Cosa succede nel Bel Paese?

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La scorsa settimana abbiamo esaminato, seppur in modo molto sintetico, le tendenze dello scenario economico in America, in Cina e in Europa, finalizzate ad acquisire utili indicazioni per la gestione del nostro portafoglio. Riepilogando, a costo di sfidare l’eccessiva semplificazione:

semaforo verde per azionario USA, azionario mercati asiatici ed emergenti, azionario Europa (ma con giudizio) e obbligazionario Europa;

semaforo rosso: obbligazionario USA, dollaro

e, in ogni caso, cinture allacciate per la volatilità che si annuncia sempre sostenuta.

Se restringiamo il focus al nostro paese, vediamo una situazione oggettivamente non positiva, nonostante le frequenti rassicurazioni del Governo, che sembrano sempre più un “dovere d’ufficio” che non una rappresentazione corretta della situazione. Parlare di crescita dell’economia italiana e basare su stime in aumento anche la legge di bilancio per il 2019, ci pare eccessivamente ottimista.

Se il prodotto interno lordo andrà peggio del previsto, infatti, ciò potrà dar luogo a tre possibili conseguenze: un aumento del debito pubblico; la necessità di far crescere le entrate (ovvero le imposte) oltre le previsioni; la necessità di ridurre ulteriormente le spese – o, naturalmente, una combinazione dei tre effetti.

A parte la prima strada, che incontrerebbe la decisa opposizione dell’Europa ma anche difficoltà sui mercati per ricercare chi possa finanziare il maggior debito, negli altri casi sarà indispensabile porre mano a una manovra di bilancio aggiuntiva, eventualità che fino ad ora il Governo ha decisamente escluso.

Con tutta la buona volontà, è veramente difficile pensare che – contrariamente a quanto prevedono tutte le agenzie nazionali e sovranazionali di analisi economica ad eccezione di quelle governative – il reddito nazionale possa crescere nel corso del 2019. Anzi, siccome dopo due trimestri consecutivi di risultato negativo, tecnicamente si parla di recessione, possiamo dire a ragione di trovarci di nuovo in un periodo di recessione.

Inutile nascondere il fatto che in questo momento l’Italia rappresenta l’anello debole della catena economica continentale, forse più ancora di paesi storicamente deboli quali Portogallo, Grecia, Irlanda e Spagna. Il sistema produttivo, dopo la lunghissima ed estenuante crisi iniziata nel 2007, è in fase di faticosa ripresa e soprattutto le aziende esportatrici hanno ricominciato a produrre utili, dopo che molte di esse sono state espulse dal sistema non avendo resistito alla prolungata recessione.

Il punto strutturalmente debole è rappresentato dal settore pubblico e, in particolare, dall’enorme zavorra rappresentata dal debito pubblico, eccessivamente alto rispetto al reddito, ovvero alla capacità del paese di ripagarlo. Questo rende impossibile mettere mano a politiche fiscali o di bilancio espansive, in grado di sostenere e stimolare l’economia: entrambe le tipologie di politica economica comportano infatti aumento del deficit di bilancio, e quindi dell’indebitamento.

Per crescere da solo, in assenza di stimoli, il nostro sistema non ha risorse sufficienti, né ci possiamo aspettare interventi pubblici espansivi. La stessa politica degli investimenti, secondo le intenzioni del Governo “del cambiamento” è destinata a segnare un punto di arresto, se non di vero e proprio arretramento.

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Tutto questo comporterà probabilmente un aumento dello spread e il relativo calo del valore dei titoli pubblici. Sottoscrivere oggi titoli del debito pubblico italiano espone al ragionevole rischio di vederne ridurre il valore: ed è per questo rischio che gli investitori richiedono una remunerazione più elevata, al fine di compensare appunto il maggior rischio.

Inoltre il mercato azionario, grazie al forte rimbalzo dei primi mesi dell’anno, ha raggiunto valori di P/E (il rapporto fra prezzo del titolo azionario e utili, di cui spesso ci siamo occupati) molto elevati.

Il suggerimento è quindi quello di ridurre l’esposizione all’Italia, vendendo ove possibile i titoli in portafoglio (approfittando del buon momento della borsa) e sicuramente non investendovi nuove risorse.

Naturalmente, anche in questo caso, non bisogna fare di tutta l’erba un fascio: esistono aziende quotate in buona salute, con i conti a posto e operanti in settori quanto meno stabili. Al prezzo giusto, tali titoli possono essere dunque acquistati, specie in vista della distribuzione dei dividendi prevista in maggio/giugno a valere sugli utili di bilancio dell’anno passato. A tale proposito, è oggi possibile sapere se, quando e in quale misura le società esaminate hanno in programma di distribuire dividendi.

E’ comunque sempre necessario tenersi pronti ad affrontare la probabile elevata volatilità del mercato, con prezzi che si possono muovere anche del 4/5% in un giorno, in una direzione o nell’altra. Soprattutto, non ci si deve far prendere dal panico se la borsa dovesse prendere un deciso piano inclinato, originato da un crollo di fiducia sul sistema nel suo complesso che, quando si verifica, trascina tutto con sé.

Se anzi c’è un titolo o un settore sul quale abbiamo una prospettiva di lungo periodo stabile o in crescita, potremmo approfittare di questi momenti di calo per fare acquisti o incrementare la posizione.

Al di fuori di questo, meglio non investire in questo momento sul nostro paese.

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Uno sguardo al mondo

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Proseguiamo l’analisi di scenario iniziata nei precedenti articoli, come sempre finalizzata ad acquisire utili indicazioni per la gestione del nostro portafoglio. Pur nelle diverse indicazioni che gli analisti ci offrono, è possibile ritrovare alcuni elementi comuni, i cosiddetti macrotrends.

I timori di una crisi imminente dei mercati sembrano essersi dissolti come neve al sole, forse fugati più dall’ottimismo indotto dal rasserenamento dei rapporti fra USA e Cina che da un effettivo miglioramento dei fondamentali, ovvero dei parametri e degli indicatori che misurano la situazione economica Anche la correzione di rotta della banca centrale americana ha contribuito ad allentare l’improvvisa tensione che verso la fine dell’anno scorso aveva bruscamente interrotto la crescita dei valori di mercato.

I dati societari dell’ultimo trimestre del 2018, diffusi a inizio anno insieme a quelli dell’intero esercizio fiscale, hanno confermato la buona tenuta dell’economia americana e anche le previsioni per il trimestre in corso sono complessivamente orientate alla stabilità. I tassi di interesse alla fine aumenteranno, ma si ritiene non oltre un quarto di punto nel corrente anno e questo ha rassicurato il sistema.

Per gli Stati Uniti siamo insomma di fronte a una crescita non così negativa da causare una flessione degli utili aziendali, né così robusta da spingere in forte rialzo l’inflazione e i tassi di interesse. L’inflazione è infatti intorno 2,2%, molto vicina al valore obiettivo della Banca Centrale del 2%, e il tasso di disoccupazione è al 4%, un livello che nei libri di scuola viene considerato “frizionale”, ovvero fisiologico anche in piena occupazione.

Tuttavia i corsi azionari sono molto cresciuti negli ultimi mesi e hanno raggiunto multipli elevati. Quanto potrà ancora ragionevolmente durare la cuccagna? Il redde rationem naturale è il 2020, quando scadrà il mandato dell’attuale amministrazione e gli americani saranno chiamati ad eleggere il nuovo presidente. Fino ad allora è ragionevole ritenere che i fondamentali del sistema economico americano si mantengano piuttosto stabili. Ciò non vuol dire che i valori delle attività finanziarie resteranno fermi, tutt’altro: come abbiamo più volte detto, la forte volatilità è ormai una componente strutturale dei mercati e dobbiamo quindi abituarci a stare sulle montagne russe.

C’è quindi da aspettarsi un 2019 ragionevolmente tranquillo, quanto meno tale da non rendere necessarie vendite precipitose in perdita. L’attesa per il dollaro è che dal secondo trimestre alla fine dell’anno il biglietto verde perda valore rispetto all’euro.

Alla luce di queste ipotesi, pertanto, chi ha azioni USA può tranquillamente mantenerle in portafoglio almeno per quest’anno, monitorando il mercato in modo da vendere sui rimbalzi del mercato, tenendo però sempre d’occhio il rapporto di cambio. Nuovi acquisti potrebbero essere raccomandabili solo in fine d’anno, per chi avesse un’aspettativa positiva sull’evoluzione del sistema economico USA nel 2020. Meglio stare alla larga, invece, dai titoli obbligazionari che saranno inevitabilmente penalizzati dall’aumento dei tassi, pur se contenuto rispetto alle previsioni.

