Bilbao, l’Araba Fenice

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A metà anni ’80 Bilbao si presentava come una città soffocata da acciaierie ormai improduttive e container del porto fluviale e industriale, con una grande banca il cui baricentro si era ormai spostato a Madrid, New York e Città del Messico: oggi è una città moderna e tecnologica, a misura d’uomo, destinazione turistica e centro di vivace offerta culturale.

 

 

Cosa è successo intorno agli anni ‘90 da consentire a Bilbao di risorgere dalle sue ceneri e diventare un benchmark culturale ed un modello di riconversione ecologica per la modernità delle sue infrastrutture? E soprattutto: è possibile per altre città in situazioni di declino imitare l’esempio del capoluogo basco?

 

Il percorso seguito è stato quello di una ristrutturazione territoriale (infrastrutture), economica (settore terziario, polo informatico) e industriale (riconversione):il risultato è che oggi Bilbao è l’unica città spagnola con un Pil positivo nonostante il periodo di forte recessione del Paese.

 

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Certo, in questo periodo non tutto è stato rose e fiori: purtroppo gli ultimi decenni del secolo scorso hanno visto Bilbao tristemente protagonista anche degli atti terroristici da parte dell’Eta, il movimento per la liberazione e l’indipendenza della comunità basca. Oggi questa fase di sostanziale guerra civile è stata fortunatamente superata, proprio mentre analoghe problematiche stanno interessando la Catalogna.

 

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Il progetto è nato ufficialmente nel 1991 con la creazione dell’associazione “Bilbao Metropoli 30”, promossa dal sindaco della città, dal Presidente della Provincia e dal Governo basco, impegnati insieme a rilanciare la città.

L’Associazione riuniva centri produttivi, università, organizzazioni non-profit, enti pubblici locali, camere di commercio, banche e fondazioni,: in breve, quasi tutte le componenti della società civile. Aveva come scopo lo sviluppo di piani, ricerche ed eventi promozionali finalizzati al recupero e alla rivitalizzazione dell’area urbana della città e la gestione delle iniziative contenute nel Piano Strategico, in vista di una collaborazione sempre più proficua tra settore pubblico e privato.

Sono stati così realizzati una serie di interventi urbanistici, i cui punti più qualificanti sono il recupero delle aree del vecchio scalo marittimo e l’ampliamento del nuovo, nonché il miglioramento dei trasporti metropolitani.

 

Il fiume è stato valorizzato come una vera e propria infrastruttura, individuando per le sue sponde delle nuove attività, prevalentemente a carattere ludico, commerciale, culturale e residenziale.

 

Soprattutto però, fondamentale è stata la costruzione del Museo Guggenheim, su progetto dell’architetto statunitense F. Gehry, inaugurato nel 1997 nell’ambito di una politica di rivitalizzazione economica incentrata sugli aspetti culturali. L’opera suscitò scalpore a livello internazionale sia per le forme avveniristiche dell’edificio, sia per gli alti costi della sua realizzazione. E’ stato però calcolato che nel triennio 1999/2001 il museo abbia generato un indotto di 635 milioni di dollari e che la somma di denaro spesa per la sua realizzazione, in un solo anno di esercizio a pieno regime, sia stata completamente ripagata.

Il progetto di riqualificazione urbana ha prodotto, nel corso degli anni, un netto miglioramento della qualità della vita, l’aumento esponenziale dei posti di lavoro, nuove attività economiche e culturali in grado di attirare turisti da tutto il mondo; ha rafforzato l’identità regionale ed ha portato ai suoi abitanti benessere diffuso e un ambiente più sano in cui vivere.

Lo skyline di città moderna è caratterizzato dai grattacieli eleganti e avveniristici del suo centro. Di grande valore architettonico sono anche le infrastrutture aeroportuali, che portano la firma dell’architetto Santiago Calatrava, e le stazioni della metropolitana, opera di Sir Norman Foster, altro grande dell’urbanistica a cavallo tra il XX e il XXI secolo.

Si è lavorato, inoltre per la rigenerazione ambientale ed urbana attraverso la riduzione dell’inquinamento atmosferico, la gestione dei rifiuti urbani e industriali, l’ampliamento dei parchi e delle zone verdi e la riqualificazione dei quartieri degradati.

 

Abandoibarra ne è un esempio. Area situata nel cuore della città che si estende su una superficie di 348.500 metri quadrati, è stata per anni destinata all’attività portuale, senza possibilità di accesso per il pubblico. Ora dei complessivi 348.507 metri quadrati, 115.714 ospitano vegetazione.

Il progetto per il quartiere Barakaldo – Galindo invece è consistito nel recupero delle aree dismesse lungo il fiume, un tempo sede degli altoforni. Il piano prevede la costruzione di edifici residenziali, spazi per il tempo libero e uno stabilimento per attività commerciali. Metà dell’area sarà inoltre lasciata verde, mentre per l’infrastruttura stradale sono previsti collegamenti tra i diversi quartieri e l’autostrada.

Un altro dei pilastri della “vecchia Bilbao” era infine la sede del gigante del credito Banco di Bilbao Vizcaya y Argentaria (BBVA), oggi uno dei due campioni del settore bancario iberico. Pur mantenendo le radici in territorio basco, oltre che il nome della città e della provincia nella propria ragione sociale, la banca è ormai una multinazionale con centro nevralgico a Madrid e fatturato per oltre un terzo proveniente dall’America Latina.

La riconversione ha quindi interessato anche il ridimensionamento dell’istituto, con conseguente riduzione dei posti di lavoro nella sede basca.

 

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Ci siamo chiesti all’inizio dell’articolo se il modello Bilbao possa essere imitato da comunità che attraversano crisi analoghe a quella brillantemente risolta nella città basca. I requisiti per realizzare un percorso del genere sono fondamentalmente due: una chiara e forte visione strategica da parte degli amministratori locali e una totale coesione fra tutte le componenti della società economica, civile e politica della città e fra queste e lo stato. Naturalmente è indispensabile anche la collaborazione di professionisti e tecnici di grande livello, ma se esistono queste due condizioni, non è difficile catalizzare l’interesse delle migliori intelligenze disponibili a livello nazionale e internazionale.

Nel prossimo articolo parleremo di un caso leggermente diverso, sia per la situazione di partenza che del modello di sviluppo attuato, ma ugualmente significativo di come possa essere progettata la “città del futuro”, economicamente prospera e con trend di sviluppo sostenibile: il caso di Cambridge.

 

 

 

 

 

 

 

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Tempo di software: il futuro liquido

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Il sociologo polacco Zygmunt Bauman, scomparso all’inizio di quest’anno, ha parlato di “società liquida” e la definizione – pur non bellissima ma indubbiamente suggestiva – ha riscosso enorme popolarità.

Nella sua logica la parte “solida” in dissoluzione era in qualche modo l’ordine costituito e il tessuto connettivo dei rapporti sociali, che nella società “post-moderna” sono stati rimpiazzati da individualismo, consumismo e alienazione. A ben vedere, questo processo è riscontrabile anche nei rapporti economici e produttivi.

Se infatti il secolo scorso e quello ancora precedente sono stati caratterizzati dal peso dell’industria manifatturiera e dall’incombenza delle grandi fabbriche, dalla produzione a elevata intensità di capitale e di lavoro, oggi la situazione è radicalmente cambiata.

 

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Quando la più grande azienda alberghiero-ricettiva del mondo (AirB&B) non possiede neanche una singola stanza e quando la maggiore impresa di trasporto di persone (Uber) non ha neanche un’automobile di proprietà, significa che siamo passati dalla prevalenza dell’hardware a quella del software: che in un certo senso il mondo post-moderno si è, appunto, liquefatto.

Se ciò è vero per tutto il mondo, è vero all’ennesima potenza per l’Italia, dove il grande gruppo industriale ha dimensioni minime rispetto ad altri sistemi e dove c’è tradizionalmente scarsità di materie prime e il costo del lavoro è sempre stato molto alto.

