’uomo: anche per i maschietti un decalogo di comportamenti ed azioni suggeriti sempre da Chiara Falletti.La via maestra è quella del recupero pieno dell’autostima, del riconoscimento delle debolezze e del rifiuto delle violenze, di ogni tipo.

La prossima puntata parleremo del “capitale erotico”, un altro appuntamento da non perdere assolutamente.

Buona lettura!

 


 

 

DECALOGO DELL’AUTOSTIMA PER L’UOMO

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Ma perché autostima?

Sesso debole versus sesso forte. Questi due aggettivi che definiscono da decenni i due generi, opponendoli l’uno all’altro come nemici comportamentali, in realtà nascondono comuni debolezze, paure, insoddisfazioni.

Il fatto stesso di indicare due soli generi, maschile e femminile, è sicuramente già obsoleto ed occorrerebbe porvi rimedio al più presto, ma per il momento restiamo alla base del problema.

Stereotipi sociali, col pretesto di una diversità genetica, hanno nascosto e nascondono la vera essenza del “genere” umano, creando sofferenza negli uomini e nelle donne che faticano a adeguarsi.

 

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Ecco dunque un decalogo per l’uomo che, analogamente a quanto proposto per la donna, può aiutare a superare l’attuale situazione, con evidenti e formidabili benefici per entrambi.

  1. PRENDERE ATTO CHE ESISTE UNA “QUESTIONE MASCHILE” DA SEMPRE TRASCURATA;
  2. CAPIRE E MANIFESTARE LA PROPRIA SOFFERENZA PROFONDA PER CORRISPONDERE ALLE ASPETTATIVE DEL MONDO ESTERNO;
  3. PORSI IL PROBLEMA DELLA CULTURA DEL CONTROLLO E POSSESSO DELLA DONNA, USCIRE DAL SILENZIO E DIRE UN ‘NO’ DECISO ALLA VIOLENZA CHE NE E’ LOGICA CONSEGUENZA;
  4. RIFLETTERE SULLE PROPRIE INSODDISFAZIONI, LIMITAZIONI, INADEGUATEZZE PER TROVARNE I RIMEDI E DIVENTARE PIU’ FELICI E PIU’ LIBERI, PER CRESCERE INSIEME ALLE DONNE;
  5. ACCETTARE LE PROPRIE FRAGILITA’ E PAURE SENZA VERGOGNA, SOLO COSI’ SI PUO’ MIGLIORARE LA PROPRIA AUTOSTIMA;
  6. APPRENDERE ED ACCETTARE CHE IN OGNI PERSONA, UOMO O DONNA, COESISTONO VULNERABILITA’ E FORZA, RABBIA E LACRIME, RAGIONE E SENTIMENTO. NON SI PUO’ CAMBIARE: SENTIMENTI ED EMOZIONI PERMETTONO AGLI UOMINI L’APRIRSI DI NUOVI ORIZZONTI ED OPPORTUNITA’. UNA NUOVA ERA CHE SENZ’ALTRO VORRANNO E SAPRANNO COGLIERE.
  7. SENTIRE IL BISOGNO DI ESSERE SEMPRE PIU’ FORTE, PIU’ COMPETITIVO, PIU’ DIFESO PORTA SPESSO ALLA VIOLENZA, PSICOLOGICA E FISICA, NEI CONFRONTI DI CHI CI STA ACCANTO.

 

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  1. PORRE FINE ALLA GUERRA TRA I GENERI,SPESSO SCATURITA DALLA SMANIA DI POTERE, SUPERIORITA’ E CONTROLLO. DIRE BASTA ALL’IMPOSIZIONE SOCIALE DI UNA PRESUNTA SUPREMAZIA MASCHILE SIGNIFICA AUTOCOSCIENZA E RICERCA DI NUOVE MODALITA’ RELAZIONALI FRA I DUE GENERI, ANCHE SOTTO L’ASPETTO SESSUALE;
  2. NON ACCETTARE IL PRETESTO DI CULTURE E RELIGIONI DIVERSE A GIUSTIFICARE LA VIOLENZA. PURTROPPO NON NE SONO IMMUNINEPPURE I MASCHI OCCIDENTALI ED ACCULTURATI;

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  1. RISPETTARE IL CORPO FEMMINILE TROPPO SPESSO NEGATO E DISPREZZATO FINO A FARNE OGGETTO DI SCAMBIO. LANCIARE UN APPELLO AL PROPRIO GENERE AFFINCHE’ SI FERMINO VIOLENZE COME OMICIDIO, STUPRO, PERCOSSE, COSTRIZIONI, NEGAZIONI DELLA LIBERTA’ DELLE DONNE NELLE FAMIGLIE, SUI POSTI DI LAVORO E OVUNQUE.

 

Della questione maschile si parla da tempo ma è indispensabile un notevole sforzo educativo e culturale. Progetti innovativi utilizzano  strumenti quali il teatro o il gioco per favorire, tramite l’arte, questa trasformazione sociale o superare la mera limitazione concettuale, stimolando l’esplorazione di relazioni nuove.

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Si parla soprattutto di come affrontare la questione maschile senza rafforzare la centralità degli uomini nella nostra società, di come favorire un processo di evoluzione che permetta agli uomini di affrancarsi da un sistema patriarcale di cui beneficiano solo in apparenza, di come trasformare il maschile senza provocare resistenze e rigidità.

Sono nati progetti educativi e corsi di formazione gratuiti per il personale docente delle scuole dell’infanzia, primarie e secondarie, dove viene appunto sviluppata la cultura delle differenze e la prevenzione alla violenza. L’una insegue l’altra, sono così saldamente connesse che spesso non siamo in grado di riconoscerne la consequenzialità.

 

Proprio il tema del rispetto e della valorizzazione delle differenze è invece la base per prevenire forme di esclusione, discriminazione, ed ogni forma di violenza, fisica, sessuale o psicologica.

Questa dovrebbe essere la chiave educativa, in senso civico, da insegnare a tutti i cittadini, in qualsiasi contesto, non solo  in ambito scolastico, ma anche lavorativo, religioso e sociale.

E’ di fondamentale importanza dare visibilità all’esistenza di una ‘rete’ già consolidata di soggetti attivi sul territorio sui temi del contrasto alla violenza, dell’accoglienza e della protezione delle vittime, e del trattamento degli autori di violenza, in modo che tutti, uomini e donne, non si sentano soli e sappiano dove rivolgersi

 

Concludo con una riflessione banale e più volte affrontata da molti e in molti altri contesti.

In molte lingue ‘uomo’ è, non a caso, sinonimo di “essere umano”: siamo consapevoli che quell’uomo non è che una generalizzazione, poiché l’umanità è formata da maschi e femmine e dall’incontro delle loro diversità che tali restano?

