FARE E DISFARE E’ TUTTO UN LAVORARE

Il lavoro al tempo di Internet

Dopo aver tanto discettato di moneta e finanza, torniamo a parlare di quello che è veramente il fulcro dell’economia ed il punto centrale di tutte le analisi socio-politiche e ambientali: l’uomo. Più in particolare, ci concentreremo sull’attività più storicamente e culturalmente connaturata all’uomo, ovvero il lavoro.

 

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Difficile non pensare, per chi ha una formazione cattolica, che il concetto di lavoro nasce come punizione per l’uomo, resosi colpevole di fronte a Dio per aver commesso il peccato originale. Dal paradiso terrestre alla fabbrica e all’ufficio: questo il percorso che il genere umano ha dovuto intraprendere per aver mangiato il frutto proibito.

 

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Oggi il lavoro è considerato la base del “contratto sociale”, il complesso di regole e consuetudini che assicura la pacifica e fruttuosa convivenza di tutte le persone. In Italia, il lavoro potrebbe definirsi addirittura il fondamento costituzionale della Repubblica se si considera che l’art. 1 della Costituzione recita L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.

Pensare che il nostro Paese sia fondato su un’attività – il lavoro appunto – che esclude il 30 per cento dei giovani dà un’idea della precarietà e forse anche del paradosso della situazione italiana.

Il lavoro che oggi ancora faticosamente resiste è quello legato ad un mondo in via di rapida obsolescenza: attività agricola, manifatturiera o commerciale; contratti a tempo indeterminato; regole chiare; garanzia per le parti più deboli. Molto di tutto questo – formatosi nel corso della storia, fino al punto di massimo sviluppo con lo Statuto dei Lavoratori del 1970, è stato spazzato via dalla grande crisi iniziata nel 2007, ma la vera rivoluzione è stato l’avvento della società digitalizzata.

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Intere categorie di lavoro sono state di fatto cancellate dall’avvento dell’era informatica. Molti, se non tutti, dei lavori di natura ripetitiva e a basso contenuto creativo, sono scomparsi o stanno scomparendo, sia perché intere aree di business sono ormai fuori mercato, sia perché procedure e macchine automatiche sono spesso in grado di svolgere gli stessi lavori con maggiore precisione e senza lamentarsi della fatica e dell’alienazione, né lottare per i propri diritti.

Gli esempi al riguardo non mancano. Così come l’avvento dei frigoriferi decretò la fine di un nobile mestiere quale il commercio e trasporto del ghiaccio, nell’era digitale il servizio postale tradizionale, al quale venivano affidate le missive e le comunicazioni, è stato sostanzialmente sostituito dalla posta elettronica.

Inoltre, nella catena di montaggio di qualunque fabbrica, gli operai addetti a lavorazioni faticose e ripetitive sono in gran parte, e quasi ovunque, rimpiazzati da macchine automatiche.
manuf_1Allo stesso tempo, molti lavori sono stato creati, spinti dalle nuove possibilità offerte dalla tecnologia e dai nuovi bisogni che si sono affermati. Per non andare troppo lontano, proviamo a fare un esercizio di fantasia, immaginando tornare indietro alla fine del secolo scorso (neanche una generazione prima) e di dover spiegare a una persona mediamente informata quale fosse il business di giganti del mercato quali Apple, Facebook o Google. Oppure se conoscessero mestieri quali l’influencer, il facilitatore di affari o il video-designer.

In fondo, si potrebbe dire, questa è la storia di sempre per il genere umano: mestieri che scompaiono, mestieri che nascono, ricchi che diventano poveri e nuove fortune che si creano dal nulla.

In realtà questa volta è diverso: inutile chiedersi se sia migliore o peggiore, ma decisamente e irreversibilmente diverso.

Intanto perché il rapporto di sostituzione fra lavori che scompaiono e nuovi lavori non è mai 1 a 1 e, conseguentemente, si distruggono sempre molti più posti di lavoro di quanti non ne vengano creati.

Poi perché è cambiato il peso del fattore-lavoro nel sistema economico: dai tempi di Marx, secondo il quale il valore delle cose era dato dal lavoro che esse incorporavano nel processo produttivo, molta acqua è passata sotto i ponti.

Oggi i giganti del mercato borsistico mondiale e le maggiori società per fatturato hanno relativamente pochi dipendenti: per gestire il volume d’affari di soggetti quali Uber o AirB&B sono necessarie poche persone e la produttività del lavoro è stratosferica. La più grande azienda di trasporto di persone (Uber) e di ricettività locativa (AirB&B) non possiedono né un’automobile né un albergo.

I giganti di una volta (Ford, General Motors, Wallmart) avevano un esercito di dipendenti. Le maggiori aziende erano tutte fortemente labour intensive, ovvero ad alta intensità di lavoro.

Poi è stata la volta di aziende capital intensive, ovvero ad alta intensità di capitale: era il caso della grande industria manifatturiera, per quanto riguarda il capitale tecnico, ma anche dell’industria finanziaria, in termini di capitale economico.

Oggi una delle maggiori società del mondo per volume d’affari, la Apple, è nata in un garage dall’idea geniale di un visionario; ed un’altra, Facebook, in un college universitario americano dalla creatività di uno studente che voleva creare un luogo virtuale di incontro con i colleghi. lavoro_2

 

Ne consegue che i connotati del lavoro, oggi, sono ben diversi da quelli di qualche decennio fa e, ancor più, da quelli del dopoguerra quando venne scritta la nostra Carta Costituzionale.

