Derivati: croce o delizia?

Derivatives

 

 

Riprendiamo un argomento che si può considerare a pieno titolo centrale nell’educazione finanziaria: è consigliabile avventurarsi nel campo dei derivati oppure è meglio astenersene, lasciando queste “diavolerie” agli sherpa della finanza?

Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, la nostra risposta non è negativa, o almeno non lo è in assoluto, nel senso che non ce la sentiamo di demonizzare un’intera categoria di strumenti che, usati cum grano salis, potrebbero invece essere molto utili.

La risposta alla domanda iniziale non può quindi che essere: dipende. Dipende in primo luogo dagli obiettivi che ci proponiamo e dall’assetto patrimoniale dell’investitore, ma soprattutto dal suo grado di conoscenza dei mercati e di propensione al rischio.

Non a caso abbiamo parlato di “investitore” e non di “speculatore”. Il punto di vista che esaminiamo in queste note è infatti quello di chi intenda impiegare i propri risparmi in modo consapevole e razionale. Ciò può comprendere, e normalmente comprende, l’assunzione di un certo grado di rischio a fronte di una prospettiva di maggiore rendimento. L’importante è che l’investitore sia pienamente conscio dei rischi che sta correndo e che sia in grado di assorbire l’eventuale perdita in cui può incorrere.

Diversa l’attività, e anche gli obiettivi, dello speculatore. Chi opera in finanza sa bene che gli speculatori svolgono una funzione importante sui mercati, funzione che entro certi limiti è fisiologica ed anche benefica. Si tratta di una vera e propria attività imprenditoriale, finalizzata al conseguimento di un profitto che remuneri il capitale, naturalmente esposto al rischio di impresa. Il capitale che viene impiegato in un’impresa è infatti “strutturalmente” soggetto ad un alto livello di rischio, che si riflette nel suo maggior costo. Ovvero, ogni impresa, per poter “ripagare” il capitale che viene fornito dai soci, deve remunerarlo a un rendimento ben maggiore di quello corrente sul mercato finanziario. Tanto che si parla di “premio al rischio”.

Tutto questo per dire che lo speculatore, fra le frecce al proprio arco, ha sicuramente molti derivati ed è abituato a maneggiarli. Diverso il discorso del risparmiatore.

La prima funzione dei derivati è infatti quella storica della “copertura”, tecnicamente chiamata “hedging”. Si tratta di una sorta di assicurazione del rischio, che consente di proteggere l’investimento dal verificarsi di un evento sfavorevole.

Facciamo un esempio che chiarisca il concetto. Supponiamo che il nostro risparmiatore decida di acquistare una obbligazione a 5 anni in dollari, contando di guadagnare sul differenziale dei tassi, poiché il tasso sul dollaro a 5 anni è superiore a quello sull’euro per la stessa scadenza, ad esempio del 4% rispetto all’1%. Nel corso dell’investimento, potrebbe capitare che il dollaro si deprezzi del 5% all’anno rispetto all’euro, ovvero che il suo cambio passi da 1,20 a 1,45.

 

  EURO Cambio Perdita DOLLARI
Investimento iniziale 100 1,20   120
Interessi annuali 1     4,8
Interessi totali 5     24
Netto ricavo finale 105     144
  99,3 1.45  5,7 €  

 

 

Per effetto del deprezzamento, aver investito in dollari in questo caso comporterebbe una perdita dei 0,7 € in conto capitale e un mancato guadagno complessivo di 5,7 €, nonostante che il dollaro abbia un tasso di interesse maggiore.

Ma se ci troviamo al terzo anno e fino a quel punto il dollaro ha perso solo l’1%, potremmo neutralizzare ulteriori eventuali perdite di cambio attraverso un derivato. Nell’esempio di cui sopra, alla fine del terzo anno avremmo da una parte 103 €, e dall’altra 134,4 $ che, al cambio meno penalizzante €/$ di 1,212, corrisponderebbero a 110,9 €.

In particolare, in questo caso, potremmo fare una vendita a termine dei dollari, che ci consentirà di determinare il cambio del netto ricavo in valuta alla scadenza del titolo, senza più temere brutte sorprese e considerando acquisito il maggior guadagno di 8 € che l’operazione ha prodotto fino a quel momento. Potremmo pertanto, alla fine del terzo anno, vendere 144 $ con scadenza fine quinto anno, al cambio di 1,212 oltre al costo finanziario per l’operazione che per semplicità qui trascuriamo.

In questa ipotesi, come si vede, il derivato ha eliminato un fattore di rischio dell’investimento ed ha dato luogo ad una situazione più prudente. Occorre dire che il cambio a termine del dollaro (il cosiddetto strike) incorporerà anche il differenziale tassi, per cui il guadagno sullo spread – da quel momento in poi – sarà azzerato. Ma il guadagno pregresso sarà comunque definitivamente acquisito.

Ben diverso il caso dello sprovveduto che si avventura, senza disporre delle necessarie conoscenze, nelle opzioni su future sulle valute, magari convinto da pubblicità ingannevoli che magnificano presunti guadagni fantastici senza impiego di capitale.

Come diceva Keynes, con una delle sue frasi di maggior successo che anche in questo blog abbiamo spesso citato, “non esistono pasti gratis”. E’ vero che è possibile operare sui derivati in valuta con ricorso alla leva, stanziando solo una somma limitata rispetto al volume movimentato, ma è anche vero che questo modo di fare ha più attinenza col mondo delle scommesse che con quello della finanza.

Le molte piattaforme c.d. “forex”, ovvero di trading di valute, che sono offerte su internet spesso in modo fuorviante e ingannevole, hanno in realtà un’unica certezza: quella del guadagno in commissioni per l’intermediario. Per l’investitore possono rappresentare un’utile diversificazione del portafoglio ma anche una fonte di perdita continua.

Soffermiamoci intanto sul concetto di “leva finanziaria”, ovvero della modalità di investimento che consiste nell’impiegare, in determinate proporzioni, capitale proprio e capitale preso a prestito. Se operiamo ad esempio con leva 5, vuol dire che impiegando 10.000 euro del proprio capitale, potremo investirne fino a 50.000. Naturalmente sugli altri 40.000 pagheremo un interesse, ma se ad esempio il nostro investimento realizza un profitto del 5%, ovvero 2.500 euro, il tasso di rendimento del capitale impegnato, i 10.000 euro, sarà del 25%.

In pratica l’intermediario dà corso all’operazione “congelando” i nostri 10.000 euro sul conto, ovvero rendendoli indisponibili (il cosiddetto “margine”) fino a che l’operazione sia in piedi. Qualora la perdita raggiunga il margine, l’operazione viene chiusa automaticamente e il capitale viene utilizzato per coprire la perdita.

E’ quindi evidente che una somma iniziale da impiegare è indispensabile. Tale somma può certamente anche essere minima, ma in tal caso è evidente che per guadagnare cifre significative dovremo fare molte operazioni (per la gioia dell’intermediario) o assumere grandi rischi.

Nel prossimo articolo continueremo a parlare di leva e margini e vedremo quali sono i derivati più comuni per il trading su valute e su commodities.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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L’ABC dell’economia: le esternalità

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Con il precedente articolo siamo entrati nel mondo del benessere, osservato dal punto di vista dell’equilibrio generale.

