Pillole di Finanza: tassi variabili e spread

L’investimento a tasso fisso è una gran bella cosa perché consente di conoscere con esattezza i flussi monetari (nominali, ovviamente, quindi senza tener conto dell’inflazione) dal momento dell’impiego fino alla scadenza.

E se il nostro investitore è soddisfatto della cedola e non ha bisogno di tornare in possesso dei contanti prima della scadenza, può disinteressarsi di tutto il resto. Ma se dovesse vendere prima della scadenza e il livello dei tassi fosse aumentato, abbiamo visto che subirebbe una perdita in conto capitale perché il prezzo del titolo scenderà.  Ovviamente se invece i tassi scendessero, il prezzo al contrario aumenterà e potrà scegliere se tenere il titolo comunque fino alla scadenza, godendosi un rendimento superiore a quello corrente di mercato, oppure venderlo e incassare la plusvalenza.

Ovvero, chi compra un titolo a tasso fisso resta esposto a quello che si chiama “rischio tasso”, l’eventualità che una variazione dei tassi di mercato influisca sul risultato complessivo del suo investimento.

Chi vuole evitare questo rischio dovrà orientarsi verso i tassi variabili, che hanno la caratteristica di adeguarsi, seppure non totalmente e con un certo ritardo, alle variazioni dei tassi di mercato. Anche in questo caso il concetto è intuitivo: se prendiamo un titolo a tasso variabile, ad esempio – per restare nell’ambito dei titoli di stato – un CCT,  la cedola che riscuoteremo ogni sei mesi sarà determinata solo prima della decorrenza del periodo di interesse (in modo tale che in ogni momento è nota la cedola in corso).  Per i successivi semestri, invece, non è nota la cedola ma solo il metodo per calcolarla.

Il metodo di calcolo è in genere determinato da un parametro e da uno spread.

Il parametro è un tasso di riferimento, che ha la caratteristica di essere calcolato e reso pubblico giornalmente da un’agenzia o un’autorità, è quindi un tasso ufficiale. Si tratta sempre di una media dei tassi di un certo tipo rilevati nel periodo. Lo spread è l’elemento che si aggiunge al parametro per calcolare la cedola effettiva.

Se prendiamo ad esempio il CCT 15/6/2022, attualmente ha una cedola semestrale di 0,17% che è data dalla somma del parametro (in questo caso il tasso Euribor 6 mesi) più uno spread di 0,55%. Evidentemente in questo caso il tasso euribor peso a base è un tasso negativo, ovvero -0,38.

Se i tassi a 6 mesi dovessero mediamente aumentare e arrivare in un periodo a 0, la cedola nel periodo successivo sarebbe pari a 0,55%.

Si tratta quindi di investimenti che pongono al riparo da aumenti di tasso che dovessero verificarsi nel periodo, anche per effetto, ad esempio, dell’aumento dell’inflazione, di cui abbiamo parlato la scorsa settimana.

Esistono però anche titoli che prevedono un tasso di rendimento reale, ovvero periodicamente aggiornato in base all’inflazione rilevata nel periodo precedente. Anche se molto contenuti, questi tassi consentono comunque di garantire un interesse il cui potere d’acquisto rimanga costante nel tempo anche se l’inflazione dovesse impennarsi.

Sullo spread, che abbiamo incrociato per il calcolo della cedola, torneremo più ampiamente nella prossima pillola, perché è da tempo diventato un termine diffuso e molto importante

La banca di ieri: la funzione tradizionale della banca

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Qualche settimana fa abbiamo visto come possiamo ragionevolmente aspettarci la banca del futuro.

La conclusione era che le banche che sopravvivono … sono quelle molto grandi, che possono recuperare gli enormi costi di investimento in tecnologia grazie alle economie di scala consentite dalla dimensione. Oppure quelle molto piccole, che riescono a penetrare negli anfratti di mercato e a raggiungere la clientela tradizionale, per quanto in via di estinzione, o quella che punta sul rapporto personale e sulla fiducia.

 

Questo per quanto riguarda il modello di business, ovvero il modo in cui è organizzata e distribuita l’offerta di prodotti e servizi alla clientela e la loro produzione. A ben vedere, entrambe le configurazioni, quella macro della grande e grandissima azienda, e quella micro della bottega di quartiere e di paese, sono molto distanti dall’idea e dal lavoro tradizionale della banca che abbiamo conosciuto fino a non molti anni fa.

La banca classica è quella che esercita per mestiere l’intermediazione creditizia, ovvero raccoglie denaro dai risparmiatori e lo rende produttivo prestandolo alle imprese. Nel far questo, esercita una serie di funzioni tutte quanti vitali per il buon funzionamento di un sistema economico e finanziario.

Questo è lo schema di funzionamento tradizionale della banca che abbiamo conosciuto sostanzialmente dai suoi albori (diciamo XV-XVI secolo) fino a una decina d’anni fa.

Ciò valeva grosso modo fino all’inizio del nuovo millennio, poi è successo qualcosa, o meglio, sono successe molte cose che hanno radicalmente cambiato lo scenario di riferimento e, di conseguenza, il ruolo delle aziende di credito.

In questo e nei prossimi articoli cercheremo quindi di analizzare la banca di ieri, di oggi e di domani: come funzionava e cosa faceva un’azienda di credito fino a tutto il secolo scorso, quali sono stati i cambiamenti indotti dall’evoluzione (o involuzione, secondo i punti di vista) del contesto socio-economico di riferimento, quale ragionevolmente potrà essere la banca dei prossimi anni, sempre che – come vedremo – si possa ancora chiamare banca.

 

Iniziamo dunque a parlare del modello tradizionale di azienda di credito, che tradizionalmente faceva intermediazione creditizia, in via generale consistente nella raccolta di risparmio e concessione del credito.

