AVVISO AI NAVIGANTI – Ottobre di penitenza

Tradizionalmente il mese di ottobre è un mese di penitenza, e anche i mercati si sono adeguati. Ma il Nostromo ritiene che fino al Natale qualche soddisfazione ce la possiamo togliere.

Con prudenza e selezionando gli oggetti, può essere il momento di prepararsi alle feste di fine anno, complice la anche Brexit (se finalmente arriveremo all’ultima slide), il clima più disteso dei negoziati USA – CINA e la liquidità del sistema, ancora alta.

Nel 2020 poi non sappiamo cosa succederà, ma questa è un’altra storia.

IL NOSTROMO

Annunci

Sparsa le trecce morbide…

1200px-Greta_Thunberg_01

 

Il dolore di Ermengarda nell’Adelchi manzoniano – rinnovato a ogni generazione di studenti di latino alle prese con l’accusativo alla greca – per aver appreso che il marito che l’aveva abbandonata si era nuovamente sposato, richiama il dolore della treccia più famosa di oggi, quella di Greta Thunberg, per il degrado del pianeta.

Dobbiamo confessare che le sempre più frequenti apparizioni sui media di Greta Thunberg e le lezioncine che dispensa – con il consenso e anzi l’appoggio delle classi dominanti – tanto da farle fare un intervento alle Nazioni Unite davanti ai grandi della Terra – ci provocano una certa reazione di fastidio, se non di vero e proprio disappunto, ben diversa dal clima di generale e incondizionata ammirazione di cui gode la furba svedesina.

E questo non tanto per le cose che dice, in gran parte giuste e condivisibili (come si fa a non essere d’accordo sulla necessità di un maggiore rispetto per l’ambiente e di un corretto uso delle risorse?), quanto per la sovraesposizione e anche l’utilizzo improprio da parte dei genitori di una minore che forse dovrebbe meglio impiegare il proprio tempo sui banchi di scuola piuttosto che sul set.

La Svezia è stata d’altra parte una delle prime nazioni a porre con forza il problema della conservazione dell’ambiente, fin dagli anni ’70, e a organizzare la propria vita sociale e politica in modo corretto e responsabile, anche se ora il mito della socialdemocrazia scandinava è decisamente appannato.

A parte Greta, il vero problema, oltre a quelli seri dell’ambiente, è l’ondata di estremismo ecologista che da qualche tempo imperversa, che rischia di trasformarsi in una sorta di nuova religione, con forti connotati di intransigenza e fideismo.

 

pollution-2043666_1280.jpg

 

Dopo i pressanti allarmi sul “buco dell’ozono”, il cui pericolo sembra ora rientrato, e il sostanziale fallimento dei negoziati sul clima fra le grandi potenze mondiali, l’ambientalismo ha ripreso nuovo vigore, di pari passo con l’accresciuta consapevolezza che lo sviluppo economico non può esaurire o pregiudicare le risorse naturali. Il ritmo di crescita economica a doppia cifra degli ultimi 20/30 anni di regioni del mondo sovrappopolate, in modo particolare India e Cina, ma in generale di tutta la regione asiatica, fa sorgere il giustificato dubbio che le fonti energetiche tradizionali (petrolio, gas naturale, carbone) possano esaurirsi nel giro di qualche decennio.

Da qui il giusto obiettivo da un lato di ridurre il consumo di queste risorse, limitando così anche il relativo inquinamento ambientale, dall’altro di ricercare nuove fonti rinnovabili o rigenerabili.

I più attempati fra i lettori del blog ricorderanno certamente le condizioni di vita degli anni ’70 alla fine del “miracolo economico” che sancì l’ingresso del nostro Paese fra i grandi della Terra. Le città erano (almeno apparentemente) molto più inquinate di oggi, con le emissioni di scarico e i fumi delle ciminiere fino ai margini dei centri storici, con i locali pubblici pieni di fumo come camere a gas e pochissima o nulla attenzione da parte delle aziende agli effetti tossici di molte lavorazioni sull’ambiente, con i centri cittadini – oggi in gran parte chiusi al traffico – invasi dalle auto e mezzi di trasporto.

Intere città venivano edificate in spregio alle sensibilità ambientali e prendevano forma i numerosi ‘mostri ecologici’ che oggi è spesso complicato demolire. L’agricoltura biologica era ancora di là da venire e l’uso di diserbanti chimici era indiscriminato e incontrollato. Anche oggi esistono ahimé situazioni del genere, ma sono chiaramente illegali e c’è comunque una sensibilità diffusa e un sentire comune che fanno condannare utilizzi di risorse non rispettosi dell’ambiente. Sottrarsi alla legislazione di tutela è purtroppo sempre possibile e continuamente vengono scoperte situazioni di enormi truffe specie sul versante dello smaltimento dei rifiuti, in particolare di quelli più inquinanti. Si tratta però sempre di reati, rispetto a un sistema di leggi che, seppur sempre migliorabile, oggi pare sufficientemente completo, anche purtroppo a causa dei numerosi disastri che si sono verificati negli anni.

