Tassi e debito: i mercati obbligazionari nell’anno che verrà

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Se la settimana passata abbiamo affrontato il tema delle previsioni del nuovo anno per il mercato azionario, proseguiamo ora questa breve rassegna ad uso dell’investitore accorto e razionale parlando delle obbligazioni.

Questi titoli, che tradizionalmente rappresentano la parte prevalente di ogni portafoglio, quest’anno non hanno dato tuttavia grandi soddisfazioni. I rendimenti continuano a mantenersi molto bassi, nonostante le aspettative di rialzo dei tassi da questa e dall’altra parte dell’Oceano.

L’enorme liquidità presente nel sistema è stata solo marginalmente scalfita da politiche monetarie delle banche centrali che, a dispetto delle dichiarazioni di intenti, si mantengono espansive. La Banca Centrale Europea, in particolare, sembra che non proceda ad aumenti di tassi neanche nel 2018, mentre la Federal Reserve statunitense dovrebbe approvare un aumento frazionale in dicembre e poi altri nei mesi successivi, ma comunque molto più timidamente di quanto pareva qualche mese fa, prima del cambio al vertice.

 

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Se i tassi non salgono e anche l’inflazione si mantiene debole, non si vede perché il risparmiatore dovrebbe accanirsi a sottoscrivere titoli che rendono poco e incorporano comunque, specie i titoli corporate, un rischio di credito. Rischio per rischio, tanto vale allora prendersi le azioni…

I bond governativi poi (BTP, Treasury Bond del governo USA, Bonos spagnoli, per non parlare dei Bund della Merkel) hanno rendimenti talmente risicati che solo per scadenze pluriennali raggiungono qualche punto percentuale. Addirittura per scadenze inferiori all’anno i rendimenti sono negativi, ovvero è necessario riconoscere interessi all’emittente anziché incassarli.

Se vogliamo avere un minimo di soddisfazione, dobbiamo rivolgerci ai cosiddetti high yield (titoli ad alto rendimento, ma più rischiosi in quanto emessi da soggetti con rating basso) e, in particolare, a quelli perpetui o comunque a scadenza molto lontana. In ogni caso, in vista dei fantomatici aumenti dei tassi, meglio il tasso variabile di quello fisso.

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E tutto questo per portare a casa magari il 6 o 7%, sperando che gli emittenti non falliscano o i tassi non aumentino troppo. Questo è il motivo per cui i mercati azionari stanno raccogliendo il successo di cui abbiamo parlato nell’articolo precedente.

Va tenuto presente che c’è una correlazione inversa fra tassi di interesse e prezzi dei titoli: quando i tassi aumentano, i prezzi di mercato delle obbligazioni diminuiscono e chi le ha in portafoglio – se vuole venderle prima della scadenza – subisce una perdita di capitale concettualmente analoga alla penalizzazione di tenere investiti i propri soldi ad un tasso divenuto più basso di quelli correnti.

La prospettiva che i tassi aumentino, anche se poi questo non succede, tiene quindi lontani gli investitori dai mercati obbligazionari. Se ci si aspetta che i prezzi diminuiscano, meglio rinviare l’investimento e comprare a prezzi più bassi.

 

Ciò non significa ovviamente che dobbiamo uscire dal mercato obbligazionario, sia perché le previsioni sono appunto previsioni e non certezze e quindi potrebbero non rivelarsi azzeccate, sia soprattutto perché è bene tenere un profilo equilibrato e una asset allocation strategica orientata al medio periodo.

Come abbiamo più volte ripetuto, le scelte strategiche di portafoglio devono essere in funzione della propria situazione patrimoniale e reddituale, degli obiettivi e della propensione al rischio e sicuramente dei macro trends dell’economia. Gli scostamenti contingenti devono invece essere alla base dell’asset allocation tattica: quindi se abbiamo una minusvalenza teorica su un determinato titolo ma riteniamo che possa recuperare, è bene tenerlo in portafoglio.

C’è inoltre un altro fattore che a nostro avviso è destinato ad acquisire sempre più importanza: la volatilità. Questi ultimi anni hanno visto livelli di volatilità insolitamente contenuti, ma non è detto che la cuccagna duri all’infinito.

Se i mercati dovessero tornare ad una instabilità strutturale, l’investimento premiante sarebbe quello in titoli flessibili e in primo luogo in quei fondi di investimento che lavorano e guadagnano appunto sulla volatilità. Fino ad ora hanno avuto rendimenti molto bassi, ma è plausibile attendersi che presto possa tornare anche il loro momento di gloria.

Se così è, una buona scelta potrebbe essere quella di indirizzare parte delle proprie risorse su questo tipo di asset, approfittando degli attuali prezzi bassi.

Quello che abbiamo detto sulle obbligazioni vale, ovviamente, solo per i titoli in Euro: degli investimenti in valuta, come pure in altri strumenti, parleremo nel prossimo articolo. Come vedremo infatti, nel caso della valuta la principale componente di reddito, oltre che il maggior tasso offerto rispetto a quello in Euro, sta proprio nella prospettiva di un apprezzamento della valuta medesima.

 

Riepilogando: l’investimento obbligazionario in Euro, anche se in questo momento meno redditizio rispetto a quello in azioni, può essere consigliabile a tasso variabile e con una quota riservata agli high-yield, ovvero titoli a tasso più elevato anche se più rischioso e alle scadenze più protratte. Da valutare sicuramente l’ingresso in un fondo obbligazionario flessibile per trarre vantaggio dall’eventuale aumento di volatilità dei mercati.

 

 

 

 

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Cosa c’è dietro l’angolo?

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Nella fortunata trasmissione televisiva di metà anni ’70 “Bontà loro”, il conduttore Maurizio Costanzo coniò una domanda che ebbe molto successo: cosa c’è dietro l’angolo?

 

Rivolgeva questa domanda a tutti gli ospiti che si presentavano al suo cospetto, in quella che è stata riconosciuta come l’antesignana di un genere diventato in seguito molto popolare, il talk show. Ognuno cercava di dare risposte che fossero originali, simpatiche, non banali. Così – nel nostro piccolo – cercheremo di fare in questo articolo, ovviamente con riferimento ai temi di cui ci occupiamo, ovvero gli investimenti finanziari.

Quando un anno volge al termine, esercizio diffuso è quello di fare un bilancio e di formulare delle previsioni. Nel nostro caso le previsioni servono a prefigurare gli scenari più probabili per poter effettuare scelte di portafoglio razionali e, possibilmente, redditizie.

Con l’occasione, forniamo ai lettori anche qualche piccola indicazione per aggiornare l’asset allocation sulla base degli scenari macroeconomici prevedibili. Iniziamo dunque con il comparto azionario, per poi vedere nei prossimi articoli cosa ci aspetta invece per le obbligazioni, le valute, le commodities, ovvero le materie prime sia agricole che estrattive scambiate sui mercati.

Il bilancio di questo 2017 è ovviamente diverso da persona a persona, a seconda delle “scommesse” fatte nel corso dell’anno.

 

Chi ha puntato sui mercati azionari, ivi inclusa Piazza Affari, potrà brindare contento. Chi ha investito sui titoli star del mostro mercato, le aziende a media capitalizzazione e ad alto tasso di innovazione, può tranquillamente stappare qualche bottiglia pregiata, grazie soprattutto al successo dei PIR, i Piani Individuali di Risparmio.

 

Del mercato star di Borsa Italiana e dei PIR abbiamo parlato diffusamente in precedenza. Eravamo stati facili profeti nel prevedere la continuazione ed il consolidamento della crescita del mercato star. La sua performance è stata in effetti impressionante, nonostante il rimbalzo degli ultimi due mesi. L’indice FTSE Italia star, che raggruppa i titoli più rilevanti del settore, ha infatti mostrato il seguente andamento:

 

Performance a 1 anno: + 48,26%

Performance da inizio anno: + 36,25%

Performance a 6 mesi: + 4,96%

Performance a 3 mesi: + 6,00%

Performance a 1 mese: – 2,60%

 

 

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Per quanto riguarda i PIR, il cui principale sbocco di investimento è proprio il mercato star, basti dire che a fronte di una previsione iniziale di raccolta complessiva nei 5 anni di 16-18 miliardi di Euro, in settembre eravamo già a 7,5 e, per il solo anno in corso, si stima di raccoglierne oltre 10. La nuova previsione del Ministero dell’Economia e delle Finanze per i 5 anni si attesta ora nell’ordine di 50-70 miliardi.