Dunque ha ancora senso parlare oggi di una società “fondata sul lavoro”? Ed esiste ancora una classe operaia stile “Cipputi” alienata dal lavoro e sottomessa alla tirannia padronale?

A queste, e ad una serie di altre domande, cercheremo di rispondere nei prossimi articoli del blog, con l’aiuto di Manlio Lo Presti, blogger e opinionista affermato con un passato di impegno attivo nel sindacato, e di Domenico De Masi, il sociologo del lavoro più conosciuto in Italia, teorizzatore del cosiddetto “ozio creativo”.

Ci farebbe piacere che i lettori partecipassero alla discussione su questo argomento, proponendoci i loro punti di vista e le loro osservazioni, alle quali cercheremo di rispondere in modo chiaro e sintetico, perché quella del lavoro è senza dubbio la sfida del nostro futuro.

Buona lettura dunque!

 

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6 pensieri su “FARE E DISFARE E’ TUTTO UN LAVORARE

  1. Partirei dai bisogni primari dell”uomo che pure dovranno trovare una soluzione. Il come cambierà l’essere umano ed il modo di essere. Il contributo mentale o manuale può diventare solo un contributo alla soluzione dei problemi cibo, acqua e..diritti/doveri.
    NB.
    Se d’impulso, per apprezzare, ho detto cavolate. Semplice. Le ritiro !!! Buon lavoro….

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  2. Mi ricordo – con tenerezza – di un film di Luciano Salce, Il Sindacalista, con Lando Buzzanca, film molto “Cipputicentrico”. Ruoli ben definiti (padrone, operai, fabbrica, famiglia, partito, sindacato), nella finzione e nella vita reale. Ora tutto è più liquido, più sfumato e quindi più incerto: la nostra generazione ha ovviamente sbagliato se i ruoli si sono confusi; i nostri figli, in fondo, ci hanno perdonato. Certo che la certezza di un ruolo richiama impegno e intransigenza verso se stessi. Il lavoro richiede questo e perlomeno su questo punto aiutiamo i figli a capire la vita. Per tutto il resto, forse, è tardi.

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  3. Articolo molto interessante che offre non pochi spunti di riflessione. Direi che sono cambiate profondamente le realtà lavorative e come in ogni epoca è difficile capirne l’evoluzione, poichè il passato rappresenta sempre una certezza, un punto fermo e si contrappone all’instabile e precario presente, nonchè al potenziale incerto futuro. Ma nella logica del tempo che passa credo che ogni cosa trovi i suoi spazi, poichè utilizza i suoi tempi. Sebbene i connotati del lavoro siano cambiati, non è cambiato il fatto che ogni mattina ci alziamo tutti per andare a lavorare o per andare a cercare di farlo (una parte si alzerà di pomeriggio, altri di notte), c’è chi userà le mani, chi le idee e chi tutte e due. Una società che pensa e che ha ambizioni, così come una società povera e che ha fame è sempre una società fondata sul lavoro e anche se è cambiata la tipologia di lavoro non è cambiata la voglia di creare, crescere, vivere bene lontani da fame e da malattie. E chissà se nella logica dei corsi e dei ricorsi della storia non ritorneremo anche a desiderare di “fare” piuttosto che “pensare”, perchè l’ozio sebbene creativo alla fine stanca.

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  4. Art. 1. L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
    E’ la costituente che crea il La Pira politico, la commissione dei 75, di cui egli fa parte insieme agli altri c.d. “Professorini”.
    La Pira è chiamato nella prima sottocommissione, quella che scriverà i principi fondamentali della costituzione (la stesura fu di Aldo Moro).
    La Pira avrebbe voluto che l’incipit della Carta Costituzionale fosse come quella tedesca, che iniziava con “In nome di Dio”; fu Calamandrei che lo convinse del contrario perché sarebbe stato contraddittorio sia scrivere il nome di Dio nella Costituzione sia (a suo dire) che Dio potesse essere oggetto di un voto di maggioranza.
    Fu memorabile lo scontro tra La Pira e Calamandrei, uno dei più grandi giuristi di tutti i tempi (è una pietra miliare il suo scritto “La fede nel diritto”).
    Alla fine fu il secondo ad avere la meglio e La Pira si convinse che l’argine invalicabile della nostra Repubblica doveva essere quell’atto creativo libero che è il lavoro.
    Ciò significa che il LAVORO deve essere garantito a tutti.
    Il LAVORO deve essere ritenuto quello che il legislatore ha voluto, l’identità della nostra nazione.
    Quindi chi toglie lavoro deve essere ben controllato dalla collettività, ma anche chi non assolve le proprie mansioni con il dovuto sacro impegno deve essere punito.
    Insomma, l’ottica è quella costituzionale, cioè quella virtuosa di un paese che trova nel LAVORO il suo futuro. L’Italia deve ripartire da qui, da questa riforma, che deve garantire il lavoro a tutti! Ma anche chi lavora deve farlo con quello spirito che i nostri costituenti pensarono, cioè un lavoro che non è solo diritti ma è anche IMPEGNO, equamente remunerato.
    Italia, avanti!
    Con la visione dei padri costituenti!

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    • Grazie Luana, le tue parole sono bellissime e condivisibili, ma come ho scritto nell’articolo purtroppo obsolete. Uno stato che consente un tasso di disoccupazione giovanile che in alcune aree è del 30 per cento non può dichiarare di essere fondato sul lavoro, tutt’al più sul miraggio o l’aspettativa del lavoro.
      Questa mini serie intende proprio far riflettere su come si sia modificato oggi il significato e il contenuto del concetto di lavoro.

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