Da noi il settore manifatturiero, se pure ha conosciuto momenti di gloria nell’età giolittiana, negli anni del miracolo economico e in alcuni distretti a marcata vocazione industriale, sta attraversando una crisi che ha tutte le caratteristiche per essere strutturale. E comunque, si tratta per lo più di piccola e media industria, di artigianato di alto livello, di settori il cui fattore di successo è la moda, il design, l’ingegno.

Come possiamo allora immaginare il futuro del nostro paese? E quali visioni strategiche possono perseguire comunità in declino che si pongano l’obiettivo di sviluppare lavoro, reddito e ricchezza?

 

Quanto al primo punto, esaurite o quasi le ambizioni industriali, dovremo concentrarci in quei settori per i quali disponiamo di risorse esclusive e competenze distintive, ovvero il turismo e l’agricoltura.

 

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Da un lato il nostro patrimonio culturale e artistico, le ricchezze naturali e l’eredità di una grande tradizione storica. Dall’altro le eccellenze dei materiali e il livello ampiamente riconosciuto della nostra enogastronomia. Questi sono i pilastri del futuro economico del nostro paese, insieme a tutto quello che valorizza il gusto estetico, l’ingegno, la creatività.

Dall’hardware delle macchine al software della bellezza. Come un cerchio ideale che, dopo aver abbandonato il settore primario (che comprende soprattutto l’agricoltura e l’industria estrattiva) per tuffarsi nel secondario (l’attività di trasformazione, cioè il settore manifatturiero), torna alle radici, ovvero alla terra e soprattutto all’uomo.

Il periodo industriale ha visto prevalere macchine, ciminiere, impianti, con la nascita di aree industriali, di città o quartieri dormitorio per la mano d’opera, di emigrazione verso i centri urbani dove sorgevano le fabbriche. Quello post-industriale dovrebbe invece favorire il percorso inverso: verso i piccoli centri e le città d’arte, verso le località di attrazione turistica per risorse naturali o culturali, verso i terreni più fertili e produttivi.

E soprattutto, la grande enfasi sull’uomo, sulla sua creatività, il suo genio, il suo gusto estetico per i quali la tecnologia può rappresentare un prezioso alleato e non un pericolo.

Magari dovremo convivere con margini di redditività più contenuti, ma certamente la qualità della vita dovrebbe migliorare. Naturalmente la disponibilità di risorse e materie prime, grazie alle risorse naturali che ci ritroviamo o al genio dei nostri antenati, non garantiscono da sole l’attivazione di flussi di reddito soddisfacenti.

Sarà sempre più necessario professionalizzare l’approccio al turismo, in modo da massimizzarne il valore aggiunto e non solo aspettare che i turisti vengano da soli.

Allo stesso modo, dovremo essere capaci di migliorare la produttività dell’agricoltura e valorizzare l’industria di trasformazione alimentare e conserviera,  l’offerta di eccellenza eno-gastronomica e tutto quello che ruota intorno al cibo e al vino.

 

Anche in questi settori “leggeri” sarà necessario contrastare la concorrenza e non sottovalutare la competizione di soggetti nuovi sul mercato. E’ vero che chi vorrà vedere dal vivo la Cappella degli Scrovegni dovrà per forza andare sempre a Padova, ma – ad esempio – l’offerta di turismo balneare della Versilia o della Sardegna non può essere più indifferente alla Croazia, alle Baleari oppure all’Egitto, che potranno compensare la minor tradizione e bellezza con prezzi più bassi.

 

Lo stesso, a maggior ragione, per quanto riguarda il turismo culturale: ormai eventi espositivi particolari riescono a muovere enormi quantità di persone e di denaro. E oltre tutto si tratta di un turismo di qualità e con alta capacità di spesa.

Le stesse considerazioni più o meno possono essere fatte per cercare di capire come città anche piccole che hanno avuto un passato importante nell’industria o nel terziario (il settore dei servizi, ad esempio nell’ambito del commercio o la finanza) possano riconvertirsi e intraprendere nuovi modelli di sviluppo.

Nel prossimo articolo vedremo esempi di successo, fra i quali i più evidenti sono Bilbao e Cambridge, che possono essere benchmark per centri italiani di analoghe dimensioni.

 

 

 

 

 

 

Nessuno è più troppo grande per fallire: il caso Lehman Brothers

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Nei due articoli precedenti abbiamo visto quanto la grande o grandissima azienda (Amazon e Walmart, nei casi esaminati) siano invasive nei rapporti sociali ed economici tradizionali, ma anche nei confronti del potere politico.

Oggi ci occupiamo di un aspetto diverso e comunque significativo dell’era post-industriale: anche la mega impresa può fallire, non esistono più realtà too big to fail, ovvero troppo grandi per poter fallire.

 

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Fino ad una decina di anni fa, si riteneva che la grande banca o la grande impresa garantissero totale sicurezza ed affidabilità a dipendenti, fornitori, clienti, stakeholder, quasi fossero uno Stato. Chi entrava a lavorare in queste realtà aveva risolto il problema del posto di lavoro fino alla pensione e la rete di protezione che assicuravano si estendeva a molti aspetti della vita: dalla casa alla tutela della salute (con le polizze sanitarie), dall’accesso al credito e ai servizi bancari alla sistemazione dei figli.

 

Addirittura abbiamo visto come, nel caso Walmart, i dipendenti accettino di fatto di scambiare la stabilità e la sicurezza del posto di lavoro con condizioni peggiorative rispetto al passato ed inferiori a quelle praticate da altre aziende ai loro collaboratori.

 

Oggi tuttavia, specialmente nel settore bancario, la dimensione dell’impresa non è più da sola garanzia di sopravvivenza dell’azienda: dopo il fallimento del colosso statunitense Lehman Brothers, avvenuto nel settembre 2007, le cose sono decisamente cambiate.

Non ci sono più santuari intoccabili, al sicuro da tempeste e terremoti, ma spesso ci si rende conto di trovarsi davanti a veri e propri giganti dai piedi d’argilla.

La grande crisi iniziata proprio nel 2007 non ha fatto sconti a nessuno ed ora siamo tutti più deboli, comprese le grandi banche. Di certo le difficoltà dei sistemi produttivi e finanziari mondiali sono state di un’entità fino ad allora sconosciuta, ma ci si sarebbe aspettati che istituzioni ritenute il simbolo dell’affidabilità potessero resistere al terremoto limitando i danni a qualche crepa e qualche scossone.

Invece è successo il contrario: i primi sinistri boati dei mutui subprime[1] erano solo il nucleo originario della valanga globale che in breve tempo si sarebbe formata travolgendo privati, banche, istituzioni.

 

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Perché si è verificata questa situazione di fragilità di gran parte del sistema bancario? I motivi sono diversi, vediamo di sintetizzarli.

Innanzitutto ha giocato un ruolo decisivo la forte pressione per la redditività del capitale, attuata in modo da rendere le azioni delle banche sempre più appetibili per gli investitori e più apprezzate sul mercato, a tutto beneficio delle stock option detenute dai manager e delle loro elevate remunerazioni.

Affinché si realizzi un aumento della redditività del capitale impiegato ed investito dagli azionisti, vengono infatti ricercati – in modo talvolta ossessivo –  maggiori margini e significativo contenimento del capitale assorbito nel business bancario[2].  Quindi la percezione della rischiosità del portafoglio tende ad affievolirsi, a fronte di elevati margini di profitto.

Per avere un rendimento più alto, del resto, è sempre necessario aumentare il rischio: per questo si ricercano i clienti subprime, meno affidabili e quindi meno esigenti e disposti a pagare maggiori commissioni, e si mettono in piedi operazioni di finanza strutturata sempre più ardite e lontane dall’economia reale.

