I RICCHI E POVERI
Cresce, sia pure di poco, la quota di popolazione a rischio di povertà
Una delle più celebrate espressioni del compianto (mai come ora, dato il livello della classe dirigente politica attuale, non solo italiana) Silvio Berlusconi era: “In Italia ci sono molti poveri? A giudicare dai ristoranti sempre pieni, sembra proprio di no”.
In effetti, i ristoranti erano pieni ai tempi del Cavaliere, e continuano ad essere pieni anche oggi, quando pure i prezzi sono molto aumentati. Questo vuol dire che la povertà continua a tenersi lontana dai nostri lidi? A parere dell’Istat, secondo il suo più recente rapporto[1], non parrebbe.
Secondo l’Istituto, infatti, nel 2024 il 23,1% della popolazione è a rischio di povertà o esclusione sociale (nel 2023 era il 22,8%), si trova cioè in almeno una delle tre seguenti condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale oppure a bassa intensità di lavoro.
Non è tanto l’incremento da un anno all’altro a preoccupare – si tratta infatti di solo mezzo punto percentuale, tanto che il rapporto Istat lo definisce di sostanziale stabilità – ma il livello assoluto dell’indice, che è sicuramente significativo. Stiamo parlando di circa 13 milioni e mezzo di persone, all’incirca quanto la Lombardia e il Veneto messi insieme.
Naturalmente la numerosità dell’aggregato, e quindi anche la gravità della situazione, dipende dai criteri con i quali viene stabilito il livello della povertà, per cui un individuo che dalle nostre parti rientra nella categoria “poveri”, in molti paesi sottosviluppati potrebbe invece essere del tutto in linea con le condizioni prevalenti della popolazione.
In particolare, secondo la classificazione Istat, sono considerati a rischio di povertà coloro che si trovano in almeno una delle seguenti tre condizioni: a rischio di povertà, in grave deprivazione materiale e sociale o a bassa intensità di lavoro.
Sono considerati a rischio di povertà gli individui che vivono in famiglie il cui reddito netto equivalente dell’anno precedente (senza componenti figurative o in natura) è inferiore al 60% di quello mediano ovvero a 12.363 euro: si tratta di circa 11 milioni di individui, che rappresentano la quota di gran lunga maggiore dell’aggregato.
Si trovano in condizioni di grave deprivazione materiale e sociale – la seconda delle cause sopra elencate - oltre 2 milioni e 710.000 individui; sono coloro che, nel 2024, presentano almeno 7 segnali di deprivazione (dei 13 individuati dal nuovo indicatore “Europa 2030”), riferiti alla presenza di difficoltà economiche tali da non poter affrontare spese impreviste, non potersi permettere un pasto adeguato o essere in arretrato con l’affitto o il mutuo, e altri analoghi.
Gli individui che nel 2024 vivono in famiglie a bassa intensità di lavoro (cioè con componenti tra i 18 e i 64 anni che nel corso del 2023 hanno lavorato meno di un quinto del tempo) ammontano a circa 3 milioni e 873.000 persone. La quota di individui in famiglie a bassa intensità di lavoro aumenta, tra il 2023 e il 2024, tra le persone sole con meno di 35 anni e, soprattutto, tra i monogenitori, che presentano una percentuale più che doppia rispetto alla media nazionale.
Le tre cause del rischio di povertà danno una somma di individui maggiore dei 13 milioni e mezzo che dicevamo all’inizio, in quanto evidentemente molti rientrano in due o più delle categorie.
Nel 2024 l’incidenza del rischio di povertà o esclusione sociale si conferma essere più bassa per chi vive in coppia senza figli. Rispetto al 2023, l’indicatore aumenta per coloro che vivono in famiglie con cinque componenti e più e, soprattutto, per chi vive in coppia con almeno tre figli. La crescita si registra anche per i monogenitori, per effetto della più diffusa condizione di bassa intensità di lavoro. Per le coppie con uno o due figli, il rischio di povertà o esclusione sociale rimane contenuto e ben al di sotto della media nazionale. Inoltre, nel 2024, il rischio di povertà o esclusione aumenta per gli anziani di 65 anni e più che vivono da soli.
Il rischio di povertà o esclusione sociale raggiunge il 33,1% (era il 31,6% nel 2023) tra coloro che possono contare principalmente sul reddito da pensioni e/o trasferimenti pubblici, diminuisce invece per coloro che vivono in famiglie in cui la fonte principale di reddito è il lavoro dipendente (14,8% dal 15,8% del 2023) e rimane stabile per chi ha come fonte principale un reddito da lavoro autonomo (22,7% e 22,3% nel 2023).
Infine, il rischio di povertà o esclusione sociale si riduce per gli individui in famiglie con almeno un cittadino straniero e aumenta leggermente per i componenti delle famiglie composte da soli italiani.
Si tratta di tendenze decisamente prevedibili, sulla base della comune esperienza; l’aspetto che rende la situazione preoccupante è però anche la riduzione del reddito reale nel nostro paese. L’Italia è infatti il Paese del G20 dove i salari hanno subito la più forte perdita di potere d’acquisto dal 2008 a oggi: -8,7%, e in particolare: -13,2% nel Centro, -11,0% nel Mezzogiorno, -7,3% nel Nord-est e -4,4% nel Nord-ovest. In Francia, nello stesso periodo, c’è stato un aumento di circa il 5%, in Germania di quasi il 15%[2].
Nel 2023, l’Istat stima che le famiglie residenti in Italia abbiano percepito un reddito netto pari in media a 37.511 euro, circa 3.125 euro al mese. La crescita dei redditi familiari in termini nominali (+4,2% rispetto al 2022) non ha però tenuto il passo con l’inflazione osservata nel corso del 2023 (+5,9% la variazione media annua dell’indice armonizzato dei prezzi al consumo, IPCA), determinando un calo dei redditi delle famiglie in termini reali (-1,6%) per il secondo anno consecutivo.
Come si vede, si tratta di numeri che dovrebbero indurre quanto meno a tralasciare i toni trionfalistici che ogni tanto si sentono da parte dei nostri governanti; è vero che l’origine dei nostri problemi è piuttosto lontana nel tempo, ma se anche i ristoranti sono pieni, ciò non vuol dire che si debba rinunciare a combattere la povertà, effettiva o solo potenziale.
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