Un successo ogni oltre previsione, che assicurerà un flusso di investimenti consistente e in crescita sul mercato star, e in generale verso le piccole e medie imprese nazionali. Solo questo basterebbe ad aspettarsi – nonostante i possibili cicli negativi dell’economia e dei mercati – quotazioni in aumento sui titoli del listino.

I titoli del segmento star del mercato italiano sono ancora pochi e sottili (bassa capitalizzazione e flottante[1] limitato), ma si dovrebbe assistere a un notevole incremento delle quotazioni: si parla di 30/40 aziende che sarebbero già pronte per entrare nel listino.

Nonostante i prezzi abbiano raggiunto livelli molto elevati, con rapporti P/E[2] oltre ogni ragionevole limite, il flusso di nuove risorse in cerca di impiego garantirà una buona tenuta del mercato.

Una prima indicazione di investimento, anche per coloro che non hanno beneficiato della “vendemmia” dell’ultimo anno, è quindi di riservare ancora molta attenzione a questo mercato, sia in via diretta che nell’incrementare le quote di PIR detenuti. Almeno per il prossimo anno, sarà quindi certamente conveniente sfruttare al massimo questa finestra.

Va però ricordato che il PIR è un impiego a lungo termine, poiché è prevista l’impossibilità di liquidarlo per 5 anni, e che si tratta pur sempre di investimenti azionari, e quindi a rischio. Inoltre, come si è detto, siamo ormai arrivati a prezzi molto alti rispetto all’andamento e alle prospettive delle aziende.

E’ vero che il prezzo vero è sempre quello che si forma dall’incontro di domanda e offerta, ma dobbiamo anche tenere presente che ogni volta che ci allontaniamo dai fondamentali dell’economia reale, e che le quotazioni non riflettono più le prospettive di reddito dell’azienda, il rischio di trovarsi in una bolla finanziaria comincia a prendere corpo.

Il sistema europeo ha ancora abbondanza di liquidità, favorita dalla politica monetaria espansiva che permarrà almeno per tutto il 2018 e, in condizioni di tassi di interesse bassi e di inflazione sotto al minimo, è normale che tale liquidità venga indirizzata sulle azioni.

Il suggerimento, quindi, è di affidarsi a gestori professionisti (ormai quasi tutti in Italia hanno aperto linee di investimento PIR compliant) guardando anche i risultati pregressi, quello che in gergo si chiama track-record, nel comparto azionario Italia piccole-medie imprese.

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Per chi invece vuole divertirsi a fare investimenti diretti, il cosiddetto cherry picking[3], il consiglio è di scegliere azioni che abbiano un rapporto P/E almeno non superiore a 30, fatturato in crescita e, una volta individuato il target, di effettuare l’acquisto nei momenti di flessione delle quotazioni.

Il mercato star è infatti molto volatile, avendo titoli sottili con volumi di scambi limitati, e vedere oscillazioni del 4/5% in più o in meno in una singola giornata non è affatto inusuale.

A parte il mercato star, quello che ci ha dato le maggiori soddisfazioni, anche gli altri comparti azionari dovrebbero mantenere una buona intonazione almeno per i prossimi 3-6 mesi.

Se dovessimo puntare al tavolo verde, preferiremmo posizionare le nostre fiches sull’Europa, mentre gli Stati Uniti dovrebbero comunque consolidare le buone posizioni già raggiunte, dato che la riforma fiscale ed i suoi benefici effetti si stanno facendo attendere e sembra che alla fine tali effetti siano meno marcati di quanto si sperava.

Potrebbe valere la pena tentare qualche incursione sulle azioni giapponesi e su qualche paese emergente che ultimamente ha rallentato un po’ la corsa.

Per quanto riguarda i settori produttivi, ci aspettiamo grandi cose dall’immobiliare, dall’energetico, dal farmaceutico e dalle telecomunicazioni, queste ultime fortemente penalizzate nei mesi scorsi.

Il primo tema di investimento per il 2018 è dunque secondo noi l’azionario, a patto di non lasciarsi spaventare da qualche arretramento come quello delle ultime settimane, sempre possibile quando si vola a quote alte ed a multipli talvolta esagerati.

 

 


[1] Con riferimento a un titolo azionario quotato, il flottante è la quantità di titoli effettivamente scambiabili, ovvero esclusi quelli detenuti da azionisti stabili che non intendono vendere.

[2] L’indice P/E (rapporto fra prezzo e utile per azione di un titolo quotato)  misura in quanti anni il profitto generato dalla società ripaga il prezzo. Quando l’indice è alto (in genere superiore a 20/25), il titolo è caro in termini di utile, perché occorrono molti anni per ripagare il suo prezzo; quando è basso significa invece che il mercato non riconosce nel prezzo il valore della redditività aziendale. Ciò può dipendere dall’aspettativa di una riduzione futura degli utili oppure da una sottovalutazione del titolo rispetto al suo valore teorico.

[3] Letteralmente “raccolta di ciliegie”, ovvero scelta dei singoli titoli su cui investire.

Dal sapere al lavoro: il caso Cambridge

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Continuando il nostro viaggio alla scoperta di casi di successo di piccole città che hanno saputo realizzare modelli di sviluppo sostenibili e duraturi nell’era post-industriale e tecnologica, dopo Bilbao andiamo a Cambridge, in Inghilterra.

Si tratta di un caso completamente diverso dal precedente: qui non c’era una situazione di declino e un’economia da ricostruire, ma un centro di eccellenza del sapere, una delle Università più prestigiose del mondo, attorno alla quale si era formata nel tempo una comunità di poco più di 100.000 persone.

Una città che si è sempre identificata col suo ateneo, o per meglio dire un’università-città, in cui tradizionalmente il lavoro era esclusivamente connesso alla presenza del college, in via diretta (insegnanti, impiegati, dipendenti) o come indotto (accoglienza, alloggi, fornitori).

 

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Pur essendo antichissima, di origini romane, e l’Università risalendo al 1284, Cambridge ha ottenuto lo status di città solo nel 1951: in passato era semplicemente un complesso di edifici e abitanti che gravitavano intorno all’ateneo. Anzi, a suo tempo venne costruita distante e tenuta mal collegata con Londra per evitare ai suoi studenti le distrazioni della metropoli.

Una vera e propria turris eburnea, una cittadella del sapere, impermeabile ai problemi del lavoro e alle tensioni sociali del mondo reale. Del resto, Cambridge è sempre stata un centro di eccellenza: l’ateneo è il secondo più vecchio del Regno Unito (dopo Oxford) e il quarto in Europa.

Oggi la University of Cambridge ospita quasi 20.000 studenti e più di 5000 fra ricercatori e professori. Offre corsi di laurea in numerose discipline, che spaziano dalle arti alla scienza, ed è articolata in una struttura collegiale. Nel 2005 è risultata seconda nella classifica accademica delle università mondiali e nel 2011 la prima all’interno del continente europeo. Cambridge detiene il record di vincitori di premi Nobel, 89.

Ma oltre a questo, a partire dagli anni 70 Cambridge è diventata anche un incubatore di nuove imprese, start-up tecnologiche, tanto che l’area circostante, denominata Silicon Fen in analogia alla Silicon Valley. Ospita alcune migliaia di imprese ad alta tecnologia, perlopiù piccole o micro, e un numero imprecisato ne sono sorte, si sono sviluppate e trasferite altrove.