 

CHIARA FALLETTI

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Pillole di Finanza: l’importanza dell’informazione in finanza

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In finanza, come in molti altri campi della vita, l’informazione è tutto.

Chi si occupa di investire le proprie risorse o di reperire mezzi finanziari sa bene che molte delle decisioni e dei risultati delle proprie scelte dipendono dalle informazioni di cui dispone, da quelle che vengono diffuse, dalle modalità e dai tempi con cui gli eventi vengono comunicati.

Un’informazione sbagliata, un dato o un evento non comunicato o comunicato male, la diffusione di elementi o notizie false possono pregiudicare il buon esito di un investimento e, talvolta, integrare gli estremi di veri e propri reati.

 

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E allora: al punto di vista del risparmiatore medio, come difendersi dal flusso informativo che rischia di travolgerci? Nessuna notizia è forse meglio di troppe notizie?

No, e vediamo perché.

Investire significa puntare su un’azienda, su un progetto imprenditoriale, su una storia di sviluppo e crescita. Per far questo è bene sapere qual è lo stato di salute dell’azienda, il suo business plan, il suo percorso strategico. Non che ogni investitore debba essere esperto di finanza aziendale o di gestione d’impresa ovviamente, ma è necessario che abbia la percezione, formata e rafforzata da consulenti ed opinionisti in cui ha fiducia, di trovarsi davanti ad una realtà solida, ben strutturata, con buone idee e buone prospettive.

Per questo le autorità di mercato (per l’Italia la Consob) rendono obbligatoria, in modo paritario nei confronti di tutti i destinatari, la diffusione almeno trimestrale dei dati gestionali dei vari titoli (fatturato, costi, reddito prodotto). Non solo ma è obbligatoria la tempestiva e corretta diffusione presso il pubblico di notizie di eventi che possono influenzare il mercato come ad esempio operazioni di fusione allo studio, importanti contratti o cause legali.

Abbiamo visto in precedenti “pillole” come possa incidere sulla quotazione dei titoli delle società coinvolte l’indiscrezione in merito a un probabile merger (fusione) o bid (offerta o scalata).

In alcuni casi accade che notizie false siano diffuse con il preciso intento di indurre gli investitori a comprare una determinata azione, facendone salire il prezzo, o venderla, facendolo crollare. E ciò normalmente da parte di chi, rispettivamente, vuole vendere oppure acquistare quei titoli e trarre quindi un profitto dal comportamento degli investitori indotto dalla notizia falsa. Tale condotta configura il reato di aggiotaggio (art. 2637 c.c.), di cui oggi si sente parlare molto spesso.

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In altri casi invece bisogna tener conto del fatto che l’informazione non è libera ed obiettiva ma, in qualche modo, guidata da un interesse non esplicito e tuttavia influente. È il caso della cosiddetta “pubblicità occulta” che la stampa o la televisione possono diffondere attraverso articoli che presentano un’azienda in modo positivo al fine di ottenere da quell’azienda inserzioni o contratti favorevoli. Si tratta certamente di una fattispecie meno grave rispetto all’aggiotaggio perché spesso si realizza mediante meri articoli qualitativi e non di notizie puntuali, con ampio uso di superlativi e foto accattivanti. Quando fra l’oggetto dell’articolo e chi lo pubblica esiste un legame societario diretto o indiretto, chi scrive è obbligato ad esplicitarlo; talvolta questo legame non c’è e tuttavia la rappresentazione che viene data è influenzata da motivi diversi rispetto alla valutazione obiettiva.

Il consiglio è quello di selezionare le informazioni; scegliere le fonti dando credito solo a quelle sicure; cercare conferme in consulenti di fiducia o in altre fonti; preferire le informazioni numeriche, più difficilmente ritoccabili rispetto a quelle qualitative, se non scrivendo dati falsi; non decidere in base ad un solo articolo o ad una sola informazione ma ricercare le medesime notizie anche in fonti diverse.

Un giornale può avere una notizia in esclusiva, ma di solito, se la notizia è davvero importante e fondata, nell’arco di qualche giorno, viene ripresa e rilanciata da altre fonti e dalla stessa azienda al centro dell’attenzione. La Consob infatti, quando escono notizie importanti, chiede sempre conferma alle società. Se anche siamo colpiti da un’informazione o dalla dritta di uno dei tanti bene informati, buona regola è aspettare qualche giorno prima di buttarsi e nel frattempo cercare conferme altrove.

Infine, un ultimo ma fondamentale consiglio: farsi preventivamente un’idea in modo autonomo su paesi, settori, aziende ed individuare un paniere di oggetti eligible e un paniere di oggetti da evitare: il trasferimento di un titolo da un paniere all’altro deve infatti essere sempre ben motivato e ponderato.

E, comunque, diffidare sempre di squilli di tromba e di toni trionfali: meglio perdere un buon affare che trovarsi invischiati in acquisti sbagliati.

Palazzo Butera: da Palermo un progetto di apertura e accoglienza

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Incredibile la determinazione e il commitment di Massimo Valsecchi e della moglie Francesca Frua de Angeli nei confronti della città di Palermo per il progetto di restauro di Palazzo Butera (“la mia prigione” dice scherzando il mecenate di origini liguri e di illustri ascendenze imprenditoriali marittime), nell’ambito di una grande idea di inclusione e contaminazione culturale.

Palermo è infatti, fin dall’antichità, tradizionale punto di arrivo di uomini, idee, arte e talento. Lo è stato in passato con i greci, con gli arabi, con i normanni, con gli spagnoli; lo è oggi molto meno con l’Università, con Leoluca Orlando sindaco “di ritorno” e il Cerisdi ora in disarmo del compianto già potentissimo Padre Pintacuda che sullo stesso Orlando ebbe influenza decisiva; lo sarà domani con Palazzo Butera, in questo momento il maggiore cantiere culturale d’Europa, con 9.000 metri quadri di spazi espositivi e la passeggiata che domina il Foro Italico e l’intero Golfo.

 

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In tempi di muri, che anziché essere abbattuti per impedire di fuggire, vengono eretti per impedire di entrare, Massimo si pone in modo silenzioso ma deciso contro corrente. La Brexit è stata poi la prova che la sua scelta di lasciare l’Inghilterra per la Sicilia è quella giusta, lungimirante e illuminata.

Il mare, che attraverso il nuovo ingresso del Palazzo sarà la strada ideale per entrare in Italia, farà di Palermo il centro di accoglienza di culture e sensibilità diverse che, ci auguriamo, si contamineranno e fonderanno, com’è avvenuto per la costruzione della splendida Cappella Palatina.

