Pillole di Finanza: l’investimento in dollari

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In un buon portafoglio di una certa consistenza (diciamo dai 50.000 € in su) é buona norma, in via generale, che sia presente una componente, dal 10 al 20%, investita in valuta estera, anche per chi é “euro based”, ovvero utilizza per i propri movimenti finanziari solo Euro.

Si tratta di una prima diversificazione del rischio, destinata a compensare un sempre possibile deprezzamento della moneta comunitaria sul mercato delle valute. Se questo succede, ad esempio se l’euro si deprezza rispetto al dollaro, il relativo cambio passa in un anno, mettiamo, da 1,15 a 1,07 (più o meno l’intervallo entro cui il biglietto verde si è mosso nell’ultimo anno). Ciò significa che abbiamo investito 10.000€ ricavando 11.500$ e che ora quegli stessi dollari valgono 10.748€.

Il rafforzamento del dollaro ci ha fatto guadagnare (al netto della differenza fra i tassi di interesse delle due divise che, per semplicità, non consideriamo) il 7,48%, decisamente non male. Ovviamente se nello stesso periodo il cambio fosse sceso a 1,25, quegli stessi dollari varrebbero solo 9.200€, facendoci perdere l’8%.

Ma perché dovremmo esporci a questo rischio di perdita?

In realtà il valore di partenza (1,15) era effettivamente basso rispetto alla media degli andamenti di un anno fa, ed era facile prevedere che sarebbe aumentato dato che l’economia USA stava marciando bene e si attendeva un aumento dei tassi. Ma una quota di portafoglio in dollari é una sorta di mini-assicurazione sul peggioramento (almeno relativo) della nostra economia.

Se questo succede, dovremmo pagare di più le nostre importazioni denominate in dollari (fra le quali quella del petrolio), i nostri iPhones e pure tutti i prodotti a basso costo che compriamo dai cinesi e paghiamo sempre in dollari.

In tal caso, passeremmo al l’incasso la nostra polizza (vendendo i dollari) e saremmo compensati per i maggiori probabili oneri.

Se nonostante tutte le previsioni, il dollaro si fosse invece indebolito, purché resti sempre in un intervallo “fisiologico”, potremmo evitare di vendere e tenerci la divisa in attesa di un miglioramento, è sempre nel presupposto di non dover liquidare per forza l’investimento (perché ad esempio dobbiamo comprare la macchina o rifare il tetto alla casa).

Comprare dollari non vuol dire andare in cassa valute della banca e acquistare le banconote verdi col ritratto di Washington e la scritta “in God we trust”, ma passare un ordine di vendita per un’obbligazione denominata in $.

Se scegliamo un emittente affidabile, una scadenza uguale al nostro periodo di investimento (diciamo due o tre anni) e un titolo che quota sotto la pari (ovvero meno di 100), avremo la ragionevole aspettativa di incassare 100 $ per ogni 100 di valore nominale a scadenza e quindi guadagnare la differenza, oltre che la cedola che viene pagata periodicamente, che é in genere superiore a quelle in Euro.

In merito alla quotazione, lo abbiamo  già spiegato in uno dei precedenti articoli, ma lo ripetiamo. I titoli obbligazionari sono quotati con base 100 di valore nominale. Ciò vuol dire che ogni titolo espone il valore che verrà rimborsato alla scadenza.. Il mercato valuta quel titolo essenzialmente in funzione del tasso di interesse che riconosce al sottoscrittore (la cedola) rispetto a quelli correnti per pari scadenza e della affidabilità dell’emittente. Se un titolo quota ad esempio 90, significa che per ogni tranche acquistata, supponiamo un nominale di 100.000 $, sul mercato pagheremo il 90% del suo valore nominale, nel nostro caso 90.000 $ e a scadenza riceveremo in rimborso i 100.000$ di valore del debito, oltre alle cedole via via previste. Se invece vendessimo quel titolo prima della scadenza supponiamo a 95, incasseremmo dalla vendita 95.000$ e avremo 5.000$ di guadagno in conto capitale (capital gain). Se però dovessimo vendere a 80, subiremmo una perdita in conto capitale di 10.000$.

Se a scadenza il dollaro é aumentato rispetto al cambio di acquisto, potremmo vendere i dollari e sommare al reddito conseguito l’utile su cambi. Se fosse invece diminuito, ma si trovasse ancora all’interno del nostro intervallo “fisiologico”, potremmo incassare i dollari e, senza cambiarli (ma tenendoli depositati in un conto valutario) e attendere l’occasione buona per comprare un altro buon titolo.

 

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