False evidenze, bugie e pregiudizi (seconda parte)

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Si conclude questa settimana il contributo di Filippo Miraglia, proseguendo la testimonianza avviata comn il precedente articolo, dove avevamo visto che sul tema dei migranti si parla molto spesso per luoghi comuni, enunciando verità presunte, o “false evidenze” che si ritiene non abbiano bisogno di dimostrazione.

La realtà dei numeri è invece molto diversa, e racconta di un’attività di accoglienza molto inferiore al passato e neanche proporzionata alle dimensioni del Paese e dell’Unione Europea.

Oggi Miraglia ci parla della realtà dei centri di accoglienza straordinaria (CAS) gestiti dalle Prefetture e del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR), con dotazioni finanziarie drasticamente in calo.

 


 

Come abbiamo cercato di dimostrare nel precedente articolo con la logica dei numeri, la retorica pubblica dell’invasione alla quale commentatori, giornalisti e politici fanno quasi sempre ricorso, è una evidenza molto falsa e strumentale.

Una delle conseguenze dell’uso strumentale del tema dell’immigrazione per ragioni elettorali è la gestione dell’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati.

Una questione che riguarda pochissime persone ma che ha alimentato una forte criminalizzazione degli stranieri, di chi opera nel campo della solidarietà sociale (le ONG, il mondo dell’associazionismo e del volontariato) e di chi si occupa di diritti e tutela dei rifugiati.

Va detto innanzitutto che sul totale degli stranieri residenti oggi in Italia, stimati intorno a 5,3 milioni alla fine del 2017 (in calo rispetto al 2016), quelli riconducibili al diritto d’asilo (richiedenti asilo e titolari di un titolo di soggiorno tra quelli previsti dalla nostra legislazione a seguito della domanda d’asilo) sono circa 350 mila persone, ossia circa il 7% del totale degli stranieri.

Dal 2011 ad oggi quindi il dibattito pubblico si è concentrato su questa percentuale praticamente insignificante, influendo però negativamente sulle condizioni di tutti gli stranieri presenti.

Se guardiamo al sistema d’accoglienza pubblico, oggi diviso tra ex SPRAR (SIPROIMI), CAS (centri d’accoglienza straordinari) e grandi centri (CARA, CDA e CPR), la loro gestione è stata da sempre caratterizzata da un approccio emergenziale che ha prodotto disagio sociale e sprechi, oltre che razzismo, ingiustizie e corruzione.

Un approccio che è amplificato con le recenti modifiche legislative introdotte dalla legge Salvini (legge 132/2018), con particolare riferimento all’art.12.

L’articolo 12 infatti dispone un forte ridimensionamento del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR), istituito nel 2002 e che assicura attualmente circa 35 mila posti, coinvolgendo circa 1.200 comuni italiani, limitandone la funzione all’accoglienza di chi già ha ottenuto la protezione internazionale e dei minori non accompagnati. Tutti gli altri, cioè coloro che sono in attesa di decisione sulla domanda di protezione (circa il la metà degli attuali ospiti dei centri SPRAR), dovranno essere sistemati nei Centri di accoglienza straordinaria (o CAS), gestiti dai prefetti e non dalle amministrazioni locali, che seguono protocolli di emergenza e hanno standard di accoglienza più bassi e nessun obbligo di rendicontazione. È una differenza sostanziale e non semplicemente nominalistica o organizzativa.

Nel sistema SPRAR gli enti locali, in maniera volontaria, presentano progetti di accoglienza al Ministero dell’Interno che, con l’ausilio del Servizio Centrale, gestito dall’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), li valuta e li finanzia attraverso il Fondo Nazionale Asilo. I Comuni gestiscono poi direttamente, più spesso attraverso enti del Terzo Settore, i progetti sul territorio.

Le risorse richieste per finanziare i progetti sono spese secondo linee guida e regole molto stringenti. Solo quanto effettivamente speso viene rimborsato. Ogni spesa va documentata e la documentazione deve essere raccolta e inviata al Servizio Centrale che ne verifica la congruenza. Per ogni voce di spesa ci sono dei limiti, superati i quali le spese non possono essere recuperate. Ad esempio la voce personale non può superare il 40 per cento della spesa totale e deve essere rendicontata con contratti e buste paga. Se si supera il 40 per cento, la spesa per il personale viene rimborsata solo fino al limite previsto.

I centri SPRAR sono, nella quasi totalità dei casi, normali appartamenti; case inserite senza alcuna straordinarietà nel tessuto urbano, non ghetti. Le persone accolte firmano un contratto d’accoglienza che prevede diritti e doveri e sono responsabili della casa nella quale vivono. Fin dal primo giorno avviano, con il sostegno degli operatori sociali, un percorso verso un’autonoma inclusione sociale: formazione linguistica, formazione lavorativa, tutoraggio e accompagnamento per l’integrazione sociale. I richiedenti asilo o rifugiati sono seguiti dagli operatori singolarmente. L’ente gestore si fa carico di verificare la condizione psicologica della persona in un ambiente protetto, prendendosi il tempo necessario per far emergere eventuali traumi e violenze subite (sappiamo quanto è difficile, ad esempio, per una donna raccontare le violenze subite, che sono purtroppo una prassi ordinaria durante la loro permanenza in Libia).

Quest’attenzione consente di dare consistenza alla parola protezione, che è impossibile nei CAS, che sono per lo più enormi strutture, in cui le persone vengono accolte in camerate di molti letti, con servizi collettivi e trattate, salvo pochi casi, come numeri (un tanto pro capite e pro die). Con la conseguenza che molti casi, in mancanza della cura necessaria per ogni persona accolta, si trasformano in disagio sociale. Nei grandi centri d’accoglienza molti richiedenti asilo diventano “emarginati” o vengono abbandonati senza alcun progetto che consenta di costruire un percorso di uscita autonomo. Sono quelli che si vedono in giro a chiedere l’elemosina e a girare senza meta per gran parte del loro tempo. Un disagio sociale che alimenta il razzismo e che quindi è ben visto dalle destre xenofobe: materia prima per le loro campagne elettorali perenni.

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Nei centri SPRAR ogni persona accolta viene presa in carico e la sua storia emerge con tempi e modi che rispettano la sua dignità (pur considerando i limiti e le contraddizioni di ogni gestione concreta). La storia che emerge consente di prepararsi con coerenza al colloquio con la Commissione Territoriale. Ciò evita che ci sia una forte distanza tra il risultato del colloquio e la storia delle persone. I grandi centri invece producono molti più dinieghi e, quindi, molti più ricorsi ai tribunali, con conseguente aggravio della spesa pubblica, sia per l’impatto sul sistema giudiziario che per il prolungamento dell’accoglienza e dell’attesa.

Quanto ai CAS, le ingenti cifre in ballo e le gare d’appalto indifferenziate fanno sì che vi partecipino assai spesso soggetti incompetenti e senza esperienza con l’unico interesse a fare utili (investiti da alcuni in modo corretto, da molti per esclusivo guadagno personale). È esperienza comune che alle gare partecipino soggetti che non hanno alcun interesse per il bene pubblico, se non addirittura soggetti legati alla criminalità, come dimostra il caso di Mafia capitale a Roma.

Infine è bene tenere conto che i CAS delle prefetture, non hanno alcun interesse, se non casualmente, a coinvolgere il territorio, gli enti locali e le associazioni. Anzi spesso, per i vincitori di gare che arrivano dall’esterno, gli interessi del territorio sono soltanto ostacoli, con conseguente tendenza a escluderli.

La conclusione è evidente. Con il passaggio della maggior parte dei richiedenti asilo dai centri SPRAR ai CAS si demolirà il sistema d’accoglienza pubblico locale, consegnando a interessi privati le risorse dell’accoglienza e generando disagio e conflitti che le comunità locali e i comuni dovranno pagare.

 

Filippo Miraglia (*)

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(*) Filippo Miraglia, 54 anni, vive in provincia di Rimini con la moglie Monia e tre figli maschi. Laureato in fisica, ha insegnato per oltre un decennio nelle scuole secondarie superiori. Nel 1993 inizia il suo impegno nell’Arci a Pistoia, dopo alcuni anni di militanza nell’associazione Nero e non solo, che in quell’anno confluisce nell’Arci. In Nero e non solo inizia a occuparsi della difesa dei diritti dei migranti, impegno che proseguirà nell’Arci, diventando nel 2004 responsabile nazionale immigrazione dell’associazione.

Militante antirazzista e per i diritti delle minoranze e delle persone di origine straniera fin dalla seconda metà degli anni ottanta, ha contribuito alla promozione di diverse campagne contro il razzismo e in favore dei migranti, fra cui la campagna L’Italia sono anch’io.

