L’A B C dell’economia: economia e finanza

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Si fa spesso una grande confusione fra economia e finanza, come se i due termini i fossero sinonimi. Cominciamo allora col distinguere i due concetti.

Le funzioni economiche primarie dell’uomo sono da sempre la produzione e il consumo. Anzi, la principale è da sempre quella del consumo, legata alla soddisfazione dei bisogni. Prima per la sopravvivenza, poi per altre tipologie più evolute di necessità vitali, legati alla sfera emotiva e intellettuale.

Il consumo di beni liberamente disponibili in natura non è ancora una funzione economica: per combattere la fame bastava raccogliere i frutti da piante e alberi o cacciare gli animali e nutrirsi della loro carne, per soddisfare la sete bastava bere l’acqua che sgorgava dalle fonti.

 

Quando ci si rese conto che i terreni potevano essere coltivati e gli animali allevati, facendo sì che i prodotti potessero essere disponibili nel luogo e nel momento in cui servivano, iniziarono le prime funzioni produttive. Alcuni si specializzarono nelle forme primordiali di agricoltura, altri nella caccia agli animali, e i beni necessari alla sopravvivenza degli altri abitanti delle comunità primordiali potevano essere scambiati.

 

Cominciarono così a delinearsi le funzioni economiche di base: produzione e scambio da una parte e consumo dall’altra; per rendere possibile lo scambio nacque e si sviluppò la moneta. Inizialmente come strumento di misura del valore dei beni e riserva per rinviarne al futuro l’acquisizione, poi come vera e propria accumulazione di ricchezza e di mezzi da conservare per l’utilizzo successivo.

Ciò che non si spendeva per il consumo immediato, poteva così essere messo da parte per essere speso in un momento successivo: ecco la terza funzione economica, il risparmio.

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Parte della moneta o della ricchezza che si possedeva poteva infine essere utilizzata per acquisire i primi rudimentali attrezzi per la coltivazione o strumenti che rendessero più produttiva la caccia. In questo caso si poteva parlare delle prime forme di investimento.

Se con un salto ideale ci spostiamo ai giorni nostri, non è difficile a questo punto focalizzare e comprendere le funzioni economiche di base e il circuito dell’economia reale. Si tratta di tutto quello che ha a che vedere con la produzione e lo scambio di beni e servizi, con il consumo – sempre di beni e servizi –  per la soddisfazione dei bisogni, con il risparmio per l’accumulazione delle risorse destinate al consumo futuro e con l’investimento per l’acquisizione di mezzi di produzione.

Tutte queste attività costituiscono la parte reale di un sistema economico (dal latino res, ovvero “cosa”) e anche se la misurazione delle grandezze rilevanti è fatta in termini monetari, ciò che compone questo circuito sono i beni e i servizi.

L’altra “faccia della luna” è invece quella finanziaria, dove a circolare non sono i beni ma solo la moneta e i suoi derivati o sostituti. Il circuito finanziario nasce quindi idealmente come accessorio o strumentale a quello economico, ma col tempo acquisisce una sua marcata individualità e indipendenza, e si sviluppa in forme e sostanze che sempre meno hanno a che vedere con le funzioni economiche da cui è originato.

La cosiddetta “bolla finanziaria” è proprio l’eccesso di separazione della finanza dall’economia: una situazione in cui i flussi monetari non hanno più alcuna relazione con consumo, risparmio, investimento, ma vivono e si alimentano in maniera del tutto autonoma.

 

Quando è scoppiata la crisi dei subprime nel 2007, gli strumenti finanziari interessati erano i mutui ipotecari (mortgages) delle famiglie americane, nati per finanziare l’acquisto delle case di residenza. Le banche ed agenzie che avevano concesso questi mutui, per poter disporre di risorse aggiuntive ed aumentare ancora il volume dei loro prestiti, cedevano i crediti rappresentati da questi mutui ad altri operatori, che subentravano quindi nei confronti delle famiglie indebitate come creditori ai quali dovevano essere pagate le rate.