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Artefice della creazione e del successo di questo modello di sviluppo è il parco scientifico e tecnologico, il Cambridge science park, sorto nel 1970 al fine di “avvantaggiarsi al massimo dalla concentrazione di expertise scientifica, attrezzature e biblioteche e incrementare il feedback dall’industria alla comunità scientifica di Cambridge”. Così recitava il report del Mott Committee, la commissione speciale istituita dall’ateneo – sotto la presidenza di Sir Nevill Mott, professore di fisica sperimentale – per rispondere a una sollecitazione del governo laburista del 1964.

L’idea del parco scientifico nacque negli anni 50 in USA, dove venne realizzato per la prima volta dall’Università di Stanford. A partire proprio dagli anni 70 ne nacquero molti un po’ dappertutto, come progetti delle università più avanzate e “visionarie”.

Parchi di eccellenza sono quelli costituiti in Canada e in Israele: in particolare in quest’ultimo caso, lo Stato interviene direttamente finanziando per due terzi i progetti. Con risorse molto contenute, lo Stato riesce così a diventare proprietario delle nuove iniziative, che possono talvolta assumere dimensioni economiche anche molto rilevanti, oltre a incorporare la titolarità dei brevetti.

Il progetto di un parco scientifico è la migliore sintesi di sapere, sfruttamento economico dei brevetti, sviluppo sostenibile. Ha impatto ambientale normalmente minimo ed è suscettibile di attrarre molte altre iniziative analoghe, attivando un vero e proprio circolo virtuoso.

Si tratta di imprese ad elevata tecnologia, e quindi assolutamente proiettate nel futuro, “leggere” in quanto – almeno nella fase di sviluppo delle business idea e dei prototipi –  non necessitano di grandi dotazioni di capitale e soprattutto in grado di attivare una dinamica di crescita molto forte.

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Il concetto è quello di predisporre un ambiente idoneo e facilitatore per la nascita e l’insediamento di nuove iniziative imprenditoriali ad alta tecnologia, in modo tale che lo start-upper possa concentrarsi sui soli aspetti della ricerca e non essere distratto da problematiche amministrative, finanziarie, legali, ecc.

Il parco costituisce quindi un vero e proprio incubatore d’impresa, in cui le nuove iniziative si insediano e vi trascorrono i primi anni di vita, tipicamente fino al brevetto o alla realizzazione del prototipo, per poi insediare definitivamente l’impresa altrove, generalmente non molto lontano.

Viene fornita anche la possibilità di reperire finanziamenti attraverso il coinvolgimento di venture capital o business angels, società specializzate nel sostenere iniziative nuove e quindi ovviamente preparate ad un elevato grado di fallimenti.

Caratteristica delle start-up è infatti quella di presentare un notevole rischio trattandosi di iniziative nuove e molto spesso in ambiti con track record limitatissimo o inesistente.

Concludendo questo breve excursus, possiamo sicuramente affermare che se la società post-industriale e il mondo di internet hanno creato molte situazioni critiche e fatto crollare numerose imprese, tuttavia modelli nuovi e sostenibili di sviluppo economico sono possibili anche per città medio-piccole.

I requisiti sono però quelli di avere una solida e progressiva visione strategica e di saper catalizzare tutte le energie disponibili in loco, in modo da renderle coese e unitariamente impegnate in vista dell’obiettivo di migliorare la qualità della vita per le loro generazioni future.

 

Bilbao, l’Araba Fenice

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A metà anni ’80 Bilbao si presentava come una città soffocata da acciaierie ormai improduttive e container del porto fluviale e industriale, con una grande banca il cui baricentro si era ormai spostato a Madrid, New York e Città del Messico: oggi è una città moderna e tecnologica, a misura d’uomo, destinazione turistica e centro di vivace offerta culturale.

 

 

Cosa è successo intorno agli anni ‘90 da consentire a Bilbao di risorgere dalle sue ceneri e diventare un benchmark culturale ed un modello di riconversione ecologica per la modernità delle sue infrastrutture? E soprattutto: è possibile per altre città in situazioni di declino imitare l’esempio del capoluogo basco?

 

Il percorso seguito è stato quello di una ristrutturazione territoriale (infrastrutture), economica (settore terziario, polo informatico) e industriale (riconversione):il risultato è che oggi Bilbao è l’unica città spagnola con un Pil positivo nonostante il periodo di forte recessione del Paese.

 

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Certo, in questo periodo non tutto è stato rose e fiori: purtroppo gli ultimi decenni del secolo scorso hanno visto Bilbao tristemente protagonista anche degli atti terroristici da parte dell’Eta, il movimento per la liberazione e l’indipendenza della comunità basca. Oggi questa fase di sostanziale guerra civile è stata fortunatamente superata, proprio mentre analoghe problematiche stanno interessando la Catalogna.

 

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Il progetto è nato ufficialmente nel 1991 con la creazione dell’associazione “Bilbao Metropoli 30”, promossa dal sindaco della città, dal Presidente della Provincia e dal Governo basco, impegnati insieme a rilanciare la città.

L’Associazione riuniva centri produttivi, università, organizzazioni non-profit, enti pubblici locali, camere di commercio, banche e fondazioni,: in breve, quasi tutte le componenti della società civile. Aveva come scopo lo sviluppo di piani, ricerche ed eventi promozionali finalizzati al recupero e alla rivitalizzazione dell’area urbana della città e la gestione delle iniziative contenute nel Piano Strategico, in vista di una collaborazione sempre più proficua tra settore pubblico e privato.

Sono stati così realizzati una serie di interventi urbanistici, i cui punti più qualificanti sono il recupero delle aree del vecchio scalo marittimo e l’ampliamento del nuovo, nonché il miglioramento dei trasporti metropolitani.

 

Il fiume è stato valorizzato come una vera e propria infrastruttura, individuando per le sue sponde delle nuove attività, prevalentemente a carattere ludico, commerciale, culturale e residenziale.

 

Soprattutto però, fondamentale è stata la costruzione del Museo Guggenheim, su progetto dell’architetto statunitense F. Gehry, inaugurato nel 1997 nell’ambito di una politica di rivitalizzazione economica incentrata sugli aspetti culturali. L’opera suscitò scalpore a livello internazionale sia per le forme avveniristiche dell’edificio, sia per gli alti costi della sua realizzazione. E’ stato però calcolato che nel triennio 1999/2001 il museo abbia generato un indotto di 635 milioni di dollari e che la somma di denaro spesa per la sua realizzazione, in un solo anno di esercizio a pieno regime, sia stata completamente ripagata.

Il progetto di riqualificazione urbana ha prodotto, nel corso degli anni, un netto miglioramento della qualità della vita, l’aumento esponenziale dei posti di lavoro, nuove attività economiche e culturali in grado di attirare turisti da tutto il mondo; ha rafforzato l’identità regionale ed ha portato ai suoi abitanti benessere diffuso e un ambiente più sano in cui vivere.

Lo skyline di città moderna è caratterizzato dai grattacieli eleganti e avveniristici del suo centro. Di grande valore architettonico sono anche le infrastrutture aeroportuali, che portano la firma dell’architetto Santiago Calatrava, e le stazioni della metropolitana, opera di Sir Norman Foster, altro grande dell’urbanistica a cavallo tra il XX e il XXI secolo.

Si è lavorato, inoltre per la rigenerazione ambientale ed urbana attraverso la riduzione dell’inquinamento atmosferico, la gestione dei rifiuti urbani e industriali, l’ampliamento dei parchi e delle zone verdi e la riqualificazione dei quartieri degradati.

 

Abandoibarra ne è un esempio. Area situata nel cuore della città che si estende su una superficie di 348.500 metri quadrati, è stata per anni destinata all’attività portuale, senza possibilità di accesso per il pubblico. Ora dei complessivi 348.507 metri quadrati, 115.714 ospitano vegetazione.

Il progetto per il quartiere Barakaldo – Galindo invece è consistito nel recupero delle aree dismesse lungo il fiume, un tempo sede degli altoforni. Il piano prevede la costruzione di edifici residenziali, spazi per il tempo libero e uno stabilimento per attività commerciali. Metà dell’area sarà inoltre lasciata verde, mentre per l’infrastruttura stradale sono previsti collegamenti tra i diversi quartieri e l’autostrada.