Attualmente lavora a Roma come responsabile immigrazione dell’ARCI e dal 2016 è anche presidente di ARCS, la ONG dell’ARCI che si occupa di cooperazione e solidarietà internazionale.

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False evidenze, bugie e pregiudizi: un contributo di Filippo Miraglia

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La mini-serie sull’immigrazione prosegue questa settimana con il contributo di un dirigente nazionale dell’Arci, una delle organizzazioni che più si sono impegnate nell’attività di accoglienza per i migranti, cercando di compensare la cronica insufficienza dell’intervento delle autorità statali e comunitarie, tanto da configurare una vera e propria situazione di sostituzione, anziché – come dovrebbe essere – di sussidiarietà. 

La vicenda umana e professionale di Miraglia è tutta incentrata sull’antirazzismo e al servizio dei diritti delle minoranze e dei disperati che arrivano nel nostro paese, per i quali col nuovo governo sarà anche “finita la pacchia”, ma che certo grandi motivi di soddisfazione non devono aver avuto neanche in passato.

Si tratta di un’impostazione ideale da puro “civil servant”, che parte da premesse diverse da quelle solidaristiche religiose ma arriva alle stesse conclusioni di impegno per la costruzione di un mondo migliore, inclusivo e aperto.

Il contributo di Miraglia ci accompagnerà per questa settimana e la prossima e rappresenta un punto di vista originale e pregnante che, insieme a quanto pubblicato con gli altri interventi, può contribuire a fornirci un quadro il più possibile completo su quello che, a tutti gli effetti, è il fenomeno più rilevante della nostra civiltà di oggi.

Buona lettura, dunque!

 


 

 

Il dibattito pubblico sull’immigrazione da anni è terreno di battaglia politica per la conquista del consenso e non solo con l’approssimarsi di appuntamenti elettorali.

Questa forte politicizzazione ha fatto sì che, progressivamente, si siano consolidate quelle che potremmo chiamare “false evidenze”, cioè verità presunte, non supportate da dati reali, che tanti, quasi tutti, danno per scontate e che non necessitano di alcuna dimostrazione.

La legislazione sull’immigrazione è stata ed è oggetto, oramai da più di vent’anni, di continui interventi che rendono instabile la condizione giuridica dello straniero (con un ruolo sempre più discrezionale della pubblica amministrazione) e che, soprattutto, si caratterizzano per una crescente riduzione dei diritti degli stranieri. Un riformismo dal segno meno, che alimenta l’idea che negare diritti agli stranieri contribuisca a migliorare la condizione degli italiani.

Gli esempi, più recenti sono la legge Orlando Minniti, del precedente governo di centro sinistra, che per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana ha cancellato alcune importanti garanzie giurisdizionali per una sola categoria di persone, i richiedenti asilo, e la Salvini più recente, che – tra le altre cose – ha cancellato il titolo di soggiorno per ragioni umanitarie.

Tra le false evidenze la più usata è quella che fa riferimento all’arrivo in Italia e in Europa di un numero enorme, intollerabile, di persone che chiedono asilo.

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Negli ultimi anni, non certo a causa delle cosiddette primavere arabe (2011), ma soprattutto a causa di guerre, conflitti interni, persecuzioni e violenze diffuse, il numero di persone costrette a lasciare le loro case è aumentato in maniera esponenziale.

Nel 2018, i dati ancora non sono disponibili, se il trend degli ultimi anni è confermato, arriveremo certamente a un numero vicino ai 70 milioni di uomini e donne in cerca di protezione.

Se 70 milioni sono l’1% della popolazione mondiale, l’UE, anche senza considerare le enormi diseguaglianze economiche e quindi anche le disparità in merito alla capacità di spesa tra i Paesi occidentali e, ad esempio, quelli dell’Africa e del Medio Oriente, l’UE, con i suoi 500 milioni di abitanti, 7% circa della popolazione del Pianeta, dovrebbe dare accoglienza al 7% di questi 70 milioni, ossia a circa 5 milioni di profughi.

Nell’UE il numero di 5 milioni è stato leggermente superato in 10 anni, cioè negli anni che vanno dal 2008 al 2017. Quindi al momento l’UE non corrisponde neanche al 10% della risposta di accoglienza che spetterebbe sulla base della sua popolazione, se calcoliamo la media degli accolti ogni anno negli ultimi 10 anni.

Molto di più di noi fanno Paesi poverissimi e piccolissimi come il Libano e la Giordania, per non parlare del Kenia e della Turchia.

Eppure ovunque, anche in interventi che sembrano orientati a favore dei diritti degli stranieri, leggiamo parole e concetti che danno per scontato che il flusso di persone arrivato in Europa e in Italia negli ultimi anni sia enormemente superiore a quel che possiamo sopportare.

Se poi si considera il nostro Paese, che rappresenta il 12% della popolazione UE (60 milioni su 500), dei 5 milioni circa di persone che spetterebbero all’UE ogni anno, l’Italia dovrebbe accoglierne ameno 600 mila (12% di 5 milioni).

Siamo molto lontani da questi numeri e l’Italia, nel decennio 2008 – 2017, ha accolto circa 540 mila persone. In dieci anni, non in un solo anno, come dovrebbe spettarci se ci fosse un’equa ripartizione a livello mondiale.

Per riportare alle sue giuste dimensioni il nostro ruolo e il fenomeno degli arrivi di stranieri in Italia, si potrebbe paragonare il numero di richiedenti asilo accolti dall’Italia in 10 anni, 540 mila circa, con i 650 mila stranieri regolarizzati in un solo giorno nel 2002 dal governo Berlusconi, a seguito dell’entrata in vigore della nota legge Bossi Fini: in un giorno più persone irregolari regolarizzate che quanti richiedenti asilo sono stati accolti in 10 anni!

Nel prossimo articolo esamineremo più nel dettaglio i meccanismi e l’organizzazione dell’accoglienza.

Filippo Miraglia (*)

 

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(*) Filippo Miraglia, 54 anni, vive in provincia di Rimini con la moglie Monia e tre figli maschi. Laureato in fisica, ha insegnato per oltre un decennio nelle scuole secondarie superiori. Nel 1993 inizia il suo impegno nell’Arci a Pistoia, dopo alcuni anni di militanza nell’associazione Nero e non solo, che in quell’anno confluisce nell’Arci. In Nero e non solo inizia a occuparsi della difesa dei diritti dei migranti, impegno che proseguirà nell’Arci, diventando nel 2004 responsabile nazionale immigrazione dell’associazione.

Militante antirazzista e per i diritti delle minoranze e delle persone di origine straniera fin dalla seconda metà degli anni ottanta, ha contribuito alla promozione di diverse campagne contro il razzismo e in favore dei migranti, fra cui la campagna L’Italia sono anch’io.

Attualmente lavora a Roma come responsabile immigrazione dell’ARCI e dal 2016 è anche presidente di ARCS, la ONG dell’ARCI che si occupa di cooperazione e solidarietà internazionale.

 

Risparmio fai da te?

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Come abbiamo detto in uno dei precedenti articoli, l’anno da poco finito è stato per i risparmiatori il peggiore dal 1901. Solo chi avesse avuto la preveggenza di investire una parte notevole del proprio patrimonio in azioni americane, probabilmente, è riuscito a non perdere il proprio denaro.

Ancora peggio sarebbe mediamente andata a chi avesse affidato tutte le proprie risorse a uno o più gestori professionali (a parte le poche eccezioni che sempre esistono in questi casi): solo il 10% dei fondi di diritto italiano ha battuto il proprio benchmark, ovvero il parametro di riferimento e confronto per la categoria a cui appartiene. Risultato: a novembre 2018 (ultimo periodo di dati disponibile) la raccolta complessiva dei fondi è diminuita di oltre 4 miliardi di Euro, ovvero molti sottoscrittori hanno disinvestito le proprie quote ancorché in netta perdita.

Il meccanismo del benchmark, in casi come questo, è veramente infernale e, ça va sans dire, penalizzante per il risparmiatore.   Il benchmark è infatti un indice che sintetizza il rendimento medio di una determinata categoria di strumenti finanziari in un certo periodo. Ad esempio, se il nostro fondo è un obbligazionario in Italia, il suo benchmark (che peraltro è stato il fondo stesso a scegliere) sarà costruito in modo da rappresentare, a fine periodo, la performance media del mercato obbligazionario nel nostro Paese.

