Il mondo all’incontrario

reverse world

All’inizio di settembre il gigante dell’e-commerce Amazon pubblicò sul proprio sito un comunicato stampa che non poteva passare inosservato fra coloro che studiano i fenomeni sociali connessi all’attività economica dei nostri giorni. Si tratta di un vero e proprio bando rivolto alle amministrazioni pubbliche ed ai governi locali del Nord America (in pratica Stati Uniti e Canada), con il quale si invita a presentare proposte per favorire l’insediamento della seconda direzione generale di Amazon, denominata HQ2 (headquarter 2 appunto).

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Nel bando si elencano i vantaggi che la nuova sede porterebbe per la comunità che la ospiterà in termini di nuovi posti di lavoro, di sviluppo del reddito indotto, di popolazione ad altro reddito che vi si trasferirebbe.

 

Il termine usato nel bando è request for proposal (RFP, richiesta di proposte) e non il tradizionale call for proposal, (bando, nell’accezione corrente), forse per una forma di rispetto lessicale nei confronti dei destinatari, gli enti pubblici, abituati ad essere loro a emanare i bandi ed attendere che siano i privati a rispondere. Ma la sostanza non cambia: le parti si sono invertite ed oggi è la grande impresa a dare le carte.

 

Anche il termine di apertura del bando è piuttosto stretto: poco più di un mese, dal 7 settembre – data di pubblicazione sul sito aziendale – alla scadenza, fissata per oggi 17 ottobre 2017.

Nel mondo della produzione è del resto da tempo iniziata una vera e propria rivoluzione copernicana con un palese rovesciamento di ruoli. Già da tempo le amministrazioni pubbliche – a causa dei vincoli di bilancio – hanno dovunque grandi difficoltà a realizzare grandi infrastrutture e la modalità più frequente, almeno in Italia, è quella del project finance, ovvero della collaborazione fra ente locale, privati investitori e soggetti realizzatori (imprese di costruzione, global coordinator, ecc.).

Ma in genere l’iniziativa e il ruolo guida è sempre del soggetto pubblico, che, sulla base di un programma approvato dagli elettori, definisce le politiche di sviluppo del territorio, quindi ricerca i potenziali partner, stanzia le risorse necessarie e licenzia gli strumenti urbanistici e regolatori relativi.

Nel caso di Amazon, è invece l’azienda che, individuato un suo bisogno di investire e realizzare un nuovo insediamento e, rendendosi conto dell’attrattiva che questo può rappresentare, invita le amministrazioni pubbliche a dichiarare quali e quanti incentivi – non solo finanziari – è disposta ad accordare.

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Già molte comunità risulta che abbiano manifestato interesse e intenzione di aderire al bando con proposte idonee e aggressive: Dallas, Baltimora, Toronto.

Mi ricorda un episodio di cui sono stato testimone diretto oltre una decina di anni fa, in una delle mie esperienze lavorative precedenti. Come direttore generale di una grande fondazione privata orientata essenzialmente allo sviluppo del territorio, ricevetti insieme al mio presidente di allora il numero uno di una grande azienda farmaceutica multinazionale che aveva un grande polo produttivo e di ricerca nella zona. Il sito impiegava alcune migliaia di occupati e rappresentava una realtà importante della regione.

Con molta franchezza, quel CEO ci informò che il suo gruppo stava valutando un investimento per il polo locale e che aveva ricevuto l’offerta dalla municipalità di Singapore di un incentivo a fondo perduto di un milione di dollari per trasferire il tutto in quell’area. La società era soddisfatta dell’andamento del sito attuale e, a parità di condizioni, certo avrebbe preferito mantenere in Italia la divisione. In caso contrario, non avrebbe avuto alcun problema a trasferire il tutto in Asia.

Dopo le nostre (in verità un po’ azzardate) rassicurazioni, il polo produttivo venne mantenuto ed è ancora là ed anzi arrivarono regolarmente anche gli investimenti aggiuntivi. Qualche anno dopo la divisione a cui apparteneva venne acquisita da un’altra multinazionale e alla fine la nostra strategia si rivelò vincente.

Questo per dire che, ovviamente, la problematica di attrarre insediamenti produttivi e investimenti di sviluppo è da tempo presente anche da noi. Fino ad ora tuttavia era confinata in rapporti ed accordi bilaterali: Amazon ha fatto outing, rendendola oggetto di un bando pubblico.

Questi episodi dimostrano che sono profondamente cambiati i meccanismi alla base della vita economica delle comunità: la presenza di realtà produttive importanti, in tempi di crisi e di mancanza di lavoro, costituisce un formidabile concentrato di potere e di pressione sui governi e sulle amministrazioni pubbliche.

Non che si tratti sempre di un fattore positivo: la legittimazione di tale potere non deriva dal voto degli abitanti, ma dalle risorse economiche messe in campo. E certamente l’identificazione di un territorio con valori e mission di un singolo gruppo aziendale non è sintomo di democrazia, oltre all’impatto sull’aumento del costo della vita e delle abitazioni che probabilmente un insediamento del genere produce.

Legati al tema sono poi anche i fenomeni del trasferimento del ruolo di gruppo sociale da difendere e tutelare dalla classe operaia a quello dei consumatori, come nel caso Walmart, ed il declino del principio too big to fail (troppo grande per fallire) soprattutto nel settore bancario, come è successo per Lehman Brothers: di essi ci occuperemo, infatti, nei prossimi due articoli.

 

 

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