Un altro dei pilastri della “vecchia Bilbao” era infine la sede del gigante del credito Banco di Bilbao Vizcaya y Argentaria (BBVA), oggi uno dei due campioni del settore bancario iberico. Pur mantenendo le radici in territorio basco, oltre che il nome della città e della provincia nella propria ragione sociale, la banca è ormai una multinazionale con centro nevralgico a Madrid e fatturato per oltre un terzo proveniente dall’America Latina.

La riconversione ha quindi interessato anche il ridimensionamento dell’istituto, con conseguente riduzione dei posti di lavoro nella sede basca.

 

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Ci siamo chiesti all’inizio dell’articolo se il modello Bilbao possa essere imitato da comunità che attraversano crisi analoghe a quella brillantemente risolta nella città basca. I requisiti per realizzare un percorso del genere sono fondamentalmente due: una chiara e forte visione strategica da parte degli amministratori locali e una totale coesione fra tutte le componenti della società economica, civile e politica della città e fra queste e lo stato. Naturalmente è indispensabile anche la collaborazione di professionisti e tecnici di grande livello, ma se esistono queste due condizioni, non è difficile catalizzare l’interesse delle migliori intelligenze disponibili a livello nazionale e internazionale.

Nel prossimo articolo parleremo di un caso leggermente diverso, sia per la situazione di partenza che del modello di sviluppo attuato, ma ugualmente significativo di come possa essere progettata la “città del futuro”, economicamente prospera e con trend di sviluppo sostenibile: il caso di Cambridge.

 

 

 

 

 

 

 

Tempo di software: il futuro liquido

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Il sociologo polacco Zygmunt Bauman, scomparso all’inizio di quest’anno, ha parlato di “società liquida” e la definizione – pur non bellissima ma indubbiamente suggestiva – ha riscosso enorme popolarità.

Nella sua logica la parte “solida” in dissoluzione era in qualche modo l’ordine costituito e il tessuto connettivo dei rapporti sociali, che nella società “post-moderna” sono stati rimpiazzati da individualismo, consumismo e alienazione. A ben vedere, questo processo è riscontrabile anche nei rapporti economici e produttivi.

Se infatti il secolo scorso e quello ancora precedente sono stati caratterizzati dal peso dell’industria manifatturiera e dall’incombenza delle grandi fabbriche, dalla produzione a elevata intensità di capitale e di lavoro, oggi la situazione è radicalmente cambiata.

 

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Quando la più grande azienda alberghiero-ricettiva del mondo (AirB&B) non possiede neanche una singola stanza e quando la maggiore impresa di trasporto di persone (Uber) non ha neanche un’automobile di proprietà, significa che siamo passati dalla prevalenza dell’hardware a quella del software: che in un certo senso il mondo post-moderno si è, appunto, liquefatto.

Se ciò è vero per tutto il mondo, è vero all’ennesima potenza per l’Italia, dove il grande gruppo industriale ha dimensioni minime rispetto ad altri sistemi e dove c’è tradizionalmente scarsità di materie prime e il costo del lavoro è sempre stato molto alto.

Da noi il settore manifatturiero, se pure ha conosciuto momenti di gloria nell’età giolittiana, negli anni del miracolo economico e in alcuni distretti a marcata vocazione industriale, sta attraversando una crisi che ha tutte le caratteristiche per essere strutturale. E comunque, si tratta per lo più di piccola e media industria, di artigianato di alto livello, di settori il cui fattore di successo è la moda, il design, l’ingegno.

Come possiamo allora immaginare il futuro del nostro paese? E quali visioni strategiche possono perseguire comunità in declino che si pongano l’obiettivo di sviluppare lavoro, reddito e ricchezza?

 

Quanto al primo punto, esaurite o quasi le ambizioni industriali, dovremo concentrarci in quei settori per i quali disponiamo di risorse esclusive e competenze distintive, ovvero il turismo e l’agricoltura.

 

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Da un lato il nostro patrimonio culturale e artistico, le ricchezze naturali e l’eredità di una grande tradizione storica. Dall’altro le eccellenze dei materiali e il livello ampiamente riconosciuto della nostra enogastronomia. Questi sono i pilastri del futuro economico del nostro paese, insieme a tutto quello che valorizza il gusto estetico, l’ingegno, la creatività.

Dall’hardware delle macchine al software della bellezza. Come un cerchio ideale che, dopo aver abbandonato il settore primario (che comprende soprattutto l’agricoltura e l’industria estrattiva) per tuffarsi nel secondario (l’attività di trasformazione, cioè il settore manifatturiero), torna alle radici, ovvero alla terra e soprattutto all’uomo.

Il periodo industriale ha visto prevalere macchine, ciminiere, impianti, con la nascita di aree industriali, di città o quartieri dormitorio per la mano d’opera, di emigrazione verso i centri urbani dove sorgevano le fabbriche. Quello post-industriale dovrebbe invece favorire il percorso inverso: verso i piccoli centri e le città d’arte, verso le località di attrazione turistica per risorse naturali o culturali, verso i terreni più fertili e produttivi.

E soprattutto, la grande enfasi sull’uomo, sulla sua creatività, il suo genio, il suo gusto estetico per i quali la tecnologia può rappresentare un prezioso alleato e non un pericolo.

Magari dovremo convivere con margini di redditività più contenuti, ma certamente la qualità della vita dovrebbe migliorare. Naturalmente la disponibilità di risorse e materie prime, grazie alle risorse naturali che ci ritroviamo o al genio dei nostri antenati, non garantiscono da sole l’attivazione di flussi di reddito soddisfacenti.

Sarà sempre più necessario professionalizzare l’approccio al turismo, in modo da massimizzarne il valore aggiunto e non solo aspettare che i turisti vengano da soli.

Allo stesso modo, dovremo essere capaci di migliorare la produttività dell’agricoltura e valorizzare l’industria di trasformazione alimentare e conserviera,  l’offerta di eccellenza eno-gastronomica e tutto quello che ruota intorno al cibo e al vino.

 

Anche in questi settori “leggeri” sarà necessario contrastare la concorrenza e non sottovalutare la competizione di soggetti nuovi sul mercato. E’ vero che chi vorrà vedere dal vivo la Cappella degli Scrovegni dovrà per forza andare sempre a Padova, ma – ad esempio – l’offerta di turismo balneare della Versilia o della Sardegna non può essere più indifferente alla Croazia, alle Baleari oppure all’Egitto, che potranno compensare la minor tradizione e bellezza con prezzi più bassi.

 

Lo stesso, a maggior ragione, per quanto riguarda il turismo culturale: ormai eventi espositivi particolari riescono a muovere enormi quantità di persone e di denaro. E oltre tutto si tratta di un turismo di qualità e con alta capacità di spesa.

Le stesse considerazioni più o meno possono essere fatte per cercare di capire come città anche piccole che hanno avuto un passato importante nell’industria o nel terziario (il settore dei servizi, ad esempio nell’ambito del commercio o la finanza) possano riconvertirsi e intraprendere nuovi modelli di sviluppo.

Nel prossimo articolo vedremo esempi di successo, fra i quali i più evidenti sono Bilbao e Cambridge, che possono essere benchmark per centri italiani di analoghe dimensioni.

 

 

 

 

 

 

Nessuno è più troppo grande per fallire: il caso Lehman Brothers

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Nei due articoli precedenti abbiamo visto quanto la grande o grandissima azienda (Amazon e Walmart, nei casi esaminati) siano invasive nei rapporti sociali ed economici tradizionali, ma anche nei confronti del potere politico.

Oggi ci occupiamo di un aspetto diverso e comunque significativo dell’era post-industriale: anche la mega impresa può fallire, non esistono più realtà too big to fail, ovvero troppo grandi per poter fallire.