Se ha ancora un senso oggi essere mecenati, i coniugi Valsecchi ne rappresentano il senso vero, lo sforzo per insegnare a volare alto e indicare la direzione che va ben oltre il mero restauro dei muri e degli ambienti.

Massimo si illumina quando parla del suo progetto culturale, rispetto al quale i tanti milioni di euro stanziati per il restauro hanno una funzione meramente strumentale. Se non si capisce questo, non si capisce il personaggio, che evita visibilità e clamore mediatico e si è imposto una vita da “recluso” per respirare e modellare il cantiere, che unisce il passato al futuro, il mare alla terra.

Il passato è quello del palazzo che fu teatro delle ultime ore di vita del Principe di Salina, protagonista del celebre romanzo il “Gattopardo” di Tomasi di Lampedusa, e, prima ancora, del matrimonio nel 1718 del duca Ettore Michele Branciforte con la cugina Caterina Branciforte, principessa di Butera, quando il palazzo assunse il nome e la configurazione attuale.

Il futuro è quello che i Valsecchi – con il suo esercito di circa cento operai, trenta restauratori, decine di ebanisti, stuccatori, falegnami con ampia componente femminile, guidati e coordinati dal Marco Giammona– stanno costruendo dando corpo e materia alla loro visione illuminata.

 

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Due terzi del progetto, e tutti gli spazi espositivi, saranno ultimati entro il 2018, anno di Palermo capitale italiana della cultura e di “Manifesta12”, biennale d’arte contemporanea di livello internazionale che verrà ospitata proprio nel capoluogo siciliano.

Palazzo Butera sarà la casa della collezione Valsecchi, prestigioso patrimonio familiare che i Valsecchi hanno iniziato ad accumulare fin dai primi anni Settanta, e accoglierà i capolavori dei musei universitari di Cambridge e Oxford, con i quali sono stati stipulati accordi di partnership. Ci saranno poi spazi ad uso privato, con funzione mista residenziale e museale, collocati al piano nobile del Palazzo, che si rifaranno all’esperienza delle case-museo. Ci sarà anche lo spazio per ospitare sedi o filiali di organismi internazionali o comunitari, la cui funzione dovrà comunque essere coerente con le finalità di integrazione culturale e ideale del progetto.

 

Attraversare i saloni del piano nobile o la cavallerizza, la grande sala al piano terra con le colonne di pietra grigia che accoglieva le carrozze, passeggiare nel lungo corridoio esterno che sovrasta la “Passeggiata delle Cattive” a mare e da cui si vede il palazzo del principe di Tomasi di Lampedusa, salire le scale e ammirare i soffitti e controsoffitti settecenteschi: già da solo tutto questo vale una visita a Palermo.

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Ma riuscire a farlo scambiando idee, progetti, entusiasmi con persone di provenienza diversa, ammirando opere d’arte mai viste prima, organizzare cenacoli e occasioni d’incontro, creare momenti di studio e formazione, magari pensare a spettacoli e concerti da camera: ecco, questo è il valore aggiunto di Massimo e della sua visione.

 

Io credo che se il progetto, come tutto lascia supporre, andrà in porto, esso dovrà essere raccontato e fatto conoscere perché si possano magari attivare processi di emulazione da parte soprattutto delle amministrazioni pubbliche, visto che impegni di questa portata per i privati saranno difficilmente ripetibili in futuro. E questo non tanto per carenza di fondi, ma per mancanza di visione e tensione culturale.

 

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In effetti iniziative del genere, se correttamente gestite, possono avere un impatto economico sul territorio non trascurabile e di questo potranno rendersi conto le stesse amministrazioni pubbliche. Certo, forse con la cultura non si diventa ricchi, ma si può vivere e, soprattutto, far vivere pezzi di patrimonio, come il palazzo Butera che, senza questo progetto, sarebbe diventato uno dei tanti contenitori urbani in palese decadenza e quindi un problema anziché una risorsa.

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Magari è un sogno, ma senza sogni non si vive. E i Valsecchi stanno trasformando un sogno in realtà concreta, fatta di stanze, colonne, scale, soffitti. E di muri, che finalmente non dividono ma uniscono.

 

Pillole di Finanza: quando i soldi non bastano. Il mutuo

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Proseguiamo a parlare di chi è alla ricerca di mezzi finanziari per acquistare un immobile e decide di indebitarsi attraverso l’accensione di un mutuo, impegnandosi a restituire gradualmente la somma ricevuta ed a pagare i dovuti interessi concedendo inoltre l’immobile da comprare in garanzia alla banca in favore della quale costituisce ipoteca.

Una volta si riteneva (erroneamente) che il mutuo fosse l’operazione più sicura per la banca, in quanto se il debitore non pagava, l’istituto avrebbe potuto sempre rivalersi sull’immobile, escutendo l’ipoteca per venderlo all’asta e rientrare così in possesso dell’importo prestato.

L’esperienza ha dimostrato invece che quando le cose vanno male, il valore degli immobili diminuisce rapidamente e le vendite forzate, specie in momenti di crisi generalizzata, difficilmente consentono di recuperare tutto.

In passato infatti, veniva concessa a mutuo se non l’intera somma necessaria a comprare la case, almeno una percentuale molto alta, fino all’80 o al 90%. Specie quando la valutazione del bene è stata generosa, o in momenti di alti prezzi sul mercato, questo esponeva spesso le banche al rischio di perdite. Per tale motivo oggi difficilmente viene mutuato più del 65-70% del valore della casa, ma più spesso la percentuale di finanziamento non supera il 50%.

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Ciò significa, intanto, che chi vuole comprare un immobile, deve disporre all’incirca di almeno il 40/50% del costo ipotizzato, comprendendovi naturalmente anche i costi accessori quali spese notarili, agenzia immobiliare, assicurazioni, eventuali lavori di ristrutturazione ed utenze.

Inoltre, come per i prestiti personali, anche nel caso del mutuo è necessario non avere precedenti negativi segnalati e disporre di un reddito mensile ragionevolmente superiore alla rata. Quindi, prima di impegnarsi nell’acquisto della casa, è necessario verificare di possedere tali requisiti, altrimenti si potrebbe poi non essere in grado di perfezionare l’acquisto e magari perdere la caparra versata.

Esistono molti siti o programmi che, a seconda del tasso e della durata, calcolano la rata corrispondente ad un certo prestito: per questo il primo esame di fattibilità può e deve essere fatto dallo stesso acquirente.