I requisiti minimi di capitale, definiti e controllati dalle banche centrali ed inizialmente non troppo stringenti, alle prime avvisaglie di crisi sono stati prontamente e sensibilmente aumentati, innescando così una spirale di difficoltà per la banca stessa, spesso costretta a richiedere il rientro dai fidi dei propri clienti.

Come in tutte le situazioni di “bolla”, le attività finanziarie che prima aumentavano continuamente di valore nel passaggio da un intermediario all’altro, dando vita a derivati sempre più complessi, hanno cominciato a diminuire, innescando brusche retromarce.

Gli immobili concessi in garanzia dei prestiti, messi in vendita dalle banche per recuperare i loro crediti, hanno trovato un mercato non recettivo per assenza di compratori, in quanto la crisi si è velocemente trasferita dal settore finanziario all’economia reale. E così il circolo vizioso si è alimentato, scaricando il peso delle insolvenze sulle spalle delle banche stesse.

Pochissime le banche che si sono salvate dallo tsunami: più o meno tutti i maggiori istituti, di qua e di là dall’Atlantico, hanno ricorso a massicci aumenti di capitale sul mercato o alla protezione dello Stato: anche in Europa, dove questo sarebbe formalmente vietato dalle norme dell’Unione Europea.

 

 

 

Il salvataggio di una banca da parte dello Stato, nonostante il sentiment fortemente avverso di gran parte della pubblica opinione, è un’operazione in realtà indispensabile per salvaguardare la fiducia nel sistema bancario e, in ultima analisi, l’affidabilità dello Stato stesso. Ne abbiamo parlato su questo blog in uno dei precedenti articoli.

Molte grandi banche, negli anni della grande crisi del primo decennio di questo secolo, sono state salvate dall’intervento pubblico in modo diretto o indiretto, con interventi di risorse a titolo di capitale o di prestito. In molti casi gli interventi si sono dimostrati alla fine redditizi ed hanno consentito alle pubbliche amministrazioni interventiste di recuperare i capitali impiegati, talvolta realizzando anche buoni guadagni e senza onere finale per i contribuenti.

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Nel caso di Lehman Brothers il governo USA decise invece di lasciar fallire la banca: le conseguenze di questa scelta furono enormi non solo negli Stati Uniti, ma su tutti i sistemi bancari mondiali.

Se è fallita Lehman, allora anche qualunque grande banca che si trovi in difficoltà potrà fallire. Di questo dovranno tenere conto dipendenti, azionisti, clienti delle banche, ma non solo loro.

 


[1] Si tratta di un particolare strumento finanziario, il cui mercato nel 2007 è stato il primo a crollare innescando la crisi globale. I subprime sono mutui concessi dalle banche e agenzie fondiarie alla clientela meno affidabile, sui quali venivano costruite complesse operazioni finanziarie attraverso la cessione del credito; di fronte all’insolvenza generalizzata dei debitori e al crollo dei valori degli immobili a garanzia, tutto il castello è crollato travolgendo intermediari e risparmiatori che avevano investito in quegli strumenti.

[2] Uno degli indici più seguiti dagli investitori è infatti il ROE, ovvero la redditività del capitale proprio impiegato, dato dal rapporto fra utile netto e capitale. Il suo aumento, determinato dall’aumento del reddito e/o dalla diminuzione del capitale, contribuisce ad attrarre gli investitori e far crescere il valore dell’azione.

La lotta di classe fra operai e consumatori: il caso Walmart

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Abbiamo visto nel precedente articolo come il colosso statunitense Amazon eserciti una forma di potere e di pressione enorme nei confronti delle comunità in cui si insedia, al punto da emanare, come detto, una sorta di “atipico” bando per le pubbliche amministrazioni, sulla cui evoluzione sarà interessante tenersi aggiornati.

Vediamo oggi un caso un po’ diverso, ma di impatto se possibile ancora maggiore sui meccanismi alla base dei rapporti sociali ed economici del mondo post-industriale: si tratta del gigante della grande distribuzione Walmart, probabilmente la più grande azienda del mondo, sicuramente quella con il maggior fatturato.

La sua influenza sulla vita quotidiana, le abitudini e l’economia della popolazione è così forte che è stato coniato il termine “effetto Walmart[1] per significare il condizionamento operato dalla multinazionale non solo su dipendenti, clienti, fornitori, ma anche sulle comunità in cui è insediata ed in quelle esterne.

 

Solo un quarto di secolo fa tuttavia, Walmart era una delle tante catene di supermercati, presente in 9 stati degli USA, e quindi certamente importante, ma non molto diversa da tutte le altre. Oggi ha circa 260 milioni di clienti; 11.600 punti vendita in 28 paesi di tutto il mondo; 2,2 milioni di dipendenti e fattura quasi 500 miliardi di dollari all’anno. Dimensioni che si fatica perfino a comprendere in una realtà come quella italiana: più simili a quelle di uno stato che di una singola azienda.

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Dimensioni che forse neanche il fondatore Sam Walton poteva concepire quando nel 1962 dette vita alla società a Betonville, in Arkansas, un borgo con 36.000 anime.

Sarebbe interessante ripercorrere le fasi e le modalità della crescita iperbolica, che continua anche oggi al ritmo di 1.000 nuove location all’anno: una storia da manuale tipicamente americana, a base di dedizione al lavoro, sconfinato ottimismo, mission aziendale chiara e determinazione ferrea.

Quello che però vogliamo qui sottolineare è la natura sociale dell’effetto Walmart. La ricerca ossessiva del contenimento dei costi per essere in grado di “garantire al consumatore ogni giorno il prezzo più basso” (come recita la mission dell’azienda) ha portato il gruppo a pratiche sostanzialmente vessatorie nei confronti di dipendenti e fornitori, sfruttando la sua forte posizione commerciale.

 

Anche se i dipendenti vengono graziosamente ma in modo farisaico definiti “associates” e i fornitori “partners”, Walmart di fatto strizza entrambi come limoni, fino al punto di rottura ed oltre.

 

Nei confronti dei fornitori, produttori di ogni dimensione in ogni parte del mondo, naturalmente Walmart rappresenta un cliente di primaria importanza, in grado non solo di fare ordini molto consistenti e pagare puntualmente ma di contribuire all’immagine stessa dell’azienda che può vantare nel proprio portafoglio un nome così altisonante. Infatti annoverare Walmart fra i propri clienti è, per qualsiasi azienda, una patente di serietà, affidabilità e qualità che certamente giova al suo buon nome.

Per molte imprese infatti, il gigante della distribuzione USA è uno dei principali clienti, talvolta addirittura l’unico. Anche grandi gruppi si sono attrezzati per servire Walmart in modo dedicato ed esclusivo: è il caso di Procter & Gamble ha una divisione in cui lavorano 250 persone che si occupa solo di gestire il rapporto con Walmart.

L’ovvia conseguenza è che la trattativa con i fornitori non è un normale negoziato commerciale, ma diventa alla fine una vera e propria imposizione sia in termini di prezzo che di condizioni di vendita. Infatti, ad esempio, Walmart obbliga i fornitori a consegnare la merce direttamente ai suoi punti vendita anziché a pochi centri logistici come succede in genere, ribaltando così integralmente il costo della distribuzione e del trasporto sui fornitori stessi.

Ha fatto scuola poi l’obbligo imposto di fornire la merce senza confezioni esterne e imballaggi, in modo da poterla collocare direttamente sugli scaffali risparmiando costo del materiale e del lavoro. I due cent risparmiati in media per ogni dollaro acquistato vengono ripartiti a metà col fornitore stesso

Nonostante tali imposizioni, la dinamica del rapporto fra Walmart e i suoi fornitori può tuttavia ancora dirsi una componente fisiologica, seppure inusuale, di un accordo commerciale, nel quale una parte guadagna (Walmart) e l’altra perde.

 

 

Quello che rischia davvero di influire sui meccanismi sociali, e che testimonia un radicale cambiamento della società postindustriale, è invece il rapporto con i dipendenti.