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Ma i passaggi di titolarità di questi mutui non si fermavano qui: potevano essercene due o tre, venivano costruiti portafogli di mutui (alcuni buoni, altri meno) che le società finanziarie specializzate cedevano sul mercato  trasformandoli in titoli di credito (ABS, asset backed securities, ovvero titoli con collaterale o garanzia di beni reali, in questo caso gli immobili), con l’operazione che tecnicamente è definita cartolarizzazione (securitization), ovvero trasformazione in titoli.

Sul mercato circolavano così titoli obbligazionari che – ormai molto alla lontana – incorporavano le iniziali operazioni di mutuo residenziale. A ogni passaggio il valore dei titoli si allontanava sempre di più dal mutuo originario, e le caratteristiche di solvibilità del prestito (valore dell’immobile a garanzia, percentuale finanziata, tasso di interesse, puntualità nel rimborso da parte dei debitori) tendevano ad annacquarsi nella statistica dei grandi numeri.

Se si considerava ‘fisiologica’ una percentuale di insolvenza del 30 per cento, ad esempio, tutte le agenzie finanziarie intervenute nella catena garantivano il regolare rimborso di interessi e capitale anche se, per ipotesi, il singolo mutuatario non pagava una rata. Al momento di valutare quel portafoglio, infatti, veniva fatto uno sconto sul valore per togliere proprio quella componente che si riteneva a rischio di default. Fintanto che gli insoluti restavano sotto quella soglia, il castello reggeva.

Quando successe che molti debitori avevano difficoltà a pagare le rate, e le insolvenze aumentavano a macchia d’olio, le banche detentrici dei mutui iniziarono a vendere le case a suo tempo ipotecate a garanzia del credito. Ma in una situazione di crisi, in cui era impossibile collocare sul mercato un così grande numero di abitazioni perché non c’erano risorse disponibili, l’unico risultato fu un crollo generalizzato dei prezzi, e quindi del valore delle garanzia stesse.

Si aggiunga che, sull’onda della precedente espansione, per aumentare il giro di affari, i mutui erano stati concessi per importi molto vicini, e talvolta superiori, al valore degli immobili ipotecati. Il risultato fu che molti dei titoli ABS non venivano onorati alla scadenza delle rate, e i possessori delle obbligazioni si trovarono a loro volta a veder polverizzato il valore del loro investimento, che avevano creduto pressoché sicuro in quanto garantito dagli immobili.

La catena dei fallimenti si sviluppò a grande velocità e travolse una gran parte delle istituzioni finanziarie coinvolte: le prime furono le agenzie governative USA Fannie Mae e Freddie Mac, specializzate proprio in concessione di mutui ipotecari, e a ruota finanziarie, compagnie di assicurazione, banche.

Il resto è storia: l’allontanamento della finanza dall’economia reale aveva fatto sì che non ci fosse ormai nessuna correlazione fra il circuito reale (l’acquisto della casa da parte delle famiglie) e quello finanziario (l’enorme sovrastruttura costruita sui mutui).

 

Analogamente funzionano le “bolle speculative” in borsa: quando il valore di un’azione si allontana dall’andamento economico della società che l’ha emessa, e il suo prezzo riflette più la domanda di investitori attratti dal continuo aumento che le prospettive di reddito dell’azienda, basta poco per riportare il tutto alla realtà.

È quello che successe con le prime dotcom: società nate sull’entusiasmo del fenomeno Internet, i cui titoli venivano richiesti a prezzi folli, totalmente decorrelati al valore effettivo delle aziende.

Per questo occorre essere estremamente cauti con i fenomeni finanziari che non hanno una base effettiva nella produzione e scambio di beni e servizi, ma danno l’illusione di poter crescere all’infinito sospinte dalla domanda di investitori avidi e creduloni. E il riferimento ai bitcoin e alle criptovalute, delle quali ci occuperemo prossimamente, è tutt’altro che casuale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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