Cresce la popolazione, cresce il reddito

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Abbiamo visto nel precedente articolo come le teorie malthusiane attribuissero alla pressione demografica la causa della povertà e della fame nel mondo. Secondo l’economista inglese del Settecento e i suoi seguaci, infatti, le risorse disponibili nel mondo aumentano molto meno velocemente della popolazione e quindi si crea una forte tensione sui mercati.

Se non si apportano correttivi a questa tendenza o se non ci sono forti aumenti di produttività per effetto delle nuove tecnologie, il mondo ritrova un suo equilibrio solo attraverso carestie, guerre o epidemie.

Siccome oggi l’aumento demografico nelle società occidentali è essenzialmente dovuto ai flussi migratori, che irrobustiscono le statistiche e abbassano l’età media della popolazione, c’è chi potrebbe – con questi presupposti – concludere che il fenomeno dell’immigrazione sia alla base di tutti i mali.

Se guardiamo però la cosa da un diverso punto di vista, ovvero seguendo l’impostazione keynesiana, possiamo considerare che un forte incremento di popolazione in un qualunque sistema si traduce inevitabilmente in un aumento della domanda aggregata di beni e servizi. Queste persone avranno infatti inizialmente bisogno di generi di sopravvivenza quali cibo, vestiario, medicinali, abitazioni e così via; successivamente di istruzione, assistenza sanitaria, giustizia, servizi pubblici.

In ogni caso, dal momento in cui i migranti arrivano ai paesi di destinazione, e indipendentemente dalle procedure di acquisizione dei permessi di soggiorno, essi determinano un aumento di spesa pubblica se non altro per la gestione degli arrivi, le problematiche di ordine pubblico, le procedure di rimpatrio: è dunque ragionevole ritenere che il primo immediato effetto economico sia l’aumento della spesa pubblica.

Tutto ciò comporta l’aumento del reddito nazionale, definito proprio come somma della domanda aggregata: dovranno essere prodotte maggiori quantità di beni e servizi di consumo e la spesa pubblica si traduce in aumento di stipendi e costi del personale (forze dell’ordine, spese di giustizia, ecc.) e fornitura di generi di sopravvivenza. Ci dovrà quindi essere qualcuno, nel sistema, che produce quei beni per soddisfare la nuova domanda e ben presto queste aziende avranno a loro volta la necessità di investire in nuovi macchinari o nuovi prodotti e servizi, dando luogo all’aumento della domanda per investimenti. Attraverso il meccanismo del moltiplicatore del reddito, che abbiamo descritto in modo dettagliato nella serie sull’abc dell’economia (si veda a questo riguardo https://marcoparlangeli.com/2018/01/23/labc-delleconomia-consumo-e-consumismo/ ), si avrà un effetto finale di crescita molto superiore a quello del primo incremento che ha innestato il processo.

Via via che i nuovi arrivati si inseriscono nelle comunità di destinazione e riescono a trovare lavoro, almeno quelli che verranno regolarizzati (ma il fenomeno si verifica anche per chi resta come clandestino, pur sfuggendo alle statistiche ufficiali), percepiranno redditi da lavoro che danno luogo a ulteriore aumento della domanda aggregata: saranno quindi nuovi consumatori e contribuiranno a far crescere il reddito complessivo del paese.

Contrariamente dunque a quello che molti ritengono, i flussi di immigrazione non impoveriscono il sistema economico del Paese, ma anzi determinano un aumento della sua produzione e del suo reddito. Naturalmente, l’effetto complessivo dovrà tenere conto anche delle maggiori importazioni (parte dei nuovi prodotti domandati verranno acquistati dell’estero) e delle rimesse degli emigranti (il denaro che gli emigrati trasferiscono ai propri paesi di origine): con questi fenomeni, parte del nuovo reddito creato non viene mantenuto nel Paese di destinazione degli immigrati, ma viene trasferito all’estero.

Tuttavia un effetto espansivo importante si avrà anche sui mercati finanziari, nella misura in cui i nuovi arrivati riusciranno – una volta soddisfatte le esigenze di consumo primario legate alla sopravvivenza – a risparmiare parte del reddito percepito e ricercheranno forme di impiego.

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Si pensi, a questo proposito, all’importanza che sta assumendo, anche nei Paesi occidentali, il fenomeno della cosiddetta “finanza islamica”: molte banche e gestori del risparmio si stanno attrezzando per offrire prodotti che siano considerati rispondenti ai dettami della religione musulmana (cosiddetti halal), nella quale si riconosce la netta maggioranza delle popolazioni immigrate dai paesi poveri.

Questa comprende i grandi flussi finanziari originati direttamente dai Paesi islamici, in gran parte provenienti dai proventi del petrolio, che vengono investiti dai fondi sovrani nei più svariati asset dei paesi occidentali, fino al controllo o alla partecipazione importante in molte aziende anche strategiche. Ma anche in molte aree urbane ad elevata immigrazione, le banche cercano di acquisire nuova clientela e nuovi flussi di risparmio inserendo negli sportelli personale in grado di parlare arabo o delle stesse etnie degli immigrati, esponendo cartelli e comunicazioni nelle loro lingue, allestendo corner di accoglienza dedicati.

Si tratta di nuovi segmenti di mercato da non trascurare, soprattutto in una fase storica in cui è sempre più difficile acquisire e fidelizzare nuova clientela.

Lo stesso sta avvenendo nella grande distribuzione, dove sempre più punti vendita espongono prodotti rivolti alle popolazioni neo insediate, come ad esempio nei grandi centri urbani in Germania, i cui supermercati hanno ormai generalmente ampi reparti di prodotti turchi, storicamente presenti in gran numero.

Ma l’effetto più immediato dei flussi migratori è quello che si determina sul mercato del lavoro. Poiché scopo principale di chi si mette in cammino è proprio quello di cercare lavoro: certamente infatti gli immigrati si presenteranno come forza lavoro disponibile, soprattutto per le mansioni meno qualificate e più faticose, nella fascia bassa delle retribuzioni.

Nella misura in cui per alcuni di questi lavori non si riesce a reperire mano d’opera, ciò aiuterà l’assetto produttivo soprattutto in prossimità della piena occupazione. Per questo nelle zone in fase di sviluppo e con elevata intensità di lavoro, i flussi migratori sono molto graditi dalle aziende.

Dove invece c’è disoccupazione diffusa, è ragionevole attendersi che un massiccio ingresso sul mercato tenda a favorire un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, in quanto i migranti saranno disposti a lavorare a minor costo e con minori garanzie, molto spesso creando anche le condizioni per il “lavoro nero”, quello non denunciato e non legale.

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MIGRANTI: PROBLEMA O RISORSA?

 

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Abbiamo visto nei precedenti articoli come l’immigrazione sia un aspetto centrale della società occidentale di oggi, probabilmente il più importante, destinato a cambiarne i suoi connotati strutturali. L’invasione di moltitudini povere e affamate dalla periferia del mondo può essere vissuta come una minaccia ai fondamentali socio-culturali delle nostre comunità, oppure come una risorsa economica in grado di sopperire all’invecchiamento della popolazione. Può piacere o non piacere, ma l’impressione è che sia molto difficile, se non velleitario, opporsi a una tendenza che dà tutta l’impressione di essere epocale.

L’”invasione” dei migranti può essere percepita come un problema da risolvere innalzando muri e barriere, nel (vano) tentativo di mantenere integri e incontaminati i valori alla base del contratto sociale; oppure rappresentare il terreno ideale per mettere in pratica i principi di solidarietà e di altruismo di matrice religiosa oppure terzomondista.

 

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Come si vede, gli aspetti prevalenti, o almeno più pressanti, sono di natura sociale e culturale, e continueremo a parlarne nei prossimi articoli sul blog, ivi inclusi quelli di ordine pubblico connessi all’accoglienza e disciplina degli sbarchi, alle normative e regolamenti sui permessi di soggiorno, alle leggi sull’attribuzione della cittadinanza e a quelle che disciplinano l’impiego di lavoratori extra-comunitari.

