L’ABC dell’economia: consumo e consumismo

supermarket

Per chi non ha studiato o praticato l’economia, il concetto di “consumo” ha spesso una connotazione negativa. Da un punto di vista strettamente etimologico, infatti, la parola richiama l’idea di qualcosa che viene distrutto, di risorse che vengono usate e diventano non più disponibili, di materiali che si esauriscono con l’uso.

A differenza del risparmio che, come abbiamo visto nel precedente articolo, equivale all’investimento e consente di costruire o incrementare patrimonio e ricchezza, il consumo ha una connotazione insieme edonistica e distruttiva: soddisfa in via immediata un bisogno ma sottrae contemporaneamente risorse all’investimento ed alla formazione del capitale.

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La vecchia favola della cicala e della formica insomma. Quando arriva l’inverno la cicala è destinata a soffrire – quasi una nemesi per lo sperpero estivo e il godimento sfrenato – mentre la formica vive il suo momento di gloria, potendo contare sulle riserve accumulate.

Il consumo alimenta i vizi, mentre il risparmio è indizio di virtù; il consumo distrugge, il risparmio costruisce; il consumo si esaurisce nell’hic et nunc, nel momento, il risparmio è proiettato al futuro.

Ancora peggio: dal consumo al consumismo è un attimo. Dall’impiego di risorse per la legittima soddisfazione dei bisogni al piacere, quasi all’ossessione compulsiva di comprare, il passo è breve.

Il consumismo è quasi la malattia infantile del capitalismo; la frenesia di possedere l’ultimo modello di dispositivo tecnologico o l’abito griffato all’ultimo grido è considerata – e oggettivamente non del tutto a torto – la manifestazione estrema del materialismo, a sua volta elemento distintivo delle civiltà occidentali.

Tutto male allora? Non proprio.

Come sa bene ogni bravo studente del primo anno di economia, il consumo è il primo motore del sistema. La domanda per beni di consumo spinge la produzione di quei beni ed alimenta l’offerta delle aziende che li producono. Queste, per soddisfare le maggiori richieste della clientela, dovranno assumere personale e gli stipendi pagati andranno ad alimentare altra domanda.

Non solo: quelle stesse imprese dovranno aumentare la quantità di materie prime utilizzate e generare altra domanda; prima o poi dovranno mettere mano agli investimenti e, anche per questa via, stimolare la domanda.

La decisione di consumare – più precisamente di spendere per acquistare beni di consumo o servizi – fa partire un circolo virtuoso di crescita che spinge la produzione di beni di consumo, di beni di investimento, l’occupazione e, di nuovo, la possibilità di consumare ancora di più.

 

E’ il meccanismo che i keynesiani (i seguaci del noto economista britannico del secolo scorso John Maynard Keynes, l’inventore della macroeconomia) hanno chiamato “moltiplicatore del reddito”, molto più semplice di quanto sembri.

John_Maynard_Keynes

 

Per spiegare come questo sia stato il rimedio che ha consentito al mondo occidentale di superare la terribile crisi del 1929, occorre però fare un passo avanti sulla definizione di reddito.

Fino ad ora abbiamo considerato il reddito come semplice somma della domanda di beni e servizi di consumo e di quella per investimenti, come se il sistema fosse del tutto privato e senza scambi con l’estero. In realtà ci sono altre due componenti del reddito molto importanti: la spesa pubblica e le esportazioni o meglio la differenza fra esportazioni e importazioni.

Anche la Pubblica Amministrazione e l’estero sono due canali importanti di formazione del reddito, rispettivamente attraverso la spesa pubblica e gli acquisti effettuati da parte di residenti all’estero di beni e servizi prodotti all’interno del paese, questi ultimi ovviamente al netto delle risorse consegnate ai produttori stranieri per poter acquistare i loro prodotti.

L’espressione che avevamo visto nello scorso articolo:

Y (reddito) = C (consumo) +  I (investimento)

 

Può allora essere completata nella seguente:

 

Y (reddito) = C (consumo) +  I (investimento) + G (spesa pubblica) + X (esportazioni) – M (importazioni)

 

E’ infatti evidente che le risorse impiegate dallo Stato per pagare gli stipendi pubblici, per acquistare beni e servizi (spesa corrente) oppure per realizzare opere pubbliche e infrastrutture (investimenti pubblici) hanno l’effetto di aumentare il reddito del paese, ovvero la quantità di beni e servizi richiesti e prodotti.

Analogo effetto ha il saldo delle partite correnti, come viene definita la differenza fra esportazioni e importazioni in un determinato periodo di tempo.

Ai tempi della grande crisi, o almeno di quella che veniva così chiamata fino alla depressione epocale iniziata nel 2007 e dalla quale il nostro Paese sta uscendo solo ora e con gran difficoltà, si fece leva proprio sul meccanismo del moltiplicatore applicato alla spesa pubblica.

Il moltiplicatore consiste quindi nel fenomeno secondo il quale un dato aumento di una componente della domanda (nel nostro caso la spesa pubblica) determina un aumento più che proporzionale del reddito complessivo. Se ad esempio facciamo aumentare di dieci miliardi la spesa pubblica, il reddito complessivo aumenterà di ben oltre quei dieci miliardi. Infatti quelle risorse incrementali si trasformeranno immediatamente in stipendi per gli statali, che a loro volta col nuovo reddito andranno a fare nuovi acquisti per consumi, oppure in nuova domanda per acquisti o per opere pubbliche da parte della Pubblica Amministrazione.

A loro volta, le aziende che producono i beni oggetto della nuova domanda dovranno pagare maggiori stipendi e acquistare nuove materie prime e nuovi beni di investimento che andranno a incrementare il reddito complessivo del Paese.

Una volta avviata la macchina, il sistema complessivo si autoalimenta e siccome la via percorsa passa dai consumi, che a loro volta dipendono dal reddito, quanto maggiore è la propensione al consumo, tanto maggiore sarà l’effetto espansivo totale.

Abbiamo detto nell’articolo della scorsa settimana che la propensione al consumo è tanto maggiore quanto meno abbiente è il percettore del reddito e questo spiega il successo della manovra sulla spesa pubblica in una società divenuta povera e bisognosa quale era quella degli anni ‘30.

A tale proposito rimase celebre l’affermazione di Keynes che, ad un giornalista che gli chiedeva cosa avrebbe fatto per risanare l’economia se fosse stato al governo, rispose che avrebbe preso dei disoccupati, avrebbe fatto loro scavare delle buche e poi riempirle: in tal modo il prodotto nazionale lordo sarebbe aumentato.

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