Detrazioni, Deduzioni e Ritenute

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Nella nostra brevissima e largamente incompleta rassegna sulle imposte dirette, ci siamo soffermati esclusivamente sulle persone fisiche, tralasciando le imprese. Non perché queste siano meno importanti, tutt’altro. E’ solo che la tassazione sulle aziende di produzione di beni e servizi è notevolmente complessa, e richiederebbe un livello tecnico troppo specialistico.

Limitiamoci ad evidenziare le differenze dei due sistemi impositivi. La prima è quella della progressività, su cui ci siamo a lungo soffermati nell’articolo precedente. Mentre la tassazione sulle persone fisiche, e sugli enti non commerciali che a queste sono fiscalmente assimilati, è progressiva, quella sulle imprese è proporzionale. Limitandoci alla principale imposta diretta sulle imprese, l’IRES (imposta sul reddito delle società), l’aliquota è unica ed è del 27,5%.

Nel caso delle società, infatti, la progressività sarebbe inutile: basterebbe che ciascuna di esse suddividesse il proprio volume di affari in tante imprese, ognuna delle quali con un reddito pari all’aliquota minima.

Soprattutto, la differenza fra persone fisiche e imprese è nel sistema di tassazione: mentre queste ultime (gli enti commerciali, nella denominazione ufficiale) sono tassate sulla base del risultato di bilancio, le persone fisiche subiscono distinte imposizioni per ogni tipologia di reddito. Si avranno così redditi di terreni, di fabbricati, di lavoro dipendente, di capitale, diversi.

Le imprese determinano quindi l’utile come differenza fra ricavi e costi (quelli ovviamente considerati detraibili), e su tale differenza viene calcolata l’imposta. Al contrario, le persone fisiche possono dedurre dal reddito o detrarre direttamente dall’imposta solo alcuni tipi di spese, e in genere entro precisi limiti.

Le deduzioni fiscali riguardano particolari spese (come ad esempio le ritenute assistenziali e previdenziali, gli assegni periodici al coniuge separato o divorziato; i contributi per la pensione complementare; le erogazioni liberali in favore di università o fondazioni universitarie), che si possono sottrarre dal reddito per ottenere l’imponibile, ovvero la base su cui calcolare l’imposta. Le detrazioni sono invece costi sostenuti (interessi sul mutuo per l’abitazione di residenza; contributi alle ONLUS; acquisto di farmaci o spese mediche) che possono essere portati, fino a una certa percentuale, in diminuzione dell’imposta dovuta.

Al di là del linguaggio, piuttosto astruso e di difficile comprensione, un facile esempio aiuterà a capire le differenze. Prendiamo in esame un individuo che abbia un reddito di 10.000 € e aliquota del 23%. Se ha pagato 5.000 €, ad esempio, di assegno di mantenimento al coniuge separato, potrà dedurre dal reddito l’intero importo e pagherà un’imposta di € 1.150, con un identico risparmio fiscale. Se invece avesse speso lo stesso importo in farmaci o spese mediche, potrebbe detrarre dall’imposta solo € 925[1], e pagare € 1.375.

Una situazione paradossale si verificherebbe se il nostro ipotetico contribuente avesse speso tutti i 10.000 € del suo reddito in spese mediche. Rispetto all’imposta teorica di € 2.300, il nostro sfortunato eroe potrebbe detrarre solo 1.875, dovendo così pagare 425 €, che non saranno molte ma di cui, nella fattispecie, non dispone, dovendo indebitarsi. Se invece avesse speso tutti i 10.000 € in una spesa deducibile, non avrebbe dovuto pagare alcunché.

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Altra particolarità del nostro sistema, anche questa piuttosto originale rispetto agli altri paesi, è quella delle ritenute a titolo di acconto e degli acconti di imposte. L’obiettivo è quello di far coincidere il momento della percezione del reddito con quello del pagamento delle imposte. In effetti, la logica sarebbe un po’ diversa: PRIMA accerto il reddito e l’imposta che devo pagare, considerando anche le varie detrazioni e le eventuali modifiche della situazione fiscale, e solo DOPO pago quello che devo pagare.

Come si vede, anche in questo caso la norma è penalizzante per il contribuente. Come è noto, infatti, i lavoratori dipendenti ricevono lo stipendio già al netto della ritenuta d’acconto, che il datore di lavoro versa direttamente all’erario sulla base dell’aliquota che avrebbe se guadagnasse tutti i mesi quella cifra.