In questo articolo e nel successivo, vorremmo cercare di fare invece una panoramica puramente economica, riepilogando le conseguenze che il fenomeno riveste a livello delle diverse funzioni primarie di produzione, consumo, risparmio, della spesa pubblica, del mercato del lavoro e dei mercati finanziari in generale. Esaminiamo dunque la sola parte che ha incidenza “numerica”, prescindendo da ogni altra considerazione ideologica, culturale e politica.

Del resto, molte delle potenze occidentali capitaliste si sono sviluppate a partire, e soprattutto grazie, al contributo degli immigrati che in alcuni casi, come in America nel XIX e XX secolo, hanno avuto un impatto non meno imponente di quello di oggi.

Gli Stati Uniti hanno costruito la loro fortuna economica proprio sugli immigrati, che provenivano inizialmente dalla vecchia Europa, sulla scia dei Pilgrim Fathers approdati nel 1620 con la nave Mayflower in Massachusetts.

 

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In seguito correnti di immigrazione consistenti sono arrivate dall’America Centrale e dal Sud America, e più di recente dall’Asia. Analogo andamento quello dell’Australia, della Nuova Zelanda, del Sud Africa e così via, destinazione di consistenti flussi di gente misera e disperata soprattutto dall’Europa anglo-sassone.

Se si pensa a cosa erano quei territori e gli abitanti indigeni prima dei massicci afflussi di queste popolazioni straniere, è difficile non parlare di “colonizzazione”.  Usi, costumi, tradizioni, credenze religiose diverse da quelle autoctone si sono rapidamente affermate e sono divenute prevalenti.

Ben pochi rimpiangono oggi il mondo degli indigeni nativi, che pure un vasto movimento di opinione si propone di preservare dall’estinzione; oggi però la situazione è ben diversa, diametralmente opposta: gli immigrati arrivano in comunità già ricche di storia e culturalmente consolidate.

Le correnti di immigrazione nel mondo occidentale sono tendenzialmente la causa della (quando esistente) crescita demografica delle nostre comunità. Popolazioni giovani e molto prolifiche, nonostante le misere condizioni economiche, si inseriscono in un contesto di popolazione in calo quantitativo e che sta rapidamente invecchiando.

Il rapporto fra cicli demografici e sviluppo economico, che passa attraverso la disponibilità e lo sfruttamento delle risorse disponibili, è alla base della teoria demografica malthusiana, dal nome del fondatore Thomas Malthus, economista britannico del Settecento. Tale teoria ha poi conosciuto, negli anni ’70 del secolo scorso, nuova popolarità dando origine alla corrente di pensiero del “neo-malthusianesimo”, chiaramente ispirata alle idee del fondatore, aggiornate sulla scia della crisi petrolifera di quegli anni.

Malthus attribuiva principalmente alla pressione demografica la diffusione della povertà e della fame nel mondo, cioè in sostanza allo stretto rapporto esistente tra popolazione e risorse naturali disponibili sul pianeta. Secondo il teorico settecentesco, l’aumento della popolazione procede in progressione geometrica, mentre quello delle risorse in semplice progressione aritmetica , per cui, in assenza di correttivi, la crescita demografica è un fattore fortemente destabilizzante e foriero di crisi.

I correttivi possono essere il controllo delle nascite, oppure eventi tragici quali carestie, guerre, epidemie.

Una delle obiezioni alla teoria di Malthus era che si sarebbero dovuti anche considerare i progressi tecnologici e l’aumento della produttività dei fattori nel tempo, grazie alla quale la quantità di risorse disponibili può comunque essere notevolmente incrementata nel tempo. L’esempio più eclatante è proprio quello del petrolio: contrariamente ai timori degli anni dell’austerity, abbiamo imparato che molte fonti energetiche possono essere utilizzate in alternativa all’oro nero, che la resa dei pozzi petroliferi è molto migliorata e il consumo energetico è stato sensibilmente ottimizzato in impianti e macchinari.

Come vedremo meglio nel prossimo articolo, non sempre l’aumento demografico è un fattore negativo da un punto di vista economico: per la teoria keynesiana, infatti, l’aumento della domanda aggregata (naturale conseguenza dell’aumento della popolazione) è esso stesso aumento del reddito.

 

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(1) La progressione geometrica è una serie di numeri in cui il rapporto fra ogni elemento e quello che lo precede è costante (ad esempio 2, 4, 8, 16, 32, 64 dove il rapporto costante, detto ragione della progressione, è pari a 2). La progressione aritmetica è una serie di numeri in cui la differenza fra ogni elemento e quello che lo precede è costante (ad esempio 2, 4, 6, 8, 10, 12 dove il rapporto costante, detto ragione della progressione, è pari a 2). Come si vede, la prima è molto più rapida della seconda (il sesto numero è 64, mentre nel secondo caso è 12).

L’immigrazione come fenomeno demografico: contributo di Filippo Verre

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Come abbiamo fatto diverse volte in passato, quando si trattano argomenti complessi o che hanno diverse chiavi di lettura, ospitiamo alcuni contributi esterni che possono aiutare il lettore a farsi un’idea più articolata e circostanziata.

Lo facciamo anche in questa mini-serie sulle migrazioni, iniziando dall’intervento di Filippo Verre, studioso di problemi socio-economici ed esperto in demografia, che insegna all’Università di Siena.

Seguiranno articoli su altri aspetti del problema: ci occuperemo di ordine pubblico, ascoltando l’esperienza di chi ha operato in prima linea per gestire gli sbarchi e quotidianamente affronta le numerose emergenze che si presentano. Parleremo anche delle iniziative di solidarietà e accoglienza, da parte di chi aiuta in tutti i modi i migranti a inserirsi nel tessuto sociale.

Questi contributi esterni verranno alternati con i consueti articoli del blog sugli argomenti dei quali usualmente ci occupiamo, dalla finanza all’economia.

 

Buona lettura, dunque!

 


 

 

La guerra dei poveri fra bisognosi e migranti

di Filippo Verre

 

Le migrazioni hanno sempre fatto parte della storia dell’uomo. Gli uomini si muovono da sempre grazie ad un innato istinto ramingo che ha permesso la colonizzazione di altri continenti oltre alla nativa Africa. La stessa ricerca aerospaziale non è altro che la nuova frontiera della migrazione umana: l’esplorazione e la futuribile colonizzazione dello spazio.

Lo studio del fenomeno delle migrazioni non può essere distinto da quello dell’accoglienza, vero e proprio rebus per molte cancellerie europee. Infatti, ciò che oggigiorno costituisce la sfida più grande per i governi e per le società più ricche non è tanto far fronte ai fluttuanti flussi migratori ma cercare di governarli e gestirli. In altre parole, ciò che risulta essenziale è integrare i migranti che giungono nei nostri Paesi e nelle nostre città dai posti più disparati.

Nel contesto europeo, è indispensabile che ci sia un’unica strategia in tale ottica, allo scopo di coordinare i Paesi continentali a mettere in atto una serie di misure comuni. Oggi in massima parte è così, anche se in passato la gestione dei flussi migratori non è sempre stata coerente tra le varie nazioni che compongono l’Unione Europea, anzi. Spesso i singoli Paesi, stante il non ultimato processo di integrazione comunitaria, erano chiamati a gestire in maniera solitaria fenomeni legati al tema delle migrazioni.

Il fenomeno dell’accoglienza è caratterizzato essenzialmente da due tipologie di problemi: uno finanziario e uno sociale. Per ciò che concerne il primo, un Paese tanto più è ricco e dotato di risorse, tanto più sarà in grado di far fronte ai bisogni dei migranti. La tenuta e la stabilità finanziaria sono essenziali per garantire un adeguato servizio ai richiedenti asilo e per gestire quantità significative di persone in cerca di aiuto. Una volta accolti, infatti, l’obiettivo finale è quello di integrare i nuovi arrivati nel tessuto socio – economico del Paese. Per far ciò, le risorse finanziarie messe a disposizione devono essere cospicue e ben utilizzate da parte degli apparati amministrativi dei singoli Stati. Secondariamente, non vanno sottovalutate le possibili tensioni di carattere etnico – sociale che potrebbero venire a crearsi tra le fasce più deboli della società nazionale e i richiedenti asilo.