 

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Fino ad una decina di anni fa, si riteneva che la grande banca o la grande impresa garantissero totale sicurezza ed affidabilità a dipendenti, fornitori, clienti, stakeholder, quasi fossero uno Stato. Chi entrava a lavorare in queste realtà aveva risolto il problema del posto di lavoro fino alla pensione e la rete di protezione che assicuravano si estendeva a molti aspetti della vita: dalla casa alla tutela della salute (con le polizze sanitarie), dall’accesso al credito e ai servizi bancari alla sistemazione dei figli.

 

Addirittura abbiamo visto come, nel caso Walmart, i dipendenti accettino di fatto di scambiare la stabilità e la sicurezza del posto di lavoro con condizioni peggiorative rispetto al passato ed inferiori a quelle praticate da altre aziende ai loro collaboratori.

 

Oggi tuttavia, specialmente nel settore bancario, la dimensione dell’impresa non è più da sola garanzia di sopravvivenza dell’azienda: dopo il fallimento del colosso statunitense Lehman Brothers, avvenuto nel settembre 2007, le cose sono decisamente cambiate.

Non ci sono più santuari intoccabili, al sicuro da tempeste e terremoti, ma spesso ci si rende conto di trovarsi davanti a veri e propri giganti dai piedi d’argilla.

La grande crisi iniziata proprio nel 2007 non ha fatto sconti a nessuno ed ora siamo tutti più deboli, comprese le grandi banche. Di certo le difficoltà dei sistemi produttivi e finanziari mondiali sono state di un’entità fino ad allora sconosciuta, ma ci si sarebbe aspettati che istituzioni ritenute il simbolo dell’affidabilità potessero resistere al terremoto limitando i danni a qualche crepa e qualche scossone.

Invece è successo il contrario: i primi sinistri boati dei mutui subprime[1] erano solo il nucleo originario della valanga globale che in breve tempo si sarebbe formata travolgendo privati, banche, istituzioni.

 

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Perché si è verificata questa situazione di fragilità di gran parte del sistema bancario? I motivi sono diversi, vediamo di sintetizzarli.

Innanzitutto ha giocato un ruolo decisivo la forte pressione per la redditività del capitale, attuata in modo da rendere le azioni delle banche sempre più appetibili per gli investitori e più apprezzate sul mercato, a tutto beneficio delle stock option detenute dai manager e delle loro elevate remunerazioni.

Affinché si realizzi un aumento della redditività del capitale impiegato ed investito dagli azionisti, vengono infatti ricercati – in modo talvolta ossessivo –  maggiori margini e significativo contenimento del capitale assorbito nel business bancario[2].  Quindi la percezione della rischiosità del portafoglio tende ad affievolirsi, a fronte di elevati margini di profitto.

Per avere un rendimento più alto, del resto, è sempre necessario aumentare il rischio: per questo si ricercano i clienti subprime, meno affidabili e quindi meno esigenti e disposti a pagare maggiori commissioni, e si mettono in piedi operazioni di finanza strutturata sempre più ardite e lontane dall’economia reale.

I requisiti minimi di capitale, definiti e controllati dalle banche centrali ed inizialmente non troppo stringenti, alle prime avvisaglie di crisi sono stati prontamente e sensibilmente aumentati, innescando così una spirale di difficoltà per la banca stessa, spesso costretta a richiedere il rientro dai fidi dei propri clienti.

Come in tutte le situazioni di “bolla”, le attività finanziarie che prima aumentavano continuamente di valore nel passaggio da un intermediario all’altro, dando vita a derivati sempre più complessi, hanno cominciato a diminuire, innescando brusche retromarce.

Gli immobili concessi in garanzia dei prestiti, messi in vendita dalle banche per recuperare i loro crediti, hanno trovato un mercato non recettivo per assenza di compratori, in quanto la crisi si è velocemente trasferita dal settore finanziario all’economia reale. E così il circolo vizioso si è alimentato, scaricando il peso delle insolvenze sulle spalle delle banche stesse.

Pochissime le banche che si sono salvate dallo tsunami: più o meno tutti i maggiori istituti, di qua e di là dall’Atlantico, hanno ricorso a massicci aumenti di capitale sul mercato o alla protezione dello Stato: anche in Europa, dove questo sarebbe formalmente vietato dalle norme dell’Unione Europea.

 

 

 

Il salvataggio di una banca da parte dello Stato, nonostante il sentiment fortemente avverso di gran parte della pubblica opinione, è un’operazione in realtà indispensabile per salvaguardare la fiducia nel sistema bancario e, in ultima analisi, l’affidabilità dello Stato stesso. Ne abbiamo parlato su questo blog in uno dei precedenti articoli.

Molte grandi banche, negli anni della grande crisi del primo decennio di questo secolo, sono state salvate dall’intervento pubblico in modo diretto o indiretto, con interventi di risorse a titolo di capitale o di prestito. In molti casi gli interventi si sono dimostrati alla fine redditizi ed hanno consentito alle pubbliche amministrazioni interventiste di recuperare i capitali impiegati, talvolta realizzando anche buoni guadagni e senza onere finale per i contribuenti.

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Nel caso di Lehman Brothers il governo USA decise invece di lasciar fallire la banca: le conseguenze di questa scelta furono enormi non solo negli Stati Uniti, ma su tutti i sistemi bancari mondiali.

Se è fallita Lehman, allora anche qualunque grande banca che si trovi in difficoltà potrà fallire. Di questo dovranno tenere conto dipendenti, azionisti, clienti delle banche, ma non solo loro.

 


[1] Si tratta di un particolare strumento finanziario, il cui mercato nel 2007 è stato il primo a crollare innescando la crisi globale. I subprime sono mutui concessi dalle banche e agenzie fondiarie alla clientela meno affidabile, sui quali venivano costruite complesse operazioni finanziarie attraverso la cessione del credito; di fronte all’insolvenza generalizzata dei debitori e al crollo dei valori degli immobili a garanzia, tutto il castello è crollato travolgendo intermediari e risparmiatori che avevano investito in quegli strumenti.

[2] Uno degli indici più seguiti dagli investitori è infatti il ROE, ovvero la redditività del capitale proprio impiegato, dato dal rapporto fra utile netto e capitale. Il suo aumento, determinato dall’aumento del reddito e/o dalla diminuzione del capitale, contribuisce ad attrarre gli investitori e far crescere il valore dell’azione.

La lotta di classe fra operai e consumatori: il caso Walmart

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Abbiamo visto nel precedente articolo come il colosso statunitense Amazon eserciti una forma di potere e di pressione enorme nei confronti delle comunità in cui si insedia, al punto da emanare, come detto, una sorta di “atipico” bando per le pubbliche amministrazioni, sulla cui evoluzione sarà interessante tenersi aggiornati.

Vediamo oggi un caso un po’ diverso, ma di impatto se possibile ancora maggiore sui meccanismi alla base dei rapporti sociali ed economici del mondo post-industriale: si tratta del gigante della grande distribuzione Walmart, probabilmente la più grande azienda del mondo, sicuramente quella con il maggior fatturato.

La sua influenza sulla vita quotidiana, le abitudini e l’economia della popolazione è così forte che è stato coniato il termine “effetto Walmart[1] per significare il condizionamento operato dalla multinazionale non solo su dipendenti, clienti, fornitori, ma anche sulle comunità in cui è insediata ed in quelle esterne.

 

Solo un quarto di secolo fa tuttavia, Walmart era una delle tante catene di supermercati, presente in 9 stati degli USA, e quindi certamente importante, ma non molto diversa da tutte le altre. Oggi ha circa 260 milioni di clienti; 11.600 punti vendita in 28 paesi di tutto il mondo; 2,2 milioni di dipendenti e fattura quasi 500 miliardi di dollari all’anno. Dimensioni che si fatica perfino a comprendere in una realtà come quella italiana: più simili a quelle di uno stato che di una singola azienda.

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Dimensioni che forse neanche il fondatore Sam Walton poteva concepire quando nel 1962 dette vita alla società a Betonville, in Arkansas, un borgo con 36.000 anime.