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Nell’altra parte del mondo, in Cina, la crescita è rallentata rispetto al passato, ma si mantiene sempre sostenuta: dal 6,6% del 2018 si prevede che passi al 6,1% per l’anno in corso. Il governo cinese ha dimostrato di saper ben condurre l’economia, manovrando politica fiscale e monetaria in modo da fornire i necessari stimoli allo sviluppo. Il problema, in questo caso, è rappresentato dai rapporti commerciali con gli USA e dall’esito dei negoziati in corso. Il sentiment comune è ora quello che l’apice della crisi sia superato e che, alla fine, si riesca a trovare un accordo che non penalizzi gli asiatici.

E’ vero che la Cina è un formidabile concorrente commerciale per le imprese americane, ma è anche vero che è il maggior detentore del debito pubblico USA e un ottimo cliente per i coltivatori di cereali e soia del Midwest e del centro del paese, importante bacino elettorale per Trump.

In generale, si può ritenere che investire sui mercati emergenti, in particolare quelli asiatici, sia in questa fase una buona idea, a patto di limitarsi ad impiegarvi una parte non eccessiva del proprio portafoglio. In tempi di bassi rendimenti, può essere un modo di migliorare le performance. In tal caso, meglio le azioni delle obbligazioni e meglio le valute locali che non il dollaro o l’euro.

Per quanto riguarda l’Europa, invece, le notizie non hanno un’intonazione altrettanto positiva e ciò soprattutto a causa delle a noi note difficoltà per l’Italia e del forte rallentamento registrato dalla Germania, storicamente la locomotiva dello sviluppo per il vecchio continente.

Le previsioni di crescita per l’Eurozona sono state riviste al ribasso, dall’1,7 all’1,1% e questo ha portato Mario Draghi, Governatore della Banca Centrale Europea (BCE) a parlare di “considerevole rallentamento dell’espansione”, tanto da portare la stessa BCE a rivedere – in senso espansivo – la propria politica monetaria.

La policy della BCE è infatti guidata da due obiettivi, fra loro contrastanti: il controllo dell’inflazione (propugnato soprattutto dai tedeschi) e il sostegno allo sviluppo. Mentre negli ultimi tempi aveva nettamente prevalso il perseguimento del primo obiettivo, con l’annunciata intenzione di aumentare i tassi e ridurre la liquidità del sistema, ora i timori per la crescita hanno preso il sopravvento. Inoltre, last but not least, l’inasprimento del clima per le relazioni commerciali con gli Stati Uniti comporterà sicuramente qualche problema per l’industria europea, in primo luogo per il settore automotive, molto presente e forte proprio in Germania.

Tuttavia i risultati delle aziende sono ancora solidi e i livelli dei mercati presentano ancora buoni spazi di crescita. Tutto sommato quindi l’investimento in azioni europee non è una cattiva idea, a patto di scegliere aziende solide e settori se non in crescita, almeno stabili e soprattutto purché rappresenti una quota non eccessiva del proprio portafoglio. In alternativa, potrebbe essere valutato anche l’investimento in un fondo azionario Europa, in cui la scelta di quali azioni sono da comprare viene demandata a gestori professionali.

Dato che, come abbiamo visto sopra, i tassi non verranno aumentati, può essere razionale investire anche in obbligazioni, tenendo però presente che, almeno per emittenti “sicuri”, i rendimenti ottenibili saranno molto contenuti.

Se questo è ciò che può dirsi in relazione alla situazione europea, l’Italia sarà invece oggetto di esame nel prossimo articolo.

 

Cosa succederà nei mercati nel 2019?

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Certamente nel 2019 non sarà “tre volte Natale e festa tutto il giorno”, come cantava Lucio Dalla nel 2002 nella bellissima L’anno che verrà, ma qualche trasformazione è comunque ragionevole attendersela. Cerchiamo di capire cosa accadrà nell’anno da poco iniziato sui mercati finanziari o, meglio, cosa prevedono che accada gli analisti più accreditati al fine di dare indicazioni ragionevoli per investire al meglio il nostro risparmio.

Sarà una rassegna molto sintetica e necessariamente generica e cercheremo, volutamente, di evitare dettagli e tecnicismi, limitandoci a segnalare i macrotrends nei diversi segmenti di mercato.

L’anno passato è stato caratterizzato da una grande, e per certi aspetti inattesa, crescita dell’economia statunitense, che ha visto aumentare, insieme al reddito nazionale e all’occupazione, in primo luogo il mercato azionario. Ciò è attribuibile in larga misura agli sgravi fiscali adottati dall’Amministrazione Trump, anche se in alcuni periodi sono prevalsi i timori legati all’inasprimento dei rapporti commerciali con la Cina.

Il mercato azionario USA si è mantenuto molto sostenuto fino all’ultimo trimestre dell’anno, quando – il 3 ottobre 2018 – un’improvvida dichiarazione di Jerome Powell, Presidente della Federal Reserve (la banca centrale americana, di seguito Fed), annunciò un’accelerazione della politica monetaria restrittiva, con l’intenzione di inasprire l’aumento dei tassi già deciso. Rispetto al livello massimo di tutti i tempi, raggiunto proprio quello stesso giorno, la borsa di New York iniziò da quel momento a precipitare e a farsi prendere dal panico. La discesa continuò fino alla vigilia di Natale, quando la Fed iniziò a mandare segnali opposti lasciando intendere che la linea sui tassi non era poi così rigida. Confortato dai dati rassicuranti sull’inflazione e dalla ripresa del negoziato tra Cina e Stati Uniti sulle politiche commerciali, il mercato ha iniziato quindi a riprendersi, acquistando velocità e sicurezza.

Verrebbe da riflettere su un sistema in cui il più importante mercato finanziario del mondo è così sensibile alle dichiarazioni di una singola persona, sia essa il Presidente degli Stati Uniti o della Fed. Ma tant’è, hic Rhodus hic saltus.

Ora dunque il mercato azionario USA appare abbastanza equilibrato e sembra che sia stata raggiunta una buona sintonia di intenti fra la Banca Centrale e la Casa Bianca: questo fa prevedere un periodo di relativa stabilità dei corsi.

Da un lato le azioni hanno raggiunto quotazioni inimmaginabili, con multipli elevatissimi dopo un così lungo periodo di crescita e si teme un rincaro dei costi di produzione e del costo del lavoro, fattori che penalizzerebbero il mercato. Dall’altro i risultati dell’esercizio 2018 sono stati generalmente superiori a quanto ci si aspettava (e altrettanto positivi si prevede che siano anche nel primo trimestre del 2019) e il clima delle relazioni con la Cina e i partner europei degli Stati Uniti è migliorato, fattori questi che portano a invece prevedere una crescita.

 

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Tutto ciò induce ad aspettarsi un 2019 in sostanziale equilibrio, anche se la volatilità si manterrà elevata, mentre per il 2020 gli analisti si attendono un netto peggioramento delle condizioni economiche.

A questo va aggiunto l’andamento del dollaro rispetto all’euro, che dall’attuale livello di 1,13 è previsto in crescita per tutto il primo trimestre fino a 1,10 (stiamo parlando del rapporto euro/dollaro che, quando aumenta, evidenzia un rafforzamento dell’euro e quando invece diminuisce un rafforzamento del dollaro) per poi ridiscendere a 1,20 per la fine dell’anno in corso.

Ciò significa che probabilmente investire oggi in azioni USA, al di là dei buoni dividendi che si incasserebbero, non porterebbe grandi guadagni perché il poco che si potrebbe realizzare dall’aumento di valore delle azioni (ammesso e non concesso, come si diceva sopra, che i corsi aumentino) lo perderemmo con un’evoluzione penalizzante del cambio.

Sul mercato azionario europeo pesano le incertezze in merito alla chiusura della vertenza sulla Brexit (il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione) e alle elezioni che in primavera andranno a definire il nuovo equilibrio politico del Parlamento Europeo, nel quale il peso dei movimenti anti-europeisti e sovranisti soprattutto in Italia, Austria e Olanda è un’effettiva spada di Damocle. Sul sistema economico continentale peserà inoltre il problema dei dazi doganali USA sul settore automobilistico, potenzialmente molto negativi. In Italia, nonostante l’insperato andamento positivo nei mesi di gennaio e febbraio, le incertezze sono ancora maggiori e la cautela è d’obbligo per evitare di scottarsi come è successo nel 2018.

Pressoché unanimi sono invece gli analisti nel prevedere una crescita dei paesi emergenti e in particolare di quelli asiatici, incluso il Giappone che dovrebbe continuare il percorso di uscita da una crisi profonda ormai ultradecennale.