Tra il 2013 e il 2017 il forte aumento degli sbarchi sulle coste italiane e greche ha riportato il tema delle migrazioni sulle prime pagine di tutti i giornali italiani ed europei. È ancora vivo il ricordo di Angela Merkel che apre inaspettatamente le porte ai siriani, e le tante reazioni di solidarietà, ma anche di chiusura di molti altri Paesi facenti parte dell’Unione Europea, chiamati a gestire il più grande afflusso di richiedenti asilo in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale.

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Oggi, in un periodo di sbarchi in calo a causa del nuovo approccio al tema dell’immigrazione adottato dal governo Lega – 5 Stelle, si corre il rischio di considerare superato il problema e di sottovalutarlo. Invece, a prescindere dagli sbarchi, i problemi legati alle migrazioni più o meno clandestine costituiscono un serio grattacapo per le società e gli apparati governativi europei.

Il numero di stranieri che vive in Europa occidentale è in crescita e l’Italia non fa eccezione. Se nel 1998 gli stranieri residenti sul territorio italiano superavano di poco il 3% della popolazione, oggi, dopo soli vent’anni, ci avviciniamo all’8,5% e sfioriamo il 10% se prendiamo in considerazione anche chi, nato all’estero, ha acquisito la cittadinanza italiana. In questo contesto, le città giocano un ruolo fondamentale. È lì che spesso si concentra il più grande numero di stranieri e di persone con un passato recente di migrazione. Circa il 18% di chi risiede a Milano, ad esempio, è straniero, e questa percentuale raggiunge il 30% a Berlino, il 37% a Londra e sfiora il 40% a Vienna.

Negli ultimi anni, soprattutto a causa dei nefasti sviluppi delle Primavere Arabe e dei preoccupanti ribaltamenti verificatisi in Libia, i flussi migratori verso le coste europee hanno subito dei poderosi incrementi. Tuttavia, per governare le migrazioni non basta semplicemente regolare e gestire i flussi: bisogna anche fare in modo che il migrante non finisca nel circolo vizioso di marginalità ed esclusione che lo potrebbero condurre sulla strada del crimine e della violenza.

Per evitare ciò è indispensabile che si proceda in maniera spedita all’integrazione del migrante nel tessuto socio – occupazionale dello Stato in cui approda. Si tratta di un processo lungo e finanziariamente molto dispendioso. In Europa occidentale il costo previsto per l’accoglienza di un richiedente asilo nel primo anno dal suo arrivo è di circa 10.000 euro. Tale costo include vitto, alloggio e servizi di base.

Nel periodo di alti flussi di migranti verso l’Europa, gli Stati membri dell’UE si sono dovuti sobbarcare un maggior costo per gestire l’accoglienza a livello nazionale, che in alcuni casi è divenuto piuttosto significativo: all’apice della crisi nel 2015 è stato l’1,4% del PIL svedese, lo 0,5% del PIL tedesco e lo 0,4% del PIL italiano. Solo i pochi paesi europei che sono usciti meno provati dalla doppia crisi economica, mondiale prima ed europea poi, hanno potuto mettere a disposizione risorse senza sforare i parametri di deficit/PIL, mentre altri (come Italia e Grecia) hanno dovuto continuare ad applicare politiche di austerity facendo fronte alle spese impreviste ma improcrastinabili causate dalla crescita repentina dei flussi migratori irregolari. Ciò ha ristretto ulteriormente il possibile spazio fiscale dei governi per poter potenziare le politiche per l’integrazione.

In questo senso, Italia e Grecia sono sicuramente state penalizzate dalla combinazione di una profonda recessione (nel caso greco) o di una lenta ripresa (nel caso italiano) che hanno compresso le risorse destinate all’integrazione degli stranieri in favore di spese per gestire le frontiere esterne (operazioni di salvataggio in mare e di controllo del territorio) e per fornire prima accoglienza ai migranti arrivati via mare.

Inoltre, l’enorme afflusso di migranti degli ultimi anni ha inondato le città di centinaia di migliaia di disperati. Tale situazione ha esacerbato gli animi degli strati più deboli della società, contribuendo a incattivire il clima di accoglienza. Molti cittadini, sentendosi abbandonati dalle istituzioni, accusano apertamente lo Stato di favorire maggiormente i richiedenti asilo al posto dei reali detentori della cittadinanza.

Tale situazione è oltremodo preoccupante in quanto si stanno creando i presupposti per la nascita di una vera e propria “guerra tra poveri” che metterebbe di fronte chi è situato ai gradini più bassi della scala sociale, ovvero i più bisognosi contro i migranti. Tutto ciò potrebbe portare ad un’ondata di risentimento verso i nuovi venuti che potrebbe facilmente sfociare in episodi xenofobi e razzisti.

In conclusione, le migrazioni sono un fenomeno che ha sempre fatto parte della storia umana. Oggigiorno, il mondo è fortemente globalizzato e sempre più lo sarà nel corso dei prossimi lustri. Gli Stati più ricchi, luogo naturale di approdo da parte dei migranti in cerca di migliori condizioni di vita, sono chiamati a mettere in atto una serie di azioni volte non solo ad accogliere i nuovi arrivati ma anche ad integrare quanto più possibile questi ultimi nella società e nell’economia nazionale.

Non si tratta di processi scontati o di breve durata. Come abbiamo visto, infatti, sia la disponibilità finanziaria che la tenuta sociale di un Paese giocano un ruolo fondamentale in tal senso e sono a dir poco essenziali nella integrazione finale di chi arriva da molto lontano. La vera sfida, attualmente, consiste nel coordinare le energie nazionali per far fronte ad un fenomeno, quello delle migrazioni, che farà stabilmente parte dei dossier più attuali delle cancellerie europee.

 

Filippo Verre

Filippo

 

 

 


 

(*) FILIPPO VERRE
Senese, dopo la maturità classica, ha proseguito gli studi classici a Siena laureandosi prima in Giurisprudenza nell’aprile 2015 e successivamente nel dicembre 2017 in Scienze Politiche con indirizzo diplomatico. Ha effettuato un periodo di ricerche presso la Sacred Heart University a Bridgeport. Per la seconda laurea ha scelto un argomento che gli sta particolarmente a cuore, vale a dire i diritti delle minoranze perseguitate: si è dedicato allo studio del popolo curdo e alla nascita di una o più entità statuali a maggioranza curda nel Medio Oriente.
Ha poi perfezionato gli studi in Inghilterra, a Oxford, con un master in Studi Internazionali – Relazioni Internazionali e a Roma presso la SIOI (Società Italiana per L’organizzazione Internazionale) dove ha completato un master in Studi Diplomatici ed Economici. Ha poi conseguito il master discutendo una tesi sul rapporto tra religione e politica nelle relazioni internazionali. A Roma ha studiato tematiche relative alle strategie diplomatiche nazionali dei maggiori Paesi, analizzato le maggiori organizzazioni giuridiche internazionali e le principali crisi politiche ed economiche che si sono verificate in Europa e nel mondo dopo la Seconda guerra mondiale.
Dal giugno 2017 è social media manager di un’azienda specializzata nel settore della ristorazione e della organizzazione di eventi; ha inoltre effettuato una breve ma significativa esperienza come Cultore della materia presso la Link Campus University di Roma. Da ottobre 2018 è cultore della materia in “demografia” presso l’Università degli Studi di Siena.

 

Outlook sui mercati nel 2019

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Dedichiamo l’articolo di Natale di quest’anno ad uno sguardo, sia pure a volo d’uccello, ai mercati finanziari per cercare di capire cosa può fare il nostro investitore prudente e razionale nell’anno che viene. Sono più i rischi o le opportunità? Siamo al termine di un lungo ciclo espansivo o all’inizio di una nuova grande depressione?

A queste domande cerchiamo di rispondere con i (non poco preoccupanti, in verità) dati di fatto e con qualche ragionamento.

Come ben sanno gli investitori, a parte i fortunati o i bravissimi che hanno puntato le loro fiches sull’azionario dell’India e sul dollaro, quasi tutti i mercati nel 2018 hanno subito perdite, in molti casi anche molto pesanti. Per una strana congiunzione astrale, era da oltre un secolo, per la precisione dal 1901, che tutte le asset class non presentavano andamenti in flessione ed ovviamente siamo tutti qui a chiedercene il motivo.