Ad esempio, se abbiamo individuato una casa che ci interessa e che costa 200.000 euro, dobbiamo intanto averne disponibili la metà. Andiamo poi a vedere quanto all’incirca dovremo pagare di rata: sul mercato per tale tipo di mutuo (prima casa) le migliori offerte prevedono oggi una rata mensile di circa 900€ per la scadenza di 10 anni e di circa 640€ per la scadenza 15 anni (il tasso fisso è circa l’1,50/1,80%, corrispondente ad un TAEG – per la definizione si veda la pillola della scorsa settimana – del 2/2,10%).

Ciò significa che, posto che abbiamo 100.000€ liquidi disponibili, se il nostro stipendio medio è di 2.000€ al mese, sicuramente dovremo orientarci per un mutuo a 15 anni. Già con uno stipendio di 1.500€ invece, ammesso che la banca conceda il mutuo, avremmo davanti 15 anni non facili in cui oltre un terzo dello stipendio dovremo girarlo alla banca. Ma se abbiamo un reddito inferiore a 1.500€ al mese, certamente quella non è la casa per noi. Tutto questo poi senza considerare la stabilità di tale reddito per i 15 anni successivi: è per questo che molte giovani coppie oggi non riescono purtroppo a mettere su casa di proprietà nonostante che i tassi di interesse siano al minimo storico e che magari abbiano anche un buono stipendio.

 

Una volta fatte queste preventive verifiche, potremmo avventurarci nel percorso di acquisto della prima casa.

Per la scelta della banca più conveniente, anche in questo caso basta utilizzare i portali che mettono a confronto ed esplicitano le diverse offerte presenti sul mercato e valutare in termini di TAEG.

Nel caso della prima casa, va tenuto presente che una parte della quota interessi può essere annualmente detratta e quindi recuperata in sede di dichiarazione dei redditi, mentre nel caso di mutui per altre finalità, e a maggior ragione nel caso dei prestiti personali, non è possibile detrarre alcunché.

E a questo punto non resta che pagare le rate…

Ucraina: 3 anni di guerra civile, e un futuro incerto

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Il racconto dei due articoli precedenti era arrivato alla deposizione e precipitosa fuga dell’ex premier Viktor Janukovyc, leader del Partito delle Regioni, molto vicino alla Russia di Putin e oligarca molto discusso, che era riuscito ad accumulare una ingente fortuna. I disordini di Maidan assumono ben presto, al contrario delle rivoluzioni “colorate” nate nelle ex repubbliche sovietiche un decennio prima, la connotazione di moti violenti, finalizzati non tanto a riformare in senso democratico lo stato attraverso il confronto politico, quanto a sovvertire il regime, obiettivo raggiunto con la cacciata di Janukovyc.

 

Con l’insediamento di Oleksandr Turcinov come presidente ad interime, la situazione si radicalizza e la rivolta si trasforma in vera e propria guerra civile. La decisa svolta in senso accentratore trova la forte resistenza delle regioni orientali e meridionali: aree ricche del paese che non accettavano il continuo deflusso di risorse in favore di Kiev e la mancanza di ogni autonomia, all’interno di uno Stato che dichiarava di voler tagliare lo storico cordone ombelicare con Russia.

 

Alle crescenti proteste delle popolazioni in maggioranza russa di queste regioni, Turcinov risponde con un deciso innalzamento del livello dello scontro, avviando una vera e propria guerra civile pur ufficialmente mascherata da “lotta al terrorismo”.

 

Gli Stati Uniti finanziano Maidan a piene mani, contando sull’Europa alla quale viene sostanzialmente demandato il compito di controllare il territorio; la Russia, sentendosi minacciata ai propri confini, si focalizza sulla Crimea, concentra le truppe in prossimità del territorio ucraino e appoggia la resistenza delle popolazioni filorusse nelle regioni orientali e meridionali, anche se ufficialmente ha sempre negato il suo coinvolgimento militare diretto.

 

Uno degli atti più significativi del Governo in questo periodo è l’abolizione del russo quale lingua ufficiale del paese, oltre a quella ucraina, che rimane quindi oggi l’unica.

 

In marzo la Russia intensifica la propria presenza militare in Crimea e spinge alla riannessione della penisola sancita dal referendum approvato dal 93% degli elettori. La Crimea è una regione di capitale importanza dal punto di vista militare, con il porto di Sebastopoli e la supervisione sulle rotte del Mar Nero, e la Russia non poteva permettersi di cederne il controllo a un governo in cui l’influenza degli occidentali e degli americani era prevalente. Del resto, sessanta anni prima, pare che l’annessione della Crimea all’Ucraina, ufficialmente presentata come regalo per celebrare i 300 anni di amicizia fra la Russia e la stessa Ucraina, fosse stata originata da un’iniziativa personale dell’allora segretario del PCUS Nikita Chruščëv, ucraino di adozione come si è detto all’inizio, in un momento di non particolare sobrietà.

 

Il 25 maggio 2014 si tengono dunque le elezioni presidenziali, vinte con 9,8 milioni di voti pari al 54,7% dei consensi dal quarantanovenne Petro Poroshenko, di Kiev. Juljia Tymoscenko, con un misero 12,8%, giunge molto probabilmente al termine della sua intensa carriera politica.

 

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Il nuovo presidente, sostenitore della prima ora dei ribelli di Maidan e supporter dell’entrata dell’Ucraina nella Nato, presentava un programma piuttosto moderato, ribadendo l’autonomia del paese ma anche la necessità di un dialogo con la Russia. In effetti Poroshenko, imprenditore dolciario accreditato da Forbes di un patrimonio personale di 1,3 miliardi di dollari, gestiva fino a poco tempo prima redditizi stabilimenti di cioccolata e caramelle in territorio russo. Curiosamente, per almeno due anni i Russi non hanno impedito al politico che li indicava come nemici di fare profitti con le fabbriche stabilite nel loro territorio.

 

Gli ultimi tre anni sono stati funestati da una guerra civile di incredibile crudeltà, con l’esercito ucraino che ha fatto ricorso anche alla coscrizione dei riservisti e all’appoggio di truppe mercenarie e gruppi nazionalisti per distruggere, soprattutto nelle regioni dell’est a maggioranza russa, la resistenza degli anti-governativi sicuramente supportati da mezzi militari e finanziari russi. Regioni come il Donbass, in cui gran parte della popolazione non accetta l’impostazione governativa e chiede maggiore autonomia e rispetto, sono state distrutte e intere città come Donietsk praticamente rase al suolo, le vie di comunicazione interrotte e i servizi pubblici ormai inesistenti.

 

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Gli scontri si sono raffreddati a partire dal febbraio del 2015, con il raggiungimento di un accordo per il cessate il fuoco a Minsk fra la Russia da una parte, che pure ha sempre ufficialmente negato la sua partecipazione al conflitto, e Ucraina, Francia e Germania dall’altra: punto centrale dell’accordo era l’impegno di Kiev a garantire una maggiore autonomia ai territori dell’est. Da questo momento gli scontri sono proseguiti, ma a un livello minore, ed i mass media hanno iniziato ad ignorare totalmente questo scenario di guerra.

