UNA RISATA VI SEPPELLIRÁ…DI CONSENSI
L’ottimismo paga: perché i leader sorridenti riscuotono più consensi

Come nella migliore tradizione, il mese di agosto si presta, più che agli approfondimenti e ai temi complessi, a trattare argomenti leggeri, sul filo del sorriso, se non addirittura del cazzeggio, sport di questi tempi molto praticato.
In questa linea, proviamo ad estendere il concetto di “ottimismo della volontà” - che Antonio Gramsci rese celebre anche se la paternità è da attribuire allo scrittore francese Romain Rolland – alla capacità di catalizzare voti e consenso in politica, contrapposto al “pessimismo della ragione” che invece allontanerebbe gli elettori. In altri termini, la lagna non attrae consensi e i profeti di sventura, se non si può dire che portino sfiga, quanto meno è evidente che risultano antipatici[1].

Quello che si vuole affermare è che molto spesso, in politica, viene premiato e riscuote voti e consensi chi riesce a trasmettere un messaggio ottimista e positivo e viene spesso penalizzato chi invece si presenta con atteggiamento triste, lagnoso e musone, anche se le cose che dice sono giuste: può ben darsi che la protesta generalizzata e continua porti ad essere eletti, come ad esempio nel caso del Movimento 5 stelle in Italia (anche se in quella circostanza l’ispirazione e la leadership di Beppe Grillo erano caratterizzate dalla sua vena comica), ma alla lunga la gente ha bisogno di messaggi positivi e rassicuranti.
Esistono numerosi studi di tipo sociologico che attestano la correlazione fra toni positivi nella comunicazione politica e successo, ma senza addentrarci in tecnicismi, molti e significativi sono gli esempi in cui leader che esprimono ottimismo e fiducia sono stati premiati dagli elettori. Si badi bene: correlazione non vuol dire causalità, cioè rapporto di causa-effetto diretto fra messaggio positivo e vittoria alle elezioni, ma è esperienza comune vedere le due cose coesistere, come pure vedere il declino di popolarità e di consenso nel momento in cui un leader passa da un atteggiamento positivo al livore e alla fustigazione. Lo vediamo meglio dai casi di Macron e Trump.

Il leader francese mise a segno uno storico successo alle elezioni presidenziali del 2022, col 58% dei consensi da parte degli elettori, trainato da un’immagine positiva di stabilità e ottimismo: “En marche”, il nome stesso del partito fondato da Macron, le cui iniziali EM sono le sue, evoca un concetto di dinamismo e movimento. Negli ultimi tempi, invece, il suo tasso di approvazione registrato dai sondaggi non va oltre il 35-40%, accompagnato da un visibile incupimento del suo atteggiamento, dalla scomparsa del sorriso e dei messaggi positivi. Con molta probabilità la causa della perdita di consensi è da ricercare nell’ondata di proteste che ha interessato la Francia con la mobilitazione dei “Gilets jaunes”, ma è da segnalare la coincidenza fra il crollo di popolarità e l’immagine pubblica più seriosa, preoccupata e negativa. D’altra parte, il suo predecessore François Holland, dal tono più cupo e sempre serio, al termine del suo mandato aveva un indice di gradimento del solo 4%, complice anche lo scandalo rosa inerente la vita privata che certo non gli ha giovato.
Analoga involuzione quella del Presidente USA Trump. Nel suo primo mandato (2017-2021) il messaggio del tycoon (Make America Great Again) era improntato all’ottimismo e alla speranza di un’inversione di rotta nella politica finalizzata a ridare agli Americani fiducia nel futuro e autostima, come pure agli inizi del mandato attuale. In questi ultimi anni, complici le difficoltà di natura geopolitica e l’economia spesso problematica, il suo tono è diventato più cupo, lagnoso, corrucciato; l’aggressività e i contrasti con interlocutori, alleati, collaboratori, sono aumentati in maniera esponenziale e il suo indice di approvazione è sceso al 41% (Gallup 2024), il livello più basso di un Presidente USA nell’era moderna, contro una media del 49% nel 2020, tanto da far dubitare della sua rielezione e da autorizzare preoccupazioni diffuse di manipolazioni da parte sua dei meccanismi elettorali per scongiurare un esito negativo delle prossime tornate elettorali (a partire dalle imminenti elezioni midterm).
Andando a ritroso nella storia, si possono trovare molti esempi a conferma di questa tesi: dall’allegria contagiosa di Ronald Reagan all’inguaribile ottimismo di Theodore Roosevelt, nonostante la grande depressione che durante gli anni della sua presidenza aveva colpito gli Stati Uniti e il mondo intero. Per non parlare di John F. Kennedy, che pure era stato quello che aveva sfiorato il conflitto con l’Unione Sovietica per la crisi dei missili di Cuba (1962).