Un tempo macchine e dispositivi consumavano energia molto più di oggi e la stessa produttività degli impianti di estrazione era molto inferiore a quella attuale. Le città erano meno verdi di oggi, intasate da traffico e inquinate dagli scarichi. Nuovi cantieri venivano aperti continuamente nelle periferie, dando vita a palazzoni uso conigliere e insediamenti con minima disciplina edilizia. Lo scarico in mare e nei fiumi di rifiuti era pratica diffusa e spesso tollerata. Probabilmente era la stessa situazione che si verifica oggi in Cina e in India, dove sull’altare dello sviluppo venivano sacrificate risorse naturali e salvaguardia dell’ambiente.

Tanto che la risposta dei cinesi a chi imputa loro il naufragio dei negoziati sull’ambiente è quella di chi è chiamato ad osservare limitazioni proprio da coloro che tale situazione hanno in precedenza causato, come le potenze industriali occidentali. Prima vi siete sviluppati voi e avete devastato l’ambiente – dicono i sudditi del celeste impero a noi occidentali – e ora che lo facciamo noi, vorreste che ci fermassimo. Certo è che l’impatto sul pianeta di una popolazione di qualche miliardo di esseri umani è molto maggiore di quello dell’Europa e degli Stati Uniti qualche decina di anni fa.

Le emergenze ambientali però non si esauriscono nei problemi dell’inquinamento e della disponibilità di risorse dei paesi sviluppati o in via di sviluppo, ma anche nella deforestazione e nel processo di desertificazione del pianeta. Tutte cose giuste e meritevoli di attenzione e comportamenti corretti, pena il rischio di veri e propri disastri ambientali nelle prossime generazioni. Giusto preoccuparsene e soprattutto insegnare nelle scuole i principi dell’ecologia e del rispetto della natura.

Tuttavia l’esasperazione dei toni, come pure l’enfasi e la riprovazione generale verso chi non è allineato paiono francamente esagerati. In alcuni casi si fa dell’ecologia una vera e propria piattaforma politica, come se la tutela dell’ambiente non dovesse essere comune a tutti gli schieramenti e l’azione politica non dovesse svilupparsi invece anche su altri temi di interesse più specifico.

Altrimenti si rischiano situazioni ridicole, come quella che, nell’incapacità di assicurare un efficiente smaltimento dei rifiuti urbani, parcellizza gli obblighi di raccolta differenziata presso gli utenti senza integrare il processo con inceneritori all’avanguardia e riciclo dei materiali. Così non si fa altro che trasferire sugli utenti una parte dei costi e lavoro senza peraltro migliorare né la qualità del servizio né gli effetti negativi sull’ambiente.

 

Un altro falso mito, insomma.

I falsi miti: numero dei parlamentari

Palazzo_Montecitorio_Rom_2009

 

Una vecchia ma illuminante storiella raccontava di un tale che, incontrando un amico, gli descriveva la sua paura per aver visto una macchina che procedeva contro senso nella sua corsia di autostrada. Al che l’altro, ribatteva : “Uno solo? Pensa che io stamani vedevo TUTTE le auto che andavano in senso contrario…”.

Talvolta questo è proprio quello che succede leggendo i giornali o guardando la TV: si sentono giudizi e opinioni che vengono quasi dati per scontati, implicitamente assumendo che tutti siano o debbano essere d’accordo. In realtà, se ci si ferma a riflettere, ci accorgiamo che in gran parte si tratta di falsi miti, o comunque di argomenti sui quali è ben possibile pensarla diversamente dall’opinione corrente. Capita allora di sentirsi proprio come quello della storiella che si trovava a procedere in direzione opposta a quella di tutti gli altri.

E’ il caso di due argomenti sui quali si sono recentemente spesi fiumi di parole e di inchiostro: la riduzione del numero dei parlamentari e l’ambientalismo esasperato. Proviamo a rimettere le idee in fila, naturalmente senza la pretesa di verità assoluta.

Il nuovo governo, che ha l’indiscutibile merito di aver almeno rinviato l’emarginazione del nostro paese dall’Unione Europea e la deriva sovranista, è nato con la condizione – imposta dal partito di maggioranza relativa – di ridurre il numero dei parlamentari, considerati troppi e inutilmente costosi. Così è stata votata in settimana, praticamente all’unanimità,  la legge che riduce il numero dei deputati da 630 a 315 e quello dei senatori da 400 a 200, per un totale di 345 seggi tagliati, ovvero il 36,5%. Il risparmio è stato stimato in circa 500 milioni di Euro per ogni legislatura, pari a 100 milioni all’anno.

Bene. Tutti contenti? Forse sì, ma a nostro parere non è una bella notizia. In primo luogo perché il problema della politica non è tanto quello del costo eccessivo in assoluto (su questo torniamo fra un attimo), ma della qualità del personale e del lavoro svolto.

Obiettivo di un paese serio non dovrebbe essere quello di avere una classe politica che costa poco in assoluto, ma che lavora bene, in modo illuminato ed efficiente, interpretando al meglio la volontà degli elettori e guidando il paese verso uno sviluppo sistematico e sostenibile, assicurando nel contempo equità e rispetto dei diritti. Il tutto con il vincolo che il costo sia coerente con le risorse complessive. Meglio pagare di più per un Parlamento che funziona piuttosto che risparmiare con eletti che disertano le sedute e il lavoro in commissione, che tutelano i propri interessi anziché quelli collettivi, che magari sono vulnerabili a episodi di corruzione o sono condizionati da pesanti conflitti di interesse. Un buon Parlamento può far risparmiare al paese molti più soldi di quelli che costa, attraverso un utilizzo efficiente della spesa pubblica, l’organizzazione di servizi di qualità, la realizzazione di un ambiente economico che tutela e favorisce il lavoro, l’iniziativa privata e la limitazione degli sprechi.