 

Il gruppo statunitense è stato infatti accusato di comportamenti vessatori nei confronti dei lavoratori, paventando una situazione di sfruttamento massiccio della mano d’opera. Questo ovviamente al fine di consentire prezzi di vendita in continua riduzione ed attrarre, per tale via, un numero sempre maggiore di clienti.

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Dal punto di vista dell’azienda si tratta di una politica di forte contenimento dei costi di produzione e di ricerca di maggiore produttività. Dal punto di vista dei dipendenti significa invece barattare la sicurezza del posto di lavoro, in una grande azienda in continua espansione, con l’accettazione di condizioni penalizzanti in termini di orari, salari, flessibilità e la rinuncia a molte delle garanzie faticosamente ottenute da generazioni di lavoratori.

Dal punto di vista sociale, invece, non può che prendersi atto che la lotta di classe che abbiamo conosciuto dai tempi della rivoluzione industriale ha ormai cambiato radicalmente i connotati: non più operai contro padroni, ma dipendenti contro consumatori.

Ciò che assume valore non è tanto il contributo alla produzione quanto il contributo al consumo. Le persone valgono e sono degne di tutela sociale in quanto consumano, spendono e fanno girare il sistema. Non è più questione di ricchi e poveri (operai poveri e padroni ricchi, come in passato), in quanto i consumatori possono essere anche più poveri dei dipendenti di una grande azienda, che tutto sommato hanno almeno lavoro stabile e retribuzione assicurata, anche se in calo.

Nella scala sociale la vera fonte di ricchezza è il cliente che spende e non il dipendente che costa. I clienti non sono mai abbastanza e si fa di tutto per incrementarne il numero; di dipendenti invece c’è ampia offerta. Coerentemente, l’immagine aziendale è tutta proiettata a presentare un soggetto attento all’ambiente, impegnato nella filantropia e in linea con i principi di Corporate social responsibility[2] che i clienti mostrano sempre di apprezzare.

Un po’ paradossale che si risparmi sulle condizioni di lavoro e di vita dei dipendenti all’interno dell’azienda per spendere in beneficienza e a favore dell’ambiente esterno. In quanto dipendente Walmart, un ipotetico quanto sconosciuto John Smith è vessato e sfruttato, ma in quanto cittadino e potenziale consumatore è corteggiato e ricercato.

Inutile chiedersi se questa tendenza sia per la società indice di progresso oppure di barbaro arretramento, oltre al fatto che sembra molto difficile capire dove potremo arrivare: occorre piuttosto fare i conti con la nuova realtà e, per quanto possibile, attrezzarsi.

 


[1] Charles Fishman, “The Wal-Mart effect. How an Out of Town Superstore became a Superpower”, Penguin Books, London 2006.

[2] Con il termine Corporate Social Responsibility (CSR), in italiano “responsabilità sociale d’impresa”, si intende il complesso delle politiche aziendali, delle misure intraprese e dei rapporti attivati da parte delle grandi, piccole e medie imprese per gestire efficacemente le problematiche d’impatto sociale ed etico al loro interno e nelle zone di attività.

Il mondo all’incontrario

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All’inizio di settembre il gigante dell’e-commerce Amazon pubblicò sul proprio sito un comunicato stampa che non poteva passare inosservato fra coloro che studiano i fenomeni sociali connessi all’attività economica dei nostri giorni. Si tratta di un vero e proprio bando rivolto alle amministrazioni pubbliche ed ai governi locali del Nord America (in pratica Stati Uniti e Canada), con il quale si invita a presentare proposte per favorire l’insediamento della seconda direzione generale di Amazon, denominata HQ2 (headquarter 2 appunto).

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Nel bando si elencano i vantaggi che la nuova sede porterebbe per la comunità che la ospiterà in termini di nuovi posti di lavoro, di sviluppo del reddito indotto, di popolazione ad altro reddito che vi si trasferirebbe.

 

Il termine usato nel bando è request for proposal (RFP, richiesta di proposte) e non il tradizionale call for proposal, (bando, nell’accezione corrente), forse per una forma di rispetto lessicale nei confronti dei destinatari, gli enti pubblici, abituati ad essere loro a emanare i bandi ed attendere che siano i privati a rispondere. Ma la sostanza non cambia: le parti si sono invertite ed oggi è la grande impresa a dare le carte.

 

Anche il termine di apertura del bando è piuttosto stretto: poco più di un mese, dal 7 settembre – data di pubblicazione sul sito aziendale – alla scadenza, fissata per oggi 17 ottobre 2017.

Nel mondo della produzione è del resto da tempo iniziata una vera e propria rivoluzione copernicana con un palese rovesciamento di ruoli. Già da tempo le amministrazioni pubbliche – a causa dei vincoli di bilancio – hanno dovunque grandi difficoltà a realizzare grandi infrastrutture e la modalità più frequente, almeno in Italia, è quella del project finance, ovvero della collaborazione fra ente locale, privati investitori e soggetti realizzatori (imprese di costruzione, global coordinator, ecc.).

Ma in genere l’iniziativa e il ruolo guida è sempre del soggetto pubblico, che, sulla base di un programma approvato dagli elettori, definisce le politiche di sviluppo del territorio, quindi ricerca i potenziali partner, stanzia le risorse necessarie e licenzia gli strumenti urbanistici e regolatori relativi.

Nel caso di Amazon, è invece l’azienda che, individuato un suo bisogno di investire e realizzare un nuovo insediamento e, rendendosi conto dell’attrattiva che questo può rappresentare, invita le amministrazioni pubbliche a dichiarare quali e quanti incentivi – non solo finanziari – è disposta ad accordare.

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Già molte comunità risulta che abbiano manifestato interesse e intenzione di aderire al bando con proposte idonee e aggressive: Dallas, Baltimora, Toronto.

Mi ricorda un episodio di cui sono stato testimone diretto oltre una decina di anni fa, in una delle mie esperienze lavorative precedenti. Come direttore generale di una grande fondazione privata orientata essenzialmente allo sviluppo del territorio, ricevetti insieme al mio presidente di allora il numero uno di una grande azienda farmaceutica multinazionale che aveva un grande polo produttivo e di ricerca nella zona. Il sito impiegava alcune migliaia di occupati e rappresentava una realtà importante della regione.

Con molta franchezza, quel CEO ci informò che il suo gruppo stava valutando un investimento per il polo locale e che aveva ricevuto l’offerta dalla municipalità di Singapore di un incentivo a fondo perduto di un milione di dollari per trasferire il tutto in quell’area. La società era soddisfatta dell’andamento del sito attuale e, a parità di condizioni, certo avrebbe preferito mantenere in Italia la divisione. In caso contrario, non avrebbe avuto alcun problema a trasferire il tutto in Asia.

Dopo le nostre (in verità un po’ azzardate) rassicurazioni, il polo produttivo venne mantenuto ed è ancora là ed anzi arrivarono regolarmente anche gli investimenti aggiuntivi. Qualche anno dopo la divisione a cui apparteneva venne acquisita da un’altra multinazionale e alla fine la nostra strategia si rivelò vincente.

Questo per dire che, ovviamente, la problematica di attrarre insediamenti produttivi e investimenti di sviluppo è da tempo presente anche da noi. Fino ad ora tuttavia era confinata in rapporti ed accordi bilaterali: Amazon ha fatto outing, rendendola oggetto di un bando pubblico.

Questi episodi dimostrano che sono profondamente cambiati i meccanismi alla base della vita economica delle comunità: la presenza di realtà produttive importanti, in tempi di crisi e di mancanza di lavoro, costituisce un formidabile concentrato di potere e di pressione sui governi e sulle amministrazioni pubbliche.