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Il fondo di cui abbiamo sottoscritto le quote, contando sugli strabilianti redimenti degli anni passati, confronterà alla fine di ogni periodo la sua performance con quell’indice. Se l’avrà superato, il gestore sarà stato bravo e avrà diritto a commissioni supplementari (le cosiddette success fee); in caso contrario le sue statistiche peggioreranno, ma a rimetterci sarà solo il cliente.

A parte i dubbi legittimi su come è costruito il benchmark (non è possibile pensare a una media del tutto asettica, ma verosimilmente vedrà maggiormente pesati quelli statisticamente più efficienti qual è il soggetto della frase?), il bello è che nel 2018 tutti i benchmark hanno avuto segno negativo.

Se il fondo avrà fatto meglio del benchmark, ma non abbastanza da realizzare un risultato positivo, l’ignaro risparmiatore si troverà “cornuto e mazziato”: non solo avrà subito una perdita patrimoniale, ma dovrà anche pagare le commissioni variabili di successo al gestore. E comunque quest’anno per molti gestori il problema non si è neanche posto: come dicevamo all’inizio molti di loro hanno raggiunto performance addirittura peggiori del loro benchmark.

A parte i pochi casi di eccellenza, spesso legati ad intuizioni particolari dei gestori che magari hanno puntato con successo su un particolare titolo o una particolare valuta, il panorama è davvero sconsolante. E con l’entrata in vigore della normativa MiFid II[1], i risparmiatori ne verranno compiutamente informati.

Col rendiconto del 2018, che dovrebbe essere inviato in febbraio, i gestori saranno infatti obbligati ad esporre in chiaro quanti Euro hanno addebitato a titolo di commissioni e oneri vari al cliente. Non più solo in termini percentuali, incomprensibili e ben camuffabili, ma direttamente in Euro. E così, per molti, scoprire che a fronte di un patrimonio di 100.000 Euro affidato in gestione, il fondo – dopo aver perso magari il 5 o 6% di valore – ne ha prelevati a vario titolo circa 10 o 12.000, certamente non sarà piacevole.

Che fare allora? Abbandonare del tutto il risparmio gestito e dedicarsi al “fai da te”? Naturalmente no, c’è sempre un giusto spazio per professionisti della finanza ed è ragionevole ritenere che chi opera sistematicamente sui mercati possa in generale essere di grande aiuto al risparmiatore, come pure un buon supporto può venire dalla consulenza e dalla promozione finanziaria, specie se le nuove norme verranno applicate in modo compiuto e non solo formale.

Certo è che i consigli in questa fase sono particolarmente complicati. Da un lato le scottature dei mercati ancora bruciano e le perdite del 2018 verranno implacabilmente evidenziate nei rendiconti che banche e gestori stanno inviando ai clienti. Non solo: dall’economia reale e dai dati previsionali non ci sono motivi di grandi aspettative.

Dall’altro, però, chi ha investito in titoli di buona qualità e non ha ceduto alla tentazione di disfarsene quando le quotazioni precipitavano, continuerà a percepire regolarmente le cedole delle obbligazioni e i dividendi delle azioni e da qui a pochi mesi qualche piccola soddisfazione dovrebbe fare timido capolino. Il 2019 è cominciato in modo positivo, qualche segno positivo c’è stato, anche se l’impressione è che si tratti di un piccolo fuoco di paglia.

Piedi per terra, dunque: manteniamoci almeno per un po’ ancora liquidi, in attesa che i timidi segnali di inversione si consolidino e magari pronti a fare qualche acquisto a saldo.

Continuiamo ad affidare parte dei nostri risparmi ai gestori, ma in modo più selettivo e guardando con attenzione e senza sconti cosa hanno fatto in passato, cambiando cavallo quando quello su cui siamo non ci convince del tutto.

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Sulle prospettive dei singoli settori e sulle asset class torneremo nei prossimi articoli.

La diversificazione continua a essere un’ottima idea: del resto se un anno terribile come quello passato non si era visto dal 1901, anche solo per un mero calcolo delle probabilità, è ragionevole attendersi che l’anno prossimo sia migliore.

Com’è scritto all’inizio della pagina che state leggendo, infatti, il meglio deve ancora venire.

 

 


[1] Normativa europea entrata in vigore il 3/1/18 che disciplina i servizi di investimento con l’obiettivo di tutelare i risparmiatori ed assicurare condizioni di trasparenza e correttezza

La gestione dell’accoglienza: il contributo di Andrea Arcamone

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L’immigrazione, quando diventa fenomeno sociale importante e prolungato nel tempo come nell’attualità, ha un impatto forte sull’intero assetto dell’ordine pubblico. Anzi, è proprio questa la parte più visibile e stringente del problema, che rischia di innescare veri e propri comportamenti xenofobi e che rappresenta il punto centrale di molte piattaforme politiche.

Ospitiamo questa settimana il contributo di un professionista dell’ordine pubblico, che con i problemi dell’immigrazione ha a che fare quotidianamente e che ha ricoperto ruoli di responsabilità anche nella gestione degli sbarchi e della prima accoglienza.

La normativa è in continua evoluzione e certamente sempre complessa, ma al di là del rispetto delle leggi, è impossibile non pensare che si ha a che fare con persone, spesso disperate ma anche fortemente determinate a crearsi uno spazio nel paese di destinazione.

Il punto di vista e l’esperienza di chi si trova in prima linea è sicuramente di grande interesse.

Buona lettura, dunque.

 


 

MIGRANTI: LA GESTIONE DELL’ACCOGLIENZA

di Andrea Arcamone

 

Ormai dal 2011 l’Italia è interessata dal fenomeno dell’immigrazione di massa, attraverso l’arrivo di profughi che giungono principalmente (ma non solo) via mare dal continente africano. Le politiche di contenimento del fenomeno stabilite dall’attuale Governo hanno certamente ridimensionato il fenomeno che nel recente passato, aveva assunto proporzioni tali da aver allarmato buona parte dell’opinione pubblica.

Ma come funziona la macchina dell’accoglienza e chi sono gli attori che vi partecipano? La materia è assai complessa, quindi ci limiteremo ad un sintetico panorama di insieme, per dare qualche concetto di massima.

Partiamo da un presupposto: praticamente la totalità dei migranti stranieri che via mare o via terra raggiungono irregolarmente il territorio nazionale presentano istanza per tentare di ottenere la protezione internazionale – comunemente indicata come asilo politico – al fine di garantirsi la legittimità – anche se solo temporanea – per soggiornare sul territorio nazionale.

Come detto i migranti vengono o rintracciati sul territorio nazionale o come più spesso accade il loro sbarco via mare viene “guidato” in banchina o vengono soccorsi direttamente in mare e successivamente condotti a terra.

L’attivazione dell’evento è di competenza della “Direzione Centrale dei Servizi Civili per l’Immigrazione e l’Asilo”, appartenente ad un Dipartimento del Ministero dell’Interno.

Il primo intervento è sicuramente quello dell’assistenza medica coordinato dalle ASL competenti per territorio che dispiegano le loro unità presso i c.d. “Hotspot” luoghi dedicati alla prima accoglienza, dei profughi.

Con l’assistenza di mediatori culturali e alla presenza di funzionari dell’ UNHCR – (Agenzia ONU per i rifugiati) vengono poi effettuate tutte quelle operazioni volte a rendere certa l’identità del migrante a cura delle unità specializzate della Polizia di Stato  con la redazione di un foglio notizie  volte a raccogliere informazioni personali e familiari per ricostruire “la storia” della persona, tra cui il fotosegnalamento quale atto importantissimo per dare un dato certo sulla sua identità, dato che i migranti sono di norma sprovvisti di passaporto. I dati vengono inseriti in un database nazionale di “Sistema Gestione dell’Accoglienza”.

Una successiva fase di pianificazione permette di gestire ed organizzare la distribuzione dei migranti per l’accoglienza ed ospitalità sul territorio, non potendo essere accolti, per evidenti ragioni di numero, nei Centri di Prima Accoglienza. Viene quindi effettuata una assegnazione degli stranieri prima su base regionale, poi su base provinciale, con la finalità di evitare la loro dispersione e consentire alle autorità competenti il supporto ed il monitoraggio dei migranti stessi.

In sede territoriale il migrante presenterà la richiesta di asilo presso l’ufficio Immigrazione della Questura di competenza, dando inizio all’iter per il riconoscimento della sua istanza che sarà valutata in prima battuta dalla Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale[1], potendo poi ricorrere in sede giurisdizionale al Tribunale Civile, in caso di prima decisione sfavorevole per i migranti.

I richiedenti asilo – in linea di massima – per la normativa vigente che ha recepito le normative Comunitarie di settore, hanno diritto all’ospitalità da parte dello Stato, nelle more del riconoscimento o del rigetto della richiesta di asilo, secondo un sistema graduale finalizzato all’inserimento del migrante nel contesto sociale. Infatti agli stessi dopo qualche mese viene anche rilasciato un Permesso di Soggiorno che permette appunto di svolgere attività lavorativa.