Recuperare 100 milioni di Euro all’anno – per un bilancio come il nostro che ha un disavanzo di 30 miliardi e un debito pubblico di quasi 2.500 miliardi – con una politica economica e fiscale intelligente non è un impresa difficile.

Un po’ come le polemiche di matrice pauperistica sui superstipendi dei manager privati: ci si indigna per i compensi pagati ai dirigenti, ma si dimentica che in un modello capitalista è perfettamente legittimo e razionale che gli azionisti decidano di pagare X milioni di euro all’anno a un capoazienda se sono convinti che con la sua opera la società potrà guadagnare 3 o 4 volte tanto. Diverso, ovviamente, il discorso per i manager pubblici, sui quali l’imposizione di tetti alla remunerazione è invece corretta, specie quando risulta difficile valutare la loro performance.

Così come una politica di solo contenimento dei costi non è mai una buona politica aziendale, se non è accompagnata, e anzi preceduta, da uno sviluppo dei ricavi e del giro di affari. Un commerciante che volesse solo risparmiare sugli acquisti, basterebbe che non acquistasse merce; ma cosa venderebbe poi ai suoi clienti? La logica dello sviluppo è l’esatto contrario, per cui anche un aumento dei costi è ampiamente giustificabile se ciò comporta un più che proporzionale incremento dei ricavi, in modo tale che il profitto comunque cresca.

C’è poi un altro aspetto non trascurabile. Se si parte dall’idea che l’attuale distribuzione dei seggi parlamentari rispetto al territorio sia corretta, un “taglio lineare” del loro numero rende necessaria un’operazione di riequilibrio distributivo, in modo da ottenere una nuova situazione soddisfacente. Se si riteneva una circoscrizione territoriale ben rappresentativa in precedenza, con il nuovo numero vanno sicuramente apportati dei correttivi per realizzare una distribuzione altrettanto rappresentativa. Se un senatore veniva eletto, ad esempio,  in un collegio di 500.000 abitanti, e oggi quel collegio – per effetto della riduzione del numero dei seggi – copre un milione di abitanti, certamente il rapporto degli eletti con la popolazione, specie quella dei piccoli centri isolati, diventa meno stretto e in qualche modo si affievolisce il legame con la politica.

Lo stesso per quanto riguarda il meccanismo elettorale, proporzionale o maggioritario. Se non si pone mano a una complessiva riforma del sistema rappresentativo, che assicuri un rapporto stretto fra eletti e elettori e, allo stesso tempo, un’efficace azione di governo, non si fa un buon servizio al paese. Ma se l’obiettivo è il puro e semplice taglio dei costi, ben difficile che si ottenga anche un miglioramento qualitativo, o quanto meno un mantenimento dello status quo.

Tutto sommato – almeno dal punto di vista del metodo – era sicuramente meglio affrontare il tema attraverso una complessiva proposta di riforma, come aveva fatto il Governo Renzi con il referendum che poi venne respinto dall’elettorato, decretando così la fine di quell’esecutivo. Si può condividere o meno quella proposta, ma allora era evidente che lo scopo non era tanto o solo quello di risparmiare, quanto quello di realizzare un diverso sistema di rappresentanza.

A ben guardare, sembra che il vero obiettivo della sbandierata riduzione del numero dei parlamentari sia quello di assecondare “la pancia” dell’elettorato, sempre diffidente e sospettosa nei confronti della politica.

 

Nel prossimo articolo parleremo di un altro grande falso mito, quello del neo-ecologismo e dell’ambientalismo estremista, affascinato dalle treccine di Greta Thunberg e dai conati anti progresso.

 

 

 

Una bella intervista di Duccio RUGANI

Nello spazio tradizionalmente dedicato all’ “Avviso ai naviganti”, pubblichiamo questa settimana una bella intervista di Duccio RUGANI uscita nei giorni scorsi sul blog

http://www.quinewssiena.it

dove si parla fra l’altro di SIENA e dei suoi problemi.

Il Nostromo tornerà a dispensare i suoi consigli su mercati e navigazione il prossimo fine settimana.

Buona lettura e buona domenica a tutti.

https://www.quinewssiena.it/siena-marco-parlangeli-e-la-finanza-a-misura-di-cittadino.htm

Star Wars: la guerra tecnologica e commerciale tra USA e Cina

China USA.jpg

 

Così come l’era di Ronald Reagan è ricordata per la guerra degli scudi spaziali con l’ex Unione Sovietica, quella di Donald Trump verrà ricordata per la guerra commerciale, ma soprattutto tecnologica, con la Cina. In entrambi i casi si tratta di conflitti molto aspri, con ingenti impieghi di risorse finanziarie e senza (o con molto limitati) aspetti militari.

C’è tuttavia una differenza fondamentale: mentre Reagan vinse la sua guerra e riuscì a dare una spallata decisiva al regime sovietico, Trump (o il suo successore, nel caso probabile che la durata ecceda il suo mandato) è destianto a perderla. Vediamo perché.

