Le regole della prudenza

financial-crisis-544944_1280

Come promesso, questa settimana il blog regala ai suoi lettori un mini-decalogo per evitare di incorrere in perdite disastrose a causa di investimenti finanziari imprudenti. In realtà si tratta di alcune semplici e quasi banali regolette di puro buon senso che troppo spesso vengono trascurate e che invece aiutano ad evitare brutte sorprese.

1) Il primo consiglio da tenere presente è che in finanza, come nella vita, nessuno regala niente. Quando vengono prospettati investimenti portentosi, guadagni sicuri o occasioni della vita, la prima reazione deve essere di sana diffidenza.

A prescindere dalla buona fede di chi fa la proposta, dobbiamo infatti considerare che alla maggiore probabilità di guadagno corrisponde sempre un maggior rischio.

Se infatti ci fosse un titolo o uno strumento che offre un reddito maggiore rispetto al suo profilo di rischio, prima o poi tutti lo comprerebbero col risultato immediato di aumentarne il prezzo e quindi di ridimensionarne il reddito stesso, riportandolo alla situazione di mercato.

E’ vero che ci possono essere momenti in cui le informazioni su un determinato titolo, o sul suo emittente, non hanno ancora un livello di diffusione generalizzato (non parliamo di informazioni riservate, che configurano spesso un vero e proprio reato): in queste fasi può essere effettivamente possibile sfruttare le cosiddette “asimmetrie informative”[1] e avvantaggiarsi della situazione. E’ quello che fanno gli investitori professionali, che spesso dispongono di fonti informative complete e non alla portata di tutti.

Quando ci si trova di fronte a una proposta del genere dunque, è indispensabile approfondire:

  1. Che il reddito sia effettivamente quello indicato (qual è il tasso di interesse? Che periodicità hanno le cedole? Perché l’azione dovrebbe aumentare di valore?), magari facendo direttamente qualche semplice calcolo;
  2. Qual è il reale livello di rischio dell’investimento: si tratta di un dato ben più difficile da verificare, ma spesso basta fare al proponente alcune domande circostanziate anche a rischio di apparire pedanti o ignoranti.

Nessun operatore razionale emette strumenti finanziari che offrono un rendimento superiore a quello che il mercato “prezza” ed è disposto a riconoscere per il suo livello di rischio: sarebbe come se un commerciante vendesse a prezzo ribassato una merce che i suoi clienti sono disposti ad acquistare anche a prezzo più alto. Può darsi che – in virtù del particolare rapporto – egli pratichi uno sconto, ma in tal caso dobbiamo sapere qual è il prezzo effettivo, che sconto pratica e quindi a quale prezzo effettivo vende il prodotto.

Lo stesso può dirsi per gli investimenti finanziari: è possibile che una banca o una finanziaria ci offrano una riduzione di commissioni o costi impliciti per invogliarci all’acquisto o ad aprire un nuovo rapporto. Ma in quel caso dobbiamo chiedere quante sono le commissioni “ordinarie” e come sono applicate, qual è la riduzione che ci viene praticata e come si può ritrovare questo sconto nel calcolo del rendimento.

A questo proposito va infatti sottolineato che spesso i costi di un investimento sono nascosti e non vengono resi espliciti, magari sotto forma di spread applicati sul prezzo o altri stratagemmi a tutto discapito della trasparenza.

Il confronto da fare sarà quindi quello fra il prezzo pieno dello strumento, ovvero il suo rendimento “ordinario”, e quello di strumenti analoghi sul mercato. Se lo sconto è incoerente, sicuramente c’è un fattore di rischio che non riusciamo a percepire. In quel caso, meglio lasciar perdere.

 

2) Seconda regola, anche questa molto semplice: mai investire oltre il 20% del proprio patrimonio in un unico strumento o in un unico emittente.

 

Il ragionamento sottostante è che nessun titolo è privo di rischio, neanche i titoli di Stato o i libretti postali, per cui esiste sempre una probabilità, anche se minima, che un determinato investimento si perda completamente.

Diversificare il nostro portafoglio nella misura consigliata ci consente di poter assorbire, col resto degli investimenti, le perdite che dovessimo subire su un determinato titolo senza subire un tracollo finanziario.

 

3) La terza regola è quella del “double check”, ovvero cercare sempre almeno due fonti di informazione su una determinata ipotesi di investimento: se ci viene proposto da un consulente un certo titolo, dobbiamo chiedere ad altri consulenti o esperti cosa pensano di quel titolo e se ci vedono aspetti di rischio particolari. Oppure ricercare altri articoli, siti, pubblicazioni che ne parlino.

 

Non si deve temere di “scoprire le carte” o rivelare qualcosa di segreto, chiedendo ad altri un giudizio anche su una “dritta” ricevuta. Intanto, come si è detto, le informazioni devono essere necessariamente pubbliche e quindi teoricamente alla portata di tutti[2]; in secondo luogo non ci può essere il timore che, spinti da emulazione, i nostri interlocutori corrano ad acquistare quel titolo facendone lievitare il prezzo. Questo potrebbe succedere solo con grandi volumi di investimenti oppure per titoli che non hanno mercato.

business-2651346_1280

 

Nel primo caso, è sicuro che grandi investitori non muovano risorse solo affidandosi al “sentito dire”, tanto meno da chi non è esperto o notoriamente ben informato. Nel secondo caso, se bastano piccole quantità a muovere il prezzo vuol dire che il titolo non è liquido o, come si dice in gergo, è “sottile”. Meglio starne alla larga, allora, perché quando vorremo venderlo troveremo grandi difficoltà.

Queste tre semplici regole, da sole, ci assicurano di non incappare in “titoli spazzatura” e ci garantiscono che, per quanto un investimento si riveli negativo, – e questo è sempre possibile – l’effetto sul nostro patrimonio non sia distruttivo e devastante.

 


[1] Secondo il Dizionario di Economia e Finanza Treccani, l’asimmetria informativa è la condizione che si verifica nel mercato quando uno o più operatori dispongono di informazioni più precise di altri. In generale, interferisce con il buon funzionamento dei mercati, portando a situazioni di sotto utilizzazione delle risorse disponibili. L’a. i., infatti, può indurre l’operatore meglio informato a comportamenti opportunistici, cd. azzardo morale

[2] Il tema è stato trattato in numerosi articoli di questo blog, si veda ad esempio

https://marcoparlangeli.com/2017/07/04/conoscere-la-finanza-un-percorso-per-acquisire-le-conoscenze-di-base/

Annunci

LA TRUFFA DEL MARE E ALTRE TRUFFE

Il blog torna dopo la pausa pasquale, e questa volta vorrei partire da una notazione personale, per affrontare però un argomento molto importante di interesse generale, al quale – come i miei lettori ben sanno – tengo in modo particolare, ovvero l’educazione finanziaria.

banche_4

Sabato 7 aprile, insieme all’editore Roberto Campanelli e con la valida regia dell’amico Alessandro Lorenzini, abbiamo presentato a Siena il mio primo libro “La truffa del mare”. E’ stata una bella serata, piacevole e secondo me interessante (ma la mia è un’opinione largamente di parte), che mi ha dato l’opportunità di rivedere tanti amici e conoscenti in un clima cordiale e costruttivo. Un clima che ho ritrovato con piacere dopo sette anni di assenza dalla scena pubblica.

Scontato il ringraziamento, sentito e non formale, a tutti gli intervenuti, in modo particolare a chi ha comprato il mio libro.

Grazie anche ad Alessandro, col quale avevo avuto modo di collaborare per la trasmissione radiofonica “Finanza facile” e che secondo me merita ampiamente un posto di primo piano nella stampa cittadina, e non solo in ambito sportivo.

Soprattutto grazie all’editore Roberto Campanelli che, con stile e grande passione, ha condiviso il progetto del libro, investendoci tempo, energie e risorse e ne ha tratto un volume elegante e raffinato.

Il racconto prende spunto da un fatto realmente accaduto, una vicenda che ha visto raggirato un gran numero di risparmiatori, fra i quali anche molte persone di cultura e buon livello di istruzione e competenza. Una vicenda in cui la realtà ha superato di gran lunga, come spesso accade, la fantasia, e che nei suoi tratti fondamentali i lettori del libro si troveranno a ripercorrere.