Semplificando molto, poniamo il caso che il nostro lavoratore guadagni 2.000 € lorde al mese: l’erario, presumendo che guadagni 24.000 €, dispone che debba pagare un’imposta di € 5.970, ovvero 497,5 al mese. Il datore di lavoro verserà perciò € 1.502,5 € netti. Alla fine dell’anno fiscale, idealmente, in sede dichiarazione dei redditi, il nostro eroe andrà da un lato a calcolare l’imposta dovuta e dall’altro a sommare tutte le ritenute subite, pagando a conguaglio la differenza o facendo emegere un credito. Tutto bene se le cose non cambiano, ma se ad esempio il nostro venisse licenziato dopo la busta paga di febbraio, ben difficilmente rivedrà i quasi 1.000 € che gli sono stati trattenuti.

In questo sistema c’è una componente finanziaria, rappresentata dal vantaggio dell’erario che può riscuotere prima le imposte e gestire i fondi con un consistente anticipo (che può arrivare anche ad un anno solare), ma c’è anche una componente di sostanziale sfiducia dello Stato nei confronti dei contribuenti. Delle serie: preferisco incassare prima ancora che tu riscuota, così sono sicuro che non te ne dimentichi o non evadi. Così molti preferiscono, da pensionati, trasferirsi ad esempio in Portogallo, dove – oltre a pagare un’aliquota più bassa – si riceve la pensione al lordo e poi, a tempo debito, si pagano le imposte.

Bisogna riconoscere che negli ultimi anni molti passi avanti sono stati fatti dal legislatore per ridurre i disagi e le ingiustizie subite dai contribuenti, anche se si tratta di miglioramenti di procedure a saldo zero, ovvero senza nessuno svantaggio economico per il fisco. D’altra parte, la necessità di reperire risorse sempre maggiori rende molto difficile, come si diceva all’inizio di questa mini-serie, ridurre il carico tributario che grava sulle spalle dei cittadini, nonostante le promesse dei politici.

 


[1] La detrazione di imposta per farmaci e spese mediche è consentita per il 19% dell’importo eccedente la franchigia di € 129,11.

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AVVISO AI NAVIGANTI – Navigare a vista

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I richiami delle sirene sono forti, la liquidità è molta e i fondi sono tutti sotto investiti. Le autorità monetarie invitano alla fiducia, e Super Mario ha replicato, quasi in articulo mortis (visto che la scadenza del suo incarico è ormai prossima), la versione 2019 del “whatever it takes”. 

Tutto davvero molto bello, anche i mercati sembrano tenere, almeno per questo scorcio d’anno. Addirittura lo spread galleggia, pur in prossimità dell’annunciata procedura di infrazione UE.

Tuttavia il Nostromo invita alla prudenza: meglio stare sotto costa, navigare a vista e tenersi le scorte per i tempi difficili, o magari anche per qualche incursione “piratesca” quando ce ne saranno le condizioni.

 

IL NOSTROMO

 

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Progressività e Piattezza: la Flat Tax

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Se tutti pagassimo di tasse la stessa percentuale sul  reddito, che in termine tecnico si chiama “aliquota”, saremmo in una situazione di perfetta tax flat, ovvero “tassa piatta”, uno degli obiettivi dell’attuale compagine governativa italiana. Coloro che hanno redditi più elevati sarebbero dunque più avvantaggiati rispetto al nostro sistema fiscale attuale, nel quale la Costituzione prevede, come abbiamo visto nell’articolo precedente, la progressività dell’imposizione.

Le attuali aliquote delle imposte sul reddito (definite da un sistema progressivo “a scaglioni”, ovvero a intervalli), vanno infatti dal 23% per lo scaglione più basso, fino a 15.000 Euro, al 43% di quello più alto. Ciò significa che chi ha un reddito annuo di 10.000 € pagherà 2.300 € di IRPEF, mentre chi ha un reddito di un milione di Euro all’anno ne pagherà 423.170.

In sostanza, quindi, chi ha il reddito più basso ne pagherà il 23% al fisco, chi ha quello più alto, nel nostro caso, ne pagherà oltre il 42%. Il presupposto alla base della norma costituzionale consiste nel fatto che per i meno abbienti le imposte sono più onerose, ovvero che una stessa percentuale può risultare nel primo caso insostenibile e nel secondo caso molto meno pesante.

I lettori più attenti avranno notato che il 43% di 1.000.000 è in realtà pari a 430.000, mentre l’importo che abbiamo indicato è inferiore. Il motivo sta nel fatto che il metodo previsto nel nostro sistema è quello della progressività per scaglioni, ovvero vengono indicati cinque intervalli di reddito[1] ad ognuno dei quali si applicherà un’imposta pari a quella dello scaglione precedente più la percentuale calcolata sulla parte residua. Nel nostro caso, ad esempio, lo scaglione di reddito precedente è quello che arriva fino a 75.000 €, con aliquota del 41%, e che al massimo prevede un’imposta di € 25.420. Tale imposta va aumentata del 43% della parte residua (ovvero di 1.000.000 – 75.000), pari a 925.000, cioè di € 397.750, giungendo così all’importo dovuto di 423.170 €.