Partiamo dalla “proposta indecente” del biondo Presidente al Celeste Impero di un paio di settimane fa: Trump ha offerto la sua disponibilità a rinunciare a un buon numero di dazi doganali in cambio della rinuncia dei cinesi alla proprietà intellettuale di una trentina di aziende tecnologiche asiatiche, come noto in quel paese di emanazione pubblica. Gli asiatici hanno respinto la proposta al mittente e il motivo è semplice: nella tecnologia quantistica e nel 5G, le vere frontiere del futuro, i cinesi sono se non anni luce certamente molto molto avanti rispetto agli americani, ed essendo i centri di ricerca concentrati in enti pubblici, i benefici in termini strategici ed economici non si fermeranno agli azionisti delle società private di telecom, ma verranno immediatamente acquisiti dallo Stato.

Senza alcuna pretesa di essere esaustivi, anche perché questo blog non è specializzato – ahimè – in scienza e tecnologia, può valere la pena spendere qualche parola sui temi accennati, chiedendo venia fin d’ora per le inevitabili semplificazioni e, forse, inesattezze[1].

La rete cellulare 5G[2], acronimo di quinta generazione, sarà 100 volte più potente dell’attuale 4G, perché consentirà la connessione “senza soluzione di continuità”, rendendo possibili attività quali le produzioni gestite totalmente da robot in movimento, le operazioni chirurgiche a distanza e la guida di automobili senza conduttore.

Questo tipo di connessione in continuo sarà resa possibile da una rete di ripetitori di dimensioni più limitate degli attuali ma molto estesa e ramificata sul territorio, in modo tale da raggiungere con segnale forte anche le località più sperdute e inaccessibili. Questo richiede però, in primo luogo, una colossale opera di infrastrutturazione del territorio che si presenta molto costosa e tecnicamente complicata.

In questo processo la Cina è molto avanti, sia per le enormi risorse che ha stanziato sul progetto, sia per le minori rigidità burocratiche e amministrative che esso comporta, e che rendono al contrario molto problematico procedere nella stessa direzione per gli Stati Uniti e per tutti i paesi occidentali. Nel mondo capitalista, infatti, i privati difficilmente possono disporre delle risorse necessarie trattandosi di una vera e propria barriera all’accesso. Inoltre, nel “nostro mondo”, si passa da una serie di steps sempre lunghi e complessi: l’asta per le frequenze radio, l’affitto di beni immobili per installarvi i ripetitori, la costruzione delle torri; mentre in Cina – dove tutto appartiene allo Stato – una volta lanciato il progetto, tutti remano nella stessa direzione.

Non solo: anche dal punto di vista della ricerca siamo molto indietro, almeno a detta degli scienziati. Un dato eclatante è quello del personale di Huawei, il gigante telecom cinese: su 190.000 dipendenti, ben 90.000 hanno un PhD, ovvero un dottorato di ricerca e tutti questi sono assegnati alla ricerca e sviluppo. Ecco allora che sulla tecnologia quantistica, l’unica in grado di superare i limiti fisici del sistema binario su cui sono basati tutti i computer che conosciamo, i cinesi sono molto più avanti di tutti.

 

5G.jpeg

 

La tecnologia quantistica è infatti ingrado di superare la logica binaria, secondo la quale il bit può avere valore 0 o 1, perchè consente al qbit (l’unità di misura base nel mondo dei quanti) di avere allo stesso tempo valore 0 e 1. E inoltre i cinesi hanno stanno realizzando un microprocessore (il Kirin 990) in grado di lavorare sia in ambiente 4G che in ambiente 5G, cosa che consentirà di aggredire fin d’ora il mercato con gli smartphone del futuro, anche in attesa della necessaria infrastrutturazione di cui abbiamo parlato sopra.

Questi microprocessori di nuova generazione utilizzeranno un nuovo sistema informativo denominato Harmony OS (HOS), che sostituirà Android. E così si capisce che la misura ritorsiva di impedire a Huawei di avvalersi di forniture USA, fra le quali appunto Android, ha fatto multo rumore ma pochi danni.

Entro il corrente anno la Cina avrà più 5G di qualsiasi altro posto sul pianeta ed entro la fine dell’anno prossimo avrà 100 milioni di connessioni 5G. Con la potenza di calcolo resa possibile da questa tecnologia, i vantaggi nei settori strategici, quali l’intelligenza artificiale, l’industria aerospaziale e quella militare saranno enormi e pressoché incolmabili.

Rispetto a questo, i dazi doganali imposti da Trump sulle esportazioni asiatiche negli USA saranno alla fine poco più di una puntura di spillo, anche perché i cinesi si stanno attrezzando in modo sistematico, come loro costume, per sostiture il mercato interno (di dimensioni infinite) a quello americano.

Ecco perché è facile prevedere che la guerra commerciale in corso ha già un vincitore annunciato e che la fortuna di Trump è il fatto che non sarà ancora finita quando – fra circa un anno – scadrà il suo mandato alla Casa Bianca e si aprirà la corsa per il mandato successivo.

 


[1] Un ringraziamento particolare al dott. Paolo Panerai che nella sua prestigiosa rubrica “Orsi e Tori” di Milano Finanza del 14/9/2019 ha trattato in modo magistrale questi problemi.

