Cherry Picking Pt. 1: Le obbligazioni

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Se fare “gestione passiva” significa scegliere strumenti che replicano e si adeguano immediatamente ai prezzi medi di una determinata asset class o categoria, fare “gestione attiva” significa invece scegliere, fra i diversi titoli della categoria stessa, quello o quelli che riteniamo migliori o più stabili. In inglese questo si traduce con l’espressione cherry picking, ovvero raccogliere le ciliegie, facendo una cernita fra tutte quelle che l’albero produce.

Entriamo, con questa fase, nella logica dell’asset allocation tattica, che si differenzia da quella strategica esaminata finora soprattutto per due aspetti: il focus sulle singole asset class, anziché su tutto il patrimonio) e l’orizzonte temporale più limitato. Se con la gestione strategica puntiamo infatti a realizzare i nostri obiettivi di lungo periodo e a dare al portafoglio una configurazione equilibrata e coerente con la situazione patrimoniale complessiva, con le previsioni e con i nostri sogni, con la gestione tattica miriamo invece a massimizzare il profitto e/o a minimizzare il rischio di perdite.

 

Torneremo ampiamente a parlare di gestione tattica e lo faremo con una rubrica settimanale che sarà composta da una “pillola”, ovvero un breve contributo che ogni settimana prenderà in considerazione una singola questione (un titolo, un comparto, una valuta, ecc.) e le risposte alle domande dei lettori su quell’aspetto. Ogni volta proporremo un argomento per la settimana successiva ed inizieremo da venerdì prossimo parlando del dollaro.

 

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SCEGLIERE UN TITOLO ALL’INTERNO DI UNA ASSET CLASS

La scelta di una gestione tattica nell’ambito di una classe di titoli implica ovviamente un certo grado di conoscenza e di informazioni ed è per questo che è consigliabile muoversi sempre con il supporto di un professionista esperto. Se infatti questo tipo di gestione può consentire di realizzare buoni guadagni extra, altrettanto elevata è la probabilità di subire perdite.

Concentrare tutti gli investimenti previsti per una intera asset class in un unico titolo, o pochi titoli, vuol dire infatti rinunciare alla diversificazione e ripartizione del rischio che la gestione passiva comporta e concentrare il rischio emittente su un unico, o pochi, soggetti.

Prescindiamo in questa sede dalla movimentazione dell’asset class, che è lo strumento principale per la gestione tattica complessiva, e limitiamoci a considerare la scelta iniziale.

Nel caso del nostro investitore Lucio, alle prese con l’implementazione dell’asset allocation strategica, eravamo rimasti al punto in cui si trattava di:

  • Acquistare 25.000 € in obbligazioni a tasso fisso con scadenza inferiore a tre anni;
  • Investire 25.000 € in azioni.

 

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Se Lucio decide di fare “cherry picking”, dovrà quindi individuare uno o al massimo due titoli per ogni classe di questi attivi fino alla concorrenza degli importi sopra indicati. E’ consigliabile infatti non frazionare troppo il portafoglio, ovvero evitare di comprare un quantitativo di titoli che sia al di sotto di una certa dimensione minima.

Valgono infatti, in prima battuta, le considerazioni svolte in merito alla dimensione minima del patrimonio: si veda a tal proposito l’articolo sul nostro blog del 10 aprile 2016 (https://marcoparlangeli.com/2016/10/04/la-strategia-negli-investimenti-delle-famiglie/ )

Tornando al caso di Lucio e dunque avendo a disposizione solo 25.000 € per ogni classe, effettuare singoli acquisti per controvalori inferiori ai 10.000 € aumenta il grado di complessità del portafoglio senza però offrire apprezzabili miglioramenti qualitativi dello stesso, pertanto non è sicuramente una scelta efficiente.

LA SCELTA DI UN TITOLO OBBLIGAZIONARIO

Come scegliere allora uno o al massimo due titoli obbligazionari con scadenza inferiore ai 3 anni (delle azioni parleremo nel prossimo articolo)?

Nel caso delle obbligazioni, gli elementi di giudizio sono più oggettivi e la scelta è relativamente più facile, almeno per quanto riguarda le caratteristiche del titolo: stiamo infatti parlando di tasso fisso, per cui – a meno dell’insolvenza dell’emittente – sappiamo esattamente quanto incasseremo per interessi e capitale dal momento dell’acquisto fino alla scadenza. L’informazione finanziaria riporta del resto, per ciascun titolo quotato, tutti
gli elementi di giudizio per fare gli opportuni confronti.

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Prendiamo un BTP (Buono Poliennale del Tesoro): si tratta di un titolo emesso dallo Stato Italiano, con scadenza appunto poliennale, che paga una cedola, ovvero un interesse, fissa ogni sei mesi pari al tasso stabilito sul valore nominale.