Il nostro punto di partenza era di verificare come le attività economiche influiscono sulla nostra qualità della vita. Abbiamo infatti visto che non basta considerare le sole funzioni meramente economiche come produzione, consumo, lavoro, spesa, reddito, e così via: ciò che serve per avere un sistema in equilibrio è anche una distribuzione di risorse che massimizzi il benessere dei cittadini.

Intendiamoci bene sul termine “massimizzare”. Non vuol dire che ciascun soggetto abbia il massimo benessere assoluto per sé: sarebbe bello ma impossibile. Vuol dire invece che in quella data situazione non è possibile avere una distribuzione diversa di risorse senza che il miglioramento per qualcuno sia superiore al peggioramento per gli altri. Ovvero, come si usa dire, siamo al punto in cui l’utilità marginale complessiva è uguale a zero.

Se l’utilità di uno migliora, quella di uno o più altri peggiora: è la cosiddetta situazione di “società a somma zero”.

 

Per capire bene questo passaggio occorre aver presente il concetto di “esternalità”. Come si accennava nel precedente articolo, ogni attività economica provoca conseguenze anche per soggetti esterni a coloro ai quali l’attività è rivolta.

pollution industry

 

In altri termini, se pensiamo a uno stabilimento industriale del comparto chimico, ad esempio, è del tutto naturale aspettarsi che l’attività produttiva esercitata abbia effetti per l’imprenditore, per chi ci lavora, per i fornitori, per i clienti, per i concorrenti, per lo Stato che incassa le imposte. Tutti questi soggetti, chi più chi meno, hanno un interesse diretto nell’attività dell’azienda e traggono beneficio (o danno) economico dal lavoro e dal profitto dell’azienda stessa.

Il punto è che quasi inevitabilmente si creeranno effetti, generalmente negativi (le cosiddette esternalità negative,) anche per chi non ha niente a che fare con l’azienda, non ha alcun tipo di ritorno economico dalla sua attività e ne rimane economicamente estraneo. Si pensi a chi abita vicino allo stabilimento e deve sopportare l’inquinamento dell’aria prodotto dai gas di scarico oppure il rumore che la fabbrica genera o ancora eventuali residui liquidi che dovessero essere dispersi nell’ambiente.

Tutti questi disagi, che non hanno una manifestazione finanziaria diretta, incidono tuttavia sul benessere della popolazione, in alcuni casi anche pesantemente.

Il classico caso di esternalità negativa è quello di chi possiede una casa con una bella vista e a un certo punto vede sorgere davanti alle finestre un palazzo che la oscura. Nessuno lo ripaga per questo peggioramento della qualità della sua vita, ma l’effetto sul benessere è tangibile.

Oppure, all’opposto, il caso di chi acquista una casa in una zona mal collegata e a un certo punto l’amministrazione locale fa arrivare la metropolitana e costruisce una stazione vicina: il nostro proprietario non ha pagato niente a quel titolo, ma il valore della sua casa lievita sensibilmente.

In alcuni casi quindi, come nell’ultimo sopra accennato, le esternalità possono essere positive, come quando si realizza un insediamento produttivo in una zona disagiata e scarsamente abitata: molto spesso si crea un effetto indotto che porta in quella zona scuole, negozi, strade, centri commerciali e così via. L’abitante di quella zona che, prima dell’insediamento, doveva mandare i figli a studiare a molti chilometri di distanza e dopo si trova ad avere la scuola sotto casa, certamente beneficia di un netto miglioramento del suo benessere, pur non avendone sostenuto alcun costo diretto.

amazon HQ

 

Basti pensare al caso del call for application del gigante USA Amazon che, avendo in programma la costruzione di una seconda sede in Nord America, ha chiesto alle amministrazioni locali interessate quali e quanti incentivi sarebbero state disposte a concedere pur di avere il centro nel loro territorio: ne abbiamo parlato diffusamente su questo blog nell’articolo “Il mondo all’incontrario” del 17/10/2017

Si potrebbe continuare all’infinito con altri esempi del genere. E’ evidente che, al crescere della complessità dei rapporti, l’attività economica di un’impresa diviene rilevante per un numero sempre maggiore di persone.

All’inizio, nel caso dell’impresa artigiana, essa riguarda solo il produttore e, tutt’al più, la sua famiglia. Poi, mano a mano che l’azienda cresce, quest’ultima avrà soci ed assumerà dipendenti e ci saranno i rapporti societari e di lavoro. Fino a comprendere il novero di tutti coloro che hanno interessi nell’azienda, i cosiddetti stakeholder, di cui abbiamo parlato spesso in questo blog.

In questa categoria sono compresi i clienti, i fornitori, i finanziatori, la pubblica amministrazione che eroga servizi pubblici e riscuote imposte e tasse, le autorità sanitarie, le municipalità.

Ora abbiamo imparato che il sistema-impresa può coinvolgere, e molto spesso in effetti coinvolge, anche soggetti ad essa completamente esterni, attraverso il sistema delle esternalità.

 

La scienza economica, in questo caso, dice che chi determina una esternalità dovrebbe pagare coloro che la subiscono e chi ne beneficia dovrebbe riconoscere il beneficio economico a chi la produce. Tutto questo è naturalmente molto teorico ed è ben difficile determinare un “prezzo” equo per l’esternalità: alla fine in effetti tutto questo è molto spesso materia per i tribunali e gli avvocati. In America e nel Regno Unito, dove queste teorie sono nate, molto spesso le rivendicazioni prendono la forma di class action, ovvero azioni collettive promosse da intere categorie di persone.

Quello che qui interessa sottolineare è che l’equilibrio generale deve tenere in debita considerazione anche il benessere dei cittadini e non solo i loro rapporti strettamente economici.

Alla fine l’economia è per l’uomo e non l’uomo per l’economia.

 

L’ABC dell’economia: economia del benessere

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Abbiamo interrotto la nostra miniserie sui fondamentali dell’economia parlando di equilibrio, un concetto centrale nella teoria economica. Anche se, concludevamo, non sempre vero in assoluto: molto meglio considerare l’equilibrio dei mercati e del sistema come una situazione da libri di testo, utile come punto di riferimento tendenziale ma non sempre vera in assoluto.

Proviamo allora a estendere la nozione di equilibrio fino a comprendere anche la parte della cosiddetta “economia del benessere”. Gli individui non sono solo produttori, consumatori, risparmiatori, investitori ma anche, appunto, persone. E come tali hanno il diritto (secondo la Costituzione degli Stati Uniti, ma anche secondo la ragionevolezza) di perseguire la loro felicità.

“La felicità è una punizione degli dei” dicevano gli antichi Greci e in effetti è una parola talmente assoluta che può disorientare. Meglio, allora, parlare di benessere e parlarne nei consueti termini economici, forse meno romantici e suggestivi ma certo per noi più rassicuranti.

wellness

 

La nota citazione kennedyana secondo la quale “il PIL misura tutto fuorché la felicità” è parzialmente inesatta, almeno se ci limitiamo al concetto del benessere. La teoria economica ha infatti da tempo elaborato diverse tecniche per misurarne utilità e spiegare il comportamento economico finalizzato al raggiungimento e al mantenimento del benessere.

Proviamo quindi ad avventurarci in questo terreno piuttosto sconnesso, cercando di evitare i passaggi più impervi da un punto di visa tecnico, per giungere direttamente alle conclusioni. I lettori più versati nella scienza economica perdoneranno il metodo approssimativo e l’inevitabile semplificazione.