[2] Argomento trattato da Stu Woo su “Wall Street Journal”, riportato integralmente nel numero di Milano Finanza del 14/9/2019.

AVVISO AI NAVIGANTI – I mercati come Forrest Gump

fgorrest_2

Alla fine di una corsa ininterrotta di giorni e giorni lungo strade, ponti, valli, durante la quale una moltitudine di gente si unisce al maratoneta, senza sapere dove andare né perché, Forrest Gump si ferma e dice “sono un po’ stanchino”.

Così il mercato, dopo mesi di corsa e prezzi in crescita, si è reso conto di essere “un po’ stanchino” e si è fermato, anzi è sceso invertendo la tendenza. Difficile che continui a crescere ai ritmi del recente passato, ma tutto sommato lo stop è fisiologico, almeno fino ad ora.

Qualche lampo in lontananza e l’eco di tuoni indistinti non sempre significano tempesta in arrivo. Il nostromo consiglia nervi saldi, pazienza ma non paura, con attenzione al meteo ma senza farsi prendere dal panico. In fondo essere “un po’ stanchini” dopo una lunga corsa è abbastanza normale.

IL NOSTROMO

Riusciremo mai a ripagare il debito?

debt

 

Il debito pubblico del nostro paese, come abbiamo visto nei precedenti articoli, è di circa 2.386,2 miliari di Euro, equivalente a 93.000 € a famiglia: rappresenta circa il 135% del Prodotto Interno Lordo, ovvero del totale dei redditi prodotti in un anno nel paese.

Ciò significa che occorrerebbe il prodotto di un anno e tre mesi per ripagare il debito: come se una famiglia che incassa 50.000 € di stipendi in un anno, avesse un debito di 70.000 €, o un’azienda che fattura un milione all’anno avesse debiti per 1,34 milioni. Sono livelli che nessuno potrebbe sostenere, forse neanche nel breve o brevissimo periodo, ma certamente non nel medio. Allora perché lo Stato italiano va avanti da tempo in questa situazione? E soprattutto: riuscirà mai a liberarsi da questo enorme macigno?

Dei motivi storici della formazione del debito abbiamo parlato ripetutamente: attraverso i disavanzi di bilancio, che si sono susseguiti e stratificati nel tempo senza una strategia efficace di rimborso. I tioli del debito pubblico, nei quali è incorporata la maggior parte della posizione debitoria hanno generalmente una scadenza ben precisa, che va da 1 mese (BOT) a 10, 15 e più anni; esistono poi anche titoli cosiddetti perpetual, per i quali non è previsto il rimborso.

Naturalmente il Governo cerca di scaglionare in modo efficiente le scadenze in modo che i rimborsi possano essere ben gestiti, ma ogni mese vanno emessi nuovi titoli col cui ricavato in parte si estinguono quelli scaduti e in parte si fronteggiano i fabbisogni di cassa correnti.

Oltre a questo, c’è il peso degli interessi che – a un costo medio del 4% – incidono sui conti per circa 100 miliardi di Euro all’anno. Ogni punto di diminuzione dello spread vale circa 24 miliardi di interessi passivi risparmiati da parte dello Stato, ovvero l’importo del gigantesco aumento dell’IVA che si paventa quest’anno.

wallet_money_tickets_europe_business_eur_finance_trade-596773.jpg!d.jpg

 

Ma il vero problema è quello del rimborso. E’ evidente che il primo passo è quello di ridurre l’entità del debito, e invece abbiamo visto che continua a crescere. Per ridurlo occorre impostare (e poi realizzare) un piano di rientro, che si ponga un obiettivo realizzabile e individui le modalità per conseguirlo.

 

Il debito possiamo estinguerlo sostanzialmente in tre modi:

  • Vendendo le attività, ovvero il patrimonio di cui si dispone (come facevano i vecchi proprietari fondiari che per pagare le tasse o reperire risorse finanziarie cedevano poco a poco le proprietà fino ad azzerarle);
  • Attraverso gli avanzi finanziari che vengono destinati al rimborso;
  • In modo violento attraverso la svalutazione o la cancellazione del debito, oppure con elevata e persistente inflazione che riduce il valore reale delle attività e passività, realizzando una redistribuzione della ricchezza a danno dei creditori e a vantaggio dei debitori.

 

L’ultimo caso si verifica solo in casi straordinari e passa attraverso il fallimento dello Stato (come è capitato in Argentina alcuni anni orsono) oppure in seguito ad eventi storicamente devastanti, come in Germania durante la Repubblica di Weimar.

Il bilancio dello Stato italiano è strutturalmente in disavanzo, per cui anche la seconda opzione è in pratica impercorribile: per cui resta solo la prima.

Per uno Stato vendere le proprie attività significa in pratica privatizzare le imprese pubbliche e/o alienare gli immobili: sono entrambe modalità più volte tentate in passato, sempre con scarso successo.

La stagione delle privatizzazioni è stata quella degli anni ’90, quando vennero poste sul mercato le migliori e più redditizie imprese pubbliche: banche, aziende di comunicazione, società di gestione della rete elettrica, del gas e dell’acqua. Il processo, a posteriori, si è rivelato una vera cuccagna per chi ne ha saputo approfittare, riuscendo ad acquisire asset importanti e profittevoli quali Telecom, Autostrade, Borsa Italiana, Credito Italiano, BNL, le Casse di Risparmio e tanti altri.