Altrettanto concordi sono i pareri in merito al probabile apprezzamento, fra le commodities, di oro e petrolio, date le quotazioni particolarmente depresse che stanno registrando in queste settimane.

I mercati obbligazionari, sia da noi che dall’altra parte dell’Atlantico, dovranno comunque fare i conti con gli attesi aumenti dei tassi che le banche centrali stanno perseguendo un po’ dappertutto. Quando i tassi aumentano, i valori delle obbligazioni diminuiscono, per un effetto meramente matematico. Essendo i tassi in crescita, l’attesa è che i prezzi dei titoli obbligazionari, soprattutto quelli a tasso fisso, debbano scendere. Per questo, chi vuole investire in questo tipo di strumenti, dovrà tendenzialmente privilegiare quelli a tasso variabile e aspettare ad acquistare il tasso fisso una volta che i paventati aumenti dei tassi saranno avvenuti.

Per chi si cimenta con le valute, oltre a quanto si è detto del dollaro, sarà utile tenere d’occhio l’andamento della sterlina inglese e del franco svizzero. La prima, nel caso in cui si verifichi una Brexit “morbida” ovvero relativamente ordinata e senza scossoni – scenario che sembra prevalere fra gli analisti nonostante l’acceso dibattito in corso nel Parlamento inglese-, dovrebbe verosimilmente apprezzarsi sia rispetto all’euro che al dollaro.

Il franco svizzero, al contrario, è previsto in calo rispetto all’euro a causa dell’aumento dei tassi in Eurozona di cui abbiamo parlato sopra.

Dunque, riepilogando: azioni USA almeno per quest’anno ancora da tenere; azioni europee e italiane da maneggiare con cura ma da scegliere in modo selettivo; obbligazioni da evitare a meno che siano a tasso variabile; e per le valute: il dollaro in crescita fino a fine mese e poi in flessione per la fine dell’anno, sterlina con buone potenzialità se la Brexit sarà “morbida” e franco svizzero in flessione.

Fior da fiore: come scegliere le azioni su cui investire

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Abbiamo visto nel precedente articolo come l’evidenza statistica dimostri che, nel lungo periodo, l’investimento in azioni sia quello che meglio riesce a preservare ed accrescere il patrimonio. Anche in relazione al fenomeno della svalutazione monetaria, causato dall’inflazione, i titoli azionari sono quelli che in linea teorica consentono di difendere meglio il valore reale della ricchezza.

Certamente infatti ogni investimento finanziario, in quanto denominato e rappresentato da valori monetari, risente inevitabilmente dell’erosione di valore subita dalla moneta nel tempo, se rapportata al suo potere d’acquisto. In altri termini, se un sistema è soggetto ad inflazione, una determinata quantità di moneta è destinata a perdere valore nel tempo, se non ha meccanismi automatici cosiddetti di indicizzazione che prevedano il recupero dell’inflazione: la quantità di beni e servizi con essa acquistabili si riduce infatti col trascorrere del tempo.

Se in un dato momento con 100 Euro possiamo acquistare 10 unità di un determinato bene e l’inflazione è del 10%, dopo un anno quelle unità costeranno 11 Euro l’una e ne potremo dunque acquistare solo 9. Il nostro capitale si è quindi ridotto di valore dello stesso 10%, in termini di quello specifico bene. Se però avessimo investito in uno strumento finanziario totalmente indicizzato all’inflazione, il nostro capitale sarebbe aumentato a 110 Euro, consentendoci di acquistare la stessa quantità di beni di un anno prima: avremmo cioè mantenuto il suo potere di acquisto, ovvero il suo valore in termini reali.

Se anziché investirlo in uno strumento finanziario, avessimo impiegato il capitale acquistando un bene in grado di mantenere o aumentare il proprio valore reale (tipicamente un metallo prezioso o un immobile), avremmo ottenuto lo stesso effetto. Anzi, probabilmente, avremmo anche guadagnato qualcosa perché in momenti di inflazione il valore delle attività “reali” (intese come alternative a quelle finanziarie) tende ad aumentare più del tasso di inflazione.

Le azioni sono in un certo senso vere e proprie attività reali, in quanto rappresentano quote di aziende, imprese che producono beni e servizi e che, normalmente, riescono a recuperare sui prezzi la svalutazione monetaria. Per questo, nel lungo periodo (quando, come diceva John Maynard Keynes, “siamo tutti morti”), l’investimento in azioni è quello che meglio consente di preservare il valore del patrimonio.

Tutto questo non è, sia chiaro, una legge fisica, ma un fenomeno del tutto ragionevole e lineare in tempi normali, ovvero in assenza di eventi traumatici straordinari. Le azioni restano esposte al rischio di impresa, ovvero alla probabilità che il business non abbia successo o si verifichino situazioni che comportano il fallimento o comunque la diminuzione del suo valore. In tal caso chi ha investito nelle azioni di quell’azienda si trova a subirne il crollo di valore e il patrimonio in essa investito tende a diminuire, se non a sparire del tutto.

Come scegliere dunque le azioni giuste in cui investire, una volta che si è deciso di entrare nel mercato azionario o di incrementarvi l’esposizione?

 

Naturalmente non esistono ricette valide in ogni luogo e in ogni momento, ma alcuni accorgimenti razionali possono aiutarci a fare buone scelte. Una prima, approssimativa ma utile indicazione, può venire dall’esaminare alcuni valori (che possono essere indici, parametri o dati di bilancio) che normalmente sono reperibili sui più diffusi mezzi di informazione, almeno nel caso di società quotate.

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Il primo indice è un rapporto di cui abbiamo spesso parlato in questo blog: il rapporto P/E, ovvero prezzo/utili, che esprime in sintesi in quanti anni il prezzo di un’azione viene ripagato dagli utili aziendali. In questo caso basta dividere il corso del titolo, supponiamo 20 Euro, per l’utile lordo per azione, supponiamo 2 Euro: avremo un P/E pari a 10, il quale indica cioè che il costo sostenuto per acquisire quell’azione viene ripagato con gli utili aziendali in 10 anni.

Normalmente si considerano accettabili P/E inferiori a 20: nel nostro caso, ad esempio, se il prezzo fosse superiore a 40 oppure l’utile per azione fosse inferiore a 1 Euro o una qualunque combinazione dei due dati, quell’azione sarebbe decisamente troppo costosa. Ovviamente 20 non è un numero magico ma un valore statistico di equilibrio, quanto meno come termine di riferimento.

Un altro indice interessante è il rapporto fra prezzo e patrimonio netto tangibile per azione: quando il valore è inferiore all’unità, significa che il mercato non riconosce nel valore dell’azienda neanche il suo patrimonio netto contabile, ovvero non attribuisce alcun valore all’avviamento o ai beni immateriali che essa possiede. Certamente un valore inferiore al patrimonio tangibile evidenzia una situazione in cui il titolo non è sopravvalutato: con ogni probabilità – se l’azienda si trova in una situazione di business normale – quel titolo potrà apprezzarsi e crescere sul mercato. Sul mercato italiano ci sono oggi titoli che esprimono un valore inferiore al 40% del patrimonio netto contabile: si tratta del valore che talvolta viene ottenuto anche nelle procedure fallimentari. Non è detto che siano titoli da acquistare ad occhi chiusi: anzi, se sono così sottovalutati, probabilmente il titolo sconterà qualche debolezza strutturale. Ma può rappresentare un buon segnale per valutare l’investimento.

Al contrario, se il prezzo è un multiplo del patrimonio netto, significa che il mercato attribuisce un forte valore di avviamento all’azienda e molto probabilmente quel titolo sarà troppo costoso. Un buon suggerimento è quello di preferire titoli in cui questo rapporto non sia troppo lontano dall’unità.

Infine, l’ultimo valore che proponiamo è il dividendo unitario atteso o, meglio, il suo rapporto col prezzo di mercato: si tratta del cosiddetto dividend yield, ovvero “rendimento da dividendo”.  Se un’azione è quotata 10 e il dividendo atteso per azione è di 50 centesimi, significa che quel titolo renderà, nell’anno in corso, il 5%, ovviamente al lordo di tasse.

La misura del dividend yield da considerare “giusta” dipende ovviamente dagli obiettivi di rischio-rendimento che  il singolo investitore si propone: generalmente si parte dal tasso cosiddetto risk free, ovvero quello che si ottiene dagli investimenti “senza rischio” (normalmente quelli sui titoli di Stato, anche se sappiamo che in termini assoluti non esistono titoli completamente sicuri) aggiungendovi il “premio al rischio”, ovvero il corrispettivo che riteniamo equo per sostenere lo specifico rischio di impresa della società in cui si vuole impiegare il proprio denaro.

