Pillole di Finanza: le obbligazioni

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Come i lettori fedeli di questo blog sanno bene, investimenti privi di rischio non esistono in natura, neanche i contanti e neanche i lingotti d’oro, e il processo di investimento di un risparmiatore deve seguire il percorso razionale della asset allocation strategica che abbiamo spiegato nella mini-serie di articoli di qualche mese fa.

Tuttavia si può almeno cercare di minimizzare il rischio di perdite in conto capitale scegliendo, fra i diversi titoli, quelli che offrono il maggior rendimento di partenza per tutto il nostro periodo di investimento, posto che non dobbiamo liquidarli prima della scadenza. E anzi, nel caso che i tassi sul mercato diminuiscano, in questo periodo ci possono dare una plusvalenza. Per questo, evitando titoli complessi quali derivati con minimo garantito, possiamo rivolgerci ai titoli obbligazionari.

Si tratta di strumenti che sembrano complessi, ma che in realtà, se seguiamo alcune semplici regole, possono darci delle buone soddisfazioni senza esporci a rischi eccessivi. Vediamo come.

Intanto si tratta di titoli di debito, ovvero di prestiti che l’investitore concede all’emittente, sia esso un soggetto privato o uno stato sovrano, esattamente come fanno le banche con i loro clienti affidati.

La prima valutazione da fare è quindi sul merito di credito dell’emittente stesso. Per questo esistono le agenzie di rating, organismi privati indipendenti che ad ogni soggetto che chiede capitali sul mercato attribuiscono, in seguito ad un processo di analisi, una valutazione complessiva di affidabilità. Non che queste agenzie siano infallibili o sempre indipendenti, ma certo è che se scegliamo un emittente con rating elevato (in gergo investment grade, ovvero superiore a una determinata soglia) o uno stato sovrano solido, è molto probabile che esso rimborsi regolarmente interessi e capitale, anche perché alla prima insolvenza verrebbe escluso dal mercato, con la conseguenza di non potervi più ricorrere per raccogliere denaro.

Normalmente le obbligazioni pagano una cedola periodica (in genere ogni 6 mesi) a un tasso predeterminato. Se il tasso è fisso, è possibile sapere quanto ci renderà l’investimento fino alla scadenza, semplicemente dividendo il tasso della cedola per il prezzo di acquisto, entrambi in percentuale. Ad esempio, se un titolo è quotato 95 (ovvero si compra pagando 95 ogni 100 di valore nominale) e paga una cedola annuale del 5%, il suo rendimento (detto effettivo lordo) sarà pari al 5,26%. Ciò significa che ogni 100 Euro investite in quel titolo produrranno 5,26 Euro di interessi lordi all’anno.

Sulla differenza fra tasso fisso e variabile torneremo con la prossima pillola, intanto le prime tre regole da porsi per chi abbia la certezza di non dover vendere il titolo prima della scadenza sono:

  • Scegliere l’obbligazione di un emittente che possiamo ragionevolmente considerare solido;
  • Scegliere un titolo che abbia una scadenza residua pari o inferiore al nostro periodo di investimento;
  • Orientarsi su titoli quotati sotto la pari, ovvero fino a 100.

 

Se seguiamo queste semplici regole, l’investimento non dovrebbe riservarci brutte sorprese, anzi, se la sua quotazione dovesse salire durante il periodo in cui è nel nostro portafoglio (ad esempio se il titolo di cui sopra arrivasse a 98) potremmo anche decidere di venderlo facendo un guadagno in conto capitale.

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