 

Il paradosso politico è quello di un governo che formalmente sostiene l’obiettivo di vicinanza all’occidente, agli Stati Uniti all’Unione Europea, nonostante la freddezza di Bruxelles che dopo i primi appoggi di natura finanziaria ha assunto un ruolo molto più defilato: in realtà però quello stesso Governo continua a sopravvivere con grande difficoltà, non essendo in grado di rimborsare i prestiti alla Russia e in una situazione di totale carenza di risorse finanziarie che hanno gettato il paese nell’assoluta indigenza.

 

Da un punto di vista economico l’Ucraina, pur essendo un crocevia nel trasporto del gas dalla Russia, grande produttrice, all’Europa occidentale, non riesce a fattorizzarne il vantaggio avendo interrotto i rapporti di interscambio con la Russia stessa. Paradossalmente il gas ucraino, acquistato in Polonia, è ancora di provenienza russa ma, subendo un passaggio ulteriore, ha un prezzo ancora più alto.

 

Il capitale finanziario di matrice statunitense, seguendo il modello già utilizzato con successo nella crisi argentina, rileva una quota importante del debito pubblico ucraino a prezzi di saldo.[1] Il fondo Franklin Templeton acquista il 40% del debito nazionale, a fine agosto 2014, per un valore nominale di 6 miliardi di dollari. Qualche mese prima l’ex premier Janukovyc aveva invece rifiutato l’offerta di un credito di 15 miliardi di dollari da parte della Russia, in cambio della rinuncia del trattato di associazione all’Europa.

 

 

 

Nel 2015 scade una tranche di debito di 11 miliardi, e il Fondo Monetario interviene con un prestito di 17,5 miliardi. Ma si calcola che il debito complessivo ammonti a 110 miliardi, quando gli asset di maggior valore del paese, in gran parte utilizzati per arricchire gli oligarchi, sono ormai svenduti all’estero.

Lo stato è allo sbando, la struttura produttiva e le vie di comunicazione devastate dagli anni di guerra, l’esercito continua a combattere i filorussi dell’est ma senza mezzi adeguati: ai riservisti è fatto obbligo di procurarsi direttamente vestiario e vettovaglie. La corruzione è ormai diffusa a tutti i livelli e non c’è attività che ne sia immune.

 

Quali sono i possibili scenari di una situazione così compromessa?

 

Il peggiore è quello della diffusione del conflitto fra Russia da una parte, che ovviamente non gradisce avere il nemico alle porte di casa, e Stati Uniti dall’altra, data la cronica latitanza dell’Europa dagli scenari decisivi. Da questo punto di vista, l’elezione di Donald Trump alla Presidenza degli USA aveva almeno fatto sperare in una soluzione concordata fra le due potenze, dati i buoni rapporti personali del neo Presidente con Vladimir Putin. Gli ultimi avvenimenti, soprattutto il lancio di missili in Siria e la crisi coreana, oltre alle più recenti dichiarazioni di Trump hanno invece rappresentato una doccia gelata sulle speranze di pace.

 

Rispetto al programma di “America first”, col quale Trump dichiarava di non voler più fare il poliziotto del mondo intromettendosi negli affari degli altri Paesi ma di concentrare energie e risorse in favore degli americani, sembra di essere tornati indietro ai tempi di Obama.

 

Se lo scenario peggiore non è scongiurato, ma purtroppo ha ripreso vigore in questi ultimi tempi, la soluzione più ragionevole pare essere quella, ancora tutta da costruire, di una divisione politica dell’Ucraina in due macro regioni: quella occidentale, da Leopoli a Kiev, sotto la dominante influenza occidentale ed in particolare polacca; e quella orientale a guida filo-russa. I problemi principali saranno però come realizzare la divisione dei territori e la coesistenza delle due nuove realtà come stati indipendenti e sovrani ma vicini.

 

Da un punto di vista economico, per l’Europa la soluzione della crisi ucraina è un passaggio indispensabile sia per allontanare gli scenari di guerra che potrebbero essere devastanti e senza ritorno, sia per normalizzare i rapporti commerciali con la Russia, il mercato più vicino, interessante e ricco per l’Europa occidentale. Mercato ancora fortemente penalizzato dall’embargo imposto dagli Stati Uniti sulle merci russe.  Gli stessi prezzi e la disponibilità dell’energia, influenzati dal trasporto in territorio ucraino, sono un fattore decisivo specie per paesi come l’Italia fortemente dipendenti dal consumo di gas.

 

Ma soprattutto è politicamente e moralmente inaccettabile, e suscettibile di degenerare in un inarrestabile allargamento del conflitto, una situazione di guerra civile che dura ormai da anni ai confini dell’Europa Unita e a soli 900 chilometri dall’Italia.

 

 


[1] Circostanza riferita da Giulietto Chiesa nel capitolo  “Le ragioni della Russia e l’economia ucraina” contenuto in “Attacco all’Ucraina” di S. Teti e M. Carta, Sandro Teti Editore, Roma 2015,  probabilmente fino ad ora la più completa rassegna ragionata disponibile in Italia sugli eventi di cui ci occupiamo nell’articolo

Pillole di Finanza: quando i soldi non bastano. Il credito al consumo

 Savings

Fino ad ora nelle nostre pillole ci siamo occupati di temi che riguardano i risparmiatori ed abbiamo cercato di dare qualche indicazione per chi vuole investire in modo razionale ed efficiente il proprio denaro.

Oggi parliamo invece dell’”altra metà del cielo”, ovvero di coloro che sono alla ricerca di mezzi finanziari per effettuare un acquisto per il quale non dispongono della somma necessaria e decidono di indebitarsi, impegnandosi a restituire gradualmente la somma ricevuta ed a pagare i dovuti interessi.

Le tipologie di prestito a cui si può ricorrere sono tradizionalmente due: il credito al consumo (normalmente sotto forma di prestito personale, ma anche come scoperto di conto o disponibilità di spesa con carta di credito) ed il mutuo. Non parliamo infatti in questa sede di chi ha necessità di finanziamento per svolgere un’attività professionale, come un commerciante, un artigiano o un agricoltore, ma di chi è interessato ad acquistare un bene di consumo durevole (elettrodomestico, automobile, arredamento, ecc.) o un immobile.