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La prima di queste funzioni è di agevolare, rendere fruttifero e tutelare il risparmio delle famiglie, tanto importante anche a livello sociale da assumere rilievo costituzionale (l’articolo 47 della Costituzione recita infatti:

La Repubblica incoraggia e tutela il risparmio in tutte le sue forme; disciplina, coordina e controlla l’esercizio del credito.

 

Se la ricchezza si forma col risparmio, e consente condizioni di vita migliori, incoraggiare e tutelare quest’ultimo significa porre le basi per un miglioramento della società, favorendo soprattutto le classi meno abbienti. Chi già dispone di grandi ricchezze, probabilmente non ha bisogno di tutela pubblica ma è perfettamente in grado di provvedervi da solo. Questo è quindi il motivo del richiamo della legge fondamentale dello stato.

Nel raccogliere depositi, la banca svolge anche una funzione di creazione di moneta. Senza entrare troppo nei dettagli, basti pensare che al momento in cui si effettua un pagamento, ad esempio si paga per l’acquisto di un bene o un servizio, con assegno bancario, di fatto le stesse risorse danno contemporaneamente vita a due monete. Si potrebbe dire che attraverso la banca quel denaro si moltiplica per “clonazione”.

Infatti l’assegno stesso diventa moneta quando viene dato in pagamento per l’acquisto; e il denaro a suo tempo depositato dal cliente sul conto, è già moneta in circolazione quando la banca l’ha prestato a un’impresa cliente sotto forma di credito.

Questo meccanismo è regolato e dimensionato dalla riserva obbligatoria, ovvero dalla parte di depositi che la banca deve obbligatoriamente tenere in forma liquida presso la banca centrale: aumentando o diminuendo l’aliquota, ovvero la percentuale, di questa riserva, l’autorità monetaria calibra la forza con cui questo fenomeno si verifica. Per questa via, una delle tante, la stessa autorità monetaria indirizza il livello dei tassi di interesse.

 

Ma restiamo alla banca. L’altra sua funzione tradizionale è l’erogazione del credito, che consente alle imprese di farsi anticipare il denaro necessario per finanziare il loro ciclo produttivo, dato che naturalmente i ricavi si manifestano solo alla fine, quando si incassano le vendite dei prodotti. L’unica, geniale, tipologia di impresa che consegue ricavi prima di sostenere i costi è quella di assicurazione.

Quando fa credito, la banca svolge (o almeno in teoria dovrebbe svolgere) una funzione di selezione delle imprese, evitando di dare soldi a quelle non meritevoli che, non potendoli poi restituire, pregiudicherebbero la possibilità dei risparmiatori di ritirare il loro denaro quando ne hanno bisogno.

 

Questa è la tradizionale attività di intermediazione: raccogliere denaro dai risparmiatori e prestarlo agli investitori. Risparmio e investimento sono le gambe su cui cammina lo sviluppo di un paese, quanto più essi sono grandi, sicuri e fluidi, tanto più il paese cresce, si crea lavoro e ricchezza. Se il circuito in qualche punto si interrompe, il motore va in tilt e il sistema arranca.

 

Se invece il sistema funziona, il guadagno della banca,il margine di interesse, è dato in prima battuta dalla differenza fra gli interessi pagati dalle imprese che ricevono i prestiti e quelli corrisposti ai depositanti, che hanno ovviamente tassi diversi: la differenza fra i due tassi è chiamata “forbice”.

 

Le banche svolgevano più o meno bene, con diversi incidenti di percorso ma sostanzialmente in modo funzionale, quanto richiesto dall’organizzazione del sistema economico.

 

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Le banche erano, e per molti aspetti ancora sono, una particolare forma di impresa che opera a leva, ovvero strutturalmente a debito. Anzi, quanto maggiori sono i suoi debiti (i depositi dei clienti), tanto maggiore la sua importanza, in quanto può assistere imprese sempre più grandi e più numerose.

 

 

Nel prossimo articolo vedremo nel dettaglio quali sono state le ragioni di questa evoluzione, e qual è oggi lo stato dell’arte.

 

 

Pillole di Finanza: tassi negativi, inflazione e liquidità del sistema

Abbiamo visto la settimana scorsa come funziona il tasso fisso, nel caso del BTP. Altre tipologie di titoli di stato a tasso fisso sono i BOT e i CTZ, che funzionano però in modo diverso.

Prendiamo i BOT: sono titoli a scadenza inferiore all’anno, e possono essere comprati o in emissione (tramite la banca al momento dell’asta del Tesoro) oppure sul mercato secondario.

In questo momento per un investitore i Bot non sono un argomento molto divertente, perché hanno tutti quanti un tasso negativo. Ciò vuol dire, ad esempio, che se compriamo un BOT con vita residua di 6 mesi (ad esempio quello con scadenza 14/6/2017) anziché guadagnare l’interesse, lo dobbiamo pagare. Quel titolo infatti il 1° febbraio scorso ha chiuso con una quotazione di 100,136 pari a un rendimento di -0,38%. In pratica, il 1° febbraio (con valuta di regolamento 3/2, sempre 2 giorni dopo) per acquistare 100.000 € di valore nominale del BOT 14/6/2017 avremmo dovuto pagare 100.136 €,  al fine di ricevere alla suddetta scadenza 100.000 €.

Non è facile spiegare il concetto di tasso negativo. Dobbiamo prendere in considerazione due fenomeni: l’inflazione e la liquidità nel sistema. Sono concetti piuttosto complicati, che richiederebbero pillole ad-hoc, ma proviamo a semplificare al massimo.

L’inflazione è il fenomeno di aumento generalizzato del livello dei prezzi. In alcuni momenti storici questo fenomeno è stato particolarmente marcato, oggi è molto contenuto, intorno al 2%. Si ritiene anzi che un certo livello  di inflazione sia necessario al buon funzionamento del sistema perché induce una crescita almeno inerziale. L’inflazione del 2% annuo significa che lo stesso bene o servizio che oggi costa 100 fra un anno mediamente costerà 102. Quindi in sostanza, che il potere di acquisto di chi oggi ha 100 Euro fra un anno sarà lo stesso di chi avrà 102. In sostanza la capacità della moneta di acquistare beni o servizi si riduce del 2% all’anno.