Il bello è che lo scorso anno, di questi tempi, quando la situazione era totalmente opposta ovvero quando tutte le classi erano in crescita, a nessuno veniva in mente di chiedersi il perché e la cosa sembrava totalmente naturale.

Grazie alle politiche restrittive delle banche centrali, in primo luogo Federal Reserve e BCE, i tassi base (sulle medie e lunghe scadenze) sono aumentati. Anche il premio al rischio e il costo del credito sono cresciuti e questo ha contribuito a far crollare i prezzi di tutte le obbligazioni.

Le azioni, dal canto loro, avevano raggiunto valori fuori da ogni logica dopo mesi di crescita sostenuta e con i dati degli andamenti economici (fatturato e utile delle imprese) in flessione: lo spillo ha iniziato a bucare la bolla.

Più o meno tutte le materie prime – a partire da oro e argento – hanno avuto prezzi in discesa ripida, in alcuni casi (come caffè, petrolio e soia) hanno raggiunto i minimi decennali. E tutte hanno visto incrementare la volatilità e l’instabilità, come nel caso del gas naturale che ha “regalato” un picco di oltre il 20% in un giorno. Roba mai vista, che ha fatto scomparire molti piccoli trader dal mercato sotto i colpi dei margin call[1].

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Stessa sorte per chi si dilettava di forex trading online[2]: grafici in fibrillazione con movimenti giornalieri in escursione anche del 10%.

La volatilità dei mercati è stata poi accentuata dall’instabilità innescata dagli eventi di politica estera delle maggiori potenze e dalle tensioni fra Stati.

La maggiore è stata quella originata dall’imposizione di dazi doganali, per la verità più annunciata che effettivamente realizzata, da parte degli Stati Uniti sui prodotti importati dalla Cina. Un certo peso hanno avuto, a inizio anno, anche i venti di guerra fra USA e Corea del Nord, per non parlare della Brexit e dei rapporti spesso tesi di Washington con il gigante russo.

Non sono mancate crisi regionali, come quella Ucraina e la Turchia, da tempo appesantita dalla deriva totalitaria.

Infine i problemi interni della Francia, con la rivolta dei gilet gialli, e dell’Italia, con il braccio di ferro con l’Unione Europea sulla legge di bilancio e le spinte sovraniste della coalizione al governo del paese.

Tutti elementi negativi per la buona salute dei mercati, ma quasi sempre più a livello di minaccia e di sentiment che non di effettiva causalità. Vedendo dall’alto, era come se i diversi attori si divertissero a danzare sul ciglio di un burrone, dove bastava che uno cadesse per trascinare anche gli altri. Poi le crisi rientravano e si tirava un sospiro di sollievo fino alle successive. Ma ogni volta che i mercati scendevano, il crollo era brusco e intenso e alla ripartenza il recupero era sempre molto parziale.

La logica dell’investitore, in questo tipo di mercati, non era più quella di comprare sui ribassi per rivendere nei rialzi, ma di cercare di tornare in linea di galleggiamento e restare liquidi. Per questo, al primo cenno di crescita, il mercato veniva intasato dalle vendite e il titolo si fermava o tornava a scendere di nuovo.

In una situazione del genere, il consiglio per chi si trova con titoli in perdita, è quello di seguire molto attentamente l’andamento dei mercati e, appena possibile, vendere anche in pareggio o con piccole perdite. Se si è comprato con raziocinio (titoli di società che producono e guadagnano con la loro attività), prima o poi il prezzo si allineerà all’effettivo valore e intanto si possono incassare cedole e dividendi.

Chi invece dispone di liquidità, per il momento farà bene ad aspettare ancora prima di fare nuovi acquisti e non lasciarsi tentare da prezzi a saldo. Perché, come diceva Groucho Marx, quando siamo arrivati al fondo, si può sempre iniziare a scavare.

 


 

[1] Nel trading online si acquistano e vendono perlopiù strumenti derivati (futures, opzioni e simili) bloccando solo parte delle quantità movimentate, ovvero ricorrendo alla leva. Quando l’operazione diventa negativa e la perdita supera un determinato ammontare, la banca richiede un’integrazione del margine (cioè ulteriore versamento di denaro) o la chiusura dell’operazione stessa, rendendo la perdita definitiva. In quest’ultimo caso, peraltro, si accelera quello stesso movimento di mercato che aveva provocato la perdita: se i titoli stavano scendendo, la loro vendita provoca ulteriori cali in un circolo vizioso.

[2] Il forex trading è la compravendita con finalità speculativa di valute estere: In genere si opera su coppie di derivati (futures), comprandone una e vendendone un’altra in modo da guadagnare se quella comprata aumenta e quella venduta diminuisce.

Esodi, transumanze e migrazioni

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Il Natale è in un certo senso anche una ricorrenza della migrazione: tutto sommato, all’epoca dei fatti, la Sacra Famiglia stava rientrando verso il luogo di origine, da cui si era spostata per registrarsi ai fini del censimento. La Bibbia stessa narra di esodi epocali e di spostamenti: del resto la storia dell’uomo è da sempre segnata da fenomeni migratori che, nei casi migliori, sono viaggi pieni di speranza verso una terra promessa o alla ricerca di una vita più dignitosa e, in quelli peggiori, diaspore e genocidi.

In questo blog, che si occupa soprattutto di aspetti finanziari e socio-economici abbiamo affrontato molti argomenti ma, fino ad oggi, non ci siamo mai soffermati sul tema della migrazione in modo specifico. Eppure, non c’è dubbio che niente come i flussi migratori influisca sul nostro sistema e stia cambiando i connotati stessi della società e dunque anche dell’economia.

L’atteggiamento da tenere nei confronti dei migranti costituisce forse il maggior punto di distinzione dei programmi delle attuali forze politiche: da quelle che vogliono opporsi tout-court agli ingressi, a quelle che cercano di limitare e disciplinare il fenomeno, a quelle che sono favorevoli all’accoglienza e all’integrazione. Si tratta comunque di un aspetto che muove flussi di denaro importanti per la gestione degli sbarchi, l’organizzazione dei centri di smistamento, per favorire lo sviluppo dei Paesi di origine al fine di contenere il problema alla base (“aiutiamoli a casa loro”), senza dimenticare la possibilità di sfruttare le materie prime di cui molti di quei Paesi sono ricchi.

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Una volta sbarcati, inizia la trafila del percorso di riconoscimento e legalizzazione degli ingressi, con i permessi di soggiorno, oppure di rimpatrio. Per chi resta, che sia in regola o clandestino, l’ingresso nella forza lavoro contrattualizzata o “in nero”, oppure nei ranghi della malavita.

Come si vede, anche da un mero punto di vista economico, il fenomeno è sicuramente rilevante in quanto determina forti influenze sia sul mercato del lavoro, originando squilibrio o molto spesso riequilibrio dell’offerta (soprattutto dei lavori a minor contenuto specialistico); sia sulla domanda globale, perché i nuovi arrivati comunque consumeranno e cercheranno case e mezzi di sussistenza; sia infine sulla spesa pubblica, perché le spese per assistenza sociale e sanitaria in un sistema aperto come il nostro graveranno sul bilancio dello Stato.

Ancora più evidente è poi l’influenza sul modo di vivere e sulla fisionomia stessa delle nostre città: ormai vedere persone di diversa provenienza etnica è talmente usuale a tutti i livelli che non ci si fa più caso. Incrociare nelle nostre città donne che girano velate oppure passare vicino a moschee è diventato la regola, così come trovare badanti dell’Est Europa nelle case degli anziani o asiatici come personale di servizio nelle abitazioni signorili.

La sensazione è che opporsi a questo fenomeno sia pressoché inutile, se non impossibile. Quando le dimensioni sono quelle raggiunte oggi, alzare barriere all’ingresso può servire nel breve termine magari a dirottare altrove i flussi, ma alla lunga è come voler frenare una valanga con le mani.