La ratio della progressività sta nel fatto che il peso delle imposte per il cittadino è tanto meno gravoso quanto più alto è il suo reddito. Nel nostro esempio, il primo contribuente resterà con 7.700 € di reddito disponibile, mentre il secondo con 576.830 €: pur avendo pagato aliquote diverse, il peso sostenuto per il carico tributario è in generale da considerarsi equo.

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Se avessimo invece un’aliquota unica, appunto flat (piatta), mettiamo pure per ipotesi al livello della minore, il 23%, il cittadino più ricco pagherebbe solo 230.000 €, restando con un reddito disponibile di 770.000: come si vede, una soluzione senz’altro a lui più favorevole. Lo sarebbe anche se l’aliquota unica fosse intermedia, diciamo del 30 o 35%, e lo sarebbe ancora di più se volessimo applicare un’aliquota che mantenesse il gettito invariato, come dovrebbe essere per non peggiorare, a parità di tutto il resto, il bilancio dello Stato. La misura sarebbe quindi una vera e propria redistribuzione del reddito dalle classi a minor reddito a quelle più abbienti.

Se invece si volesse lasciare invariato il peso fiscale per i più poveri, una manovra del genere dovrebbe essere compensata da minori spese oppure da un aumento del deficit, il disavanzo fra entrate e uscite pubbliche. Questo è uno dei motivi della diatriba fra il Governo italiano e la Commissione UE.

Naturalmente si tratta di scelte politiche legittime, una volta che siano passate al vaglio degli elettori. La scelta di favorire un ceto sociale rispetto ad un altro rientra pienamente nell’indirizzo politico e, anzi, la fiscalità è ormai l’unica leva di politica economica che gli stati nazionali dell’Unione ancora hanno a disposizione, essendo quella monetaria concentrata a Francoforte. Per questo l’unificazione fiscale sarà l’ultimo vero passo dell’unità europea, se mai ci arriveremo.

Ciò che non si può fare, in un sistema aperto, è ignorare i vincoli di bilancio. Non è l’Unione Europea che lo impone, ma le regole elementari di amministrazione. Non si può espandere il deficit all’infinito, ma solo nella misura in cui sia possibile trovare qualcuno che lo finanzi: tipicamente esso comporta infatti l’aumento del debito, a condizione che ci sia chi acquista i titoli del nostro debito. Ma per far questo, si deve dimostrare di avere i conti in ordine: chi concederebbe nuovo credito a un soggetto fortemente indebitato e in dissesto?

Legittimo, e anzi giusto, proporsi di ridurre il peso del fisco per i contribuenti. Occorre però indicare anche come far fronte al conseguente fabbisogno che se ne originerebbe. Inoltre, nel nostro sistema, l’abolizione della progressività delle imposte sul reddito richiederebbe una modifica della Costituzione, cosa non impossibile ma neanche scontata.

La flat tax, come tutte gli altri strumenti di alleggerimento dell’onere tributario, ha la sua ragion d’essere nel fatto che, aumentando il reddito disponibile per i cittadini, questi sarebbero portati ad aumentare la loro domanda di beni di consumo e di investimento, dando avvio a un circuito virtuoso di incremento del reddito attraverso il meccanismo del moltiplicatore[2].

Ci si dovrebbe chiedere, però, quale misura di beneficio fiscale sia più idonea a rendere massimo questo effetto: una riduzione di tasse per i redditi più alti, per quelli più bassi, oppure per le imprese. Normalmente sono i meno abbienti che hanno una maggiore propensione a consumare, per cui si può ritenere che una stessa riduzione di imposte per i redditi più bassi abbia un effetto moltiplicativo maggiore sui consumi, e sia quindi più efficace; mentre una riduzione di imposte per le imprese porti soprattutto a maggiori investimenti, e quindi all’aumento di domanda per beni di investimento.

In realtà si tratta sempre di enunciazioni teoriche, perché è comunque possibile che le risorse addizionali acquisite vengano invece impiegate per ridurre debiti preesistenti. E’ solo a posteriori che si può valutare la reale efficacia di una misura di agevolazione fiscale.

Nel prossimo articolo parleremo ancora di imposte dirette, e in particolare del sistema delle ritenute d’acconto e delle detrazioni, dopo di che ci occuperemo di quelle indirette, che vengono applicate non nel momento della produzione di ricchezza ma in quello della sua spesa o consumo.