Le informazioni che, in relazione a questi titoli di Stato, troviamo ad esempio su “Il Sole 24 Ore” sono le seguenti (riportiamo per semplicità i soli titoli “normali” – ovvero non correlati all’inflazione – con scadenza 2019 di un qualunque giorno di novembre):

 

data god titolo ISIN Cedola attuale Prezzo odierno Rend.eff lordo Qtà (€ mgl)
01-02s 1.2.2019 IT0002493258 4,25 109,82 -0,01 3.404
01-03s 1.3.2019 IT0004423957 4,50 110,761 0,00 1.979
01-011s 1.5.2019 IT0004992308 2,50 106,29 0,04 1.229
01-02s 1.8.2019 IT0005030504 1,50 104,102 0,04 398
01-03s 1.9.2019 IT0004489610 4,25 112.133 0,05 1.162

 

Vediamo nell’ordine il significato di queste informazioni.

– La data di godimento (data god.) è la data di stacco della prossima cedola. Ad esempio 01-02 s significa che la cedola è semestrale e la prossima verrà pagata con valuta 1/2/2017. Quella successiva, dopo sei mesi, avrà quindi valuta 1/8/2017 e così via.

– La seconda colonna riporta la scadenza del titolo (titolo), ovvero la valuta con la quale verrà rimborsato il capitale. Il rimborso avviene “alla pari” ovvero vengono rimborsati 100 € per ogni 100 € di valore nominale o facciale (le quotazioni sui titoli obbligazionari sono sempre riportate a 100 di valore nominale).

– La terza è il codice ISIN, ovvero il codice che identifica il titolo: è quello che dovremo fornire alla banca per passare gli ordini sul titolo stesso.

– La quarta colonna riporta invece la misura percentuale della cedola (cedola attuale), rapportata all’anno: ad esempio 4,50 significa che ogni 10.000 € di valore nominale posseduto, incasseremo 225 € al semestre, al lordo della ritenuta fiscale pari a 122 €, ovvero 197 € netti (questi titoli hanno una tassazione agevolata al 12,5%).[1]

– Le due colonne successive sono quelle effettivamente rilevanti per la scelta: riportano il prezzo (prezzo odierno) e, di conseguenza, il rendimento effettivo lordo espresso in € (rend. eff. lordo) di rendimento su ogni 100€ investite nel titolo. Il prezzo è espresso in € per ogni 100 € di valore nominale trattato. Ad esempio, nel caso del terzo titolo, il prezzo di 106,29 significa che se acquistiamo 10.000 € di valore nominale di quel BTP, spenderemo 10.629 €, oltre naturalmente alle spese che addebiterà la banca o l’intermediario.

Quando il prezzo è superiore a 100, cd “sopra la pari”, se teniamo il titolo in portafoglio fino alla scadenza, subiremo una perdita di capitale in quanto il rimborso avviene sempre a 100, ovvero avremo come rimborso € 10.000 mentre ne avevamo pagati € 10.629. Allora il rendimento totale del titolo sarà dato dalla somma delle cedole (interessi ogni sei mesi) che andremo ad incassare meno la perdita di capitale. Se invece il prezzo è “sotto la pari”, ovvero se lo paghiamo meno di 100, darà origine a un guadagno di capitale che aumenterà il rendimento.

– Pertanto la penultima colonna esprime il rendimento effettivo lordo per ogni 100 € investite nel titolo. Ed ovviamente è proprio questo uno degli elementi principali da prendere in esame per la nostra scelta.

– L’ultima colonna (Q.tà)  infine indica in controvalore in migliaia di Euro dei contratti di compravendita di quel titolo registrati nel giorno di borsa precedente e dà una misura di quanto il titolo sia liquido e il suo mercato ampio.

In tutti i casi sopra elencati, avremo quindi – tenendo il titolo fino alla scadenza – un rendimento lordo di pochi centesimi per cento, che non coprirà neanche la svalutazione monetaria causata dalla pur bassa inflazione.

Se non vogliamo quindi limitarci a esaminare i titoli di stato e siamo disponibili ad affrontare un rischio un po’ più alto, possiamo estendere l’esame ad altri emittenti, tipicamente banche o grandi società. In questo caso avremo un rendimento meno simbolico: ad esempio potremo indirizzarci sull’obbligazione 12-19 6%, emessa da una primaria banca che registra il prezzo di 104,97, con un rendimento effettivo lordo del 3,41%.

In quest’ultimo caso occorre vedere bene il regolamento del prestito (sintetizzato nella scheda riportata sul sito dell’emittente e domandarsi il perché dell’offerta di un tasso più elevato.

Si tratta infatti di un subordinato, ovvero di un titolo che, in caso di fallimento dell’emittente, verrà rimborsato solo dopo tutte le altre passività e subito prima del capitale: questo è il motivo per cui offre un tasso più elevato di quello dei BTP.

 


 

Analizzato dunque il concetto di gestione attiva con riferimento ai titoli obbligazionari, nel prossimo articolo ci concentreremo sull’altra categoria, più fruttifera ma anche più rischiosa, delle azioni.

[1] Ipotizziamo che si tratti di persona fisica, per la quale è prevista una ritenuta a titolo di imposta definitiva. Sugli aspetti inerenti la fiscalità torneremo in un prossimo articolo

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