Il portafoglio delle famiglie: come non rimetterci!

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Una volta che il nostro risparmiatore ha definito con chiarezza la propria situazione patrimoniale, la propensione al rischio e gli obiettivi che vuole realizzare con le risorse da investire, siamo pronti per costruire (o adattare) il portafoglio.

 

LA RISERVA DI LIQUIDITA

Un’ultima informazione riguarda la parte di patrimonio da tenere liquida, ovvero non investita, in forma di contanti o, meglio, di deposito bancario a vista, cioè prelevabile in ogni momento. La parte liquida ha quindi la caratteristica di essere sostanzialmente priva di rischio e di rendimento. In realtà abbiamo visto che una certa componente di rischio esiste sempre (rischio di fallimento della banca in cui è depositata, di furto dei contanti, di perdita di valore per l’inflazione), ma per semplicità consideriamo la cassa sicura.

La riserva di liquidità serve a fornire le risorse per le spese correnti e per le spese che abbiamo in programma a breve, ma anche per avere a disposizione munizioni da poter impiegare in modo redditizio se ci fossero buone opportunità di acquisto o aumenti improvvisi di tassi di interesse (nel qual caso il valore dei titoli diminuirebbe). Potremmo così sia evitare di tenere in portafoglio titoli che rendono meno del mercato, sia comprare a prezzo ridotto titoli che produrranno reddito maggiore.

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IL RISCHIO E’ UN LUSSO PER RICCHI

Fino a poco tempo fa i depositi venivano remunerati: oggi lo sono solo quelli a scadenza, ovvero che si possono ritirare senza penalità solo dopo un certo periodo di tempo. Inoltre esistono molti titoli che, grazie al fatto di avere un ampio mercato e di essere quotati e scambiati in grandi volumi tutti i giorni, possono essere venduti e liquidati nell’arco di due giorni: in questo caso, però, non è possibile sapere con certezza in anticipo a quale prezzo potranno essere venduti, in quanto il loro prezzo di mercato si forma ogni giorno in base alla domanda e all’offerta. E’ quindi possibile che andando a vendere quei titoli si possa incorrere in perdite, ovvero incassare meno di quanto abbiamo pagato.

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Consideriamo dunque come liquidità solo la parte di patrimonio mantenuta disponibile in forma di contanti (“sotto il materasso”) o di deposito bancario. Bisogna dire che in tempi come quelli di oggi, con bassi tassi di interesse (in alcuni casi addirittura negativi) ed elevata volatilità, già avere la certezza di poter riavere il capitale senza perdite può essere considerato un risultato non disprezzabile e tutt’altro che scontato: le polizze vita cosiddette “a capitale garantito” offerte da molte compagnie assicuratrici, che prima garantivano un rendimento minimo, basso ma positivo, oggi tendono a garantire la semplice restituzione integrale del capitale.

Non a caso questo tipo di prodotti stanno incontrando un buon successo: male che vada l’investitore ha comunque la sicurezza di recuperare il capitale e, se le cose vanno bene (aumento dei tassi, buona performance del gestore), può comunque ottenere un reddito più o meno “di mercato”.

A questo punto credo che la prima regola per un risparmiatore che possiede un patrimonio piccolo o medio sia quella di non rimetterci: meglio la certezza di non perdere che la possibilità di guadagnare qualcosa in più ma anche di perdere. Un esempio numerico può dare l’idea di quello che dico: in un patrimonio di 50.000 €, decidiamo di investire in 5 titoli con quote destinate a ciascun titolo di 10.000 € (vedremo dopo l’aspetto della diversificazione del rischio). Con tassi medi netti (che possiamo considerare soddisfacenti) del 3%, otterremmo da ciascun titolo un rendimento di 300 € all’anno. Se volessimo ottenere da un titolo un rendimento maggiore (supponiamo il 5% netto), potremmo cercare un titolo certamente più rischioso e a scadenza più lunga che ci consente di avere una cedola, ovvero un interesse, di quel livello. Se tutto va bene, avremmo guadagnato 200 € in più, ma potremmo in quell’anno anche perdere tutti i 10.000 € (se l’emittente fallisce) oppure perdere la cedola (se l’emittente non riesce a pagare gli interessi) o, se i tassi dovessero aumentare dell’1% e noi avessimo bisogno di quel capitale, perdere parte del capitale per aver dovuto vendere sotto costo.

La domanda da farsi quindi è: vale la pena sottoporsi a questo livello di rischio per 200 € all’anno? Ovviamente ognuno, a seconda della sua propensione al rischio, darà una risposta diversa. Ma perdere 10.000 € di valore su 50.000 di capitale ha un impatto certamente molto superiore che perdere la stessa cifra su 100.000 o 500.000 €. Ciò significa che quanto più piccolo è il capitale disponibile, tanto più prudente deve essere l’investimento. Il rischio è un lusso che solo i ricchi si possono permettere.

Se chi ha sottoscritto i titoli subordinati delle banche in default avesse fatto questi semplici ragionamenti e questi calcoli elementari, avrebbe certamente evitato di correre quel rischio. Ovviamente c’è un problema grande di percezione del rischio, ovvero di informazioni disponibili. Gli obbligazionisti di Banca Etruria e similari non sapevano di correre quel rischio, ma credevano di avere in mano titoli sicuri. Ma allora perché hanno comprato quei titoli? Perché si sono fatti ingolosire da cedole (leggermente) superiori a quelle correnti. Va sempre tenuto presente che se c’è un tasso più alto, anche il rischio è più alto.

Mettiamola così: se proprio vogliamo avere rendimenti superiori ma limitare il rischio a un importo che non ci travolga, definiamo un plafond (un importo massimo) del nostro capitale che nella peggiore delle ipotesi potremmo anche permetterci di perdere: nell’ipotesi fatta sopra, diciamo un plafond di 5.000 € da destinare ad investimenti più rischiosi. Il rendimento addizionale che ci potremmo attendere non sarà grandissimo (nel nostro caso 100 € all’anno), ma sarà bilanciato da un rischio razionale e sostenibile.

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Un approccio razionale e di buon senso alla costruzione di un portafoglio finanziario efficiente può quindi essere quello che, dopo avere individuato il profilo dell’investitore ed esplicitato i suoi bisogni, definisce una congrua riserva di liquidità (in genere non superiore al 20% del patrimonio) e una quota da riservare ad investimenti ad alto rendimento (i cosiddetti high yield), che a seconda della propensione individuale, dovrebbe attestarsi fra il 10 e il 15%.

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