Il migliore dei mercati possibili

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Abbiamo visto negli articoli precedenti alcune tendenze di lungo periodo (trends) che potremmo considerare consolidate. Per ora restiamo in ambito mega (o macro) trends, ovvero stiamo guardando il quadro complessivo. Come si è detto nell’incipit, l’obiettivo è però quello di calare queste considerazioni a livello più operativo, ovvero micro, per capire se nelle decisioni economiche rilevanti (risparmio, investimento, lavoro, avvio di start-up, impresa) è possibile far tesoro delle osservazioni. Partiamo cioè dal generale per arrivare al particulare di guicciardiniana memoria.

Proseguendo nella ricerca di altri fattori rilevanti, esaminiamo ora l’efficienza dei mercati e l’influenza che le sue distorsioni causano sulle decisioni imprenditoriali.

IL NOSTRO E’ IL MIGLIORE DEI MERCATI  POSSIBILI?

Detta così, tutti quanti siamo portati a credere che la risposta non possa che essere negativa, e in effetti vedremo che è proprio così. Ma la cosa non è da liquidare in modo sbrigativo. Vediamo perché.

L’efficienza dei mercati è in un certo senso il problema dei problemi, perché potremmo anche mettere in piedi la più strepitosa delle start-up, ma se ci troviamo in un mercato che non funziona,  bene che vada otterremmo solo in parte i riconoscimenti che meritiamo, male che vada resteremmo una vox clamans in deserto (ecco spiegato perché le start-up di maggior successo decollano nei mercati più efficienti e progrediti). Stesso discorso per i nostri investimenti: se individuiamo il miglior titolo da prendere, ma questo è trattato in un mercato che non consente di vendere, comprare o scambiare velocemente e senza costi, faremmo un buco nell’acqua.

La teoria economica, del resto, presuppone sempre l’efficienza dei mercati e la razionalità degli operatori, e la correttezza delle conclusioni a cui giunge è strettamente subordinata all’esistenza di questi due elementi. Per cui, non esistendo efficienza e razionalità, ci troveremmo costretti a navigare a vista.

Un mercato è efficiente quando funziona alla perfezione. Se vogliamo comprare un chilo di carne, un aeroplano o un titolo, e siamo disposti a spendere una determinata somma, giudichiamo il mercato efficiente quando ne usciamo con il chilo di carne, l’aeroplano o il titolo in mano avendo speso esattamente quanto volevamo, ovviamente mediato dal resto della domanda e dell’’offerta. Non ci sono ritardi, costi di transazione, inconvenienti o tasse anomale e non conosciute. Se abbiamo una contestazione, viene risolta subito facendone pagare il costo a chi ha causato il motivo della contestazione stessa.

Come ben sappiamo, non è sempre così nei nostri mercati. Alcune distorsioni sono fisiologiche e ben difficilmente eliminabili anche nei contesti più efficienti: l’esistenza dei costi di transazione; le posizioni monopolistiche o oligopolistiche grazie alle quali un singolo (o pochi) venditore o compratore è talmente forte da condizionare gli scambi; i tempi della giustizia civile; la fiscalità; la rigidità del mercato del lavoro.

Dobbiamo valutare qual è il grado di efficienza del  mercato nel quale vogliamo operare, inteso in senso sia geografico che merceologico. Le distorsioni presenti fino a che punto possono danneggiare (o favorire) l’attività che vogliamo intraprendere?

Ricordiamo in primo luogo sempre la lezione cinese del wei ji: ad ogni situazione di crisi o pericolo corrisponde un’opportunità:

危机

L’ideogramma in mandarino è composto di due parti: wēi () significa approssimativamente “pericolo, pericoloso; mettere in pericolo, rappresentare un pericolo; periglioso; precipitoso, precario; alto; paura, timoroso” () nell’interpretazione più diffusa significa “opportunità”.

In un diverso contesto, è quello che si intende con la locuzione latina vox media (‘voce intermedia’, parola a metà strada): indica un termine (verbo, sostantivo, aggettivo) che di per sé esprime un significato neutrale, equidistante tra negativo e positivo, e che va quindi di volta in volta ricavato dal contesto. Infatti dall’originario valore intermedio di ciascun termine, si possono sviluppare due poli semantici, positivo e negativo, compresenti anche se in proporzioni diverse: come nel latino fortuna, che ha un significato intermedio fra buona e cattiva sorte, potendo indicare alternativamente entrambi i concetti a seconda del contesto in cui è inserito.

Questo mi porta a un’ulteriore considerazione: il mercato in sé non è né buono né cattivo: è uno strumento a disposizione degli operatori per rendere possibile l’incontro fra domanda e offerta. Non è né giusto né ingiusto, può solo essere efficiente o inefficiente. Non ha le capacità taumaturgiche che i liberisti gli attribuivano, né la diabolicità che gli hanno imputato marxisti e pauperisti: il mercato è per l’uomo, e non l’uomo per il mercato.

Allora potremmo ben trasformare gli elementi di distorsione nel mercato in fattori di successo: come fanno i trader che sfruttano differenze momentanee di prezzi dei titoli in mercati diversi per fare arbitraggi in modo da trarre profitto dall’inefficienza.

Chi ha intenzione di dar vita ad una start-up dovrà quindi:

  • esaminare attentamente il mercato (dei fattori produttivi o dei prodotti) in cui dovrà operare
  • verificare l’esistenza o meno di posizioni monopolistiche
  • essere pronto a cambiare mercato qualora le distorsioni possano arrecare danno al proprio business e/o non sia possibile trasformarle in vantaggi

 

Più o meno sullo stesso piano si pone un altro aspetto di base che si deve considerare: la tutela delle idee, dei marchi, dei processi, delle opere. Sarà questo l’argomento del prossimo articolo.

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2 pensieri su “Il migliore dei mercati possibili

  1. grazie marco, i tuoi pensieri e riflessioni sono sempre molto interessanti e utili (per me ) per meglio interpretare alcune “cose”
    un abbracio
    marco

    Mi piace

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