Le due tipologie menzionate, il prestito personale ed il mutuo, sono diverse per molti aspetti, quali il costo, le garanzie, la durata, la procedura amministrativa e l’istruttoria, il regime fiscale; sono tuttavia simili per struttura tecnica. In entrambi i casi si tratta infatti di ricevere una certa somma di denaro in prestito al momento di perfezionare l’acquisto e di restituirla a rate periodiche, tutte in genere di uguale importo, fino alla scadenza che varia da 2/3 anni (prestito) fino a 15/20 (mutuo) a seconda del bene che si acquista.

 

Penny Trifle Bills Car Money Ruble Coins

Iniziamo adesso ad esaminare il prestito personale, la prossima settimana parleremo invece del mutuo.

Questa particolare operazione bancaria venne introdotta in Italia dal Monte dei Paschi di Siena negli anni ’50 del secolo scorso sulla scorta di esempi molto diffusi all’estero. L’importo mutuato veniva accreditato in conto corrente ed al cliente era consegnato un blocchetto in cui ad ogni foglio corrispondeva una rata. Ogni mese il correntista si presentava allo sportello e, col pagamento della rata, il cassiere staccava il foglio corrispondente alla rata pagata e quietanzava la matrice.

Oggi questa operazione viene fatta da tutte le banche, oltre che da molte società finanziarie spesso costituite o gestite dalle stesse aziende che producono o distribuiscono i beni durevoli (auto, mobili, ecc.) al fine di incentivarne la vendita.

Sono operazioni normalmente veloci e molto standardizzate, con istruttorie semplificate: in genere la banca o la società verifica che non ci siano iscrizioni pregiudizievoli (protesti, segnalazioni di insolvenza in centrale rischi, fallimenti) e acquisisce la busta paga o la dichiarazione dei redditi del cliente. Viene verificato poi che il reddito medio disponibile mensile sia coerente con la rata del prestito (per la scadenza prevista), si fa un sommario esame della situazione patrimoniale del richiedente e, se non ci sono controindicazioni, eroga la somma nell’arco di 2/3 giorni.

Il problema a questo punto è: come scegliere fra le diverse offerte di prestiti presenti sul mercato?

Oggi è piuttosto semplice: in Internet molti portali effettuano confronti fra i diversi prodotti, basta inserire finalità, importo richiesto e durata e si ricava l’offerta più conveniente. La legge impone che sia esplicitato il Tasso Annuo Effettivo Globale (TAEG), ovvero l’unica grandezza omogenea che considera tutte le voci di costo: interessi, commissioni di istruttoria, spese, modalità di pagamento della rata.

Siccome le variabili sono molte ed i calcoli finanziari non sono immediati, il TAEG è l’unico parametro da valutare per pagare meno possibile. Il consiglio è comunque quello di chiedere sempre, e valutare, anche l’offerta della propria banca, specie se con essa intratteniamo un rapporto da molti anni. La banca conosce bene (o dovrebbe conoscere bene) i suoli clienti, i loro movimenti del conto, gli esborsi e gli introiti mensili e può fare un’offerta calibrata. Inoltre dovrebbe avere minori formalità per l’istruttoria e procedere in tempi rapidi.

Si deve tenere presente poi che tutti coloro che svolgono l’attività del credito al consumo partecipano alle segnalazioni della CRIF, la “Centrale Rischi Finanziaria”, una sorta di centrale rischi per il solo credito al consumo nella quale vengono rilevati i prestiti accesi da ciascuna persona, gli eventuali ritardi nel pagamento delle rate e le insolvenze. Per cui, nel valutare la sostenibilità della rata, la banca o la società considererà anche gli altri prestiti (e mutui) in essere, come pure generalmente sarà molto cauta nel concedere prestiti ha chi ha segnalazioni di morosità o insolvenze.

Ucraina: 10 anni di mancate riforme

ucraine

Abbiamo visto nel precedente articolo come, dopo la dissoluzione dell’URSS, nel 1991 l’Ucraina dichiara la sua indipendenza e nel 1996 il Parlamento emana la nuova costituzione. Nel 2004 la nazione è proclamata repubblica parlamentare, grazie soprattutto all’influenza dell’ala riformatrice.

 

Le elezioni del 26 dicembre di quell’anno sono vinte in stretta misura da Juscenko, sostenuto dalla mobilitazione popolare della “rivoluzione arancione” guidata da Juljia Tymoscenko, leader avvenente ma discussa oligarca, che in breve tempo era riuscita a costruire una notevole fortuna sia patrimoniale che politica. Juscenko è Presidente della Repubblica dal 2005 al 2010 e la Tymoscenko premier dal 2007 al 2010.

 

Tymoshenko

 

In questo quinquennio l’Ucraina si avvicina molto all’occidente, accarezzando l’idea di un improbabile ingresso nell’Unione Europea e prendendo invece gradualmente le distanze dalla Russia, che assicurava forniture di gas a prezzo politico, notevolmente inferiore a quello di mercato. La Russia continuava inoltre a sostenere, con ingenti prestiti, le finanze di uno Stato che l’oligarchia al potere depauperava delle sue ricchezze e delle sue risorse per l’arricchimento personale di una ristretta casta di privilegiati. In questo periodo, per di più, la mafia ucraina consolida il suo potere e il controllo diffuso dei gangli dell’economia del paese.

 

Sostenuto dal forte appoggio russo, al ballottaggio delle elezioni presidenziali del 2010 Janukovyc sconfigge la Tymoscenko e diventa Presidente. Si apre un periodo di avvicinamento alla Russia, senza però formalmente rinnegare l’idea di adesione all’UE che, da parte sua, continua nel consueto atteggiamento indeciso e ondivago.

 

yanukovic putin

 

Nel 2013 Janukovyc si rifiuta di firmare un accordo con l’Unione Europea fondamentale per la sopravvivenza del paese e tratta invece un nuovo prestito dalla Russia di Putin, col quale il paese rientra decisamente a pieno titolo nell’orbita russa. Questa è la causa scatenante dei disordini e delle sommosse che culminano nel novembre 2013 con l’occupazione di Maidan, la Piazza centrale di Kiev, da parte dei manifestanti filo-europei.

 

La protesta contro Janukovyc è il punto di passaggio dalla cosiddetta “rivoluzione arancione”, nata in Ucraina a metà del Duemila in modo simile alle altre “rivoluzioni colorate” sorte in quegli anni in diversi paesi ex comunisti, a una vera e propria rivoluzione classica, basata sull’uso della violenza dal basso e sostenuta da una minoranza organizzata militarmente.[1]

 

Le rivoluzioni colorate erano caratterizzate da una dimensione non violenta del cambiamento, finalizzata a un negoziato con i regimi in carica che portarono in generale a riforme che furono perlopiù in grado di rinnovare i sistemi politici ed economici dei diversi paesi.