Lo spunto offerto dal libro è quello di mettere in guardia dalle mode del momento e dai fenomeni che possono trasformarsi in bolle finanziarie. Elemento comune ad entrambi i casi è la circostanza che il valore degli strumenti finanziari acquistati si allontana in modo sensibile dal loro valore economico intrinseco.

 

leh_9

 

E’ vero che determinare tale valore non è facile, soprattutto quando gli strumenti sono complessi, quali i derivati. C’è innanzitutto un problema di informazione sui dati aziendali, che non sempre sono esaurienti e comprensibili, neanche in caso di società quotate. Basti pensare al caso “Parmalat” oppure ai recenti scandali bancari per rendersi conto che spesso i bilanci espongono situazioni lontane anni luce dalla realtà.

Si apre a questo punto un altro fronte di debolezza per la tutela dei risparmiatori, sul quale dovremo tornare nei prossimi interventi del blog: il ruolo e l’affidabilità delle autorità di vigilanza e tutela del mercato, e delle società di certificazione dei bilanci.

Non è giusto né corretto fare di ogni erba un fascio, ma è difficile dare un giudizio positivo dell’operato di queste istituzioni quando emergono con chiarezza – e solo a posteriori – bilanci falsi, poste taroccate, insussistenze di patrimonio, crediti fortemente e irrimediabilmente deteriorati. Del resto, a questa conclusione è giunta anche la commissione parlamentare appositamente istituita con la presidenza di Pierferdinando Casini.

Ci troviamo davanti ad apparati burocratici giganteschi, con funzionari iperpagati e costi enormi per la collettività che, nonostante gli ampi poteri di intervento di cui dispongono, non sono mai riusciti ad impedire fenomeni di truffa ai danni dei risparmiatori. Andate a spiegare a chi è rimasto impigliato nelle obbligazioni subordinate di banche praticamente fallite o nei titoli spazzatura che le varie Consob, Banca d’Italia, eccetera svolgono una funzione di utile tutela del risparmio…

Oltre alle truffe vere e proprie, per le quali le problematiche sono di natura penale e criminale più che strettamente economica, esistono però, come si diceva sopra, i casi di “mode finanziarie” e le bolle speculative, oltre che i “cigni neri” (1) di cui abbiamo più volte parlato in questo blog.

Black_Swan-Cisne_Negro-St_Helens-Tasmania

A parte il “cigno nero”, contro le mode finanziarie e le bolle speculative un ruolo importante può giocare proprio l’educazione finanziaria e il rispetto di alcune regole di buon senso, che vanno sempre tenute presenti da chi si trova a valutare investimenti dei propri risparmi.

La moda finanziaria si verifica quando uno strumento di investimento si trova a riscuotere un gran successo sul mercato, con molti investitori che lo sottoscrivono senza conoscerne le caratteristiche, ma per una sorta di emulazione di amici e conoscenti che lo consigliano e ne testimoniano la convenienza, inducendo i risparmiatori a non volersi far sfuggire un’occasione di profitto “sicuro”. E’ a grandi linee la vicenda narrata nel mio libro “La truffa del mare”

La bolla finanziaria si verifica quando, analogamente al caso precedente, forti acquisti si concentrano su un determinato titolo o strumento, facendone crescere il prezzo di mercato ben oltre il valore reale. Più il prezzo cresce e più il “parco buoi” (come veniva definita la massa degli investitori dagli habitué di borsa) corre a comprare, gonfiando, da qui il termine bolla, il corso del titolo.

 

IMG_5585

 

In entrambi i casi, il risveglio del risparmiatore sarà sicuramente brusco e doloroso, e non gli verrà lasciato il tempo di uscire dall’investimento perché “non si può cercare di afferrare per la lama un coltello che cade”.

Nel prossimo articolo riproporremo alcune semplici regole di prudenza e buon senso che garantiscono al risparmiatore di incorrere in brutte sorprese.

 

(1)

L’espressione è stata resa popolare dall’omonimo saggio di Taleb Nassim del 2007 ed indica un evento isolato e inaspettato che ha un impatto enorme e che solo a posteriori può essere spiegato e reso prevedibile, ossia un evento a bassissima probabilità e ad altissimo potenziale di danno.

 

Per chi volesse ordinare il libro:

ROBERTO CAMPANELLI EDITORE:   rcampanellieditore@katamail.com

http://bit.ly/2sMWQYb

https://www.lafeltrinelli.it/smartphone/libri/marco-parlangeli/truffa-mare/9788889992081

 

Facebook e dintorni: quanto vale il rispetto della privacy?

FB 1

Il recente caso di utilizzo illegale di informazioni contenute in Facebook è emblematico e molto grave, anche se tutt’altro che sorprendente.

Emblematico, perché i social network sono ormai al centro dell’esistenza delle persone nell’era digitale: che piaccia o meno, nessuno ormai può permettersi di ignorare la loro importanza e il loro impatto sulla vita di relazione.

Molto grave, perché ogni volta che viene violata la privacy è come se venisse sottratta/rubata una parte della personalità di ognuno, come trovarsi nudi su un palco con tutti che guardano.

Non sorprendente, perché è impensabile che il giochino ci venga fornito gratis et amore. In qualche modo dobbiamo essere consapevoli che qualcosa da pagare c’è sempre: non esistono pasti gratis, come recita il titolo di un noto libro di Milton Friedman del 1976 che riecheggia un popolare proverbio americano.

E il prezzo non è il fastidio di doversi sorbire inserzioni pubblicitarie più o meno moleste, ma qualcosa di molto più prezioso: l’enorme patrimonio di informazioni di cui le piattaforme dispongono.

Foto, commenti, like, condivisioni, gruppi di interesse, liste di “amici”, fino ad arrivare alla traccia di siti e profili visitati. E’ possibile, con sistemi adeguati, fare una “radiografia” di ciascun utente, con le sue preferenze, lo stile di vita, le convinzioni politiche o religiose. E ciò senza alcun margine di errore, perché la fonte è lui stesso.

Privacy

Il valore commerciale di questo patrimonio informativo è sconfinato: è possibile vendere a ciascun produttore un elenco di nominativi che potranno essere bersaglio perfetto di politiche commerciali mirate, sul modello di Amazon.

Il trucco dei cookies[1] è un gioco da ragazzi rispetto alle infinite potenzialità dello sfruttamento commerciale dei dati disponibili sui social network. Quando vediamo arrivare sulle nostre caselle di posta proposte di acquisto di prodotti correlati ad altri che abbiamo ordinato o di categorie merceologiche e servizi in qualche modo collegati a siti che abbiamo visitato, è perché il “biscottino” che ci è rimasto attaccato durante la visita a quel sito ha lasciato briciole che ci hanno fatto rintracciare.

Per non parlare delle ancor più vaste possibilità di truffe, intrusioni e manipolazioni: questo è appunto il tenore delle accuse rivolte alla società inglese Cambridge Analytica, che avrebbe sottratto a Facebook il bagaglio informativo su 50 milioni di profili in tutto il mondo, al fine di venderne l’utilizzo a forze politiche per scopi elettorali e di creazione di consenso.

La notizia del furto, avvenuto nel 2015, ha fatto crollare in borsa il valore di Facebook, ma soprattutto ha reso evidente quanto fossero deboli le difese dei dati personali contenute nelle piattaforme social.

In Italia venne approvata tempo fa una bellissima legge sulla privacy, la legge 675 del 31/12/1996 rubricata “Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali”, che ha prodotto enormi quantità di carta e moduli da firmare, aumentato i livelli di burocrazia per ogni atto e creato una apposita Authority.

La finalità della legge è importante e condivisibile, più controversa la sua reale utilità, se pensiamo a quante volte veniamo fatti oggetto di contatti indesiderati o ci rendiamo conto di come il nostro nome sia inserito in liste e database al di fuori dal nostro controllo.

E’ eclatante, al proposito, il caso di “World check”, di cui ha parlato tempo fa l’autorevole quotidiano “La Repubblica”

Si tratta di un database planetario che contiene una watchlist, ovvero lista di osservazione, gestita da privati e venduta in abbonamento dal gigante dell’informazione finanziaria Thomson Reuters.

