La Sicilia: eccellenza diffusa

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In questa mini-serie parleremo di singoli casi di eccellenza per il nostro Paese nei settori strategici di agricoltura, turismo e terziario avanzato, settori che a nostro avviso saranno quelli trainanti per il futuro insieme a tutto quanto vi ruota intorno: dall’industria di trasformazione e conserviera, alla gastronomia ed alla viticoltura di alto livello, alla formazione accademica e ricerca scientifica, al fashion e design.

E’ opportuno premettere che l’idea della serie mi è venuta nel corso di un mio recente viaggio in Sicilia. Mano a mano che incontravo storie interessanti in questa logica, mi rendevo conto che questa regione, proprio nei settori trainanti che menzionavamo all’inizio, può diventare – e in alcuni casi è già diventata – un bacino di “eccellenza diffusa”.

Prendiamo ad esempio la gastronomia e la ristorazione. Esempi di ristoranti di altissimo livello e finanche stellati ci sono un po’ ovunque nel nostro Paese, ma molto spesso si tratta di veri e propri “fiori nel deserto”. Locali che sorgono in the middle of nothing, come direbbero gli americani, ma che bisogna raggiungere appositamente dopo aver impostato il navigatore e aver fatto diversi chilometri e che, una volta terminata la cena, abbandoniamo per tornare indietro senza neanche uno sguardo a cosa c’è intorno.

 

In Sicilia è diverso: ci si imbatte in un ristorante, una rapida occhiata per vedere che il locale sia gradevole e i prezzi giusti e possiamo stare sicuri che mangeremo bene, molto spesso benissimo, talvolta in modo sublime.

Questo può diventare il modulo di uno sviluppo futuro sostenibile: distretti enogastronomici e culturali che possano offrire turismo di alta qualità – fruizione di un patrimonio artistico che non ha uguali – ma anche ospitalità e accoglienza diffusa. Una riedizione dei vecchi cluster, o distretti economici, che hanno avuto anche in Italia un notevole successo negli scorsi decenni.

Il punto di forza dei distretti era quello di concentrare in un’unica area geografica una determinata produzione, come nel caso del tessile a Biella o a Prato, dell’oro a Vicenza o ad Arezzo, della pellicceria fra Pistoia e Lucca, dei calzaturifici e così via.

Questo aveva il vantaggio che in quell’area si poteva disporre delle migliori competenze professionali del settore, delle conoscenze e del network inerente quelle produzioni. D’altra parte, però, tutto il sistema era estremamente vulnerabile perché se quello specifico comparto produttivo andava in crisi, tutta quanta l’area ne risentiva. Nelle ipotesi più gravi, se la crisi era strutturale, si rischiava di veder crollare tutto il sistema, come è accaduto in molti casi.

Oggi, nel tempo della globalità e della connessione globale, l’intero Paese è sostanzialmente un unico grande distretto, questa volta non industriale – come abbiamo visto nel precedente articolo, il comparto manifatturiero è probabilmente arrivato a capolinea – ma agrituristico e culturale. E si tratta di due aspetti che non andranno mai in crisi, salvo mettere in discussione i fondamenti stessi della nostra civiltà.

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In questa logica, la Sicilia può rappresentare una formidabile punta di diamante. I prodotti agricoli di rinomata qualità e la tradizione dell’accoglienza, con il livello diffuso raggiunto dalla ristorazione – da un lato – e l’incredibile ricchezza del patrimonio storico artistico – dall’altro – rappresentano infatti la base sulla quale i progetti di una nuova imprenditorialità possono svilupparsi con successo.

Molte delle iniziative che abbiamo incontrato sono infatti il risultato della passione, della competenza e dell’attaccamento al territorio di una generazione che, invece di emigrare, ha preferito rischiare, mettersi alla prova e dare vita a start-up che hanno tutti i presupposti per avere successo.

Quello che manca è proprio l’infrastruttura pubblica, la rete di servizi e garanzie che uno Stato moderno dovrebbe fornire: proprio per questo i ragazzi che scommettono sulla Sicilia sono doppiamente meritevoli.

Se il progetto incredibile del Palazzo Butera, di cui abbiamo parlato nell’articolo dello scorso anno.

era il risultato di un enorme atto d’amore da parte di un intellettuale progredito e “visionario”, i progetti e le iniziative che abbiamo visto rappresentano la testimonianza di un’”eccellenza diffusa” che può davvero servire da prototipo di sviluppo per l’intero paese.

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Il simbolo di questo cambiamento può essere proprio la centralissima Via Maqueda di Palermo: molti nuovi negozi ed esercizi eleganti e raffinati, che non vendono (solo) prodotti globalizzati in franchising come elettronica di largo consumo, junk-food e abbigliamento di importazione, ma anche e soprattutto eccellenze locali in gastronomia, piccolo artigianato, cosmetici e così via.

Insomma, arancine invece di hamburger, coppole alla moda invece di jeans, essenze di zagara, enoteche, forni e pasticcerie invece di catene di profumerie o brand del lusso che si possono trovare a Roma o Milano come a New York, Mosca, Parigi o Varsavia.

Il tutto accompagnato da un’offerta culturale che attualmente fa del capoluogo siciliano una delle più vivaci città del nostro Paese, quest’anno particolarmente importante per la concomitanza dei tre eventi di “Palermo capitale italiana della cultura”, “Manifesta 12”, la mostra d’arte contemporanea itinerante, e le “Vie dei Tesori”, il grande festival che da fine settembre ai primi di novembre si svolge in tutta la Sicilia, aprendo al pubblico 400 luoghi di interesse artistico, storico e monumentale in gran parte chiusi e proponendo più di 200 passeggiate d’autore..

Ci sono dunque tutti gli ingredienti per costruire un futuro di successo!

 

 

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Un pensiero su “La Sicilia: eccellenza diffusa

  1. Ritengo l’inizio di questa mini-serie frutto di un’intelligenza sopraffina. Fedele alla realtà con spunti nuovi su cui ognuno di noi dovrebbe riflettere. Una chiave importante per cominciare a capire e ad aprire porte essenziali per una nuova rinascita.

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