Sarebbe interessante ripercorrere le fasi e le modalità della crescita iperbolica, che continua anche oggi al ritmo di 1.000 nuove location all’anno: una storia da manuale tipicamente americana, a base di dedizione al lavoro, sconfinato ottimismo, mission aziendale chiara e determinazione ferrea.

Quello che però vogliamo qui sottolineare è la natura sociale dell’effetto Walmart. La ricerca ossessiva del contenimento dei costi per essere in grado di “garantire al consumatore ogni giorno il prezzo più basso” (come recita la mission dell’azienda) ha portato il gruppo a pratiche sostanzialmente vessatorie nei confronti di dipendenti e fornitori, sfruttando la sua forte posizione commerciale.

 

Anche se i dipendenti vengono graziosamente ma in modo farisaico definiti “associates” e i fornitori “partners”, Walmart di fatto strizza entrambi come limoni, fino al punto di rottura ed oltre.

 

Nei confronti dei fornitori, produttori di ogni dimensione in ogni parte del mondo, naturalmente Walmart rappresenta un cliente di primaria importanza, in grado non solo di fare ordini molto consistenti e pagare puntualmente ma di contribuire all’immagine stessa dell’azienda che può vantare nel proprio portafoglio un nome così altisonante. Infatti annoverare Walmart fra i propri clienti è, per qualsiasi azienda, una patente di serietà, affidabilità e qualità che certamente giova al suo buon nome.

Per molte imprese infatti, il gigante della distribuzione USA è uno dei principali clienti, talvolta addirittura l’unico. Anche grandi gruppi si sono attrezzati per servire Walmart in modo dedicato ed esclusivo: è il caso di Procter & Gamble ha una divisione in cui lavorano 250 persone che si occupa solo di gestire il rapporto con Walmart.

L’ovvia conseguenza è che la trattativa con i fornitori non è un normale negoziato commerciale, ma diventa alla fine una vera e propria imposizione sia in termini di prezzo che di condizioni di vendita. Infatti, ad esempio, Walmart obbliga i fornitori a consegnare la merce direttamente ai suoi punti vendita anziché a pochi centri logistici come succede in genere, ribaltando così integralmente il costo della distribuzione e del trasporto sui fornitori stessi.

Ha fatto scuola poi l’obbligo imposto di fornire la merce senza confezioni esterne e imballaggi, in modo da poterla collocare direttamente sugli scaffali risparmiando costo del materiale e del lavoro. I due cent risparmiati in media per ogni dollaro acquistato vengono ripartiti a metà col fornitore stesso

Nonostante tali imposizioni, la dinamica del rapporto fra Walmart e i suoi fornitori può tuttavia ancora dirsi una componente fisiologica, seppure inusuale, di un accordo commerciale, nel quale una parte guadagna (Walmart) e l’altra perde.

 

 

Quello che rischia davvero di influire sui meccanismi sociali, e che testimonia un radicale cambiamento della società postindustriale, è invece il rapporto con i dipendenti.

 

Il gruppo statunitense è stato infatti accusato di comportamenti vessatori nei confronti dei lavoratori, paventando una situazione di sfruttamento massiccio della mano d’opera. Questo ovviamente al fine di consentire prezzi di vendita in continua riduzione ed attrarre, per tale via, un numero sempre maggiore di clienti.

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Dal punto di vista dell’azienda si tratta di una politica di forte contenimento dei costi di produzione e di ricerca di maggiore produttività. Dal punto di vista dei dipendenti significa invece barattare la sicurezza del posto di lavoro, in una grande azienda in continua espansione, con l’accettazione di condizioni penalizzanti in termini di orari, salari, flessibilità e la rinuncia a molte delle garanzie faticosamente ottenute da generazioni di lavoratori.

Dal punto di vista sociale, invece, non può che prendersi atto che la lotta di classe che abbiamo conosciuto dai tempi della rivoluzione industriale ha ormai cambiato radicalmente i connotati: non più operai contro padroni, ma dipendenti contro consumatori.

Ciò che assume valore non è tanto il contributo alla produzione quanto il contributo al consumo. Le persone valgono e sono degne di tutela sociale in quanto consumano, spendono e fanno girare il sistema. Non è più questione di ricchi e poveri (operai poveri e padroni ricchi, come in passato), in quanto i consumatori possono essere anche più poveri dei dipendenti di una grande azienda, che tutto sommato hanno almeno lavoro stabile e retribuzione assicurata, anche se in calo.

Nella scala sociale la vera fonte di ricchezza è il cliente che spende e non il dipendente che costa. I clienti non sono mai abbastanza e si fa di tutto per incrementarne il numero; di dipendenti invece c’è ampia offerta. Coerentemente, l’immagine aziendale è tutta proiettata a presentare un soggetto attento all’ambiente, impegnato nella filantropia e in linea con i principi di Corporate social responsibility[2] che i clienti mostrano sempre di apprezzare.

Un po’ paradossale che si risparmi sulle condizioni di lavoro e di vita dei dipendenti all’interno dell’azienda per spendere in beneficienza e a favore dell’ambiente esterno. In quanto dipendente Walmart, un ipotetico quanto sconosciuto John Smith è vessato e sfruttato, ma in quanto cittadino e potenziale consumatore è corteggiato e ricercato.

Inutile chiedersi se questa tendenza sia per la società indice di progresso oppure di barbaro arretramento, oltre al fatto che sembra molto difficile capire dove potremo arrivare: occorre piuttosto fare i conti con la nuova realtà e, per quanto possibile, attrezzarsi.

 


[1] Charles Fishman, “The Wal-Mart effect. How an Out of Town Superstore became a Superpower”, Penguin Books, London 2006.

[2] Con il termine Corporate Social Responsibility (CSR), in italiano “responsabilità sociale d’impresa”, si intende il complesso delle politiche aziendali, delle misure intraprese e dei rapporti attivati da parte delle grandi, piccole e medie imprese per gestire efficacemente le problematiche d’impatto sociale ed etico al loro interno e nelle zone di attività.

Il mondo all’incontrario

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All’inizio di settembre il gigante dell’e-commerce Amazon pubblicò sul proprio sito un comunicato stampa che non poteva passare inosservato fra coloro che studiano i fenomeni sociali connessi all’attività economica dei nostri giorni. Si tratta di un vero e proprio bando rivolto alle amministrazioni pubbliche ed ai governi locali del Nord America (in pratica Stati Uniti e Canada), con il quale si invita a presentare proposte per favorire l’insediamento della seconda direzione generale di Amazon, denominata HQ2 (headquarter 2 appunto).

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Nel bando si elencano i vantaggi che la nuova sede porterebbe per la comunità che la ospiterà in termini di nuovi posti di lavoro, di sviluppo del reddito indotto, di popolazione ad altro reddito che vi si trasferirebbe.

 

Il termine usato nel bando è request for proposal (RFP, richiesta di proposte) e non il tradizionale call for proposal, (bando, nell’accezione corrente), forse per una forma di rispetto lessicale nei confronti dei destinatari, gli enti pubblici, abituati ad essere loro a emanare i bandi ed attendere che siano i privati a rispondere. Ma la sostanza non cambia: le parti si sono invertite ed oggi è la grande impresa a dare le carte.

 

Anche il termine di apertura del bando è piuttosto stretto: poco più di un mese, dal 7 settembre – data di pubblicazione sul sito aziendale – alla scadenza, fissata per oggi 17 ottobre 2017.

Nel mondo della produzione è del resto da tempo iniziata una vera e propria rivoluzione copernicana con un palese rovesciamento di ruoli. Già da tempo le amministrazioni pubbliche – a causa dei vincoli di bilancio – hanno dovunque grandi difficoltà a realizzare grandi infrastrutture e la modalità più frequente, almeno in Italia, è quella del project finance, ovvero della collaborazione fra ente locale, privati investitori e soggetti realizzatori (imprese di costruzione, global coordinator, ecc.).