Quindi, nel caso del BOT di cui sopra, i nostri 100.136 € coi quali abbiamo comprato il BOT a 6 mesi di vita residua, al 14/6/2017 avranno un potere d’acquisto all’incirca pari a € 99.136 mentre per la scadenza del titolo ne incasseremo 100.000.

Questa è una prima spiegazione.

L’altra riguarda la liquidità presente nel sistema, che dipende dalle scelte di politica monetaria della Banca Centrale Europea. In questa fase, caratterizzata da rallentamento prolungato dell’economia, per favorire la ripresa e lo sviluppo, l’autorità monetaria immette moneta nel sistema, contribuendo per questa via a tenere i tassi a un livello molto contenuto al fine di favorire l’investimento delle imprese e la spesa delle famiglie. La liquidità, ovvero la moneta, è alla continua ricerca di impiego anche per periodi molto brevi: nessun grande operatore finanziario tiene in forma liquida enormi quantità di contanti.

In questo caso, sul breve termine, il prezzo dei titoli tenderà a salire per effetto della domanda sostenuta e quindi (come abbiamo visto la scorsa settimana) il loro rendimento automaticamente scenderà. E anche se sembra impossibile, scende fino a diventare negativo, ovvero si è disposti a pagare pur di collocare le proprie disponibilità liquide.

Questi due fenomeni contribuiscono a spiegare l’esistenza dei tassi negativi, che peraltro credo sia destinata a durare ancora per poco dato che le previsioni sono per un aumento dei tassi anche nella parte a breve.

Questo ci consente di introdurre l’argomento dei tassi variabili, di cui parleremo la prossima settimana.

Il caos calmo

Il 28 gennaio 2017 i Cinesi hanno salutato l’anno della scimmia e festeggiato l’arrivo dell’anno del gallo. Come è noto, nel calendario cinese  ogni anno è identificato con un segno animale seguendo cicli di 12 anni, per cui il precedente anno del gallo è stato nel 2005 e il prossimo sarà nel 2029, un secolo esatto dopo la grande crisi.

 

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Proviamo allora a fare un gioco: cerchiamo di indovinare come sarà questo anno del gallo, dal punto di vista soprattutto dei fenomeni economici e socio-politici, che è poi quello di cui ci occupiamo in questo blog. Non si tratta di fare un oroscopo, materia in cui i cinesi sono peraltro maestri, ma di leggere quali potranno essere i macro-trend nell’anno che abbiamo davanti, in modo tale da orientare anche le scelte di portafoglio.

Se volessimo sintetizzare quello che ci aspetta, mi viene in mente il titolo di un film del 2008 di Nanni Moretti, “Caos calmo”.

Oppure una delle massime più famose del Grande Timoniere Mao Tse- Tung “Grande è la confusione sotto il cielo, quindi la situazione è ottima”.

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E a proposito di Cina e portafogli, l’anno scorso di questi tempi il gigante asiatico sembrava vicino alla grande crisi che avrebbe trascinato il mondo occidentale in una nuova depressione epocale. Come ebbi a scrivere in uno dei miei articoli, forse non avrebbe fatto il previsto 7% di crescita, ma ci sarebbe andata vicina. E infatti nel 2016 ha fatto il 6,7%, certo il livello più basso degli ultimi anni ma sempre un ritmo molto sostenuto. E la moneta cinese, il renminbi, è oggi più o meno sugli stessi valori di un anno fa.

Anche per quest’anno il consensus, ovvero la stima degli analisti, indica un livello di poco inferiore, all’insegna della stabilità nell’anno del XIX Congresso del Partito Comunista Cinese che incoronerà Xi Jinping leader maximo. E questa, la stabilità del leone asiatico, è comunque già una prima buona notizia, e alla fine una delle poche certezze dell’anno che abbiamo davanti.

 

L’incognita maggiore è Donald Trump, o meglio quale saranno gli effetti della sua politica economica, ammesso che riesca effettivamente a realizzare quello che ha promesso (o minacciato, a seconda dei punti di vista).

 

Trump vuole un dollaro debole, per favorire le esportazioni, e gli analisti prevedono un cross-rate tendenziale di 1,15 contro l’Euro, quando solo pochi mesi fa il super dollaro sembrava sparato verso la parità.

 

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Il dichiarato sostegno alle infrastrutture, non solo il rafforzamento del muro col Messico, manterrà elevati i ritmi di sviluppo USA, e questo, insieme alla stabilità cinese e al dollaro debole, spingerà il prezzo del petrolio verso i 70 dollari al barile che oggi gli analisti prevedono.

I tassi aumenteranno, sicuramente negli Stati Uniti e sicuramente quelli a medio-lungo termine; ma anche in Europa, col probabile venire meno della politica monetaria espansiva di Quantitative Easing della BCE. Comunque la si veda, non una buona notizia soprattutto per l’Italia.

In Europa l’incertezza maggiore, che probabilmente scoraggerà molti investitori, è data dal clima politico di grande incertezza e dal timore dell’avanzata elettorale delle formazioni anti-europeiste (si veda l’articolo della settimana scorsa). Se questo dovesse essere il quadro, considerando che le azioni, specie quelle europee, hanno ancora buoni margini di crescita teorica, potrebbe essere il caso di valutare un rafforzamento della parte investita in azioni e un alleggerimento di quella impiegata in strumenti di debito (obbligazioni), anche se il mercato azionario viene da un periodo di rialzi notevoli e prolungati, e la cabala non sembrerebbe favorevole.

 

L’inflazione è prevista in leggero aumento, fino al livello considerato fisiologico e positivo del 2%, dopo gli anni di depressione deflazionistica soprattutto in Italia.