Se, ad esempio, il rendimento lordo dei BTP a 3 anni (scadenza 1/4/2022) è oggi 1,22 e il nostro personale premio al rischio è intorno al 5%, avremmo un obiettivo complessivo per l’investimento in azioni con orizzonte temporale di 3 anni intorno al 6,22%. Considerato che una parte del reddito deriverà dall’apprezzamento del titolo (che reputiamo di poter vendere fra 3 anni a un prezzo superiore a quello di acquisto), potremmo considerare accettabile un dividend yield fra il 3,50 e il 4%.

Poiché il dividendo, ovvero la parte di profitto annuale che viene distribuita agli azionisti, deriva dall’andamento degli affari nell’anno passato (una volta chiuso il bilancio i soci in assemblea decidono come ripartire gli utili), possiamo dire che tutti e tre gli indicatori proposti mettono in relazione l’andamento del titolo con la situazione economica, patrimoniale e reddituale dell’azienda. Danno dunque una buona indicazione di quanto il valore di mercato dell’azione esponga il reale stato di salute dell’azienda.

Se siamo di fronte ad un’azienda che ha un buon andamento economico, fa buoni utili e non è sopravvalutata sul mercato, l’acquisto dei suoi titoli azionari può considerarsi ragionevole e difficilmente ci farà trovare davanti a brutte sorprese, salvo le normali oscillazioni dei mercati (e salvo eventi imponderabili, i cosiddetti “cigni neri”).

In questi casi, come dicevamo nell’articolo della scorsa settimana, basterà non farsi prendere dal panico quando i mercati scendono e prima o poi il valore reale dell’azienda tornerà ad emergere. Quanto meno, intanto, incasseremo i dividendi.

Riepilogando dunque, quando si valuta un titolo azionario pensando di acquistarlo, una buona regola di prudenza per l’investitore non esperto è scegliere un titolo che allo stesso tempo presenti questi indicatori: rapporto P/E inferiore a 20; rapporto prezzo/patrimonio netto tangibile unitario intorno a 1; dividend yeld pari a un ragionevole e soddisfacente tasso di mercato a breve termine (ad esempio intorno al 3,5/4% ai tassi di oggi).

Le buone e le cattive azioni

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Molti lettori, in questo periodo di forte volatilità e incertezza dei mercati, si chiedono e ci chiedono se convenga, dopo le batoste dell’anno scorso sul mercato italiano, restare sul mercato azionario oppure se sia più saggio uscirne limitando al massimo i danni e guardarsi bene dal rientrare.

Il dubbio è ragionevole e, come sempre in finanza, non esiste una risposta univoca, valida per ogni risparmiatore e per ogni mercato. Tuttavia possiamo impostare alcune riflessioni basate sul buon senso e sulla razionalità, che – affiancate alla necessaria prudenza – riescono quasi sempre a farci fare la cosa giusta.

Iniziamo col dire che, così come è del tutto normale evitare una strada in cui abbiamo avuto un incidente, oppure un cibo che ci ha fatto male, è anche logico stare alla larga da un mercato o da un titolo nel quale abbiamo sbattuto facendoci male. Del resto, anche storicamente, dopo un trauma profondo ed esteso, tornare ai livelli di fiducia precedenti richiede sempre tempo.

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Dopo la grande depressione del 1929, la borsa di New York impiegò circa un quarto di secolo per tornare ai livelli ante-crisi e per un altro quarto di secolo solo banche e fondi pensione investivano in azioni: è solo negli anni ‘80 che gli investitori privati tornarono ad affollare i borsini.

Un po’ meglio è andata con la grande crisi del 2007: sono bastati 5 anni, ma in questo caso è stato grazie ai massicci interventi di iniezione di liquidità delle banche centrali.

Che fare dunque quando le cose iniziano a mettersi male per l’investitore? La prima reazione è stare alla larga dai mercati: questo certamente ci eviterà di subire le stesse perdite in futuro, ma altrettanto certamente ci farà perdere delle buone opportunità di investimento. Non solo: da una situazione di quotazioni depresse è statisticamente (e spesso anche ciclicamente) molto probabile che si entri in una fase di rialzi.

Far uscire dal mercato il “parco buoi” (come vengono con sufficienza chiamati i piccoli risparmiatori che operano in borsa) inducendoli a vendere in forte perdita e poi ricomprarsi a prezzo di saldo i titoli svalutati è una classica (e legittima) manovra degli speculatori. Molto spesso, anzi, sono proprio loro – attraverso il meccanismo delle vendite allo scoperto[1] – che provocano ribassi artificiosi in titoli “sottili”[2] per poi acquistarli a basso prezzo.

Una volta che si sia innescata, per vari motivi, la spirale dei ribassi, molti operatori anche professionali si vedono scattare le cosiddette stop loss. Come ben sa chi si è cimentato in operazioni di trading, è infatti buona norma – una volta effettuata un’operazione – indicare anche all’intermediario incaricato il livello di stop loss, quello corrispondente alla massima perdita ritenuta accettabile, come pure il livello di take profit, quello corrispondente all’obiettivo di guadagno.

Non appena il mercato raggiunga uno dei due livelli di prezzo, l’intermediario automaticamente chiude l’operazione. Nel caso di titoli in caduta libera, naturalmente è molto probabile che a un certo punto scattino proprio le stop loss, con l’effetto di amplificare la caduta.

Quando un risparmiatore si trova invischiato nella caduta di un titolo azionario, ben oltre il livello delle normali oscillazioni di mercato, vede il suo titolo perdere progressivamente di valore e le sue perdite crescere a dismisura. Se vende, la perdita diventa definitiva e se tiene il titolo, la perdita può aumentare oppure, invertendosi la rotta, può iniziare il recupero. In questi casi è buona norma farsi un’idea del valore reale del titolo, delle prospettive reddituali e finanziarie della società e dei dividendi che potrà distribuire. E comunque, in genere, è consigliabile non operare sui mercati nei momenti di panico generalizzato: come dice un vecchio adagio borsistico, sarebbe come cercare di afferrare un coltello mentre cade.

Se il crollo è dovuto a motivi economici reali (ad esempio un grande affare andato male, un contenzioso legale o fiscale ingente) e se si ritiene che non ci siano probabilità di recupero del business, allora è senz’altro meglio mettersi l’anima in pace e vendere.

Ma se abbiamo investito cum grano salis in aziende solide e con business redditizi, il consiglio è di stringere i denti e aspettare che la tempesta passi. Se non abbiamo bisogno di vendere, dobbiamo avere pazienza. Intanto incasseremo i dividendi e al momento buono potremo pensare a uscire dall’investimento.

L’investimento in azioni nel lungo periodo è quello che ha reso di più: secondo un recente studio di J P Morgan Asset Management, chi avesse investito 1 dollaro nel mercato azionario USA nel 1899, si sarebbe trovato nel 2018 un capitale di 1.890 dollari; mentre chi lo avesse investito in obbligazioni se ne sarebbe trovati 12 e chi avesse scelto la liquidità (conti correnti, fondi monetari o simili) solamente due.

Probabilmente non molto diversi sarebbero i risultati per i mercati europei più evoluti, mentre forse in Italia il trend non sarebbe stato così evidente. Ma, come diceva Warren Buffett, il guru che ha accumulato una fortuna con la finanza, le azioni sono sempre la soluzione migliore.


[1] La vendita allo scoperto consiste nel vendere un titolo che non si possiede, utilizzando tecniche diverse come il prestito titoli o la vendita di contratti futures (che prevedono la consegna differita nel tempo). Lo speculatore, in previsione del ribasso del titolo, si impegna a consegnarlo in un’epoca successiva, quando potrà ricomprarlo a prezzo più basso, e guadagnare così la differenza. Così facendo, ovviamente, contribuiscono a far scendere il prezzo del titolo, mentre quando scadrà l’operazione, dovendo comprare il titolo che si erano obbligati a consegnare (fase cosiddetta di “ricopertura”), contribuiranno a farlo aumentare.

 

[2] Un mercato si definisce “sottile” quando le quantità scambiate, sia in relazione ai titoli emessi che in assoluto, sono molto limitate, perché si riferisce a una società piccola o perché la maggioranza delle azioni è congelata in portafogli di controllo. In questi mercati bastano ordini anche molto contenuti per innescare variazioni di prezzo notevoli.

 

 

False evidenze, bugie e pregiudizi (seconda parte)

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Si conclude questa settimana il contributo di Filippo Miraglia, proseguendo la testimonianza avviata comn il precedente articolo, dove avevamo visto che sul tema dei migranti si parla molto spesso per luoghi comuni, enunciando verità presunte, o “false evidenze” che si ritiene non abbiano bisogno di dimostrazione.