I nodi più difficili da dipanare – che agitano i palazzi della politica – sono quelli relativi ai tempi dell’iter procedurale per la definizione delle richieste di protezione internazionale e del contestuale contrasto all’immigrazione illegale.

In merito al primo punto, sono circa 130.000 le domande giacenti che attendono di essere valutate in primo grado dalle Commissioni, con liste di attesa che possono arrivare anche a due anni e mezzo. A tal proposito sono allo studio dei correttivi finalizzati a rendere più agevole l’opera delle predette commissioni.

Inoltre è da considerarsi fondamentale la cooperazione con i Paesi di provenienza degli stranieri: solo solidi accordi bilaterali possono permettere da una parte un fattivo monitoraggio dei “partenti” per l’Europa e dall’altro l’eventuale rimpatrio verso il paese di provenienza di coloro che, una volta giunti, non venissero riconosciuti come meritevoli della Protezione Internazionale.

 

 


 

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Andrea Arcamone

Classe 1965, di origine umbra ma da tempo naturalizzato cittadino senese, è laureato in giurisprudenza, scienze politiche e specializzato in diritto amministrativo.

Ha percorso tutti i gradini della carriera nella Polizia di Stato fino all’attuale incarico di dirigente della Divisione di Polizia Amministrativa, Sociale e dell’Immigrazione della Questura di Siena.

Nel corso della sua attività lavorativa, ha spesso ricoperto ruoli in prima linea, e con relative responsabilità, nel settore della gestione e organizzazione dell’accoglienza ai migranti, oltre a svolgere importanti funzioni di ordine pubblico nelle diverse località dove ha prestato servizio.

 

 

 

[1] Le Commissioni Territoriali sono gli organi deputati all’esame delle domande di protezione internazionale e, nominate con decreto del Ministro dell’Interno, sono presiedute da un funzionario della carriera prefettizia (con la qualifica di Viceprefetto) e composte da un funzionario della Polizia di Stato, da un rappresentante di un Ente territoriale designato dalla Conferenza Stato-Città ed autonomie locali e da un soggetto designato dall‘U.N.H.C.R. (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati).

Ad oggi sono operative n. 28 Sezioni per un totale di n. 48 collegi.

(dal sito web del Ministero degli Interni)

 

Cresce la popolazione, cresce il reddito

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Abbiamo visto nel precedente articolo come le teorie malthusiane attribuissero alla pressione demografica la causa della povertà e della fame nel mondo. Secondo l’economista inglese del Settecento e i suoi seguaci, infatti, le risorse disponibili nel mondo aumentano molto meno velocemente della popolazione e quindi si crea una forte tensione sui mercati.

Se non si apportano correttivi a questa tendenza o se non ci sono forti aumenti di produttività per effetto delle nuove tecnologie, il mondo ritrova un suo equilibrio solo attraverso carestie, guerre o epidemie.

Siccome oggi l’aumento demografico nelle società occidentali è essenzialmente dovuto ai flussi migratori, che irrobustiscono le statistiche e abbassano l’età media della popolazione, c’è chi potrebbe – con questi presupposti – concludere che il fenomeno dell’immigrazione sia alla base di tutti i mali.

Se guardiamo però la cosa da un diverso punto di vista, ovvero seguendo l’impostazione keynesiana, possiamo considerare che un forte incremento di popolazione in un qualunque sistema si traduce inevitabilmente in un aumento della domanda aggregata di beni e servizi. Queste persone avranno infatti inizialmente bisogno di generi di sopravvivenza quali cibo, vestiario, medicinali, abitazioni e così via; successivamente di istruzione, assistenza sanitaria, giustizia, servizi pubblici.

In ogni caso, dal momento in cui i migranti arrivano ai paesi di destinazione, e indipendentemente dalle procedure di acquisizione dei permessi di soggiorno, essi determinano un aumento di spesa pubblica se non altro per la gestione degli arrivi, le problematiche di ordine pubblico, le procedure di rimpatrio: è dunque ragionevole ritenere che il primo immediato effetto economico sia l’aumento della spesa pubblica.

Tutto ciò comporta l’aumento del reddito nazionale, definito proprio come somma della domanda aggregata: dovranno essere prodotte maggiori quantità di beni e servizi di consumo e la spesa pubblica si traduce in aumento di stipendi e costi del personale (forze dell’ordine, spese di giustizia, ecc.) e fornitura di generi di sopravvivenza. Ci dovrà quindi essere qualcuno, nel sistema, che produce quei beni per soddisfare la nuova domanda e ben presto queste aziende avranno a loro volta la necessità di investire in nuovi macchinari o nuovi prodotti e servizi, dando luogo all’aumento della domanda per investimenti. Attraverso il meccanismo del moltiplicatore del reddito, che abbiamo descritto in modo dettagliato nella serie sull’abc dell’economia (si veda a questo riguardo https://marcoparlangeli.com/2018/01/23/labc-delleconomia-consumo-e-consumismo/ ), si avrà un effetto finale di crescita molto superiore a quello del primo incremento che ha innestato il processo.

Via via che i nuovi arrivati si inseriscono nelle comunità di destinazione e riescono a trovare lavoro, almeno quelli che verranno regolarizzati (ma il fenomeno si verifica anche per chi resta come clandestino, pur sfuggendo alle statistiche ufficiali), percepiranno redditi da lavoro che danno luogo a ulteriore aumento della domanda aggregata: saranno quindi nuovi consumatori e contribuiranno a far crescere il reddito complessivo del paese.

Contrariamente dunque a quello che molti ritengono, i flussi di immigrazione non impoveriscono il sistema economico del Paese, ma anzi determinano un aumento della sua produzione e del suo reddito. Naturalmente, l’effetto complessivo dovrà tenere conto anche delle maggiori importazioni (parte dei nuovi prodotti domandati verranno acquistati dell’estero) e delle rimesse degli emigranti (il denaro che gli emigrati trasferiscono ai propri paesi di origine): con questi fenomeni, parte del nuovo reddito creato non viene mantenuto nel Paese di destinazione degli immigrati, ma viene trasferito all’estero.

Tuttavia un effetto espansivo importante si avrà anche sui mercati finanziari, nella misura in cui i nuovi arrivati riusciranno – una volta soddisfatte le esigenze di consumo primario legate alla sopravvivenza – a risparmiare parte del reddito percepito e ricercheranno forme di impiego.

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Si pensi, a questo proposito, all’importanza che sta assumendo, anche nei Paesi occidentali, il fenomeno della cosiddetta “finanza islamica”: molte banche e gestori del risparmio si stanno attrezzando per offrire prodotti che siano considerati rispondenti ai dettami della religione musulmana (cosiddetti halal), nella quale si riconosce la netta maggioranza delle popolazioni immigrate dai paesi poveri.

Questa comprende i grandi flussi finanziari originati direttamente dai Paesi islamici, in gran parte provenienti dai proventi del petrolio, che vengono investiti dai fondi sovrani nei più svariati asset dei paesi occidentali, fino al controllo o alla partecipazione importante in molte aziende anche strategiche. Ma anche in molte aree urbane ad elevata immigrazione, le banche cercano di acquisire nuova clientela e nuovi flussi di risparmio inserendo negli sportelli personale in grado di parlare arabo o delle stesse etnie degli immigrati, esponendo cartelli e comunicazioni nelle loro lingue, allestendo corner di accoglienza dedicati.

Si tratta di nuovi segmenti di mercato da non trascurare, soprattutto in una fase storica in cui è sempre più difficile acquisire e fidelizzare nuova clientela.

Lo stesso sta avvenendo nella grande distribuzione, dove sempre più punti vendita espongono prodotti rivolti alle popolazioni neo insediate, come ad esempio nei grandi centri urbani in Germania, i cui supermercati hanno ormai generalmente ampi reparti di prodotti turchi, storicamente presenti in gran numero.

Ma l’effetto più immediato dei flussi migratori è quello che si determina sul mercato del lavoro. Poiché scopo principale di chi si mette in cammino è proprio quello di cercare lavoro: certamente infatti gli immigrati si presenteranno come forza lavoro disponibile, soprattutto per le mansioni meno qualificate e più faticose, nella fascia bassa delle retribuzioni.

Nella misura in cui per alcuni di questi lavori non si riesce a reperire mano d’opera, ciò aiuterà l’assetto produttivo soprattutto in prossimità della piena occupazione. Per questo nelle zone in fase di sviluppo e con elevata intensità di lavoro, i flussi migratori sono molto graditi dalle aziende.