La storia continua…

 

 

 

 

 

 

 


[1] I vigenti scaglioni di reddito, con le relative aliquote, per l’IRPEF sono i seguenti: fino a € 15.000 23%; da 15.001 a 28.000 28%; da 28.001 a 55.000 38%; da 55.001 a 75.000 41%; oltre 75.000 43%.

[2] Si veda, al proposito, il nostro articolo https://marcoparlangeli.com/2018/01/23/labc-delleconomia-consumo-e-consumismo/ del 23/1/2018, nel quale abbiamo di cercare in modo dettagliato il meccanismo del moltiplicatore keynesiano.

AVVISO AI NAVIGANTI – Il calabrone della finanza

Secondo alcuni autorevoli testi di tecnica aeronautica, il calabrone non può volare a causa della forma e del peso del proprio corpo, in rapporto alla superficie alare. Ma il calabrone non lo sa e perciò continua a volare.

A parte la presunta falsità del paradosso del calabrone, il Nostromo vede nei mercati di oggi una situazione analoga. Con i conti pubblici fuori controllo, il governo diviso e una procedura di infrazione UE alle porte, dovremmo essere al tracollo finanziario. Invece lo spread tutto sommato resiste e i mercati, anche se con fatica, galleggiano.

 

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Speriamo di non fare come Wile Coyote che corre nel vuoto fino a che non guarda di sotto e, rendendosi conto di dove si trova, precipita.

IL NOSTROMO

TASSE E BALZELLI

E’ giusto pagare le tasse? E quanto? E come?

Come promesso (o minacciato…) dedichiamo una mini-serie ai fondamentali dell’imposizione fiscale. Sarà un viaggio breve, e come al solito di natura divulgativa, pertanto chiediamo scusa fin d’ora ai nostri lettori più esperti se non affronteremo in modo tecnico e specialistico tutti gli aspetti del diritto tributario. Preferiamo però condividere i principi essenziali e l’ABC della materia, per aiutare tutti a capire di cosa si tratta.

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Si parla molto, anche troppo, di tasse. Il problema è che spesso se ne parla male. Tutti i politici, indistintamente e giustamente, mettono il fisco al centro dei loro programmi politici, promettendo che se fossero eletti diminuirebbero sensibilmente il carico tributario per cittadini e imprese. Poi però, stretti fra i vincoli del bilancio e la necessità di reperire sempre maggiori risorse pubbliche, inevitabilmente lo aumentano, rendendosi conto che in effetti la coperta è troppo corta: se la si tira da un parte, un’altra rimane scoperta.

Il compianto prof. Tommaso Padoa Schioppa, quando era Ministro dell’Economia, aveva una certa inclinazione per le battute e locuzioni ad effetto: fu lui a coniare, fra l’altro, i termini “tesoretto” e “bamboccioni”. La più celebre fu certamente : “E’ bellissimo pagare le tasse”, che gli attirò gli strali di molti seriosi commentatori politici che certamente non apprezzavano il sottile humor di matrice britannica. Eppure il ministro aveva ragione, perché pagare le tasse è davvero bello, a patto che si abbia un reddito che le giustifichi, che il sistema impositivo sia equo, che lo Stato impieghi le risorse così reperite in modo efficiente e soprattutto che tutti le paghino.

Purtroppo queste condizioni, in Italia, non sempre si verificano, anzi talvolta sono clamorosamente assenti, tanto che molto spesso chi paga le tasse si sente ingiustamente vessato e impotente.

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Vediamo di entrare un po’ nel dettaglio del sistema, partendo da quello che la Costituzione dispone nell’articolo 53 (Sezione I – Diritti e doveri dei cittadini – Titolo IV – Rapporti politici), che recita:
“Tutti sono tenuti a concorrere alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva.
Il sistema tributario è informato a criteri di progressività.”

I concetti qui richiamati sono sostanzialmente tre: l’utilizzo del gettito (ovvero delle somme che lo Stato incassa con le imposte) per coprire il fabbisogno derivante dalle spese pubbliche; la capacità contributiva (ovvero la correlazione al reddito); la progressività (il meccanismo che impone a chi ha redditi maggiori di pagare una parte maggiore del proprio reddito rispetto a chi ha redditi minori).

Sembrano concetti del tutto lineari e condivisibili, impossibili da mettere in discussione. Eppure, come vedremo, nel nostro sistema impositivo non sempre sono rispettati. Iniziamo dal primo.