 

In Ucraina, invece, non si è verificata nel decennio successivo alcuna trasformazione di regime e sono rimaste in vita le stesse élite che già controllavano il Paese. La rivolta ha quindi assunto il carattere di violenza dal basso, sostenuta da una minoranza organizzata militarmente, che ha contrastato i negoziati in corso, e spalancato la strada alla spirale di violenza.

 

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Da quel momento inizia la via crucis del paese, con scontri violenti che vedono intervenire, al fianco dei ribelli, gruppi paramilitari nazionalisti che in alcuni casi si richiamano esplicitamente a ideologie nazi-fasciste. Il 22 febbraio 2014, dopo un’ecatombe di 150 morti e oltre 1.000 feriti, Janukovyc fugge con la famiglia da Kiev, portandosi dietro l’enorme fortuna accumulata negli anni di governo; la Tymoscenko, che in precedenza era stata incarcerata per corruzione, viene liberata e il Parlamento nomina Presidente ad-interim, in attesa di nuove elezioni, Oleksandr Turcinov, braccio destro della stessa Juljia.

 

Anche se il deposto leader filo-russo Janukovyc si era rivelato corrotto e sostanzialmente attento agli interessi personali più che a quelli del paese, non va dimenticato che si trattava comunque di un Presidente, liberamente eletto al termine di una competizione elettorale non contestata e la sua destituzione si presenta quindi come vero e proprio golpe, finanziato da ambienti europei e sostenuto dagli Stati Uniti di Obama. L’obiettivo era chiaramente quello di indebolire il gigante russo fomentando un focolaio di rivolta ai confini del suo territorio.

 

L’Ucraina si è ormai incamminata lungo un piano inclinato che conduce diritto al disastro attuale. La crisi precipita in una guerra civile che riflette un confronto fra Russia e Occidente di intensità mai raggiunta dai tempi della guerra fredda.

 

La prossima settimana, con l’ultimo degli articoli di questa serie, ripercorreremo, dopo la riannessione della Crimea da parte della Russia di Putin, gli anni del discusso presidente Petro Poroshenko che hanno condotto alla recrudescenza della guerra civile nel Donbass, cercando di capire quali sono gli scenari che si prospettano.

 

 

 


 

[1] Tesi riportata da Paolo Calzini nel saggio “Ucraina 2004-2014: un decennio allo specchio” contenuto in “Attacco all’Ucraina” di S. Teti e M. Carta, Sandro Teti Editore, Roma 2015,  probabilmente fino ad ora la più completa rassegna ragionata disponibile in Italia sugli eventi di cui ci occupiamo nell’articolo

Pillole di Finanza: il Risiko

 Risiko

Si sente spesso parlare di “risiko bancario”: vediamo di capire di che si tratta, non solo in relazione alle banche ma ad ogni tipo di società quotata in borsa. E soprattutto cerchiamo di capire come comportarsi con le azioni delle società interessate.

Innanzitutto per “risiko bancario” si intende il processo di fusioni e acquisizioni che ha interessato il settore delle banche italiane a partire dagli anni 90.

Il primo concetto da esaminare è quello di premio o sconto, intesi con riferimento al valore di borsa (o quotazione) di un certo titolo. In un mercato teoricamente perfetto, la quotazione di borsa esprime il valore di una società ovvero il valore ad oggi di tutti i redditi futuri che il possesso di quel titolo determinerà.

Se una certa società quotata in borsa, che chiameremo per semplificare Alfa Spa, ha in circolazione 100 milioni di azioni e il loro prezzo sul mercato è di 10 euro l’una, si dice che la capitalizzazione di borsa di quella società è 1 miliardo di euro (ovvero il numero delle azioni -100 milioni- moltiplicato per il prezzo di ognuna -10 euro). Ebbene nel mercato perfetto, che esiste solo sui libri di scuola, si assume che la somma di tutti i denari che saranno distribuiti ai soci di Alfa a qualunque titolo, da oggi al momento in cui la società cesserà di esistere, attualizzata a oggi (ovvero scontata, cioè diminuita dell’interesse “a ritroso” anno per anno fino ad oggi al tasso prevedibile di sconto per le rispettive scadenze) sia appunto 1 miliardo.

Rispetto ai 10 euro che l’azione Alfa vale in borsa, si parla dunque di premio per indicare il sovrappiù che l’azionista richiede per cedere le sue azioni a un terzo se la società viene indicata come possibile preda; si parla invece di sconto per indicare il minor valore che un azionista subisce in relazione ad un’offerta di acquisto lanciata su un’altra società.

Tipico evento societario che influenza il prezzo (price sensitive) è appunto quello che origina il risiko, ovvero l’acquisizione di una società da parte di un’altra più grande, come nel caso di Atlantia S.p.A. che ha confermato di avere in corso l’acquisto di Abertis S.A., oppure di Vivendi S.A. che ha invece tentato senza successo di acquisire Mediaset S.p.A. Si tratta di operazioni cosiddette di fusione e acquisizione (merger and acquisition).

 

mergers-acquisitions

Perché dunque una società dovrebbe comprarne un’altra? Evidentemente perché i suoi manager pensano che le due realtà unite, mettendo insieme le forze, potranno realizzare sinergie di costo e di ricavo e, così, esprimere un valore superiore a quello delle due entità separate. Quindi, nel caso della nostra società Alfa Spa, chi pensasse di acquisirla – supponiamo la Beta Spa – ritiene che integrata nella stessa Beta, Alfa S.p.A. potrebbe valere ben più di 1 miliardo, ovvero più della sua capitalizzazione di borsa se considerata singolarmente: il futuro acquirente è quindi disposto a pagare agli azionisti di Alfa un premio rispetto ai 10 euro per azione che esprime il mercato.

Per fare ciò, Beta deve però reperire mezzi finanziari adeguati, i quali a loro volta hanno un costo, e deve comunque esporsi per pagare il valore di Alfa S.p.A. più di quanto lo stesso vale in Borsa (se infatti un’azione di Alfa sul mercato borsistico vale 10, Beta deve essere in grado di pagarla, ad esempio, 12).

Questo però normalmente non piace agli azionisti di minoranza di Beta S.p.A., che hanno un orizzonte di investimento breve e, saputa la notizia, probabilmente tenderanno a vendere le azioni Beta, determinandone una diminuzione di prezzo.

Se poi le valutazioni industriali di chi lancia l’offerta saranno confermate, nel tempo il valore di Alfa S.p.A. (ora incorporata in Beta S.p.A.)aumenterà: è per questo che operazioni del genere sono definite “strategiche” e vengono sostenute dagli azionisti stabili.