 

A proposito dell’Italia, qui la confusione è massima. Sopravvivrà l’esecutivo Gentiloni fino alla scadenza naturale del 2018 e soprattutto saprà resistere alle pressioni della Commissione Europea per un bilancio più controllato e rigido, dopo il flop del governo Renzi in tema di sviluppo e occupazione? Il precedente governo aveva infatti puntato su un temporaneo allentamento dei vincoli di bilancio per consentire 3 anni di sviluppo e tornare poi a rientrare nei limiti, ma con la disoccupazione giovanile al 40% il bersaglio è stato chiaramente mancato.

Cosa ci aspetta nell’anno del gallo? Una finanziaria sangue sudore e lacrime o un deciso abbandono dei vincoli comunitari per votarsi a una politica di bilancio di taglio fortemente espansivo, a costo di mettere a rischio la stabilità finanziaria del paese? In entrambi i casi, i tassi saliranno e questo avrà impatto negativo sulla spesa per interessi, alimentando il circolo vizioso.

 

Che fare, quindi? Stare calmi e andare avanti, in fondo sotto questo cielo c’è una grande confusione, e quindi la situazione è ottima. Caos calmo, appunto.

Pillole di Finanza: tassi fissi, variabili e spread

Il tasso di interesse di un’obbligazione può essere fisso o variabile.

Il tasso fisso è un concetto intuitivo: fino alla scadenza del titolo, ovvero fino a quando quel titolo verrà rimborsato, il tasso non cambia. Se prendiamo ad esempio il BTP 01/12/26 1,25%, con ISIN (ovvero numero di codice che lo identifica in modo univoco) IT0005210650, attualmente quotato 90,79, sappiamo con assoluta precisione:

  • che pagherà un interesse pari all’1,25% annuo del valore nominale in due cedole: il 1°/12 e il 1/6 di ogni anno fino al 1°/12/2026, giorno in cui verrà integralmente rimborsato il capitale (salvo eventi traumatici quali il default dello Stato italiano);
  • che tali cedole non cambieranno qualunque cosa succeda;
  • che esse rimarranno di questo importo qualunque sia il tasso di inflazione e qualunque sia il movimento dei tassi sul mercato.

Per cui, se investiamo oggi, supponiamo con valuta 14/2/2017, in 100.000 € di valore nominale del suddetto titolo, quotato 90,79:

  • pagheremo con valuta 14/2/2017 € 90.790 a titolo di capitale;
  • sempre con valuta 14/2/2017 pagheremo il rateo di interesse netto maturato, ovvero la parte di cedola in maturazione dal 1/12/2016 (ultima cedola pagata) al 14/2/2017 (valuta di pagamento) pari a € 221,79, che ci verranno rimborsate quando (il 1°/6/2017) la cedola in corso verrà pagata nella sua interezza;
  • a partire dal 1°/6/2017, ogni 6 mesi incasseremo a titolo di interesse una cedola netta pari a € 484,37 fino al 1°/12/2026 compreso;
  • che in tale ultima data incasseremo inoltre € 100.000, valore nominale del titolo acquistato;
  • che pertanto questo investimento avrà reso l’ 1,3768% annuo lordo, pari all’1,2047% netto, poiché l’interesse subisce una ritenuta a titolo di imposta del 12,50% in quanto titolo di emittente pubblico (se fosse un titolo emesso da un soggetto privato pagherebbe invece il 26%).

 

Dal punto di vista dell’investitore, si sarà trattato di un buon impiego se i tassi, da oggi alla scadenza, diminuissero rispetto al livello odierno. Viceversa, se i tassi dovessero aumentare, non si sarebbe trattato di un investimento positivo perché avremmo potuto acquistare, in epoca successiva, un altro titolo col nuovo tasso maggiore. E infatti ad ogni aumento dei tassi, vedremo che il prezzo del nostro BTP diminuirà, in modo da allineare il nuovo rendimento effettivo (rapporto fra cedola e prezzo, nel nostro caso come si è visto l’ 1,3768% annuo lordo) all’aumentato livello dei tassi.

Se ad esempio si verificasse, sul segmento di scadenza in cui è compresa la vita residua del nostro titolo (i 10 anni) un aumento di un quarto di punto, ovvero 250 punti base,  ci dovremmo aspettare un nuovo rendimento effettivo lordo di 1,6268 e una diminuzione del prezzo titolo che dovrebbe attestarsi a 76,84 dai 90,79 attuali.

Quindi se noi dovessimo vendere quel titolo prima della scadenza al nuovo prezzo, ricaveremmo per i nostri 100.000€ di valore nominale solo € 76.840, con una perdita in conto capitale di € 13.950. Nel caso opposto di una diminuzione dei tassi, vendendo il titolo prima della scadenza avremmo invece un guadagno in conto capitale, che però ci verrebbe tassato al 26%.

In questo giochino, lo Stato è quindi un nostro socio al 26%, ma un socio del tutto particolare: oltre a non mettere neanche 1 euro di capitale, si prende più di un quarto dei guadagni e in caso di perdita non ci rimette niente. Consente solo di utilizzare quella perdita per compensare eventuali futuri guadagni in conto capitale fino a 5 anni.

Nella prossima pillola parleremo di tasso variabile e di spread: ci sarà da divertirsi…

Europa da abbattere, da abbandonare o da rinforzare?

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L’Europa non sta vivendo un momento di particolare popolarità, né dall’esterno, né dal suo interno.

Dall’esterno è ampiamente prevalente il coro di critiche e di attacchi politici a questa Unione e anche allo stesso concetto di Europa: basti pensare alle parole dure, se non sprezzanti, di Donald Trump e alla distanza di Putin, aggravata dai fatti di Maidan a Kiev, dove l’Unione Europea ha giocato, insieme agli Stati Uniti di Obama, un ruolo di disgregazione dello stato ucraino rendendolo da anni un focolaio e teatro di guerra civile.