I suoi clienti sono banche, studi legali, polizie di tutto il mondo che possono richiedere le informazioni relative a nominativi che entrano o sono entrati in contatti con loro. Prima di aprire conti, relazioni di affari, contratti di lavoro, si cerca così di capire se chi ci sta davanti sia un pregiudicato, un terrorista, un protestato e così via.

Il problema è che non si sa chi inserisce le informazioni in questo database, con quali criteri, che fonti usa, come vengono aggiornate.

A chi avesse la sventura di essere inserito in questa lista, potrà così capitare di vedersi rifiutata l’apertura di conti bancari, di contratti, di relazioni commerciali, di iscrizione a sodalizi, molto spesso senza sapere neanche perché.

Privacy_is_not_a_crime_(4979241873)

Naturalmente il soggetto che gestisce questo “grande fratello” ha sede fuori dall’Italia, dall’Europa, forse dal mondo ed è totalmente irresponsabile di quello che contiene, comunica e vende. Meno che mai coloro che compaiono nella lista possono sapere cosa c’è scritto di loro, chiedere rettifiche o aggiornamenti.

Con buona pace di tutta l’imponente architettura della normativa sulla privacy, dell’Authorithy garante, degli adempimenti inutili e costosi, viene davvero da chiedersi quanto valga il rispetto delle persone e se sia giusto calpestare in modo così clamoroso il diritto alla riservatezza.

Anche se ormai siamo abituati all’invadenza del mercato, che porta spesso a dimenticare ogni forma di rispetto quando c’è la prospettiva di un guadagno, non è accettabile che il diritto alla privacy e alla tutela dei dati personali venga così platealmente disatteso.


[1] I cookie (in inglese “biscotto”) sono un gettone identificativo, usato dai server web per poter riconoscere i browser durante la navigazione web, ovvero per tenere traccia dell’indirizzo di chi visita un determinato sito per poterlo poi rintracciare.

Tale riconoscimento permette di memorizzare dati utili alla sessione di navigazione, come le preferenze sull’aspetto grafico o linguistico del sito; di associare dati memorizzati dal server, ad esempio il contenuto del carrello di un negozio elettronico; di tracciare la navigazione dell’utente, ad esempio per fini statistici o pubblicitari.

L’ABC dell’economia: equilibrio

 SATOR-AREPO-TENET-OPERA-ROTAS

Se esistesse una lista di parole magiche per l’economia, certamente la parola “equilibrio” ne farebbe parte. Ricordo che con i miei colleghi studenti ridevamo di un nostro professore di macroeconomia all’Università che chiudeva le dimostrazioni con una frase – con spiccato accento romanesco – del tipo: “… a questo punto il sistema sta in equilibrio, le aspettative si verificano, ‘a ggente è soddisfatta e tutto va bene.”

In effetti tutta la teoria economica, sia a livello macro che aziendale, è basata su funzioni di natura comportamentale di domanda e offerta che a un certo punto si incontrano e definiscono i valori rilevanti di mercato (prezzi, tassi, occupazione, salari, addirittura il benessere…).

Le funzioni, a loro volta, sono il risultato dell’osservazione empirica e statistica di due fenomeni dei quali emerge il collegamento, come in molti dei casi che abbiamo visto: reddito e consumo, risparmio e investimento, reddito e importazioni, e così via.

Si dice ad esempio che il consumo è funzione del reddito, volendo significare che la spesa per beni di consumo varia a seconda del variare del reddito: aumenta al suo aumentare e diminuisce al suo diminuire; ma l’aumento è a ritmo decrescente, ovvero molto accentuato per livelli bassi di reddito e via via meno deciso a livelli più alti.

In termini matematici, gli economisti esprimono il concetto con la seguente espressione:

C = f(Y)

Una volta identificato il tipo di collegamento fra le due grandezze, dato un certo livello di reddito, è facile trovare il corrispondente livello del consumo.

La funzione è ottenuta come interpolazione (ovvero congiunzione) di tutte le coppie di reddito e consumo rilevate dalla statistica.

Equilibrio

Non è difficile trovare anche la spiegazione comportamentale al fenomeno registrato: quanto più elevato è il reddito, tanto maggiore sarà la spesa per consumi.

Quello che non convince, in questo mondo di perfette corrispondenze statistiche e matematiche, è in primo luogo il fattore tempo, e in secondo luogo la corretta interpretazione del rapporto causa-effetto.

Nel primo caso, infatti, non è chiaro in quanto tempo la correlazione si manifesta: ammesso pure che a un aumento di reddito corrisponda un aumento di consumo, non è affatto indifferente sapere se tale fenomeno si manifesta dopo un giorno, un mese, un anno o dieci anni.

Se il mio stipendio aumenta di 100 Euro al mese, è ragionevole supporre che anche la mia spesa per consumi aumenti, mettiamo di 50 Euro. Ma in alcuni casi questo può avvenire contestualmente, in altri qualche giorno dopo l’accredito del nuovo stipendio, in altri ancora solo mesi più tardi. Oppure, addirittura, anche prima di percepire il nuovo livello di stipendio: non appena l’azienda lo comunica, e nei casi estremi non appena sentono parlare di aumenti, alcuni corrono subito a spendere.

In secondo luogo non è chiaro quale sia la causa e quale l’effetto: è il mio nuovo reddito che produce una maggiore spesa per consumi, oppure è la decisione di consumare di più che fa aumentare il reddito, magari di coloro che lavorano in quelle aziende che producono i beni che io vado a comprare?

Inoltre, in economia, assumiamo sempre che i soggetti (e i mercati) si comportino in maniera razionale, ma sappiamo bene che spesso ciò non avviene. E questo forse è anche il bello della vita.

Da tutto ciò consegue che, seppure a un certo punto si determina una situazione di equilibrio, questa sia tutt’altro che stabile, o magari sia solo il frutto di errate valutazioni che alla fine si compensano.

Il consiglio è quindi di prendere sempre con le molle le certezze degli economisti, e talvolta di praticare un sano scetticismo. Di certo non possiamo aspettarci che anche se in equilibrio, una situazione possa durare in eterno, o che a determinati eventi le reazioni che si verificano siano sempre quelle coerenti con le funzioni matematiche.

Animal Bird Black Swan

In un mondo come quello attuale, interconnesso e in continua evoluzione, basta poco per vedere grandi sconvolgimenti,reazioni inattese o inspiegabili, addirittura “cigni neri”[1]

Quante volte abbiamo scommesso su un titolo perché il suo prezzo è molto sceso sul mercato ed è da tempo sotto il suo livello “normale” o “atteso” o “di equilibrio”, e il titolo continua invece a scendere? Esattamente come quando giochiamo al lotto un numero che non esce da molti turni. La statistica, la logica e l’esperienza ci dicono che quel titolo salirà o che quel numero uscirà, e prima o poi magari succede davvero.

Ma talvolta dovrà passare molta acqua sotto i ponti, o addirittura scopriremo di avere davanti un bel cigno nero. In ogni caso il rischio di farsi male ci sarà sempre.

Molto meglio considerare l’equilibrio dei mercati e del sistema come una situazione da libri di testo, utile come punto di riferimento tendenziale ma non sempre vera in assoluto.


[1] “Il cigno nero” è il titolo di un saggio di grande successo di Nassim Nicholas Taleb, uscito nel 2007, nel quale viene teorizzata e analizzata l’esistenza e l’incombenza degli eventi improbabili, se non ritenuti impossibili, nella vita reale.

L’ABC dell’economia: investire o non investire?


money-2724241_960_720

Se sviluppo vuol dire aumento del reddito e se il reddito è dato dalla somma della spesa per consumi, degli investimenti e della spesa pubblica, cosa deve fare un buon governante per far crescere il suo Paese?

Questo è il punto centrale della politica economica.

In più bisogna tener conto che tendenzialmente la spesa pubblica non può crescere, altrimenti il bilancio dello Stato andrebbe a peggiorare ancora, salvo prevedere un contestuale aumento delle imposte con i prevedibili effetti restrittivi che esso comporta. I consumi, infatti, crescono solo se cresce il reddito e questo ci ricorda un po’ il gatto che si morde la coda.