Non che si tratti sempre di un fattore positivo: la legittimazione di tale potere non deriva dal voto degli abitanti, ma dalle risorse economiche messe in campo. E certamente l’identificazione di un territorio con valori e mission di un singolo gruppo aziendale non è sintomo di democrazia, oltre all’impatto sull’aumento del costo della vita e delle abitazioni che probabilmente un insediamento del genere produce.

Legati al tema sono poi anche i fenomeni del trasferimento del ruolo di gruppo sociale da difendere e tutelare dalla classe operaia a quello dei consumatori, come nel caso Walmart, ed il declino del principio too big to fail (troppo grande per fallire) soprattutto nel settore bancario, come è successo per Lehman Brothers: di essi ci occuperemo, infatti, nei prossimi due articoli.

 

 

Talleri, fiorini e baiocchi

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Quando parlammo di asset allocation ottimale, ovvero di scelta su come investire le proprie risorse finanziarie fra le diverse categorie di strumenti (azioni, obbligazioni, liquidità, ecc.), dicemmo che buona regola poteva essere l’impiego di una certa parte del proprio portafoglio, non superiore al 15/20%, in attività in valuta estera.

Negli articoli delle scorse settimane, abbiamo cercato di capire come si possono muovere le valute nei prossimi mesi e abbiamo visto che sono sensibili a diverse variabili sia di natura strettamente economico-finanziaria che politica. Ne risulta un quadro molto volatile ed instabile che certamente espone l’investitore a rischi non trascurabili.

Questo tipo di impiego è pertanto tendenzialmente da riservare a soggetti che abbiano una certa dimestichezza e conoscenza dei mercati e, soprattutto, una propensione al rischio se non elevata che quanto meno consenta di affrontare senza traumi una certa possibilità di perdita.

Tuttavia, pur non rinnegando l’impostazione decisamente prudente che abbiamo seguito fin dall’inizio, ci sentiamo di ribadire che investire una modesta parte del portafoglio in titoli denominati in valute estere, specie quelle più trattate sui mercati, può essere una buona opportunità, anche per chi è euro based (ovvero ha entrate e uscite solo in euro). Vediamo perché.

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Intanto chiariamo bene cosa intendiamo per “attività in valuta”. Non si tratta ovviamente di tenere banconote estere in forma liquida, sia perché l’uso del contante è soggetto a limitazioni di legge, sia perché non danno alcun interesse, ma soprattutto perché comportano costi di transazione e di gestione da parte delle banche, molto più elevati rispetto alla “moneta elettronica”.

Ciò si traduce, al momento della conversione delle banconote da una valuta all’altra, in un cambio più sfavorevole per chi le presenta in banca e in commissioni e spese da pagare.

Ma anche la detenzione di depositi o conti correnti in valuta è infruttifera e comporta spese: i conti in divisa possono essere utili per allocazioni transitorie ma non come strumenti di investimento.

Ci riferiamo piuttosto all’acquisto di titoli obbligazionari o anche azionari denominati in valuta estera. Questo complica un po’ il quadro perché oltre al rischio di cambio espone anche al rischio emittente e al rischio di tasso: tuttavia a ben guardare alcune di queste variabili si possono almeno parzialmente compensare, come il tasso e il cambio.

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Prendiamo ad esempio il rischio tasso. Si manifesta quando possediamo un certo titolo ad una determinata scadenza ed i tassi di mercato su quel segmento di scadenza crescono: il prezzo del nostro titolo inevitabilmente scenderà fino al punto in cui il suo rendimento non sarà allineato al nuovo tasso di mercato. Se volessimo vendere quel titolo, subiremmo una perdita. Viceversa se decidessimo di tenerlo fino alla scadenza (o magari fino a un successivo calo dei tassi), avremmo solo il costo opportunità di percepire fino ad allora un rendimento inferiore rispetto a chi comprasse ora quel titolo.

 

Ebbene se quel titolo è in valuta è molto probabile che il cambio di quella valuta aumenti se ne aumenta il tasso, andando così a compensare in tutto o in parte la perdita dovuta al tasso.

 

Ma torniamo al punto: perché mai un investitore razionale che ha entrate e uscite solo in euro dovrebbe investire in dollari o in sterline sobbarcandosi un ulteriore fattore di rischio? Per un motivo molto semplice: per avere un maggior profitto in quanto in quelle valute i tassi sono più alti. Inoltre, se la parte in divisa è comunque limitata, può trarre profitto dalle oscillazioni temporanee del cambio vendendo il titolo se si presenta una buona opportunità, ma evitando di sobbarcarsi la perdita se la flessione del cambio è solo temporanea.

 

Naturalmente, salvo che non operiamo su titoli perpetui, alla scadenza del titolo verremo rimborsati in dollari o sterline. Sarà sempre però possibile tenere la valuta estera facendola transitare da un conto valutario e reimpiegarla in altri titoli nella stessa valuta, così come gli interessi che periodicamente vengono liquidati.

In altre parole, la scelta di operare in valuta è consigliabile solo se prevedibilmente non avremo bisogno di vendere i titoli, perché in quel caso potremmo doverli smobilizzare in un momento sfavorevole per il cambio.

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D’altra parte, invece, se parliamo di dollari, la scelta di tenere il biglietto verde in portafoglio può essere vista anche come un sorta di “assicurazione” contro l’eventualità di una recessione prolungata e intensa dell’Eurozona. Anche se abbiamo movimenti solo in Euro, è possibile che in quel caso si verifichino aumenti significativi di tassi di interesse e/o di inflazione, che avranno l’effetto di far diminuire il valore reale dei nostri titoli. In quel caso i dollari, come l’oro, gli immobili o le azioni, potrebbero rappresentare una sorta di bene-rifugio e vedremmo il loro cambio aumentare repentinamente.

 

Quanto detto vale per i dollari e, in minor misura, per la sterlina: parliamo comunque di valute ad ampia diffusione. Entrare nei mercati delle valute marginali, come ad esempio i rubli, i real brasiliani, i rand sudafricani, può avere un connotato molto più marcatamente speculativo.

Se ad esempio riteniamo che il prezzo del petrolio debba aumentare, l’acquisto di titoli in rubli russi può essere un buon mezzo per “scommettere” sul greggio, dato che il bilancio della Federazione Russa è molto influenzato dal valore dell’oro nero.

Oppure, se riteniamo che l’India abbia prospettive di sviluppo consistenti sui mercati, potremmo comprare quote di fondi espressi in moneta locale. Ugualmente per quanto riguarda la lira turca.

In tutti questi casi, però, non valgono le considerazioni di coerenza con il resto del portafoglio che, come abbiamo visto, sussistono per i dollari.

Se crediamo nelle economie di quei paesi, molto meglio orientarsi su quote di fondi specializzati ma espressi in euro (come si dice in gergo, hedgiati, dall’inglese hedging, coprire il rischio di cambio): in tal modo eviteremo l’ulteriore fattore di rischio rappresentato dal cambio.

 

 

 

 

Petrolio, sviluppo, guerre e uragani

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Nell’articolo iniziale di questa mini-serie dedicata ai mercati valutari, sempre nell’ottica delle scelte di investimento, avevamo visto come i cambi – oltre che dai normali scenari economici e dalle grandezze rilevanti in questi casi – fossero influenzati da una serie di altri fattori: l’effetto Trump in USA, l’onda lunga della Brexit, l’andamento dei pezzi del petrolio e, sullo sfondo, la situazione dei mercati asiatici e dei paesi emergenti.

Inoltre non vanno trascurati altri due importanti aspetti di natura geo-politica: i venti di guerra che soffiano dalla Corea del Nord e le conseguenze degli eventi atmosferici devastanti in Texas, in Florida ed in altre regioni degli Stati Uniti.

Di effetto Trump e situazione britannica abbiamo parlato nei due precedenti articoli, oggi ci soffermiamo sui restanti fattori, mentre la prossima settimana cercheremo di tirare le somme.

Dunque dicevamo: petrolio, sviluppo, guerre e uragani.

