ESTOTE PARATI
Sarà vera crisi dei mercati? Ai posteri l’ardua sentenza…

Fare previsioni in campo economico è sempre difficile, per non dire impossibile. In periodi di particolare turbolenza, come quelli che stiamo vivendo, l’esercizio diventa poi ancora più arduo. Eppure qualche considerazione basata su buon senso e razionalità è sempre possibile, e anzi auspicabile, farla in materia di gestione degli investimenti.
Il periodo attuale, per i mercati finanziari – e in particolare per quello di cui ci siamo occupati più da vicino, ovvero l’azionario USA – è caratterizzato da una forte volatilità, che era ampiamente attesa, e da una brusca caduta dei prezzi di tutte le attività finanziarie, effetto immediato della situazione geopolitica che vede in pieno svolgimento una serie di eventi bellici molto preoccupanti, e non solo per i mercati.
A parte i conflitti a carattere locale, di cui ben pochi si occupano - nonostante siano spesso devastanti e sanguinosi e provochino un’incredibile serie di morti, soprattutto in Africa e in alcune zone per ora limitate dell’Asia - le guerre in corso che hanno, o potrebbero avere, forti effetti sulle finanze europee e mondiali, sono sostanzialmente due.

Il primo scenario di guerra è quello russo-ucraino, che ha ormai una durata superiore a quella del secondo conflitto mondiale, e l’altro è quello medio-orientale con l’annosa contrapposizione fra Israele e Palestinesi. Quest’ultimo ha subito una forte accelerazione a partire dall’attacco del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas agli ebrei dei territori occupati e in questi giorni sta mostrando un’impennata con l’attacco congiunto USA-Israele all’Iran.
Mentre fino ad ora i mercati sono rimasti sostanzialmente insensibili ai venti di guerra, proseguendo nelle loro tendenze rialziste, il recente attacco al regime degli ayatollah (e l’uccisione della guida suprema Ali Khamenei) ha gettato le borse nel panico, innescando un crollo di grande portata su tutti i listini azionari e una (peraltro prevedibile a prescindere dagli ultimi eventi) impennata dei prezzi di petrolio ed energia.

I mercati azionari vengono da un periodo di almeno due anni di crescita molto forte, trainata dai titoli tecnologici e dall’exploit dell’intelligenza artificiale (AI), che ha fatto lievitare la domanda delle aziende impegnate nella produzione di microchips e dei materiali impiegati per l’AI, fra i quali le famose terre rare. Una flessione dei listini era dunque nella logica delle cose, e in effetti c’era una diffusa attesa in tal senso, magari accompagnata da un ribilanciamento dei listini a favore di titoli ciclici e manifatturieri che erano stati trascurati nella prolungata fase di rialzo.
Allo stesso tempo era, come si è detto, prevedibile una ripresa delle quotazioni del petrolio e dell’energia, i cui prezzi erano stati molto compressi nella fase ciclica precedente. Fra l’altro, proprio lo sviluppo dell’AI ha innescato una forte domanda di energia, necessaria per la nuova tecnologia. A ben guardare, dunque, quello che sta succedendo in questi giorni sarebbe con ogni probabilità successo anche senza la guerra all’Iran, magari non con la stessa intensità. Con il conseguente blocco dello stretto di Hormuz, dal quale transita circa un quinto del petrolio mondiale, e con il prevedibile rallentamento dell’attività di produzione iraniana, l’offerta si è drasticamente ridotta, e a fronte di una domanda in continua crescita, i prezzi non potevano che lievitare.

C’è poi una componente psicologica che vede gli investitori temere un’escalation della crisi e riversare sul mercato una valanga di titoli considerati a rischio, in primo luogo quelli azionari, per acquistare liquidità e beni rifugio (fra i quali le materie prime), e comunque dollari, il cui cambio è parimenti cresciuto di molto.
Le forti vendite sono causate anche da un altro fattore: l’aumento dei costi dell’energia provocherà una quasi certa ripresa dell’inflazione, che con fatica era stata ricondotta alle soglie obiettivo del 2%, e un altrettanto certo rallentamento della politica di espansione monetaria. Le autorità monetarie quindi, non solo hanno fermato la riduzione dei tassi di interesse, ma probabilmente invertiranno la rotta, avviando un nuovo periodo di inasprimento, che inevitabilmente danneggerà la salute delle aziende, e le aspettative sulla loro redditività.
Quindi riepilogando: brusca caduta dei corsi azionari, impennata del petrolio ed energia, rafforzamento del dollaro, attese di crescita per l’inflazione e per i tassi di interesse.
Si tratta ora di capire se quella che stiamo vivendo è una fase ciclica e transitoria oppure l’inizio di un trend di medio-lungo periodo, atteso che lo scenario geopolitico ben difficilmente si normalizzerà a breve termine e che anzi le guerre in corso sono probabilmente destinate a durare per molto tempo.
Nel primo caso, infatti, l’investitore razionale dovrà semplicemente attendere che la bufera (sui mercati, non sullo scenario di guerra) passi, mantenere un profilo prudente e tenersi pronto a tornare sul mercato, approfittando delle occasioni di acquisto che i bassi prezzi presentano. Nel secondo caso, invece, dovrà tenersi liquido, stare lontano dal reddito fisso e magari dirigersi verso beni rifugio o asset reali quali oro e preziosi (non inganni la flessione di questi giorni, le commodities di questo genere continueranno a crescere) e, per chi ci crede, immobili.
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