Pillole di Finanza: lo Spread

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Abbiamo visto la scorsa settimana che lo spread è uno degli elementi che intervengono nel calcolo della cedola quando siamo di fronte a un tasso variabile.

“Spread” è da tempo diventato un termine diffuso e molto importante: per colpa del suo livello tropo elevato, nei titoli pubblici italiani rispetto a quelli tedeschi, nel 2011 cadde il secondo governo Berlusconi aprendo le porte al governo tecnocratico di Mario Monti.

Si tratta di due aspetti diversi dello stesso concetto, un concetto la cui fortuna nel dibattito economico è piuttosto recente: fino a una ventina d’anni fa, prima dell’introduzione dell’euro, dello spread si parlava solo in ambienti tecnici o bancari. Oggi è un protagonista delle prime pagine dei giornali. Vediamo perché.

Intanto proviamo a spiegarlo. Il termine deriva dall’inglese e significa “differenziale”.

Nella costruzione di un tasso variabile, rappresenta la percentuale che si aggiunge al tasso base (quello ufficiale che viene rilevato periodicamente) per formare il tasso finale. Quindi, ad esempio, se un titolo (un CCT) paga una cedola variabile pari al tasso Euribor a 6 mesi più lo spread di 0,75%, significa che per determinare l’interesse si deve rilevare nel giorno o nel periodo previsto quel tasso (che a ieri sarebbe stato pari a -0,237%), si aggiunge lo spread e si ottiene il tasso finale di 0,513%.

In questa accezione, si tratta quindi di uno strumento tecnico che serve a calcolare il tasso.

Il significato più rilevante è invece l’altro, anche se il meccanismo è lo stesso. Rappresenta la differenza di rendimento fra i titoli pubblici emessi da un paese a rischio zero o molto basso, tipicamente la Germania, e quelli emessi da paesi più deboli. Quanto maggiore è lo spread, tanto più rischioso risulta quel paese poiché gli investitori, quelli che comprano i titoli pubblici da questo emessi, richiedono un maggior interesse per remunerare il rischio.

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Lo spread viene misurato in punti base (basis points), ovvero in centesimi di tasso percentuale. Per cui, ad esempio, lo spread misurato ieri 2 marzo fra BTP e BUND a 10 anni era pari a 181,4, equivalente all’1,814%. Ciò significa che, dato il rendimento dei BUND di 0,327%, quello dei BTP era pari al 2,14%.

Ad esempio, sempre ieri, lo spread dei titoli francesi era 59,8 (tasso finale 0,92%); quello dei titoli portoghesi 365,3 (tasso finale 3,98%) e quello dei titoli greci 671,1 (tasso di 7,04%).

In tal modo lo spread misura il grado di affidabilità di cui un paese gode, ovvero del credito che ottiene sui mercati internazionali (si chiama infatti anche credit spread): più lo spread è basso, più affidabile è il paese; più è alto, più è rischioso il paese.

Al tempo delle diverse monete, ciascuna banca centrale guidava e talvolta definiva il tasso di interesse del proprio paese; oggi che i tassi vengono guidati dalla BCE, il mercato usa proprio lo spread per differenziare il grado di rischio di ciascun paese.

Naturalmente, poiché tutti i titoli pubblici sono emessi in euro, più alto è lo spread, maggiore il costo che lo stato sostiene per il servizio del debito, ovvero la sua spesa per interessi. Questo contribuisce ad alimentare il circolo vizioso per cui un paese già debole, se vuole finanziare il proprio deficit, deve pagare interessi alti e quindi aumentare quello stesso deficit.

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