Il gettito serve a pagare le spese pubbliche. Lo Stato, attraverso la Pubblica Amministrazione, eroga una serie di servizi considerati indispensabili e rivolti a tutti i cittadini. Si tratta, a ben vedere, di una forma di redistribuzione del reddito: per consentire a tutti, anche ai meno abbienti, di usufruire di questi servizi, è necessario che tutti contribuiscano, a seconda della loro capacità. Probabilmente chi ha grandi redditi potrebbe anche fare a meno di quei servizi o potrebbe tranquillamente pagarseli, ma chi non ha questa capacità sarebbe in grande difficoltà. Si pensi all’istruzione, alla sanità, all’amministrazione della giustizia, all’ordine pubblico e così via.

Le imposte servono a consentire un livello di vita dignitoso anche a chi non ha mezzi sufficienti, e questa è sicuramente una conquista delle società moderne. Il “contratto sociale” alla base dello Stato prevede che la comunità si faccia carico delle necessità dei meno abbienti. Si tratta di un principio presente sia nei fondamenti del cattolicesimo, il solidarismo, che nel marxismo (”a ognuno secondo il suo bisogno, da ognuno secondo le sue possibilità”).

Occorre precisare che le imposte sono generiche e non relative a particolari spese; diverso è il concetto di “tasse”, che sono invece il corrispettivo specifico per un particolare servizio fornito dalla Pubblica Amministrazione, come nel caso delle tasse scolastiche (le paga solo chi va a scuola) o degli oneri di urbanizzazione (li paga solo chi edifica in un’area non ancora urbanizzata). In genere le tasse non coprono l’intero onere che la Pubblica Amministrazione sostiene per quel servizio, ma solo una parte. Il resto è a carico del bilancio dello Stato, che a tal fine utilizza proprio il gettito tributario. Anche quando vengono istituite imposte a fronte di specifiche e straordinarie emergenze (ad esempio terremoti o disastri naturali), queste confluiscono nel bilancio dello Stato, e da qui si attinge per fronteggiare la spesa. Infatti molto spesso, quando l’emergenza è finita, l’imposta resta e da straordinaria diventa ordinaria.

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L’altro concetto base della previsione costituzionale è quello della capacità contributiva. Come abbiamo visto nell’articolo precedente, questo deve essere necessariamente posto in relazione al reddito, poiché il presupposto è che, una volta pagate le tasse, il contribuente abbia comunque i mezzi per condurre un livello di vita dignitoso. Detto in altri termini, le imposte non devono mai essere spoliative, cosa che può verificarsi nel caso di imposte patrimoniali, quando a fronte di un patrimonio non ci sia comunque un reddito con cui far fronte all’onere tributario.

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La capacità contributiva è strettamente collegata al terzo concetto costituzionale, quello della progressività, che in effetti è il meno intuitivo ed elementare dei tre, e del quale parleremo in dettaglio nel prossimo articolo.

AVVISO AI NAVIGANTI : mezzo pieno o mezzo vuoto?

Certo, basterebbe prendere un bicchiere più piccolo…

Gli ottimisti a oltranza guardano i dati USA, peggiori delle previsioni, e pensano che la Fed debba mantenere i tassi al livello minimo, abbandonando i propositi di austerità. Guardano i fondi e li vedono molto liquidi, pronti ad aspettare un segnale per tornare ad investire le risorse che il formidabile avvio del 2019 ha portato in cassa. Guardano le quotazioni del BTP decennale e vedono il titolo in crescita, nonostante tutto.

Il nostromo invece non si fida e prima di riprendere la navigazione vorrebbe vedere qualche segnale vero di ripresa. Per il momento, meglio restare in porto. Non vi fidate.

IL NOSTROMO

 

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IL FISCO CATTIVO

Prepariamoci per l’aumento dell’IVA e la patrimoniale in autunno

Verrebbe da dire: hai voluto la bicicletta? Ora pedala!

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A meno di un’improbabile caduta del governo nei prossimi mesi, e nonostante le smentite del premier e dei vice, in autunno dovremo preparaci a una legge di bilancio che consenta alle esauste casse dello Stato di reperire almeno 35 miliardi di euro aggiuntivi. Sarà quindi una finanziaria di entità molto simile a quelle epiche di Monti ed Amato.

Le misure cardine, per consentire il finanziamento di reddito di cittadinanza, quota 100 per le pensioni e flat tax (1) – tutte misure contenute nel “contratto di governo” sottoscritte dall’attuale coalizione – sono sostanzialmente due: l’aumento dell’IVA, pressoché certo, e l’introduzione di una patrimoniale, ritenuta molto probabile.

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L’aumento dell’IVA è già stato deciso: quella ordinaria passerà dall’attuale 22 al 25,2% nel 2020 e al 26,5% nel 2021, quella agevolata dal 10 al 13%, a meno che non si riescano a trovare 23 miliardi di Euro per l’anno prossimo e 29 per quello successivo.