Il termine “economia del benessere” era il titolo del più celebre lavoro dell’economista inglese Arthur Cecil Pigou nel 1920 ed ebbe un tale successo da connotare, nei decenni a seguire e fino ad oggi, un complesso di fenomeni ed obiettivi che costituiscono spesso veri e propri programmi di economia politica da parte degli Stati sovrani più progrediti.

 

Il punto da cui partire è quello dell’equilibrio generale, inteso nel senso della migliore e più efficiente allocazione delle risorse disponibili in un determinato sistema. Abbiamo già visto nei precedenti articoli che, in un mercato concorrenziale perfetto, le risorse si distribuiscono in modo tale da realizzare – attraverso il sistema dei prezzi sui diversi mercati – la combinazione più efficiente fra i vari soggetti.

Balance

 

Se facciamo un passo avanti e pensiamo anche al benessere, possiamo immaginare una situazione di distribuzione di risorse e ricchezza tale che siano massimizzate non solo le funzioni economiche (produzione, consumo, investimento, etc.) ma anche il benessere dei cittadini.

Si tratta del cosiddetto “ottimo paretiano”, dal nome dell’economista e sociologo italiano Wilfredo Pareto che lo teorizzò fra il XIX e il XX secolo. In questa situazione, del tutto teorica, qualunque spostamento di risorse da un soggetto all’altro determina un vantaggio per alcuni ma uno svantaggio anche maggiore per altri. Parliamo naturalmente di svantaggio in termini puramente economici e misurabili, ma comprendente anche il concetto di “utilità” che determina il benessere in senso collettivo.

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Il passaggio chiave per capire questa nozione è la marginalità, un termine con cui economisti e matematici hanno molta familiarità. Essa si fonda sul concetto di utilità marginale, ovvero la soddisfazione e il benessere – supposto misurabile ovviamente – che derivano da un’unità addizionale di risorsa, un dollaro, un euro, una casa, un chilo di pane e così via.

Partendo da una situazione di “ottimo paretiano”, quel dollaro in più che una diversa distribuzione di risorse nel mio sistema dovesse portare nelle mie tasche comporterà, in un’altra parte dello stesso sistema, una diminuzione di benessere o utilità superiore al miglioramento che ne posso trarre io. Se si guarda quindi all’interesse generale, molto meglio restare dove eravamo.

I nostri teorici del benessere affermano che le forze intrinseche del sistema tenderanno, magicamente, a riproporre una nuova situazione di equilibrio, certamente diversa dalla precedente ma tale – ugualmente – da massimizzare l’utilità per tutti.

Non ci interessa sapere se Pigou e i suoi avessero ragione o se invece sia necessario un intervento equilibratore da parte dello Stato: quello che vogliamo dire è che anche l’arida economia si deve preoccupare del benessere dei cittadini e non solo della loro capacità di produrre e consumare.

Pensiamo a tutta la tematica ambientale e dell’inquinamento. Un vero e reale equilibrio non può prescindere dal considerare anche le condizioni di vivibilità del nostro habitat. Se tutti fossero liberi di inquinare, i profitti monetari a livello generale e le risorse prodotte certamente aumenterebbero, ma il benessere ne risulterebbe compromesso.

La semplice teoria economica quantitativa ci dice che le risorse devono essere concentrate nelle mani di chi le può far moltiplicare. Tuttavia se nel far questo si producono dei danni ad altri e se ne provoca una riduzione del benessere, meglio produrre meno ma garantire una qualità della vita generale maggiore.

 

Nel prossimo articolo parleremo di un altro concetto essenziale per il benessere collettivo: quello di “esternalità”. Ogni attività economica produce infatti effetti non solo per chi la realizza o ne è interessato direttamente, ma anche talvolta a chi ne è totalmente estraneo, proprio come nel caso dell’inquinamento.

 

 

 

 

 

 

Analisi di scenario: L’Eurozona e l’Italia

Abbiamo iniziato la scorsa settimana a fare un po’ di analisi di scenario, vedendo come i concetti descritti nella mini serie sui fondamentali dell’economia abbiano un riscontro pratico immediato sulle scelte di portafoglio.

Partendo dalle due recenti crisi di politica internazionale, quella nord coreana e quella conseguente alla minacciata imposizione di dazi doganali da parte di Trump, abbiamo infatti visto come tali eventi – a parte una reazione immediata negativa – non siano ritenuti suscettibili di modificare un quadro complessivo impostato su crescita e sviluppo sostenuti.

Crescita USA al 3%, inflazione al 2%, politica di bilancio espansiva e piena occupazione fanno prevedere maggior rigore nella politica monetaria e quindi tassi in crescita. Preferibili le azioni alle obbligazioni e preferibili i tassi variabili a quelli fissi e gli strumenti inflation linked, ovvero che offrono protezione per l’inflazione.

Buone prospettive per i mercati emergenti e in particolare per Brasile e Russia, oltre che per la Cina – che sta crescendo fra il 6,50 e il 7% all’anno – il Regno Unito e Singapore.

Queste, in sintesi, le indicazioni che erano emerse dalla nostra, molto sintetica e personalizzata, analisi di scenario.

Eiffel Tower

 

E l’Europa?

 

L’Europa è quasi completamente assente dagli scenari “caldi” di tutto il mondo, quali il Medio Oriente e la guerra dei dazi doganali. A parte le considerazioni politiche, si deve dire che questo ha consentito al sistema comunitario di proseguire senza intoppi nel forte sentiero di sviluppo economico in corso da diversi anni.

Oggi l’Eurozona è considerata preferibile agli Stati Uniti come target di investimento, soprattutto perché considerata meno a rischio di volatilità. Anche qui, meglio le azioni delle obbligazioni, perché anche in Europa i tassi sono destinati a crescere e, quindi, il valore dei titoli a reddito fisso a diminuire.

L’inflazione crescerà, ma resterà sotto il margine di sicurezza del 2%. L’occupazione invece è mediamente cresciuta molto negli ultimi anni, ma resta ancora lontana dal livello di pieno impiego, soprattutto per la zavorra di paesi come Italia, Grecia e Portogallo. I multipli dei titoli azionari sono alti, ma gli analisti ritengono che, in un panorama produttivo ben intonato, ci siano ancora margini di crescita.

Quindi, per gli investitori, l’Europa è meglio degli Stati Uniti.

Se andiamo a vedere i settori, tuttavia, c’è qualche segnale preoccupante. L’Europa è sostanzialmente assente dai settori dove si stanno giocando le sfide per il futuro: l’alta tecnologia e l’intelligenza artificiale. Che accidentalmente (si veda il nostro articolo della scorsa settimana) sono anche i più rilevanti terreni di battaglia della guerra dei dazi doganali fra USA e Cina.

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La Commissione Europea ha da poco stanziato 50 milioni di Euro per programmi di ricerca e sostegno all’intelligenza artificiale (peanuts rispetto a quanto stanno investendo i cinesi) e ha pubblicato uno striminzito documento di una ventina di pagine di strategia, di cui gran parte dedicate a come combattere l’attacco dell’intelligenza artificiale alle libertà civili.

Di fronte a tale immobilismo, la Francia di Macron ha commissionato al matematico Cédric Villani un piano piuttosto articolato nel quale investirà un miliardo e mezzo, una cifra solo più dignitosa ma certamente ancora insufficiente per competere a livello planetario.

Uno dei settori visti con maggior favore in Europa è invece quello dell’immobiliare quotato, ma anche il finanziario, la meccanica tradizionale e le telecomunicazioni: sembra la sfida del passato contro il futuro, rispetto ai settori di investimento privilegiati nei Paesi di cui si è detto sopra (l’agricoltura rispetto alla tecnologia, l’auto meccanica contro l’auto a guida automatica, e così via).