Va a finire che l’unico strumento concretamente attivabile per il nostro ipotetico governante passa attraverso lo stimolo degli investimenti. Abbiamo visto che far crescere gli investimenti è una funzione importante, oltre che a livello economico anche dal punto di vista sociale, in quanto consente l’aumento e il miglioramento quantitativo e qualitativo della dotazione di capitale del sistema paese e soprattutto l’aumento dell’occupazione e del reddito.

pasta factory

 

Come fare dunque per incentivare l’investimento? Una prima serie di misure è di natura socio-politica e riguarda la creazione di un ambiente favorevole ad attrarre nuovi investimenti: regime fiscale favorevole, sistema giudiziario equo e celere, burocrazia efficiente e non costosa e così via.

Gli economisti però fanno dipendere il livello degli investimenti anche dal tasso di interesse, con correlazione inversa, nel senso che quanto più diminuisce il tasso di interesse tanto più aumentano gli investimenti e viceversa.

In questo caso, quindi, se l’obiettivo è quello di favorire lo sviluppo, si tratta di far diminuire il tasso di interesse. Detta così, sembra facile.

In realtà bisogna considerare che il tasso non è un dato che si può determinare per decreto, ma è un prezzo che si forma sul mercato, per effetto della domanda e dell’offerta dei mercati finanziari, più o meno uno per ogni segmento di scadenza. Generalmente, però, attraverso strumenti di politica monetaria ormai sofisticati, è relativamente facile manovrare i tassi per le autorità monetarie. Piuttosto, occorrerà un certo lasso di tempo perché questo accada.

Il primo problema è che le politiche espansive, in quanto sostengono l’offerta di credito e moneta per farne diminuire il prezzo, hanno l’effetto collaterale di creare inflazione.

Ma soprattutto, non è detto che ogni riduzione dei tassi comporti sempre automaticamente l’aumento del reddito. Altrimenti, sistemi produttivi come quello giapponese, dove ormai da tempo i tassi sono negativi, dovrebbero crescere continuamente e invece si trovano ormai da tempo in crisi.

In effetti, esiste un livello minimo dei tassi di interesse al di sotto del quale il reddito, o la produzione, non aumentano. Per quanta moneta le autorità riversino sul sistema, gli investimenti non decollano: si tratta della cosiddetta “trappola della liquidità”. La liquidità che si crea nel sistema con le politiche monetarie espansive, ovvero l’ampia disponibilità di risorse finanziarie, non ha più l’effetto di favorire lo sviluppo. Come dicono gli economisti in questo caso: “il cavallo non beve”.

horse

 

Il motivo per cui si determina questa situazione è intuitivo: non esiste una convenienza infinita a espandere la produzione, ma ci sono comunque dei vincoli tecnici per cui un’azienda, oltre determinati livelli, non ha più convenienza ad investire, neanche se i mezzi necessari per l’investimento fossero gratis.

Senza entrare in spiegazioni troppo tecniche, basta dire che un’azienda investe fino al punto in cui il reddito addizionale che realizza è almeno pari a zero, ovvero fino al punto in cui la spesa per l’investimento è compensata da un uguale ammontare di profitto. Ma è evidente che, aumentando le quantità prodotte e riversate sul mercato, il livello dei prezzi tenderà a diminuire e se questa riduzione non è compensata da un aumento della produttività, arriverà un momento in cui più si produce e più si perde.

La produttività infatti è un rapporto di natura tecnica che non può tendere all’infinito: aumenta al diminuire del costo unitario del prodotto, ma questo non potrà mai arrivare a zero. Produrre avrà sempre un certo costo e, quando il ricavo addizionale che si ottiene in virtù di prezzi calanti è inferiore al costo minimo, nessuna azienda razionale continuerà ad espandere la produzione, neanche se il costo dell’investimento fosse uguale a zero.

Come si vede, è quindi sempre l’economia reale, quella dei beni e dei servizi, che ha l’ultima parola sulle condizioni di vita di un Paese; la finanza, quella del denaro e derivati, non crea valore e ricchezza reali, ma spesso solo illusioni. Prima o poi le bolle finanziarie scoppiano e prima o poi le politiche monetarie mostrano i loro limiti: o perché ci si trova in trappola della liquidità, oppure perché si crea solo inflazione e non sviluppo vero.

Si capisce allora quanto possa essere complicato far crescere un sistema quando le politiche monetarie non risultano più efficaci. L’unico mezzo disponibile è in questo caso la politica economica, ovvero la leva fiscale e quella del bilancio pubblico.

find job

 

Questo spiega come sia stato lungo e difficile uscire dalla crisi mondiale iniziata nel 2007 col fallimento di Lehman Brothers. I bilanci pubblici sono generalmente vincolati e non possono consentire aumento dei disavanzi, per cui la spesa pubblica non può essere spinta più di tanto. Per lo stesso motivo, è sempre molto difficile poter ridurre le imposte per favorire produzione e reddito: nonostante che tutte le forze politiche inseriscano la riduzione delle tasse nei loro programmi elettorali, nessuno riesce poi in concreto ad alleggerire l’onere tributario.

Alla fine, è solo il mercato che riporta equilibrio nel sistema e crisi importanti come quella recente vengono superate, ma lasciando dietro di sé morti e feriti: aziende che chiudono e lavoratori che perdono l’impiego.

 

 

L’ABC dell’economia: il tasso in trappola

tasso-770x470

 

Il tasso finito in trappola non è quello che dimorava sotto la famosa quercia del Gianicolo, descritto nella divertente pièce di Achille Campanile “La quercia del Tasso”.

Quello di cui parliamo è invece un animaletto molto vivace e dinamico che occupa un posto centrale nella teoria economica, anche se ultimamente, come vedremo, la sua capacità di muovere investimenti e reddito è molto diminuita, per non dire azzerata, tanto da parlare, appunto, di “trappola della liquidità”.

Ma partiamo dall’inizio.

trappola_1

 

Il tasso, o saggio, di interesse, è la percentuale che misura il rendimento (o il costo, a seconda dei casi) di un certo importo impiegato nell’arco di tempo di un anno. Se ad esempio investiamo 1.000 Euro in un titolo al 5%, significa che dopo un anno quel titolo avrà reso 50 Euro di interesse. Se l’investimento dura sei mesi, l’interesse sarà di 25 Euro; se dura due anni sarà di 100 Euro. Sembra facile.

In realtà le cose sono un po’ più complicate.

Intanto bisogna vedere quali sono le modalità di calcolo: naturale che l’interesse dipenda dal tempo, ma come si computa il tempo per frazioni o multipli dell’anno?

Partiamo dalla formula generale che è la seguente:

Interesse (I) = (Capitale (K) x Tasso (i) x Giorni) / 365

 

Se ad esempio manteniamo l’investimento per 3 mesi e mezzo, supponiamo dal 1° di Gennaio al 15 di Aprile, abbiamo:

Interesse (I) = (1000 x 0,05 x 105) / 365 = 14,38

Dove il tasso viene espresso in termini unitari (ovvero quello percentuale diviso 100: 5 / 100 = 0,05).

Nella pratica commerciale però, i mesi vengono convenzionalmente fatti pari a 30 giorni e l’anno a 360. Quindi, sempre nel nostro caso, avremo un interesse di 14,58 Euro, ovvero di 20 centesimi maggiore.

Che sembrano pochi, ma rapportati a cifre milionarie diventano importanti, così come può essere consistente la differenza fra i mesi convenzionali di 30 giorni e quelli reali dei giorni effettivi.

Ben più rilevante, anche concettualmente, è l’altro caso, quello dei multipli dell’anno. In questo caso, la questione che si pone è quella dell’interesse composto.

Torniamo al caso precedente. Il nostro titolo da 1.000 € ha generato in un anno 50 Euro di Interesse. Se accumuliamo l’interesse sul capitale a suo tempo investito (operazione in gergo definita “capitalizzazione” dell’interesse), partiremo l’anno successivo con 1.050 Euro, che a loro volta, al 5%, produrranno 52,50 Euro. Se invece la prima cedola non è a sua volta produttiva di interessi, l’anno dopo continueremo a incassare i soliti 50 Euro.