Ma in genere l’iniziativa e il ruolo guida è sempre del soggetto pubblico, che, sulla base di un programma approvato dagli elettori, definisce le politiche di sviluppo del territorio, quindi ricerca i potenziali partner, stanzia le risorse necessarie e licenzia gli strumenti urbanistici e regolatori relativi.

Nel caso di Amazon, è invece l’azienda che, individuato un suo bisogno di investire e realizzare un nuovo insediamento e, rendendosi conto dell’attrattiva che questo può rappresentare, invita le amministrazioni pubbliche a dichiarare quali e quanti incentivi – non solo finanziari – è disposta ad accordare.

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Già molte comunità risulta che abbiano manifestato interesse e intenzione di aderire al bando con proposte idonee e aggressive: Dallas, Baltimora, Toronto.

Mi ricorda un episodio di cui sono stato testimone diretto oltre una decina di anni fa, in una delle mie esperienze lavorative precedenti. Come direttore generale di una grande fondazione privata orientata essenzialmente allo sviluppo del territorio, ricevetti insieme al mio presidente di allora il numero uno di una grande azienda farmaceutica multinazionale che aveva un grande polo produttivo e di ricerca nella zona. Il sito impiegava alcune migliaia di occupati e rappresentava una realtà importante della regione.

Con molta franchezza, quel CEO ci informò che il suo gruppo stava valutando un investimento per il polo locale e che aveva ricevuto l’offerta dalla municipalità di Singapore di un incentivo a fondo perduto di un milione di dollari per trasferire il tutto in quell’area. La società era soddisfatta dell’andamento del sito attuale e, a parità di condizioni, certo avrebbe preferito mantenere in Italia la divisione. In caso contrario, non avrebbe avuto alcun problema a trasferire il tutto in Asia.

Dopo le nostre (in verità un po’ azzardate) rassicurazioni, il polo produttivo venne mantenuto ed è ancora là ed anzi arrivarono regolarmente anche gli investimenti aggiuntivi. Qualche anno dopo la divisione a cui apparteneva venne acquisita da un’altra multinazionale e alla fine la nostra strategia si rivelò vincente.

Questo per dire che, ovviamente, la problematica di attrarre insediamenti produttivi e investimenti di sviluppo è da tempo presente anche da noi. Fino ad ora tuttavia era confinata in rapporti ed accordi bilaterali: Amazon ha fatto outing, rendendola oggetto di un bando pubblico.

Questi episodi dimostrano che sono profondamente cambiati i meccanismi alla base della vita economica delle comunità: la presenza di realtà produttive importanti, in tempi di crisi e di mancanza di lavoro, costituisce un formidabile concentrato di potere e di pressione sui governi e sulle amministrazioni pubbliche.

Non che si tratti sempre di un fattore positivo: la legittimazione di tale potere non deriva dal voto degli abitanti, ma dalle risorse economiche messe in campo. E certamente l’identificazione di un territorio con valori e mission di un singolo gruppo aziendale non è sintomo di democrazia, oltre all’impatto sull’aumento del costo della vita e delle abitazioni che probabilmente un insediamento del genere produce.

Legati al tema sono poi anche i fenomeni del trasferimento del ruolo di gruppo sociale da difendere e tutelare dalla classe operaia a quello dei consumatori, come nel caso Walmart, ed il declino del principio too big to fail (troppo grande per fallire) soprattutto nel settore bancario, come è successo per Lehman Brothers: di essi ci occuperemo, infatti, nei prossimi due articoli.

 

 

Talleri, fiorini e baiocchi

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Quando parlammo di asset allocation ottimale, ovvero di scelta su come investire le proprie risorse finanziarie fra le diverse categorie di strumenti (azioni, obbligazioni, liquidità, ecc.), dicemmo che buona regola poteva essere l’impiego di una certa parte del proprio portafoglio, non superiore al 15/20%, in attività in valuta estera.

Negli articoli delle scorse settimane, abbiamo cercato di capire come si possono muovere le valute nei prossimi mesi e abbiamo visto che sono sensibili a diverse variabili sia di natura strettamente economico-finanziaria che politica. Ne risulta un quadro molto volatile ed instabile che certamente espone l’investitore a rischi non trascurabili.

Questo tipo di impiego è pertanto tendenzialmente da riservare a soggetti che abbiano una certa dimestichezza e conoscenza dei mercati e, soprattutto, una propensione al rischio se non elevata che quanto meno consenta di affrontare senza traumi una certa possibilità di perdita.

Tuttavia, pur non rinnegando l’impostazione decisamente prudente che abbiamo seguito fin dall’inizio, ci sentiamo di ribadire che investire una modesta parte del portafoglio in titoli denominati in valute estere, specie quelle più trattate sui mercati, può essere una buona opportunità, anche per chi è euro based (ovvero ha entrate e uscite solo in euro). Vediamo perché.

dollari

 

Intanto chiariamo bene cosa intendiamo per “attività in valuta”. Non si tratta ovviamente di tenere banconote estere in forma liquida, sia perché l’uso del contante è soggetto a limitazioni di legge, sia perché non danno alcun interesse, ma soprattutto perché comportano costi di transazione e di gestione da parte delle banche, molto più elevati rispetto alla “moneta elettronica”.

Ciò si traduce, al momento della conversione delle banconote da una valuta all’altra, in un cambio più sfavorevole per chi le presenta in banca e in commissioni e spese da pagare.

Ma anche la detenzione di depositi o conti correnti in valuta è infruttifera e comporta spese: i conti in divisa possono essere utili per allocazioni transitorie ma non come strumenti di investimento.

Ci riferiamo piuttosto all’acquisto di titoli obbligazionari o anche azionari denominati in valuta estera. Questo complica un po’ il quadro perché oltre al rischio di cambio espone anche al rischio emittente e al rischio di tasso: tuttavia a ben guardare alcune di queste variabili si possono almeno parzialmente compensare, come il tasso e il cambio.

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Prendiamo ad esempio il rischio tasso. Si manifesta quando possediamo un certo titolo ad una determinata scadenza ed i tassi di mercato su quel segmento di scadenza crescono: il prezzo del nostro titolo inevitabilmente scenderà fino al punto in cui il suo rendimento non sarà allineato al nuovo tasso di mercato. Se volessimo vendere quel titolo, subiremmo una perdita. Viceversa se decidessimo di tenerlo fino alla scadenza (o magari fino a un successivo calo dei tassi), avremmo solo il costo opportunità di percepire fino ad allora un rendimento inferiore rispetto a chi comprasse ora quel titolo.

 

Ebbene se quel titolo è in valuta è molto probabile che il cambio di quella valuta aumenti se ne aumenta il tasso, andando così a compensare in tutto o in parte la perdita dovuta al tasso.

 

Ma torniamo al punto: perché mai un investitore razionale che ha entrate e uscite solo in euro dovrebbe investire in dollari o in sterline sobbarcandosi un ulteriore fattore di rischio? Per un motivo molto semplice: per avere un maggior profitto in quanto in quelle valute i tassi sono più alti. Inoltre, se la parte in divisa è comunque limitata, può trarre profitto dalle oscillazioni temporanee del cambio vendendo il titolo se si presenta una buona opportunità, ma evitando di sobbarcarsi la perdita se la flessione del cambio è solo temporanea.

 

Naturalmente, salvo che non operiamo su titoli perpetui, alla scadenza del titolo verremo rimborsati in dollari o sterline. Sarà sempre però possibile tenere la valuta estera facendola transitare da un conto valutario e reimpiegarla in altri titoli nella stessa valuta, così come gli interessi che periodicamente vengono liquidati.

In altre parole, la scelta di operare in valuta è consigliabile solo se prevedibilmente non avremo bisogno di vendere i titoli, perché in quel caso potremmo doverli smobilizzare in un momento sfavorevole per il cambio.