Non parliamo dell’Italia.

Anche da noi siamo in fase di ripresa, ma i tassi di crescita sono frazionali rispetto a quelli statunitensi ed europei. La disoccupazione è ancora molto elevata, specie fra i giovani e al Sud e il bilancio pubblico non consente quelle manovre di sostegno allo sviluppo che sarebbero necessarie.

Il comparto azionario è considerato in salute grazie alle buone performance delle società quotate e al ritorno degli investitori sul mercato delle piccole e medie imprese nazionali, trainato dai PIR, i Piani Individuali di Risparmio, che consentono esenzione fiscale per gli utili sotto determinate condizioni

Da noi i settori favoriti sono quelli ultra tradizionali dell’immobiliare, dell’agroindustria, servizi, moda e design.

Quanto alle valute, dopo il recupero del dollaro avvenuto negli ultimi mesi sulla scia del decollo della riforma fiscale di Trump, l’Euro è atteso in crescita rispetto al biglietto verde. Analogo rafforzamento anche nei confronti del franco svizzero, e così pure lo Yen giapponese è atteso in forte crescita rispetto al dollaro.

Euro Dollarù

 

Per il nostro investitore, concludendo, si profila un periodo di sostanziale stabilità della crescita economica media in cui non sono attesi cambiamenti sostanziali, ma certamente si assisterà a maggiore volatilità. L’indicazione su cui tutti gli analisti concordano è quella di preferire le azioni ai titoli del reddito fisso, che dovranno scontare una fase piuttosto prolungata di aumento dei tassi di interesse.

 

 

 

Analisi di scenario: USA e mercati asiatici emergenti

Scenario

Prima di tornare ad occuparci dei fondamentali dell’economia, proviamo ad utilizzare quanto visto fino a questo punto della nostra mini-serie per fare un po’ di sana analisi di scenario, anche per vedere come i concetti che abbiamo incontrato possano avere un importante ed effettivo riscontro pratico per una lettura “ragionata” della realtà.

Nella definizione di un’efficace asset allocation strategica[1], un ruolo importante è rappresentato dalle previsioni sull’andamento futuro di grandezze quali la produzione, l’inflazione, i tassi di interesse, la disoccupazione e così via. Lo scenario che viene così prefigurato ci porterà a privilegiare, nelle scelte di investimento, alcune categorie di titoli o strumenti (le cosiddette asset class) rispetto ad altre e, in particolare, quelle che riteniamo suscettibili di aumentare di valore, in modo tale che il nostro portafoglio si apprezzi.

Proviamo allora a vedere cosa potrebbe succedere, a detta degli analisti, nei prossimi mesi e come converrebbe conseguentemente orientare i settori in cui impiegare il nostro risparmio.

 

Sulla scena mondiale si sono verificati recentemente due eventi rilevanti: la crisi nord-coreana e l’annuncio di imposizione di dazi doganali all’importazione di acciaio e alluminio da parte del Governo USA.

In entrambi i casi i mercati hanno inizialmente reagito in modo scomposto, entrando in una fase di forte volatilità e facendo temere il peggio.

I venti di guerra si sono poi, come prevedibile, sostanzialmente dissolti e si è avviato un percorso di cauto avvicinamento fra i paesi coinvolti, mentre i timori di una guerra commerciale fra Stati Uniti e Cina sono tuttora diffusi e rischiano di mettere in discussione decenni di sviluppo commerciale.

 

Trump, sulla base del suo programma elettorale “America first”, ha voluto favorire – con l’imposizione dei dazi doganali – una importante componente del suo elettorato, l’industria manifatturiera su cui da tempo incombe la concorrenza asiatica. E infatti, dopo l’annuncio, i sondaggi hanno rilevato un notevole aumento della popolarità del Presidente soprattutto nel Midwest.

Trump

 

La reazione del gigante asiatico è stata mirata e chirurgica, annunciando a sua volta dazi doganali sui prodotti agricoli che andranno a penalizzare stati agricoli tutti “trumpiani” e dazi sulle auto e sugli aerei che colpiranno le realtà industriali che più minacciano l’espansione cinese nei settori di alta tecnologia delle auto elettriche e dell’industria aeronautica.

La sensazione è che Trump abbia segnato un successo tattico di breve periodo, più mediatico che effettivo, e soprattutto concentrato in alcuni settori, ma che a lungo andare sia la Cina ad avvantaggiarsi del conflitto, in modo più duraturo e generalizzato. E’ facile prevedere che la sfida sulla tecnologia a forte impatto industriale e militare, nonché tutta la partita sull’intelligenza artificiale, alla fine vedrà ancora affermarsi gli asiatici.

Non conviene sfidare i cinesi: mentre Trump ha da tenere a bada il composito fronte interno, pagando alcune cambiali a chi l’ha sostenuto in campagna elettorale ma danneggiando altri settori, gli asiatici possono contare su un solido consenso ed un sostegno compatto e generalizzato. Come spesso succede, chi inizia la guerra contando su una vittoria facile e veloce, molto spesso ne subisce gli effetti più negativi.

Tuttavia per gli americani il quadro globale rimane ben intonato, con una crescita che quest’anno sarà vicina al 3% e un’inflazione sopra il due e mezzo per cento: gli Stati Uniti sono dunque praticamente al livello di piena occupazione e la domanda resta sostenuta.

La politica fiscale ha d’altra parte ormai imboccato un deciso sentiero espansivo, come del resto era nei programmi Trump e, per evitare timori di surriscaldamento e inflazione eccessiva, è ragionevole attendersi che le autorità USA continueranno nella politica di restrizione monetaria già intrapresa.

I tassi quindi inevitabilmente saliranno, specie quelli a lunga scadenza e questo significa che i corsi dei titoli obbligazionari a lungo termine dovrebbero subire una flessione.

Una prima indicazione concreta sul portafoglio – in prima battuta per quanto riguarda il mercato USA – è quindi quella di preferire le azioni alle obbligazioni e, in quest’ultimo ambito, preferire il tasso variabile a quello fisso.

Per quanto riguarda i settori, quelli favoriti sono i finanziari, l’informatica (IT), l’energetico e le telecomunicazioni e buone prospettive vengono attribuite anche al comparto immobiliare.

Come abbiamo visto, le tensioni commerciali non avranno effetti significativi sui trend di sviluppo, salvo una più accentuata volatilità e instabilità soprattutto in USA.

Sui mercati asiatici e sugli emergenti non sono attesi effetti particolarmente negativi (la Cina crescerà intorno al 7% anche quest’anno) ed anzi ad avviso degli analisti la crescita dovrebbe mantenersi sostenuta: nei prossimi mesi questi mercati possono quindi rappresentare una buona destinazione alternativa agli investimenti finanziari, compresi gli impieghi in valuta locale. Anche qui, sempre meglio le azioni che il reddito fisso.

Oltre alla Cina, i paesi che vengono prospetticamente preferiti, sono Brasile e Russia, che sono in netta ripresa sulle recenti recessioni, oltre a Singapore e Regno Unito.

Nel prossimo articolo concluderemo questa sintetica analisi di scenario focalizzandoci sull’Europa e sulle indicazioni in merito alle diverse valute. Torneremo poi ad occuparci dei fondamentali dell’economia.