 

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Il petrolio è una variabile fondamentale nel panorama economico mondiale. Rappresenta tuttora la maggiore fonte energetica ed è normalmente pagato in dollari. La domanda di petrolio è alimentata soprattutto dalla grande industria, in particolare quella asiatica. Quando la produzione cinese o indiana crescono, il prezzo tende ad aumentare.

E’ vero che nel tempo sono state sviluppate anche fonti alternative quali il nucleare, le rinnovabili, il gas naturale, ma la dipendenza dell’industria mondiale dall’oro nero è ancora molto forte.

L’offerta è concentrata soprattutto nei paesi mediorientali, dove si trovano i maggiori giacimenti naturali, e in altre aree del mondo quali Russia, che usa però il petrolio soprattutto per l’industria interna, Africa e in misura minore Norvegia e Mar del Nord.

Essendo una risorsa naturale, essa è per definizione limitata anche se al momento non risultano problemi di scarsità e di approvvigionamento. I fattori che influenzano l’offerta sono di natura essenzialmente politica, in quanto gli stati produttori possono aumentare o diminuire la quantità riversata sul mercato a seconda delle proprie esigenze di bilancio e degli accordi finalizzati a mantenere elevato il prezzo.

L’andamento del prezzo del petrolio nel tempo influenza il cambio del dollaro e, viceversa, la maggiore o minore forza del biglietto verde incide sul livello della domanda. Generalmente si riscontra quindi che l’andamento del prezzo del petrolio e quello del cambio del dollaro hanno una correlazione inversa, nel senso che quando aumenta il petrolio, il dollaro diminuisce e viceversa.

In effetti nelle ultime settimane il costo del brent (il tipo di petrolio più scambiato sul mercato) al barile è aumentato dai 45 dollari di fine giugno ai 55 di questi giorni, mentre nello stesso periodo il dollaro si è ulteriormente indebolito, contro l’euro, da 1,12 a 1,20.

Come tutte le grandi leggi dell’economia, anche questa della correlazione inversa fra petrolio e dollaro non va presa troppo sul serio, soprattutto quando si tratta di dover investire i risparmi personali e non di esercitarsi in eleganti teoremi accademici.

Una sintesi ragionevole che si potrebbe tentare sul punto è che il prezzo del petrolio probabilmente non aumenterà ancora molto (salvo eventi politici imprevisti) e che il dollaro dovrebbe recuperare sull’euro.

L’altro elemento di giudizio è l’andamento economico delle tigri asiatiche e dei paesi in via di sviluppo. In questo momento molti dei sistemi che eravamo abituati a veder crescere a doppia cifra hanno rallentato la loro corsa: non che siano entrati in recessione, ma stanno crescendo ad un ritmo inferiore a quello degli ultimi anni.

Se dovessero tornare a correre, è ragionevole attendersi che aumentino di valore le loro valute nazionali (renmimbi cinese, rupia indiana, rublo russo, lira turca, ecc.) e che cresca anche il dollaro. La maggior disponibilità di risorse da investire da parte di sceicchi e mandarini, infatti, dovrebbe far aumentare la domanda di dollari e quindi – a parità di altre condizioni – un apprezzamento della divisa USA sui mercati valutari.

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L’effetto dei venti di guerra che soffiano dalla Corea del Nord sulla valuta americana è invece molto più difficile da prevedere. Si può solo dire che in questa fase le incertezze di Trump e i messaggi ondivaghi che giungono dalla Casa Bianca, come pure le difficoltà nel dialogo con Cina e Russia, potrebbero minare la credibilità e la fiducia nel dollaro. Se, come abbiamo visto, il biglietto verde funge anche da riserva di valore, è ragionevole attendersi qualche perplessità da parte di chi dovrebbe investire risorse in un paese gestito da una classe politica incapace di giocare un ruolo stabilizzante sullo scacchiere mondiale, e ostaggio di personaggi improbabili come il giovane satrapo coreano.

 

Qualora la guerra dovesse effettivamente scoppiare, e si trattasse di una guerra nucleare come minacciato, tutti i nostri discorsi cadrebbero e il cambio del dollaro sarebbe davvero l’ultimo dei nostri problemi.

 

Infine, ultimo in ordine di tempo, il fattore rappresentato dalle calamità che si sono abbattute in questa fine estate sugli Stati Uniti: Harvey in Texas, Irma in Florida e ora sembra José in New Jersey, con concreta minaccia anche su New York.

 

 

E’ ancora presto per una stima dei danni, ma se pensiamo che l’ultimo uragano che si è abbattuto sulla Grande Mela (Sandy nel 2012) costò alle casse federali circa 70 miliardi di dollari, è facile rendersi conto dell’impatto che questi fenomeni avranno sui conti pubblici, come pure sulle compagnie assicuratrici per i danni che saranno chiamate a rimborsare.

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Sicuramente il disavanzo USA crescerà e il budget verrà sforato: questo comporterà la necessità di aumentare le emissioni di Treasury Bond per finanziarlo e c’è da aspettarsi una certa pressione sul cambio del dollaro.

In questa situazione complessa, capire come si muoveranno le valute per impostare una razionale strategia di portafoglio non è facile. Possiamo però indicare alcune azioni ragionevoli da valutare, perché proprio nell’incertezza si nascondono spesso buone opportunità di guadagno: le vedremo nel prossimo articolo.

 

 

Se New York piange, Londra non ride

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Parafrasando quanto venne detto con riferimento alla guerra del Peloponneso fra Atene e Sparta, potremmo dire che se New York, alle prese con l’estemporaneo tycoon eletto da poco Presidente, piange, certo Londra non ride.

Nel bel mezzo del complicato processo di uscita dall’Unione Europea, che ha reso evidente anche ai più convinti antieuropeisti inglesi come non sia stato un buon affare per le casse britanniche abbandonare l’Europa, Londra sta attraversando un periodo decisamente critico.

Non c’è alcun dubbio che l’esito del referendum, con la sventurata decisione di abbandonare l’Unione, sia stato l’evento che ha fatto piombare il Regno Unito all’ultimo posto – in termini di tasso di crescita – fra le grandi economie mondiali. Gli indicatori statistici sono tutti quanti coerenti con questo quadro desolante.

 

Nel primo trimestre del 2017, il PIL britannico è cresciuto del solo 0,2% rispetto all’anno precedente, il dato peggiore fra tutti quelli del G8.

Dal giorno prima del referendum (23/6/2016) a un anno più tardi, la sterlina ha perso il 15,3% del proprio valore rispetto al dollaro e il 13% rispetto all’euro. Se questo ha reso più competitive le merci inglesi facendo aumentare le esportazioni del 7%, l’effetto sulla bilancia commerciale è stato però pesantemente negativo perché le importazioni, quantitativamente ben più rilevanti essendo il Regno Unito grande importatore di materie prime, sono cresciute dell’8%.

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La conseguenza è stata un’impennata dell’inflazione, che dallo 0,8% del luglio 2016 si è attestata al 2,9% attuale, ben oltre gli obiettivi del Governo. Ciò ha comportato una pesante riduzione del potere d’acquisto e del valore reale dei salari e del reddito disponibile per le famiglie, che nel primo trimestre del 2017 ha mostrato una flessione del 2% rispetto all’anno precedente, il peggior valore dal 2011.

Dati molto peggiori delle previsioni a suo tempo diffuse dalla Bank of England, da molti tacciate di eccessivo pessimismo in funzione di sostegno al remain in occasione del voto.

E devono ancora essere fattorizzati i costi diretti che la Brexit comporterà per il Regno Unito, notoriamente un prenditore netto di risorse dalle casse comunitarie. Il conto finale sarà la conseguenza dell’accordo che il Governo di Sua Maestà dovrà definire con il Presidente della Commissione Europea Jean-Claude Juncker, stretto fra la tentazione istintiva di rigidità e la necessità razionale di essere flessibile, dato che comunque un dialogo con gli inglesi andrà mantenuto.