 

E poi ci sono le conseguenze culturali: siamo orami decisamente una società multi-etnica, nelle cui scuole la quota di studenti provenienti da famiglie di migranti è in crescita esponenziale e presto sarà la maggioranza. Vengono messe in discussione le radici culturali, a partire dalle tradizioni e dall’educazione cattolica, già duramente colpite dalla globalizzazione.

Per Paesi come gli Stati Uniti, in cui queste radici sono giovani e deboli, è stato relativamente facile arrivare a una sostanziale integrazione. La società è sempre stata costituita da gruppi etnici ben caratterizzati, che alla fine hanno trovato un modo efficiente di coesistere con reciproco vantaggio. Ma per noi, con secoli di storia alle spalle, l’impatto di questa vera e propria invasione rischia di essere devastante. Sono persone giovani, “affamate” e molto motivate, disposte a fare sacrifici e abituate a sopportare difficoltà e privazioni, mentre troppo spesso – per usare un’espressione del Cardinale Biffi, vescovo di Bologna di un paio di decenni fa – noi siamo “sazi e disperati”, impigriti dal benessere e cresciuti nell’abbondanza.

Pur essendo le migrazioni un fenomeno sempre presente nella storia, tuttavia le dimensioni assunte al giorno d’oggi sono impressionanti. Popoli interi si mettono in marcia per sfuggire alle guerre, alla povertà, ai genocidi. Vedere colonne di persone che rincorrono i loro sogni o semplicemente inseguono un miraggio di sopravvivenza non può lasciare indifferenti. E’ vero che molto spesso si infiltrano anche malviventi ed è anche vero che intorno agli sbarchi è fiorito un mercato del malaffare. Ma questi sono solo gli effetti del fenomeno, che possono essere combattuti e contrastati, ed è bene che lo siano, ma che lasciano inalterate le cause, sulle quali è invece necessario riflettere.

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Il forte e crescente divario fra aree del mondo ricche e aree povere, la distribuzione delle risorse e la geografia delle opportunità, la diffusione di malattie ed epidemie, i diversi tassi di crescita demografica: sono solo alcune delle cause all’origine dei fenomeni migratori.

Cercheremo nei prossimi articoli di esaminare i diversi aspetti del problema, anche con contributi esterni di specialisti dei diversi settori: dalla demografia alla gestione degli aspetti di ordine pubblico, dalle iniziative di accoglienza e solidarietà agli effetti più strettamente economici.

Come in altri casi, non riusciremo a dare risposte ma ci limiteremo a evidenziare le domande, con l’obiettivo di evitare superficialità di giudizio e reazioni istintive, molto spesso più di pancia che di testa.

 

Buona lettura dunque.

 

 

L’ombra della sera sulle terre di Maremma

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Concludiamo la miniserie sulle eccellenze del nostro Paese con un’incursione in Maremma, per raccontare la storia di un sogno inseguito con costanza e determinazione da Carlo Sarti, dagli studi di agraria fino all’apertura di un’enoteca ristorante in centro a Grosseto.

Lo studio della terra ed i primi lavoretti nei ristoranti della zona lo hanno convinto fin da ragazzo delle potenzialità dei nostri prodotti e dello spazio che c’era per una proposta di qualità. Un locale piccolo, materia prima eccellente, piatti della tradizione lavorati con creatività e passione, vini di primo livello da abbinare in modo sapiente, musica jazz dal vivo, mostre di fotografia e pittura, il tutto a prezzi ragionevoli. Nacque così il “Fufluns”, parola che nel linguaggio degli antichi etruschi – quelli dell’ombra della sera – indicava appunto il vino, a testimonianza di qualcosa che in questi luoghi veniva realizzata da secoli.

L’idea era ambiziosa, non tanto per il progetto in sé del quale Carlo era convinto, quanto per la location: se fosse stato a Roma o a Milano, o anche solo a Firenze, nessun dubbio che potesse avere successo. Ma in una città piccola, senza turismo se non quello che d’estate arrivava di riflesso dal mare vicino, senza studenti universitari che movimentassero le notti e tutto sommato senza una cultura eno-gastronomica diffusa nonostante la tradizione e le materie prime, il rischio del flop era notevole.

Dopo un buon decollo ed una prima stagione soddisfacente anche per l’effetto-novità, in un contesto ambientale tuttavia statico e molto legato alle abitudini, oltre che in un sistema economico e istituzionale che ostacola l’iniziativa con costi e burocrazia, le cose si sono fatte difficili. Resta però invariato il valore della proposta: investire sulla qualità è importante, trasmettere conoscenza e passione è fattore di crescita culturale.

Abbiamo chiesto a Carlo di raccontarci la sua storia, che ci è parsa significativa e meritevole di uno spazio in questo viaggio nell’eccellenza.

 


 

Ce la possiamo fare a crescere affidandosi solo all’agricoltura e al turismo, pur sapendo che l’agricoltura è tradizionalmente poco redditizia e che anche il turismo ha conosciuto crisi e battute d’arresto?

Partiamo da un presupposto: siamo fortunati a vivere in un ambiente come il nostro e con il patrimonio artistico e culturale che abbiamo. Se guardiamo alla realtà maremmana, il problema è che forse non siamo bravi a “vendere” quello che abbiamo, a trasformare in business questa grande ricchezza. Forse la colpa è di noi imprenditori che non siamo capaci a sfruttare commercialmente questa ricchezza.

Cosa c’è alla base di questa tua scelta di qualità?

Io vengo dal mondo dell’agricoltura, che conosco bene per aver esercitato la professione di perito agrario per vent’anni. Ho fatto questa scelta a 50 , proprio perché conoscevo bene i nostri prodotti, l’enologia, la zootecnia, i grani e sono stato guidato dalla grande passione. Già a 14 anni facevo il garzone in un ristorante di Sorano, ho fatto tante stagioni e ho potuto apprezzare il lavoro in cucina della mamma, delle zie, delle donne del posto, tutte grandissime cuoche. Unire questa passione al corso di studi è venuto quasi automatico.

Qual era la tua idea quando hai aperto il locale?

Avevo in mente un cliente tipo di circa quarant’anni, professionista, di buon livello culturale con grande passione per il buon cibo e il vino. L’idea portante era quella di proporre soprattutto vini meno conosciuti, non necessariamente di aziende famose, e avere la possibilità di ragionare sul vino, parlarci sopra, raccontarlo. Stare insieme e godere insieme, crescendo e imparando.

C’è stato un piatto o un vino che ti hanno dato particolare soddisfazione?

Fra i piatti direi il cosciotto d’agnello, che abbiamo proposto disossato e farcito con mortadella e cavolo nero, la guancia brasata e l’ossobuco che è stato il piatto più gettonato durante l’estate. Piatti della tradizione, interpretati a modo nostro, non pesanti ma gustosi.

Per il vino, quelli proposti dall’azienda Carlotto, in Alto Adige nella Piana di Mazzon: solo vini rossi, fra tutti il Lagrain, grande eleganza e finezza.

Piatti di territorio e vini di tutta Italia, cose nuove ma tradizionali.

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Oggi è possibile mangiare bene senza spendere troppo?

E’ la mia scommessa, ne sono assolutamente convinto. Metto estrema attenzione nella scelta: rifornirsi direttamente alla fonte, conoscere i prodotti che lavoro, fino ad arrivare all’animale che li ha generati. E anche nel vino si possono trovare oggetti di livello senza svenarsi.

Non basta avere un buon prodotto, bisogna anche saperlo vendere.

Sta tutto qui il problema. La Maremma può essere un polo turistico fantastico, non ci manca niente: la nostra DOC confina con Montalcino. Forse ci manca la capacità, o anche un input politico.

Se pensiamo a 50 anni fa, la nostra ospitalità e offerta turistica era mediamente scadente o inesistente. Se immaginiamo di spostarci in avanti di 50 anni, come vedi questo territorio, secondo te cosa succederà?

Ho paura che succederà poco o niente, perché dipende sempre dalle persone. Spero che qualcosa possa cambiare, ma dipenderà dalle nuove generazioni. Io forse sono un romantico, ma sono convinto che anche nell’era digitale e ipertecnologica avrà ancora un senso parlare di ambiente, agricoltura, qualità. Dobbiamo imparare, formare le persone, andare a scuola, investire sulla cultura.