 


[1] Per asset allocation si intende è la distribuzione dei fondi disponibili fra le varie attività di investimento (asset class). Ogni portafoglio è una combinazione fra queste asset class. Ne abbiamo parlato a più riprese su questo blog, dedicandovi anche una specifica mini-serie

Le regole della prudenza

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Come promesso, questa settimana il blog regala ai suoi lettori un mini-decalogo per evitare di incorrere in perdite disastrose a causa di investimenti finanziari imprudenti. In realtà si tratta di alcune semplici e quasi banali regolette di puro buon senso che troppo spesso vengono trascurate e che invece aiutano ad evitare brutte sorprese.

1) Il primo consiglio da tenere presente è che in finanza, come nella vita, nessuno regala niente. Quando vengono prospettati investimenti portentosi, guadagni sicuri o occasioni della vita, la prima reazione deve essere di sana diffidenza.

A prescindere dalla buona fede di chi fa la proposta, dobbiamo infatti considerare che alla maggiore probabilità di guadagno corrisponde sempre un maggior rischio.

Se infatti ci fosse un titolo o uno strumento che offre un reddito maggiore rispetto al suo profilo di rischio, prima o poi tutti lo comprerebbero col risultato immediato di aumentarne il prezzo e quindi di ridimensionarne il reddito stesso, riportandolo alla situazione di mercato.

E’ vero che ci possono essere momenti in cui le informazioni su un determinato titolo, o sul suo emittente, non hanno ancora un livello di diffusione generalizzato (non parliamo di informazioni riservate, che configurano spesso un vero e proprio reato): in queste fasi può essere effettivamente possibile sfruttare le cosiddette “asimmetrie informative”[1] e avvantaggiarsi della situazione. E’ quello che fanno gli investitori professionali, che spesso dispongono di fonti informative complete e non alla portata di tutti.

Quando ci si trova di fronte a una proposta del genere dunque, è indispensabile approfondire:

  1. Che il reddito sia effettivamente quello indicato (qual è il tasso di interesse? Che periodicità hanno le cedole? Perché l’azione dovrebbe aumentare di valore?), magari facendo direttamente qualche semplice calcolo;
  2. Qual è il reale livello di rischio dell’investimento: si tratta di un dato ben più difficile da verificare, ma spesso basta fare al proponente alcune domande circostanziate anche a rischio di apparire pedanti o ignoranti.

Nessun operatore razionale emette strumenti finanziari che offrono un rendimento superiore a quello che il mercato “prezza” ed è disposto a riconoscere per il suo livello di rischio: sarebbe come se un commerciante vendesse a prezzo ribassato una merce che i suoi clienti sono disposti ad acquistare anche a prezzo più alto. Può darsi che – in virtù del particolare rapporto – egli pratichi uno sconto, ma in tal caso dobbiamo sapere qual è il prezzo effettivo, che sconto pratica e quindi a quale prezzo effettivo vende il prodotto.

Lo stesso può dirsi per gli investimenti finanziari: è possibile che una banca o una finanziaria ci offrano una riduzione di commissioni o costi impliciti per invogliarci all’acquisto o ad aprire un nuovo rapporto. Ma in quel caso dobbiamo chiedere quante sono le commissioni “ordinarie” e come sono applicate, qual è la riduzione che ci viene praticata e come si può ritrovare questo sconto nel calcolo del rendimento.

A questo proposito va infatti sottolineato che spesso i costi di un investimento sono nascosti e non vengono resi espliciti, magari sotto forma di spread applicati sul prezzo o altri stratagemmi a tutto discapito della trasparenza.

Il confronto da fare sarà quindi quello fra il prezzo pieno dello strumento, ovvero il suo rendimento “ordinario”, e quello di strumenti analoghi sul mercato. Se lo sconto è incoerente, sicuramente c’è un fattore di rischio che non riusciamo a percepire. In quel caso, meglio lasciar perdere.

 

2) Seconda regola, anche questa molto semplice: mai investire oltre il 20% del proprio patrimonio in un unico strumento o in un unico emittente.

 

Il ragionamento sottostante è che nessun titolo è privo di rischio, neanche i titoli di Stato o i libretti postali, per cui esiste sempre una probabilità, anche se minima, che un determinato investimento si perda completamente.

Diversificare il nostro portafoglio nella misura consigliata ci consente di poter assorbire, col resto degli investimenti, le perdite che dovessimo subire su un determinato titolo senza subire un tracollo finanziario.

 

3) La terza regola è quella del “double check”, ovvero cercare sempre almeno due fonti di informazione su una determinata ipotesi di investimento: se ci viene proposto da un consulente un certo titolo, dobbiamo chiedere ad altri consulenti o esperti cosa pensano di quel titolo e se ci vedono aspetti di rischio particolari. Oppure ricercare altri articoli, siti, pubblicazioni che ne parlino.

 

Non si deve temere di “scoprire le carte” o rivelare qualcosa di segreto, chiedendo ad altri un giudizio anche su una “dritta” ricevuta. Intanto, come si è detto, le informazioni devono essere necessariamente pubbliche e quindi teoricamente alla portata di tutti[2]; in secondo luogo non ci può essere il timore che, spinti da emulazione, i nostri interlocutori corrano ad acquistare quel titolo facendone lievitare il prezzo. Questo potrebbe succedere solo con grandi volumi di investimenti oppure per titoli che non hanno mercato.

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Nel primo caso, è sicuro che grandi investitori non muovano risorse solo affidandosi al “sentito dire”, tanto meno da chi non è esperto o notoriamente ben informato. Nel secondo caso, se bastano piccole quantità a muovere il prezzo vuol dire che il titolo non è liquido o, come si dice in gergo, è “sottile”. Meglio starne alla larga, allora, perché quando vorremo venderlo troveremo grandi difficoltà.

Queste tre semplici regole, da sole, ci assicurano di non incappare in “titoli spazzatura” e ci garantiscono che, per quanto un investimento si riveli negativo, – e questo è sempre possibile – l’effetto sul nostro patrimonio non sia distruttivo e devastante.

 


[1] Secondo il Dizionario di Economia e Finanza Treccani, l’asimmetria informativa è la condizione che si verifica nel mercato quando uno o più operatori dispongono di informazioni più precise di altri. In generale, interferisce con il buon funzionamento dei mercati, portando a situazioni di sotto utilizzazione delle risorse disponibili. L’a. i., infatti, può indurre l’operatore meglio informato a comportamenti opportunistici, cd. azzardo morale

[2] Il tema è stato trattato in numerosi articoli di questo blog, si veda ad esempio

https://marcoparlangeli.com/2017/07/04/conoscere-la-finanza-un-percorso-per-acquisire-le-conoscenze-di-base/

LA TRUFFA DEL MARE E ALTRE TRUFFE

Il blog torna dopo la pausa pasquale, e questa volta vorrei partire da una notazione personale, per affrontare però un argomento molto importante di interesse generale, al quale – come i miei lettori ben sanno – tengo in modo particolare, ovvero l’educazione finanziaria.

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Sabato 7 aprile, insieme all’editore Roberto Campanelli e con la valida regia dell’amico Alessandro Lorenzini, abbiamo presentato a Siena il mio primo libro “La truffa del mare”. E’ stata una bella serata, piacevole e secondo me interessante (ma la mia è un’opinione largamente di parte), che mi ha dato l’opportunità di rivedere tanti amici e conoscenti in un clima cordiale e costruttivo. Un clima che ho ritrovato con piacere dopo sette anni di assenza dalla scena pubblica.