Come si vede, la differenza fra interesse semplice e interesse composto può diventare molto consistente, se la proiettiamo in più anni, o meglio più periodi di interesse, che possono anche essere di diversa durata, ad esempio trimestrali o semestrali.

Altro aspetto rilevante è il tipo di tasso: fisso o variabile. Di questo abbiamo parlato più volte nei nostri articoli. Il tasso fisso rimane sempre lo stesso per tutta la durata dell’investimento; mentre quello variabile, come dice la parola stessa, si modifica in funzione dell’andamento di un certo parametro.

Normalmente, come sa bene chiunque abbia contratto un mutuo, il tasso variabile viene costruito indicando un parametro, in genere un tasso interbancario (ad esempio Libor[1]) riferito ad una certa durata (in genere 3 o 6 mesi), al quale viene aggiunto uno spread, ovvero un importo fisso.

Poiché il parametro è una grandezza “ufficiale”, e quindi rilevabile come dato pubblico dalla stampa o dai siti Internet accreditati, è facile calcolare volta per volta il tasso che andremo a pagare (se abbiamo chiesto un mutuo) o a ricevere (se invece si tratta di un impiego di denaro) nel periodo di interesse successivo.

Con un esempio il meccanismo risulterà più chiaro, anche se nell’attualità i tassi base sull’Euro, almeno per le scadenze brevi, sono negativi, e questo complica le cose, almeno concettualmente.

Supponiamo che il contratto preveda un interesse semestrale pari al tasso “Libor” a 6 mesi rilevato nel mese precedente la scadenza del periodo, maggiorato di uno spread del 3 per cento su base d’anno.

In primo luogo, occorre specificare che ogni scadenza rappresenta un preciso segmento di mercato: 3 mesi, 6 mesi, 1 anno, 5, 10, 15 anni. Sulla stampa specializzata è facile trovare, per ogni tipo di tasso, il valore rilevato in quel giorno alle diverse scadenze.

Ad esempio, se nel giorno previsto dal contratto il tasso ufficiale rilevato (Libor 6 mesi) fosse -0,35, per il semestre successivo avremo (-0,35+3=) 2,65% su base d’anno, ovvero – su 1000 Euro di capitale – 13,25 di interessi.

In un periodo di tassi crescenti, il parametro base, in caso il Libro 6 mesi, crescerà da una rilevazione all’altra e gli interessi aumenteranno; invece in un periodo di tassi in calo gli interessi diminuiranno. Viceversa, se il tasso è fisso, l’interesse resterà sempre lo stesso per tutta la durata dell’operazione.

Questi pochi ed elementari concetti di contabilità possono risultare un po’ fastidiosi ed anche pedanti, ma sono indispensabili per capire come funziona e si muove questo grazioso animaletto, per molti anni ritenuto responsabile (non l’unico, ma uno dei più importanti) dell’andamento della spesa per investimenti, e quindi del reddito.

 

Spostando il focus della nostra attenzione dalla computistica all’economia, esamineremo nel prossimo articolo la natura del rapporto in virtù del quale quando i tassi diminuiscono, la domanda di investimenti di un sistema aumenta, e quindi cresce il reddito complessivo.

 

Per questo si diceva (e si dice) che ogni manovra di politica monetaria che porta a ridurre i tassi è “espansiva”. Purtroppo però esiste una situazione particolare, dovuta alla abbondante liquidità presente nel sistema, in cui il reddito diventa insensibile al tasso di interesse. E’ la cosiddetta “trappola della liquidità”, nella quale ci troviamo di questi tempi. Nonostante i tassi negativi, investimenti e reddito non crescono qualunque manovra espansiva venga attuata.

liquidity trap

Eclatante il caso del Giappone, dove i tassi sono da anni negativi e il paese resta attanagliato in una crisi economica strutturale che sembra inscalfibile.

Potrà il nostro tasso uscire dalla trappola e tornare a lavorare per lo sviluppo? Lo scopriremo vivendo.

 


[1] Acronimo di London inter-banking offer rate, ovvero “tasso di offerta sul mercato interbancario di Londra”. I tassi sono prezzati in due misure: domanda e offerta (bid e offer) a seconda che sia il tasso da pagare sui fondi ricevuti o quello da ricevere sui fondi offerti

L’A B C dell’economia: risparmiare e investire

Risparmio-Formica

Dopo una breve parentesi dedicata ai mercati azionari e alla volatilità con la quale dovremo imparare a convivere, proseguiamo il nostro viaggio fra i fondamentali dell’economia.

Parlando delle funzioni di base, abbiamo cantato le lodi del risparmio, virtù dal sapore antico che ci ricorda la prudenza della formica contro le tentazioni consumistiche della cicala. Rinunciare a godersi oggi una parte di reddito per essere in grado di fronteggiare bisogni futuri è senz’altro una buona norma di vita.

Una volta si usava regalare ai bambini il primo salvadanaio, invitandoli a rinunciare a qualcosa per infilarci una monetina appena possibile. Avrebbero presto imparato che al bisogno si poteva rompere il salvadanaio e ritrovare il frutto delle loro rinunce: un piccolo sacrificio immediato per una soddisfazione più grande in futuro.

 

piggy-bank-970340_1280

 

Tuttavia talvolta succedeva che gli anni passavano e, quando il bimbo diventava grande, si rendeva conto che la somma messa da parte negli anni era ben poca cosa rispetto alle piccole rinunce quotidiane che gli era toccato sopportare.

Ma intanto aveva imparato il senso della rinuncia, la capacità di reprimere le voglie e quindi, tutto sommato, la moderazione. Da noi il risparmio è sempre stato molto importante e la quota di reddito che ad esso veniva (e tuttora viene) destinata è sempre stata relativamente grande.

In altri sistemi economici non è così: al contrario viene invece favorito il consumo, la spesa, finanche il debito. In tal modo così si forniscono risorse al sistema produttivo e si favorisce produzione e reddito, che a loro volta alimentano altra domanda ed innescano il circolo virtuoso della crescita.

Il risparmio da noi è talmente importante da essere l’unica funzione economica degna di menzione e tutela costituzionale, eredità di un mondo antico gravato da povertà e ristrettezza.

Allora dove sta la verità: risparmiare è bello oppure serve solo a sottrarre risorse a produzione e sviluppo? Si potrebbe addirittura dire, estremizzando in senso provocatorio, che il risparmio è un atto egoista perché alla fine si risolve nel tenere per sé il denaro ed impedisce di “far lavorare” risorse finanziarie che potrebbero invece essere il volano del sistema.

Di provocazione, appunto, si tratta.

Infatti, come abbiamo visto in un precedente articolo, risparmio e investimento sono due facce della stessa medaglia tanto che a livello macroeconomico le due grandezze si uguagliano in ogni momento.

 

In un sistema che funziona, infatti, ogni euro risparmiato viene dirottato verso il sistema produttivo per finanziare gli investimenti. La domanda per beni di investimento è il fondamento della crescita dal lato delle imprese. Un sistema produttivo che funziona non può fare a meno di investire, sia per la fisiologica sostituzione di impianti e attrezzature che con l’uso si deteriorano – e che anche per il solo trascorrere del tempo diventano obsoleti-, sia per realizzare nuovi processi e nuovi prodotti.

L’impresa è un organismo dinamico che vive e prospera in quanto cresce e si evolve: chi si ferma è perduto. Crescere vuol dire aumentare le quantità di beni prodotti e di servizi prestati, oppure – a parità di fatturato – aumentare la produttività riducendo le risorse impiegate, e quindi i costi.

Il solo fatto di aumentare il volume di attività richiede il finanziamento del capitale circolante e già questa è una forma di impiego del risparmio. Quando un’impresa aumenta il fatturato, anche il suo magazzino di materie prime e prodotti finiti dovrà crescere in proporzione e così i crediti e la liquidità. Tipicamente è la banca che finanzia il circolante, anticipando – rispetto alla vendita dei prodotti – i flussi in entrata necessari a pagare materie prime, personale, servizi.