Dove invece c’è disoccupazione diffusa, è ragionevole attendersi che un massiccio ingresso sul mercato tenda a favorire un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, in quanto i migranti saranno disposti a lavorare a minor costo e con minori garanzie, molto spesso creando anche le condizioni per il “lavoro nero”, quello non denunciato e non legale.

MIGRANTI: PROBLEMA O RISORSA?

 

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Abbiamo visto nei precedenti articoli come l’immigrazione sia un aspetto centrale della società occidentale di oggi, probabilmente il più importante, destinato a cambiarne i suoi connotati strutturali. L’invasione di moltitudini povere e affamate dalla periferia del mondo può essere vissuta come una minaccia ai fondamentali socio-culturali delle nostre comunità, oppure come una risorsa economica in grado di sopperire all’invecchiamento della popolazione. Può piacere o non piacere, ma l’impressione è che sia molto difficile, se non velleitario, opporsi a una tendenza che dà tutta l’impressione di essere epocale.

L’”invasione” dei migranti può essere percepita come un problema da risolvere innalzando muri e barriere, nel (vano) tentativo di mantenere integri e incontaminati i valori alla base del contratto sociale; oppure rappresentare il terreno ideale per mettere in pratica i principi di solidarietà e di altruismo di matrice religiosa oppure terzomondista.

 

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Come si vede, gli aspetti prevalenti, o almeno più pressanti, sono di natura sociale e culturale, e continueremo a parlarne nei prossimi articoli sul blog, ivi inclusi quelli di ordine pubblico connessi all’accoglienza e disciplina degli sbarchi, alle normative e regolamenti sui permessi di soggiorno, alle leggi sull’attribuzione della cittadinanza e a quelle che disciplinano l’impiego di lavoratori extra-comunitari.

In questo articolo e nel successivo, vorremmo cercare di fare invece una panoramica puramente economica, riepilogando le conseguenze che il fenomeno riveste a livello delle diverse funzioni primarie di produzione, consumo, risparmio, della spesa pubblica, del mercato del lavoro e dei mercati finanziari in generale. Esaminiamo dunque la sola parte che ha incidenza “numerica”, prescindendo da ogni altra considerazione ideologica, culturale e politica.

Del resto, molte delle potenze occidentali capitaliste si sono sviluppate a partire, e soprattutto grazie, al contributo degli immigrati che in alcuni casi, come in America nel XIX e XX secolo, hanno avuto un impatto non meno imponente di quello di oggi.

Gli Stati Uniti hanno costruito la loro fortuna economica proprio sugli immigrati, che provenivano inizialmente dalla vecchia Europa, sulla scia dei Pilgrim Fathers approdati nel 1620 con la nave Mayflower in Massachusetts.

 

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In seguito correnti di immigrazione consistenti sono arrivate dall’America Centrale e dal Sud America, e più di recente dall’Asia. Analogo andamento quello dell’Australia, della Nuova Zelanda, del Sud Africa e così via, destinazione di consistenti flussi di gente misera e disperata soprattutto dall’Europa anglo-sassone.

Se si pensa a cosa erano quei territori e gli abitanti indigeni prima dei massicci afflussi di queste popolazioni straniere, è difficile non parlare di “colonizzazione”.  Usi, costumi, tradizioni, credenze religiose diverse da quelle autoctone si sono rapidamente affermate e sono divenute prevalenti.

Ben pochi rimpiangono oggi il mondo degli indigeni nativi, che pure un vasto movimento di opinione si propone di preservare dall’estinzione; oggi però la situazione è ben diversa, diametralmente opposta: gli immigrati arrivano in comunità già ricche di storia e culturalmente consolidate.

Le correnti di immigrazione nel mondo occidentale sono tendenzialmente la causa della (quando esistente) crescita demografica delle nostre comunità. Popolazioni giovani e molto prolifiche, nonostante le misere condizioni economiche, si inseriscono in un contesto di popolazione in calo quantitativo e che sta rapidamente invecchiando.

Il rapporto fra cicli demografici e sviluppo economico, che passa attraverso la disponibilità e lo sfruttamento delle risorse disponibili, è alla base della teoria demografica malthusiana, dal nome del fondatore Thomas Malthus, economista britannico del Settecento. Tale teoria ha poi conosciuto, negli anni ’70 del secolo scorso, nuova popolarità dando origine alla corrente di pensiero del “neo-malthusianesimo”, chiaramente ispirata alle idee del fondatore, aggiornate sulla scia della crisi petrolifera di quegli anni.

Malthus attribuiva principalmente alla pressione demografica la diffusione della povertà e della fame nel mondo, cioè in sostanza allo stretto rapporto esistente tra popolazione e risorse naturali disponibili sul pianeta. Secondo il teorico settecentesco, l’aumento della popolazione procede in progressione geometrica, mentre quello delle risorse in semplice progressione aritmetica , per cui, in assenza di correttivi, la crescita demografica è un fattore fortemente destabilizzante e foriero di crisi.

I correttivi possono essere il controllo delle nascite, oppure eventi tragici quali carestie, guerre, epidemie.

Una delle obiezioni alla teoria di Malthus era che si sarebbero dovuti anche considerare i progressi tecnologici e l’aumento della produttività dei fattori nel tempo, grazie alla quale la quantità di risorse disponibili può comunque essere notevolmente incrementata nel tempo. L’esempio più eclatante è proprio quello del petrolio: contrariamente ai timori degli anni dell’austerity, abbiamo imparato che molte fonti energetiche possono essere utilizzate in alternativa all’oro nero, che la resa dei pozzi petroliferi è molto migliorata e il consumo energetico è stato sensibilmente ottimizzato in impianti e macchinari.

Come vedremo meglio nel prossimo articolo, non sempre l’aumento demografico è un fattore negativo da un punto di vista economico: per la teoria keynesiana, infatti, l’aumento della domanda aggregata (naturale conseguenza dell’aumento della popolazione) è esso stesso aumento del reddito.

 

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(1) La progressione geometrica è una serie di numeri in cui il rapporto fra ogni elemento e quello che lo precede è costante (ad esempio 2, 4, 8, 16, 32, 64 dove il rapporto costante, detto ragione della progressione, è pari a 2). La progressione aritmetica è una serie di numeri in cui la differenza fra ogni elemento e quello che lo precede è costante (ad esempio 2, 4, 6, 8, 10, 12 dove il rapporto costante, detto ragione della progressione, è pari a 2). Come si vede, la prima è molto più rapida della seconda (il sesto numero è 64, mentre nel secondo caso è 12).

L’immigrazione come fenomeno demografico: contributo di Filippo Verre

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Come abbiamo fatto diverse volte in passato, quando si trattano argomenti complessi o che hanno diverse chiavi di lettura, ospitiamo alcuni contributi esterni che possono aiutare il lettore a farsi un’idea più articolata e circostanziata.

Lo facciamo anche in questa mini-serie sulle migrazioni, iniziando dall’intervento di Filippo Verre, studioso di problemi socio-economici ed esperto in demografia, che insegna all’Università di Siena.

Seguiranno articoli su altri aspetti del problema: ci occuperemo di ordine pubblico, ascoltando l’esperienza di chi ha operato in prima linea per gestire gli sbarchi e quotidianamente affronta le numerose emergenze che si presentano. Parleremo anche delle iniziative di solidarietà e accoglienza, da parte di chi aiuta in tutti i modi i migranti a inserirsi nel tessuto sociale.

Questi contributi esterni verranno alternati con i consueti articoli del blog sugli argomenti dei quali usualmente ci occupiamo, dalla finanza all’economia.

 

Buona lettura, dunque!

 


 

 

La guerra dei poveri fra bisognosi e migranti

di Filippo Verre

 

Le migrazioni hanno sempre fatto parte della storia dell’uomo. Gli uomini si muovono da sempre grazie ad un innato istinto ramingo che ha permesso la colonizzazione di altri continenti oltre alla nativa Africa. La stessa ricerca aerospaziale non è altro che la nuova frontiera della migrazione umana: l’esplorazione e la futuribile colonizzazione dello spazio.

Lo studio del fenomeno delle migrazioni non può essere distinto da quello dell’accoglienza, vero e proprio rebus per molte cancellerie europee. Infatti, ciò che oggigiorno costituisce la sfida più grande per i governi e per le società più ricche non è tanto far fronte ai fluttuanti flussi migratori ma cercare di governarli e gestirli. In altre parole, ciò che risulta essenziale è integrare i migranti che giungono nei nostri Paesi e nelle nostre città dai posti più disparati.