Scontato il ringraziamento, sentito e non formale, a tutti gli intervenuti, in modo particolare a chi ha comprato il mio libro.

Grazie anche ad Alessandro, col quale avevo avuto modo di collaborare per la trasmissione radiofonica “Finanza facile” e che secondo me merita ampiamente un posto di primo piano nella stampa cittadina, e non solo in ambito sportivo.

Soprattutto grazie all’editore Roberto Campanelli che, con stile e grande passione, ha condiviso il progetto del libro, investendoci tempo, energie e risorse e ne ha tratto un volume elegante e raffinato.

Il racconto prende spunto da un fatto realmente accaduto, una vicenda che ha visto raggirato un gran numero di risparmiatori, fra i quali anche molte persone di cultura e buon livello di istruzione e competenza. Una vicenda in cui la realtà ha superato di gran lunga, come spesso accade, la fantasia, e che nei suoi tratti fondamentali i lettori del libro si troveranno a ripercorrere.

Lo spunto offerto dal libro è quello di mettere in guardia dalle mode del momento e dai fenomeni che possono trasformarsi in bolle finanziarie. Elemento comune ad entrambi i casi è la circostanza che il valore degli strumenti finanziari acquistati si allontana in modo sensibile dal loro valore economico intrinseco.

 

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E’ vero che determinare tale valore non è facile, soprattutto quando gli strumenti sono complessi, quali i derivati. C’è innanzitutto un problema di informazione sui dati aziendali, che non sempre sono esaurienti e comprensibili, neanche in caso di società quotate. Basti pensare al caso “Parmalat” oppure ai recenti scandali bancari per rendersi conto che spesso i bilanci espongono situazioni lontane anni luce dalla realtà.

Si apre a questo punto un altro fronte di debolezza per la tutela dei risparmiatori, sul quale dovremo tornare nei prossimi interventi del blog: il ruolo e l’affidabilità delle autorità di vigilanza e tutela del mercato, e delle società di certificazione dei bilanci.

Non è giusto né corretto fare di ogni erba un fascio, ma è difficile dare un giudizio positivo dell’operato di queste istituzioni quando emergono con chiarezza – e solo a posteriori – bilanci falsi, poste taroccate, insussistenze di patrimonio, crediti fortemente e irrimediabilmente deteriorati. Del resto, a questa conclusione è giunta anche la commissione parlamentare appositamente istituita con la presidenza di Pierferdinando Casini.

Ci troviamo davanti ad apparati burocratici giganteschi, con funzionari iperpagati e costi enormi per la collettività che, nonostante gli ampi poteri di intervento di cui dispongono, non sono mai riusciti ad impedire fenomeni di truffa ai danni dei risparmiatori. Andate a spiegare a chi è rimasto impigliato nelle obbligazioni subordinate di banche praticamente fallite o nei titoli spazzatura che le varie Consob, Banca d’Italia, eccetera svolgono una funzione di utile tutela del risparmio…

Oltre alle truffe vere e proprie, per le quali le problematiche sono di natura penale e criminale più che strettamente economica, esistono però, come si diceva sopra, i casi di “mode finanziarie” e le bolle speculative, oltre che i “cigni neri” (1) di cui abbiamo più volte parlato in questo blog.

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A parte il “cigno nero”, contro le mode finanziarie e le bolle speculative un ruolo importante può giocare proprio l’educazione finanziaria e il rispetto di alcune regole di buon senso, che vanno sempre tenute presenti da chi si trova a valutare investimenti dei propri risparmi.

La moda finanziaria si verifica quando uno strumento di investimento si trova a riscuotere un gran successo sul mercato, con molti investitori che lo sottoscrivono senza conoscerne le caratteristiche, ma per una sorta di emulazione di amici e conoscenti che lo consigliano e ne testimoniano la convenienza, inducendo i risparmiatori a non volersi far sfuggire un’occasione di profitto “sicuro”. E’ a grandi linee la vicenda narrata nel mio libro “La truffa del mare”

La bolla finanziaria si verifica quando, analogamente al caso precedente, forti acquisti si concentrano su un determinato titolo o strumento, facendone crescere il prezzo di mercato ben oltre il valore reale. Più il prezzo cresce e più il “parco buoi” (come veniva definita la massa degli investitori dagli habitué di borsa) corre a comprare, gonfiando, da qui il termine bolla, il corso del titolo.

 

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In entrambi i casi, il risveglio del risparmiatore sarà sicuramente brusco e doloroso, e non gli verrà lasciato il tempo di uscire dall’investimento perché “non si può cercare di afferrare per la lama un coltello che cade”.

Nel prossimo articolo riproporremo alcune semplici regole di prudenza e buon senso che garantiscono al risparmiatore di incorrere in brutte sorprese.

 

(1)

L’espressione è stata resa popolare dall’omonimo saggio di Taleb Nassim del 2007 ed indica un evento isolato e inaspettato che ha un impatto enorme e che solo a posteriori può essere spiegato e reso prevedibile, ossia un evento a bassissima probabilità e ad altissimo potenziale di danno.

 

Per chi volesse ordinare il libro:

ROBERTO CAMPANELLI EDITORE:   rcampanellieditore@katamail.com

http://bit.ly/2sMWQYb

https://www.lafeltrinelli.it/smartphone/libri/marco-parlangeli/truffa-mare/9788889992081

 

Facebook e dintorni: quanto vale il rispetto della privacy?

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Il recente caso di utilizzo illegale di informazioni contenute in Facebook è emblematico e molto grave, anche se tutt’altro che sorprendente.

Emblematico, perché i social network sono ormai al centro dell’esistenza delle persone nell’era digitale: che piaccia o meno, nessuno ormai può permettersi di ignorare la loro importanza e il loro impatto sulla vita di relazione.

Molto grave, perché ogni volta che viene violata la privacy è come se venisse sottratta/rubata una parte della personalità di ognuno, come trovarsi nudi su un palco con tutti che guardano.

Non sorprendente, perché è impensabile che il giochino ci venga fornito gratis et amore. In qualche modo dobbiamo essere consapevoli che qualcosa da pagare c’è sempre: non esistono pasti gratis, come recita il titolo di un noto libro di Milton Friedman del 1976 che riecheggia un popolare proverbio americano.

E il prezzo non è il fastidio di doversi sorbire inserzioni pubblicitarie più o meno moleste, ma qualcosa di molto più prezioso: l’enorme patrimonio di informazioni di cui le piattaforme dispongono.

Foto, commenti, like, condivisioni, gruppi di interesse, liste di “amici”, fino ad arrivare alla traccia di siti e profili visitati. E’ possibile, con sistemi adeguati, fare una “radiografia” di ciascun utente, con le sue preferenze, lo stile di vita, le convinzioni politiche o religiose. E ciò senza alcun margine di errore, perché la fonte è lui stesso.

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Il valore commerciale di questo patrimonio informativo è sconfinato: è possibile vendere a ciascun produttore un elenco di nominativi che potranno essere bersaglio perfetto di politiche commerciali mirate, sul modello di Amazon.

Il trucco dei cookies[1] è un gioco da ragazzi rispetto alle infinite potenzialità dello sfruttamento commerciale dei dati disponibili sui social network. Quando vediamo arrivare sulle nostre caselle di posta proposte di acquisto di prodotti correlati ad altri che abbiamo ordinato o di categorie merceologiche e servizi in qualche modo collegati a siti che abbiamo visitato, è perché il “biscottino” che ci è rimasto attaccato durante la visita a quel sito ha lasciato briciole che ci hanno fatto rintracciare.