Il processo di privatizzazione è in realtà molto complesso: si deve assicurare la trasparenza delle procedure e si deve ottenere il massimo valore possibile, cosa difficile quando il mercato è imperfetto e viziato da opacità. A maggior ragione quando si tratta di attività in qualche modo strategiche come l’elettricità o le comunicazioni, nelle quali lo Stato ha voluto mantenere quanto meno un potere di veto sulla gestione aziendale.

Nel caso dell’Enel, ad esempio, è stata mantenuta una quota (la cosiddetta golden share) che attribuisce poteri particolari al socio pubblico, ma che – rendendo non contendibile l’azienda – ne diminuisce il valore di mercato. Nel caso di Telecom, invece, è stata promossa e agevolata la costituzione di un gruppo di azionisti graditi (il cosiddetto “nocciolino duro”) che ne rilevassero il controllo di fatto: anche in questo caso il valore ottenibile con la vendita è inferiore a quello teorico.

Stessi problemi si sono presentati per la vendita di immobili. Spesso sono stati fatti tentativi di alienare immobili pubblici quali caserme, ospedali e edifici dismessi, aree e grandi contenitori urbani: tuttavia avendo sempre vincoli di destinazione molto stringenti, non è facile trovare acquirenti che possano mettere a reddito questi asset, motivo per cui le procedure sono andate spesso deserte.

Risulta quindi evidente che è molto difficile, se non impossibile, ridurre il debito pubblico, a meno di eventi straordinari non augurabili. Il massimo che si potrebbe ottenere è, in primo luogo, di avere almeno il pareggio del bilancio corrente, quindi evitare nuovi disavanzi correnti impedendo almeno una ulteriore crescita. Potrebbe poi essere impostato un piano di dismissioni di durata di almeno 4/5 anni che riuscisse a riportare il rapporto debito/PIL almeno al 100%, pur nella consapevolezza, per quanto abbiamo detto sopra, che si tratta di un processo lungo e difficile.

 

 

Il super debito dello Stato italiano

Debito_pubblico

 

Fra i parametri di finanza pubblica previsti dal Trattato di Maastricht del 1992, era compreso quello dell’indebitamento degli Stati membri, secondo il quale non deve essere superato il 60% del rapporto fra debito pubblico e PIL. Tale rapporto può non essere soddisfatto, a condizione però che il valore si riduca in misura significativa e si avvicini alla soglia indicata con ritmo adeguato.

Fra tutti i parametri, il rapporto debito/PIL è sicuramente il più disatteso, non solo dall’Italia ma anche da altri Stati (fra i più disallineati Francia, Olanda e Belgio), e proprio per questo è prevista una deroga così ampia da renderlo aggirabile con estrema facilità. Usando termini qualitativi e impalpabili quali “misura significativa” e “ritmo adeguato”, è evidente che viene lasciata alle autorità dell’Unione Europea la libertà di approvare anche situazioni decisamente fuori dai limiti. Del resto, rispetto a 27 anni fa quando venne sottoscritto il Trattato e i parametri entrarono in vigore, i mercati finanziari – grazie anche alle esperienze delle diverse crisi che si sono susseguite nel tempo – hanno progredito molto e i meccanismi di assorbimento sono sensibilmente migliorati, rendendo gestibili anche livelli di indebitamento più alti del passato.

Inoltre, e soprattutto, si sono intensificati i vincoli economici e istituzionali fra gli Stati a livello europeo e con l’introduzione dell’Euro è stato eliminato il fattore di rischio rappresentato dal cambio all’interno dell’UE.

In ogni caso, livelli di debito pari o superiori al prodotto lordo di un anno sono oggettivamente molto elevati e richiedono forte attenzione: la situazione diventa infatti critica quando, oltre all’alto indebitamento, sussiste anche un deficit significativo, sempre in rapporto al PIL, esattamente come nel caso dell’Italia. In tale ipotesi, finanziare il disavanzo significa far aumentare ancora il debito e questo – in presenza di un mercato stagnante – può creare difficoltà di collocamento dei titoli.

In Italia il debito complessivo della pubblica amministrazione era pari al 132,2% del PIL nel 2018, ed è stimato al 134,1% per l’anno in corso e al 135,5% per l’anno prossimo. Come si vede, quindi, non solo siamo ben oltre il 60%, ma neanche in riduzione e meno che mai in avvicinamento al 60%. In valore assoluto, il debito pubblico italiano a fine giugno ha raggiunto il livello record di 2.386,2 miliari di Euro, corrispondente a 93.000 € a famiglia. Un importo enorme, una cifra difficile da concepire e comprendere anche dal solo punto di vista numerico. Praticamente impossibile da rimborsare, almeno per qualche generazione, se non attraverso misure violente, quali la cancellazione e la svalutazione, che renderebbero però impossibile acquisire nuove risorse per pagare le spese, anche quelle correnti.

E’ la situazione che si è verificata qualche anno fa in Argentina e ha portato al fallimento dello stato attraverso la dichiarazione di insolvenza e che è stata sfiorata anche dalla Grecia, la quale ha però potuto evitare il crac grazie all’intervento dell’Unione Europea e del Fondo Monetario Internazionale, i quali hanno però preteso manovre economiche “lacrime e sangue”.