Nel contesto europeo, è indispensabile che ci sia un’unica strategia in tale ottica, allo scopo di coordinare i Paesi continentali a mettere in atto una serie di misure comuni. Oggi in massima parte è così, anche se in passato la gestione dei flussi migratori non è sempre stata coerente tra le varie nazioni che compongono l’Unione Europea, anzi. Spesso i singoli Paesi, stante il non ultimato processo di integrazione comunitaria, erano chiamati a gestire in maniera solitaria fenomeni legati al tema delle migrazioni.

Il fenomeno dell’accoglienza è caratterizzato essenzialmente da due tipologie di problemi: uno finanziario e uno sociale. Per ciò che concerne il primo, un Paese tanto più è ricco e dotato di risorse, tanto più sarà in grado di far fronte ai bisogni dei migranti. La tenuta e la stabilità finanziaria sono essenziali per garantire un adeguato servizio ai richiedenti asilo e per gestire quantità significative di persone in cerca di aiuto. Una volta accolti, infatti, l’obiettivo finale è quello di integrare i nuovi arrivati nel tessuto socio – economico del Paese. Per far ciò, le risorse finanziarie messe a disposizione devono essere cospicue e ben utilizzate da parte degli apparati amministrativi dei singoli Stati. Secondariamente, non vanno sottovalutate le possibili tensioni di carattere etnico – sociale che potrebbero venire a crearsi tra le fasce più deboli della società nazionale e i richiedenti asilo.

Tra il 2013 e il 2017 il forte aumento degli sbarchi sulle coste italiane e greche ha riportato il tema delle migrazioni sulle prime pagine di tutti i giornali italiani ed europei. È ancora vivo il ricordo di Angela Merkel che apre inaspettatamente le porte ai siriani, e le tante reazioni di solidarietà, ma anche di chiusura di molti altri Paesi facenti parte dell’Unione Europea, chiamati a gestire il più grande afflusso di richiedenti asilo in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

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Oggi, in un periodo di sbarchi in calo a causa del nuovo approccio al tema dell’immigrazione adottato dal governo Lega – 5 Stelle, si corre il rischio di considerare superato il problema e di sottovalutarlo. Invece, a prescindere dagli sbarchi, i problemi legati alle migrazioni più o meno clandestine costituiscono un serio grattacapo per le società e gli apparati governativi europei.

Il numero di stranieri che vive in Europa occidentale è in crescita e l’Italia non fa eccezione. Se nel 1998 gli stranieri residenti sul territorio italiano superavano di poco il 3% della popolazione, oggi, dopo soli vent’anni, ci avviciniamo all’8,5% e sfioriamo il 10% se prendiamo in considerazione anche chi, nato all’estero, ha acquisito la cittadinanza italiana. In questo contesto, le città giocano un ruolo fondamentale. È lì che spesso si concentra il più grande numero di stranieri e di persone con un passato recente di migrazione. Circa il 18% di chi risiede a Milano, ad esempio, è straniero, e questa percentuale raggiunge il 30% a Berlino, il 37% a Londra e sfiora il 40% a Vienna.

Negli ultimi anni, soprattutto a causa dei nefasti sviluppi delle Primavere Arabe e dei preoccupanti ribaltamenti verificatisi in Libia, i flussi migratori verso le coste europee hanno subito dei poderosi incrementi. Tuttavia, per governare le migrazioni non basta semplicemente regolare e gestire i flussi: bisogna anche fare in modo che il migrante non finisca nel circolo vizioso di marginalità ed esclusione che lo potrebbero condurre sulla strada del crimine e della violenza.

Per evitare ciò è indispensabile che si proceda in maniera spedita all’integrazione del migrante nel tessuto socio – occupazionale dello Stato in cui approda. Si tratta di un processo lungo e finanziariamente molto dispendioso. In Europa occidentale il costo previsto per l’accoglienza di un richiedente asilo nel primo anno dal suo arrivo è di circa 10.000 euro. Tale costo include vitto, alloggio e servizi di base.

Nel periodo di alti flussi di migranti verso l’Europa, gli Stati membri dell’UE si sono dovuti sobbarcare un maggior costo per gestire l’accoglienza a livello nazionale, che in alcuni casi è divenuto piuttosto significativo: all’apice della crisi nel 2015 è stato l’1,4% del PIL svedese, lo 0,5% del PIL tedesco e lo 0,4% del PIL italiano. Solo i pochi paesi europei che sono usciti meno provati dalla doppia crisi economica, mondiale prima ed europea poi, hanno potuto mettere a disposizione risorse senza sforare i parametri di deficit/PIL, mentre altri (come Italia e Grecia) hanno dovuto continuare ad applicare politiche di austerity facendo fronte alle spese impreviste ma improcrastinabili causate dalla crescita repentina dei flussi migratori irregolari. Ciò ha ristretto ulteriormente il possibile spazio fiscale dei governi per poter potenziare le politiche per l’integrazione.

In questo senso, Italia e Grecia sono sicuramente state penalizzate dalla combinazione di una profonda recessione (nel caso greco) o di una lenta ripresa (nel caso italiano) che hanno compresso le risorse destinate all’integrazione degli stranieri in favore di spese per gestire le frontiere esterne (operazioni di salvataggio in mare e di controllo del territorio) e per fornire prima accoglienza ai migranti arrivati via mare.

Inoltre, l’enorme afflusso di migranti degli ultimi anni ha inondato le città di centinaia di migliaia di disperati. Tale situazione ha esacerbato gli animi degli strati più deboli della società, contribuendo a incattivire il clima di accoglienza. Molti cittadini, sentendosi abbandonati dalle istituzioni, accusano apertamente lo Stato di favorire maggiormente i richiedenti asilo al posto dei reali detentori della cittadinanza.

Tale situazione è oltremodo preoccupante in quanto si stanno creando i presupposti per la nascita di una vera e propria “guerra tra poveri” che metterebbe di fronte chi è situato ai gradini più bassi della scala sociale, ovvero i più bisognosi contro i migranti. Tutto ciò potrebbe portare ad un’ondata di risentimento verso i nuovi venuti che potrebbe facilmente sfociare in episodi xenofobi e razzisti.

In conclusione, le migrazioni sono un fenomeno che ha sempre fatto parte della storia umana. Oggigiorno, il mondo è fortemente globalizzato e sempre più lo sarà nel corso dei prossimi lustri. Gli Stati più ricchi, luogo naturale di approdo da parte dei migranti in cerca di migliori condizioni di vita, sono chiamati a mettere in atto una serie di azioni volte non solo ad accogliere i nuovi arrivati ma anche ad integrare quanto più possibile questi ultimi nella società e nell’economia nazionale.

Non si tratta di processi scontati o di breve durata. Come abbiamo visto, infatti, sia la disponibilità finanziaria che la tenuta sociale di un Paese giocano un ruolo fondamentale in tal senso e sono a dir poco essenziali nella integrazione finale di chi arriva da molto lontano. La vera sfida, attualmente, consiste nel coordinare le energie nazionali per far fronte ad un fenomeno, quello delle migrazioni, che farà stabilmente parte dei dossier più attuali delle cancellerie europee.

 

Filippo Verre

Filippo

 

 

 


 

(*) FILIPPO VERRE
Senese, dopo la maturità classica, ha proseguito gli studi classici a Siena laureandosi prima in Giurisprudenza nell’aprile 2015 e successivamente nel dicembre 2017 in Scienze Politiche con indirizzo diplomatico. Ha effettuato un periodo di ricerche presso la Sacred Heart University a Bridgeport. Per la seconda laurea ha scelto un argomento che gli sta particolarmente a cuore, vale a dire i diritti delle minoranze perseguitate: si è dedicato allo studio del popolo curdo e alla nascita di una o più entità statuali a maggioranza curda nel Medio Oriente.
Ha poi perfezionato gli studi in Inghilterra, a Oxford, con un master in Studi Internazionali – Relazioni Internazionali e a Roma presso la SIOI (Società Italiana per L’organizzazione Internazionale) dove ha completato un master in Studi Diplomatici ed Economici. Ha poi conseguito il master discutendo una tesi sul rapporto tra religione e politica nelle relazioni internazionali. A Roma ha studiato tematiche relative alle strategie diplomatiche nazionali dei maggiori Paesi, analizzato le maggiori organizzazioni giuridiche internazionali e le principali crisi politiche ed economiche che si sono verificate in Europa e nel mondo dopo la Seconda guerra mondiale.
Dal giugno 2017 è social media manager di un’azienda specializzata nel settore della ristorazione e della organizzazione di eventi; ha inoltre effettuato una breve ma significativa esperienza come Cultore della materia presso la Link Campus University di Roma. Da ottobre 2018 è cultore della materia in “demografia” presso l’Università degli Studi di Siena.

