IL LAVORO NELL’ERA DI INTERNET E POST-INDUSTRIALE

Contributo di Manlio Lo Presti (*)

Come abbiamo fatto diverse volte il passato, quando si trattano argomenti complessi o che hanno diverse chiavi di lettura, ospitiamo alcuni contributi esterni che possono aiutare il lettore a farsi un’idea più articolata e circostanziata.
Lo facciamo anche in questa mini-serie sul lavoro, con gli interventi di Manlio Lo Presti, studioso di problemi socio-economici in quanto protagonista di attività sindacale per decenni nel settore creditizio, di Claudio Delli Bovi, giovane ingegnere elettronico che lavora a uno dei progetti più interessanti e “futuribili” di Amazon; e con un’intervista a Domenico De Masi, affermato sociologo presente continuamente nei più diffusi mass-media e a lungo insegnante universitario e preside di Sociologia.
Questi contributi esterni verranno alternati con i consueti articoli del blog sia sullo stesso tema del lavoro, sia su altri argomenti dei quali usualmente ci occupiamo, dalla finanza all’economia. La mini-serie ci accompagnerà in tutto il corso dell’estate.
Cominciamo questa settimana con Manlio Lo Presti, che ci regala la sua lettura dell’evoluzione (o meglio, in questo caso, dell’involuzione) del fenomeno lavoro sul tessuto economico della nostra società.

Buona lettura, dunque.

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Il concetto di lavoro è molto cambiato nell’era di internet e post-industriale
di Manlio Lo Presti

 

In un sistema che si ispira ai principi democratici, il lavoro è la risultante dei rapporti di forza fra le parti sociali coinvolte (Governo, Organizzazioni sindacali, Organizzazione dei datori di lavoro).

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Lo Stato agisce da equilibratore affinché il confronto negoziale fra le parti appena accennate non scivoli in un conflitto sociale che possa pregiudicare la “tenuta sociale del Paese”.
I rapporti di forza sono altresì determinati dalla variabile tecnologica che ad ogni sua innovazione, spariglia le carte in tavola rendendo vano il paziente e non facile lavoro di cooperazione e di negoziazione. Gli economisti hanno chiamato questo fenomeno “progresso tecnico”: un fattore che da sempre distrugge professionalità per crearne altre.
Il progresso tecnico espande le proprie possibilità oltre i confini nazionali tradizionali, confini che cerca di eliminare per realizzare appieno la sua funzionalità a livello planetario.

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Molte volte sentiamo parlare che le nuove tecnologie producono nuovo lavoro, ma il numero degli addetti è sempre inferiore al numero di occupazioni precedentemente eliminate dai nuovi processi produttivi. Insomma, non esiste un rimpiazzo alla pari. La differenza in eccesso che fine fa dunque?
La massa di espulsi dai nuovi cicli produttivi va ad incrementare le legioni di disoccupati da crisi economica che costituiscono un problema umano rilevante ma anche una miccia per rivolte sociali, precarietà e diseguaglianza.
Tre requisiti che conducono alla fine della tenuta sociale di un sistema-Paese. Il “lavoro”, come attività economico-tecnica per la creazione e/o produzione di beni e di servizi, è un concetto piuttosto recente nella storia umana. Per le sue ricadute spesso disastrose sulle strutture sociali e sui sistemi-Paese, il progresso tecnico è un fattore di caos il cui potenziale innovativo produce vantaggi che sono inferiori ai costi umani che provoca. (http://www.bpp.it/Apulia/html/archivio/2005/III/art/R05III014.htm ).

Per le scuole economiche liberiste, il lavoro umano è uno degli strumenti della produzione. Per i datori di lavoro produttori di beni e servizi, il lavoro è soggetto ad una selezione brutale e darwiniana come quella in atto per le macchine, alla ricerca della combinazione “ottima” che crei profitto. Per la politica, il lavoro è un elemento di consenso che porta incremento elettorale. Per i sindacati, la massima occupazione allarga il numero degli iscritti e la loro contribuzione.

Per la Costituzione è fondamento della tenuta sociale e identitaria di un popolo (l’ex giudice G. Colombo aggiunse un’altra sfumatura semantica alla parola). Per il cittadino, il lavoro è il fondamento della propria autonomia economica, del riconoscimento sociale, della propria capacità di essere utile e capace di creare valore.

L’evoluzione tecnetronica, di cui internet è il punto di partenza, sta travolgendo questi differenziati punti di vista del lavoro che diventa una attività a ciclo continuo senza rispettare orari, festività, nazioni, lingue. Il lavoro sta diventando sempre più una attività orientata al cottimo, con reclutamento degli operatori sempre più in stile “caporalato” della chiamata diretta e dove il singolo non ha difese di fronte alla struttura titanica che dovrebbe assumerlo. Il futuro del lavoro- se non cambia qualcosa – è tutto qui!
Manlio Lo Presti
(*)

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(*)
MANLIO LO PRESTI, nato a Messina nel 1954, ha avuto svariate esperienze professionali. Ha lavorato in Agip Petroli per poi approdare al mondo delle banche dove ha prestato servizio per 37 anni percorrendo tutti i gradi fino ad un livello medio alto. È stato dirigente sindacale nel mondo creditizio con incarichi sempre più impegnativi e ha avuto esperienze di formazione professionale come docente, anche fuori dal perimetro creditizio. Spinto da irrefrenabile curiosità che lo fa sentire un eterno apprendista, si è interessato da sempre alle tematiche della filosofia, della storia, del pensiero economico e del pensiero politico ed è, non solo per questo, un accanito lettore in tutte le condizioni e latitudini. Ritiene che i mezzi informatici e la Rete fossero ulteriori veicoli di conoscenza e di scambio di informazioni, come pure un efficace mezzo di confronto delle proprie idee con quelle degli altri: è da tempo presente nella Rete con il sito http://www.dettiescritti.com

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