 

Exchange-Coins-Euro-Debt-Money-Cash-Bank-2754176.jpg

 

Questo debito è rappresentato ed incorporato, per la maggior parte, nei titoli pubblici quali Buoni Poliennali del Tesoro e Certificati di Credito del Tesoro (o altre tipologie di analoghi strumenti), oltre ai Buoni Ordinari del Tesoro che hanno scadenze entro i 12 mesi e che dovrebbero fronteggiare solo temporanei squilibri di tesoreria.

Oltre a ciò, il debito comprende anche le posizioni debitorie a vario titolo degli enti pubblici e degli enti locali, concesse da istituzioni creditizie nazionali o comunitarie.

I titoli pubblici sono posseduti per la maggior parte da privati residenti, che vi investono una quota del loro risparmio, e da banche italiane, per le quali rappresentano una forma di impiego alternativa ai prestiti alle imprese. Si può senz’altro dire che il debito dello Stato è controllato da privati o enti nazionali e questo è un elemento di relativa tranquillità per la sua gestione.

Le banche, a loro volta, possono utilizzare BTP e CCT come garanzia per ottenere prestiti dalla Banca Centrale Europea, la quale – a sua volta – può sottoscrivere direttamente, in generale sul mercato aperto e quasi mai all’emissione, questi titoli e mantenerli nel proprio portafoglio. Quando ciò succede, la BCE immette liquidità nel sistema e quindi aumenta la quantità di moneta in circolazione, favorendo la diminuzione dei tassi di interesse e, per questa via, dando impulso alla crescita dell’economia.

Fino a poco tempo fa – e, seppure in misura ridotta esiste ancora – era in corso un preciso programma della BCE di acquistare ogni mese quantitativi crescenti di titoli pubblici, proprio al fine di aumentare la liquidità e favorire la crescita. Questo programma era denominato quantitative easing, ovvero “facilitazione quantitativa” e ha caratterizzato negli ultimi anni in senso espansivo la politica monetaria nell’Eurozona, in analogia a quanto ha fatto la Federal Reserve negli Stati Uniti.

Naturalmente, quando le banche centrali vendono titoli di Stati detenuti in portafoglio o non rinnovano titoli giunti a scadenza e rimborsati, si verifica l’effetto opposto, ovvero la diminuzione della quantità di moneta e la restrizione monetaria, con tendenziale aumento dei tassi di interesse.

 

Vedremo nel prossimo articolo quali possono essere le modalità per rimborsare parzialmente, o almeno ridurre l’entità, dell’ingente debito pubblico del nostro Paese.

 

 

 

AVVISO AI NAVIGANTI – La coda del maiale

Negli ultimi 2 anni, l’indice FTSE MIB, quello che misura l’andamento in borsa dei principali titoli nazionali, è passato da 22.530 a 22.123, con una diminuzione di 1,8%. In questo periodo la punta massima è stata 23.900, quella minima 21.800, con una escursione di circa il 10%.

Alla fine si torna da dove siamo partiti, come la coda del maiale: gira gira rimane sempre lì.

Nonostante movimenti giornalieri anche forti, il mercato tende a tornare ai livelli di partenza. Se si scelgono buoni titoli e si ha pazienza e nervi saldi, non vendendo precipitosamente, si possono fare anche buoni affari.

IL NOSTROMO

Limiti e vincoli per i conti pubblici

IVA

 

Abbiamo detto nel precedente articolo che il deficit pubblico (la differenza fra spese e entrate dello Stato) deve essere contenuto entro il 3% del PIL (prodotto interno lordo) e che lo stock di debito non può tendenzialmente eccedere il 60% dello stesso PIL.

A parte l’entità delle percentuali, definita a suo tempo (nel 1992 a Maastricht) da tutti i paesi membri della (allora) Comunità Economica Europea sulla base di considerazioni economiche e politiche oggi forse anche superate, è innegabile che deficit e debito pubblico debbano essere contenuti entro limiti che ne consentano l’ordinata gestione in rapporto al PIL del paese.

Se prendiamo una qualunque azienda che operi nel mercato economico, la stessa non può infatti registrare continue e crescenti perdite di bilancio o aumento senza controllo del debito poiché è in primo luogo necessario che perdite e debiti siano sostenibili in relazione al fatturato dell’azienda stessa. Non esistono certamente percentuali che garantiscono automaticamente l’accettabilità dello squilibrio, ma è evidente che il volume d’affari debba poter riuscire a riequilibrare i conti in un periodo ragionevole; ed è altrettanto chiaro che le banche, per poter concedere un aumento del debito, dovranno convincersi che l’impresa affidata abbia la capacità di rimborsarlo e di pagarne i relativi interessi.

Non è diverso il caso di uno Stato sovrano: affiché i nuovi titoli del debito pubblico emessi, sia per il nuovo deficit che per rimpiazzare quelli scaduti, possano essere collocati presso gli investitori, questi ultimi devono aver fiducia nel buon andamento futuro di quel paese e devono essere ragionevolmente certi che quei titoli vengano rimborsati e gli interessi pagati. Nessun investitore affiderebbe le proprie risorse ad un’entità con i conti fuori controllo e sull’orlo del fallimento.