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D’altra parte, invece, se parliamo di dollari, la scelta di tenere il biglietto verde in portafoglio può essere vista anche come un sorta di “assicurazione” contro l’eventualità di una recessione prolungata e intensa dell’Eurozona. Anche se abbiamo movimenti solo in Euro, è possibile che in quel caso si verifichino aumenti significativi di tassi di interesse e/o di inflazione, che avranno l’effetto di far diminuire il valore reale dei nostri titoli. In quel caso i dollari, come l’oro, gli immobili o le azioni, potrebbero rappresentare una sorta di bene-rifugio e vedremmo il loro cambio aumentare repentinamente.

 

Quanto detto vale per i dollari e, in minor misura, per la sterlina: parliamo comunque di valute ad ampia diffusione. Entrare nei mercati delle valute marginali, come ad esempio i rubli, i real brasiliani, i rand sudafricani, può avere un connotato molto più marcatamente speculativo.

Se ad esempio riteniamo che il prezzo del petrolio debba aumentare, l’acquisto di titoli in rubli russi può essere un buon mezzo per “scommettere” sul greggio, dato che il bilancio della Federazione Russa è molto influenzato dal valore dell’oro nero.

Oppure, se riteniamo che l’India abbia prospettive di sviluppo consistenti sui mercati, potremmo comprare quote di fondi espressi in moneta locale. Ugualmente per quanto riguarda la lira turca.

In tutti questi casi, però, non valgono le considerazioni di coerenza con il resto del portafoglio che, come abbiamo visto, sussistono per i dollari.

Se crediamo nelle economie di quei paesi, molto meglio orientarsi su quote di fondi specializzati ma espressi in euro (come si dice in gergo, hedgiati, dall’inglese hedging, coprire il rischio di cambio): in tal modo eviteremo l’ulteriore fattore di rischio rappresentato dal cambio.

 

 

 

 

Petrolio, sviluppo, guerre e uragani

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Nell’articolo iniziale di questa mini-serie dedicata ai mercati valutari, sempre nell’ottica delle scelte di investimento, avevamo visto come i cambi – oltre che dai normali scenari economici e dalle grandezze rilevanti in questi casi – fossero influenzati da una serie di altri fattori: l’effetto Trump in USA, l’onda lunga della Brexit, l’andamento dei pezzi del petrolio e, sullo sfondo, la situazione dei mercati asiatici e dei paesi emergenti.

Inoltre non vanno trascurati altri due importanti aspetti di natura geo-politica: i venti di guerra che soffiano dalla Corea del Nord e le conseguenze degli eventi atmosferici devastanti in Texas, in Florida ed in altre regioni degli Stati Uniti.

Di effetto Trump e situazione britannica abbiamo parlato nei due precedenti articoli, oggi ci soffermiamo sui restanti fattori, mentre la prossima settimana cercheremo di tirare le somme.

Dunque dicevamo: petrolio, sviluppo, guerre e uragani.

 

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Il petrolio è una variabile fondamentale nel panorama economico mondiale. Rappresenta tuttora la maggiore fonte energetica ed è normalmente pagato in dollari. La domanda di petrolio è alimentata soprattutto dalla grande industria, in particolare quella asiatica. Quando la produzione cinese o indiana crescono, il prezzo tende ad aumentare.

E’ vero che nel tempo sono state sviluppate anche fonti alternative quali il nucleare, le rinnovabili, il gas naturale, ma la dipendenza dell’industria mondiale dall’oro nero è ancora molto forte.

L’offerta è concentrata soprattutto nei paesi mediorientali, dove si trovano i maggiori giacimenti naturali, e in altre aree del mondo quali Russia, che usa però il petrolio soprattutto per l’industria interna, Africa e in misura minore Norvegia e Mar del Nord.

Essendo una risorsa naturale, essa è per definizione limitata anche se al momento non risultano problemi di scarsità e di approvvigionamento. I fattori che influenzano l’offerta sono di natura essenzialmente politica, in quanto gli stati produttori possono aumentare o diminuire la quantità riversata sul mercato a seconda delle proprie esigenze di bilancio e degli accordi finalizzati a mantenere elevato il prezzo.

L’andamento del prezzo del petrolio nel tempo influenza il cambio del dollaro e, viceversa, la maggiore o minore forza del biglietto verde incide sul livello della domanda. Generalmente si riscontra quindi che l’andamento del prezzo del petrolio e quello del cambio del dollaro hanno una correlazione inversa, nel senso che quando aumenta il petrolio, il dollaro diminuisce e viceversa.

In effetti nelle ultime settimane il costo del brent (il tipo di petrolio più scambiato sul mercato) al barile è aumentato dai 45 dollari di fine giugno ai 55 di questi giorni, mentre nello stesso periodo il dollaro si è ulteriormente indebolito, contro l’euro, da 1,12 a 1,20.

Come tutte le grandi leggi dell’economia, anche questa della correlazione inversa fra petrolio e dollaro non va presa troppo sul serio, soprattutto quando si tratta di dover investire i risparmi personali e non di esercitarsi in eleganti teoremi accademici.

Una sintesi ragionevole che si potrebbe tentare sul punto è che il prezzo del petrolio probabilmente non aumenterà ancora molto (salvo eventi politici imprevisti) e che il dollaro dovrebbe recuperare sull’euro.

L’altro elemento di giudizio è l’andamento economico delle tigri asiatiche e dei paesi in via di sviluppo. In questo momento molti dei sistemi che eravamo abituati a veder crescere a doppia cifra hanno rallentato la loro corsa: non che siano entrati in recessione, ma stanno crescendo ad un ritmo inferiore a quello degli ultimi anni.

Se dovessero tornare a correre, è ragionevole attendersi che aumentino di valore le loro valute nazionali (renmimbi cinese, rupia indiana, rublo russo, lira turca, ecc.) e che cresca anche il dollaro. La maggior disponibilità di risorse da investire da parte di sceicchi e mandarini, infatti, dovrebbe far aumentare la domanda di dollari e quindi – a parità di altre condizioni – un apprezzamento della divisa USA sui mercati valutari.

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L’effetto dei venti di guerra che soffiano dalla Corea del Nord sulla valuta americana è invece molto più difficile da prevedere. Si può solo dire che in questa fase le incertezze di Trump e i messaggi ondivaghi che giungono dalla Casa Bianca, come pure le difficoltà nel dialogo con Cina e Russia, potrebbero minare la credibilità e la fiducia nel dollaro. Se, come abbiamo visto, il biglietto verde funge anche da riserva di valore, è ragionevole attendersi qualche perplessità da parte di chi dovrebbe investire risorse in un paese gestito da una classe politica incapace di giocare un ruolo stabilizzante sullo scacchiere mondiale, e ostaggio di personaggi improbabili come il giovane satrapo coreano.

 

Qualora la guerra dovesse effettivamente scoppiare, e si trattasse di una guerra nucleare come minacciato, tutti i nostri discorsi cadrebbero e il cambio del dollaro sarebbe davvero l’ultimo dei nostri problemi.

 

Infine, ultimo in ordine di tempo, il fattore rappresentato dalle calamità che si sono abbattute in questa fine estate sugli Stati Uniti: Harvey in Texas, Irma in Florida e ora sembra José in New Jersey, con concreta minaccia anche su New York.

 

 

E’ ancora presto per una stima dei danni, ma se pensiamo che l’ultimo uragano che si è abbattuto sulla Grande Mela (Sandy nel 2012) costò alle casse federali circa 70 miliardi di dollari, è facile rendersi conto dell’impatto che questi fenomeni avranno sui conti pubblici, come pure sulle compagnie assicuratrici per i danni che saranno chiamate a rimborsare.

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Sicuramente il disavanzo USA crescerà e il budget verrà sforato: questo comporterà la necessità di aumentare le emissioni di Treasury Bond per finanziarlo e c’è da aspettarsi una certa pressione sul cambio del dollaro.

In questa situazione complessa, capire come si muoveranno le valute per impostare una razionale strategia di portafoglio non è facile. Possiamo però indicare alcune azioni ragionevoli da valutare, perché proprio nell’incertezza si nascondono spesso buone opportunità di guadagno: le vedremo nel prossimo articolo.