 

Outlook sui mercati nel 2019

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Dedichiamo l’articolo di Natale di quest’anno ad uno sguardo, sia pure a volo d’uccello, ai mercati finanziari per cercare di capire cosa può fare il nostro investitore prudente e razionale nell’anno che viene. Sono più i rischi o le opportunità? Siamo al termine di un lungo ciclo espansivo o all’inizio di una nuova grande depressione?

A queste domande cerchiamo di rispondere con i (non poco preoccupanti, in verità) dati di fatto e con qualche ragionamento.

Come ben sanno gli investitori, a parte i fortunati o i bravissimi che hanno puntato le loro fiches sull’azionario dell’India e sul dollaro, quasi tutti i mercati nel 2018 hanno subito perdite, in molti casi anche molto pesanti. Per una strana congiunzione astrale, era da oltre un secolo, per la precisione dal 1901, che tutte le asset class non presentavano andamenti in flessione ed ovviamente siamo tutti qui a chiedercene il motivo.

Il bello è che lo scorso anno, di questi tempi, quando la situazione era totalmente opposta ovvero quando tutte le classi erano in crescita, a nessuno veniva in mente di chiedersi il perché e la cosa sembrava totalmente naturale.

Grazie alle politiche restrittive delle banche centrali, in primo luogo Federal Reserve e BCE, i tassi base (sulle medie e lunghe scadenze) sono aumentati. Anche il premio al rischio e il costo del credito sono cresciuti e questo ha contribuito a far crollare i prezzi di tutte le obbligazioni.

Le azioni, dal canto loro, avevano raggiunto valori fuori da ogni logica dopo mesi di crescita sostenuta e con i dati degli andamenti economici (fatturato e utile delle imprese) in flessione: lo spillo ha iniziato a bucare la bolla.

Più o meno tutte le materie prime – a partire da oro e argento – hanno avuto prezzi in discesa ripida, in alcuni casi (come caffè, petrolio e soia) hanno raggiunto i minimi decennali. E tutte hanno visto incrementare la volatilità e l’instabilità, come nel caso del gas naturale che ha “regalato” un picco di oltre il 20% in un giorno. Roba mai vista, che ha fatto scomparire molti piccoli trader dal mercato sotto i colpi dei margin call[1].

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Stessa sorte per chi si dilettava di forex trading online[2]: grafici in fibrillazione con movimenti giornalieri in escursione anche del 10%.

La volatilità dei mercati è stata poi accentuata dall’instabilità innescata dagli eventi di politica estera delle maggiori potenze e dalle tensioni fra Stati.

La maggiore è stata quella originata dall’imposizione di dazi doganali, per la verità più annunciata che effettivamente realizzata, da parte degli Stati Uniti sui prodotti importati dalla Cina. Un certo peso hanno avuto, a inizio anno, anche i venti di guerra fra USA e Corea del Nord, per non parlare della Brexit e dei rapporti spesso tesi di Washington con il gigante russo.

Non sono mancate crisi regionali, come quella Ucraina e la Turchia, da tempo appesantita dalla deriva totalitaria.

Infine i problemi interni della Francia, con la rivolta dei gilet gialli, e dell’Italia, con il braccio di ferro con l’Unione Europea sulla legge di bilancio e le spinte sovraniste della coalizione al governo del paese.

Tutti elementi negativi per la buona salute dei mercati, ma quasi sempre più a livello di minaccia e di sentiment che non di effettiva causalità. Vedendo dall’alto, era come se i diversi attori si divertissero a danzare sul ciglio di un burrone, dove bastava che uno cadesse per trascinare anche gli altri. Poi le crisi rientravano e si tirava un sospiro di sollievo fino alle successive. Ma ogni volta che i mercati scendevano, il crollo era brusco e intenso e alla ripartenza il recupero era sempre molto parziale.

La logica dell’investitore, in questo tipo di mercati, non era più quella di comprare sui ribassi per rivendere nei rialzi, ma di cercare di tornare in linea di galleggiamento e restare liquidi. Per questo, al primo cenno di crescita, il mercato veniva intasato dalle vendite e il titolo si fermava o tornava a scendere di nuovo.

In una situazione del genere, il consiglio per chi si trova con titoli in perdita, è quello di seguire molto attentamente l’andamento dei mercati e, appena possibile, vendere anche in pareggio o con piccole perdite. Se si è comprato con raziocinio (titoli di società che producono e guadagnano con la loro attività), prima o poi il prezzo si allineerà all’effettivo valore e intanto si possono incassare cedole e dividendi.

Chi invece dispone di liquidità, per il momento farà bene ad aspettare ancora prima di fare nuovi acquisti e non lasciarsi tentare da prezzi a saldo. Perché, come diceva Groucho Marx, quando siamo arrivati al fondo, si può sempre iniziare a scavare.

 


 

[1] Nel trading online si acquistano e vendono perlopiù strumenti derivati (futures, opzioni e simili) bloccando solo parte delle quantità movimentate, ovvero ricorrendo alla leva. Quando l’operazione diventa negativa e la perdita supera un determinato ammontare, la banca richiede un’integrazione del margine (cioè ulteriore versamento di denaro) o la chiusura dell’operazione stessa, rendendo la perdita definitiva. In quest’ultimo caso, peraltro, si accelera quello stesso movimento di mercato che aveva provocato la perdita: se i titoli stavano scendendo, la loro vendita provoca ulteriori cali in un circolo vizioso.

[2] Il forex trading è la compravendita con finalità speculativa di valute estere: In genere si opera su coppie di derivati (futures), comprandone una e vendendone un’altra in modo da guadagnare se quella comprata aumenta e quella venduta diminuisce.

Esodi, transumanze e migrazioni

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Il Natale è in un certo senso anche una ricorrenza della migrazione: tutto sommato, all’epoca dei fatti, la Sacra Famiglia stava rientrando verso il luogo di origine, da cui si era spostata per registrarsi ai fini del censimento. La Bibbia stessa narra di esodi epocali e di spostamenti: del resto la storia dell’uomo è da sempre segnata da fenomeni migratori che, nei casi migliori, sono viaggi pieni di speranza verso una terra promessa o alla ricerca di una vita più dignitosa e, in quelli peggiori, diaspore e genocidi.

In questo blog, che si occupa soprattutto di aspetti finanziari e socio-economici abbiamo affrontato molti argomenti ma, fino ad oggi, non ci siamo mai soffermati sul tema della migrazione in modo specifico. Eppure, non c’è dubbio che niente come i flussi migratori influisca sul nostro sistema e stia cambiando i connotati stessi della società e dunque anche dell’economia.

L’atteggiamento da tenere nei confronti dei migranti costituisce forse il maggior punto di distinzione dei programmi delle attuali forze politiche: da quelle che vogliono opporsi tout-court agli ingressi, a quelle che cercano di limitare e disciplinare il fenomeno, a quelle che sono favorevoli all’accoglienza e all’integrazione. Si tratta comunque di un aspetto che muove flussi di denaro importanti per la gestione degli sbarchi, l’organizzazione dei centri di smistamento, per favorire lo sviluppo dei Paesi di origine al fine di contenere il problema alla base (“aiutiamoli a casa loro”), senza dimenticare la possibilità di sfruttare le materie prime di cui molti di quei Paesi sono ricchi.

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Una volta sbarcati, inizia la trafila del percorso di riconoscimento e legalizzazione degli ingressi, con i permessi di soggiorno, oppure di rimpatrio. Per chi resta, che sia in regola o clandestino, l’ingresso nella forza lavoro contrattualizzata o “in nero”, oppure nei ranghi della malavita.

Come si vede, anche da un mero punto di vista economico, il fenomeno è sicuramente rilevante in quanto determina forti influenze sia sul mercato del lavoro, originando squilibrio o molto spesso riequilibrio dell’offerta (soprattutto dei lavori a minor contenuto specialistico); sia sulla domanda globale, perché i nuovi arrivati comunque consumeranno e cercheranno case e mezzi di sussistenza; sia infine sulla spesa pubblica, perché le spese per assistenza sociale e sanitaria in un sistema aperto come il nostro graveranno sul bilancio dello Stato.

Ancora più evidente è poi l’influenza sul modo di vivere e sulla fisionomia stessa delle nostre città: ormai vedere persone di diversa provenienza etnica è talmente usuale a tutti i livelli che non ci si fa più caso. Incrociare nelle nostre città donne che girano velate oppure passare vicino a moschee è diventato la regola, così come trovare badanti dell’Est Europa nelle case degli anziani o asiatici come personale di servizio nelle abitazioni signorili.