La realtà dei numeri è invece molto diversa, e racconta di un’attività di accoglienza molto inferiore al passato e neanche proporzionata alle dimensioni del Paese e dell’Unione Europea.

Oggi Miraglia ci parla della realtà dei centri di accoglienza straordinaria (CAS) gestiti dalle Prefetture e del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR), con dotazioni finanziarie drasticamente in calo.

 


 

Come abbiamo cercato di dimostrare nel precedente articolo con la logica dei numeri, la retorica pubblica dell’invasione alla quale commentatori, giornalisti e politici fanno quasi sempre ricorso, è una evidenza molto falsa e strumentale.

Una delle conseguenze dell’uso strumentale del tema dell’immigrazione per ragioni elettorali è la gestione dell’accoglienza dei richiedenti asilo e dei rifugiati.

Una questione che riguarda pochissime persone ma che ha alimentato una forte criminalizzazione degli stranieri, di chi opera nel campo della solidarietà sociale (le ONG, il mondo dell’associazionismo e del volontariato) e di chi si occupa di diritti e tutela dei rifugiati.

Va detto innanzitutto che sul totale degli stranieri residenti oggi in Italia, stimati intorno a 5,3 milioni alla fine del 2017 (in calo rispetto al 2016), quelli riconducibili al diritto d’asilo (richiedenti asilo e titolari di un titolo di soggiorno tra quelli previsti dalla nostra legislazione a seguito della domanda d’asilo) sono circa 350 mila persone, ossia circa il 7% del totale degli stranieri.

Dal 2011 ad oggi quindi il dibattito pubblico si è concentrato su questa percentuale praticamente insignificante, influendo però negativamente sulle condizioni di tutti gli stranieri presenti.

Se guardiamo al sistema d’accoglienza pubblico, oggi diviso tra ex SPRAR (SIPROIMI), CAS (centri d’accoglienza straordinari) e grandi centri (CARA, CDA e CPR), la loro gestione è stata da sempre caratterizzata da un approccio emergenziale che ha prodotto disagio sociale e sprechi, oltre che razzismo, ingiustizie e corruzione.

Un approccio che è amplificato con le recenti modifiche legislative introdotte dalla legge Salvini (legge 132/2018), con particolare riferimento all’art.12.

L’articolo 12 infatti dispone un forte ridimensionamento del Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati (SPRAR), istituito nel 2002 e che assicura attualmente circa 35 mila posti, coinvolgendo circa 1.200 comuni italiani, limitandone la funzione all’accoglienza di chi già ha ottenuto la protezione internazionale e dei minori non accompagnati. Tutti gli altri, cioè coloro che sono in attesa di decisione sulla domanda di protezione (circa il la metà degli attuali ospiti dei centri SPRAR), dovranno essere sistemati nei Centri di accoglienza straordinaria (o CAS), gestiti dai prefetti e non dalle amministrazioni locali, che seguono protocolli di emergenza e hanno standard di accoglienza più bassi e nessun obbligo di rendicontazione. È una differenza sostanziale e non semplicemente nominalistica o organizzativa.

Nel sistema SPRAR gli enti locali, in maniera volontaria, presentano progetti di accoglienza al Ministero dell’Interno che, con l’ausilio del Servizio Centrale, gestito dall’ANCI (Associazione Nazionale dei Comuni Italiani), li valuta e li finanzia attraverso il Fondo Nazionale Asilo. I Comuni gestiscono poi direttamente, più spesso attraverso enti del Terzo Settore, i progetti sul territorio.

Le risorse richieste per finanziare i progetti sono spese secondo linee guida e regole molto stringenti. Solo quanto effettivamente speso viene rimborsato. Ogni spesa va documentata e la documentazione deve essere raccolta e inviata al Servizio Centrale che ne verifica la congruenza. Per ogni voce di spesa ci sono dei limiti, superati i quali le spese non possono essere recuperate. Ad esempio la voce personale non può superare il 40 per cento della spesa totale e deve essere rendicontata con contratti e buste paga. Se si supera il 40 per cento, la spesa per il personale viene rimborsata solo fino al limite previsto.

I centri SPRAR sono, nella quasi totalità dei casi, normali appartamenti; case inserite senza alcuna straordinarietà nel tessuto urbano, non ghetti. Le persone accolte firmano un contratto d’accoglienza che prevede diritti e doveri e sono responsabili della casa nella quale vivono. Fin dal primo giorno avviano, con il sostegno degli operatori sociali, un percorso verso un’autonoma inclusione sociale: formazione linguistica, formazione lavorativa, tutoraggio e accompagnamento per l’integrazione sociale. I richiedenti asilo o rifugiati sono seguiti dagli operatori singolarmente. L’ente gestore si fa carico di verificare la condizione psicologica della persona in un ambiente protetto, prendendosi il tempo necessario per far emergere eventuali traumi e violenze subite (sappiamo quanto è difficile, ad esempio, per una donna raccontare le violenze subite, che sono purtroppo una prassi ordinaria durante la loro permanenza in Libia).

Quest’attenzione consente di dare consistenza alla parola protezione, che è impossibile nei CAS, che sono per lo più enormi strutture, in cui le persone vengono accolte in camerate di molti letti, con servizi collettivi e trattate, salvo pochi casi, come numeri (un tanto pro capite e pro die). Con la conseguenza che molti casi, in mancanza della cura necessaria per ogni persona accolta, si trasformano in disagio sociale. Nei grandi centri d’accoglienza molti richiedenti asilo diventano “emarginati” o vengono abbandonati senza alcun progetto che consenta di costruire un percorso di uscita autonomo. Sono quelli che si vedono in giro a chiedere l’elemosina e a girare senza meta per gran parte del loro tempo. Un disagio sociale che alimenta il razzismo e che quindi è ben visto dalle destre xenofobe: materia prima per le loro campagne elettorali perenni.

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Nei centri SPRAR ogni persona accolta viene presa in carico e la sua storia emerge con tempi e modi che rispettano la sua dignità (pur considerando i limiti e le contraddizioni di ogni gestione concreta). La storia che emerge consente di prepararsi con coerenza al colloquio con la Commissione Territoriale. Ciò evita che ci sia una forte distanza tra il risultato del colloquio e la storia delle persone. I grandi centri invece producono molti più dinieghi e, quindi, molti più ricorsi ai tribunali, con conseguente aggravio della spesa pubblica, sia per l’impatto sul sistema giudiziario che per il prolungamento dell’accoglienza e dell’attesa.

Quanto ai CAS, le ingenti cifre in ballo e le gare d’appalto indifferenziate fanno sì che vi partecipino assai spesso soggetti incompetenti e senza esperienza con l’unico interesse a fare utili (investiti da alcuni in modo corretto, da molti per esclusivo guadagno personale). È esperienza comune che alle gare partecipino soggetti che non hanno alcun interesse per il bene pubblico, se non addirittura soggetti legati alla criminalità, come dimostra il caso di Mafia capitale a Roma.

Infine è bene tenere conto che i CAS delle prefetture, non hanno alcun interesse, se non casualmente, a coinvolgere il territorio, gli enti locali e le associazioni. Anzi spesso, per i vincitori di gare che arrivano dall’esterno, gli interessi del territorio sono soltanto ostacoli, con conseguente tendenza a escluderli.

La conclusione è evidente. Con il passaggio della maggior parte dei richiedenti asilo dai centri SPRAR ai CAS si demolirà il sistema d’accoglienza pubblico locale, consegnando a interessi privati le risorse dell’accoglienza e generando disagio e conflitti che le comunità locali e i comuni dovranno pagare.

 

Filippo Miraglia (*)

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(*) Filippo Miraglia, 54 anni, vive in provincia di Rimini con la moglie Monia e tre figli maschi. Laureato in fisica, ha insegnato per oltre un decennio nelle scuole secondarie superiori. Nel 1993 inizia il suo impegno nell’Arci a Pistoia, dopo alcuni anni di militanza nell’associazione Nero e non solo, che in quell’anno confluisce nell’Arci. In Nero e non solo inizia a occuparsi della difesa dei diritti dei migranti, impegno che proseguirà nell’Arci, diventando nel 2004 responsabile nazionale immigrazione dell’associazione.

Militante antirazzista e per i diritti delle minoranze e delle persone di origine straniera fin dalla seconda metà degli anni ottanta, ha contribuito alla promozione di diverse campagne contro il razzismo e in favore dei migranti, fra cui la campagna L’Italia sono anch’io.

Attualmente lavora a Roma come responsabile immigrazione dell’ARCI e dal 2016 è anche presidente di ARCS, la ONG dell’ARCI che si occupa di cooperazione e solidarietà internazionale.