Per non parlare delle ancor più vaste possibilità di truffe, intrusioni e manipolazioni: questo è appunto il tenore delle accuse rivolte alla società inglese Cambridge Analytica, che avrebbe sottratto a Facebook il bagaglio informativo su 50 milioni di profili in tutto il mondo, al fine di venderne l’utilizzo a forze politiche per scopi elettorali e di creazione di consenso.

La notizia del furto, avvenuto nel 2015, ha fatto crollare in borsa il valore di Facebook, ma soprattutto ha reso evidente quanto fossero deboli le difese dei dati personali contenute nelle piattaforme social.

In Italia venne approvata tempo fa una bellissima legge sulla privacy, la legge 675 del 31/12/1996 rubricata “Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali”, che ha prodotto enormi quantità di carta e moduli da firmare, aumentato i livelli di burocrazia per ogni atto e creato una apposita Authority.

La finalità della legge è importante e condivisibile, più controversa la sua reale utilità, se pensiamo a quante volte veniamo fatti oggetto di contatti indesiderati o ci rendiamo conto di come il nostro nome sia inserito in liste e database al di fuori dal nostro controllo.

E’ eclatante, al proposito, il caso di “World check”, di cui ha parlato tempo fa l’autorevole quotidiano “La Repubblica”

Si tratta di un database planetario che contiene una watchlist, ovvero lista di osservazione, gestita da privati e venduta in abbonamento dal gigante dell’informazione finanziaria Thomson Reuters.

I suoi clienti sono banche, studi legali, polizie di tutto il mondo che possono richiedere le informazioni relative a nominativi che entrano o sono entrati in contatti con loro. Prima di aprire conti, relazioni di affari, contratti di lavoro, si cerca così di capire se chi ci sta davanti sia un pregiudicato, un terrorista, un protestato e così via.

Il problema è che non si sa chi inserisce le informazioni in questo database, con quali criteri, che fonti usa, come vengono aggiornate.

A chi avesse la sventura di essere inserito in questa lista, potrà così capitare di vedersi rifiutata l’apertura di conti bancari, di contratti, di relazioni commerciali, di iscrizione a sodalizi, molto spesso senza sapere neanche perché.

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Naturalmente il soggetto che gestisce questo “grande fratello” ha sede fuori dall’Italia, dall’Europa, forse dal mondo ed è totalmente irresponsabile di quello che contiene, comunica e vende. Meno che mai coloro che compaiono nella lista possono sapere cosa c’è scritto di loro, chiedere rettifiche o aggiornamenti.

Con buona pace di tutta l’imponente architettura della normativa sulla privacy, dell’Authorithy garante, degli adempimenti inutili e costosi, viene davvero da chiedersi quanto valga il rispetto delle persone e se sia giusto calpestare in modo così clamoroso il diritto alla riservatezza.

Anche se ormai siamo abituati all’invadenza del mercato, che porta spesso a dimenticare ogni forma di rispetto quando c’è la prospettiva di un guadagno, non è accettabile che il diritto alla privacy e alla tutela dei dati personali venga così platealmente disatteso.


[1] I cookie (in inglese “biscotto”) sono un gettone identificativo, usato dai server web per poter riconoscere i browser durante la navigazione web, ovvero per tenere traccia dell’indirizzo di chi visita un determinato sito per poterlo poi rintracciare.

Tale riconoscimento permette di memorizzare dati utili alla sessione di navigazione, come le preferenze sull’aspetto grafico o linguistico del sito; di associare dati memorizzati dal server, ad esempio il contenuto del carrello di un negozio elettronico; di tracciare la navigazione dell’utente, ad esempio per fini statistici o pubblicitari.

L’ABC dell’economia: equilibrio

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Se esistesse una lista di parole magiche per l’economia, certamente la parola “equilibrio” ne farebbe parte. Ricordo che con i miei colleghi studenti ridevamo di un nostro professore di macroeconomia all’Università che chiudeva le dimostrazioni con una frase – con spiccato accento romanesco – del tipo: “… a questo punto il sistema sta in equilibrio, le aspettative si verificano, ‘a ggente è soddisfatta e tutto va bene.”

In effetti tutta la teoria economica, sia a livello macro che aziendale, è basata su funzioni di natura comportamentale di domanda e offerta che a un certo punto si incontrano e definiscono i valori rilevanti di mercato (prezzi, tassi, occupazione, salari, addirittura il benessere…).

Le funzioni, a loro volta, sono il risultato dell’osservazione empirica e statistica di due fenomeni dei quali emerge il collegamento, come in molti dei casi che abbiamo visto: reddito e consumo, risparmio e investimento, reddito e importazioni, e così via.

Si dice ad esempio che il consumo è funzione del reddito, volendo significare che la spesa per beni di consumo varia a seconda del variare del reddito: aumenta al suo aumentare e diminuisce al suo diminuire; ma l’aumento è a ritmo decrescente, ovvero molto accentuato per livelli bassi di reddito e via via meno deciso a livelli più alti.

In termini matematici, gli economisti esprimono il concetto con la seguente espressione:

C = f(Y)

Una volta identificato il tipo di collegamento fra le due grandezze, dato un certo livello di reddito, è facile trovare il corrispondente livello del consumo.

La funzione è ottenuta come interpolazione (ovvero congiunzione) di tutte le coppie di reddito e consumo rilevate dalla statistica.

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Non è difficile trovare anche la spiegazione comportamentale al fenomeno registrato: quanto più elevato è il reddito, tanto maggiore sarà la spesa per consumi.

Quello che non convince, in questo mondo di perfette corrispondenze statistiche e matematiche, è in primo luogo il fattore tempo, e in secondo luogo la corretta interpretazione del rapporto causa-effetto.

Nel primo caso, infatti, non è chiaro in quanto tempo la correlazione si manifesta: ammesso pure che a un aumento di reddito corrisponda un aumento di consumo, non è affatto indifferente sapere se tale fenomeno si manifesta dopo un giorno, un mese, un anno o dieci anni.

Se il mio stipendio aumenta di 100 Euro al mese, è ragionevole supporre che anche la mia spesa per consumi aumenti, mettiamo di 50 Euro. Ma in alcuni casi questo può avvenire contestualmente, in altri qualche giorno dopo l’accredito del nuovo stipendio, in altri ancora solo mesi più tardi. Oppure, addirittura, anche prima di percepire il nuovo livello di stipendio: non appena l’azienda lo comunica, e nei casi estremi non appena sentono parlare di aumenti, alcuni corrono subito a spendere.

In secondo luogo non è chiaro quale sia la causa e quale l’effetto: è il mio nuovo reddito che produce una maggiore spesa per consumi, oppure è la decisione di consumare di più che fa aumentare il reddito, magari di coloro che lavorano in quelle aziende che producono i beni che io vado a comprare?

Inoltre, in economia, assumiamo sempre che i soggetti (e i mercati) si comportino in maniera razionale, ma sappiamo bene che spesso ciò non avviene. E questo forse è anche il bello della vita.

Da tutto ciò consegue che, seppure a un certo punto si determina una situazione di equilibrio, questa sia tutt’altro che stabile, o magari sia solo il frutto di errate valutazioni che alla fine si compensano.

