Consigli per gli acquisti

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Abbiamo iniziato questo articolo con il famoso Carosello che conteneva la pubblicità o, come più pudicamente si sarebbe detto negli anni ‘80, i consigli per gli acquisti. In effetti scegliere un titolo da inserire in portafoglio o un soggetto cui affidare le proprie risorse è un meccanismo del tutto analogo all’acquisto di un prodotto.

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Lo dimostra il fatto che le diverse forme di investimento sono definite dalle banche “prodotti”, che si ha un “mercato finanziario” in cui le stesse vengono scambiate, che si ricorre appunto alla pubblicità per invogliare i risparmiatori a sottoscrivere un titolo anziché un altro.

I soggetti che collocano i diversi “prodotti” di investimento (azioni, obbligazioni, depositi, polizze, ecc.) appartengono a due categorie: gli intermediari, che vendono titoli emessi da altri, e gli emittenti, che vendono invece debiti propri.

Nel primo caso il guadagno è rappresentato dalle commissioni a carico dell’investitore applicate al prezzo di vendita oppure alla consistenza del dossier ovvero il rapporto col quale vengono amministrati, gestiti e custoditi tutti i titoli di un cliente, provvedendo a curarne l’acquisto, la vendita, l’incasso delle cedole e dividendi. Tipicamente appartengono a questa categoria le banche, quando trattano titoli di soggetti terzi.

Nel secondo caso, quello degli emittenti, l’interesse è rappresentato dal potersi finanziare direttamente, senza ricorrere ad intermediari e agli affidamenti bancari, consolidando il rapporto con il risparmiatore – che molto spesso è anche cliente (come nel caso dei prestiti sociali delle cooperative di consumo). Le stesse banche rientrano in questa categoria quando vendono ai clienti propri titoli di debito, come le obbligazioni o i depositi.

La prima forma di collocamento è nettamente prevalente e ha la caratteristica di proporre più soluzioni al risparmiatore in termini di tipologie di titoli ed emittenti, e di prevedere un trait d’union fra il sottoscrittore e il beneficiario del finanziamento. Non si dimentichi infatti che comprare un titolo equivale, in tutto e per tutto, a concedere un fido all’emittente: per questo dobbiamo valutarne l’affidabilità, sia pure con i pochi strumenti di cui disponiamo, e diversificare il rischio, esattamente come fanno (o dovrebbero fare) le banche quando concedono i prestiti ai loro clienti.

Inoltre, quando c’è un intermediario, il risparmiatore trova anche generalmente una forma di consulenza o supporto professionale nella scelta. Questo può essere certamente un vantaggio, ma può rappresentare anche un pericolo ogni volta che il venditore è contemporaneamente collocatore ed emittente, come ben sanno gli sfortunati sottoscrittori delle obbligazioni subordinate bancarie.

In quel caso la banca si trova in un evidente conflitto di interessi fra la la consulenza, e quindi la tutela offerte al risparmiatore e l’interesse opposto a collocare titoli che essa stessa ha emesso e che, in un diverso contest,  lo stesso risparmiatore non avrebbe probabilmente scelto.

La cautela, quindi, è d’obbligo: facciamo estrema attenzione a chi abbiamo davanti. Le banche non vanno demonizzate (lo dice uno che ci ha lavorato circa trent’anni) ma neanche seguite con fedeltà acritica e immotivata.

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COSA COMPRARE (O VENDERE) ?

Torniamo ora al caso di Lucio, il cinquantenne esodato che si è ritrovato un’eredità da investire di 100.000 €, pari a un terzo del suo intero patrimonio esistente. Negli articoli precedenti abbiamo definito la sua asset allocation strategica e individuato le operazioni da fare:

  • Tenere liquidi 50.000 € in cassa;
  • Acquistare 10.000 € di titoli di stato a breve;
  • Accendere uno o più depositi vincolati per totali 10.000 € con scadenza inferiore all’anno;
  • Acquistare 25.000 € obbligazioni a tasso fisso con scadenza inferiore a tre anni;
  • Vendere 25.000 € di titoli high yield a lunga scadenza e perpetual;
  • Investire 25.000 € in azioni;
  • Disinvestire 5.000 € dalla polizza vita in essere.

Del timing abbiamo parlato nell’articolo precedente, vediamo ora come si scelgono nel concreto i titoli da acquistare o vendere all’interno delle asset classes (categorie di strumenti finanziari) già decise.

Delle sette operazioni che abbiamo elencato, alcune sono semplici e non presentano particolari problemi: tenere il denaro in cassa, ad esempio in conti correnti a vista, bancari o postali; disinvestire parte della (o delle) polizza vita – naturalmente solo se il relativo contratto prevede liquidazioni parziali prima della scadenza -; aprire un deposito vincolato (si tratta semplicemente di valutare quale prodotto fra quelli disponibili, dato un certo livello minimo di affidabilità, rende di più).

Per le altre operazioni, sia di investimento che di disinvestimento, il ragionamento è invece più complesso.

Vediamo intanto la vendita di 25.000 € di perpetual (titoli a scadenza lunghissima) e high yield che, come abbiamo detto negli articoli precedenti, sono quelle ad alto rendimento, che rendono all’investitore più della media del mercato, e pertanto più rischiose. E’ necessario dunque esaminare i titoli che abbiamo in portafoglio per scegliere quale vendere e ovviamente la decisione sarà diversa a seconda di cosa abbiamo di fronte. Alcuni semplici ma non scontati consigli potrebbero essere:

  • Intanto vedere quale titolo ha reso di più, in modo particolare se la plusvalenza può essere fiscalmente compensata con minusvalenze subite nei 4 anni precedenti, evitando così la ritenuta del 26% (sugli aspetti fiscali torneremo in un prossimo articolo);
  • Vedere quale fra i titoli ha realizzato l’obiettivo di rendimento che ci eravamo proposti quando lo abbiamo comprato, oppure se ne esiste qualcuno che crediamo non raggiungerà mai tale obiettivo;
  • Valutare i consigli degli analisti (niente paura: ci torniamo presto) per individuare quelli più vicini al prezzo target (cioè quello che veniva indicato come obiettivo al momento dell’acquisto), o addirittura che lo hanno superato;
  • Verificare le notizie e le informazioni aggiornate sull’emittente, in modo da eliminare quegli emittenti sui quali possiamo nutrire qualche dubbio;
  • Confrontare il rendimento lordo (rapporto fra cedola e prezzo) in modo da mantenere quello che dà un interesse più elevato.

Una volta fatta la scelta, non resta che passare l’ordine alla banca e registrare il prezzo di vendita effettivo.

Buona regola, per gli investitori più attenti, è inoltre calcolare il tasso di rendimento effettivo che l’investimento ha generato. Si tratta certo di un calcolo piuttosto complesso ma per il quale, una volta impostata la formula in un comune foglio di lavoro elettronico, può essere facilmente eseguito in maniera automatica.

Al termine di questa serie di articoli forniremo inoltre qualche indicazione per seguire da vicino l’andamento del nostro portafoglio, Tenere nota di tutte le performance dei nostri titoli ci fornirà infatti, nel tempo, un importante database informativo, senz’altro affidabile a cui rifarci per gli acquisti e le valutazioni future,.

Nel prossimo articolo parleremo di come scegliere invece i titoli da acquistare, all’interno delle singole asset class individuate.

 

 

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