Ma gli attacchi più insidiosi provengono, come sempre, dal fuoco amico: i peggiori nemici dell’Europa sono gli europei, o almeno alcuni europei.

Le formazioni continentali che fanno della lotta all’Unione la loro linea d’azione politica sembrano riscuotere un sempre maggiore successo. A parte la situazione nel Regno Unito, dove si sta consumando il processo di Brexit innescato dal folle referendum di Cameron (secondo me il peggior politico europeo degli ultimi 50 anni) e dove il Partito per l’Indipendenza dell’UK di Nigel Farage sta guadagnando consensi, in tutti gli stati in cui si terranno le elezioni politiche nel 2017 i partiti anti-europeisti sono dati in netta e preoccupante ascesa.

Si comincia in marzo con i Paesi Bassi, dove il Partito per la Libertà, xenofobo, anti-islamico e anti-europeista di Geert Wilders (già condannato per incitamento alla discriminazione razziale) è attualmente in testa nei sondaggi appaiato al partito liberale di centro-destra del premier Mark Rutte.

In Francia a fine aprile il Front National rischia seriamente di mandare la sua leader Marine Le Pen al ballottaggio per le elezioni presidenziali.

In autunno la Germania vedrà probabilmente per la prima volta entrare in Parlamento il partito euro-scettico di Frauke Petry, accreditato nei sondaggi di un 15%.

Per non parlare dell’Italia dove, elezioni politiche a parte previste nel 2018, ci sarà una rilevante tornata di amministrative in cui Lega Nord e Movimento 5 Stelle si apprestano a recitare un ruolo da protagonisti.

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Tutti quanti contro l’Europa, l’Euro e i migranti, come fossero facce di una stessa medaglia, e desiderosi di tornare all’autonomia nazionale e di chiudersi in uno splendido isolamento. Così come sembra propenso a fare il Donald Trump dell’America first, a cui più o meno tutti i movimenti anti europeisti guardano con ammirazione. Ma si tratta di situazioni ben diverse. Intanto gli Stati Uniti sono essi stessi una federazione di stati con tradizioni, cultura, livello economico e talvolta anche lingua molto diversi. E chiaramente nessuno che si sogni di lottare per la California o il Michigan o la Pennsylvania autonomi e senza dollaro. E poi l’America è già grande, non come l’Italia o l’Olanda o finanche la Germania. Nel mondo dei grandi blocchi, USA, Russia, Cina, India, se un ruolo può esserci, può giocarlo l’Unione Europea, non certo la Spagna o la Francia da sole.

Non si deve confondere la moneta unica, che è un aspetto importante ma prevalentemente finanziario, con il senso politico e culturale dell’Europa, l’area geografica che più a lungo nella storia ha goduto di pace e sviluppo.

Potersi muovere liberamente in Europa, condividere gli stessi principi e valori di democrazia, far circolare beni e servizi, capitali e persone senza restrizione è a mio avviso un risultato importante e irrinunciabile. Non credo che l’uomo sia fatto per vivere entro muri reali o virtuali; è dal confronto e dalla contaminazione che nascono le cose migliori.

Se tuttavia l’Europa non è da demolire, dopo gli anni, le fatiche e le risorse che ci sono volute a costruirla, non si può certo dire che quella di oggi, dal punto di vista politico, sia la migliore Europa possibile.

 

La mancanza di un’efficace politica estera comune e di una difesa che superi il confine nazionale e le forti disuguaglianze economiche, ma anche di welfare, sanità, istruzione e servizi pubblici indicano chiaramente che c’è ancora molta strada da fare, a prescindere dalle questioni finanziarie. E’ chiaro che tutto questo può essere migliorato solo sviluppando il concetto di solidarietà, fortemente contrastato dalle formazioni euro-scettiche ma anche da chi vuole gestire in senso puramente utilitaristico problemi epocali quali i flussi migratori, la disoccupazione giovanile, il terrorismo di matrice islamica. Se l’Europa è quella di Francia e Inghilterra che bombardano la Libia, o della Polonia che finanzia il colpo di stato in Ucraina, o della Germania che rifiuta un approccio condiviso agli sbarchi dei clandestini nel Mediterraneo, io credo che siamo totalmente fuori strada. Allora sì che sarebbe meglio nessuna Europa, rispetto a quella degli egoismi e del braccio di ferro.

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C’è invece da potenziare un grande spazio di crescita comune, di sviluppo economico e culturale, di movimento di uomini, donne e idee.

Se l’Europa venisse demolita, ne sarebbero danneggiati tutti i cittadini di oggi e le generazioni future; se qualche paese abbandonasse l’Unione i primi ad esserne danneggiati sarebbero proprio i cittadini di quel paese.

L’Europa è invece sicuramente da migliorare, rinforzare e rinsaldare. Se un corpo è malato, la soluzione non è di uccidere il paziente ma di guarirlo e renderlo più forte.

 

Pillole di Finanza: le obbligazioni

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Come i lettori fedeli di questo blog sanno bene, investimenti privi di rischio non esistono in natura, neanche i contanti e neanche i lingotti d’oro, e il processo di investimento di un risparmiatore deve seguire il percorso razionale della asset allocation strategica che abbiamo spiegato nella mini-serie di articoli di qualche mese fa.

Tuttavia si può almeno cercare di minimizzare il rischio di perdite in conto capitale scegliendo, fra i diversi titoli, quelli che offrono il maggior rendimento di partenza per tutto il nostro periodo di investimento, posto che non dobbiamo liquidarli prima della scadenza. E anzi, nel caso che i tassi sul mercato diminuiscano, in questo periodo ci possono dare una plusvalenza. Per questo, evitando titoli complessi quali derivati con minimo garantito, possiamo rivolgerci ai titoli obbligazionari.

