DEBITO PUBBLICO E AGENZIE DI RATING: Gli esami non finiscono mai

Proseguiamo il discorso avviato nel precedente articolo. Eravamo arrivati a spiegare come il disavanzo e il debito pubblico – per essere sostenibili – debbano essere coerenti col Prodotto Interno Lordo (PIL) di uno Stato, allo stesso modo in cui, per una famiglia o un’impresa, deficit e indebitamento devono restare proporzionati al livello di fatturato o di redditi complessivi disponibili.

E’ infatti dal fatturato o dal totale dei redditi – concetti equivalenti a quello di PIL per uno Stato – che dovranno provenire le risorse necessarie a rimborsare i debiti e a pagarne gli interessi.

Prima ancora delle istituzioni europee (delle quali ci occuperemo più avanti), sono infatti gli investitori che finanziano lo Stato, sottoscrivendone i titoli del debito pubblico, a richiedere che il disavanzo rappresenti una quota ragionevole del PIL e che il debito ne possa essere in qualche modo garantito.

 

BTP

 

Come abbiamo visto, gli investitori sono coloro che sottoscrivono i titoli pubblici: per coprire il fabbisogno lo Stato emette infatti Buoni del Tesoro (in Italia BOT, BTP, CCT; in Usa Treasury Bonds, in Germania Bunds e così via) e questi vengono acquistati da banche e risparmiatori che sono alla ricerca di impieghi remunerativi per le loro risorse.
Per gli investitori si tratta quindi di vere e proprie operazioni di prestito e, come tali, sono basate sulla valutazione di affidabilità del soggetto finanziato. Questa valutazione è fatta da agenzie specializzate e indipendenti, le cosiddette “agenzie di rating”: Moody’s; Standard & Poor (S&P); Fitch; etc.

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Ognuna di queste agenzie ha una sua graduatoria in cui ogni livello di affidabilità è indicato da una sigla. Il grado di massima affidabilità è per tutte la tripla AAA (dove in questo momento sono collocate Germania, Svizzera, Canada, Australia, Svezia e Danimarca), poi ciascuna agenzia ha gradazioni e sigle diverse. Generalmente, quando l’affidabilità aumenta e le condizioni economico-finanziari e patrimoniali del soggetto esaminato migliorano, si effettua il cosiddetto upgrade, ovvero il passaggio al gradino (in gergo, noch) superiore. In caso contrario si dà invece luogo al downgrade.

Ad esempio, per S&P, il Regno Unito si trova in categoria AA (per quanto riguarda la valutazione a lungo termine ). Se le sue condizioni migliorassero, verrebbe “promosso” al livello AA+, quello a cui appartengono gli Stati Uniti; se invece dovessero peggiorare, si ritroverebbe in AA-, in compagnia di Repubblica Ceca ed Estonia e, in caso di ulteriore discesa, in A+ dove è collocata la Cina.

I vari “gradini” sono a loro volta raggruppati per livello di affidabilità: da prime (massima sicurezza del capitale) che comprende solo la tripla A; a high grade (rating alto, qualità più che buona) che comprende la doppia A; a investment grade (rating medio, qualità media e medio bassa) che comprende da singola A a tripla B, dove è collocata l’Italia.

Al di sotto dell’investment grade, si entra in area speculativa, ovvero ad alto rischio per il capitale che venisse impiegato in titoli emessi dai Paesi che vi rientrano. L’Italia si trova pertanto al limite inferiore della categoria che le agenzie ritengono meritevole di affidamento: un downgrade andrebbe quindi a collocare il nostro Paese nel novero dei paesi inaffidabili, quelli considerati dalle agenzie ad alto rischio con la conseguenza di classificare i titoli del nostro debito pubblico come speculativi.

 

dowNGRADE

 

Se ciò accadesse, avremmo due effetti negativi pressoché immediati: il tasso di interesse sui titoli pubblici aumenterebbe (per remunerare i sottoscrittori a fronte del maggior livello di rischio), ma soprattutto una serie di investitori importanti, fra cui tutti quelli istituzionali , non potrebbero più sottoscrivere i nostri Buoni del Tesoro.

Fra le regole di investimento di questi soggetti, è infatti normalmente contenuta quella che vieta di effettuare investimenti speculativi, per evitare di mettere a rischio i capitali che tali fondi gestiscono per conto terzi. Ciò significa che le nuove emissioni di titoli del debito pubblico, necessarie per finanziare il deficit, troverebbero molta difficoltà ad essere collocate e, soprattutto, sarebbero molto più costose per l’emittente, dovendo presentare tassi di interesse più alti (con il risultato di aumentare la spesa per interessi e lo stesso deficit).

Per le banche, inoltre, sarebbe molto più complicato sottoscrivere i titoli del debito pubblico di un emittente sub-investment grade (ovvero con rating inferiore al mimino di affidabilità. Ciò perché tali titoli non potrebbero essere né ceduti alla banca centrale, quando questa effettua operazioni di acquisto sul mercato per espandere la quantità di moneta in circolazione, né dati in garanzia dei prestiti ai quali le banche stesse possono ricorrere presso la BCE.

E’ quindi evidente quanto sia rischiosa per l’Italia l’eventualità di un peggioramento del rating: renderebbe più difficile finanziare il nuovo debito (e quindi sostenere il maggior livello di disavanzo) e innescherebbe un circolo vizioso da cui sarebbe molto difficile uscire.

Al di là dell’entità numerica del rapporto deficit/PIL (2,4% invece di 2 o 1,5%), è naturale che dovrebbe comunque trattarsi di un livello considerato sostenibile dagli investitori e, in primo luogo, dalle agenzie di rating.

Il rapporto deficit/PIL era previsto per il 2019 dal Governo Gentiloni doversi attestare all’1,6%, mentre con il DEF della compagine governativa in carica si indica un rapporto obiettivo del 2,4%, in aumento di circa il 50%. Lo stesso DEF indica valori target per il 2020 e il 2021 rispettivamente del 2,1 e dell’1,8%, che sono però considerati eccessivamente ottimisti dagli analisti, in quanto sovrastimerebbero la crescita del PIL (denominatore del rapporto).

Ma cosa c’entra il reddito di cittadinanza con tutto questo? Ebbene da quanto abbiamo detto poco sopra, si comprende come tale misura governativa, concorrendo (insieme alle altre misure proposte dal Governo) ad aumentare – e non di poco – il deficit pubblico, potrebbe risultare insostenibile per i conti pubblici nazionali o, quanto meno, determinare conseguenze fortemente penalizzanti rispetto alle valutazioni degli investitori e delle agenzie di rating.

Si capisce, quindi, con quanta apprensione si stia guardando alle prossime scadenze del 26 ottobre (revisione del rating di S&P) e di fine mese (revisione da parte di Moody’s): in vista di un downgrade, più che probabile, i titoli pubblici italiani stanno crollando.

 

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L’Unione Europea, dal canto suo, deve ovviamente vigilare per assicurare nell’area euro le migliori condizioni di stabilità e d’altra parte, con gli accordi di Maastricht del 1992, i Paesi aderenti si erano obbligati al rispetto di una serie di parametri, fra i quali, appunto, il tendenziale pareggio di bilancio, ovvero il mantenimento del famoso deficit uguale a zero.

Erano certamente previste, negli accordi, deroghe a tale principio, purché non venisse superato in nessun caso il 3% e fosse rispettato un percorso di allineamento virtuoso, obiettivo che, come si è visto, l’Italia ha di fatto disatteso, pur restando, di poco, entro il limite massimo.

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