 

Dalla Sicilia un manifesto dell’integrazione

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Il 2018 è stato un anno magico per Palermo, con ben due manifestazioni culturali e decine di eventi ed esposizioni, che l’hanno consacrata capitale dell’integrazione e dell’accoglienza. La città si è presentata nella sua veste migliore, proponendo un’offerta culturale degna di una capitale europea e i flussi turistici l’hanno ampiamente premiata, mostrando incrementi significativi.

La prima delle due manifestazioni è stata “Manifesta12”, la dodicesima edizione della biennale itinerante nata nei primi anni ’90 in risposta al cambiamento politico, economico e culturale avviatosi alla fine della guerra fredda e con le conseguenti iniziative volte a facilitare l’integrazione sociale in Europa[1] .

 

In tale ambito, da giugno a novembre sono stati organizzati numerosi eventi, dibattiti e mostre; soprattutto sono stati restituiti alla fruibilità dei visitatori una serie di palazzi e luoghi che erano da tempo chiusi e inutilizzati, fra cui i locali del prestigioso Palazzo Forcella De Seta.

L’altra manifestazione è collegata a Palermo capitale della cultura italiana, anche in questo caso intesa non solo come cultura artistica tradizionale, ma come capitale di una concezione al plurale della nozione di cultura che comprenda la cultura della pace, dell’accoglienza, della legalità, d’impresa, dell’innovazione, dei giovani, ambientale, della solidarietà, della diversità.

 

Per quanto riguarda il discorso che avevamo avviato con l’articolo della scorsa settimana, questi eventi – grazie ai quali sono affluite dall’esterno consistenti risorse finanziarie – hanno consentito, come spesso succede in casi analoghi, di restaurare e restituire alla comunità siti e palazzi da tempo chiusi o utilizzati solo parzialmente.

In tal modo, il beneficio economico è duplice: da un lato attira visitatori che spendono e portano ricchezza, come pure sponsor e pubblicità; dall’altro aumenta la dotazione patrimoniale (il “capitale” in questo caso) della città, disponibile per l’utilizzo in futuro.

Senza contare che il suo aspetto si trasforma radicalmente: invece di palazzi vecchi e fatiscenti, il panorama urbano presenta edifici restaurati e tappezzati da manifesti e locandine, con gente in fila e persone che vi lavorano. E soprattutto molti giovani, per il tipo di eventi culturali proposti, che rendono vitale e dinamica la città fino a tarda notte.

Fra gli edifici restituiti alla città, particolarmente significativo il Palazzo Forcella De Seta, costruito dai Marchesi Forcella in stile neogotico intorno alla metà del XIX secolo, al di sopra delle mura cittadine, sui resti del bastione Vega e sulla porta dei Greci, affacciato sulla strada Colonna (attuale Foro Italico) con splendida vista sul mare.

La “Grande Galleria”, con due file di finestre a sesto acuto e colonne sovrapposte negli angoli, decorata su ispirazione dell’ Alhambra di Granada, è stata utilizzata come sede di un’esposizione sulle migrazioni e sulle tradizioni dei popoli caraibici, fra le quali quelle legate alla benedizione del sale.

Parallelamente a questa si apre una seconda galleria, rivestita di marmi e mosaici che richiamano le decorazioni dei palazzi normanni e con iscrizioni in greco. Anche questa sala è stata impiegata per presentare fotografie e proiettare video sempre inerenti diversi aspetti a contenuto sociale, in primo luogo relativi alle migrazioni, ma non solo.

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Il colpo d’occhio di sale da poco restaurate, con allestimenti fotografici e decorazioni arabeggianti affacciate sul mare, è veramente straordinario, come già abbiamo detto in passato per un altro edificio vicino, Palazzo Butera, anch’esso inserito nel circuito Manifesta12 (si veda il nostro articolo del 16/5/2017 “Palazzo Butera: da Palermo un progetto di apertura e accoglienza)

Come Palazzo Butera, anche Palazzo Forcella De Seta si affaccia su mare di Palermo e incorpora la porta di accesso alla città. In un certo senso entrambi rappresentano un biglietto da visita nei confronti dei naviganti che vi approdano: il messaggio ideale di accoglienza e integrazione arriva in tal modo forte e chiaro.

Non abbiamo i dati numerici sulla partecipazione ai diversi eventi del 2018 di Palermo, ma di certo il flusso di turisti è stato molto intenso e tutta la città ne ha beneficiato e si è trasformata. Come dicevamo nell’articolo iniziale di questa mini-serie, ad esempio la centralissima Via Maqueda si è mostrata in una veste godibile e molto coerente con la sua tradizione, con le nuove attività commerciali legate alle eccellenze del territorio e non solo all’abbigliamento made in USA omogeneo, alla telefonia, al fast food o alla chincaglieria asiatica.

Ci sono casi di successo in cui città un tempo industriali poi cadute in declino sono state riconvertite in luoghi in cui la cultura è il principale fattore produttivo. Bilbao ne è un esempio mirabile ed è ora diventata anche meta turistica di tutto rispetto. Altro esempio, di natura completamente diversa, è Cambridge, nel Regno Unito. Da villaggio accademico blasonato, attraverso la creazione del parco scientifico e tecnologico, è diventata incubatore di start-up e nuove imprese e da qualche decennio è entrata in una nuova fase di sviluppo.

Niente vieta che anche Palermo, come Napoli o altre località in Piemonte e Toscana, riesca a intraprendere questo percorso di eccellenza.

 


[1] Dal sito web ufficiale  http://m12.manifesta.org/cose-manifesta/?lang=it, che così prosegue: Sin dall’inizio, Manifesta si è costantemente evoluta in una piattaforma per il dialogo tra arte e società in Europa, invitando la comunità culturale e artistica a produrre nuove esperienze creative con il contesto in cui si svolge. Manifesta è un progetto culturale site-specific che reinterpreta i rapporti tra cultura e società attraverso un dialogo continuo con l’ambito sociale

Vissi d’Arte

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La nostra mini-serie sul futuro dell’Italia prosegue oggi parlando dell’altra gamba dell’eccellenza del nostro Paese: si tratta del turismo, che vive della valorizzazione del patrimonio artistico e culturale.

Siamo partiti dall’idea che il possibile sviluppo del nostro Paese dovrà essere incentrato sulle due direttrici dell’agricoltura e del turismo, con tutte le attività connesse. Abbiamo parlato della prima, l’agricoltura, e di alcune eccellenze in Sicilia, Toscana e Piemonte legate soprattutto all’enogastronomia.

In molti casi è stato naturale il passaggio al business turistico, dando vita ad iniziative che si sono trasformate con successo, tanto da far parlare di un vero e proprio filone, quello del turismo legato alla valorizzazione e alla scoperta del cibo di territorio. Da qui sono nati, solo per citare alcuni esempi, Vinitaly a Verona, il Salone del Gusto a Torino o Eurochocolate a Perugia.

 

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Non si tratta di una semplice riedizione delle sagre paesane nelle quali si poteva gustare a basso prezzo la specialità locale, spesso in piedi e circondati da folle chiassose e fumi pestiferi. Eventi, questi, animati in genere dalle donne, vere professioniste della cucina tradizionale che lavoravano a beneficio di associazioni o pro-loco.

E’ piuttosto un percorso culturale che punta a considerare la tradizione e il cibo come espressione di un territorio, della sua storia e delle eccellenze che produce. Il target a cui si rivolge è composto da persone di età adulta, cultura elevata e buon livello di reddito: persone a cui piace vivere bene e spendere.

Allo stesso modo si qualifica il turismo culturale che consiste nello spostamento finalizzato a vedere una mostra, visitare un sito archeologico o un museo, partecipare a un convegno, ma anche a un concerto, un’esibizione teatrale o operistica ed altre attività simili.

In alcuni casi si creano delle vere e proprie mode, che attirano code infinite ed ampio interesse mediatico. È quanto avvenuto, ad esempio, per i bronzi di Riace oppure per le mostre monografiche organizzate da operatori di successo quali “Linea d’Ombra”.