Si tratta di strumenti che sembrano complessi, ma che in realtà, se seguiamo alcune semplici regole, possono darci delle buone soddisfazioni senza esporci a rischi eccessivi. Vediamo come.

Intanto si tratta di titoli di debito, ovvero di prestiti che l’investitore concede all’emittente, sia esso un soggetto privato o uno stato sovrano, esattamente come fanno le banche con i loro clienti affidati.

La prima valutazione da fare è quindi sul merito di credito dell’emittente stesso. Per questo esistono le agenzie di rating, organismi privati indipendenti che ad ogni soggetto che chiede capitali sul mercato attribuiscono, in seguito ad un processo di analisi, una valutazione complessiva di affidabilità. Non che queste agenzie siano infallibili o sempre indipendenti, ma certo è che se scegliamo un emittente con rating elevato (in gergo investment grade, ovvero superiore a una determinata soglia) o uno stato sovrano solido, è molto probabile che esso rimborsi regolarmente interessi e capitale, anche perché alla prima insolvenza verrebbe escluso dal mercato, con la conseguenza di non potervi più ricorrere per raccogliere denaro.

Normalmente le obbligazioni pagano una cedola periodica (in genere ogni 6 mesi) a un tasso predeterminato. Se il tasso è fisso, è possibile sapere quanto ci renderà l’investimento fino alla scadenza, semplicemente dividendo il tasso della cedola per il prezzo di acquisto, entrambi in percentuale. Ad esempio, se un titolo è quotato 95 (ovvero si compra pagando 95 ogni 100 di valore nominale) e paga una cedola annuale del 5%, il suo rendimento (detto effettivo lordo) sarà pari al 5,26%. Ciò significa che ogni 100 Euro investite in quel titolo produrranno 5,26 Euro di interessi lordi all’anno.

Sulla differenza fra tasso fisso e variabile torneremo con la prossima pillola, intanto le prime tre regole da porsi per chi abbia la certezza di non dover vendere il titolo prima della scadenza sono:

  • Scegliere l’obbligazione di un emittente che possiamo ragionevolmente considerare solido;
  • Scegliere un titolo che abbia una scadenza residua pari o inferiore al nostro periodo di investimento;
  • Orientarsi su titoli quotati sotto la pari, ovvero fino a 100.

 

Se seguiamo queste semplici regole, l’investimento non dovrebbe riservarci brutte sorprese, anzi, se la sua quotazione dovesse salire durante il periodo in cui è nel nostro portafoglio (ad esempio se il titolo di cui sopra arrivasse a 98) potremmo anche decidere di venderlo facendo un guadagno in conto capitale.

Euro e dintorni

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Nel precedente articolo abbiamo parlato del confronto fra libero mercato e protezionismo, oggi affrontiamo un tema che, pur diverso, si può considerare molto collegato e vicino al precedente: l’introduzione  dell’Euro é stata un fattore positivo per l’Italia oppure si stava meglio quando si stava peggio?

Il collegamento sta nella radice ideologica della posizione a favore del protezionismo, nella quale si può ritrovare molta consonanza con coloro che criticano non solo la moneta unica, ma anche la stessa permanenza italiana nell’Unione Europea. In entrambi casi si preferirebbe una società chiusa nei suoi confini, tendenzialmente impermeabile a qualunque forma di influenza economica dall’esterno.

Si sarebbe infatti verificata, a detta di questi, la perdita o meglio la rinuncia di parte della sovranità nazionale in favore di entità esterne, siano esse le autorità monetarie dell’Unione Europea o il libero mercato.

 

LE LEVE DELLA POLITICA ECONOMICA

Per quanto riguarda l’Euro, è opportuno ricordare che dal trattato di Maastricht in poi e con l’introduzione della moneta unica, due delle tre leve tradizionali di politica economica (gli strumenti attraverso i quali un governo può incidere sull’economia di un paese) non sono più in mani italiane: la politica di bilancio e la politica monetaria. In teoria resta direttamente attivabile la sola politica fiscale, ultimo baluardo di  autonomia dei diversi paesi UE.

Lasciando da parte la politica di bilancio, per la quale giustamente l’Italia sta cercando di recuperare margini di flessibilità che consentano almeno di escludere gli investimenti dal computo della spesa pubblica, e anche la politica fiscale in qualche modo ad essa collegata, effettivamente con l’Euro lo strumento monetario non appartiene più ai singoli paesi ma alla BCE a Francoforte.

Intanto va detto che l’organo decisionale è il board dei governatori, cui partecipano con pari diritti tutti i governatori delle banche centrali nazionali. E’ vero però che il peso specifico dei paesi più grandi, in primo luogo Germania e Francia, è ben superiore a quello dei paesi minori o più deboli, fra i quali c’è anche l’Italia. Nel nostro caso la minore forza nazionale è più che compensata dalla nazionalità e dal carisma del presidente, Mario Draghi.

draghi

 

COSA SAREBBE SUCCESSO SENZA L’EURO

E’ molto difficile, se non impossibile, dire cosa sarebbe successo se nel 2001 anziché aderire alla moneta unica, il nostro paese avesse mantenuto la lira, come fecero il Regno Unito e l’Ungheria.  Alcune cose però si possono senz’altro affermare.

La prima è l’impossibilità di importare inflazione attraverso svalutazioni competitive della moneta, come accadde nel nostro paese negli anni ’70.

Per sostenere l’economia, la lira veniva periodicamente svalutata rispetto alle altre monete, in primo luogo dollaro, sterlina e franco svizzero. In tal modo gli esportatori potevano offrire i loro beni all’estero a un prezzo inferiore e il prodotto nazionale cresceva. D’altra parte, i beni e servizi importati e pagati in valuta pregiata costavano di più e siccome parte dei costi di produzione (tipicamente i costi di energia e di trasporto, dipendenti dal petrolio) aumentavano immediatamente in seguito alla svalutazione, i prezzi stessi tendevano a salire, meccanismo al tempo moltiplicato dall’esistenza della scala mobile sui salari, che li adeguava automaticamente al costo della vita. Veniva così innescato un circolo vizioso che solo con molta difficoltà e in tempi lunghi si riuscì a interrompere.