Il ciclo produttivo è infatti caratterizzato da un disallineamento fra circuito economico e circuito finanziario. A tal proposito i lettori ricorderanno che il circuito economico è quello dei beni e servizi, mentre il circuito finanziario quello del denaro e simili.

Produrre vuol dire trasformare le materie prime, attraverso il ciclo di lavorazione, per ottenere prodotti finiti. Ma le materie prime, come pure il lavoro, si pagano prima che il prodotto sia venduto e a maggior ragione prima che il relativo ricavo sia incassato o accreditato in conto.

La banca anticipa quindi all’impresa il denaro necessario a remunerare i propri fattori produttivi e, quando arriva il flusso di denaro della vendita, il finanziamento viene estinto. La stessa azienda di credito, a sua volta, utilizza il risparmio dei depositanti – e qui torniamo al nostro discorso – per prestarlo alle imprese. Possiamo rappresentare i due circuiti (economico e finanziario) nel seguente schema:

circuito

 

Il circuito rosso è quello dei beni e servizi: l’impresa riceve da clienti e fornitori lavoro, materie prime e servizi e cede ai clienti i prodotti finiti. Il circuito azzurro è quello finanziario, in cui entra anche la banca: la banca riceve dai depositanti il risparmio e paga gli interessi e eroga credito alle imprese ricevendo interessi; infine riceve dalle stesse il rimborso dei finanziamenti; l’impresa paga a dipendenti i salari e ai fornitori il prezzo dei materiali e riceve dai clienti il ricavo della vendita.

Questo è il ciclo, ovviamente semplificato, del cosiddetto “credito a breve”, ovvero del finanziamento della gestione corrente.

Ma le imprese, come si diceva, devono anche investire sulla sostituzione, rinnovo e miglioramento di impianti e attrezzature e, soprattutto, in nuovi processi e nuovi prodotti a seconda delle esigenze del mercato.

Quando i bisogni dei consumatori cambiano, anche l’impresa più efficiente può andare fuori mercato se non riesce a fornire ai clienti ciò di cui essi hanno bisogno.

Un’azienda che produceva calcolatrici elettromeccaniche e macchine per scrivere, con l’avvento dei computer non ha più senso di esistere: se il mercato vuole hardware, processori e software, produrre bellissime macchine da scrivere come la “Lettera 23” o addizionatrici “Divisumma” può servire magari a rifornire i musei del design e della tecnologia ma non a fare affari. O l’impresa riesce a trasformarsi o esce dal mercato: è quello che in Italia è successo alla Olivetti, una delle realtà industriali di assoluta eccellenza del secolo scorso.

Dunque l’azienda deve investire per non morire: nuovi prodotti, ma anche nuovi processi. E questo vuol dire acquistare nuovi impianti, nuovi macchinari, nuovi sistemi informatrici, assumere tecnici qualificati, spendere in pubblicità e promozione.

investment

 

Non si tratta più di coprire il fabbisogno per la gestione corrente, ma di ricercare finanziamenti a medio e lungo termine per coprire gli investimenti.

In tal modo, mettendo in circolazione le risorse generate dal risparmio, l’azienda sarà in grado di soddisfare meglio i bisogni dei propri clienti, di produrre di più e/o diversificare l’offerta, di svolgere il proprio ruolo con maggiore efficacia. E ne risulterà beneficiato l’intero sistema paese, perché ci saranno maggiori redditi da spendere o risparmiare per i lavoratori, per i fornitori di beni e servizi, per la pubblica amministrazione che vedrà aumentare il suo gettito fiscale.

Risparmio e investimento sono quindi entrambi motori di sviluppo, come lo è il reddito. Una politica economica che voglia far crescere il sistema dovrà quindi favorire la formazione del risparmio e agevolare la sua canalizzazione verso gli investimenti produttivi. Lo strumento tradizionale per realizzare questo obiettivo è un prezioso animaletto che abbiamo più volte incontrato nei nostri articoli: il tasso (di interesse).

Lo vedremo nella prossima puntata.

 

 

In carrozza! Scelta dei singoli titoli e timing

Carriage

Concludiamo la carrellata sull’investimento azionario con l’ultima fase, in ordine logico e cronologico, del processo decisionale ed attuativo del nostro investitore.

Riepilogando: nella fase dell’asset allocation abbiamo individuato la componente di portafoglio da impiegare in titoli azionari.

Successivamente abbiamo valutato quale o quali settori produttivi ed aree geografiche privilegiare, grazie alle informazioni che abbiamo raccolto ed alla valutazione dei consigli di esperti, analisti e consulenti. Poi abbiamo scelto la tipologia di strumento: quote di fondi o ETF da una parte (se preferiamo delegare la gestione a professionisti specializzati o a algoritmi statistici) oppure singoli titoli azionari dall’altra.

Nel primo caso il processo di investimento è praticamente terminato: non resta che seguire l’andamento dei prodotti acquistati, tenendosi pronti a fare qualche cambiamento o fine tuning (così si chiama in gergo la “sincronzzazione”, ovvero l’adattamento attraverso piccole modifiche fino ad arrivare a una situazione ideale) in corso d’opera.

Se invece siamo amanti del rischio ed abbiamo deciso di cimentarci nel cherry picking, non resta che entrare in pista e dare avvio alle danze, sperando di scegliere le ciliegie migliori, ovvero di indovinare i titoli che potranno darci le maggiori soddisfazioni.

Io_sono_un_autarchico_(film_1976)

Nel caso di quest’ultimo approccio “autarchico”, la prima cosa da fare è calcolare il numero di stakes, ovvero di lotti, da comprare. Questo dipende naturalmente dell’entità delle risorse a disposizione per l’investimento azionario e dalla dimensione del singolo stake. Se ad esempio abbiamo deciso di riservare a questa categoria di strumenti 100.000 Euro e vogliamo avere lotti della grandezza di circa 10.000 Euro l’uno, potremmo inserire in portafoglio non più di 10 lotti.

La dimensione del singolo lotto (size) è un concetto importante e va tenuta in debita considerazione. Se vogliamo tenere un profilo prudente e privilegiare una certa diversificazione del nostro portafoglio, dovremo avere singoli lotti piuttosto contenuti. Se invece abbiamo buona fiducia nelle nostre scelte e preferiamo concentrare l’esposizione su pochi titoli, in modo da massimizzare l’effetto positivo in caso di successo, ci orienteremo su stakes relativamente più consistenti.

Va anche considerato il lotto minimo di investimento che ciascun titolo prevede: alcuni titoli possono essere negoziati solo in pacchetti di dimensioni ben precise o multipli di essi. Ad esempio, se un titolo prevede un lotto minimo di 3.000 azioni, non potremmo avere pacchetti di 1.000 o 2.000 titoli, ma solo di 3.000, 6.000, 9.000 e così via.

Una buona soluzione è quella intermedia, che ci consenta di avere una certa diversificazione ma anche di fare singoli investimenti significativi, al di sotto dei quali anche aumenti consistenti dei corsi di borsa porterebbero benefici trascurabili. Come avrebbe detto Shakespeare, “much ado for nothing”. Il taglio giusto del singolo investimento, a nostro avviso, è di 10.000, 20.000 o 50.000 Euro, a seconda della dimensione del nostro portafoglio complessivo.

 

Ad esempio, se abbiamo un portafoglio di 500.000 Euro e la nostra asset allocation prevede per le azioni un impiego del 20% del totale, ovvero di 100.000 Euro, un taglio giusto del singolo lotto potrebbe essere di 10.000 Euro. Con un portafoglio da 2 milioni, la size potrebbe essere di 50.000 Euro; con livelli intermedi potremmo ragionevolmente attestarci sui 20.000.

stock.jpeg

Una volta definito il numero di lotti da comprare, nel nostro primo caso 5, dobbiamo costruire la cosiddetta watchlist, ovvero la lista di osservazione. Una buona watchlist contiene un numero di titoli da monitorare di almeno 3 o 4 volte i lotti da acquistare. Nel nostro caso, con 5 stakes da comprare, l’elenco potrebbe comprendere una ventina di titoli.