Sulla patrimoniale, il discorso è più complesso perché, trattandosi di un’imposta non presente nel nostro ordinamento, e molto probabilmente anticostituzionale, non è noto il meccanismo di imposizione, né tanto meno il possibile gettito. Si può però fare riferimento agli altri paesi dell’Unione Europea, in realtà pochi, in cui tale forma di imposizione è in vigore, pur con modalità diverse. In effetti, mentre nel 1990 i paesi che avevano una patrimoniale erano 12, oggi sono solo tre: Francia, Spagna e Norvegia.

I dati sul gettito nei tre paesi non sono facilmente reperibili. L’unico che sembra avere qualche attendibilità (2) è quello relativo alla Francia che, dopo i correttivi introdotti da Sarkozy, dovrebbe essere intorno ai 4 miliardi all’anno, un importo ben lontano dal fabbisogno da coprire. In Francia l’imposta fu introdotta da Mitterrand nel 1982, poi abolita e successivamente reintrodotta da Chirac, e finalmente ridimensionata dal precedente capo di Stato, che ne portò il limite minimo di imposizione da 800.000 a 1.300.000 € e introdusse un massimale del 50% del reddito familiare fra questa e l’imposta sul reddito.

Le due misure paventate, aumento dell’IVA e patrimoniale, sono destinate a incidere molto, e molto negativamente, sulla nostra vita e per questo – pur consapevoli che i temi fiscali sono piuttosto noiosi – può essere interessante spenderci qualche riflessione. A beneficio dei nostri lettori meno esperti, riteniamo utile anche, nei prossimi articoli, spiegare le basi degli aspetti tributari del nostro sistema.

Per ora restiamo al tema della prossima finanziaria e al salasso in arrivo.

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Sull’aumento dell’IVA, niente da dire. Aumenterà l’inflazione, i consumatori spenderanno di più, ma alla fine è il corrispettivo per le agevolazioni che si vogliono introdurre: il famoso reddito di cittadinanza, la quota 100 per le pensioni e la flat tax. Si tratta di una misura redistributiva, trasferendo risorse da alcuni settori a quelli che beneficeranno delle nuove misure. La politica è questo: fare delle scelte, e votando in grande maggioranza per i giallo-verdi, che sul tema erano stati chiari nei loro programmi elettorali, gli italiani hanno deciso di appoggiarli. La conferma, almeno per il principale partito di governo (la Lega di Salvini), è arrivata forte e chiara con le elezioni europee.

Ovviamente nel programma elettorale non si parlava di aumento dell’IVA, ma alla prova dei fatti le risorse vanno trovate. Il rapporto deficit-PIL , già superiore al 3% in partenza, è destinato a peggiorare per effetto del reddito minore delle previsioni; la spesa pubblica è incomprimibile, anzi soggetta a consistenti aumenti. Il governo del cambiamento ci ha detto che le risorse mancanti si sarebbero reperite con la lotta all’evasione fiscale. Bello, ma forse già sentito anche in passato.

Quello che veramente non quadra è la patrimoniale.

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La nostra costituzione obbliga tutti “a contribuire alle spese pubbliche in ragione della loro capacità contributiva”, che si riferisce a nostro avviso chiaramente al reddito. Chi non ha reddito, non può avere capacità contributiva anche se è dotato di un ingente patrimonio. Per pagare le imposte sul patrimonio dovrebbe infatti venderne una parte ed impoverirsi. Non è in discussione che si debbano pagare le tasse sul reddito del suo patrimonio, ad esempio sugli interessi dei titoli oppure sugli affitti dell’immobile. Ma se il patrimonio non produce alcun reddito, non c’è capacità contributiva.

In Italia c’è un precedente (odiato) di imposta sul patrimonio conclamata: quella sul 6 per mille introdotta dal Governo Amato nel 1992 sulle giacenze di conto corrente. E poi c’è quello di un’imposta patrimoniale “mascherata”, ovvero l’I.S.I. (imposta straordinaria sugli immobili), poi trasformata in I.C.I. e infine in I.M.U. L’imposta è presentata come basata sul reddito in quanto la metodologia di calcolo parte dalla rendita fondiaria, una misura virtuale di quanto si può ricavare dal proprio immobile, anche se lo si abita direttamente o lo si tiene libero a disposizione.

Come si misura il patrimonio? E che aliquota fissare? Se uno ha debiti, vengono detratti? Oppure è un onere sulle “attività” e non sul patrimonio? Le domande sono molte e a queste non ci sono ancora risposte plausibili. Sicuramente non ci sarà un dibattito, come sarebbe necessario quando si stravolgono le regole di base del nostro ordinamento, ovvero la Costituzione, e una bella mattina ci sveglieremo tutti più tassati e più poveri.