Quello sommariamente descritto è il meccanismo di inflazione da costi, ma l’aspetto negativo non si limitava a questo. Chiunque investisse in lire, incorporava nei tassi che richiedeva per offrire il proprio denaro l’aspettativa delle successive svalutazioni, così che i tassi di interesse crescevano, e infatti ci siamo trovati con tassi anche oltre il 20%.

E’ vero che tassi del genere riducevano nel tempo il valore reale dei debiti, cosa che avvantaggiava in primo luogo lo Stato per il costo degli interessi sul debito pubblico, ma anche i privati che si erano indebitati.

Chi comprò la casa in quegli anni contraendo un mutuo fece un ottimo affare, nonostante gli alti tassi di interesse, perché il valore reale del debito si riduceva e il valore reale dell’immobile, considerato come reale riserva di valore, aumentava. Le rate dei mutui, col passare del tempo, pesavano sempre meno e il “valore del mattone” cresceva.

Ma si trattava di gioie effimere: a lungo andare l’inflazione troppo alta corrode e destabilizza i sistemi economici e prepara spesso la strada a derive autoritarie, come è successo in molti paesi dell’America Latina e come rischia di succedere proprio in Ungheria.  Gli effetti negativi sono aumentati quando all’inflazione si accompagna la stagnazione economica, ovvero quando il prodotto lordo reale non aumenta, come successe appunto in Italia, ma non solo, con il fenomeno della “stagflazione”.

 

inflazione

 

Tornando al problema iniziale, possiamo sicuramente affermare che l’Euro ha evitato che si ripetesse un fenomeno del genere. Ma per l’Italia, cronicamente afflitta da elevato debito pubblico, il rischio sarebbe stato ben peggiore. Infatti non potendo ripagare il debito, la sopravvivenza dipende dalla possibilità di collocare i titoli del debito pubblico (BOT, BTP, CCT) fra i risparmiatori e fra gli investitori. Se una moneta è considerata troppo debole, nessuno la compra e se il debito non viene ricollocato, l’esito finale non può che essere il default, come abbiamo visto accadere in molte situazioni.

 

Si può ragionevolmente affermare, quindi, che l’Euro abbia evitato al nostro paese una molto probabile situazione di crisi finanziaria, che avrebbe potuto portare al fallimento dello Stato.

In prima approssimazione, ma è un tema che sarà approfondito nei prossimi articoli, ritengo che la soluzione di rinunciare all’Euro, a suo tempo, poteva essere una buona soluzione se fossimo stati un paese autosufficiente sia in termini di beni e servizi che di capitali, e se la Pubblica Amministrazione non fosse gravata da un debito pubblico ingente da rifinanziare continuamente. Un po’ come nel caso del protezionismo, la soluzione autonomistica o autarchica funziona solo se siamo totalmente autosufficienti e non abbiamo bisogno di ricorrere ai mercati esteri.

Resta da vedere, ma qualche risposta già possiamo intuirla, cosa potrebbe comportare a questo punto uscire dall’Euro, in termini di costi e probabili benefici. Sarà il tema del prossimo articolo.

Pillole di Finanza: oro nero

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In uno dei primi articoli del blog, parlando di megatrends, avevo scritto che una delle poche certezze (sempre che questa parola si possa impunemente usare in finanza) del panorama economico era il futuro aumento del prezzo del petrolio. In effetti, il prezzo  del brent un anno fa era 27 dollari e ora è raddoppiato, a 54/55.

Se quella era una previsione relativamente facile, dato il livello particolarmente basso raggiunto, cosa possiamo aspettarci da ora in avanti, mettiamo per i prossimi 6/12 mesi?

Iniziamo col dire che chi avesse seguito quel suggerimento, se avesse seguito anche la regola “del 20%” di cui abbiamo parlato nella pillola di venerdì scorso, probabilmente avrebbe già venduto, ricomprato e rivenduto il titolo sensibile al prezzo del petrolio a suo tempo scelto (azione, ETF, fondo, ecc.), realizzato un utile di tutto rispetto e oggi non lo avrebbe più in portafoglio. Il problema che si pone, al nostro investitore fedele, è dunque: ricompriamo ora esposizione al petrolio dopo un anno buono di crescita costante?

Infatti secondo i sacri comandamenti della finanza, non si dovrebbe mai comprare in corso o al termine di una sostenuta fase di crescita. A mio avviso, però, la situazione del petrolio è molto diversa: il prezzo dell’oro nero è rimasto infatti compresso lo scorso anno da almeno un paio di fattori: l’erronea interpretazione del rallentamento dell’economia cinese, e l’eccesso di offerta per sostenere il fabbisogno per spese militari di alcuni paesi mediorientali, che quindi non consentiva (e non consente ancora) di seguire politiche di cartello dei paesi produttori.

La Cina l’anno scorso ha effettivamente rallentato la crescita, ma si tratta pur sempre di una crescita superiore al 6%, che alla fine si è peraltro dimostrata superiore alle previsioni. Può non fare piacere, ma la Cina continuerà a crescere, e a domandare sempre più energia. Inoltre, dovesse davvero diffondersi in Asia  l’auto low-cost che l’industria automobilistica mondiale  è ormai ampiamente in grado di produrre, India e Cina farebbero impennare la domanda di carburanti per trasporto con prevedibile conseguenza di far salire ulteriormente il prezzo degli idrocarburi.

Barefooted Rickshaw driver, Calcutta Kolkata India

Difficile prevedere invece l’evoluzione della situazione politica mediorientale, ma è ragionevole aspettarsi che in ogni caso un accordo anche se parziale o temporaneo a livello OPEC venga raggiunto, col risultato di limitare la produzione di petrolio per sostenerne il prezzo.