False evidenze, bugie e pregiudizi: un contributo di Filippo Miraglia

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La mini-serie sull’immigrazione prosegue questa settimana con il contributo di un dirigente nazionale dell’Arci, una delle organizzazioni che più si sono impegnate nell’attività di accoglienza per i migranti, cercando di compensare la cronica insufficienza dell’intervento delle autorità statali e comunitarie, tanto da configurare una vera e propria situazione di sostituzione, anziché – come dovrebbe essere – di sussidiarietà. 

La vicenda umana e professionale di Miraglia è tutta incentrata sull’antirazzismo e al servizio dei diritti delle minoranze e dei disperati che arrivano nel nostro paese, per i quali col nuovo governo sarà anche “finita la pacchia”, ma che certo grandi motivi di soddisfazione non devono aver avuto neanche in passato.

Si tratta di un’impostazione ideale da puro “civil servant”, che parte da premesse diverse da quelle solidaristiche religiose ma arriva alle stesse conclusioni di impegno per la costruzione di un mondo migliore, inclusivo e aperto.

Il contributo di Miraglia ci accompagnerà per questa settimana e la prossima e rappresenta un punto di vista originale e pregnante che, insieme a quanto pubblicato con gli altri interventi, può contribuire a fornirci un quadro il più possibile completo su quello che, a tutti gli effetti, è il fenomeno più rilevante della nostra civiltà di oggi.

Buona lettura, dunque!

 


 

 

Il dibattito pubblico sull’immigrazione da anni è terreno di battaglia politica per la conquista del consenso e non solo con l’approssimarsi di appuntamenti elettorali.

Questa forte politicizzazione ha fatto sì che, progressivamente, si siano consolidate quelle che potremmo chiamare “false evidenze”, cioè verità presunte, non supportate da dati reali, che tanti, quasi tutti, danno per scontate e che non necessitano di alcuna dimostrazione.

La legislazione sull’immigrazione è stata ed è oggetto, oramai da più di vent’anni, di continui interventi che rendono instabile la condizione giuridica dello straniero (con un ruolo sempre più discrezionale della pubblica amministrazione) e che, soprattutto, si caratterizzano per una crescente riduzione dei diritti degli stranieri. Un riformismo dal segno meno, che alimenta l’idea che negare diritti agli stranieri contribuisca a migliorare la condizione degli italiani.

Gli esempi, più recenti sono la legge Orlando Minniti, del precedente governo di centro sinistra, che per la prima volta nella storia della Repubblica Italiana ha cancellato alcune importanti garanzie giurisdizionali per una sola categoria di persone, i richiedenti asilo, e la Salvini più recente, che – tra le altre cose – ha cancellato il titolo di soggiorno per ragioni umanitarie.

Tra le false evidenze la più usata è quella che fa riferimento all’arrivo in Italia e in Europa di un numero enorme, intollerabile, di persone che chiedono asilo.

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Negli ultimi anni, non certo a causa delle cosiddette primavere arabe (2011), ma soprattutto a causa di guerre, conflitti interni, persecuzioni e violenze diffuse, il numero di persone costrette a lasciare le loro case è aumentato in maniera esponenziale.

Nel 2018, i dati ancora non sono disponibili, se il trend degli ultimi anni è confermato, arriveremo certamente a un numero vicino ai 70 milioni di uomini e donne in cerca di protezione.

Se 70 milioni sono l’1% della popolazione mondiale, l’UE, anche senza considerare le enormi diseguaglianze economiche e quindi anche le disparità in merito alla capacità di spesa tra i Paesi occidentali e, ad esempio, quelli dell’Africa e del Medio Oriente, l’UE, con i suoi 500 milioni di abitanti, 7% circa della popolazione del Pianeta, dovrebbe dare accoglienza al 7% di questi 70 milioni, ossia a circa 5 milioni di profughi.

Nell’UE il numero di 5 milioni è stato leggermente superato in 10 anni, cioè negli anni che vanno dal 2008 al 2017. Quindi al momento l’UE non corrisponde neanche al 10% della risposta di accoglienza che spetterebbe sulla base della sua popolazione, se calcoliamo la media degli accolti ogni anno negli ultimi 10 anni.

Molto di più di noi fanno Paesi poverissimi e piccolissimi come il Libano e la Giordania, per non parlare del Kenia e della Turchia.

Eppure ovunque, anche in interventi che sembrano orientati a favore dei diritti degli stranieri, leggiamo parole e concetti che danno per scontato che il flusso di persone arrivato in Europa e in Italia negli ultimi anni sia enormemente superiore a quel che possiamo sopportare.

Se poi si considera il nostro Paese, che rappresenta il 12% della popolazione UE (60 milioni su 500), dei 5 milioni circa di persone che spetterebbero all’UE ogni anno, l’Italia dovrebbe accoglierne ameno 600 mila (12% di 5 milioni).

Siamo molto lontani da questi numeri e l’Italia, nel decennio 2008 – 2017, ha accolto circa 540 mila persone. In dieci anni, non in un solo anno, come dovrebbe spettarci se ci fosse un’equa ripartizione a livello mondiale.

Per riportare alle sue giuste dimensioni il nostro ruolo e il fenomeno degli arrivi di stranieri in Italia, si potrebbe paragonare il numero di richiedenti asilo accolti dall’Italia in 10 anni, 540 mila circa, con i 650 mila stranieri regolarizzati in un solo giorno nel 2002 dal governo Berlusconi, a seguito dell’entrata in vigore della nota legge Bossi Fini: in un giorno più persone irregolari regolarizzate che quanti richiedenti asilo sono stati accolti in 10 anni!

Nel prossimo articolo esamineremo più nel dettaglio i meccanismi e l’organizzazione dell’accoglienza.

Filippo Miraglia (*)

 

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(*) Filippo Miraglia, 54 anni, vive in provincia di Rimini con la moglie Monia e tre figli maschi. Laureato in fisica, ha insegnato per oltre un decennio nelle scuole secondarie superiori. Nel 1993 inizia il suo impegno nell’Arci a Pistoia, dopo alcuni anni di militanza nell’associazione Nero e non solo, che in quell’anno confluisce nell’Arci. In Nero e non solo inizia a occuparsi della difesa dei diritti dei migranti, impegno che proseguirà nell’Arci, diventando nel 2004 responsabile nazionale immigrazione dell’associazione.

Militante antirazzista e per i diritti delle minoranze e delle persone di origine straniera fin dalla seconda metà degli anni ottanta, ha contribuito alla promozione di diverse campagne contro il razzismo e in favore dei migranti, fra cui la campagna L’Italia sono anch’io.

Attualmente lavora a Roma come responsabile immigrazione dell’ARCI e dal 2016 è anche presidente di ARCS, la ONG dell’ARCI che si occupa di cooperazione e solidarietà internazionale.

 

Risparmio fai da te?

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Come abbiamo detto in uno dei precedenti articoli, l’anno da poco finito è stato per i risparmiatori il peggiore dal 1901. Solo chi avesse avuto la preveggenza di investire una parte notevole del proprio patrimonio in azioni americane, probabilmente, è riuscito a non perdere il proprio denaro.

Ancora peggio sarebbe mediamente andata a chi avesse affidato tutte le proprie risorse a uno o più gestori professionali (a parte le poche eccezioni che sempre esistono in questi casi): solo il 10% dei fondi di diritto italiano ha battuto il proprio benchmark, ovvero il parametro di riferimento e confronto per la categoria a cui appartiene. Risultato: a novembre 2018 (ultimo periodo di dati disponibile) la raccolta complessiva dei fondi è diminuita di oltre 4 miliardi di Euro, ovvero molti sottoscrittori hanno disinvestito le proprie quote ancorché in netta perdita.

Il meccanismo del benchmark, in casi come questo, è veramente infernale e, ça va sans dire, penalizzante per il risparmiatore.   Il benchmark è infatti un indice che sintetizza il rendimento medio di una determinata categoria di strumenti finanziari in un certo periodo. Ad esempio, se il nostro fondo è un obbligazionario in Italia, il suo benchmark (che peraltro è stato il fondo stesso a scegliere) sarà costruito in modo da rappresentare, a fine periodo, la performance media del mercato obbligazionario nel nostro Paese.

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Il fondo di cui abbiamo sottoscritto le quote, contando sugli strabilianti redimenti degli anni passati, confronterà alla fine di ogni periodo la sua performance con quell’indice. Se l’avrà superato, il gestore sarà stato bravo e avrà diritto a commissioni supplementari (le cosiddette success fee); in caso contrario le sue statistiche peggioreranno, ma a rimetterci sarà solo il cliente.

A parte i dubbi legittimi su come è costruito il benchmark (non è possibile pensare a una media del tutto asettica, ma verosimilmente vedrà maggiormente pesati quelli statisticamente più efficienti qual è il soggetto della frase?), il bello è che nel 2018 tutti i benchmark hanno avuto segno negativo.

