Talleri, fiorini e baiocchi

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Quando parlammo di asset allocation ottimale, ovvero di scelta su come investire le proprie risorse finanziarie fra le diverse categorie di strumenti (azioni, obbligazioni, liquidità, ecc.), dicemmo che buona regola poteva essere l’impiego di una certa parte del proprio portafoglio, non superiore al 15/20%, in attività in valuta estera.

Negli articoli delle scorse settimane, abbiamo cercato di capire come si possono muovere le valute nei prossimi mesi e abbiamo visto che sono sensibili a diverse variabili sia di natura strettamente economico-finanziaria che politica. Ne risulta un quadro molto volatile ed instabile che certamente espone l’investitore a rischi non trascurabili.

Questo tipo di impiego è pertanto tendenzialmente da riservare a soggetti che abbiano una certa dimestichezza e conoscenza dei mercati e, soprattutto, una propensione al rischio se non elevata che quanto meno consenta di affrontare senza traumi una certa possibilità di perdita.

Tuttavia, pur non rinnegando l’impostazione decisamente prudente che abbiamo seguito fin dall’inizio, ci sentiamo di ribadire che investire una modesta parte del portafoglio in titoli denominati in valute estere, specie quelle più trattate sui mercati, può essere una buona opportunità, anche per chi è euro based (ovvero ha entrate e uscite solo in euro). Vediamo perché.

dollari

 

Intanto chiariamo bene cosa intendiamo per “attività in valuta”. Non si tratta ovviamente di tenere banconote estere in forma liquida, sia perché l’uso del contante è soggetto a limitazioni di legge, sia perché non danno alcun interesse, ma soprattutto perché comportano costi di transazione e di gestione da parte delle banche, molto più elevati rispetto alla “moneta elettronica”.

Ciò si traduce, al momento della conversione delle banconote da una valuta all’altra, in un cambio più sfavorevole per chi le presenta in banca e in commissioni e spese da pagare.

Ma anche la detenzione di depositi o conti correnti in valuta è infruttifera e comporta spese: i conti in divisa possono essere utili per allocazioni transitorie ma non come strumenti di investimento.

Ci riferiamo piuttosto all’acquisto di titoli obbligazionari o anche azionari denominati in valuta estera. Questo complica un po’ il quadro perché oltre al rischio di cambio espone anche al rischio emittente e al rischio di tasso: tuttavia a ben guardare alcune di queste variabili si possono almeno parzialmente compensare, come il tasso e il cambio.

tassi

 

Prendiamo ad esempio il rischio tasso. Si manifesta quando possediamo un certo titolo ad una determinata scadenza ed i tassi di mercato su quel segmento di scadenza crescono: il prezzo del nostro titolo inevitabilmente scenderà fino al punto in cui il suo rendimento non sarà allineato al nuovo tasso di mercato. Se volessimo vendere quel titolo, subiremmo una perdita. Viceversa se decidessimo di tenerlo fino alla scadenza (o magari fino a un successivo calo dei tassi), avremmo solo il costo opportunità di percepire fino ad allora un rendimento inferiore rispetto a chi comprasse ora quel titolo.

 

Ebbene se quel titolo è in valuta è molto probabile che il cambio di quella valuta aumenti se ne aumenta il tasso, andando così a compensare in tutto o in parte la perdita dovuta al tasso.

 

Ma torniamo al punto: perché mai un investitore razionale che ha entrate e uscite solo in euro dovrebbe investire in dollari o in sterline sobbarcandosi un ulteriore fattore di rischio? Per un motivo molto semplice: per avere un maggior profitto in quanto in quelle valute i tassi sono più alti. Inoltre, se la parte in divisa è comunque limitata, può trarre profitto dalle oscillazioni temporanee del cambio vendendo il titolo se si presenta una buona opportunità, ma evitando di sobbarcarsi la perdita se la flessione del cambio è solo temporanea.

 

Naturalmente, salvo che non operiamo su titoli perpetui, alla scadenza del titolo verremo rimborsati in dollari o sterline. Sarà sempre però possibile tenere la valuta estera facendola transitare da un conto valutario e reimpiegarla in altri titoli nella stessa valuta, così come gli interessi che periodicamente vengono liquidati.

In altre parole, la scelta di operare in valuta è consigliabile solo se prevedibilmente non avremo bisogno di vendere i titoli, perché in quel caso potremmo doverli smobilizzare in un momento sfavorevole per il cambio.

rublo

 

D’altra parte, invece, se parliamo di dollari, la scelta di tenere il biglietto verde in portafoglio può essere vista anche come un sorta di “assicurazione” contro l’eventualità di una recessione prolungata e intensa dell’Eurozona. Anche se abbiamo movimenti solo in Euro, è possibile che in quel caso si verifichino aumenti significativi di tassi di interesse e/o di inflazione, che avranno l’effetto di far diminuire il valore reale dei nostri titoli. In quel caso i dollari, come l’oro, gli immobili o le azioni, potrebbero rappresentare una sorta di bene-rifugio e vedremmo il loro cambio aumentare repentinamente.

 

Quanto detto vale per i dollari e, in minor misura, per la sterlina: parliamo comunque di valute ad ampia diffusione. Entrare nei mercati delle valute marginali, come ad esempio i rubli, i real brasiliani, i rand sudafricani, può avere un connotato molto più marcatamente speculativo.

Se ad esempio riteniamo che il prezzo del petrolio debba aumentare, l’acquisto di titoli in rubli russi può essere un buon mezzo per “scommettere” sul greggio, dato che il bilancio della Federazione Russa è molto influenzato dal valore dell’oro nero.

Oppure, se riteniamo che l’India abbia prospettive di sviluppo consistenti sui mercati, potremmo comprare quote di fondi espressi in moneta locale. Ugualmente per quanto riguarda la lira turca.

In tutti questi casi, però, non valgono le considerazioni di coerenza con il resto del portafoglio che, come abbiamo visto, sussistono per i dollari.

Se crediamo nelle economie di quei paesi, molto meglio orientarsi su quote di fondi specializzati ma espressi in euro (come si dice in gergo, hedgiati, dall’inglese hedging, coprire il rischio di cambio): in tal modo eviteremo l’ulteriore fattore di rischio rappresentato dal cambio.

 

 

 

 

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