Altra variabile non di poco conto è vedere quali saranno gli effetti della “cura Trump” sull’economia USA, e in primo luogo quali saranno le decisioni di politica industriale che il tycoon neo-presidente assumerà, rispetto a quanto dichiarato nel programma.

Da tutto quanto precede, sarei portato a ritenere molto probabile un primo ulteriore incremento del prezzo del petrolio intorno al 18% nei prossimi 5/6 mesi, fino al livello di 65 dollari che più o meno tutti gli analisti stimano.

In relazione poi a come si evolveranno, e che intensità avranno, i fattori che ricordavo all’inizio, non sarei sorpreso di trovare  la “quota 90” (quella già prevista dal bilancio pubblico russo) per la fine dell’anno.

 

Libero scambio e protezionismo

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Nella settimana che ha visto l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca, uno degli argomenti più dibattuti é stato certamente quello sulla forma di mercato: libero scambio o protezionismo? O meglio: dopo aver esaltato, dai banchi di scuola a quelli dei governi occidentali, le virtù dell’apertura dei mercati, c’e la concreta possibilità che si voglia invece tornare all’oscurantismo protezionistico?

Il tema non é solo accademico e virtuale, é invece molto concreto e reale, con importanti conseguenze sui mercati finanziari, sul lavoro delle imprese, sui consumatori e sullo Stato.

Se la circolazione delle merci è limitata, quella del denaro lo diventa in misura ancora maggiore, per cui il protezionismo economico produce, con effetto leva, quello finanziario.

La limitazione al libero scambio di merci e servizi origina ovviamente mercati chiusi che possono funzionare se un sistema è tendenzialmente autosufficiente, ovvero se al suo interno si trovano tutti i beni di cui la comunità necessita e se non esistono surplus di beni che il mercato interno non è in grado di assorbire. In caso contrario, i beni che si devono acquisire dall’esterno come minimo costeranno più cari e i beni da esportare troveranno enormi difficoltà ad essere venduti.

Per quanto riguarda i consumatori, naturalmente pagheranno più cari i loro consumi, essendo questa la naturale contropartita del vantaggio competitivo concesso alle imprese nazionali. Ci saranno poi una serie di prodotti che saranno per loro del tutto inaccessibili: quelli realizzati da imprese straniere.

Infine la pubblica amministrazione dovrà organizzarsi per la riscossione delle imposte doganali, da un lato, e riequilibrare con la fiscalità la distorsione del carico a vantaggio delle imprese e a scapito delle famiglie dall’altro.

Per quanto detto fin qui, sembra che le uniche  a trarre profitto dai mercati protetti siano le imprese, che, essendo libere dalla pressione della concorrenza, possono permettersi di imporre prezzi più alti e di tenere livelli di produttività inferiori. Ma occorre fare una serie di distinguo.

In primo luogo, le aziende favorite dal protezionismo sono quelle meno efficienti e che hanno solo un mercato interno. Le alte ne sono invece danneggiate perché si trovano preclusi mercati dove potrebbero collocare i loro prodotti a condizioni remunerative. Non solo, ma la pressione al ribasso sui salari (inevitabile in un mercato del lavoro parimenti chiuso: se vuoi lavorare puoi farlo solo qui e alle mie condizioni) trova un limite nella capacità dei lavoratori di acquistare prodotti a prezzi crescenti. Il punto non è tanto la preoccupazione per le condizioni dei lavoratori (alle quali le imprese sono in genere poco sensibili), quanto il fatto che essi, alla fine, costituiscono l’unico mercato di riferimento delle imprese protette: se i consumatori non hanno soldi per comprare, certamente le imprese non vendono. Se dovessimo fare un bilancio di vantaggi e svantaggi dei due sistemi a confronto, è difficile affermare la superiorità del protezionismo. Può avere un senso solo come misura di emergenza, per un periodo di tempo limitato, in chiave difensiva per il sistema produttivo di un certo paese. Nel lungo periodo, inevitabilmente, i nodi vengono al pettine.

Perché allora Trump ha messo nel suo programma l’adozione di misure protezionistiche? Credo che le ragioni siano essenzialmente due :

 

  1. La cambiale messa all’incasso dall’industria che ha dato il suo sostegno per l’elezione e che teme la concorrenza, soprattutto asiatica;
  2. Il complesso problema dei flussi migratori.

 

Sul primo aspetto, c’è poco da aggiungere  a quanto detto sopra. Solo il fatto che la dinamica delle valute (in modo particolare l’andamento del dollaro), è un tema molto sensibile per i detentori, prevalentemente asiatici, dei titoli del debito pubblico americano. Sul secondo, le motivazioni reali sembrano più di natura ideologica o emotiva che non economica. I migranti rappresentano un grande problema delle società occidentali di oggi. I flussi incontrollati sicuramente pongono problemi di ordine pubblico, di assistenza e servizi per un numero molto elevato di persone.

Ma possono rappresentare anche una notevole opportunità sia come forza lavoro in un sistema che da tempo si trova in massima occupazione, sia come mercato addizionale interno.

E d’altra parte, la ricchezza degli Stati Uniti nella storia è stata costruita proprio grazie alla tradizionale accoglienza e integrazione offerta agli immigrati, in un paese in cui non esiste, salvo quello dei pellerossa, nessun ceppo etnico autoctono. Ogni americano è anche qualcos’altro: italiano, irlandese, greco, cinese e così via.

Del resto, la Statua della Libertà, la prima visione che ha dell’America chi la raggiunge dal mare, accoglie i visitatori con le parole del noto sonetto di Emma Lazarus incise sul piedistallo::

 

“Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri, le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi, i rifuti miserabili della vostre coste affollate. Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste, e io solleverò la mia fiaccola accanto alla porta dorata