Se il fondo avrà fatto meglio del benchmark, ma non abbastanza da realizzare un risultato positivo, l’ignaro risparmiatore si troverà “cornuto e mazziato”: non solo avrà subito una perdita patrimoniale, ma dovrà anche pagare le commissioni variabili di successo al gestore. E comunque quest’anno per molti gestori il problema non si è neanche posto: come dicevamo all’inizio molti di loro hanno raggiunto performance addirittura peggiori del loro benchmark.

A parte i pochi casi di eccellenza, spesso legati ad intuizioni particolari dei gestori che magari hanno puntato con successo su un particolare titolo o una particolare valuta, il panorama è davvero sconsolante. E con l’entrata in vigore della normativa MiFid II[1], i risparmiatori ne verranno compiutamente informati.

Col rendiconto del 2018, che dovrebbe essere inviato in febbraio, i gestori saranno infatti obbligati ad esporre in chiaro quanti Euro hanno addebitato a titolo di commissioni e oneri vari al cliente. Non più solo in termini percentuali, incomprensibili e ben camuffabili, ma direttamente in Euro. E così, per molti, scoprire che a fronte di un patrimonio di 100.000 Euro affidato in gestione, il fondo – dopo aver perso magari il 5 o 6% di valore – ne ha prelevati a vario titolo circa 10 o 12.000, certamente non sarà piacevole.

Che fare allora? Abbandonare del tutto il risparmio gestito e dedicarsi al “fai da te”? Naturalmente no, c’è sempre un giusto spazio per professionisti della finanza ed è ragionevole ritenere che chi opera sistematicamente sui mercati possa in generale essere di grande aiuto al risparmiatore, come pure un buon supporto può venire dalla consulenza e dalla promozione finanziaria, specie se le nuove norme verranno applicate in modo compiuto e non solo formale.

Certo è che i consigli in questa fase sono particolarmente complicati. Da un lato le scottature dei mercati ancora bruciano e le perdite del 2018 verranno implacabilmente evidenziate nei rendiconti che banche e gestori stanno inviando ai clienti. Non solo: dall’economia reale e dai dati previsionali non ci sono motivi di grandi aspettative.

Dall’altro, però, chi ha investito in titoli di buona qualità e non ha ceduto alla tentazione di disfarsene quando le quotazioni precipitavano, continuerà a percepire regolarmente le cedole delle obbligazioni e i dividendi delle azioni e da qui a pochi mesi qualche piccola soddisfazione dovrebbe fare timido capolino. Il 2019 è cominciato in modo positivo, qualche segno positivo c’è stato, anche se l’impressione è che si tratti di un piccolo fuoco di paglia.

Piedi per terra, dunque: manteniamoci almeno per un po’ ancora liquidi, in attesa che i timidi segnali di inversione si consolidino e magari pronti a fare qualche acquisto a saldo.

Continuiamo ad affidare parte dei nostri risparmi ai gestori, ma in modo più selettivo e guardando con attenzione e senza sconti cosa hanno fatto in passato, cambiando cavallo quando quello su cui siamo non ci convince del tutto.

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Sulle prospettive dei singoli settori e sulle asset class torneremo nei prossimi articoli.

La diversificazione continua a essere un’ottima idea: del resto se un anno terribile come quello passato non si era visto dal 1901, anche solo per un mero calcolo delle probabilità, è ragionevole attendersi che l’anno prossimo sia migliore.

Com’è scritto all’inizio della pagina che state leggendo, infatti, il meglio deve ancora venire.

 

 


[1] Normativa europea entrata in vigore il 3/1/18 che disciplina i servizi di investimento con l’obiettivo di tutelare i risparmiatori ed assicurare condizioni di trasparenza e correttezza

La gestione dell’accoglienza: il contributo di Andrea Arcamone

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L’immigrazione, quando diventa fenomeno sociale importante e prolungato nel tempo come nell’attualità, ha un impatto forte sull’intero assetto dell’ordine pubblico. Anzi, è proprio questa la parte più visibile e stringente del problema, che rischia di innescare veri e propri comportamenti xenofobi e che rappresenta il punto centrale di molte piattaforme politiche.

Ospitiamo questa settimana il contributo di un professionista dell’ordine pubblico, che con i problemi dell’immigrazione ha a che fare quotidianamente e che ha ricoperto ruoli di responsabilità anche nella gestione degli sbarchi e della prima accoglienza.

La normativa è in continua evoluzione e certamente sempre complessa, ma al di là del rispetto delle leggi, è impossibile non pensare che si ha a che fare con persone, spesso disperate ma anche fortemente determinate a crearsi uno spazio nel paese di destinazione.

Il punto di vista e l’esperienza di chi si trova in prima linea è sicuramente di grande interesse.

Buona lettura, dunque.

 


 

MIGRANTI: LA GESTIONE DELL’ACCOGLIENZA

di Andrea Arcamone

 

Ormai dal 2011 l’Italia è interessata dal fenomeno dell’immigrazione di massa, attraverso l’arrivo di profughi che giungono principalmente (ma non solo) via mare dal continente africano. Le politiche di contenimento del fenomeno stabilite dall’attuale Governo hanno certamente ridimensionato il fenomeno che nel recente passato, aveva assunto proporzioni tali da aver allarmato buona parte dell’opinione pubblica.

Ma come funziona la macchina dell’accoglienza e chi sono gli attori che vi partecipano? La materia è assai complessa, quindi ci limiteremo ad un sintetico panorama di insieme, per dare qualche concetto di massima.

Partiamo da un presupposto: praticamente la totalità dei migranti stranieri che via mare o via terra raggiungono irregolarmente il territorio nazionale presentano istanza per tentare di ottenere la protezione internazionale – comunemente indicata come asilo politico – al fine di garantirsi la legittimità – anche se solo temporanea – per soggiornare sul territorio nazionale.

Come detto i migranti vengono o rintracciati sul territorio nazionale o come più spesso accade il loro sbarco via mare viene “guidato” in banchina o vengono soccorsi direttamente in mare e successivamente condotti a terra.

L’attivazione dell’evento è di competenza della “Direzione Centrale dei Servizi Civili per l’Immigrazione e l’Asilo”, appartenente ad un Dipartimento del Ministero dell’Interno.

Il primo intervento è sicuramente quello dell’assistenza medica coordinato dalle ASL competenti per territorio che dispiegano le loro unità presso i c.d. “Hotspot” luoghi dedicati alla prima accoglienza, dei profughi.

Con l’assistenza di mediatori culturali e alla presenza di funzionari dell’ UNHCR – (Agenzia ONU per i rifugiati) vengono poi effettuate tutte quelle operazioni volte a rendere certa l’identità del migrante a cura delle unità specializzate della Polizia di Stato  con la redazione di un foglio notizie  volte a raccogliere informazioni personali e familiari per ricostruire “la storia” della persona, tra cui il fotosegnalamento quale atto importantissimo per dare un dato certo sulla sua identità, dato che i migranti sono di norma sprovvisti di passaporto. I dati vengono inseriti in un database nazionale di “Sistema Gestione dell’Accoglienza”.

Una successiva fase di pianificazione permette di gestire ed organizzare la distribuzione dei migranti per l’accoglienza ed ospitalità sul territorio, non potendo essere accolti, per evidenti ragioni di numero, nei Centri di Prima Accoglienza. Viene quindi effettuata una assegnazione degli stranieri prima su base regionale, poi su base provinciale, con la finalità di evitare la loro dispersione e consentire alle autorità competenti il supporto ed il monitoraggio dei migranti stessi.

In sede territoriale il migrante presenterà la richiesta di asilo presso l’ufficio Immigrazione della Questura di competenza, dando inizio all’iter per il riconoscimento della sua istanza che sarà valutata in prima battuta dalla Commissione Territoriale per il Riconoscimento della Protezione Internazionale[1], potendo poi ricorrere in sede giurisdizionale al Tribunale Civile, in caso di prima decisione sfavorevole per i migranti.

I richiedenti asilo – in linea di massima – per la normativa vigente che ha recepito le normative Comunitarie di settore, hanno diritto all’ospitalità da parte dello Stato, nelle more del riconoscimento o del rigetto della richiesta di asilo, secondo un sistema graduale finalizzato all’inserimento del migrante nel contesto sociale. Infatti agli stessi dopo qualche mese viene anche rilasciato un Permesso di Soggiorno che permette appunto di svolgere attività lavorativa.

I nodi più difficili da dipanare – che agitano i palazzi della politica – sono quelli relativi ai tempi dell’iter procedurale per la definizione delle richieste di protezione internazionale e del contestuale contrasto all’immigrazione illegale.