 

Vero è che Londra continua a rappresentare una piazza finanziaria di grande importanza, e che gli scambi si mantengono sostenuti; peraltro anche la borsa italiana è oggi gestita proprio dalla London Stock Exchange.

 

L’indice FTSE delle azioni inglesi è cresciuto dall’esito del referendum del 22%: ma si tratta di un dato solo apparentemente contraddittorio, in quanto il listino di Londra è in gran parte popolato di multinazionali che proprio grazie al crollo del pound sono riuscite a fare ottimi profitti.

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Per molti aspetti, la situazione dell’Inghilterra di oggi è simile a quella che si trovò a fronteggiare Margaret Thatcher alla fine degli anni ’70 quando venne chiamata a servire come premier: economia in recessione, elevata inflazione, drastico peggioramento del potere di acquisto delle classi medie, austerity e proteste generalizzate della classe operaia che vedeva molte fabbriche chiudere o delocalizzare e in ogni caso peggioramento netto delle condizioni di vita e di lavoro.

A complicare il quadro, intervenne poi nel 1982 la guerra delle Falkland (o Malvinas), e come spesso succede la crisi presentò anche un’ottima opportunità di riscatto per il Regno Unito, che la Lady di ferro colse al volo.

Oltre a costituire un volano per la ripresa economica, con l’aumento di domanda da parte dello Stato indotto dalla guerra, la vicenda compattò intorno alle istituzioni britanniche l’opinione pubblica interna e internazionale e rappresentò l’inizio del riscatto, guidato dalla decisa e concreta politica economica e industriale messa in atto dalla Thatcher, senza dubbio uno dei leader europei più importanti dello scorso secolo.

In quel caso l’orgoglio nazionalista e l’autorevolezza della classe politica riportarono la “perfida Albione” in testa alla classifica dei paesi industrializzati e la sua valuta ad essere stabile e forte come in passato.

Rispetto ad allora molte cose sono cambiate, e non in meglio per le possibilità di recupero inglesi, a parte lo scenario di guerra che per fortuna sembra oggi lontano.

Intanto è decisamente peggiorata la qualità della classe politica. Non solo di quella inglese, veramente: dei grandi leader europei del passato, oggi è rimasto poco più del ricordo. Theresa May pare più una disciplinata funzionaria intenta a svolgere il suo compito e a conservare il potere che non una stratega con visione e ideali, per non parlare di David Cameron, secondo me uno dei più disastrosi premier che il Regno Unito abbia avuto. A lui è imputabile la decisione di indire il referendum sulla Brexit, come pure in gran parte – d’intesa con François Hollande, l’ex Presidente francese – la politica mediorientale che tanti danni ha provocato all’Europa, e ancora continua a provocarne.

 

Cosa attendersi dunque dalla sterlina per i prossimi mesi? Una semplice evidenza statistica porterebbe a credere che dopo aver perso in un anno il 13/15% rispetto alle principali valute, il cambio possa rimbalzare, in analogia a quanto abbiamo visto per il dollaro.

 

E non è escluso che nel breve termine questo effettivamente accada. Ma, a differenza del biglietto verde statunitense, la sterlina è strutturalmente molto più debole e non rappresenta una valuta di riserva. E’ quindi molto probabile che il livello ormai mantenuto nell’ultimo anno sia un nuovo valore di equilibrio, attorno al quale il cambio con euro e dollaro tenderà ad oscillare nei prossimi mesi.

Messico e Nuvole: Trump e la faccia triste dell’America

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La faccia triste dell’America è quella di Donald Trump che, in piena globalizzazione e apertura dei mercati, costruisce un muro al confine col Messico per impedire ingressi non graditi e riporta in vita obsolete pratiche di protezionismo doganale.

La chiusura delle frontiere è tanto più estranea alla cultura americana quanto è evidente che, senza emigrazione, gli Stati Uniti che conosciamo oggi non esisterebbero. Ogni americano “è” qualcosa: italiano, irlandese, latino, russo, asiatico e così via. La ricchezza americana è nata proprio dal lavoro, dall’ingegno e dalle contaminazioni di coloro che ha sempre accolto, come è scritto alla base della Statua della libertà:

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Di protezionismo poi, parlammo all’indomani dell’elezione di Trump: le considerazioni fatte allora restano ancora valide e, se possibile, destano ancora più preoccupazione.

Il biondo tycoon si è insediato in un momento di grande euforia dei mercati USA e di crescita sostenuta, con disoccupazione praticamente inesistente e sviluppo continuo del reddito.

Oggi, dopo circa 9 mesi, il sistema appare – nonostante Trump, verrebbe da dire – ancora tonico, ma i mercati finanziari stanno segnando il passo. Il cambio del dollaro rispetto all’euro ha perso oltre il 15% dall’inizio dell’anno: da 1,04 di allora a 1,20 di oggi e la Fed (Federal Reserve System, ovvero la Banca centrale statunitense) non può rinviare oltre un aumento di tassi che potrebbe insidiare il buon andamento dell’economia.

Per la verità molte delle idee alla base del programma elettorale di Trump si presentavano, in teoria, favorevoli ad un consolidamento della crescita e al rafforzamento del dollaro: questo è il motivo della consistente apertura di credito che i mercati hanno concesso al “biglietto verde” a inizio anno. Pensiamo alla riduzione delle tasse, al sostegno all’industria nazionale, alle infrastrutture promesse, alle maggiori spese per la difesa pur connesse al disimpegno in Europa e nella Nato.

Il problema è che praticamente nessuno dei punti programmatici del Presidente è stato finora realizzato: sia perché egli non dispone di una solida maggioranza al Congresso e molte delle sue proposte sono state respinte, sia perché quelle più qualificanti – prima fra tutte l’attesa riforma fiscale – non sono state ancora poste all’ordine del giorno.

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Trump si è presentato agli elettori come sostanziale “elemento di rottura” con l’establishment politico e istituzionale: se questo da un lato gli ha portato consensi e popolarità, dall’altro lo ha posto ai margini del sistema parlamentare e dai suoi meccanismi tecnici e procedurali. Un po’ come successe in Italia con il primo governo Berlusconi, che spesso rimase impantanato e vittima delle “vecchie volpi” di Montecitorio e Palazzo Madama.

Dunque il successo politico si costruisce anche sapendo nuotare nel mare dei regolamenti e delle procedure.  E Trump lo ha sperimentato vedendosi respingere per ben due volte la proposta di legge che aboliva la riforma sanitaria del predecessore, la cosiddetta Obamacare.

In questa carenza di effectiveness, sicuramente un ruolo importante l’ha giocato la difficoltà di costruire una stabile, efficiente ed affidabile squadra di governo: licenziamenti lampo e azzeramento di deleghe si sono succeduti a un ritmo fino ad ora sconosciuto.

Per tutto questo pare proprio che la “luna di miele” del nuovo Presidente con i mercati sia giunta al termine e che l’opinione pubblica, non solo americana, non sia più disposta a rinnovargli credito e fiducia. Trump ha assoluto bisogno di segnare qualche punto a suo favore, per recuperare e rafforzare una credibilità di cui il Paese non può fare a meno sui mercati.

Il dollaro infatti non è una valuta come tutte le altre. Storicamente ha svolto, e continua a svolgere, una funzione di riserva di valore e quasi di bene-rifugio. Questo ha consentito agli Stati Uniti di coprire con relativa facilità il fabbisogno finanziario originato dal disavanzo pubblico.

Il meccanismo è semplice: se il bilancio pubblico presenta un aumento del disavanzo, le autorità statunitensi lo coprono semplicemente stampando dollari.  Fino a che sceicchi e mandarini si fidano del dollaro, di fatto coi loro investimenti in dollari finanziano il deficit USA. Ma se smettono di comprare il biglietto verde, il gioco non può durare. L’aumento dei tassi del dollaro, che come si diceva è già ampiamente previsto, è solo la prima misura, necessaria ma certamente non sufficiente se il trend dovesse continuare.