 

Dunque, per restare al caso ipotizzato, quando il risparmiatore medio viene a sapere che Beta Spa sta preparando un’offerta su Alfa Spa, normalmente vende azioni Beta e compra azioni Alfa. E’ per questo che le azioni Atlantia S.p.A. hanno subito un calo quando la notizia è uscita, al contrario delle azioni della spagnola Abertis che sono invece cresciute ed è sempre per questo motivo che il titolo Mediaset S.p.A. si è impennato appena si è diffusa la notizia dell’offerta dei francesi di Vivendi.

In questo sistema è evidente dunque l’importanza della corretta informazione che deve essere paritetica per tutti gli investitori: chi avesse infatti la “dritta giusta” potrebbe avvantaggiarsi a danno degli altri che non hanno questa informazione. Se poi l’informazione stessa si rivelasse sbagliata (la cosiddetta “bufala”), ne subirebbe invece un danno.

Ucraina: guerra alle porte di casa

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Si dice che oggi l’informazione sia eccessiva e che il problema non sia tanto che le notizie non si trovano, ma che ce ne sono troppe. Ebbene, sorprendentemente ci sono invece fatti, anche importanti e potenzialmente devastanti, su cui viene fatta calare una coltre di assordante silenzio. Per infrangere il muro di omertà, è necessario andare a cercare blog e social al di fuori dei media tradizionali.

E’ il caso della guerra che abbiamo alle porte di casa, di cui da noi nessuno parla e che avrebbe pesanti conseguenze economiche per tutti gli stati interessati e per l’Unione Europea: la guerra civile in corso da anni in Ucraina.

Per sapere cosa succede, bisogna andare sui siti specializzati, perlopiù in lingua russa. Qui da noi, in occidente, è silenzio assoluto, anche di fronte a un numero di vittime soprattutto civili molto superiore a quello di tutti i recenti fatti di terrorismo sui quali si sono (pur giustamente) versati fiumi di inchiostro e ore di riprese TV.

Da quando nel 1998 l’allora governo D’Alema autorizzò in Kosovo il primo intervento militare offensivo italiano dal dopoguerra, mai la guerra era stata così vicina al nostro paese. Dopo 20 anni si ricomincia a percepire il pericolo di un nuovo conflitto planetario, divenuto ancor più incombente con le recenti notizie che provengono dalla Siria e dalla Corea del Nord.

La distanza fra Roma e Kiev è di circa 2.300 Km, tre ore di volo, ma la distanza fra Trieste e Berehove, i due punti più vicini fra i due stati, è di soli 900 km, più o meno quella fra Torino e Palermo. Dall’Italia verso l’Ucraina, e viceversa, partono diversi autobus al giorno, Gran Turismo e minibus, che trasportano persone e merci da un paese all’altro. In molte case italiane i vecchi e i disabili sono assistiti da donne ucraine che hanno lasciato figli e affetti nel paese in guerra e sono venute da noi a svolgere lavori ingrati di cui gli italiani non vogliono sapere.

 

Da anni gli ucraini si illudono di poter entrare nell’Unione Europea ed avere uno status simile a quello dei romeni o dei polacchi che, proprio in quanto membri dell’Unione, hanno libertà di stabilimento nei paesi UE.

 

Fino al crollo del muro di Berlino, l’Ucraina era una delle Repubbliche Sovietiche, in cui era cresciuto fra l’altro Nikita Chruščëv (benché nato a Kalinovka, nell’attuale Russia
e vicino al confine con l’Ucraina, dove poi si trasferì dall’età di 14 anni), e prima ancora celebri scrittori quali Nikolai Gogol e Mikhail Bulgakov, come pure atleti famosi quali Valerij Borzov, Sergij Bubka e Andrij Shevchenko.

URSS

 

Era una delle repubbliche più ricche dell’URSS, con terra fertile e produttiva, materie prime abbondanti e sottosuolo generoso, tanto da essere al centro dei programmi di sviluppo economico del passato regime. All’epoca aveva infatti fabbriche all’avanguardia, scuole soprattutto tecnologiche fra le migliori, infrastrutture funzionanti e, compatibilmente col resto del paese, un elevato livello di vita, senza disoccupazione e con assistenza sanitaria estesa ed efficiente.

Se confrontiamo la situazione di trenta anni fa con quella di oggi, troviamo un paese distrutto, istituzioni politiche corrotte e oligarchiche, lavoro inesistente e prezzi dei servizi irraggiungibili per la maggioranza della popolazione. Basti pensare che il prezzo del gas, materia di prima necessità in un’area con clima invernale rigido, è aumentato quest’anno di sette volte.

Veramente un destino crudele per la martoriata popolazione ucraina, passata senza soluzione di continuità dal regime dittatoriale sovietico, che d’altra parte garantiva servizi e lavoro ma al prezzo di una povertà diffusa e di una mancanza di libertà democratiche, all’oligarchia che quella povertà ha accentuato, alla vera e propria guerra civile. Non c’è stato il tempo di consolidare attitudini ed istituzioni democratiche, né la volontà di costruire un’efficiente economia di mercato, come accaduto in altri paesi dell’orbita ex sovietica, quali la Polonia, l’Ungheria o la Repubblica Ceca.

 

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Oggi la regione si trova ad essere teatro di un conflitto che rischia seriamente di contagiare l’intera Europa e non solo, in cui le grandi potenze si fronteggiano e l’Unione Europea, miraggio ed illusione di gran parte della popolazione, assiste inerme dopo aver contribuito, insieme agli Stati Uniti, a innescare una rivolta che dopo oltre tre anni non ha ancora trovato una soluzione.

 

Cerchiamo allora di capire come si è creato questo stato di guerra continua e cruenta e soprattutto che tipo di evoluzione è ipotizzabile.

Il 24 agosto 1991, crollato da tempo il muro di Berlino, l’Ucraina proclama l’indipendenza dall’ormai dissolta URSS ed avvia il suo cammino, pieno speranze ma soprattutto di illusioni, verso la democrazia. Nel 1996, grazie soprattutto all’ala riformatrice del Parlamento, viene emanata la nuova costituzione e nel dicembre 2004 la nazione è dichiarata Repubblica parlamentare.

Da questo momento, anziché procedere spedita verso il consolidamento di autonome istituzioni democratiche, inizia la via crucis di radicalizzazione e scontri aperti che condurrà il paese alla situazione attuale. I personaggi attorno ai quali si polarizza il confronto sono l’ex funzionario della banca centrale e filo-occidentale Viktor Juscenko e il politico filo-russo appartenente all’oligarchia ex sovietica Viktor Janukovyc, leader del Partito delle Regioni.

Nei prossimi due articoli ripercorreremo gli eventi che si sono susseguiti lungo il decennio successivo, cercando di capire i motivi della deriva bellica e le prospettive che si possono aprire.