Molti puristi affetti da snobismo accademico criticano queste iniziative sostenendo che si tratta di operazioni commerciali che poco hanno di culturale e molto di consumistico. In parte è sicuramente vero, resta però il fatto che molta gente è disposta a muoversi e ad impiegare tempo e soldi per vedere i quadri degli impressionisti o ascoltare le musiche di Stefano Bollani, oppure a visitare i diversi luoghi in cui si svolgono manifestazioni monografiche o a tema e, così facendo, alimenta produzione e reddito e comunque alla fine qualcosa impara. Oppure, semplicemente, riesce a trarre soddisfazione e divertimento dalla fruizione dell’arte.

Il nostro patrimonio artistico e culturale è così ampio e ricco che potrebbe offrire enormi occasioni di sviluppo del turismo culturale. Si tratta di vedere se l’arte e la cultura possono essere sufficienti a garantire un adeguato ritorno economico o quanto meno un equilibrio a livello generale. E’ possibile, dunque, “vivere d’arte”, parafrasando la nota aria pucciniana?

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Non è facile rispondere a questa domanda né esiste un’unica risposta. In primo luogo si deve considerare la comunità nel suo complesso: è evidente che se si riesce ad attirare un consistente flusso di visitatori in una determinata zona, i privati che hanno attività commerciali in quella zona ne saranno avvantaggiati, così come tutti coloro che possono trovare un’occupazione diretta nella gestione o nell’organizzazione delle visite.

A livello pubblico, bisogna però valutare che ci sono costi che gravano sulla collettività, in primo luogo per la manutenzione e il restauro dei beni artistici. Quando sono necessari interventi importanti (si pensi all’allestimento di un sito archeologico e all’attività di scoperta, studio e messa in sicurezza dei reperti per renderli visitabili), è ben difficile che il solo biglietto di ingresso possa coprirne il costo per intero.

Non solo: i lavori spesso durano anni e i flussi di reddito arrivano solo dopo molto tempo e solo una volta che i lavori stessi sono terminati. C’è quindi un gap temporale fra fabbisogno finanziario per rendere possibile l’attività culturale e rientro attraverso i flussi dei visitatori. Si tratta di veri e propri investimenti, per i quali sono necessarie risorse e capacità progettuali, non sempre presenti in loco.

Occorrono amministrazioni pubbliche non solo efficienti, ma soprattutto motivate e stabili, perché i benefici di progetti così impegnativi in genere arrivano solo dopo molti anni, quando il loro mandato elettorale sarà terminato. Quindi dovranno essere così illuminate da impiegare risorse di cui la collettività beneficerà solo in futuro, l’esatto contrario di quanto ha fatto la politica finora.

La politica dei beni culturali richiede lungimiranza e investimenti cospicui. Dei due fattori, peraltro necessari ma non sufficienti per assicurare il sentiero di sviluppo di cui abbiamo parlato, paradossalmente il più difficile da mettere in campo è proprio il primo.

Alla fine, infatti, le risorse possono essere reperite attraverso forme di sponsorizzazione da parte di privati (come è successo per il restauro del Colosseo da parte del gruppo Tod’s) o project-finance[1]. In entrambi i casi si tratta di individuare fonti di reddito che rendano sostenibile e conveniente l’operazione dal punto di vista del privato che investe capitali ed energie nell’iniziative: per questo si parlava di capacità progettuale.

La lungimiranza della classe politica – e qui parliamo soprattutto delle amministrazioni pubbliche locali – è invece più complicata perché comporta visione strategica di lungo periodo: significa avere un’idea chiara di quale potrà essere il futuro delle comunità governate e riuscire a catalizzare consenso su questa idea. Molto più facile gestire il potere con elemosina, prebende e slogan roboanti.

Nel prossimo articolo parleremo dunque di iniziative che hanno consentito il recupero e la valorizzazione del patrimonio artistico, cominciando dalla Sicilia.

 


[1] Il project finance o finanza di progetto è una tecnica di finanziamento di un progetto in cui il rimborso e il costo del finanziamento stesso sono garantiti dai flussi di cassa previsti dalla attività di gestione o esercizio dell’opera, che in genere è  un’iniziativa complessa a lungo termine relativa a un bene o un’area pubblica. La caratteristica principale del project financing è rappresentata dal coinvolgimento dei soggetti privati nella realizzazione, nella gestione e soprattutto nell’accollo totale o parziale dei costi di opere pubbliche, o opere di pubblica utilità, in vista di entrate economiche future.

Il Genio piemontese

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Non si può parlare di agroalimentare in Italia e di eccellenza nel cibo e nel vino senza raccontare l’incredibile esperienza di Oscar Farinetti, il creatore di Eataly, e le iniziative di divulgazione e formazione originate da Carlo (detto Carlin) Petrini, a partire dal Gambero Rosso e Slow Food.

 

Dopo Sicilia e Toscana, il nostro viaggio nell’Italia del futuro si ferma in Piemonte, altra formidabile espressione di quelli che abbiamo indicato come i due pilastri dell’economia italiana prossima ventura: agricoltura e turismo.

 

Tre regioni che possono rappresentare la base di uno sviluppo duraturo e sostenibile, incentrato sui punti di forza del nostro territorio. Tre tipologie di offerte di prodotti molto diverse, come diverse sono le tradizioni, le culture, le modalità di coltivazione e le attrazioni turistiche. Centro, Nord e Sud: come dire che l’eccellenza nel nostro paese è anche geograficamente ben distribuita e la potenzialità di sviluppo si estende in tutta la penisola.

Questa storia in terra sabauda inizia a metà anni ’80 con le intuizioni di Carlin Petrini, e le idee che vedono la luce negli ambienti della sinistra piemontese che fanno riferimento all’ARCI e al Manifesto.

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Nasce qui infatti l’”ARCI Gola”, sezione del popolare sodalizio ricreativo-culturale che darà vita al movimento “Slow Food” in polemica contrapposizione alla fast life e al modello di vita basato sul consumo veloce e frenetico[1].

L’intuizione di Carlin Petrini era sicuramente innovativa ma anche geniale: si doveva recuperare l’aspetto culturale del nostro cibo tradizionale, ribellandoci al consumo veloce e inconsapevole per poter esercitare un vero e proprio “diritto al piacere”. Oggi si direbbe: meno global e più local.

Da questo principio sono nate diverse iniziative di successo, dal Salone del Gusto a Torino all’Università degli studi di scienze gastronomiche a Pollenzo, sempre nell’alveo della valorizzazione dei prodotti del nostro territorio.

Il Gambero Rosso nacque nel dicembre 1986 come inserto di otto pagine del quotidiano comunista “Il Manifesto”, finalizzato a proporre un’idea di cibo più vicina alla classe operaia e alla cultura di sinistra, che avrebbe dovuto riappropriarsi del diritto a perseguire il piacere e il gusto, tradizionalmente riservato alle classi agiate[2]. Col tempo è poi divenuto una delle più autorevoli e seguite guide sui ristoranti e i vini d’Italia, una collana editoriale e un’emittente televisiva.

L’enorme successo di questo filone, e il business che ne è successivamente originato, hanno poi portato alcuni a criticare questo atteggiamento, visto come strumentale ad uno sfruttamento commerciale e totalmente privatistico dell’idea, ben lontana dagli aspetti politici e ideali degli inizi[3]. Esempi di questa deriva vengono riscontrati in situazioni come l’Expo di Milano, la crescita esponenziale della grande distribuzione organizzata (GDO) – nell’ambito della quale un ruolo primario è svolto dalle cooperative che fanno diretto riferimento alla sinistra – o il progetto FICO di Bologna ideato e gestito da Farinetti.

In questo contesto nasce nel 2004 il progetto Eataly, con il primo punto vendita allestito a Torino, nello stabilimento ex Carpano, ceduto in comodato dall’amministrazione comunale a Farinetti con l’impegno a ristrutturare e rimettere in sesto un edificio storico ma ormai fatiscente e in disuso.

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L’idea vincente di Oscar fu quella di creare un circuito integrato dell’eccellenza gastronomica, dai produttori di materie prime – molti dei quali col tempo sono poi stati acquisiti dal gruppo Eataly – alla realizzazione del prodotto finito, a cura di cuochi selezionati che preparassero direttamente e davanti al cliente i piatti per il consumo.