Ora, come si è visto, la credibilità americana è fortemente minata dagli errori e dal pressappochismo del suo Presidente, accentuati in questa fase storica dalla crisi coreana e dalla minaccia di guerra nucleare rappresentata dal tiranno di Kim Jong-un.

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Semplificando ed estremizzando, la situazione può essere riepilogata così: ci si aspetta che la politica economica del governo federale produca un maggior disavanzo del bilancio pubblico; per poterlo coprire è necessario che gli investitori acquistino i Treasury Bonds (Buoni del Tesoro) emessi dal governo americano; tuttavia, affinché ciò avvenga, il dollaro deve continuare ad essere considerato forte e affidabile e il suo tasso di interesse deve aumentare.

Ma se i tassi aumentano troppo, l’economia rischia di rallentare il suo trend di sviluppo e, al limite, anche di entrare in recessione perché i consumatori avranno più difficoltà a indebitarsi per i loro acquisti e le imprese dovranno rivedere i loro programmi di investimento. Inoltre, se il prodotto interno lordo smette di crescere o si contrae, il bilancio pubblico peggiora ulteriormente perché, diminuendo il reddito, anche le imposte dirette sul reddito e quelle indirette sui consumi daranno minor gettito.

Toccherebbe allora sconfessare il programma elettorale, ovvero aumentare le tasse e diminuire le spese pubbliche, comprese quelle per le infrastrutture e la difesa. La credibilità del Governo federale ne risulterebbe ulteriormente compromessa e il dollaro diminuirebbe ancora il suo valore sui mercati valutari.

Se un certo livello di debolezza della valuta è utile e gradito ai produttori interni e agli esportatori, certamente il declino del dollaro creerebbe, a lungo andare, un situazione molto difficile da governare.

Cosa succederà dunque al dollaro? Prima di rispondere alla domanda delle cento pistole, dobbiamo però esaminare alcune altre faccende che vedremo nelle prossime settimane.

E chi ha dollari in portafoglio cosa deve fare? Il buon senso direbbe: certamente non vendere ora.

 

 

 

Di mercanti, valute e altre storie

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Di moneta e valute estere abbiamo parlato spesso e oggi può essere interessante tornare in argomento, visto che si parla di super euro, di dollaro debole, di onda lunga della Brexit. Nell’ultima riunione della BCE, è stato deciso di modulare il ritmo degli interventi sul mercato dei titoli anche in considerazione della preoccupante forza dell’euro sui mercati valutari e, quindi, di rallentare il programma di cessazione del quantitative easing (QE, cioàè “alleggerimento quantitativo), annunciata e già avviata.

A questo punto i lettori meno esperti di finanza saranno fortemente tentati di interrompere la lettura, ma vorrei abusare ancora un po’ della loro pazienza per cercare di capire insieme di cosa si tratta e come quanto detto sopra può impattare sulle scelte di investimento dei risparmiatori.

Per farla breve, e a costo di qualche semplificazione che farà storcere la bocca ai più raffinati, la politica monetaria espansiva di QE consiste nell’acquistare, da parte della banca centrale (nel nostro caso europea, la BCE), titoli di stato in modo tale da immettere moneta nel sistema facendone crescere la quantità in circolazione, e quindi la sua liquidità, fornendo “carburante” e “lubrificante” al motore dell’economia. L’effetto sarà quello di far diminuire i tassi di interesse, favorendo gli investimenti e l’inflazione, ma penalizzando l’euro rispetto alle altre valute.

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Chi ha capitali da investire, infatti, sceglierà sulla base dell’affidabilità della valuta e del suo tasso di interesse, che ne definisce il rendimento. Quanto maggiore è il tasso di interesse di una certa divisa (o valuta, i termini sono sinonimi), supponiamo l’euro, tanto più il nostro “sceicco” o “mandarino” sarà invogliato a investire in euro. Se la BCE facesse crescere i tassi, egli dovrebbe tendenzialmente continuare a vendere dollari ed acquistare euro. Per il banale meccanismo della legge della domanda e dell’offerta, l’effetto sarà quello di far salire ancora l’euro rispetto al dollaro. Quindi se ad esempio supponiamo che il cambio €/US$ di partenza sia 1,18 prima della manovra, con l’aumento dei tassi USA dovremmo aspettarci un cambio magari a 1,20.

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Se il dollaro continua a diminuire, sarà più facile per le imprese USA esportare i loro beni e servizi in Eurozona, e sarà invece più difficile per le imprese europee vendere all’estero, perché per gli acquirenti risulteranno più care. E se le imprese di un paese non esportano, per quel paese sarà molto difficile far crescere economia e ricchezza.

Questa premessa per dimostrare come valute, tassi, liquidità, politica monetaria e crescita siano concetti intimamente connessi. Si diceva una volta che un battito d’ali di farfalla a Hong Kong crea una tempesta a Londra; e oggi, col mondo globalizzato e interconnesso, gli effetti sono ancora maggiori.

Con l’euro molto forte su tutti i mercati, come nell’attualità, le imprese europee trovano grande difficoltà ad esportare: per questo le autorità monetarie non possono permettersi – come forse vorrebbero, o come almeno vorrebbe Frau Merkel – di aumentare i tassi, perché l’euro si rafforzerebbe ancora di più, e quindi il proposito di ridurre gradualmente il QE deve necessariamente essere valutato anche in relazione al cambio €/US$. Questa è la spiegazione di quanto affermato in premessa.

In questo semplice meccanismo, si scontrano le due diverse visioni della politica monetaria dell’Unione: quella tedesca che vorrebbe conti in ordine,  bilanci pubblici in attivo e bassa inflazione (e quindi tassi in crescita) e quella dei paesi più deboli che ritengono invece prioritario lo sviluppo dell’economia e la crescita dei loro sistemi, attraverso l’aumento di produzione e posti di lavoro.

Fino a qui siamo nella fisiologia. La situazione dei mercati valutari di oggi è però complicata da almeno tre o quattro fattori diversi: l’effetto Trump in USA, l’onda lunga della Brexit, l’andamento dei pezzi del petrolio e – sullo sfondo – la situazione dei mercati asiatici e dei paesi emergenti.

Ognuno di questi fattori merita almeno un articolo a parte, e nelle prossime settimane proveremo ad analizzarli, sempre nell’ottica degli effetti che essi comportano sull’economia reale e sulle scelta di portafoglio.

A complicarci la vita, intervengono inoltre altri due aspetti che influiscono su questo panorama: la situazione geo-politica, e in particolare i venti di guerra che soffiano dalla Corea del Nord e le conseguenze degli eventi atmosferici devastanti in Florida e sulla costa atlantica degli Stati Uniti.

Il primo aspetto ha a che vedere con la funzione di riserva di valore e di bene-rifugio che il dollaro ha tradizionalmente svolto nel mondo, e che oggi può essere seriamente messa in discussione se le minacce coreane dovessero materializzarsi.

Il secondo riguarda invece i costi necessari alla ricostruzione, l’effetto sul bilancio pubblico USA – il cui disavanzo viene coperto semplicemente stampando nuovi dollari, a patto che qualche sceicco o mandarino o fondo pensione scandinavo  poi li compri – e le scorte di petrolio che prevedibilmente diminuiranno, facendone aumentare il prezzo.

Ci sarà da divertirsi a seguire il mercato nei prossimi mesi. Nel frattempo la domanda è: chi ha dollari in portafoglio deve venderli o è meglio che se li tenga? E chi non ne ha dovrebbe comprarli in vista di un possibile aumento del cambio del dollaro? Al termine di questa serie di articoli, vedremo la risposta corretta. O almeno quella “razionalmente” corretta, che non è detto che sarà quella che si verifica, perché i mercati, ahimè, non sempre sono razionali.