In merito al primo punto, sono circa 130.000 le domande giacenti che attendono di essere valutate in primo grado dalle Commissioni, con liste di attesa che possono arrivare anche a due anni e mezzo. A tal proposito sono allo studio dei correttivi finalizzati a rendere più agevole l’opera delle predette commissioni.

Inoltre è da considerarsi fondamentale la cooperazione con i Paesi di provenienza degli stranieri: solo solidi accordi bilaterali possono permettere da una parte un fattivo monitoraggio dei “partenti” per l’Europa e dall’altro l’eventuale rimpatrio verso il paese di provenienza di coloro che, una volta giunti, non venissero riconosciuti come meritevoli della Protezione Internazionale.

 

 


 

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Andrea Arcamone

Classe 1965, di origine umbra ma da tempo naturalizzato cittadino senese, è laureato in giurisprudenza, scienze politiche e specializzato in diritto amministrativo.

Ha percorso tutti i gradini della carriera nella Polizia di Stato fino all’attuale incarico di dirigente della Divisione di Polizia Amministrativa, Sociale e dell’Immigrazione della Questura di Siena.

Nel corso della sua attività lavorativa, ha spesso ricoperto ruoli in prima linea, e con relative responsabilità, nel settore della gestione e organizzazione dell’accoglienza ai migranti, oltre a svolgere importanti funzioni di ordine pubblico nelle diverse località dove ha prestato servizio.

 

 

 

[1] Le Commissioni Territoriali sono gli organi deputati all’esame delle domande di protezione internazionale e, nominate con decreto del Ministro dell’Interno, sono presiedute da un funzionario della carriera prefettizia (con la qualifica di Viceprefetto) e composte da un funzionario della Polizia di Stato, da un rappresentante di un Ente territoriale designato dalla Conferenza Stato-Città ed autonomie locali e da un soggetto designato dall‘U.N.H.C.R. (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati).

Ad oggi sono operative n. 28 Sezioni per un totale di n. 48 collegi.

(dal sito web del Ministero degli Interni)

 

Cresce la popolazione, cresce il reddito

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Abbiamo visto nel precedente articolo come le teorie malthusiane attribuissero alla pressione demografica la causa della povertà e della fame nel mondo. Secondo l’economista inglese del Settecento e i suoi seguaci, infatti, le risorse disponibili nel mondo aumentano molto meno velocemente della popolazione e quindi si crea una forte tensione sui mercati.

Se non si apportano correttivi a questa tendenza o se non ci sono forti aumenti di produttività per effetto delle nuove tecnologie, il mondo ritrova un suo equilibrio solo attraverso carestie, guerre o epidemie.

Siccome oggi l’aumento demografico nelle società occidentali è essenzialmente dovuto ai flussi migratori, che irrobustiscono le statistiche e abbassano l’età media della popolazione, c’è chi potrebbe – con questi presupposti – concludere che il fenomeno dell’immigrazione sia alla base di tutti i mali.

Se guardiamo però la cosa da un diverso punto di vista, ovvero seguendo l’impostazione keynesiana, possiamo considerare che un forte incremento di popolazione in un qualunque sistema si traduce inevitabilmente in un aumento della domanda aggregata di beni e servizi. Queste persone avranno infatti inizialmente bisogno di generi di sopravvivenza quali cibo, vestiario, medicinali, abitazioni e così via; successivamente di istruzione, assistenza sanitaria, giustizia, servizi pubblici.

In ogni caso, dal momento in cui i migranti arrivano ai paesi di destinazione, e indipendentemente dalle procedure di acquisizione dei permessi di soggiorno, essi determinano un aumento di spesa pubblica se non altro per la gestione degli arrivi, le problematiche di ordine pubblico, le procedure di rimpatrio: è dunque ragionevole ritenere che il primo immediato effetto economico sia l’aumento della spesa pubblica.

Tutto ciò comporta l’aumento del reddito nazionale, definito proprio come somma della domanda aggregata: dovranno essere prodotte maggiori quantità di beni e servizi di consumo e la spesa pubblica si traduce in aumento di stipendi e costi del personale (forze dell’ordine, spese di giustizia, ecc.) e fornitura di generi di sopravvivenza. Ci dovrà quindi essere qualcuno, nel sistema, che produce quei beni per soddisfare la nuova domanda e ben presto queste aziende avranno a loro volta la necessità di investire in nuovi macchinari o nuovi prodotti e servizi, dando luogo all’aumento della domanda per investimenti. Attraverso il meccanismo del moltiplicatore del reddito, che abbiamo descritto in modo dettagliato nella serie sull’abc dell’economia (si veda a questo riguardo https://marcoparlangeli.com/2018/01/23/labc-delleconomia-consumo-e-consumismo/ ), si avrà un effetto finale di crescita molto superiore a quello del primo incremento che ha innestato il processo.

Via via che i nuovi arrivati si inseriscono nelle comunità di destinazione e riescono a trovare lavoro, almeno quelli che verranno regolarizzati (ma il fenomeno si verifica anche per chi resta come clandestino, pur sfuggendo alle statistiche ufficiali), percepiranno redditi da lavoro che danno luogo a ulteriore aumento della domanda aggregata: saranno quindi nuovi consumatori e contribuiranno a far crescere il reddito complessivo del paese.

Contrariamente dunque a quello che molti ritengono, i flussi di immigrazione non impoveriscono il sistema economico del Paese, ma anzi determinano un aumento della sua produzione e del suo reddito. Naturalmente, l’effetto complessivo dovrà tenere conto anche delle maggiori importazioni (parte dei nuovi prodotti domandati verranno acquistati dell’estero) e delle rimesse degli emigranti (il denaro che gli emigrati trasferiscono ai propri paesi di origine): con questi fenomeni, parte del nuovo reddito creato non viene mantenuto nel Paese di destinazione degli immigrati, ma viene trasferito all’estero.

Tuttavia un effetto espansivo importante si avrà anche sui mercati finanziari, nella misura in cui i nuovi arrivati riusciranno – una volta soddisfatte le esigenze di consumo primario legate alla sopravvivenza – a risparmiare parte del reddito percepito e ricercheranno forme di impiego.

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Si pensi, a questo proposito, all’importanza che sta assumendo, anche nei Paesi occidentali, il fenomeno della cosiddetta “finanza islamica”: molte banche e gestori del risparmio si stanno attrezzando per offrire prodotti che siano considerati rispondenti ai dettami della religione musulmana (cosiddetti halal), nella quale si riconosce la netta maggioranza delle popolazioni immigrate dai paesi poveri.

Questa comprende i grandi flussi finanziari originati direttamente dai Paesi islamici, in gran parte provenienti dai proventi del petrolio, che vengono investiti dai fondi sovrani nei più svariati asset dei paesi occidentali, fino al controllo o alla partecipazione importante in molte aziende anche strategiche. Ma anche in molte aree urbane ad elevata immigrazione, le banche cercano di acquisire nuova clientela e nuovi flussi di risparmio inserendo negli sportelli personale in grado di parlare arabo o delle stesse etnie degli immigrati, esponendo cartelli e comunicazioni nelle loro lingue, allestendo corner di accoglienza dedicati.

Si tratta di nuovi segmenti di mercato da non trascurare, soprattutto in una fase storica in cui è sempre più difficile acquisire e fidelizzare nuova clientela.

Lo stesso sta avvenendo nella grande distribuzione, dove sempre più punti vendita espongono prodotti rivolti alle popolazioni neo insediate, come ad esempio nei grandi centri urbani in Germania, i cui supermercati hanno ormai generalmente ampi reparti di prodotti turchi, storicamente presenti in gran numero.

Ma l’effetto più immediato dei flussi migratori è quello che si determina sul mercato del lavoro. Poiché scopo principale di chi si mette in cammino è proprio quello di cercare lavoro: certamente infatti gli immigrati si presenteranno come forza lavoro disponibile, soprattutto per le mansioni meno qualificate e più faticose, nella fascia bassa delle retribuzioni.

Nella misura in cui per alcuni di questi lavori non si riesce a reperire mano d’opera, ciò aiuterà l’assetto produttivo soprattutto in prossimità della piena occupazione. Per questo nelle zone in fase di sviluppo e con elevata intensità di lavoro, i flussi migratori sono molto graditi dalle aziende.

Dove invece c’è disoccupazione diffusa, è ragionevole attendersi che un massiccio ingresso sul mercato tenda a favorire un peggioramento delle condizioni dei lavoratori, in quanto i migranti saranno disposti a lavorare a minor costo e con minori garanzie, molto spesso creando anche le condizioni per il “lavoro nero”, quello non denunciato e non legale.