 

(1) Per flat tax, o “tassa piatta”, si intende un’aliquota unica per tutte le imposte sul reddito, modificando l’attuale sistema di progressività, secondo il quale l’aliquota (ovvero la percentuale di reddito da pagare come imposta) cresce al crescere dello scaglione di reddito. Sul concetto torneremo più avanti
(2) Stefano Cingolani, “I venti della patrimoniale”, Il Foglio 11/5/2019

Avviso ai naviganti: Sarà ancora lunga

Il mese delle rose finisce oggi; il tempo delle spine continuerà invece ancora per molto, ahimè.

Dura per tutti, durissima per l’Italia. Sembra il film già visto l’anno scorso, speriamo solo che il finale sia diverso. Brexit e guerra commerciale USA-Cina già c’erano, quest’anno in più ci sarà per noi la “manovrina” che si porterà dietro aumento dell’IVA e l’imposta patrimoniale.

E in autunno partirà anche la giostra delle elezioni USA, dove Trump è Trump e i nomi che almeno per ora vengono fatti per lo sfidante democratico non sembrano grandi beniamini dei mercati.

Chi va per mare dovrebbe essere ottimista, a prescindere. Ma il nostromo non riesce a vedere, per quanto si sforzi, grandi motivi per essere fiducioso.

 

IL NOSTROMO

 

Puntare, mirare, fuoco!

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Una volta definita la short list dei titoli nel mirino con le indicazioni che abbiamo dato nel precedente articolo, basta concentrarsi su quelli prescelti, seguendone l’andamento. Rispetto ai valori correnti, per ogni titolo occorre dunque individuare il livello minimo di profitto che ci proponiamo (nel nostro caso, avevamo detto il 5%) e la perdita massima che siamo disposti ad accettare, calcolando i relativi prezzi di uscita nei due casi.

I concetti di take profit (TP) e stop loss (SL) sono molto importanti in finanza: per ogni investimento bisogna aver presente il livello al quale, secondo la nostra strategia, si deve vendere o perché si è conseguito l’utile che ci eravamo proposti o, al contrario, perché siamo arrivati alla massima perdita sostenibile. Nel primo caso, favorevole, anche se la quotazione sta crescendo e ci piacerebbe arrotondare il guadagno, può infatti succedere che una brusca inversione di tendenza faccia scivolare il prezzo sotto quel livello, vanificando la possibilità di guadagno. Nel secondo caso, negativo, quando un titolo inizia a scendere, è molto pericoloso tenerlo oltre il livello di SL sperando in un recupero, perché potrebbe crollare ancora (e in genere succede), amplificando la perdita.

Per evitare brutte sorprese, è indispensabile agire con prudenza e praticare una costante autodisciplina.

Supponiamo, ad esempio, di aver inserito nella nostra lista il titolo ENI, blue chip del settore energetico nazionale, peraltro un titolo di grande solidità e valore, e che la sua quotazione corrente sia 14,5. Il nostro pacchetto obiettivo (avevamo stabilito singoli investimenti nell’ordine di € 20,000) sarà quindi di 1350 azioni, il TP intorno a 15,25, con un guadagno lordo di € 1.012,5 e, se consideriamo accettabile una perdita massima di € 1,500, lo SL sarà intorno a 13,4.

Ciò significa che se entriamo oggi a 14,5, la nostra strategia ci indica di uscire in utile a 15,25 oppure in perdita a 13,4. Se nel corso dell’investimento il titolo staccasse un dividendo di 1 € per azione, naturalmente i due livelli si modificherebbero rispettivamente in 14,25 (quando viene pagato il dividendo, il prezzo del titolo in genere scende) e 12,4, rendendo tutto più semplice. Stessa cosa se riuscissimo ad entrare, grazie ad un buon timing di ingresso, a un livello inferiore a quello corrente.

Se andiamo a vedere gli indici di borsa sul titolo ENI, troviamo P/E a 12,68 e P/BV a 1,03, livelli che in prima approssimazione possiamo considerare accettabili per entrare. Se guadiamo i grafici a 3 e 6 mesi, vediamo che la performance è stata rispettivamente di – 2,9% e – 4,8%; che negli ultimi due mesi il titolo ha subito una discreta flessione e che nell’ultimo anno il valore minimo è stato 13,4 e il massimo oltre 16. Sono tutti elementi favorevoli per un possibile ingresso. Un esame un po’ più approfondito dovrebbe comprendere anche la valutazione dei target price ovvero dei prezzi “equi” secondo il parere degli analisti, ma questo ricede l’accesso a informazioni non immediatamente reperibili, salvo sottoscrivere abbonamenti a qualche società di informazione (tipo Bloomberg o Reuters) o appoggiarsi a un consulente.

