QUANTO GUADAGNANO I SUPER BUROCRATI
Il grande imbroglio degli stipendi d’oro: tra tetti di legge ignorati, bonus opachi, informazioni carenti

La scorsa settimana ci siamo occupati della richiesta (poi rientrata) di buonuscita milionaria da parte dell’ex AD di Terna Giuseppina di Foggia. Terna è una società privata, ma di fatto controllata al 29,85% da Cassa Depositi e Prestiti, ente riconducibile alla pubblica amministrazione. Il tema non è tanto quello degli stipendi del settore privato (dove gli azionisti possono legittimamente decidere quanto pagare i propri manager), quanto piuttosto quello di elargire, a personaggi scelti con criteri di vicinanza o fedeltà politica, compensi generosi – e spesso indipendenti da obiettivi aziendali - a carico dell’erario e quindi dei contribuenti. Come diceva il noto palazzinaro Ricucci, un esercizio di omosessualità col didietro degli altri. Per questo torniamo in argomento, parlando questa volta delle retribuzioni dei super burocrati.
Dal 2014 al 2025, la legge ha imposto un limite massimo di 240.000 euro lordi annui per gli stipendi dei dirigenti pubblici, inclusi quelli delle società partecipate dallo Stato. Un tetto già generoso, se confrontato con lo stipendio medio di un dipendente pubblico (1.300-2.000 euro netti al mese), ma che nella pratica è stato sistematicamente aggirato.
Nel luglio 2025, la Corte costituzionale ha dichiarato incostituzionale il tetto fisso di 240.000 euro, giudicandolo non più giustificato dopo oltre un decennio di applicazione e non più temporaneo (sentenza n. 135/2025). La Consulta ha ripristinato il parametro precedente: 311.658,23 euro lordi annui, lo stipendio del primo presidente della Corte di Cassazione. Tuttavia, questo nuovo limite si applica solo a una platea ristretta di dirigenti apicali (es. Capo della Polizia, Guardia di Finanza, vertici della magistratura), mentre per la maggior parte dei dirigenti pubblici il tetto dovrà essere ridefinito con un decreto del governo, ancora in attesa.

Nonostante i tetti, decine di dirigenti – soprattutto in società partecipate (Eni, Terna, Ferrovie, CDP) e enti locali – continuano a incassare compensi totali superiori al pur generoso nuovo limite vigente. Ecco come:
- indennità di risultato: Fino al 30-40% della retribuzione base, spesso erogate senza criteri trasparenti;
- compensi da società partecipate: le aziende a controllo pubblico elargiscono stipendi extra ai propri dirigenti, tutti a carico dello Stato;
- auto blu, viaggi e benefit: non compaiono nello stipendio base, ma costano milioni alle casse pubbliche ogni anno.

La legge impone alle PA di pubblicare online stipendi, bonus e curriculum dei dirigenti. Ma nella pratica:
- i dati sono incompleti: spesso mancano le voci accessorie (auto, viaggi, benefit);
- i controlli non ci sono: l’ANAC denuncia da anni vuoti normativi e omissioni da parte degli enti;
- i cittadini non sanno: i media parlano solo degli aumenti ai dipendenti pubblici “comuni” (130 euro lordi al mese in media), non dei super-stipendi dei dirigenti.
Risultato: mentre un infermiere prende 1.800 euro netti al mese, un dirigente di una partecipata statale ne incassa 10 volte tanto, spesso senza dover rendere conto a nessuno.
La soluzione? Regole chiare e controllo democratico.
Porre fine a questo scandalo è possibile, con misure concrete e immediate:
- tetto reale a 150.000 euro: nessuna eccezione per bonus, indennità o benefit; e per chi supera la soglia rimborso integrale dello stipendio eccedente;
- trasparenza totale: pubblicare online tutti i compensi, compresi auto blu, viaggi e spese di rappresentanza, con sanzioni penali per chi omette i dati;
- stop agli incarichi multipli: un dirigente pubblico può avere un solo stipendio, da un solo ente. Fine dei cumuli tra pubblica amministrazione e partecipate;
- bonus legati a obiettivi misurabili: niente più indennità discrezionali; ogni euro extra deve essere giustificato e verificato da un organismo indipendente;
- controllo democratico: i compensi dei dirigenti devono essere approvati pubblicamente (con delibere motivate, aperte e consultabili online) e non decisi a porte chiuse.
Esempi virtuosi esistono: in Regno Unito e Germania, i compensi dei top manager pubblici sono pubblici, limitati e legati a risultati. In Italia, invece, si preferisce proteggere i privilegi piuttosto che garantire equità.

Lo scandalo degli stipendi d’oro non è una fatalità, ma il risultato di scelte politiche e mancanza di controlli. Mentre i cittadini subiscono tagli ai servizi e aumenti delle tasse, una casta di dirigenti si arricchisce senza merito.
Ma la soluzione c’è:
- chiedere trasparenza ai propri rappresentanti locali e nazionali;
- denunciare i casi di abuso (es. tramite accesso agli atti o segnalazioni all’ANAC);
- sostenere proposte di legge che reintroducano tetti reali e controlli indipendenti.
Il cambiamento è possibile, anche se la strada dell’abolizione dei privilegi dei superburocrati è lunga e difficile. Non è una questione di invidia, ma di giustizia e rispetto per il denaro pubblico. In un Paese dove la fiducia nelle istituzioni è ai minimi, riformare questo sistema sarebbe un segnale forte: lo Stato può essere equo, trasparente e al servizio dei cittadini.
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