Potremmo, a mero titolo esemplificativo, orientarci sul settore tecnologico, farmaceutico, dell’energia, di alcune materie prime e trascurare le telecomunicazioni, i finanziari, i trasporti, la distribuzione retail e così via.

Oppure potremmo privilegiare l’azionario Italia, quello europeo e quello di alcuni paesi emergenti rispetto all’azionario USA e quello di altri paesi in via di sviluppo.

Una volta effettuate queste scelte primarie, è necessario valutare in quali singole società investire. Per questo è indispensabile avere informazioni sul loro andamento economico attuale e più ancora prospettico e indirizzare la scelta verso quelle realtà che reputiamo capaci di conseguire buoni profitti e di far aumentare nel tempo il loro valore.

Ancora una volta è importante considerare i fondamentali dell’economia e quindi reperire report, analisi, studi, articoli di stampa, che possano aiutarci in questo percorso conoscitivo.

A questo punto costruire la watchlist è facile: basta poter disporre di un comune foglio elettronico (spreadsheet) che si può trovare anche gratuitamente su internet, ma molto spesso già in dotazione ai pc, tablet o smartphone o – per i lettori più refrattari alla tecnologia – va benissimo anche un semplice quaderno con fogli a quadretti e magari una calcolatrice a portata di mano.

Per ogni titolo appartenente al settore (o ai settori) e all’area geografica scelti, occorre annotare alcune informazioni di base, in forma sintetica, facilmente reperibili sia sulla stampa specializzata che su internet.

Normalmente il periodo di osservazione comprende l’ultimo esercizio chiuso (nel nostro caso in questo momento il  2017) e quello in corso. Gli elementi di giudizio più significativi sono: la capitalizzazione di borsa[1], il fatturato, l’utile per azione, il dividendo per azione e alcuni indici che sintetizzano l’andamento di borsa, tipicamente la performance del titolo azionario nei mesi precedenti. Tutti questi dati sono riportati su quotidiani e periodici economici (Il Sole 24 ore, Milano Finanza e simili), sulle pagine dei loro siti WEB dedicate alle quotazioni azionarie e in modo più completo e dettagliato sulle piattaforme delle agenzie di informazione finanziaria (Reuters, Bloomberg) che però sono a pagamento.

Il più importante di questi è il rapporto fra prezzo e utili (il cosiddetto indice P/E), che esprime il numero di anni in cui l’utile aziendale ripaga il prezzo pagato per acquistare l’azione.

In genere si ritiene che un P/E ottimale per entrare sia quello compreso fra 10 e 20, mentre valori superiori rendono il titolo decisamente ipervalutato. Vero è che in periodi di borsa tonica, come l’attuale, ci si può trovare a comprare anche un titolo con rapporto 30 o superiore, contando che il trend continui a salire: molti analisti consigliano infatti di “seguire” il trend, ovvero di cavalcare l’onda. Si deve essere comunque consapevoli di aver pagato un prezzo molto alto.

Un altro indice interessante, soprattutto per i titoli appartenenti al settore finanziario ma non solo, è il rapporto fra patrimonio netto e prezzo del titolo, che esprime la misura del contenuto “patrimoniale” del valore di un’azienda. Più è basso, maggiore è la componente immateriale del valore del titolo.

A questo punto occorre mettere i titoli della lista in ordine decrescente di preferenza, partendo da quello che ci piace di più. I primi cinque titoli della lista sono ovviamente quelli che rappresentano il nostro target di investimento.

Supponendo di avere individuato n azioni del settore e dell’area geografica che ci interessa, il prospetto potrebbe avere una configurazione del genere:

 

  Market cap Fatt. Utile per azione 2017 Utile p.az.previsto 2018 Dividendo es. in corso Dividendo previsto Perform. 3 mesi Perform.6 mesi  

P/E

AZIONE X                  
AZIONE Y                  
………                  
AZIONE N                  

 

Quanto al timing, una volta individuato il titolo giusto e il P/E corretto, dobbiamo esaminarne con attenzione l’andamento nel recente passato (all’incirca negli ultimi 6-12 mesi). Meglio preferire titoli che sono rimasti stabili o addirittura si sono deprezzati e stare alla larga da quelli con progressione e tassi di crescita elevati. E per entrare, meglio aspettare il momento di una correzione (diminuzione di qualche punto percentuale) e mai comprare ai massimi.

In altre parole, comprare quando il mercato scende per poter poi vendere quando invece sale. Che è l’esatto contrario di quanto fanno gli investitori poco accorti (il cosiddetto parco buoi) che comprano sull’onda dell’entusiasmo quando il mercato continua a crescere e vendono travolti dalla paura quando scende a rotta di collo.


 

[1] Per capitalizzazione di borsa (market cap) si intende il valore che la borsa attribuisce alla società, calcolato moltiplicando il corso o prezzo della sua azione per il numero di azioni emesse

Le buone azioni: come scegliere i titoli azionari da comprare

seed_capital

Nelle scorse settimane abbiamo cercato di capire se, dopo i rally degli ultimi mesi, sia ancora il caso di mantenere i propri investimenti in azioni (in particolare italiane), oppure sia meglio realizzare le plusvalenze ed uscire, del tutto o in parte, dal comparto: della serie “prendi i soldi e scappa”.

Non possiamo a questo punto fare a meno di un piccolo moto di autocompiacimento: il primo articolo di warning è uscito su questo blog proprio all’inizio della settimana borsistica che è poi risultata la peggiore degli ultimi anni. Dobbiamo però ribadire che la nostra opinione era, e resta, quella di non uscire dal mercato, ma al massimo di ridimensionare esposizione e rischi, prendendo profitto dove è possibile.

I motivi di tale orientamento sono stati ampiamente illustrati nei due articoli precedenti e non è il caso di ripeterli. Può essere invece utile fare un piccolo passo indietro per rispondere alla domanda: quali sono i titoli azionari su cui investire? Domanda che logicamente si pone su un piano temporale antecedente alla scelta che abbiamo discusso.

Non c’è dubbio infatti che una gestione proficua del portafoglio si costruisce comprando bene: se scegliamo buoni titoli e gestiamo con intelligenza (e un po’ di fortuna) il momento dell’ingresso – il cosiddetto timing – è molto probabile che, anche in caso di crollo generalizzato del mercato azionario, riusciremo a restarne indenni o solo leggermente danneggiati. Salvo che non ci dovessimo trovare nella situazione di dover liquidare in fretta l’investimento, situazione che è sempre da evitare per il risparmiatore accorto attraverso il mantenimento di una congrua riserva di liquidità.

Come scegliere dunque “le buone azioni” nel mare magnum di possibilità di acquisto che i mercati ci presentano?

Vediamo di definire un percorso razionale, dando per scontato che il comparto azionario sia già stato individuato nella nostra asset allocation e che quindi abbiamo già deciso quanto investire in azioni.

stock-exchange-911619_1280

I nostri lettori ricorderanno che l’ultima fase del processo, quella dell’implementazione, consiste nella scelta di quali titoli (o strumenti) acquistare e quando fare l’investimento. Due decisioni che influenzeranno in modo decisivo la performance del nostro portafoglio.

Intanto dobbiamo individuare il settore produttivo e l’area geografica che riteniamo suscettibili delle migliori performance. E questa non può che essere una valutazione sui fondamentali dell’economia, mediata dalle convinzioni personali.

Successivamente, il primo nodo da sciogliere è relativo alla tipologia di strumento: meglio una quota di fondo comune o un ETF[1]oppure meglio cimentarsi nel cherry picking, ovvero nella scelta dei singoli titoli proprio come quando si scelgono le ciliegie migliori?

Nel primo caso si tratta di strumenti più “impersonali” ovvero tendenzialmente svincolati dalle decisioni individuali perché delegati a gestori professionali (nel caso dei fondi comuni) oppure rivolte a strumenti sintetici (indici) che replicano l’andamento indici o parametri.