Una volta verificato che siamo in “zona acquisto”, non resta che attendere il momento giusto. Con un po’ di pazienza, dovremmo aspettare una flessione temporanea del pezzo, in modo da guadagnare almeno qualche altro decimale nell’entry point, ovvero nel prezzo di acquisto.

Se tutte le condizioni di cui sopra sono verificate, faremo un investimento ben calibrato e ponderato, coerente con la nostra strategia e con gli elementi di giudizio disponibili in quel momento; se le nostre valutazioni sono corrette, molto probabilmente riusciremo a portare a casa il profitto che volevamo. Se invece le cose dovessero mettersi male, dobbiamo essere pronti a vendere quando il prezzo dovesse raggiungere il livello di SL.

Per seguire in modo efficace tutti i nostri investimenti, è necessario tenere a portata di mano tutte le informazioni raccolte in fase di analisi, per confrontarle con la performance effettiva. A questo punto un buon foglio elettronico (spreadsheet) è pressoché indispensabile: il programma più utilizzato è in genere Excel, facile da usare e di grande versatilità.

Il nostro consiglio è di costruirne uno calibrato sulle proprie esigenze. Ad esempio, per un portafoglio medio con 7/8 categorie di strumenti finanziari e più rapporti bancari, potremmo fare tanti fogli quanti sono i dossier, e in ciascun foglio i singoli titoli raggruppati per asset class. In un foglio iniziale “desktop” potrebbero poi essere riepilogati sia i saldi delle banche che quelli delle categorie di titoli, così da avere sott’occhio, ad ogni aggiornamento, il valore di mercato complessivo e la plusvalenza o minusvalenza rispetto al costo d’acquisto.

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Per ogni titolo dovrebbe essere riportato il costo, il valore di mercato e la conseguente plus/minusvalenza, nonché i livelli di take profit e stop loss inizialmente definiti.

Un’utile implementazione potrebbe essere quella di riportare nel desktop anche l’asset allocation strategica e il conseguente scostamento rispetto a quella effettiva.

In sintesi, il nostro file di Excel “patrimonio finanziario” dovrebbe avere i seguenti fogli:

DESKTOP, BANCA X, BANCA Y, BANCA Z, etc.

In ogni foglio, i titoli dovrebbero essere riportati con tutte le informazioni specifiche raccolte:

CODICE ISIN, DENOMINAZIONE, QUANTITÀ, PREZZO DI CARICO, VALUTA DI ACQUISTO, CONTROVALORE DI ACQUISTO, PREZZO DI MERCATO, PLUS/MINUSVALENZA, TAKE PROFIT, STOP LOSS, CATEGORIA.

In quest’ultima cella, quella delle asset class, dovrebbe essere indicato il numero corrispondente, come ad esempio:

 

  • Liquidità
  • Azioni Italia
  • Azioni Estero
  • Obbligazioni Italia 1-3 anni
  • Obbligazioni Italia > 3 anni tasso fisso
  • Obbligazioni Italia > 3 anni tasso variabile
  • Obbligazioni Estero 1-3 anni
  • Obbligazioni Estero > 3 anni tasso fisso
  • Obbligazioni Estero > 3 anni tasso variabile
  • Polizze vita …

e così via.

Con uno strumento del genere, da aggiornare ogni due o tre giorni, o al massimo ogni settimana attraverso i valori che ogni banca rende consultabili online sulle proprie piattaforme di home banking, avremo la possibilità di valutare come sta andando il portafoglio e, in caso, prendere per tempo le necessarie contromisure evitando brutte sorprese. Se riusciamo a mantenere una disciplina costante e ci atteniamo alla nostra asset allocation, potremo sempre limitare le eventuali perdite all’entità che avevamo considerato sostenibile e, salvo andamenti imprevisti del mercato, riusciremo a realizzare i nostri obiettivi di rendimento.

Avviso ai Naviganti: State bassi!

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Alla fine non succederà niente. Anche queste elezioni passeranno e purtroppo – a parte gli eletti e i trombati – fra pochi mesi nessuno se ne preoccuperà più. Anche perché in questa campagna elettorale di tutto si parla fuorché d’Europa, purtroppo.

Tuttavia i mercati sono cauti, per non dire diffidenti, come avevamo ampiamente previsto. Per questo il Nostromo consiglia ancora di non agitarsi: meglio stare fermi, in rada, e al limite fare un po’ di cambusa che può tornare utile nei momenti di futura disperazione.

 

A proposito, i fondi stanno accumulando liquidità. Questa potrebbe essere una buona notizia.

Estote parati

 

IL NOSTROMO