Possiamo discutere se il limite giusto del deficit sia il 3% del PIL e non il 4 o 5 o magari il 2% e se quello del debito sia il 60%, e non il 50 o il 70% dello stesso PIL, ma non si può dubitare che un qualche rapporto corretto fra queste grandezze ci debba essere e debba essere mantenuto nel tempo, altrimenti nessuno sottoscriverà più i titoli del debito pubblico e lo stato andrà in default, ovvero fallirà. Non è tanto l’Europa a imporre limiti alla crescita del disavanzo e dell’indebitamento, quanto la necessità di dover poi collocare i Buoni del Tesoro per reperire le risorse necessarie.

Secondo i dati OCSE relativi al primo trimestre di quest’anno, il rapporto deficit/PIL dovrebbe passare dal 2,1% del 2018 al 2,4% del 2019 al 2,9% del 2020, e quindi entro i limiti di Maastricht. Solo che questi rapporti considerano, fra le entrate, il ricavo dell’aumento dell’IVA che ammonta a 23,1 miliardi di Euro per il 2020 (passando l’imposta dall’attuale 22 al 25,2%) e a 28,7 per il 2021 (quando l’aliquota IVA dovrebbe passare dal  25,2 al 26,5%). Senza questo aumento monstre, il rapporto andrebbe al 3,3-3,4%, ed è per questo che la Commissione UE ha imposto questa misura drastica, che si applicherà in modo automatico in assenza di misure diverse.

Rispetto alle previsioni contenute nella legge di bilancio dello scorso anno, il PIL è diminuito dall’1 allo 0,1% per l’anno in corso e dall’1,1 allo 0,7% per il 2020. Ciò significa che, a parità di tutto il resto, il rapporto deficit/PIL è destinato a crescere rispetto alle previsioni, sia perché si riduce il denominatore (il PIL, appunto), sia perché – riducendosi il gettito fiscale perché con minori redditi si pagano meno tasse – aumenta il numeratore.

D’altra parte, con la nuova maggioranza di Governo, una serie di spese messe in bilancio e fortemente volute dalla precedente coalizione gialloverde “del cambiamento” possono essere ridimensionate (come l’applicazione di quota 100 per le pensioni) o evitate (come la flat tax). Inoltre la riduzione dello spread[1] di oltre un punto percentuale sui titoli del debito pubblico dovuta al maggior favore riservato dai mercati all’attuale compagine governativa rispetto comporterà un notevole risparmio sull’esborso per interessi.

Secondo alcuni analisti – ma è doveroso prendere le stime con prudenza – l’effetto combinato di questi scostamenti rispetto a quanto previsto nella legge di bilancio 2019, dovrebbe portare il rapporto tendenziale deficit/PIL dall’atteso 2,4% a circa l’1,7%, consentendo un certo margine di manovra al nuovo Ministro dell’Economia.

Se si vuole evitare l’aumento dell’IVA, occorre quindi partire dal gettito che si prevedeva per questa misura, ovvero 23,1 miliardi di Euro, oltre ai circa 4 miliardi di spese considerate “indifferibili”, per un totale di risorse da reperire intorno a 27 miliardi.

La maggior vicinanza all’Europa che questo Governo, almeno nelle intenzioni, dichiara e il suo favorevole accoglimento da parte delle istituzioni comunitarie potrebbero inoltre far ottenere una maggiore flessibilità da parte dei supervisori, in termini di un rapporto (anche se di poco) superiore al 3% e della possibilità di escludere dal computo della spesa almeno parte degli investimenti pubblici.

E’ stato calcolato che, fra il risparmio dovuto alla revisione delle politiche economiche rispetto alla maggioranza M5S-Lega (come si diceva sopra) e i maggiori margini consentiti dall’UE, ci potrebbe essere un recupero di risorse di 7/8 miliardi di Euro, parte dei quali andrebbero a finanziare misure di spesa già enunciate quali la riduzione del cuneo fiscale e il reddito minimo. Pur con tutte le cautele del caso, possiamo quindi attenderci una manovra che dovrebbe atterrare fra i 25 e i 30 miliardi di Euro, certamente molto impegnativa, ma forse più gestibile di quella paventata fino a pochi mesi fa, che partiva da 35 miliardi.

Di modesto impatto sui conti, invece, anche se di notevole effetto mediatico, la riduzione del numero dei parlamentari (che dovrebbe portare, a regime, un risparmio di circa 550 milioni all’anno) e la revisione del “Decreto Sicurezza”, per il quale le maggiori spese per l’accoglienza dei richiedenti asilo dovrebbero essere almeno in parte poste a carico dell’UE.

Del debito pubblico parleremo invece nel prossimo articolo.

 


[1] Con il termine spread si intende la differenza, sui titoli pubblici di pari scadenza, fra il tasso di interesse dei Buoni del Tesoro Poliennali dello stato italiano e quello dei Bund tedeschi. Se ad esempio il rendimento effettivo lordo dei BTp a 5 anni  è lo 0,40% e quello dei Bund sempre a 5 anni è -0,80%, lo spread  pari a 1,20%, ovvero 120 punti base, che rappresentano il maggior costo che lo stato italiano deve sostenere per la sua maggior rischiosità.