Terra e Vino: ritorno alle origini

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Iniziamo il nostro viaggio nelle eccellenze con la Toscana, nel Chianti, e raccontiamo un’azienda con una storia lunga e importante. L’azienda è la “Bichi Borghesi” e ha sede nella splendida cornice di Scorgiano, fra Siena e Colle Val d’Elsa.

Un posto incantato, con un borgo che in passato ospitava e si identificava con la tenuta agricola, simbolo di aristocrazia terriera che traeva reddito dai vasti possedimenti fondiari – perlopiù coltivati a foraggi e cereali, ma con notevoli e importanti vigneti nel cuore del Chianti – e che viveva nell’elegante villa padronale.

La villa era – ed è tuttora – circondata da un parco di disegno ottocentesco con viali alberati, fontane e giardini, che la tengono isolata dalla strada. Nella facciata principale – su un giardino sobrio che introduce al parco – si trovano le “Scuderie”, ora adattate a locale di ospitalità e ristorazione per banchetti e matrimoni. Del resto, il borgo comprende anche una cappella recentemente restaurata. Sul retro i locali della cantina e i magazzini, ora arricchiti da zona degustazione.

Niccolò Simonelli, uno dei due fratelli che condividevano con la madre la proprietà e l’onere dell’azienda di famiglia, era negli anni Novanta un giovane agronomo libero professionista, continuamente in viaggio per lavoro, con poco tempo da dedicare alla campagna.

Niccolò si trovò davanti al bivio se raccogliere la sfida di riportare in equilibrio l’azienda e rilanciare la produzione oppure continuare con la sua attività, ormai consolidata. Naturalmente accettò il guanto e si gettò anima e corpo nell’impresa di dare nuova vita alla tenuta “Bichi Borghesi”.

Trasformare un’azienda cerealicola-foraggera di nobili tradizioni ma di scarsa o nulla redditività non era un compito facile, in un settore come l’agricoltura notoriamente caratterizzato da bassi profitti e alta intensità di capitale, aspetto questo molto rilevante in pieno Chiantishire. Nella zona del Chianti, infatti, i valori del real estate erano molto lievitati per la forte domanda, soprattutto da parte inglese e americana, ma recentemente anche russa.

Vendere tutto al magnate di turno e abbandonare la terra? Neanche per sogno. La cosa giusta da fare era focalizzare i punti di forza, svilupparli e irrobustirli, e limitare quelli di debolezza.

Il primo punto di forza era la qualità del prodotto vitivinicolo, pur in una fase in cui il Chianti non godeva di grande popolarità. Altro punto di forza la solidità patrimoniale, che non presentava debiti essendo il cespite di antica proprietà della famiglia.

I punti di debolezza erano invece la necessità di migliorare e diversificare l’offerta e soprattutto di ricercare nuovi sbocchi commerciali. Inoltre, erano necessari investimenti per ammodernare attrezzature e processi. E ancora lo scarso apporto reddituale della parte cerealicola-foraggera, che assorbiva energie e risorse senza apportare redditività.

Niccolò si è quindi concentrato sul vino, ingaggiando un enologo di esperienza e qualità, e sulla ricerca di nuovi mercati, soprattutto esteri, da affiancare alla clientela tradizionale, perlopiù locale. La vendita di “sfuso” avrebbe dovuto gradualmente ridursi per favorire, anche a livello di immagine, il prodotto di maggiore qualità.

Dopo anni di ricerca e continuo miglioramento, diversificando e segmentando l’offerta con vini diversi, la qualità raggiunta si può definire a giusta ragione “eccellente”, sia dei vini più pregiati (DOCG e riserva) sia dell’IGP che sta lentamente conquistando un suo mercato.

Il girovagare per l’Europa, gli Stati Uniti e l’Asia, inclinazione che Niccolò aveva manifestato anche nella precedente vita da libero professionista, e la partecipazione intensiva a manifestazioni, eventi, fiere e simili ha portato ad esportare la quasi totalità della produzione.

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Inoltre, una piccola ma significativa attività di agriturismo, generalmente ma non solo, al servizio della clientela, ha consentito di conseguire introiti ulteriori, di entità modesta ma significativi. Sempre più frequenti le degustazioni a cui vengono invitati potenziali clienti da tutto il mondo, a cui viene offerta la possibilità di ammirare il formidabile contesto territoriale in cui nasce il Chianti Bichi Borghesi.

Un’attenta e prudente gestione finanziaria ha infine consentito di raggiungere un equilibrio economico che all’inizio poteva sembrare molto difficile da ottenere. Certo, la redditività è ancora bassa, ma questo è il limite di ogni produzione agricola.

Inoltre l’esposizione ai fenomeni meteorologici e alla stagionalità non sempre amica ha portato a dover affrontare problemi talvolta complessi.

 

Ma la soddisfazione di aver riportato l’azienda di famiglia al livello di sostenibilità e soprattutto di offrire un prodotto in alcuni casi davvero notevole ha ripagato Niccolò di tutti gli sforzi fatti.

 

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