L’A B C dell’economia: reddito e felicità

 

Robert Kennedy

 

Nel suo celebre “discorso sul prodotto interno lordo” del 1968, Robert Kennedy disse che

“il PIL misura tutto, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta”.

Si riferiva naturalmente alla misura della felicità, che non può essere rilevata dal PIL. A prescindere da alcuni tentativi, francamente velleitari se non del tutto inutili, di individuare un indice che rappresenti il grado della felicità (chiamato “Felicità Interna Lorda”)[1], il PIL è un dato esclusivamente numerico che non riflette aspetti qualitativi.

Il PIL è la somma del valore in termini monetari di tutti i beni prodotti ed i servizi prestati in uno Stato in un certo intervallo di tempo. Quando si dice che il PIL in Italia del 2016 è stato pari a 1.680,5 miliardi di Euro, significa che  quello è il valore totale di tutti i beni e servizi prodotti e scambiati nel paese in quell’anno.

 

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Tale misura serve a confrontare l’andamento della produzione nel tempo e nello spazio: ad esempio il PIL in Italia nel 2017 è aumentato dell’1,4% e (dati 2016) l’Italia è all’ottavo posto nella classifica dei paesi più industrializzati, prima del Brasile e dopo l’India.

Il concetto di “prodotto” equivale a “reddito”: ogni bene che viene prodotto e venduto incorpora il valore di tutti i fattori intervenuti nel processo: terra, lavoro, capitale, ma anche imposte ed organizzazione imprenditoriale. Per chi ha fornito questi fattori, il prodotto rappresenta dunque reddito, in quanto equivalente alla remunerazione ottenuta ed alle risorse acquisite.

Maggiore è il reddito, maggiore è la creazione di ricchezza per l’intero sistema. Più risorse sono a disposizione, più la gente è disposta a spendere per consumare ed investire. Questo crea necessità di aumentare la produzione dei maggior i beni e servizi richiesti e quindi più lavoro, più servizi pubblici, più occupazione.

L’aumento del reddito è quindi associato ad una situazione positiva per un sistema e ne determina lo sviluppo. Una situazione che naturalmente da sola non comporta – come diceva Kennedy nel discorso citato all’inizio – la felicità, ma che a parità di altre condizioni rende possibile un maggior benessere.

In primo luogo “felicità” è un concetto molto individuale, non generalizzabile. Non ha senso parlare di una “nazione felice”: piuttosto dovrebbe farsi riferimento ad una situazione di benessere diffuso che può costituire terreno fertile affinché le persone possano trovare la loro felicità.

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La Dichiarazione di Indipendenza degli Stati Uniti d’America del 4 luglio 1776 stabiliva a questo proposito che a tutti gli uomini è riconosciuto il diritto alla vita, alla libertà, e al perseguimento della felicità come prerogativa inalienabile del cittadino. Si trattava di un principio costituzionale innovativo e rivoluzionario: le tavole della legge non imponevano solo obblighi e divieti ma, per la prima volta, stabilivano il diritto a ricercare la felicità.

Dal punto di vista dello Stato, questo comporta però l’obiettivo di ricercare le migliori condizioni sia materiali che di giustizia sociale affinché ciascuno possa perseguire il suo legittimo ed inviolabile diritto a ricercare la felicità.

E dal punto di vista delle condizioni materiali, non c’è alcun dubbio che l’ambiente più favorevole è quello in cui si sviluppa il reddito. Più risorse a disposizione, maggiori probabilità di soddisfare i propri bisogni. Ciò succede quando la produzione aumenta e la distribuzione del reddito avviene secondo criteri di equità e giustizia.

Produzione e distribuzione del reddito sono due concetti da tenere collegati: la crescita dell’uno non può essere disgiunta dal miglioramento dell’altro per avere uno stato efficiente ma anche giusto. L’aumento di produzione e di ricchezza senza una giusta distribuzione porta a concentrare le risorse in poche mani e, similmente, meccanismi di distribuzione assolutamente equi hanno poco senso se il reddito è inesistente.

 

Il viaggio nell’economia non poteva dunque che cominciare col concetto di reddito, che sta alla base dell’attività dell’homo oeconomicus.

 

Abbiamo parlato di reddito e ricchezza, ma è necessario fare una precisazione, in quanto i due termini sono concettualmente vicini ma non coincidenti.

Il reddito infatti è un flusso, mentre la ricchezza è uno stock.

Un flusso si misura in relazione ad un determinato periodo di tempo: si parla di reddito giornaliero, mensile, annuo. Uno stock invece fa riferimento ad un preciso istante: la sua valutazione è una fotografia scattata in un determinato momento.

Questa distinzione è fondamentale per comprendere i meccanismi fondamentali dell’economia. Il flusso misura, ad esempio, la quantità di acqua che esce da un rubinetto in un’ora (intervallo temporale); lo stock la quantità di acqua contenuta in un recipiente in un certo momento.

Flussi e stock sono intimamente e funzionalmente collegati, ma sono entità diverse: il flusso d’acqua in un’ora riempie il catino; la quantità di acqua contenuta nel recipiente è la risultante del flusso.

Il flusso è quindi un concetto dinamico, lo stock un concetto statico.

Il reddito (non consumato) va a incrementare o costituire la ricchezza di una persona, di un’azienda, di uno Stato. Esso si misura attraverso il conto economico, che espone il valore dei flussi di reddito (ovvero di costi e ricavi) in un anno. La ricchezza, e dunque il patrimonio, si valutano invece in un preciso momento, ad esempio alla fine dell’anno, attraverso lo stato patrimoniale, ovvero l’elenco degli elementi attivi (titoli, immobili, denaro, crediti…) e quello degli elementi passivi (debiti di ogni natura).

Allo stesso modo, nella contabilità di uno Stato o di un’azienda, i concetti di deficit e debito sono diversi e distinti. Il debito pubblico è lo stock risultante da tutti i deficit, che sono i flussi delle uscite al netto delle entrate stratificatisi nel tempo.

Si tratta di una distinzione di estrema importanza nel mondo economico e ad essa faremo continuo riferimento nei prossimi articoli.

 


[1] Derek Bok The Politics of  Happiness: What Government Can Learn from the New Research on Wll-Being; Princeton University Press, 2010.

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