Tempo di software: il futuro liquido

Child Playing In Water Toddler In Summer Child

Il sociologo polacco Zygmunt Bauman, scomparso all’inizio di quest’anno, ha parlato di “società liquida” e la definizione – pur non bellissima ma indubbiamente suggestiva – ha riscosso enorme popolarità.

Nella sua logica la parte “solida” in dissoluzione era in qualche modo l’ordine costituito e il tessuto connettivo dei rapporti sociali, che nella società “post-moderna” sono stati rimpiazzati da individualismo, consumismo e alienazione. A ben vedere, questo processo è riscontrabile anche nei rapporti economici e produttivi.

Se infatti il secolo scorso e quello ancora precedente sono stati caratterizzati dal peso dell’industria manifatturiera e dall’incombenza delle grandi fabbriche, dalla produzione a elevata intensità di capitale e di lavoro, oggi la situazione è radicalmente cambiata.

 

factory-workers

 

Quando la più grande azienda alberghiero-ricettiva del mondo (AirB&B) non possiede neanche una singola stanza e quando la maggiore impresa di trasporto di persone (Uber) non ha neanche un’automobile di proprietà, significa che siamo passati dalla prevalenza dell’hardware a quella del software: che in un certo senso il mondo post-moderno si è, appunto, liquefatto.

Se ciò è vero per tutto il mondo, è vero all’ennesima potenza per l’Italia, dove il grande gruppo industriale ha dimensioni minime rispetto ad altri sistemi e dove c’è tradizionalmente scarsità di materie prime e il costo del lavoro è sempre stato molto alto.

Da noi il settore manifatturiero, se pure ha conosciuto momenti di gloria nell’età giolittiana, negli anni del miracolo economico e in alcuni distretti a marcata vocazione industriale, sta attraversando una crisi che ha tutte le caratteristiche per essere strutturale. E comunque, si tratta per lo più di piccola e media industria, di artigianato di alto livello, di settori il cui fattore di successo è la moda, il design, l’ingegno.

Come possiamo allora immaginare il futuro del nostro paese? E quali visioni strategiche possono perseguire comunità in declino che si pongano l’obiettivo di sviluppare lavoro, reddito e ricchezza?

 

Quanto al primo punto, esaurite o quasi le ambizioni industriali, dovremo concentrarci in quei settori per i quali disponiamo di risorse esclusive e competenze distintive, ovvero il turismo e l’agricoltura.

 

Viticulture

 

Da un lato il nostro patrimonio culturale e artistico, le ricchezze naturali e l’eredità di una grande tradizione storica. Dall’altro le eccellenze dei materiali e il livello ampiamente riconosciuto della nostra enogastronomia. Questi sono i pilastri del futuro economico del nostro paese, insieme a tutto quello che valorizza il gusto estetico, l’ingegno, la creatività.

Dall’hardware delle macchine al software della bellezza. Come un cerchio ideale che, dopo aver abbandonato il settore primario (che comprende soprattutto l’agricoltura e l’industria estrattiva) per tuffarsi nel secondario (l’attività di trasformazione, cioè il settore manifatturiero), torna alle radici, ovvero alla terra e soprattutto all’uomo.

Il periodo industriale ha visto prevalere macchine, ciminiere, impianti, con la nascita di aree industriali, di città o quartieri dormitorio per la mano d’opera, di emigrazione verso i centri urbani dove sorgevano le fabbriche. Quello post-industriale dovrebbe invece favorire il percorso inverso: verso i piccoli centri e le città d’arte, verso le località di attrazione turistica per risorse naturali o culturali, verso i terreni più fertili e produttivi.

E soprattutto, la grande enfasi sull’uomo, sulla sua creatività, il suo genio, il suo gusto estetico per i quali la tecnologia può rappresentare un prezioso alleato e non un pericolo.

Magari dovremo convivere con margini di redditività più contenuti, ma certamente la qualità della vita dovrebbe migliorare. Naturalmente la disponibilità di risorse e materie prime, grazie alle risorse naturali che ci ritroviamo o al genio dei nostri antenati, non garantiscono da sole l’attivazione di flussi di reddito soddisfacenti.

Sarà sempre più necessario professionalizzare l’approccio al turismo, in modo da massimizzarne il valore aggiunto e non solo aspettare che i turisti vengano da soli.

Allo stesso modo, dovremo essere capaci di migliorare la produttività dell’agricoltura e valorizzare l’industria di trasformazione alimentare e conserviera,  l’offerta di eccellenza eno-gastronomica e tutto quello che ruota intorno al cibo e al vino.

 

Anche in questi settori “leggeri” sarà necessario contrastare la concorrenza e non sottovalutare la competizione di soggetti nuovi sul mercato. E’ vero che chi vorrà vedere dal vivo la Cappella degli Scrovegni dovrà per forza andare sempre a Padova, ma – ad esempio – l’offerta di turismo balneare della Versilia o della Sardegna non può essere più indifferente alla Croazia, alle Baleari oppure all’Egitto, che potranno compensare la minor tradizione e bellezza con prezzi più bassi.

 

Lo stesso, a maggior ragione, per quanto riguarda il turismo culturale: ormai eventi espositivi particolari riescono a muovere enormi quantità di persone e di denaro. E oltre tutto si tratta di un turismo di qualità e con alta capacità di spesa.

Le stesse considerazioni più o meno possono essere fatte per cercare di capire come città anche piccole che hanno avuto un passato importante nell’industria o nel terziario (il settore dei servizi, ad esempio nell’ambito del commercio o la finanza) possano riconvertirsi e intraprendere nuovi modelli di sviluppo.

Nel prossimo articolo vedremo esempi di successo, fra i quali i più evidenti sono Bilbao e Cambridge, che possono essere benchmark per centri italiani di analoghe dimensioni.

 

 

 

 

 

 

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