Alfabetizzazione finanziaria: ripartiamo dall’ABC!

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Ancora nel secondo dopoguerra si parlava in Italia di alfabetizzazione, intendendo con tale termine il complesso ma indispensabile processo che avrebbe dovuto portare prima possibile tutta la popolazione a saper leggere e scrivere, ovvero a maneggiare l’alfabeto.

Con l’obbligo scolastico, negli anni’60 e ’70 del secolo scorso, almeno la licenza elementare consentì alla quasi totalità della popolazione, salvo la parte allora molto anziana e chi evase l’obbligo stesso, di poter apprendere gli elementi di base di scrittura e lettura. Tuttavia, in quegli anni e nei successivi, si parlava anche di “analfabetismo di ritorno”, il fenomeno consistente nella perdita nel tempo di quelle stesse competenze a causa del mancato esercizio di quanto imparato. Un analfabeta di ritorno, dunque, ha dimenticato quanto aveva appreso, perdendo così la capacità di utilizzare il linguaggio scritto o parlato per formulare e comprendere messaggi e, in senso più ampio, di comunicare con il prossimo e con il mondo circostante.

 

Oggi si parla invece di “alfabetizzazione digitale”, con particolare riferimento agli anziani, a voler significare la necessità di fornire a tutti quelle competenze che consentano, almeno nelle funzioni elementari, di usare correntemente tecnologia e dispositivi informatici. Anche in questo caso, dunque, chi non sa o non può accedere a tali strumenti si trova tagliato fuori da gran parte della comunicazione e dalla possibilità di essere autonomo in molte operazioni che oggi si fanno solo col computer o con lo smartphone.

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Un’ulteriore nuova frontiera sarà però anche quella dell’ ”alfabetizzazione finanziaria”: sempre più si rende necessario che in primo luogo i ragazzi possano comprendere le funzioni di base del comportamento economico e riescano a districarsi in modo autonomo almeno nelle più elementari operazioni bancarie, fiscali, aziendali o finanziarie.

 

Molti di loro sono assolutamente in grado di fare acquisti online, magari con una carta di debito prepagata, ma non sanno come funziona tutto il meccanismo che parte dal deposito del risparmio sul conto corrente bancario al trasferimento del denaro attraverso la carta. E se al primo lavoro vengono pagati con un assegno o viene loro chiesto l’IBAN per l’accredito dello stipendio, non sanno neanche di che cosa si tratta.

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La carenza delle nozioni finanziarie di base, quelle necessarie per svolgere in tranquillità e sicurezza le operazioni correnti, diventa poi un grande problema quando, qualche anno più tardi, dovranno valutare come investire i loro risparmi o come richiedere un prestito per comprare l’auto o il mutuo per la casa. Non ci si può poi sorprendere se dovessero incappare in scelte sbagliate, come ad esempio l’acquisto di titoli spazzatura, quando non in vere e proprie truffe.

Nel corso di un recente convegno tenutosi all’OCSE a Parigi, sono stati resi noti i risultati di un’indagine, denominata “Pisa” (Programme for International Student Assessment) svolta nel 2015 e che ha coinvolto circa 48.000 ragazzi di 15 anni, al fine di valutare le conoscenze degli adolescenti in materia di denaro e di finanza personale, come la gestione dei conti bancari e delle carte di credito.

 

A parte il posizionamento dei nostri ragazzi rispetto a quelli degli altri paesi partecipanti all’indagine, che è più o meno a metà classifica e che indica l’esistenza di ampi margini di miglioramento, è emerso che circa il 20% degli studenti in Italia non riesce a raggiungere il livello di base per le competenze finanziarie e solo il 6% di essi si può considerare al livello qualitativo ottimale nella scala Pisa.

Da un’indagine Word Bank del 2014, risulta inoltre che in Italia, anche qui collocata all’incirca a metà del ranking rispetto agli altri paesi, circa il 54% dei ragazzi di età compresa fra 15 e 24 anni ha fatto pagamenti online usando Internet.

Se incrociamo i due dati sopra riportati, a parte il disallineamento temporale, vediamo come oltre un terzo dei ragazzi disponga acquisti online senza avere le necessarie competenze finanziarie di base e questo non può non rappresentare un fattore di potenziale rischio per l’uso improprio degli strumenti finanziari e per la facile esposizione a truffe.

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Del resto, la scuola secondaria italiana, con la sola eccezione di alcuni istituti tecnici, non fornisce alcun elemento di conoscenza e formazione agli studenti che dopo l’esame di Stato, ormai maggiorenni, possono tranquillamente aprire un conto corrente in banca o alla posta o effettuare qualunque tipo di operazione. Non solo: molti di essi scelgono poi di intraprendere studi universitari di economia e finanza senza realmente sapere di cosa si tratta.

Naturalmente la prima formazione culturale avviene in famiglia e infatti la stessa indagine OCSE sopra menzionata riporta che circa l’84% dei ragazzi (media fra tutti i paesi) parla di argomenti di finanza coi genitori almeno una volta al mese. Bisogna vedere però qual è il grado di conoscenza dei genitori stessi, perché altrimenti anziché diffondere educazione finanziaria si rischia di fornire elementi sbagliati.

Si torna quindi al punto di partenza iniziale: è necessario progettare un percorso di educazione finanziaria di base almeno per gli studenti di tutte le scuole secondarie superiori in modo tale che, al termine dell’obbligo scolastico oggi posto a 16 anni, i ragazzi possano svolgere consapevolmente le funzioni correnti dei conti bancari, delle carte di credito e del risparmio.

Solo così potranno tranquillamente gestire un conto, disporre pagamenti, avviare una piccola impresa artigianale o anche solo scegliere una facoltà universitaria a indirizzo economico sapendo almeno cosa andranno a studiare.

 

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