L’obiettivo di Farinetti era quello di offrire la migliore carne, il miglior pesce, la miglior verdura e così via nei ristoranti della carne, del pesce, della verdura. Chi voleva poteva consumare direttamente i prodotti, oppure poteva portarseli via o acquistare le materie prime.

Eliminando il passaggio del commercio all’ingrosso, i prezzi – pur elevati perché alla fine la qualità si paga sempre – non avrebbero incorporato componenti improprie, quali appunto il costo della distribuzione, ma anche l’immagine, la pubblicità. Al prodotto molto reclamizzato, si preferiva quello a chilometro zero; all’azienda famosa l’eccellenza locale; alle grandi quantità la costante selezione qualitativa.

Fu da subito un successo straordinario: già il primo anno le assunzioni di personale furono il doppio di quelle preventivate e il fatturato consentì il break even, ovvero il punto di equilibrio fra costi e ricavi, fin dai primi mesi.

Eataly divenne ben presto un caso di scuola, creando un segmento di mercato di assoluto rilievo proprio nella valorizzazione di uno dei nostri tradizionali punti di forza: l’agricoltura di qualità, l’eccellenza del cibo e del vino, la valorizzazione del territorio e delle tradizioni.

Da quel momento, il gruppo di Farinetti ha intrapreso una crescita formidabile, dapprima con l’apertura di numerosi altri punti vendita in Italia e all’estero, poi acquistando direttamente i migliori produttori (acque in bottiglia, pastifici, aziende vitivinicole, caseifici, salumifici e così via).

Bisogna dire che Oscar Farinetti è un genio, né più né meno. La sua capacità imprenditoriale, il fiuto per il business, l’abilità di mantenere una vasta e forte rete di relazioni istituzionali, sono certo talenti e doti non comuni. Ma il fatto di aver avuto successo valorizzando le nostre tradizionali e antiche produzioni agricole e gastronomiche testimoniano l’enorme potenzialità di sviluppo che ha il paese in questo campo.

 


[1]La velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda allo stesso virus: la “Fast-Life”, che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case, ci rinchiude a nutrirci nei “Fast-Food”.  Ma l’uomo sapiens deve recuperare la sua saggezza e liberarsi dalla velocità che può ridurlo ad una specie in via d’estinzione.  Perciò contro la follia universale della “Fast-Life”, bisogna scegliere la difesa del tranquillo piacere materiale…” dal Manifesto dello Slow Food, apparso sulla newsletter Rosmarino nel novembre 1987, è firmata dagli storici 13 padri fondatori: Folco Portinari, Carlo Petrini, Stefano Bonilli, Valentino Parlato, Gerardo Chiaromonte, Dario Fo, Francesco Guccini, Gina Lagorio, Enrico Menduni, Antonio Porta, Ermete Realacci, Gianni Sassi, Sergio Staino.

[2] Si veda anche: Stefano Bonilli e Carlo Petrini, quando la rivoluzione passò per la cucina, il manifesto, 4 agosto 2014

[3] Wolf Bukowski La danza delle mozzarelle. Slow Food, Eataly, Coop e la loro narrazione, Edizioni Alegre, Roma 2015

Terra e Vino: ritorno alle origini

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Iniziamo il nostro viaggio nelle eccellenze con la Toscana, nel Chianti, e raccontiamo un’azienda con una storia lunga e importante. L’azienda è la “Bichi Borghesi” e ha sede nella splendida cornice di Scorgiano, fra Siena e Colle Val d’Elsa.

Un posto incantato, con un borgo che in passato ospitava e si identificava con la tenuta agricola, simbolo di aristocrazia terriera che traeva reddito dai vasti possedimenti fondiari – perlopiù coltivati a foraggi e cereali, ma con notevoli e importanti vigneti nel cuore del Chianti – e che viveva nell’elegante villa padronale.

La villa era – ed è tuttora – circondata da un parco di disegno ottocentesco con viali alberati, fontane e giardini, che la tengono isolata dalla strada. Nella facciata principale – su un giardino sobrio che introduce al parco – si trovano le “Scuderie”, ora adattate a locale di ospitalità e ristorazione per banchetti e matrimoni. Del resto, il borgo comprende anche una cappella recentemente restaurata. Sul retro i locali della cantina e i magazzini, ora arricchiti da zona degustazione.

Niccolò Simonelli, uno dei due fratelli che condividevano con la madre la proprietà e l’onere dell’azienda di famiglia, era negli anni Novanta un giovane agronomo libero professionista, continuamente in viaggio per lavoro, con poco tempo da dedicare alla campagna.

Niccolò si trovò davanti al bivio se raccogliere la sfida di riportare in equilibrio l’azienda e rilanciare la produzione oppure continuare con la sua attività, ormai consolidata. Naturalmente accettò il guanto e si gettò anima e corpo nell’impresa di dare nuova vita alla tenuta “Bichi Borghesi”.

Trasformare un’azienda cerealicola-foraggera di nobili tradizioni ma di scarsa o nulla redditività non era un compito facile, in un settore come l’agricoltura notoriamente caratterizzato da bassi profitti e alta intensità di capitale, aspetto questo molto rilevante in pieno Chiantishire. Nella zona del Chianti, infatti, i valori del real estate erano molto lievitati per la forte domanda, soprattutto da parte inglese e americana, ma recentemente anche russa.

Vendere tutto al magnate di turno e abbandonare la terra? Neanche per sogno. La cosa giusta da fare era focalizzare i punti di forza, svilupparli e irrobustirli, e limitare quelli di debolezza.

Il primo punto di forza era la qualità del prodotto vitivinicolo, pur in una fase in cui il Chianti non godeva di grande popolarità. Altro punto di forza la solidità patrimoniale, che non presentava debiti essendo il cespite di antica proprietà della famiglia.

I punti di debolezza erano invece la necessità di migliorare e diversificare l’offerta e soprattutto di ricercare nuovi sbocchi commerciali. Inoltre, erano necessari investimenti per ammodernare attrezzature e processi. E ancora lo scarso apporto reddituale della parte cerealicola-foraggera, che assorbiva energie e risorse senza apportare redditività.

Niccolò si è quindi concentrato sul vino, ingaggiando un enologo di esperienza e qualità, e sulla ricerca di nuovi mercati, soprattutto esteri, da affiancare alla clientela tradizionale, perlopiù locale. La vendita di “sfuso” avrebbe dovuto gradualmente ridursi per favorire, anche a livello di immagine, il prodotto di maggiore qualità.

Dopo anni di ricerca e continuo miglioramento, diversificando e segmentando l’offerta con vini diversi, la qualità raggiunta si può definire a giusta ragione “eccellente”, sia dei vini più pregiati (DOCG e riserva) sia dell’IGP che sta lentamente conquistando un suo mercato.

Il girovagare per l’Europa, gli Stati Uniti e l’Asia, inclinazione che Niccolò aveva manifestato anche nella precedente vita da libero professionista, e la partecipazione intensiva a manifestazioni, eventi, fiere e simili ha portato ad esportare la quasi totalità della produzione.

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Inoltre, una piccola ma significativa attività di agriturismo, generalmente ma non solo, al servizio della clientela, ha consentito di conseguire introiti ulteriori, di entità modesta ma significativi. Sempre più frequenti le degustazioni a cui vengono invitati potenziali clienti da tutto il mondo, a cui viene offerta la possibilità di ammirare il formidabile contesto territoriale in cui nasce il Chianti Bichi Borghesi.

Un’attenta e prudente gestione finanziaria ha infine consentito di raggiungere un equilibrio economico che all’inizio poteva sembrare molto difficile da ottenere. Certo, la redditività è ancora bassa, ma questo è il limite di ogni produzione agricola.

Inoltre l’esposizione ai fenomeni meteorologici e alla stagionalità non sempre amica ha portato a dover affrontare problemi talvolta complessi.

 

Ma la soddisfazione di aver riportato l’azienda di famiglia al livello di sostenibilità e soprattutto di offrire un prodotto in alcuni casi davvero notevole ha ripagato Niccolò di tutti gli sforzi fatti.