La sensazione è che opporsi a questo fenomeno sia pressoché inutile, se non impossibile. Quando le dimensioni sono quelle raggiunte oggi, alzare barriere all’ingresso può servire nel breve termine magari a dirottare altrove i flussi, ma alla lunga è come voler frenare una valanga con le mani.

 

E poi ci sono le conseguenze culturali: siamo orami decisamente una società multi-etnica, nelle cui scuole la quota di studenti provenienti da famiglie di migranti è in crescita esponenziale e presto sarà la maggioranza. Vengono messe in discussione le radici culturali, a partire dalle tradizioni e dall’educazione cattolica, già duramente colpite dalla globalizzazione.

Per Paesi come gli Stati Uniti, in cui queste radici sono giovani e deboli, è stato relativamente facile arrivare a una sostanziale integrazione. La società è sempre stata costituita da gruppi etnici ben caratterizzati, che alla fine hanno trovato un modo efficiente di coesistere con reciproco vantaggio. Ma per noi, con secoli di storia alle spalle, l’impatto di questa vera e propria invasione rischia di essere devastante. Sono persone giovani, “affamate” e molto motivate, disposte a fare sacrifici e abituate a sopportare difficoltà e privazioni, mentre troppo spesso – per usare un’espressione del Cardinale Biffi, vescovo di Bologna di un paio di decenni fa – noi siamo “sazi e disperati”, impigriti dal benessere e cresciuti nell’abbondanza.

Pur essendo le migrazioni un fenomeno sempre presente nella storia, tuttavia le dimensioni assunte al giorno d’oggi sono impressionanti. Popoli interi si mettono in marcia per sfuggire alle guerre, alla povertà, ai genocidi. Vedere colonne di persone che rincorrono i loro sogni o semplicemente inseguono un miraggio di sopravvivenza non può lasciare indifferenti. E’ vero che molto spesso si infiltrano anche malviventi ed è anche vero che intorno agli sbarchi è fiorito un mercato del malaffare. Ma questi sono solo gli effetti del fenomeno, che possono essere combattuti e contrastati, ed è bene che lo siano, ma che lasciano inalterate le cause, sulle quali è invece necessario riflettere.

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Il forte e crescente divario fra aree del mondo ricche e aree povere, la distribuzione delle risorse e la geografia delle opportunità, la diffusione di malattie ed epidemie, i diversi tassi di crescita demografica: sono solo alcune delle cause all’origine dei fenomeni migratori.

Cercheremo nei prossimi articoli di esaminare i diversi aspetti del problema, anche con contributi esterni di specialisti dei diversi settori: dalla demografia alla gestione degli aspetti di ordine pubblico, dalle iniziative di accoglienza e solidarietà agli effetti più strettamente economici.

Come in altri casi, non riusciremo a dare risposte ma ci limiteremo a evidenziare le domande, con l’obiettivo di evitare superficialità di giudizio e reazioni istintive, molto spesso più di pancia che di testa.

 

Buona lettura dunque.

 

 

L’ombra della sera sulle terre di Maremma

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Concludiamo la miniserie sulle eccellenze del nostro Paese con un’incursione in Maremma, per raccontare la storia di un sogno inseguito con costanza e determinazione da Carlo Sarti, dagli studi di agraria fino all’apertura di un’enoteca ristorante in centro a Grosseto.

Lo studio della terra ed i primi lavoretti nei ristoranti della zona lo hanno convinto fin da ragazzo delle potenzialità dei nostri prodotti e dello spazio che c’era per una proposta di qualità. Un locale piccolo, materia prima eccellente, piatti della tradizione lavorati con creatività e passione, vini di primo livello da abbinare in modo sapiente, musica jazz dal vivo, mostre di fotografia e pittura, il tutto a prezzi ragionevoli. Nacque così il “Fufluns”, parola che nel linguaggio degli antichi etruschi – quelli dell’ombra della sera – indicava appunto il vino, a testimonianza di qualcosa che in questi luoghi veniva realizzata da secoli.

L’idea era ambiziosa, non tanto per il progetto in sé del quale Carlo era convinto, quanto per la location: se fosse stato a Roma o a Milano, o anche solo a Firenze, nessun dubbio che potesse avere successo. Ma in una città piccola, senza turismo se non quello che d’estate arrivava di riflesso dal mare vicino, senza studenti universitari che movimentassero le notti e tutto sommato senza una cultura eno-gastronomica diffusa nonostante la tradizione e le materie prime, il rischio del flop era notevole.

Dopo un buon decollo ed una prima stagione soddisfacente anche per l’effetto-novità, in un contesto ambientale tuttavia statico e molto legato alle abitudini, oltre che in un sistema economico e istituzionale che ostacola l’iniziativa con costi e burocrazia, le cose si sono fatte difficili. Resta però invariato il valore della proposta: investire sulla qualità è importante, trasmettere conoscenza e passione è fattore di crescita culturale.

Abbiamo chiesto a Carlo di raccontarci la sua storia, che ci è parsa significativa e meritevole di uno spazio in questo viaggio nell’eccellenza.

 


 

Ce la possiamo fare a crescere affidandosi solo all’agricoltura e al turismo, pur sapendo che l’agricoltura è tradizionalmente poco redditizia e che anche il turismo ha conosciuto crisi e battute d’arresto?

Partiamo da un presupposto: siamo fortunati a vivere in un ambiente come il nostro e con il patrimonio artistico e culturale che abbiamo. Se guardiamo alla realtà maremmana, il problema è che forse non siamo bravi a “vendere” quello che abbiamo, a trasformare in business questa grande ricchezza. Forse la colpa è di noi imprenditori che non siamo capaci a sfruttare commercialmente questa ricchezza.

Cosa c’è alla base di questa tua scelta di qualità?

Io vengo dal mondo dell’agricoltura, che conosco bene per aver esercitato la professione di perito agrario per vent’anni. Ho fatto questa scelta a 50 , proprio perché conoscevo bene i nostri prodotti, l’enologia, la zootecnia, i grani e sono stato guidato dalla grande passione. Già a 14 anni facevo il garzone in un ristorante di Sorano, ho fatto tante stagioni e ho potuto apprezzare il lavoro in cucina della mamma, delle zie, delle donne del posto, tutte grandissime cuoche. Unire questa passione al corso di studi è venuto quasi automatico.

Qual era la tua idea quando hai aperto il locale?

Avevo in mente un cliente tipo di circa quarant’anni, professionista, di buon livello culturale con grande passione per il buon cibo e il vino. L’idea portante era quella di proporre soprattutto vini meno conosciuti, non necessariamente di aziende famose, e avere la possibilità di ragionare sul vino, parlarci sopra, raccontarlo. Stare insieme e godere insieme, crescendo e imparando.

C’è stato un piatto o un vino che ti hanno dato particolare soddisfazione?

Fra i piatti direi il cosciotto d’agnello, che abbiamo proposto disossato e farcito con mortadella e cavolo nero, la guancia brasata e l’ossobuco che è stato il piatto più gettonato durante l’estate. Piatti della tradizione, interpretati a modo nostro, non pesanti ma gustosi.

Per il vino, quelli proposti dall’azienda Carlotto, in Alto Adige nella Piana di Mazzon: solo vini rossi, fra tutti il Lagrain, grande eleganza e finezza.

Piatti di territorio e vini di tutta Italia, cose nuove ma tradizionali.

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Oggi è possibile mangiare bene senza spendere troppo?

E’ la mia scommessa, ne sono assolutamente convinto. Metto estrema attenzione nella scelta: rifornirsi direttamente alla fonte, conoscere i prodotti che lavoro, fino ad arrivare all’animale che li ha generati. E anche nel vino si possono trovare oggetti di livello senza svenarsi.

Non basta avere un buon prodotto, bisogna anche saperlo vendere.

Sta tutto qui il problema. La Maremma può essere un polo turistico fantastico, non ci manca niente: la nostra DOC confina con Montalcino. Forse ci manca la capacità, o anche un input politico.

Se pensiamo a 50 anni fa, la nostra ospitalità e offerta turistica era mediamente scadente o inesistente. Se immaginiamo di spostarci in avanti di 50 anni, come vedi questo territorio, secondo te cosa succederà?

Ho paura che succederà poco o niente, perché dipende sempre dalle persone. Spero che qualcosa possa cambiare, ma dipenderà dalle nuove generazioni. Io forse sono un romantico, ma sono convinto che anche nell’era digitale e ipertecnologica avrà ancora un senso parlare di ambiente, agricoltura, qualità. Dobbiamo imparare, formare le persone, andare a scuola, investire sulla cultura.