In entrambi i casi ci sono comunque scelte da fare:

  • Per il fondo quale prodotto, è necessario valutare sulla base del track record del gestore (serie storica dei risultati passati) e dello stile di gestione (più o meno aggressivo, long/short[2], specializzato o meno[3]), nonché sull’eventuale comparto da scegliere;
  • Per l’ETF, sulla base della solidità dell’emittente e delle modalità di costruzione dell’indice (settoriale, generale, long/short, con o senza leva[4])

 

Una volta fatte queste scelte preliminari, tuttavia, possiamo tranquillamente disinteressarci del nostro investimento, salvo verificarne periodicamente l’andamento, avendolo delegato, rispettivamente, a gestori professionisti oppure ad un algoritmo meccanico.

Questo tipo di scelta è consigliabile a chi non ha una conoscenza specifica del mercato azionario e preferisce affidarsi ad esperti oppure alla statistica. A fronte di questa maggiore comodità, e minore rischio, vanno messi in conto i costi commissionali da riconoscere ai gestori o agli emittenti degli ETF, anche se spesso abilmente camuffati e difficili da quantificare.

cherry picking

La seconda opzione, il cherry picking, è invece più rischiosa e richiede maggiori conoscenze, ma anche indiscutibilmente più divertente.

Di questo parleremo nel prossimo articolo, col quale si concluderà questa breve ma intensa incursione nel variopinto mondo delle borse.

 

 


[1] L’ETF (Exchange traded fund) è una particolare tipologia di fondo di investimento, quotato in Borsa, che ha come obiettivo di rendimento quello di replicare l’indice al quale si riferisce (benchmark) attraverso una gestione totalmente passiva. In altre parole è costituito da un algoritmo la cui quotazione  riflette l’andamento del benchmark: sale quando l’indice sale e viceversa.

[2] L’opzione long/short è quella che consente ad alcuni gestori di puntare sia sul rialzo dei titoli (posizione long) che sul loro ribasso (posizione short). In questo secondo caso lo stile di gestione è più aggressivo e comporta un rischio più elevato, ma dà la possibilità di guadagnare anche nelle fasi di calo dei mercati

[3] Un fondo azionario è specializzato quando investe solo in alcuni settori merceologici o in alcune aree geografiche o in determinate tipologie di imprese (ad esempio piccole e medie)

[4] La leva finanziaria consiste nella possibilità di investire anche risorse prese a prestito, anziché i soli mezzi propri, operando a leva, e quindi ricorrendo al debito, si aumenta la possibilità di ottenere buone performance ma aumenta anche il livello di rischio in quanto con la performance vanno coperti anche gli interessi sul debito

Mercati e politica: i mercati in tempo di elezioni

scheda elettorale

 

La scorsa settimana ci siamo soffermati sul dilemma (“lascia o raddoppia?”) relativo all’opportunità di mantenere o meno in piedi gli investimenti azionari prima che i mercati possano invertire, anche pesantemente, la fase di crescita sostenuta che sta durando ormai da diversi anni.

Abbiamo però volutamente trascurato due aspetti che pure sono importanti per la scelta giusta: uno di ordine generale ed uno contingente, relativo cioè all’attuale momento politico.

Nel primo caso, in realtà, stiamo parlando di una variabile che deve essere sempre tenuta presente quando ci si avvicina al mercato azionario non con intento speculativo ma per investire in modo razionale e corretto: si tratta dell’andamento attuale, e più ancora prospettico, dell’azienda in esame e del settore a cui essa appartiene.

Questa circostanza, a nostro avviso, deve essere una pre-condizione sempre verificata quando si vuole comprare un titolo azionario. In altre parole: a prescindere dal momentum di mercato, affinché il nostro investimento si possa rivelare vantaggioso, i titoli in cui decidiamo di investire devono essere di società in grado di portare avanti con successo il loro business e di generare profitti e ricchezza che consentano la distribuzione di dividendi e la crescita del valore dell’azione.

business

La teoria aziendale moderna ritiene che il prezzo corretto di un titolo sia uguale al valore attuale dei flussi di cassa che verranno generati per l’azionista nel periodo di riferimento (orizzonte temporale), scontato ad un tasso che rappresenti correttamente il costo del capitale in quel lasso di tempo. Si tratta di un concetto estremamente tecnico e complesso, sicuramente difficile da comprendere da parte di chi non abbia solide basi di matematica finanziaria. E per di più anche difficile da determinare: sia per individuare il tasso giusto, sia per prevedere la dinamica degli utili aziendali negli anni a venire. Tutto ciò può essere tradotto, per chi non ambisca a prendere una laurea in matematica finanziaria, in due concetti, semplici ma fondamentali per qualsiasi imprenditore: equilibrio e buon senso.

Chiunque infatti può rendersi conto che investire in azioni vuol dire scommettere sul valore di un’azienda: allora è fondamentale che la nostra azienda (che chiameremo target) riesca a fare utili oggi e in futuro. Se questo accade, e se abbiamo stimato correttamente l’evoluzione prospettica della gestione aziendale, nessuno sconvolgimento di mercato potrà farci più male di una puntura di zanzara, ammesso che non ci troviamo a dover vendere in un tempo molto breve, perché magari abbiamo bisogno di soldi.

Se infatti non c’è necessità di smobilizzare rapidamente, siamo certi che, male che vada, riceveremo ogni anno i nostri dividendi e l’investimento comunque manterrà il suo valore intrinseco, valore che prima o poi il mercato dovrà riconoscere.

Il consiglio che regaliamo ai lettori del blog, valido per ogni forma di investimento, è quindi quello di comprare titoli che, anche nel peggiore dei casi (crollo di mercato, ciclo avverso, aumento imprevisto di tassi di interesse, ecc.), continuino a pagare la cedola o il dividendo atteso. In tal caso potremo difensivamente stare fermi e attendere tempi migliori – come dice un proverbio siciliano “chinati giunco che passa la piena” – oppure, se siamo propensi al rischio e crediamo nella società, approfittare del momento di prezzi bassi per aumentare la nostra esposizione.

Il secondo fattore è invece di ordine contingente per il mercato italiano e riguarda l’incombenza delle elezioni politiche, che si terranno fra meno di un mese. Molti analisti e consulenti consigliano infatti estrema prudenza nel gestire i portafogli azionari nell’imminenza di tornate elettorali di esito imprevedibile. E nel nostro caso prudenza può solo significare ridurre l’esposizione in azioni approfittando di questo periodo in cui i prezzi sono alti e il mercato viaggia ai massimi.

Plico_elettorale_Italia_2013

 

In quest’ultimo caso però, ça va sans dire, dovremmo porci il problema di come impiegare le risorse che si ricaveranno dal disinvestimento, in un momento in cui i prrezzi dei titoli obbligazionari sono ancora alti.

 

Ma sarà poi vero che con le elezioni il mercato azionario è in pericolo? La nostra modesta opinione è che questo fattore di rischio sia generalmente sopravvalutato.

 

E’ vero che, qualora ci siano risultati inattesi e considerati “antisistema” – come ad esempio il successo di forze politiche che propugnano l’uscita dell’Italia dal sistema Euro – è probabile che il contraccolpo immediato sia una consistente generalizzata diminuzione dei corsi. E’ però ragionevole ritenere che il calo possa venire assorbito in tempi piuttosto brevi, al massimo attestando i valori su un livello un po’ inferiore.

Veri e propri tsunami finanziari in dipendenza di risultati elettorali sono stati in effetti molto rari nella storia recente: i mercati in genere riescono a trovare ben presto nuovi equilibri e se i fondamentali dell’economia sono solidi – come lo sono tutto sommato oggi in Italia – alla fine si torna da dove siamo partiti.

Del resto, anche in Europa abbiamo visto che dove si sono verificati risultati inattesi e non graditi dalle establishment di governo, tutto sommato grandi sconvolgimenti finanziari non si sono verificati. Anzi, molto spesso viene quasi il sospetto che lo spauracchio dei mercati venga evocato per fini di propaganda politica più che per motivi di rischio reali.

In conclusione, i rischi di una flessione significativa del mercato azionario italiano, if even, dipendono dagli eccessivi livelli raggiunti dalle quotazioni in questi ultimi mesi e dall’eventualità di politiche monetarie troppo restrittive. Nell’attuale fase di innegabile tonicità dell’economia, riteniamo invece che il fattore elezioni politiche non rappresenti un rischio effettivo.