Il consiglio è quindi di prendere sempre con le molle le certezze degli economisti, e talvolta di praticare un sano scetticismo. Di certo non possiamo aspettarci che anche se in equilibrio, una situazione possa durare in eterno, o che a determinati eventi le reazioni che si verificano siano sempre quelle coerenti con le funzioni matematiche.

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In un mondo come quello attuale, interconnesso e in continua evoluzione, basta poco per vedere grandi sconvolgimenti,reazioni inattese o inspiegabili, addirittura “cigni neri”[1]

Quante volte abbiamo scommesso su un titolo perché il suo prezzo è molto sceso sul mercato ed è da tempo sotto il suo livello “normale” o “atteso” o “di equilibrio”, e il titolo continua invece a scendere? Esattamente come quando giochiamo al lotto un numero che non esce da molti turni. La statistica, la logica e l’esperienza ci dicono che quel titolo salirà o che quel numero uscirà, e prima o poi magari succede davvero.

Ma talvolta dovrà passare molta acqua sotto i ponti, o addirittura scopriremo di avere davanti un bel cigno nero. In ogni caso il rischio di farsi male ci sarà sempre.

Molto meglio considerare l’equilibrio dei mercati e del sistema come una situazione da libri di testo, utile come punto di riferimento tendenziale ma non sempre vera in assoluto.


[1] “Il cigno nero” è il titolo di un saggio di grande successo di Nassim Nicholas Taleb, uscito nel 2007, nel quale viene teorizzata e analizzata l’esistenza e l’incombenza degli eventi improbabili, se non ritenuti impossibili, nella vita reale.

L’ABC dell’economia: investire o non investire?


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Se sviluppo vuol dire aumento del reddito e se il reddito è dato dalla somma della spesa per consumi, degli investimenti e della spesa pubblica, cosa deve fare un buon governante per far crescere il suo Paese?

Questo è il punto centrale della politica economica.

In più bisogna tener conto che tendenzialmente la spesa pubblica non può crescere, altrimenti il bilancio dello Stato andrebbe a peggiorare ancora, salvo prevedere un contestuale aumento delle imposte con i prevedibili effetti restrittivi che esso comporta. I consumi, infatti, crescono solo se cresce il reddito e questo ci ricorda un po’ il gatto che si morde la coda.

Va a finire che l’unico strumento concretamente attivabile per il nostro ipotetico governante passa attraverso lo stimolo degli investimenti. Abbiamo visto che far crescere gli investimenti è una funzione importante, oltre che a livello economico anche dal punto di vista sociale, in quanto consente l’aumento e il miglioramento quantitativo e qualitativo della dotazione di capitale del sistema paese e soprattutto l’aumento dell’occupazione e del reddito.

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Come fare dunque per incentivare l’investimento? Una prima serie di misure è di natura socio-politica e riguarda la creazione di un ambiente favorevole ad attrarre nuovi investimenti: regime fiscale favorevole, sistema giudiziario equo e celere, burocrazia efficiente e non costosa e così via.

Gli economisti però fanno dipendere il livello degli investimenti anche dal tasso di interesse, con correlazione inversa, nel senso che quanto più diminuisce il tasso di interesse tanto più aumentano gli investimenti e viceversa.

In questo caso, quindi, se l’obiettivo è quello di favorire lo sviluppo, si tratta di far diminuire il tasso di interesse. Detta così, sembra facile.

In realtà bisogna considerare che il tasso non è un dato che si può determinare per decreto, ma è un prezzo che si forma sul mercato, per effetto della domanda e dell’offerta dei mercati finanziari, più o meno uno per ogni segmento di scadenza. Generalmente, però, attraverso strumenti di politica monetaria ormai sofisticati, è relativamente facile manovrare i tassi per le autorità monetarie. Piuttosto, occorrerà un certo lasso di tempo perché questo accada.

Il primo problema è che le politiche espansive, in quanto sostengono l’offerta di credito e moneta per farne diminuire il prezzo, hanno l’effetto collaterale di creare inflazione.

Ma soprattutto, non è detto che ogni riduzione dei tassi comporti sempre automaticamente l’aumento del reddito. Altrimenti, sistemi produttivi come quello giapponese, dove ormai da tempo i tassi sono negativi, dovrebbero crescere continuamente e invece si trovano ormai da tempo in crisi.

In effetti, esiste un livello minimo dei tassi di interesse al di sotto del quale il reddito, o la produzione, non aumentano. Per quanta moneta le autorità riversino sul sistema, gli investimenti non decollano: si tratta della cosiddetta “trappola della liquidità”. La liquidità che si crea nel sistema con le politiche monetarie espansive, ovvero l’ampia disponibilità di risorse finanziarie, non ha più l’effetto di favorire lo sviluppo. Come dicono gli economisti in questo caso: “il cavallo non beve”.

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Il motivo per cui si determina questa situazione è intuitivo: non esiste una convenienza infinita a espandere la produzione, ma ci sono comunque dei vincoli tecnici per cui un’azienda, oltre determinati livelli, non ha più convenienza ad investire, neanche se i mezzi necessari per l’investimento fossero gratis.

Senza entrare in spiegazioni troppo tecniche, basta dire che un’azienda investe fino al punto in cui il reddito addizionale che realizza è almeno pari a zero, ovvero fino al punto in cui la spesa per l’investimento è compensata da un uguale ammontare di profitto. Ma è evidente che, aumentando le quantità prodotte e riversate sul mercato, il livello dei prezzi tenderà a diminuire e se questa riduzione non è compensata da un aumento della produttività, arriverà un momento in cui più si produce e più si perde.

La produttività infatti è un rapporto di natura tecnica che non può tendere all’infinito: aumenta al diminuire del costo unitario del prodotto, ma questo non potrà mai arrivare a zero. Produrre avrà sempre un certo costo e, quando il ricavo addizionale che si ottiene in virtù di prezzi calanti è inferiore al costo minimo, nessuna azienda razionale continuerà ad espandere la produzione, neanche se il costo dell’investimento fosse uguale a zero.

Come si vede, è quindi sempre l’economia reale, quella dei beni e dei servizi, che ha l’ultima parola sulle condizioni di vita di un Paese; la finanza, quella del denaro e derivati, non crea valore e ricchezza reali, ma spesso solo illusioni. Prima o poi le bolle finanziarie scoppiano e prima o poi le politiche monetarie mostrano i loro limiti: o perché ci si trova in trappola della liquidità, oppure perché si crea solo inflazione e non sviluppo vero.

Si capisce allora quanto possa essere complicato far crescere un sistema quando le politiche monetarie non risultano più efficaci. L’unico mezzo disponibile è in questo caso la politica economica, ovvero la leva fiscale e quella del bilancio pubblico.

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Questo spiega come sia stato lungo e difficile uscire dalla crisi mondiale iniziata nel 2007 col fallimento di Lehman Brothers. I bilanci pubblici sono generalmente vincolati e non possono consentire aumento dei disavanzi, per cui la spesa pubblica non può essere spinta più di tanto. Per lo stesso motivo, è sempre molto difficile poter ridurre le imposte per favorire produzione e reddito: nonostante che tutte le forze politiche inseriscano la riduzione delle tasse nei loro programmi elettorali, nessuno riesce poi in concreto ad alleggerire l’onere tributario.

Alla fine, è solo il mercato che riporta equilibrio nel sistema e crisi importanti come quella recente vengono superate, ma lasciando dietro di sé morti e feriti: aziende che chiudono e lavoratori che perdono l’impiego.