Kennedy, il cui sorriso smagliante era un vero e proprio marchio di fabbrica, è ricordato il sogno di Camelot e l’aspettativa di un mondo felice sulle ali della rinascita dopo il periodo buio della Seconda guerra mondiale e la sua immagine positiva gli valse un’approvazione media dell’80% (Gallup).
Oppure, restando in Europa, la figura di Tony Blair, che si può ben considerare l’ultimo premier britannico amato dal grande pubblico e contornato da un tangibile consenso, Soprannominato “smiling assassin”, sempre con il suo tono giovane, moderno e fiducioso (il suo slogan era "Things Can Only Get Better"), si poneva all’estremo opposto del suo successore Gordon Brown, più serio ma meno carismatico, che ebbe un clamoroso crollo di popolarità.
E ancora, guardando alla Germania, il tono pessimista e scarsamente comunicativo di Olaf Scholz (indice di gradimento nel 2024 del 18%), spesso criticato per mancanza di carisma e sorrisi rari, in netto contrasto con l’atteggiamento calmo e fiducioso di Angela Merkel, la cui popolarità ebbe una media del 76% nel corso del suo Cancellierato. Oppure l’immagine di leader "grumpy" (soprannome "Der Griesgram", il burrone), la tonalità pessimista su economia e immigrazione di Friedrich Merz, il cui indice di popolarità è fermo al 28%.
Venendo alle cose di casa nostra, l’esempio più eclatante è la parabola di Silvio Berlusconi, col suo stile fatto di sorrisi costanti, tono fiducioso e positivo, retorica basata su "entrepreneurial optimism" (definizione accademica del "Berlusconismo"). Nonostante gli scandali e le controversie, restò al Governo per quasi 10 anni, cercando di creare un clima di ottimismo intorno a sé e di trasmetterlo agli elettori delusi. Ben più breve (solo 2 anni e mezzo) e tormentata (in termini di consensi) l’sperienza governativa di Romano Prodi, che pure riuscì a sconfiggerlo per due volte (nel 1996 e nel 2006, sebbene con margini piuttosto risicati), ma la cui immagine di “Professore” dal tono serio e istituzionale, certamente non contribuì alla popolarità.
Per finire con uno sguardo all’attualità: gli attuali leader europei si presentano in genere cupi, seriosi e pessimisti (forse a parte Sanchez, che infatti è l’unico in netta ascesa) e sono tutti alle prese con crisi di consensi. Anche Giorgia Meloni, dopo un avvio positivo, ha visto scendere la sua approvazione al 36% (EU News, aprile 2026) con un calo di 11 punti in un mese. Il suo tono è diventato più combattivo, ottimista, e questo potrebbe spiegare la perdita di consensi, anche se col tempo è andata assumendo un vero ruolo e autorevolezza di statista di rango.
Forse la colpa non è solo del generale Vannacci o dell’ondivago Salvini.
Dagli esempi analizzati emerge un pattern chiaro: i leader che trasmettono ottimismo, fiducia e positività tendono a raccogliere più consensi e a mantenere più a lungo la popolarità. Non è un caso che figure come Reagan, Kennedy, Blair o Merkel siano ricordate per il loro tono rassicurante, mentre leader come Scholz, Merz o Trump (nella sua fase più cupa) faticano a conquistare gli elettori. L’eccezione di Prodi, che vinse due elezioni con un tono serio, dimostra che in momenti di crisi il realismo può prevalere – ma solo temporaneamente. alla lunga, la gente ha bisogno di speranza e fiducia, non solo di analisi lucide. Forse, come scriveva Gramsci, l’ottimismo della volontà è davvero la chiave per costruire consenso – anche in politica
[1] Si veda, sullo stesso tema, l’articolo “Quelli che non sorridono” di Siegmund Ginzberg, sul Foglio dell’11/7/2026, che ha ispirato molte delle considerazioni di questo editoriale
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